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Non si possono studiare le Operette Morali trascurando lo Zibaldone: non gi perch le teorie esposte nell'opera definitiva abbiano bisogno

di essere chiarite con i materiali ancora informi della speculazione leopardiana, ma per seguire lo sviluppo dello spirito del Leopardi, che attraverso le discussioni del suo diario pervenuto alla sua opera definitiva. Dallo Zibaldone il Leopardi non ha nemmeno ricavato il concetto pi caratteristico delle Operette, quello della indifferenza od ostilit della natura, quale enunciato nel Dialogo della natura e di un Islandese, e che si presenta cos inatteso e ingiustificato logicamente nel corso della speculazione leopardiana durante la composizione delle Operette: ciononostante si pu ben dire che la stesura del suo diario lo ha preparato a dare le Operette cos come noi le conosciamo. Le pagine dello Zibaldone, nelle quali il Leopardi ha tentato di confermare giorno per giorno la sua originaria intuizione pessimistica, stanno tra la sua primitiva disperazione e l'opera che noi studiamo, ineliminabili. Esse non sono soltanto il precedente stilistico delle Operette, ma, ben pi, il necessario precedente morale. Nella prosa dello Zibaldone il Leopardi si esercitato a staccarsi da se medesimo, a tradurre in un linguaggio impersonale la sua personale esperienza a considerare i propri casi come esempi particolari di leggi generali: in tal modo al mondo della sua esperienza immediata ha potuto sostituirsi un mondo concettuale che ha preso ogni giorno pi per lui reale consistenza e ha trovato nelle Operette la sua pi chiara e completa espressione. Le Operette infatti nascono, quando il Leopardi, ripiegandosi su se medesimo, fra le molte discussioni dello Zibaldone, trova purificati e chiariti i motivi originari del suo pessimismo, formulati in alcuni concetti tra logici e fantastici, a cui egli si pu rivolgere con un moto di affetto, di amore e di odio. Non ci si attenda di ritrovare in questi scritti quelli che sono stati gli strumenti della sua ricerca, i concetti filosofici, offertigli dalle sue letture: si pu dire che la maggior parte delle osservazioni dello Zibaldone che potevano avere sviluppi filosofici, stata abbandonata dal Leopardi. Cos, se nello Zibaldone il Leopardi discute a lungo sul fatto dell'assuefazione, che gli sembra provare la falsit di ogni innatismo o sull'amor proprio, che egli considera come unico movente delle nostre azioni, all'assuefazione e all'amor proprio accenna nelle Operette soltanto come a fatti indiscutibili e come a cosa nota accenna, nell'Ottonieri, incidentalmente, a quella distinzione tra amor proprio ed egoismo, che ha una parte cos essenziale nelle sue considerazioni di carattere etico, perch con essa pare reintrodurre un criterio di giudizio morale, pel quale sembrava non vi fosse posto nella teoria dell'amor proprio. Parimenti nulla accoglie nelle Operette dei pensieri intorno al bello assoluto, oggetto di cos frequenti discussioni nello Zibaldone: nulla perch i pensieri del Parini, in cui ravvisiamo qualcuna delle osservazioni dello Zibaldone su quell'argomento sono privi di qualsiasi portata filosofica, e non dimostrano, come tentavano di fare le pagine dello Zibaldone, il carattere soggettivo del giudizio estetico, ma unicamente le difficolt che ci impediscono troppe volte di riconoscere il valore vero di un'opera di poesia e perci sembrano presupporre un valore obbiettivo, indipendente dal nostro giudizio. Chi passi dallo Zibaldone alle Operette, prova, ad una prima lettura almeno, il senso di un impoverimento del pensiero, dell'abbandono dei pi schietti motivi filosofici e con questi di non poche acute descrizioni psicologiche: ma riconosce anche, pur che vi rifletta, che quei motivi non al Leopardi appartengono, ma ai filosofi da lui studiati e che egli da essi li aveva mutuati per rafforzare le sue convinzioni pessimistiche, ma doveva abbandonarli, appena queste gli si fossero confermate e chiarite. Un concetto, in cui il suo sentimento non sia impegnato, non pu a lungo interessare il Leopardi: perci egli si accosta, nello Zibaldone, alla filosofia e subito se ne allontana, appena che per la sua indagine hanno acquistato qualche consistenza quei concetti, che, come persone reali, possono commuoverlo, voglio dire i concetti di Felicit, di Piacere, di Noia, di Dolore, di Natura. Le Operette rappresentano il momento in cui nella speculazione del Leopardi riaffluisce, per cos dire, il suo sentimento: anche il trapasso, cos brusco, da una concezione della Natura ad una opposta che si rivela nel Dialogo della Natura e dell'Islandese, si potrebbe spiegare come un moto subitaneo dell'animo del Leopardi, che va oltre le conclusioni del suo pensiero quali si erano formulate nello Zibaldone, e si rivolge contro uno di quei concetti-miti, su cui pi si era assottigliato il suo ingegno. Soltanto dopo la composizione di quel dialogo a quel concetto torner sullo Zibaldone, tentando di sviluppare filosoficamente la sua nuova intuizione, cos come aveva negli anni precedenti sviluppato nelle molte pagine dello Zibaldone la sua intuizione giovanile. Veramente protagonisti delle Operette non sono tanto quei pallidi personaggi che si chiamano Ruysch o Colombo, Tasso o Malambruno, che pure, come vedremo, hanno un carattere proprio ed un valore fantastico, ma quelli che possiamo chiamare concetti-miti di Felicit, Piacere, Noia, Dolore, Natura, che si sono sostituiti nell'animo del Leopardi a pi concreti oggetti di odio e di amore: la Felicit assurda e impossibile, ma vagheggiata da una invincibile nostalgia e salutata con trepido affetto ad ogni fugace ed illusoria apparizione, il Piacere fantasma ingannevole e vano e pur talvolta cos vicino a noi da sembrare cosa reale, la Speranza irragionevole e pur mai del tutto vinta, allettatrice ad una vita inutile e pur suscitatrice di liete immaginazioni, Amore, cos raro e miracoloso, che ci dona forse l'unica vera beatitudine a noi concessa, la Natura indifferente ed ostile, ma pur desiderata e invocata nelle stesse parole che l'accusano. Qual meraviglia che questi concetti prendano talvolta vere sembianze fantastiche, come Amore nell'ultima pagina della Storia del genere umano e la Natura nei due dialoghi in cui si presenta come interlocutrice? Ognuno di quei concetti, non soltanto questi, che si colorano in un'immagine, raccoglie, come si visto, intorno a s, al pari di ogni immagine

poetica, i sentimenti del poeta nella loro complessit: e se non pu suscitare una commozione profonda, a cui egli partecipi con tutto l'essere, non restano per altro pure astrazioni. Certo le Operette suppongono un distacco della vita immediata, e perci una vita sentimentale fatta pi tenue e meno intensa dal lavoro dell'intelletto. Certo non si potr trovare nelle pagine della Storia del genere umano che esaltano il potere delle illusioni, l'intensit poetica che nei versi della maturit, in cui il poeta rievoca e rimpiange le illusioni della sua giovinezza, o nel pur commosso inno ad Amore, figlio di Venere Celeste, la profondit e la drammaticit di certi accenti del Pensiero dominante: e, se taluno nella domanda di Malambruno al demonio - Fammi felice un momento di tempo - pu scorgere un motivo analogo a quello della celebre richiesta di Faust, nessuno potr paragonare le due scene, quella del poeta tedesco, che trasfonde nel suo personaggio immediatamente tutto l'ardore dell'anima sua, e quella del poeta italiano che non esprime una richiesta erompente schietta dal suo animo, ma, dopo avere con la sua analisi dimostrata l'irrealt del piacere, si rivolge con un sorriso melanconico a contemplare quel vano fantasma sempre sfuggente al desiderio degli uomini. Ma non per questo sono da escludere le Operette dal novero delle opere di poesia, n si deve cercare la poesia delle Operette in quei passi nei quali il poeta, come in qualche sua lettera, pi direttamente si confessa, o lascia con minore ritegno parlare il suo cuore. Le Operette, non si dimentichi, sorgono in un momento di relativa calma, lontano dalla disperazione e dall'entusiasmo, dall'accorato rimpianto di un passato irrevocabile e dall'agitazione di una passione attuale: sono sempre, anche quelle che possono parere pi fantastiche e commosse come l'Elogio degli uccelli e il Cantico del gallo silvestre, l'esposizione che uno spirito pacato compie dei risultati della sua meditazione e che si anima di vita poetica per il valore sentimentale che quelle conclusioni hanno per lui, ma non pu mai tramutarsi in un'immediata espressione dei suoi particolari affetti, n in una vivace e disinteressata rappresentazione fantastica, nella quale i personaggi interessino di per s indipendentemente dai concetti che sono chiamati ad esporre nel loro dialogo. Soltanto pi tardi, quando le venti operette della prima edizione saranno gi da tempo composte, e con esse anche qualcuna di quelle che compariranno nell'edizione definitiva, il Leopardi potr salutare il risorgimento pieno ed intero della sua vita sentimentale.

Meco ritorna a vivere La piaggia, il bosco, il monte...

