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MURSIA
Titolo originale dell'opera: Un prtre en 1839 Traduzione dal francese di Gioia Re Bernardinis Revisione di Ugo Perugini <">,' -,

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Anno Ristampa
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I
La sera del 12 marzo dell'anno di grazia 1839, la vecchia campana della Chiesa di St. Nicolas chiamava i fedeli al sermone della Quaresima. Non eravamo pi ai bei tempi in cui Carlo Magno scriveva: rSiquis sacrum quadragesimale ieiunum despectu Christianitatis contempserit et carnem comederit, morte moratur, sed tamen consideratur a sacerdote ne forte causa necessitatis hoc cuilibet proveniat et carnem comedat.1 I fedeli erano numerosi per via della fama del predicatore, e il favore delle tenebre della sera aumentava la devozione di alcuni e metteva al riparo

il rispetto umano di altri. Il sermone non era dedicato in particolare alle donne e neppure agli uomini. La parrocchia, riempita all'inverosimile dai fedeli di
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Se qualcuno non osserver il digiuno quaresimale in disprezzo della Cristianit e manger carne, che muoia; tuttavia il sacerdote tenga conto se il fatto di mangiare carne per caso non debba attribuirsi a una qualsiasi causa di forza maggiore (N.d.F).

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quelle circostanti, costringeva le pie moltitudini che non avevano potuto accedervi sotto gli oscuri porticati di St. Nicolas. Era un edificio molto antico e, certamente, l'impronta dell'epoca in cui era stato costruito non era impressa sulle sue vecchie mura, cancrenose e fatiscenti. L'irregolarit regnava e dominava: vi era un tozzo pilastro, spesso, schiacciato, grosso come una zampa d'elefante, senz'alcuna linea architettonica, gravato dal peso d'una volta bassa e opprimente; non si era affatto pensato di arricchirlo con quelle graziose colonnine presenti nel capitello corinzio, traforato a giorno, le cui foglie d'acanto sembrano tremare al vento della sera per dissimularne il massiccio spessore, apprezzato nel XIII secolo. Lo si era costruito nello stile ogivale primitivo. L un grosso pilastro sovraccarico e sformato; l, un secondo magro, ossuto, vera canna di pietra, e regge insieme a un terzo pilastro pressappoco simile, almeno per l'altezza, una sorta d'architrave che sostiene una volta opposta a quella che insiste sul primo pilastro; agli altri angoli, masse di pietra non meno difformi. Da un altro lato, dopo la volta in pietra massiccia, una volta di legno, sostenuta da strutture in legno istoriate, intagliate, ornate di incrostazioni, scolpite con mille e mille figurine tutte una diversa dall'altra; l una testa

di mostro, dal naso schiacciato e la bocca orrendamente spalancata, guarnita di zanne o enormi denti che nulla hanno d'umano, dai capelli irti, ricci, lisci, ritti, appiattiti - testa ibrida alla quale un parrucchiere moderno, anche il pi esperto, non potrebbe assegnare un posto preciso nell'ordine architettonico dell'acconciatura. Accanto, una testa di cherubino, atterrito dall'orrendo volto del mostro, piange per il terrore (s, perch

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l'arte dello scultore aveva saputo far piangere il legno). Le parti delle travature incastrate le une nelle altre senza ordine non rappresentavano che una foresta di legni lavorati, intrecciati, fissati, contornati e saldati tra loro; l'occhio non vi scopriva che confusione, disordine, sconvolgimento; coglieva l una testa di gargouille,2 qui una testa di pesce marino scolpita su un montante. E tutta la storia di un lungo susseguirsi d'architetture era scritta in questa incredibile struttura; vi si vedeva l'originaria travatura con i tronchi appena squadrati, incavati in qualche parte, ruvidi e nodosi in altre; l un sostegno reggeva malamente e goffamente un pezzo enorme che, lungi dal rendere l'edificio pi stabile, solido e saldo, al contrario ne accentuava la precariet con il suo peso. Poi le immense armature avevano ceduto ed erano state nuovamente consolidate, risollevate, sostenute e fissate da nuovi sistemi di strutture di legno, ammassate le une sulle altre. I muri dell'antico e pericolante edificio sembravano cedere e sprofondare sotto i carichi enormi che li opprime- ? vano, schiacciati com'erano da gigantesche masse informi. La travatura, che sosteneva le scarse coperture al

posto delle volte, confondeva i suoi infiniti particolari, le miriadi di compartimenti e di incastri, nelle profonde ombre, nelle cavit spaccate, tarlate e scheggiate del vecchio campanile, che, costruito in un angolo senza alcuna logica, elevava la sua struttura fatta di vecchie lastre d'ardesia nell'atmosfera fumosa che lo anneriva ogni giorno di pi. Il santuario sembrava essere stato completamente dimen2

Doccia gotica che termina con una figura bizzarra dalle cui fauci esce l'acqua (N.d.R.}.