Allora, non baster pi al Leopardi la prosa poetica delle Operette e la poesia gli si presenter spontanea, come sola capace di accogliere i suoi ricordi, in cui si confondono l'amaro ed il dolce, i moti pi immediati del suo cuore, tristi e cari ad un tempo, la gioia e il dolore di una vita rinnovata e tutta presente a s stessa, ben diversi dai sentimenti lieti e dolorosi che i concetti fantastici della sua speculazione suscitavano in lui. Eppure dal Leopardi delle Operette al Leopardi di A Silvia non crediamo di scorgere il trapasso da un Leopardi filosofo a un Leopardi poeta, ma da una poesia pi limitata nella sua ispirazione, inevitabilmente pi povera e monotona, ad una poesia in cui confluisce, fantasticamente trasfigurata, tutta la vita di un individuo.

Da Giacomo Leopardi: operette morali MARIO FUBINI 1. non solo alla lingua francese, (come osserva la Stael) ma anche a tutte le altre moderne, pare che la prosa sarebbe pi confacente del verso alla poesia moderna. Ho mostrato altrove in cosa debba qeusta essenzialmente consistere, e quanto ella sia pi prosaica che poetica (Zib. 2172-). Fissata il 26 novembre 1821, lossevazione nasce al centro della prima stagione leopardiana, quando landante spianatao degli Idilli non si ancora esaurito e larmatura delle Canzoni aspetta i pi aerei fastigi, Alla Primavera, Alla sua Donna. Tuttora impegnato a dar forma al suo pensiero poetico in due nuclei vistosamente diversi per molti aspetti, ma mossi in profondit da una ragione unitaria, Leopardi ne misura il dislivello da una forma espressiva che gi gli apppare pi adeguata a una nuova idea di letteratura. Altrove ha ingfatti mostrato che la poesia sentimentale unicamente ed esclusivamente propria di questo secolo ed poesia in un senso tutto diverso da quello antico; anzi, vista lesemplarit della poesia immaginativa antica, piuttosto una filosofia, uneloquenza, se non queanto pi splendida, pi ornata della filosofia ed eloquenza della prosa. Giacch il

sentimentale fondato e sgorga dalla filosofia, dallesperienza, dalla cognizione delluomo e delle cose, in somma dal vero, laddove era della primitiva essenza della poesia lessere ispirata dal falso (Zib 734 -735). Negli Idilli e nelle Canzoni, almeno nei momenti pi alti e nuovi, L. d complementari esempi di poesia sentimentale: concitate eo deserte meditazioni sul nulla che si dilata col progredire dei tempi storici o abbandoni allinfinito fluso dellessere, che sono anche, per, consapevoli finzioni, erette a personale difesa dellassedio del nulla. E in misure e modi diversi persino il linguaggio reca nell e scelte lessicale e fin nelle strutture morfologiche e sintattiche, limpronta i quel Vero negativo ormai assimilato nel profondo. Sia la nozione di poesia sentimentale, sia le attuazioni poetiche che lhanno preparata e la seguiranno sono certo lontanissime dalla inclinazione a evadere nella fantasticheria. [...] Nella tecnica letterari stessa di Idilli e Canzoni, oltre che nelle posizioni di pensiero consentono la concezione dei due cicli lirici, alla coscienza della morte oggettiva delle illusioni sop ravvive una specie di disperata speranza. [...] a fargli apparire troppo precaria la consistenza delle illusioni individuali sar la difficolt di creder sempre, ossia di regola, a eccezioni dalla regola, di chiudere gli occhi, aldi l di qualche istan te di grazia (la sospensione della coscienza dellInfinito e della Vita solitaria)), al Vero svelato dalla ragione. [...] non per questo , nel rinunciare alle illusioni, Leopardi obbedisce aun impulso razionalistico, bens auna spinta assai pi profonda, che sul piano discorsivo non sempre gli chiara fino in fondo. Rinucnia, in verit, alle illusioni perch sono simulacri troppo pallidi, riconosciuti ormai come tali, di una realt vissuta un tempo come presenza sensibile, indenne da qualsiasi dubbio. Solo a illuminare pi intensamente, senon a riconquistare, quella condizione perduta tende ora con tutte le sue forze di filosofo-poeta. Attraverso levocazione della beatitudine antica e fanciullesca si volge alla disperata ricerca di una condizione ignara n on soltanto della ostilit della ragione alla natura, ma della distinzione stessa tra vero e falso, estranea persino alla possibilit de costituirsi di nozioni contrapposte o anche solo distinte; a uno stato, in definitiva, totalmente indifferenziato, alieno da qualsiasi distinzione: tra uomo e animale, tra mondo animato e mondo inanimato, tra soggetto e oggetto; auna condizione anteriore a qualsiasi volont di crescere, come lesistenza dei primi uomini-bambini nel mondo privo di variet della Storia del genere umano, o successiva alla possibilit e al desiderio di mutare, se non in un perenne movimento ciclico come quello dei morti nel Coro del Ruisch: stati di tensione vitale minima, rivolta tutta e soltanto ad assaporare poco meno che opinione di felicit o almeno la sicurezza dal dolore della vita. 2. Se a questo mira Leopardi, non sorprender tuttavia il suo atteggiamento, da un certo punto in avanti, verso la filosofia moderna, espressione perfezuonatissima della detestata ragione; n apparir (o non apparir aoltanto) come unaltra delle conversioni che los crittore ha incoraggiato a distinguere nella storia della sua vita interiore (cfr. Zib. 143-144). Leopardi, in realt, ha cercato di scoprire sempre e soltanto una condizione libera dal dolore e dalla noia. Nella sua mente mutano solo i tempi e i luoghi in cui gli parso che tale stato si sisa manifestato o possa, di nuovo o per la prima volta, apparire: antichit e fanciullezza, la aranatica valle dei Patriarchi biblici, la California non ancora incivilita, il mondo futuro che balener allorizzonte della Ginestra, la morte, la nonesistenza. Allo stesso modo mutano le sue idee sui mezzi che possano consentire il raggiungimento della meta. Alla soglia delle Operette Morali filosofia, la filosofia moderna a esser indicata, paradossalmente, quale strumento decisivo, come risulta da alcune pi radiali considerazioni zibaldonianae, in cui la questione viene messa a nudo dalla esasperazione dei termini. Scrive il 21 maggio 1823:
Paragonando la filosofia antica colla moderna, si trova che questa tanto superiore a quella, principalmente perch i filosofi antichi volevano tutti insegnare e fabbricare: laddove la filosofia moderna non fa ordinariamente altro che disingannare e atterrare. Il che se gli antichi tal volta facevano, niuno per era che in questo caso non istimasse suo debito e suo interesse il sostituire. [2] Cos fecero anche nella prima restaurazione della filosofia Cartesio e Newton. Ma i filosofi [2710] moderni, sempre togliendo, niente sostituiscono. E questo il vero modo di filosofare, non gi, come si dice, perch la debolezza del nostro intelletto cimpedisce di trovare il vero positivo, ma perch in effetto la cognizione del vero non altro che lo spogliarsi degli errori, e sapientissimo quello che sa vedere le cose che gli stanno davanti agli occhi, senza prestar loro le qualit chesse non hanno. La natura ci sta tutta spiegata davanti, nuda ed aperta. Per ben conoscerla non bisogno alzare alcun velo che la cuopra: bisogno rimuovere glimpedimenti e le alterazioni che sono nei nostri occhi e nel nostro intelletto; e queste, fabbricateci e cagionateci da noi col nostro raziocinio. Quindi che i pi semplici pi sanno: che la semplicit, come dice un filosofo tedesco (Wieland,) sottilissima, che i fanciulli e i selvaggi pi vergini vincono di sapienza le persone pi addottrinate: cio pi mescolate di elementi stranieri al loro intelletto...

In queste pagine esemplari alcuni punti fermi sono definiti nel modo pi netto: la filosofia moderna coincide con il vero modo di filosfare; il suo metodo non devessere respinto, bens praticato; esso consiste tuttoe soltanto nel disingannare e atterrate (le sole costruzione della filosofia moderna sono sistemi in sostanza negativi). Dunque si deduce ddalla filosfia moderna bisogna espungere tutte le nuove costruzioni, le nuove favole, non meno dannose che false, come il progresso e lamore universale, che caratterizzano necessario precisare certo pensiero illuministico non meno che certo spiritualismo della Restaurazione. (cfr. Zib. 3973-3975). Occore anzi aggiungere, aquanto proposito, che durata troppo alingo la tendenza a considerare come centrale nel pensiero leopardiano un interno dibattito tra spiritualismo e materialismo, che si presenta invece in esso come conseguenza e corollario di altro. Massiammente lo interessa, infatti, il contrasto fra senso dellessere come realt tutta vivente, insieme una e infinitamente varia [...], e visioni dualistiche dimpronta spiritualistica o materialistica, teistica o atea prodotte dalla ragione e che, inaugurate o aggravate dal Cristianesimo, si sono via via esasperate nella filosofia e nella vita moderna (NOTA: nel mondo modernoil reale concepito e vissuto dualisticamente su ogni piano: spirito e materia, anima e corpo, ragione e passioni, individuo e societ, individui e masse, e viadiscorrendo. E la vittoria sembra ormai certa per le astratte forme devitalizzanti: ... lo spirito ha consumato la materia (Zib. 2912; 7 luglio 1823 )). [..riflessioni di Leopardi sullIdea di Religione come la pi terribile fra quelle prodotte dalla nemica ragione...] Ora si d continuit fra gli errori fabbricati dalluomo, a partire almeno dal Cristianesimo fino all incivilimento non medio ma eccessivo del nostro secolo, visti coem gradi di un medesimo processo di dissacrazione del mondo. Del resto: Non egli un paradosso che la Religione Cristiana in gran parte sia stata la fonte dellateismo, o generalemente, della incredulit religiosa! Eppure io cos la penso, afferma non il laico ma, semmai, il pagano Leopardi, disegnando quasi un albero genealogico dei processi della incredulit dal giudaizmo attraverso il cattolicesmio e le confessioni riformate. 3. Individuato il procedimento negativo come carattere specifico della filosofai moderna, preparta dal Cristianesimo, Leopardi decide a un certo punto di seguire fino in fondo quel vero modo di filosofare. Senza mai smentire i suoi iniziali convincimenti sul mondo cristiano e moderno come epoche di esistenza impoverita, non si limita, ora, al rimpianto, al lamento, alla protesta. Alla tattica, praticata praticata nnelle Canzoni e negli Idilli, di rimozione o di ribellione, sostiutisce la apradossale strategia della messa in opera, fino alle conseguenze estreme, del metodo filosofico nuovo. Anzich condurre una battaglia di retroguardia, votata allinsuccesso, opera infine una disperata sortita dalla rocca delle illusioni, per non pi rientrarvi: per attraversare invece, fino in fondo, le linee nemiche, usando le armi del nemico, fingendosi il nemico e anzi, in qualche modo, essendo il nemico. Ormai chiuso alle favole della Incarnazione e Redenzione e dellamore universale fondato su tali premesse (uno dei principali dogmi del Cristianesimo la degenerazione delluomo.. 1 maggio 1821), si gi appropriata la centrale vert negativa svelata o imposta da Cristo:
Ges Cristo fu il primo che personificasse e col nome di mondo circoscrivesse e definisse e stabilisse l'idea del perpetuo nemico della virt dell'innocenza dell'eroismo della sensibilit vera, d'ogni singolarit dell'animo della vita e delle azioni, della natura in somma, che quanto dire la societ, e cos mettesse la moltitudine degli uomini fra i principali nemici dell'uomo, essendo pur troppo vero che come l'individuo per natura buono e felice, cos la moltitudine (e l'individuo in essa) malvagia e infelice. (Zib. 112; maggio 1820)

Ma il rifiuto del mondo nel senso di societ segna solo la prima tappa di un cammino che, attraverso dichiarazioni dinsoddisfazione in cui riecheggila la sola pars destruens di meditazioni agostiniane e pascaliane, metter capo al rifiuto della natura e della vita e alla individuazione del nulla come principio primo delle cose. Dal nulla che dilaga nella storia in forma di miseria morale e civile rappresentato nella canzone Ad Angelo Mai (1820) Leopardi arriver, nel Cantico del gallo silvestre, a concepire il nulla come scaturigine di tutte le cose che sono. Nelle Operette Morali la sua visione si tinge di colori non pi cristiani ma gnostici, espressi da un costante senso di estraneit al mondo, che si traduce talora in quadri mitologici: la caduta dalla indifferenziata beatitudine delle Origini, la discesa di Amore Sotr nella Storia del genere umano, la incarcerazione dellanima eletta nel Dialogo della Natura e di unAnima, lapparizione della natura in figura di sordo demiurgo nel Dialogo della Natura e di un Islandese, la individuazione del nulla come dio-che-non-, come gnostico proprincipio, nellapocalittico Cantico [la genesi del mondo e la sua escatologia... rispondono... ad una cupa fantasia tra gnostica e orientale in cui lopera divina guastata dal tremendo Arimane e dai geni del male ha

incidentalmente osservato V. Cilento, Leopardi e lantico [...]. In un geniale saggio Guido Ceronetti ha poi indicato rapporti di consonanza tra rappresentazioni della luna nei Canti e quellesemplare groviglio simbolico e cultuale che fu la religione selenitica della Samaria al tempo di Simon Mago ( Intatta luna [1970], in Difesa della luna, Milano 1971, pp.78-81 [...].) ]. O si pensi aldi l delle Operette composte nel 24, aquella gnostica maledizione del creato che il famoso pensiero zibaldoniano del 19 -22 aprile 1826 (con lilluminante appunto-progetto che lo commenta: si potrebbe esporre e sviluppare questo sistema in qualche frammento che si supponesse di un filosofo antico, indiano ec.):
Tutto male. Cio tutto quello che , male; che ciascuna cosa esista un male; ciascuna cosa esiste per fin di male; l'esistenza un male e ordinata al male; il fine dell'universo il male; l'ordine e lo stato, le leggi, l'andamento naturale dell'universo non sono altro che male, n diretti ad altro che al male. Non v' altro bene che il non essere; non v'ha altro di buono che quel che non ; le cose che non son cose: tutte le cose sono cattive. Il tutto esistente; il complesso dei tanti mondi che esistono; l'universo; non che un neo, un bruscolo in metafisica. L'esistenza, per sua natura ed essenza propria e generale, un'imperfezione, un'irregolarit, una mostruosit. Ma questa imperfezione una piccolissima cosa, un vero neo, perch tutti i mondi che esistono, per quanti e quanto grandi che essi sieno, non essendo per certamente infiniti n di numero n di grandezza, sono per conseguenza infinitamente piccoli a paragone di ci che l'universo potrebbe essere se fosse infinito; e il tutto esistente infinitamente piccolo a paragone della infinit vera, per dir cos, del non esistente, del nulla.

E come nella realt dellOccidente si succedettero meddaggio cristiano, gnosticismo, manicheismo, da queste posizioni pare aprirsi la via alla conclusione estrema della metafisica leopardiana, il tardo abbozzo dellinno Ad Arimane dio del male, identificato a un certo punto con la natura e con Dio: Re delle cose , autor del mondo, arcana Malvagit, sommo potere e somma Intelligenza, eterno Dator de mali e reggitor del moto, . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Te con diversi nomi il volgo appella Fato, natura e Dio. 4. Indubbio luso che Leopardi fa delle conquiste negative della scienza e della filosofia moderna, da Copernico a Galileo e Newton, da Cartesio a Locke [NOTA: ... Cartesio, Galileo, Newton, locke ec. Hanno veramente mutato faccia alla filosofia (Zib. 1857; 5-6 ottobre 1821)], ma soprattutto di quei filosofi che, a differenza di Cartesio e Newton nella prima restaurazione dlla filosofia, sempre togliendo, niente sostituiscono [NOTA: chiarisce la questione in modo netto ed efficace M. A. Rigoni, indicando una serie di rispondenze con quel Settecento che, oltre al discorso dei Lumi, ha conosciuto anche il discorso dellOmbra , per usare espresioni di G.Gusdorf da lui citate (Illuminismo e negazione [Su Leopardi e La Mettrie] [1978-79], in Saggi ecc., cit., pp. 83-86)]. Tanto nettamente settecentesco (anche in questo caso soltanto nella pars destruens), il pensiero leopardiano tende aun punto darrivo tutto diverso dalla costruzione di una umanit di credenti nellavvento di un perfetto ordine sociale. Se nella utopistica Ginestra sperer in una generazione di uomini cos coscienti della propria miseria da sentir la necessit di non accrescere il male che ci stato assegnato, ora, tra 23 e 24, prospetta forse una condizione di vita rinnovata almeno in singoli istanti, ma per i soli individui illuminati dai bagliori dincendio del pensiero moderno. Portato al limite, il metodo negativo del filosofare ultimo dovrebbe poter condurre a qualcosa di simile alla totale ignoranza del bambino e del selvaggio pi vergine, soli sapientissimi e non esclusi dalla felicit; al riparo, almeno, dalla ossessione del male e della morte. Certo, adempiendosi perfettamente, la filosofia giungerebbe allautodistruzione, ma soltanto sulle sue rovine potrebbe spuntare un altro modo di conoscenza, fondato sullimmaginazione, sul cuore, sulle passioni stesse, e in grado di cogliere il poetico della natura, della universalit delle cose. Scrive il 22 agosto 1823 ( Zib.3237-3245):