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ticato. Vi era una sola campana nella vecchia dimora; a lungo era stata la regina delle campane dei dintorni; a lungo aveva rappresentato la passione, la consolazione, il divertimento di qualche vecchio sagrestano che si era dondolato al suo suono, la domenica. Ma ogni cosa ha il suo tempo. E la vecchia parrocchia abbandonata era stata costretta a imporre il silenzio alla sua voce. Cos tutto passa: le teste scolpite che sporgevano all'interno del campanile guardavano tristemente e languidamente la vecchia abitante della casa sonora; ma, tranquilla, muta, infelice, essa tornava a gemere solo di tanto in tanto e sospirava, spandendo il suo suono fesso e belante, chiamando per lo pi i fedeli a qualche funzione minore, o a qualche funerale di terz'ordine; e, a stento, la domenica osava alzare la sua fragile e spezzata voce, esile e aspra, in mezzo ai concerti assordanti e tuonanti che formavano tra loro le campane, animate, amate e vezzeggiate delle parrocchie vicine. Com'era bello quando i vetusti sostegni della povera campana scricchiolavano, faticando a sostenere i suoi pesanti movimenti! Talvolta, dondolando lentamente, gemeva come in un pianto grave e malinconico e i

buoni cittadini dei tempi andati si fermavano sulla piccola piazza davanti alla chiesa e si inebriavano di quelle sue magiche vibrazioni. Talvolta, lanciata a tutta forza, spingeva lontano l'onda sonora del suo rintocco, ansimante, tormentata, un suono penetrante che faceva tremare il vecchio campanile della chiesa. Era quindi un giorno veramente straordinario quello in cui la vecchia campana, trascurata fino a poco prima come una povera inferma, si era rimessa il suo rumoroso abito, ricco di suoni. Ma perch mai la chiesa era circondata e schiacciata da una tale folla, compatta, curiosa, straripante?

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La piazza che, come ho detto, nei tempi in cui il piano regolatore delle citt non era ancora diventato un'essenziale necessit della vita, ornava e abbelliva la vecchia chiesa, era completamente scomparsa. Quando ancora esisteva quanti dei nostri avi si erano fermati davanti a quell'edificio antico, scrutandolo, passandoselo e ripassandoselo con gli occhi, frugando e analizzandolo da ogni prospettiva, lambiccandosi il cervello per scoprire i suoi segreti. Qual era la forma dell'edificio, perch la costruzione era tanto irregolare, perch il campanile era relegato in un angolo, perch i tetti erano acuti e rotondi, schiacciati, mansardati, a ogiva tanto da rendere l'edificio incomprensibile, a causa delle loro mille strutture contrastanti, incoerenti. Nessuno, infatti, si spiegava perch quell'edificio fosse stato rivestito di mille architetture diverse come un abito d'arlecchino! Tutte queste opere stridenti tra loro erano legate insieme con armature di ferro, come tiranti obliqui che balzavano immediatamente agli occhi. Niente linee rette, piani orizzontali, muri di

pietre regolari eretti al medesimo livello perch bisognava andare di traverso, togliere da una parte e guadagnare dall'altra, unire i costoloni della volta, le linee e i piani, per riuscire a collegare le varie costruzioni poste a livelli diversi. I nostri avi restavano l a chiedersi il perch di tutte quelle opere edilizie accatastate, ammassate le une sulle altre senza alcun ordine apparente. Oggi la gente ha altro da fare e domande del genere non se le pone pi. Se, del resto, si vuole visitare il vecchio edificio vi si entra o, se lo si osserva dall'esterno, si sale sui tetti di quelli vicini.