Chiunque esamina la natura delle cose colla pura ragione, senzaiutarsi dellimmaginazione n del sentimento, n dar loro alcun luogo, ch il procedere di molti tedeschi nella filosofia, come dire nella metafisica e nella politica, potr ben quello che suona il vocabolo analizzare, cio risolvere e disfar la natura, ma e non potr mai ricomporla, voglio dire e non potr mai dalle sue osservazioni e dalla sua analisi tirare una grande e generale conseguenza, n stringere e condurre le dette osservazioni in un gran risultato; e facendolo, come non lasciano di farlo, singanneranno; e cos veramente loro interviene. Io voglio anche supporre chegli arrivino colla loro analisi fino a scomporre e risolvere la natura ne suoi menomi ed ultimi elementi, e chegli ottengano di conoscere ciascuna da se tutte le parti della natura. Ma il tutto di essa,

il fine e il rapporto scambievole di esse parti tra loro, e di ciascuna verso il tutto, lo scopo di questo tutto, e lintenzion vera e profonda della natura, quel chella ha destinato, la cagione (lasciamo ora star lefficiente) la cagion finale del suo essere e del suo esser tale, il perch ella abbia cos disposto e cos formato le sue parti, nella cognizione delle quali cose dee consistere lo scopo del filosofo, e intorno alle quali si aggirano insomma tutte le verit generali veramente grandi e importanti, queste cose, dico, impossibile il ritrovarle e lintenderle a chiunque colla sola ragione analizza ed esamina la natura. La natura cos analizzata non differisce punto da un corpo morto. Ora supponghiamo che noi fossimo animali di specie diversa dalla nostra, anzi di natura diversa dalla general natura degli animali che conosciamo, e nondimeno fossimo, siccome siamo, dotati dintendimento. Se non avendo noi mai veduto n uomo alcuno n animale di quelli che realmente esistono, e niuna notizia avendone, ci fosse portato innanzi un corpo umano morto, e notomizzandolo noi giungessimo a conoscerne a una a una tutte le pi menome parti, e chimicamente decomponendolo, arrivassimo a scoprirne ciascuno ultimo elemento; perci forse potremmo noi conoscere, intendere, ritrovare, concepire qual fosse il destino, lazione le funzioni le virt le forze ec., di ciascheduna parte desso corpo rispetto a se stesse, allaltre parti ed al tutto, quale lo scopo e loggetto di quella disposizione e di quel tal ordine che in ess e patti scorgeremmo, e osserveremmo pure co propri occhi, e colle proprie mani tratteremmo; quali gli effetti particolari e leffetto generale e complessivo di esso ordine, e del tutto di esso corpo; quale il fine di questo tutto; quale insomma e che cosa la vita delluomo; anzi se quel corpo fosse mai e dovesse esser vissuto; anzi pure, se dalla nostra stessa vita non larguissimo, o se alcuno potesse intendere senza vivere, concepiremmo noi e ritrarremmo in alcun modo dalla piena e perfetta e analitica ed elementare cognizione di quel corpo morto, lidea della vita? o vogliamo solamente dire lidea di quel corpo vivo? e intenderemmo noi quale e che cosa fosse luomo vivente, e il suo modo di vivere esteriore o interiore? Io credo che tutti sieno per rispo ndere che niuna di queste cose intenderemmo; che volendole congetturare, andremmo le mille miglia lontani dal vero, o sarebbe a scommetter millioni contro uno che di nulla mai, neanche facendo un milione di congetture, ci apporremmo; finalmente chegli sarebbe cosa probabilissima, chesaminato e conosciuto quel corpo morto, in questa conoscenza ci fermassimo, e neppur ci venisse in sospetto chei fosse mai stato altro, n fosse mai stato destinato ad esser altro che quel che noi lo vedremmo, e tale qual noi lo vedremmo, n della sua passata vita n delluom vivo, ci sorgerebbe in capo la pi menoma conghiettura. Applicando questa similitudine al mio proposito dico che scoprire ed intendere qual sia la natura viva, quale il modo, quali le cagioni e gli effetti, quali gli andamenti e i processi, quale il fine o i fini, le intenzioni, i destini della vita della natura o delle cose, quale la vera destinazione del loro essere, quale insomma lo spirito della natura, colla semplice conoscenza, per dir cos, del suo corpo, e collanalisi esatta, minuziosa, materiale delle sue parti anche morali, non si pu, dico, con questi soli mezzi, scoprire n intendere, n felicemente o anche pur probabilmente congetturare. Si pu con certezza affermare che la natura, e vogliamo dire luniversit delle cose, composta, conformata e ordinata ad un effetto poetico, o vogliamo dire disposta e destinatamente ordinata a produrre un effetto poetico generale; ed altri ancora particolari; relativamente al tutto, o a questa o quella parte. Nulla di poetico si scorge nelle sue parti, separandole luna dallaltra, ed esaminandole a una a una col semplice lume della ragione esatta e geometrica: nulla di poetico ne suoi mezzi, nelle sue forze e molle interiori o esteriori, ne suoi processi i n questo modo disgregati e considerati: nulla nella natura decomposta e risoluta, e quasi fredda, morta, esangue, immobile, giacente, per cos dire, sotto il coltello anatomico, o introdotta nel fornello chimico di un metafisico che niun altro mezzo, niun altro istrumento, niunaltra forza o agente impiega nelle sue speculazioni, ne suoi esami e indagini, nelle sue operazioni e, come dire, esperimenti, se non la pura e fredda ragione. Nulla di poetico poterono n potranno mai scoprire la pura e semplice ra gione e la matematica. Perocch tutto ci ch poetico si sente piuttosto che si conosca e sintenda, o vogliamo anzi dire, sentendolo si conosce e sintende, n altrimenti pu esser conosciuto, scoperto ed inteso, che col sentirlo. Ma la pura ragione e la matematica non hanno sensorio alcuno. Spetta allimmaginazione e alla sensibilit lo scoprire e lintendere tutte le sopraddette cose; ed elle il possono, perocch noi ne quali risiedono esse facolt, siamo pur parte di questa natura e di questa universit chesaminiamo; e queste facolt nostre sono esse sole in armonia col poetico ch nella natura; la ragione non lo ; onde quelle sono molte pi atte e potenti a indovinar la natura che non la ragione a scoprirla. E siccome alla sola immaginazione ed al cuore spetta il sentire e quindi conoscere ci ch poetico, per ad essi soli possibile ed appartiene lentrare e il penetrare addentro ne grandi misteri della vita, dei destini, delle intenzioni s generali, s anche particolari, della natura. Essi solo possono meno imperfettamente contemplare, conoscere, abbracciare, comprendere il tutto della natura, il suo modo di essere di operare, di vivere, i suoi generali e grandi effetti, i suoi fini. Essi pronunziando o congetturando sopra queste cose, sono meno soggetti ad errare, e soli capaci di apporsi talora al vero o di accostarsegli. Essi soli sono atti a concepire, creare, formare, perfezionare un sistema filosofico, metafisico, politico che abbia il meno possibile di falso, o, se non altro, il pi possibile di simile al vero, e il meno possibile di assurdo, dimprobabile, di stravagante. Per essi gli uomini convengono tra loro nelle materie speculative e in molti punti astratti, assai pi che per la ragione, al contrario di quel che parrebbe dover succedere; perocch egli certissimo che gli uomini discorrendo o conghietturando per via di semplice ragione, discordano per lo pi tra loro infinitamente, sallontanano le mille miglia gli uni dagli altri, e pigliano e seguono tuttal tri sentieri; laddove discorrendo per via di sentimento e dimmaginazione, gli uomini, le diversissime classi di essi, le nazioni, i secoli, bene spesso, e costantemente, convengono del tutto fra loro, come si pu vedere in moltissime proposizioni (sistemi) ed anche pre supposizioni, dallimmaginativa e dal cuore o trovate o formate, e da essi soli derivate e autorizzate, e in essi soli fondate, le quali furono sempre e sono tuttavia ammesse e tenute da tutte o da quasi tutte le nazioni in tutti i tempi, e dalluniversale degli uomini avute, anche oggid, per verit indubitabili, e da sapienti, quando non altro, per pi verisimili e pi universalmente accettabili che alcunaltra sul rispettivo proposito. Il che forse di niun a ipotesi (generale o particolare, cio costituente sistema, o no ec.) dettata dalla pura ragione e dal puro raziocinio, si vedr essere intervenuto n intervenire. Finalmente la sola immaginazione ed il cuore, e le passioni stesse; o la ragione non altrimenti che colla loro efficace intervenzione, hanno scoperto e insegnato e confermato le pi grandi, pi generali, pi sublimi, profonde, fondamentali, e pi importanti verit filosofiche che si posseggano, e rivelato o dichiarato i pi grandi, alti, intimi misteri che si conoscano, della natura e delle cose, come altrove ho diffusamente esposto.

Un pensiero come questo permette divedere non soltanto quali modi di consocenza e di stile Leopardi rifiutasse, ma anche, fino a un certo punto, come la sua filosofia gli si venisse definendo, su quali basi

gnoseologiche si proponesse di fondarla, quale scopo primario le assegnasse. Lindagine della natura , cio della universit delle cose, sentita come una totalit vivente di cui siamo parte, costituisce senza dubbio il compito primo della filosofia [cfr. ivi 4138-4139]. Il rifiuto di qualsiasi adozione metafisica e ladozione del metodo filosofico moderno in quanto metodo essenzialmente negativo non conducono per a unottica matematica [NOTA: Matematico equivale a filosofico nel senso che il mondo moderno d alla pfilosifa, non nellidea che Leopardi ha di questa; cfr. infatti, per es., il Frammento sul suicidio: ... la politica segue ad esser quasi puramente matematica, in cambio desser filosofica], da applicarsi a una realt meccanica; il reale invece sentito aprioristicamente, si dica pure come vivente. I mezzi per scoprirne il senso sono individuati nellimmaginazione e nel cuore. Insomma: la poesia, intesa non come evasione e fantasticheria ma come meditazione appassionata e disinteressata sulle cose, la pi penetratnte forma di conoscenza della realt vivente. (Adorata o maledetta, la natura apparir pur sempre come entit vivente; la materia stessa potr essere concepita come animata). A questunica conclusione positiva approda laccoglimento leopardiano della filosofia moderna: una difesa della poesia concepita come conoscenza e come strumento di vita morale: Se alcun libro morale potesse giovare, - afferma Eleandro nel Dialogo che nelledizione del 27 cost ituiva lepilogo della raccolta io penso che gioverebbero massimamente i poetici: dico poetici, prendendo questo vocabolo largamente, cio libri destinati a muovere limmaginazione; e intendo non meno di prose che di versi. Certo una poesia occore insistere che, senza spiegare n insegnare niente, reca in s la tensione che da sempre ha animato la ricerca filosofica e religiosa. E la prosa delle Operette esprime allo stato puro tale tensione; sembra anzi, in alcuni dei momenti pi alti, rappresentare al vivo quegli assoluti che il pensiero filosofico ha negato alluomo o immaginandoli, come ha fatto Platone, antecedenti alle cose e dunque divisi da esse, o negandone la realt, come ha fatto la filosofia recente pi significativa; e che il sistema del sensista Leopardi mira invece a restituire nella loro concretezza. Si pu dire (ma quistione di nomi) - ha scritto nel 21[Zib. 1791-1792 (25 settembre 1821)], in un tentativo di paradossale inveramento del platonismo che nel mio sistema non distrugge lassoluto, ma lo moltiplica; cio distrugge lassoluto, ma lo moltiplica; cio distrugge ci che si ha per assoluto, e rende assoluto ci che si chiama relativo. Precisamente:
Distrugge l'idea astratta ed antecedente del bene e del male, del vero e del falso, del perfetto e imperfetto indipendente da tutto ci che ; ma rende tutti gli esseri possibili assolutamente perfetti, cio perfetti per se, aventi la ragione della loro perfezione in se stessi, e in questo, ch'essi esistono cos e sono cos fatti; perfezione indipendente da qualunque ragione o necessit estrinseca e da qualunque preesistenza. Cos tutte le perfezioni relative diventano assolute, e gli assoluti in luogo di svanire, si moltiplicano, e in modo ch'essi ponno essere e diversi e contrari fra loro: laddove finora si supposta impossibile la contrariet in tutto ci che assolutamente si negava o affermava, che si stimava assolutamente e indipendentemente buono o cattivo; restringendo la contrariet, e la possibilit sua, a' soli relativi, e loro idee.

Rivolto a superare le antinomie fondamentali del pensiero occidentale [NOTA: IMMEDIATAMENTE PRIMA Leopardi ha ipotizzato la possibilit di una sostanza composta ma immateriale, dopo aver giudicato sciocco il considerare lidea dello spirito come essenzialmente inseparabile da quella di ente semplice, e il confondere lidea astratta della composizone con quella della materia [continua il pensiero:
Quasi che le sostanze componenti non potessero esser che materiali, e non ci potesse essere una sostanza composta ma immateriale, perch composta di sostanze immateriali. Il che tanto possibile e facile n pi n meno quanto che esistano sostanze materiali composte. Se possono esistere sostanze immateriali, possono anche esistere sostanze composte da sostanze immateriali, e bench composte non saranno mai altro che immateriali. Quindi trovata l'idea dello spirito, non si fatto altro che trovare una cosa di cui nulla possiamo negare o affermare, non gi l'idea astratta dell'ente semplice. Lo spirito potr dividersi all'infinito come la materia, e dopo giunti allo spirito, dovremo tanto penare per raggiungere l'ente semplice o la sua idea, quanto dopo la congnizione della materia. Cos dico dell'idea delle parti], il progetto sembra trovare pieno adempimento in rappresentazioni di figure e

5.

oggetti (e moti e ritmi) che appaiono, per la prima volta nelle Operette, come aventi la ragione della loro perfezione in se stessi, e in questo, chessi esistono cos e sono cos fatti. Si pensi, per fare un esempio solo, ai segni di speranza che rasserenano il finale del Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierez: ... quella canna che andava in sul mare a galla, e mostra essere tagliata di poco; e quel ramicello di albero con quelle coccole rosse e fresche.... anche nei canti che nasceranno dopo limpegno speculativo e polemico delle Operette morali ogni aspetto del reale tender a manifestarsi in epifanie altrettanto umilmente assolute. Magnanima accettazione del proprio destino (... il nostro fato, dove egli ci tragga, da seguire con animo forte e grande afferma il Parini alla fine della Operetta a lui dedicata), nella infelice - e splendida - scena del mondo (La vita solitaria, 47): pare questa lunica via duscita, se pu considerarsi tale, conclusioni sul male intrinseco allessere, che Leopardi non abbandoner pi. Di fatto, il risorgimento degli af fetti cantato nel 1828 e che annuncia la ripresa della poesia in versi con i cosiddetti grandi Idilli, non implica in alcun

modo un qualsiasi qcquisto di fiducia, bens laccentuarsi di un atteggiamento di fronte alle cose, di cui le Operette offrono gi lindicazione e non soltanto in quei momenti di moltiplicazione dellassoluto [NOTA: nemmeno pi tardi muta la visione negativa leopardiana. Spetta a W. Binni il grande merito di aver rivelato la tensione appassionata della nuova poetica dopo la fase dei grandi Idilli; ma non appare convincente la successiva proposta di una convergenza con la tesi luporiniana di un Leopardi, a suo modo, progressivo]. Il racconto delle vicende umanenellOperetta che apre la raccolta prospetta gi un tragico lieto fine: Amore figlio di Venere celeste scende come deus ex machina a consolare gli animi dei pochi eletti, esposti pi degli altri alle ferite della fortuna e degli uomini. Ma gi prima del suo finale intervento la rappresentazione del ciclico susseguirsi di fasi paurosamente dolorose e di fasi meno aspre ha suggerito un senso di superiore pacificazione. E anche dopo la Storia lesistenza del mondo e di ogni creatura viene configurandosi come moto perennemente circolare. Che appare, certo sotto specie di perpetuo circuito di produzione e distruzione [NOTA: Dialogo della Natura e di un Islandese. La stessa idea e la stessa immagine sincontrano gi nello Zib. in un pensiero del 20 agosto 1821, in forma di rettifica a unimpostazione tutta diversa: La natura madre
benignissima del tutto, ed anche de particolari generi e specie che in esso si contengono, ma non deglindividui. Questi servono sovente a loro spese al bene del genere, della specie, o del tutto, al quale serve pure talvolta con proprio danno la specie e il genere stesso. gi notato che la morte serve alla vita, e che lordine naturale, un cerchio di distruzione, e riproduzione, e di cangiamenti regolari e costanti quanto al tutto, ma non quanto alle parti, le quali accidentalmente servono agli stessi fini ora in un modo ora in un altro. [1530-31]] quando se ne vedano gli effeti sulle creature (non sul mondo, alla cui conservazione ciascuna serve continuamente); anche, tuttavia, come ritmo perfettissimo, quando sia contemplato per se stesso, al di fuori di qualsiasi preoccupazione per le sorti dei singoli esistenti. E lIslandese riceve la rivelazione del perpetuo circuito della Natura stessa, che gli apparsa come unentit di volto mezzo tra bello e terribile. Attraverso la scoperta del moto circolare che governa le cose Leopardi, che intanto distrutto qualunque schermo ideologico lo separasse dal contatto col reale, sembra finalmente essere giunto a quella meta che si era prefissa: ...la cognizione del vero non altro che lo spogliarsi degli errori, e sapientissimo quello che sa vedere le cose che gli stanno davanti agli occhi, senza prestar loro le qualit chesse non hanno. La natura ci sta tutta spiegata davanti, nuda ed aperta. Per ben conoscerla non bisogno alzare alcun velo che la cuopra: bisogno rimuovere glimpedimenti e le alterazioni che sono nei nostri occhi e nel nostro intelletto; e queste, fabbricateci e cagionateci da noi col nostro raziocinio. Quindi che i pi semplici pi sanno: che la semplicit, come dice un filosofo tedesco, (Wieland) sottilissima, che i fanciulli e i selvaggi pi vergini vincono di sapienza le persone pi addottrinate: cio pi mescolate di elementi stranieri al loro intelletto. (Zib. 2710; 21 MAGGIO 1823 ). [NOTA: il nodo di pensieri sintetizato dalla rappresentazione del Dialogo implica unaltra, complementare conclusione, che sar resa esplicita in termini discorsivi nello Zib. il 2 giugno 1824: ossia il convincimento della totale inadeguatezza della ragione alla conoscenza del reale: Non pu una cosa insieme essere e non essere, pare assolutamente falso quando si considerino le contraddizioni palpabili che sono in natura. L'essere effettivamente, e il non potere in alcun modo esser felice, e ci per impotenza innata e inseparabile dall'esistenza, anzi pure il non poter non essere infelice, sono due verit tanto ben dimostrate e certe intorno all'uomo e ad ogni vivente, quanto possa esserlo verit alcuna secondo i nostri principii e la nostra esperienza. Or l'essere, unito all'infelicit, ed unitovi necessariamente e per propria essenza, cosa contraria dirittamente a se stessa, alla perfezione e al fine proprio che la sola felicit, dannoso a se stesso e suo proprio inimico. Dunque l'essere dei viventi in contraddizione naturale essenziale e necessaria con se medesimo. La qual contraddizione apparisce ancora nella essenziale imperfezione dell'esistenza (imperfezione dimostrata dalla necessit di essere infelice, e compresa in lei); cio nell'essere, ed essere per necessit imperfettamente, cio con esistenza non vera e propria. Di pi che una tale essenza comprenda in se una necessaria cagione e principio di essere malamente, come pu stare, se il male per sua natura contrario all'essenza rispettiva delle cose e perci solo male? Se l'essere infelicemente non essere malamente, l'infelicit non sar dunque un male a chi la soffre n contraria e nemica al suo subbietto, anzi gli sar un bene poich tutto quello che si contiene nella propria essenza e natura di un ente dev'essere un bene per quell'ente. Chi pu comprendere queste mostruosit? Intanto l'infelicit necessaria de' viventi certa. E per secondo tutti i principii della ragione ed esperienza nostra, meglio assoluto ai viventi il non essere che l'essere. Ma questo ancora come si pu comprendere? che il nulla e ci che non , sia meglio di qualche cosa? L'amor proprio incompatibile colla felicit, causa della infelicit necessariamente, se non vi fosse amor proprio non vi sarebbe infelicit, e da altra parte la felicit non pu aver luogo senz'amor proprio, come ho provato altrove, e l'idea di quella suppone l'idea e l'esistenza di questo. Del resto e in generale certissimo che nella natura delle cose si scuoprono mille contraddizioni in mille generi e di mille qualit, non delle apparenti, ma delle dimostrate con tutti i lumi e l'esattezza la pi geometrica della metafisica e della logica; e tanto evidenti per noi quanto lo la verit della proposizione Non pu una cosa a un tempo essere e non essere. Onde ci bisogna rinunziare alla credenza o di questa o di quelle. E in ambo i modi rinunzieremo alla nostra ragione (4099-4100)]