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La piazza, infatti, come dicevamo, non esiste pi e tutto intorno sono sorte case, appoggiate, addossate alla chiesa; case, al pari di quella, orribili, che ne hanno seguito i contorni, le forme, le rientranze, gli strapiombi e si sono adeguate alla struttura del vecchio edificio; nell'intento di occultare l'orrore della sua architettura, gli edifici costruiti intorno ne hanno altres riprodotto la struttura e sono diventati null'altro che tane orribili, antri, angoli scuri, in cui il povero seminudo va a nascondersi, il ladro va a occultare il proprio bottino, il brigante a sgozzare la sua vittima, la ragazza di malaffare a condurre i suoi loschi traffici. Degne dimore, degni abitanti! La folla continuava ad affluire, formicolava negli stretti corridoi, nei passaggi oscuri, appena scalfiti dalle incerte luci provenienti da fenditure coperte da vetri grommosi, sporchi di macchie di colore opache. La massa compatta, serrata, si spingeva, quasi in silenzio, ondeggiava, premeva e rinculava, a fianco a fianco, procedeva a gomiti protesi, con la testa alta, le gambe larghe, rasente ai muri, calpestando i gradini

ripidi e decrepiti della scala in rovina, scorticandosi le mani contro i muri ruvidi, soffocandosi nella calca, arrivando a fatica a salire un gradino per poi ridiscenderlo subito dopo, a volte sollevata, a volte risospinta all'indietro. Poi arrivati alla stretta porta di ingresso, l'unica, bassa e divisa in due da un capitello di pietra che sosteneva la statua mutilata del beato St. Nicolas, diventava difficile, se non impossibile, entrare. Due corridoi oscuri si dipartivano da l. Quello di cui abbiamo parlato, pieno all'inverosimile, l'altro ugualmente stracolmo. Le due fiumane di uomini e donne e bambini e 8
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malfattori, che si annidano sempre tra la folla, e ladri, che in mezzo ad essa trafficano, e prostitute, che trovano ovunque il modo di guadagnare, erano appena rischiarate dall'incerto bagliore di una tetra lucerna appesa al muro, appannata e pallida che anzich luce, proiettava sulla folla, un'ombra opaca e deforme che alterava i contorni delle masse. E la chiesa si riempiva sempre di pi; le seggiole, nel mezzo, raccolte una sull'altra e gonfie d'umidit, appiccicose e fredde, venivano separate, trascinate in malo modo. Si sollevava per aria un mormorio sordo dovuto allo spostarsi frenetico, all'agitarsi sempre crescente, che saliva, penetrava nelle vecchie crepe, nelle fessure dei muri, ronzava attorno ai pilastri danneggiati, dando un senso di animazione inconsueto. I vecchi echi risvegliati nelle loro oscure dimore ripetevano e dilatavano questo rumore di fondo come il rantolo di un morente: un rumore fatto di mille gesti rattenuti perch ogni individuo cercava di sistemarsi

in silenzio e tuttavia i suoi movimenti provocavano rumore che insieme a quello di tutti gli altri si perdeva verso l'alto, si infilava in ogni parte, percorreva con protervia le oscure navate, le volte abbassate, fino a far tintinnare le tremanti vetrate del tempio secolare. La chiesa si riempiva sempre di pi e le stradine adiacenti non si svuotavano. La campana continuava a suonare e ogni tanto emetteva un colpo secco e fioco che in chiesa si udiva appena; all'esterno, invece, le note pi sonore e i suoni pi vibranti si spandevano dappertutto tanto che la campana sembrava tornata ai tempi del suo massimo splendore. All'interno della chiesa, due uomini appesi alla corda della campana, sibilante ed elastica, si tendevano e si abbassavano, si alzavano e si rialzavano, secondo un ritmo prestabili-

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to, sotto gli sguardi invidiosi dei bambini che avrebbero volentieri fatto anch'essi quello strano gioco. Quello che si annunciava era un bel giorno: un nuovo predicatore, un pellegrino di ritorno dalla Terra Santa, passando per la citt di Nantes, veniva a raccontare la sua testimonianza ai suoi abitanti, narrando le meraviglie dei luoghi sacri e di passione e le emozioni vissute nell'antica Giudea. Era dunque per un valido e santo motivo che il popolo di Nantes era accorso. Il predicatore era un prete sconosciuto in citt e doveva essere un santo; un'attrattiva, una ragione in pi per la gente curiosa per la quale qualsiasi spettacolo buono, specie se gratis. Le prime persone, felicemente sistemate e sedute, in

attesa del sermone, iniziavano a conversare, parlando dapprima di cose religiose poi, pian piano, cadendo nel profano: - Devono essere belli - diceva Michel Randeau al suo amico Gustave Desperrier - questi viaggi in Palestina, per visitare i templi del Signore: davvero penoso essere condannati tutta la vita a restare nello stesso luogo. - L'ho sempre desiderato anch'io, come te, un viaggio del genere - rispondeva Gustave - e sono sicuro che non potr dire di aver vissuto finch non l'avr fatto; ci sto pensando sul serio. - D'altra parte, bisogna ringraziare questo santo predicatore, che si voluto fermare nella nostra citt; sono proprio curioso di vederlo; sfortunatamente dovremmo aspettare ancora un po' di tempo prima di soddisfare la nostra curiosit. - vero - continu Gustave - siamo arrivati presto, eppure abbiamo avuto difficolt a trovare il posto! Non riuscivo a districarmi da tutta quella folla. da tanto tempo 10
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che non venivo qui. A proposito perch il sermone si tiene proprio qui? - Non lo so, ma sono un po' preoccupato: ho dato appuntamento a Jules Deguay, che sempre in ritardo; non so pi come difendere il posto che ho tenuto per lui. - Ah, che non frequenta la chiesa e non sa come vanno queste cose: conduce una vita un po' allegra! Quanta gente, ho paura che questa massa ci travolga. Una massa di uomini ha una forza spaventosa. - Ah, ho visto Jules; si sta facendo largo a furia di spintoni; non lo ferma nessuno. Ah, per poco non

faceva cadere un intero gruppo di persone! - Ci ha visti! Se la sta prendendo con tutti; guarda, il sacrestano gli fa cenno di tacere. - Gi, guarda il gesto timorato che gli fa. Infine, dopo numerose gomitate, pedate, pugni, spinte, spallate, Jules Deguay, agitato, stanco, rabbioso, scavalcando, saltando, bestemmiando raggiunse il posto energicamente difeso dagli amici. - Che luogo orribile! - furono le sue prime parole, con grande scandalo delle persone vicine, che girarono la testa, facendosi il segno della croce. - Che mi possano impiccare alla campana pi alta del quartiere se qualcuno mi convince un'altra volta a sottopormi a questo supplizio per una sciocchezza simile. Si deve ancora aspettare tanto il vostro predicatore? - No, no. Senti, la campana comincia a suonare per la seconda volta. - Grazie. Ah, finalmente respiro un po'? Che razza di spelonca! Dicono che il diavolo di notte passeggi qui dentro. Non deve essere divertente pregare da soli in questo posto. 11
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- Senti - chiese Michel - sai forse perch il predicatore ha scelto questo vecchio rudere per tenere il suo sermone? - E che ne so! Ho ben altro a cui pensare. Io penso al diavolo. Dicono che da qualche tempo nel campanile di notte si senta un rumore di martelli e di sega; cavicchi che si piantano nei muri, chiodi che vengono tolti, come se un'intera bottega di falegnami fosse al lavoro; i fantasmi vengono a riparare la vecchia carcassa della campana per vedere se la loro manodopera infernale risulter pi utile di quella

umana, tanto che il vecchio guardiano della chiesa sta male! - Non l'ho visto qui dentro! - replic Gustave. - Ha paura, c' troppa gente. Per farla breve, credo che questa chiesa sia ormai dannata e condannata. Dovrei accendere diecimila ceri se non me ne viene del male. Attorno a loro, altre persone parlavano del predicatore, della conditio sine qua non da lui posta per predicare in quella vecchia chiesa. Nel frattempo, alla porta della chiesa si svolgeva una scena diversa. Una vecchia, mezza inferma da tempo ormai immemorabile, chiedeva l'elemosina alla porta con la testa china sul petto, nascosta da un velo nero; nella sua lunga mano secca, nodosa, ossuta, contorta, reggeva una scatola di latta per sollecitare la carit dei fedeli. Ma, di rado, la scatola dava un suono metallico; di rado, perch la chiesa era sempre vuota. Tuttavia, non si sa come, la vecchia viveva lo stesso, o meglio vegetava; il suo sedile consumato sempre allo stesso posto, i suoi piedi sullo sgabello di legno e il braccio che tendeva sempre immobili; senza la respirazione affannosa che sollevava il suo petto la si sarebbe potuta credere un cadavere, un automa, una statua di pietra con la cassetta per le elemosine. 12
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D'inverno, esposta al freddo vento del Nord, se ne stava immobile, inerte con il suo braccio teso. Di tanto in tanto una voce sepolcrale usciva dalla sua bocca e si potevano udire queste parole: La carit, per favore. Se le si parlava non rispondeva, sembrava anzi che cercasse di evitare lo sguardo degli altri; se si