Tutta spiegata, nuda e aperta sta la Natura davanti allIslandese: tutta spiegata appare la natura davanti allautore delle Operette morali, in un regale distacco in cui la bellezza si fonde con una indifferenza che alle creature sembra crudelt [NOTA: E Mario Praz ha trovato infatti sostanziale rispondenza tra gli argomenti svolti da Leopardi e il discorso di Almani nella Justine di Sade sulla crudelt della natura]. Non nel dimenticare le conclusioni negative della ragione e nel tornare a una qualche speranza o fiducia sta per Leopardi la possibilit di una visione pacificata; bens nella totale rinuncia a qualsiasi speranza e fiducia. Lintervento salvifico di Amo re si annuncia soltanto dopo che il

ritmo ciclico della storia umana si dispiegato lungo la narrazione; e Plotino esorta Porfirio a sopportare la fatica della vita per amore delle persone care dopo avergli ricordato come lesistenza si svolga secondo un ritmo dincessanti ritorni. Ma lesempio pi alto ed evidente di questa conquistata coscienza offerto dal Coro dei morti del Ruysch, dove la perfetta circolarit della forma coincide con la rappresentazione forse pi ardita nellintera opera leopardiana : di un ritorno dalla morte al pensiero della vita, visto dalla aprte della morte, nella assoluta abolizione di ogni schermo tra prima e dopo, al di qua e al di l, soggetto e oggetto. La ignuda natura dei morti appar infine in comunione col fondo di tutte le cose, nel quale si acquieta ogni affanno. il punto darrivo nella ricerca del poetico della natura, che si svela infine come morte intrinseca allessere. E dallultimo grado della meditazione si libera di nuovo, a contatto con il cuore delle cose, la poesia in versi del Coro; simpenna sula prosa che ha accompaganto larrivo a quella soglia. Se possibile parlare di un superamento delle premesse nichiliste nel corso delle Operette morali, anche possibile individuarne le premesse fin dalla Storia. Nelliniziale visione totalmente negativa latente la disperata pace degli sviluppi ulteriori: lestatica contemplazione dell Elogio degli uccelli e del Colombo, labolizione del rimpianto e della speranza che scaturisce dalla considerazione del perenne ritorno di un tempo che si richiama alle Origini nel Venditore dalmanacchi, linvocazione di Tristano alla morte nellaltro Dialogo del 32, in cui si placa la tensione polemica, risorta, derisoria come mai prima, a spazzar via le favole moderne, capaci pur sempre, se non dimpedire il raggiungimento di una meta ormai chiara, dintralciare il cammino col riscatto delle mezze verit. E la scoperta manifestata soprattutto dal Coro, permessa e quasi prodotta dalla pi rigorosa strategia negativa, costituisce un punto fermo per lo svolgimento di tutta lopera successiva, anche al di fuori delle Operette morali. La presuppongono i risultati pi alti dei grandi Idilli, la melodia infinita del Canto notturno, che torna su se stessa con lo steso andamento ciclico della luna interrogata dal pastore, loffrisi delle cose come in un eterno presente (Sgombrarsi la campagna, E chiaro nella valle il fiume appare), come se lo sguardo del poeta avesse riacquistato l acume fanciullesco e antico rimpianto fin dal Discorso di un Italiano intorno alla poesia romantica, quando ciascun oggetto che vedevamo ci pareva che in certo modo accenndao, quasi mostrasse di volerci favellare. Da tutta la successiva posia leopardiana, pur cos capace di nuova vita, pare ancora posarsi sulle cose lo sguardo dei morti del Ruysch. Si potr certo obiettare che il modo di conoscenza qui attribuito a Leopardi dedotto soprattutto dallanalisi di fatti stilistici. Ma sar obiezione fondata sul rifiuto della forza consocitiva propria del testo poetico, che non riducibile a mero veicolo di un pensiero gi compiuto, ed invece capace di costituire un suo proprio senso che, al limite, pu persino contraddire il significato del messaggio esplicito. 6. Dalla individuazione della prosa come strumento espressivo peculiare del poetare moderno, alal decisione di farsi filosofo moderno e alla composizione nel 24 della massima parte delle Operette morali, Leopardi muove con un passo incalzante verso la meta e , correndo un rischio massimo, gioca tutte le sue carte nella scommessa. Si trattava, in realt, di una somma di rischi. Facendosi filosofo, filosofo moderno, Leopardi doveva evitare di fermarsi a mezza strada, prima di avere sradicato tutti gli errori costruiti dalla mente umana, tutte le verit positive. Convertendosi alla filosofia, aveva candidato se stesso come ultimo filosofo, come affossatore della filosofia; e nessuna garanzia gli si offriva, daltronde, nonch di giungere alla meta, di verificare lipotesi di un ritrovamento, aquel punto, di una condizione conoscitiva e vitale incontaminata. Sul versante formale il pericolo, altrettanto grave, era costituito dalla possibile resa ai modi caratteristici della prosa moderna di stampo francese o francesizzante. La lingua francese infatti sottoposta nella sua forma alla servit della ragione; in essa, poesia e prosa sono state livellate da quella stessa forza nefasta. La lingua italiana, privilegiata dalla sua indole antica, offre per allo scrittore i mezzi per sottrarsi a quella schiavit :
... Tutto ci ch precisamente definito, potr bene aver luogo talvolta nel linguaggio poetico, giacch non bisogna considerar l a sua natura che nellinsieme, ma certo propriamente parlando, e per se stesso, non poetico. Lo stesso effetto e la stessa natura si osserva in una prosa che senza esser poetica, sia per sublime, elevata, magnifica, grandiloquente. La vera nobilt dello stile prosaico, consiste essa pure costantemente in non so che dindefinito. Tale suol essere la prosa degli antichi, greci e latini. E v non pertanto assai notabile diversit fra lindefini to del linguaggio poetico, e quello del prosaico, oratorio ec. Quindi si veda come sia per sua natura incapace di poesia la lingua francese, la quale incapacissima dindefinito, e dove anche ne pi sublimi stili, non trovi mai altro che perpetua, ed intera definitezza. Anche il non aver la lingua francese un linguaggio diviso dal volgo, la rende incapace dindefinito, e quindi di l inguaggio poetico, e poich la lingua quasi tuttuno colle cose, incapace anche di vera poesia. N solo di linguaggio poetico, ma anche di quel nobile e maestoso linguaggio prosaico, ch proprio degli antichi, e fra tutt i i moderni deglitaliani (degli spagnuoli ancora, e de francesi prima della riforma), e che ho specificato qui dietro. (Zib. 1901-1902; 12 ottobre 1821)