chiedevano informazioni al curato, al sagrestano, a tutta la comunit, da dove venisse, chi fosse, dove fosse nata, da quanto fosse l, nessuno sapeva rispondere; buio completo su quell'essere. Al crepuscolo, presentiva l'arrivo delle ombre della sera, che non alteravano l'oscurit gi presente in quell'antro incavato, interrato, coperto tutto intorno da orribili costruzioni. Dall'esterno penetrava soltanto la tramontana invernale che, insinuandosi nelle anguste stradine che conducevano alla chiesa, sfociava come da una canna d'organo sotto le buie arcate con sibili acuti e diabolici. La sera, la vecchia si ritirava con discrezione, senza che nessuno se ne accorgesse e rientrava in qualche fatiscente dimora che circondava la chiesa. Perci attorno alla sua figura erano sorte strane dicerie, non certo di stregoneria n di magia, che a quel tempo queste idee non avevano pi seguito tra la gente comune; la vita silenziosa, immutabile di quell'orribile donna si prestava a sollecitare fantasie e immaginazioni nelle persone che erano portate a considerarla un essere molto singolare e misterioso per le abitudini che conduceva. Quel giorno avrebbe dovuto rappresentare un momento importante nella sua vita. Poteva raccogliere molte elemosine, le sue parole, le sue preghiere sarebbero state ascoltate senza timore di parlare al vento; ma, al contrario, avrebbe dovuto diffidare della folla che, nella confusione, pensa solo a se stessa, ad arrivare al suo obiettivo e non si cura degli infelici, degli storpi, dei deformi che affollano i gradini della chiesa. 13
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La vecchia, che la folla insolente chiamava Saraba,

non pensava alle elemosine, alle preghiere. Per la prima volta, a memoria d'uomo, il suo braccio aveva lasciato la posizione orizzontale, per la prima volta la sua cassetta non veniva pi offerta ai passanti. La vecchia aveva alzato la testa, ma non il velo; con una forza quasi soprannaturale spingeva, allontanava da s la folla che minacciava di schiacciarla, di calpestarla. Due occhi neri, sovrastati da due folte sopracciglia rosse che le segnavano orrendamente la fronte come un solco di fuoco, erano tutto ci che si poteva scorgere del suo viso; con le mani protese e piegate ad arco, tratteneva la folla e, nel contempo, sembrava cercare con inquietudine e impazienza una persona. Gli occhi fiammeggiavano frugando con furiosa rapidit sulla folla; la sua figura risaltava nella penombra, appena illuminata da una lucerna che spandeva la sua luce oleosa, come una delle streghe di Macbeth, pronta a recarsi al Sabba a cavallo della sua satanica scopa. Tuttavia questa scena, lunga da descrivere, era solo l'effetto di uno sguardo. Nessuno al mondo sapeva chi fosse questa Saraba, ma tutta la citt la conosceva, e se la folla avesse avuto il tempo di riflettere, sarebbe rimasta sbalordita da questo improvviso cambiamento di abitudini della vecchia, da questo ritorno alla realt, da questa inaspettata ripresa di movimento. Nella folla, d'improvviso, si fa notare un uomo alto, magro, ossuto, con il viso scarno e incavato, l'anima minata senza alcun dubbio dal crimine e da una vita dissoluta; ciononostante rapido, vigoroso, di corporatura robusta e muscolosa come un Ercole; la testa alta, respira a fatica tra la folla che lo schiaccia, le sue narici soffiano rumorosamen14

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te, il suo volto si contrae talvolta per l'impazienza, un ghigno rapido, una smorfia leggera dei muscoli facciali lo raggrinzi-scono; coperto da un enorme mantello, orrendo quanto lui. Le persone che vengono spinte nella calca contro quest'uomo hanno il disgusto disegnato sul viso. - Per tutti i diavoli, non proprio possibile entrare in questa dimora infernale. peggio che un bazar nella strada, la domenica sera. Che diavolo! Preferirei darmi ai bagordi per vent'anni di seguito piuttosto che tornare qui! L'uomo parlava ad alta voce, suscitando scandalo nelle vecchie devote che in quel momento entravano in chiesa. L'uomo arriv vicino alla vecchia, che, vedendolo, abbozz un timido sorriso subito annullato dall'espressione incollerita del suo viso. - C'? No. - Tutto perduto dunque. No, aspetta: la porta della sua cella si sta aprendo. Qui per comincia a cedere tutto e, secondo i nostri calcoli, non resister per molto. - Lo so. - Il momento si avvicina. - Eccolo. - Qualunque cosa accada tu resterai qui. L'uomo si perse nuovamente tra la folla. La vecchia si risedette, cal il velo che aveva appena alzato, chin la testa sul petto e il braccio con la scatola per le elemosine torn nella sua posizione usuale, tesa, fissa, immobile, inanimata. Nel frattempo, la vecchia campana continuava a suonare. Incominciava a liberarsi della ruggine e ogni sua parte, rimasta a lungo inoperosa, tornava a vibrare, come le membra di un uomo che si sveglia da un sonno profondo e si dimena e si stira per liberarsi dai vincoli del torpore. Animandosi, la campana irradiava il suo suono con forza tutto intorno,

riempiendo la sua piccola dimora di vibrazioni gioiose. Il vecchio campanaro della chiesa da tempo ormai aveva 15
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abbandonato il campanile n vi saliva pi. Aveva lasciato sola la sua vecchia amica, consunta e rovinata come lui. Tra il vecchio Joseph e la campana della chiesa c'erano stati buoni rapporti di amicizia, quasi di affettuosa intimit; avevano vissuto insieme e pensavano di morire insieme come due fratelli, visto che erano tanto simili tra loro sia per la costituzione fisica che per la formazione morale e provavano le stesse emozioni mentre i loro corpi si indurivano e si arrugginivano all'unisono. Il campanaro era convinto che sarebbe morto con la sua campana e che il suo ultimo suono, vibrato con particolare sonorit, avrebbe annunciato, come il canto del gallo, la sua fine e quella del suo amico; in altri termini l'ultimo rintocco della campana sarebbe stato quello del suo funerale: impressionante connubio tra due esseri tanto diversi. Udendo il vecchio bronzo vibrare nella torre, il campanaro usc dalla sua cella e sal lentamente la scala che dal sagrato della chiesa conduceva al campanile. Il vecchio sal lentamente e a fatica i gradini, appoggiando la mano callosa e segnata da rughe alla balaustrata tarlata, che offriva un appoggio incerto e poco stabile. Saliva e il suo passo pesante faceva vibrare il tavolato corroso dall'umidit, la testa china sui gradini chiss quante volte saliti in passato; ogni tanto si arrestava per riprendere fiato ma era quasi arrivato. Si ferm davanti a una piccola porta, la

spinse. La porta si apr, producendo un suono sordo e cigolante, e un improvviso freddo alito di vento scompigli i pochi capelli sulla testa del vecchio. Era sul campanile e pot osservare da vicino il dondolio della vecchia amica; ne riconobbe gli sforzi, le fatiche e gli torn in mente l'intera vita trascorsa con lei. 16
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- Ah, s! Quel giorno, amica mia, ti ricordi, c'era un battesimo e tu suonavi cos forte che pensavo che in chiesa sarebbe crollato tutto. Com'erano squillanti e gioiosi i tuoi din don! - Che bel battesimo, com'era bella allora la chiesa e che felicit per tutti! - E quel funerale tutto drappeggiato di nero! Quel giorno ti avevo ricoperta con un drappo nero per rendere pi funebri i tuoi rintocchi! Ah, che bel giorno! Fu una grande esibizione: lanciavi suoni tanto lamentosi e strazianti che credevo che ne sarei morto anch'io! Ah, com'era trionfante e felice per te il tuo amico! E la Pentecoste in cui scagliavi verso il cielo le tue note come fossero lingue di fuoco! Le Pasque in cui ti toccava di annunciare la resurrezione del tuo grande Signore! I Natali in cui, bella e piena di gioia, regalavi a tutti i fedeli incantati le tue pure sonorit! Ah, che bei tempi! Come sono cambiati! E l'uomo riandava con la mente alla crescente solitudine che aveva a poco a poco invaso la chiesa negli anni, penetrando nel campanile come un'aria fredda, una nebbia umida e malsana che si alza dalle onde fumiganti e penetra la volta azzurrata! E l'uomo piangeva, singhiozzava. - Tante grazie, mia cara campana, mi hai fatto stare bene oggi, hai ripreso a vivere, a fare ginnastica, con i