Limpresa di Leopardi, scrittore italiano, diretta a offrire alla letteratura nazionale una prosa filosofica, che essa non possiede. La presente situazione dellItalia caratterizzata dallassenza di letteratura propria moderna e di filosofia moderna; e se sinterpretano in reciproco rapporto gli appunti alle pp. 1057 -58 e 1997-98 dello Zibaldone, lassenza di letteratura prosastica moderna appare come la conseguenza della mancanza di filosofia moderna. N valgono a

colmare il vuoto calchi eseguiti su modelli stranieri: la prosa italiana foggiata su schemi settecenteschi francesi ne ripete fatalmente laridit, la secchezza meramente geometrica, quindi si pone al di fuori di una tradizione che devessere ravvisata e non spenta. In Leopardi passione nazionale, coscienza linguistica, ricerca letteraria e tensione filosofica negativa tendono a convergere, in polemica sia con la restaurazione politico-sociale, il purismo linguistico, laccademismo letterario, sia con il cosmopolitismo, la vicendevole fratellanza delle scienze e delle arti, i miracoli dellindustria, lo schematismo linguistico e letterario di origine francese, il carattere analitico della filosofia moderna:
Lanalisi delle cose la morte della bellezza o della grandezza loro, e la morte della poesia. Cos lanalisi delle idee, il risolverle nelle loro parti ed elementi, e il presentare nude e isolate e senza veruno accompagnamento didee concomitanti, le dette parti o elementi didee. Questo appunto ci che fanno i termini, e qui consiste la differenza ch tra la precisione, e la propriet delle voci. La massima parte delle voci filosofiche divenute comuni oggid... non fa altro che esprimere idee gi contenute nelle idee antiche, ma ora separate dalle altre parti delle idee madri, mediante lanalisi che il progresso dello spirito umano ha fatto naturalmente di queste idee madri... Quindi la secchezza che risulta dalluso de termini (Zib. 1234-1235)

Risalendo al 21, un pensiero come questo appartiene, certo, a una fase ancora antifilosofica; tuttavia le posizioni raggiunte da Leopardi nel 23 derivano, assai pi che da uninversione di rotta, da un pi rigoroso sviluppo di tali premesse. La scomposizione delle idee madri in idee particolari appare nel 21 come distruzione di totalit conoscitive, frantumate in verit positive particolari ; nel 23 il procedimento analitico non affatto rinnegato , bens vagheggiato nelle sue cnseguenze ultime: come sradicamento totale di verit positive sia generali sia particolari, e conquista di un Vero negativo. Parallelamente, sul piano linguistico-stilistico, il rifiuto dei termini mantenuto; ma lattuazione di una prosa caratterizzata dalla ricerca dell indefinito si concreta, nelle Operette, assai meno che negli Idilli e nelle Canzoni, come ricerca del vago e dell ardito (meno che mai del grandiloquente): assai pi, invece, come scoperta del senso negativo celato in tante voci o costruzioni vaghe ardite poetiche. Nel dibattere da vari angoli visuali la questione teorica e, al tempo stesso, nellelaborare la sua nuova poetica di prosatore italiano moderno, Leopardi oscilla invero, nel giro di qualche anno, tra ipotesi di soluzione anche distanti. Ma al disotto del susseguirsi di risposte anche divergenti possibile scorgere un procedere, discontinuo ma graduale, verso il superamento di contrasti che dapprincipio sembravano insormontabili. Ad attenuare la constatazione che la buona lingua italiana non mai stata applicata al genere filosofico moderno e preciso, e a rafforzare il convincimento che esso possa e debba aprirsi anche a quel genere filosofico che possiamo generalmente chiamare metafisico, e che abbraccia la morale, lideologia, la psicologia (scienza de sentimenti, delle passioni e del cuore umano) la logica, la politica pi sottile ec., che la parte principalis sima e quasi il tutto degli studi e della vita doggid , stanno le eccezioni registrate il 13 luglio 1821: gli scritti scientifici del Galilei, del Redi e pochi altri, gli scritti politici del Machiavelli e di qualche altro antico, riusciti perfettamente quanto alla lingua, ed in ordine alla amteria, quanto comportavano i tempi e le cognizioni dallora ( Zib. 1316-17). Con discorso pi generale il 30 ottobre la lingua italiana giudicata capacissima di stile preciso e capacissima deleganza, anche se non nei tempi modernim (come si vede in Galileo, purissimo italiano se non elegante dovunque preciso e matematico), e a differenza della lingua francese, che incapacissima di eleganza. Il 14 novembre Leopardi fa unaffermazione anche pi larga:
... la lingua italiana essendo fra le lingue moderne formate la pi antica di fatto e dindole, la pi libera ec. (tanto chella vince in queste qualit la stessa latina sua madre) sommamente capace di filosofia, per astrusa che possa essere, quando coloro che ladoprano, sappiano conoscere e impiegare le sue qualit, e le immense sue forze, e le forme di cui suscettibile per sua natura, e volerla applicare alle cose moderne ec.

A mano a mano che sapprossima il tempo delle Operette, la meditazione leopardiana sui problemi che condizionano lidea e la composizione del libro si concreta in blocchi di pagine dello Zibaldone via via pi compatti. Tra il 1 e il 2 settembre 1823, a breve distanza ormai dallo scatto inventivo del 24, Leopardi riempie d i seguito ventidue pagine, dedicandole interamente alla situazione dello scrittore italiano moderno. Motivi gi dibattuti e spunti gi proposti sono ripresi e immessi in un discorso che aspira allaorganicit. I dati sono fissati in modo netto: assenza di lingua nazionale moderna in Italia, derivata dallassenza di letteratura da pi di centocinquantanni, in coincidenza col sorgere e il progredire delle letterature europee, sensibili al movimento della cultura nuova: Ci singolarmente si pu dire in quanto alla filosofia, la quale rinata dopo la detta epoca, e tutta nuova, fa parere pi che pigmea la filosofia di tutti gli altri secoli insieme. Ella divenuta la scienza, il carattere, la propriet de moderni; ella regge, domina, vivifica, anima tutta la letteratura moderna; ella n la materia e il subbietto; ella in somma il tutto oggid negli studi, e in qualsivoglia genere di scrittura; o certo nulla senza di lei . (Zib. 3321). Glis crittori italiani dei tempi recenti sono caduti in due errori opposti ed equivalenti: o hanno imitato la lingua e la letteratura antica, precludendosi la possibilit di essere scrittori vivi, o hanno imitato le letterature straniere e, di conseguenza, i loro schemi linguistici, andando a scuola dagli stranieri e cos seguendo barbarie venuta in uso. (Una barbarie certo non consistente soltanto nellabbandono della tradizione nazionale, ma piuttosto, visto che Leopardi non purista n nazionalista n classicista in senso accademico, costituita dallobbedien za a codici mentali e de espressivi tipicamente moderni). La constatazione non sembra per impedire un via duscita: da cercarsi non certo nellaccettazione inerte del patrimonio linguistico italiano, ma nell indole della nostra lingua, che lingua antica bens, ma ricchissima, vastissima, bellissima, potentissima
volendo dare alla moderna Italia una moderna letteratura, conviene non gi mutare la sua antica lingua, n disfarla, n rinnovarla, ma salvi i suoi fondamenti, lindole e propriet sua, e tutti i suoi pregi secondo le loro speciali e proprie qualit, rimodernarla, e fare in modo che la lingua

moderna italiana illustre sia propriamente una continuazione, una derivazione dellantica, anzi la medesima antica lingua con tinuata. (Zib. 3325-26)

quanto pi penetrer nellindole della lingua italiana, che dinamica, tanto pi, per questa via paradossale, lo scrittore ne attuer il rinnovamento. Consepevole del rapporto dinterazione che corre tra lingua e letteratura, Leopardi oscilla tra la speranza di un autentico rinnovamento linguistico affidato a scrittori che dovrebbero per fabbricarsi lo strumento con cui significare loro idee, e la previsione di una lingua foggiata da una nuova letteratura soggetta alle idee e al gusto dominante:
con mio dispiacere predco che seppur avremo mai pi lingua moderna propria, questa non nascer dallantica n a lei corrispo nder, ma nascendo dalla nuova letteratura, a questa sar conforme: ed essendo di origine straniera, ci si verr appoco appoco appropriando e pigliando forme nazionali (quai chelle saranno per essere; non gi le antiche)... (Zib. 3333)

[...] Eppure, diviso tra speranze non confortate dalla realt contemporanea e previsioni di uno sviluppo storico che avverr nel segno della barbarie, lanimo di Leopardi si orienta, nonostante tutto, nel senso della speranza, privo di altri punti dappoggio allinfuori di una non dichiarata ma trasparente fiducia nelle proprie forze. , in realt, un autoritratto il profilo dellitaliano che, com e gi nel Discorso intorno alla poesia romantica, si pone al di sopra dello scontro in atto dal 1816 tra conservatori e novatori, classicisti e romantici, paladini della tradizione nazionale e fautori di aperture europee, idolatri delle forme e agitatori di idee e problemi: incapaci, tutti, di operare una sintesi tra poli che soltanto in astratto appaiono contrapposti:
Quindi si consideri... la vera infelicit della condizione in cui si trova oggid litaliano che aspiri ad esser scrittor classico, cio pensare originalmente, dir cose proprie del tempo, dirle in modo proprio del tempo, e perfettamente adoperare la sua lingua, senza le quali condizioni, e una sola che ne manchi, non si pu mai n pretendere giustamente, n ragionevolmente sperare limmortali t letteraria. (Alla quale, e sia detto per incidenza, ben raro o niuno che giungesse per mezzo di opere scritte in lingua non sua; come se noi spaventati dalle difficolt che ho detto e son per dire, volessimo scrivere in francese piuttosto che in italiano.) (Zib.3326-27)

Il riferimento allimpresa individuale di Dante nel pensiero -postilla del 2 settembre 1823 (Zib. 3338-40) conferma che Leopardi pensa a un rinnovamento linguistico operato dalliniziativa di uno scrittore nuovo. Sar tuttavia un altro argomento, non deducibile da queste n da altre pagine, a svelare in modo decisivo la disperta fiducia che a un certo punto prevale in lui: il fatto oggettivo che di l a qualche mese scelga di esser lui, nonostante tutti i segni riconosciuti avversi allimpresa, quello scrittore italiano moderno, prosatore e filosofo. Se lo Zibaldone chiarisce tra il 21 e il 23 ragioni e modi del costituirsi nella mente di Leopardi dellidea delle Operette, lesistenza delle Operette a rivelare al lettore doggi il senso pi vero delle pagine zibaldoniane, nelle quali le considerazioni teoriche non si esauriscono in s ma si aprono alla progettazione; senza perdere, per questa loro natura eteronoma, vigore teoretico, eppure rinviando oltre se stesse, a un piano pi alto. Nei tempi del processo conoscitivo leopardiano dallo Zibaldone alle Operette morali linterpretazione della realt storica si muta, davvero, nella sua trasformazione. Scelta della prosa in accordo col pensiero moderno, seguto solo inquanto distruttore di errori, antichi e nuovi, significa anche rifiuto di schemi stilistici fissati da una letteratura filosofica e scientifica dominata dalla ragione geometrica; e la ricerca, al di l d essi, di un nuovo stile, atto a esprimere una visione tot almente spoglia dinganni e, al di l di questa, il senso, non definibile in termini razionali, del rapporto profondo con la totalit, con la universit delle cose, non viziato da alcuno schema ideologico, n antico n moderno. Una prosa, perci, quasi assolutamente priva di abbellimenti, se non per ottenere efffetti deformanti (come per es. nella Proposta dei premi), del tutto aliena dalla floridezza lessicale e ritmica della tradizione avviata dal Boccaccio (cfr. Zib. 1384-86); spesso disadorna, invece, ma non nella soddisfatta compostezza di una scrittura filosofica o scientifica settecentesca; bens come affiorante da un fondo di buio e di silenzio. E increspata da voci antiche, liberamente derivate da autori del Tre, del Cinque, del Seicento, o che rinviano alla origine latina; mai ripescate con intenti puristici ma scempre a evocare un passato non definibile in termini storici [NOTA: C. Vossler conside lamore leopardiano per larcaismo come volont di ritorno alla semplice e fresca voce della giovent dei popoli (Leopardi, [1923], p.217)]; e sintatticamente, prosa svariante da una scansione aforistica ritmata secondo modi negativi a movimenti ampi, poggianti su riprese, su ritorni; gravitante, infine, intorno a pochi perni, costiducono ai centri della meditazione veramente filosofica la felicit, la morte, il destino, il nulla. Se si riconosce che limpulso e il motore della scrittura leopardiana di titpo piuttosto conoscitivo che letterario e, daltra parte, che il modello di esistenza al qu ale egli guarda per giudicare su quel metro il mondo contemporaneo non si pu situare in un momento storico determinato, occorre prender atto della difficolt disolare un periodo di storia della prosa italiana (non si dice un autore) per trovarvi certe pr emesse di quei risultati. I ricorrenti arcaismi lessicali e sintattici rinviano a tutta la tradizione italiana fino a quel Settecento in cui, effettivamente, essa si trasform anche sotto lurgere di un tipo straniero di prosa formatosi in accordo con un pensiero razionalistico appagato dalle verit positive conquistate. Sulla scorta di giudizi formulati nello Zibaldone e delle scelte operate pi tardi per la Crestomazia si potr, al pi indicare un preferenza per il Cinquecento, visto coem secolo della maturit prosastica. [...] Se si terr conto di questi dati e del fatto che anche allinterno di un determinato mbito storico le preferenze e la reattivit di Leopardi si manifestabno specialmente di fronte a testi coem quelli raccolti nelle sezioni Filosofia speculativa e Filosofia pratica della Crestomazia, si dovr concludere che una ricerca, se non di fonti, di premesse, di

rispondenze nel passato a situazioni, quadri spunti, modi stilistici delle Operette morali sar pi fruttuosa se orientata verso testi che potevano imporsi allattenzione o riafforare alla memoria anzitutto per ragioni filosofiche. ( Anzitutto, enon soltanto, sintende; poich Leopardi nega persino la possibilit di un pensiero separato dallespressione [cfr. Zib. 1694; 13 settembre 1821]). FRAMMENTO SUL SUICIDIO

Che vale il dire che luomo cambiato? Se anche la natura invecchiasse o potesse mai cambiarsi ecc. Ma poich ecc. e la felicit che la natura ci ha destinata, e le vie dottenerla sono sempre immutabili e sole, a che fine ci condurr laverle abbandonate che cosa dimostrano tante morti volontarie ecc. se nonch gli uomini sono stanchi e disperati di questa esistenza? Anticamente gli uomini si uccidevano per eroismo per illusioni per passioni violente ecc. e le morti loro erano illustri. ecc. Ma ora che leroismo e le illusioni sono sparite, e le passioni cos indebolite, che vuol dire che il numero dei suicidi tanto maggiore e non solamente nelle persone illustri per grandi sventure come una volta, e nutrite di grandi immaginazioni, ma in ogni classe, tanto che queste morti neanche sono pi illustri? Che vuol dire che lInghilterra n stata sempre pi feconda che le altre parti? Vuol dire che in Inghilterra si medita pi che altrove, e dovunque si medita, senza immaginazione ed entusiasmo, si desta la vita; vuol dire che la cognizione delle cose conduce il desiderio alla morte ecc. Ed ora si vedono morti volontarie fatte con tutta freddezza. E infatti se togliamo il timore o la speranza del futuro, non cos meschino calcolatore che ragguagliando le partite di una vita nulla e morta e piena di dolore e di noia certa che inevitabile ecc.ecc.ecc. E pure il suicidio la cosa pi mostruosa in natura ecc.ecc. Non pi possibile lingannarci o il dissimulare. La filosofia che ha fatto conoscer tanto che quella dimenticanza di noi stessi chera facile una volta, ora impossibile. O la immaginazione torner in vigore, e le illusioni riprenderanno corpo e sostanza in una vita energica e mobile, e la vita torner ad esser cosa viva e non morta, e la grandezza e la bellezza delle cose torneranno a pare re una sostanza, e la religione riacquister il suo credito; o questo mondo diverr un serraglio di disperati, e forse anche un deserto. So che questi parranno sogni e follie, come so ancora che chiunque trentanni addietro avesse prenunziata questa immensa rivoluzione di cose e di opinioni della quale siamo stati e siamo spettatori e parte, non avrebbe trovato chi si degnasse di mettere in beffa il suo vaticinio ecc. In somma il continuare in questa vita della quale abbiamo conosciuto linfelicit e il nulla, senza distrazioni vive, e senza quelle illusioni su cui l a natura ha stabilita la nostra vita, non possibile. Tuttavia la politica segue ad esser quasi puramente matematica, in cambio desser filosofica, quasi che convenisse alla filosofia dopo aver distrutto ogni cosa ladoprarsi a riedificare (quando anzi questo devessere il suo vero oggetto presentemente, al contrario de tempi dignoranza), e chella non dovesse mai fare u n gran bene agli uomini, perch fin qui non ha fatto loro altro che beni piccoli e mali sommi. Oggetto primitivo della natura nel variare le cose: la distrazione delluomo, e il non farlo fermare a lungo in nessun oggetto neanche nel piacere il quale dopo lungo desiderio allora ch conseguito ci diventa arena tra le mani, e come quegli ebrei che dicevano haec est illa Noemis? Cos noi sempre e inevitabilmente diciamo allora questo quel gran piacere? Tutto il piano della natura intorno alla vita umana si aggira sopra la gran legge di distrazione, illusione e dimenticanza. Quanto pi questa legge svigorita tanto pi il mondo va in perdizione. Pochissimi convengono che le cose antiche fossero veramente pi felici delle moderne, e questi pochissimi le riguardano come cose alla quali non si dee pi pensare perch le circostanze sono cambiate. Ma la natura non cambiata, e unaltra felicit non si trova, e la filosofia moderna non si dee vantare di nulla se non capace di ridurci a uno stato nel quale possiamo esser felici. O sieno cose antiche o non antiche, il fatto sta che quelle convenivano alluomo e queste no, e che allora si viveva anche morendo, e ora si muore vivendo, e che non ci sono altri mez zi che quegli antichi per tornare ad amare e a sentir la vita.

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