tuoi dondoli, le tue altalene; senti come tutto scricchiola qui intorno. Ah, Dio mio, ma qui scricchiola tutto sul serio! Il vecchio, svaniti i ricordi, torn repentinamente alla realt, sal la ripida scala che portava a una impalcatura posta poco sotto il raggio della campana e qui si accorse con terrore che le travi in quel punto erano sconnesse, fuori sede e in pessimo stato: i cavicchi sembravano essere stati strap17
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pati dalla loro base e la struttura intera oscillava e ondeggiava paurosamente con la campana. Queste scene diverse si stavano svolgendo contemporaneamente. Il tempo trascorreva lentamente. Da tutte le parti si chiacchierava sotto voce in modo stranamente disinvolto; del resto una chiesa simile, perduta la maest di luogo santo, non era certo pi in grado di dissuadere i fedeli da conversazioni indiscrete; niente, assolutamente, imponeva la devozione n il rispetto che si ha di solito in un luogo di culto. Gli istanti scorrevano per altro senza che il momento tanto impazientemente atteso da tutti finalmente si presentasse; c'era qualche ritardo dovuto a un motivo sconosciuto alla folla. Tuttavia, si ud un rumore, un certo tramestio come di una persona che cerca di passare dalla parte della sacrestia e le teste si alzarono; i colli si allungarono, le seggiole furono spostate rumorosamente, gli sguardi si diressero in fondo alla chiesa; ci si spostava, ci si volgeva, ci si soffiava il naso; gli uomini si avvolgevano nei mantelli, le donne rassettavano i propri abiti, tutto era pronto. La campana suonava ancora e raddoppiava i suoi

sforzi: voleva forse finire degnamente quegli istanti felici di gloria ritrovata, prima di ripiombare nuovamente in un lungo, eterno silenzio. In un rumoroso semicerchio, sempre pi ampio, sempre pi rapido, riversava a grandi ondate le sue note sonore. Il battaglio riscaldato, diventato elettrico, attraverso la palla lucida e splendente lampeggiava nel suo movimento frenetico ed era bello a vedersi; il vecchio Joseph, accovacciato sul suo tavolato, respirava a pieni polmoni quest'aria pregna di suoni. 18
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I due uomini appesi alla corda della campana, spossati, stremati, raddoppiavano i loro sforzi, in una sorta di parossismo rabbioso, le braccia irrigidite, i muscoli contratti dallo sforzo, il viso bagnato di sudore, le reni spezzate, ora sollevati in aria dallo slancio della campana come fuscelli ora precipitati a terra, sembravano le vittime di una maledizione che chiedono la grazia. Un uomo venne in loro soccorso dalla folla. Era l per caso e si lanci con impeto verso la corda: nello slancio, un portafoglio verdastro gli sfugg dalla tasca. Se ne accorse, per fortuna, perch con aria spaventata in un istante se lo ricacci in tasca. Si lanci nuovamente e si appese lui pure alla corda, lasciandosi sollevare per aria. - Ah, ah! lui! - lacerando l'aria, riecheggi un grido acuto spaventevole, agghiacciante, pieno di terrore. A urlare una donna. Tutti si voltano, si alzano, guardano; un brivido di paura serpeggia tra i presenti, tutta la scena assume contorni diabolici. - Cosa succede? Cosa c'? E la campana con un altro slancio pi forte tuona fendendo l'aria di suoni strazianti.

Dal campanile arrivano urla spaventevoli, orribili: Alt! Fermatevi! In quel momento, la campana, staccatasi dal suo supporto tarlato e sconnesso, precipita con un orribile fragore sul pavimento del campanile. La vecchia chiesa sussulta a quel disastro, si scuote fino alle fondamenta, trema nelle sue pi profonde radici. Il battaglio della campana, nella sua corsa sfrenata, fora il tetto di ardesia come una palla di cannone e va a schiantarsi sul selciato della strada, scagliando schegge a distanza prodigiosa. 19
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Nella chiesa la paura attanaglia tutti, i muri cedono, si hanno i primi crolli: uomini, donne, bambini, vecchi, tutti corrono, si precipitano verso la porta, la intasano, cercando le scale per raggiungere le finestre; ben presto vi sono corpi dappertutto, gli uni sugli altri. Confusione, disordine, caos, grida di morenti; in preda al terrore ci si schiaccia, si lotta, ci si avventa gli uni contro gli altri. Qui, un braccio resta incastrato in una morsa di corpi che lo piega, lo torce in mille innaturali posizioni; l, una gamba stata spezzata, staccata di netto dal corpo; altrove una persona cade e non si rialza pi, soffocata prima di arrivare a terra, dove in pochi istanti ridotta a un brandello di carne informe, di ossa schiacciate, di cervella sparse. I piccoli sono soffocati dai grandi; i grandi travolti a loro volta dalla massa incontenibile pi forte di loro. Il pilastro che sta in mezzo all'ingresso divelto dalla violenza delle persone che si feriscono; i blocchi massicci di granito cadono rumorosamente e schiacciano chi si trova sotto; ma i cadaveri restano in piedi, non possono cadere e ostacolano il passaggio delle persone che dietro di loro incalzano con orrore

per sfuggire alla catastrofe. Alle grida di donna lanciate poco prima del disastro, una delle nostre conoscenze, Jules Deguay, si era lanciato in soccorso, mosso dalla curiosit e dal suo senso di cavalleria. Aveva visto una bella ragazza, stesa a terra svenuta, mezza morta, si era fatto largo tra i presenti e l'aveva raggiunta proprio quando la campana era caduta. Aveva intuito il pericolo e il caos che ne sarebbe seguito e, coraggioso come si addice a un giovane aitante qual era, senza secondi fini, si era riproposto di salvare quella bella ragazza. Quanti sforzi e quanta fatica dovette compiere! Teneva tra 20
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le braccia un corpo senza vita; aveva dovuto sollevarlo da terra perch non fosse calpestato; doveva per anche sostenerle la bella testa che ciondolava come il bocciolo di un fiore spezzato sul ramo, proteggendola dalla folla che minacciosamente in preda al terrore rischiava di travolgerla, risucchiarla. Jules Deguay, ciononostante, comp il miracolo, raddoppi gli sforzi, moltiplic le energie, si caric di un coraggio inaudito, sorretto anche dal suo sangue freddo e dalla capacit di tempestiva reazione. La testa alta per respirare aria pi pulita. Facendo leva sui talloni, rovesci le spalle all'in-dietro, entr nel fiume di persone, a volte trasportato dalla massa, altre volte spingendo lui i suoi vicini, sfiorando appena terra, e giunse, dopo incredibili fatiche, alla porta, poco dopo la caduta del pilastro. Restava un passo soltanto da fare, il pi difficile. Il passaggio attraverso i corridoi era stato pi semplice

del previsto. Raccolse con un sussulto di energia le ultime forze che gli restavano, serr i denti, contrasse il petto, rialz e strinse la ragazza, che stava per sfuggirgli dalle braccia, e si prepar a combattere ancora. Giunto alla porta, purtroppo inciamp contro uno degli enormi blocchi di pietra del pilastro. Si credette perduto, ma non abbandon il suo prezioso carico per il quale stava rischiando la propria vita. Chiuse gli occhi, strinse le mani e artigli ancor pi tenacemente, premendolo a s, il corpo della ragazza che era ormai un peso morto. La folla lo trascin e riusc a varcare la porta; doveva accendere davvero un bel cero alla Vergine per essere riuscito in quell'impresa. Segu la fiumana che si disperdeva nelle oscure stradine intorno alla chiesa e si lasci cadere privo di forze con il suo fardello su una pietra d'angolo. 21
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La folla nel frattempo continu a riversarsi come un torrente in piena, biforcandosi al punto di intersezione dei due corridoi. Si rovesciava con grida e urla disumane, trascinando nel suo vortice un braccio, una gamba, un cadavere che, arrivati in uno spazio pi largo, cadevano e sparivano in mezzo alla folla che si diradava. La notte si lavor a sgombrare i cadaveri; al mattino se ne contarono 88; i feriti erano meno numerosi. L'amministrazione fece seppellire i cadaveri, lavare il sangue - era meglio eliminare subito quelle tracce perch la gente non si abituasse troppo alla sua vista chiudere la chiesa, riparare il selciato sbrecciato dalla caduta del battaglio. Gli operai lavorarono per qualche ora; l'amministrazione li pag con il denaro

del bilancio destinato a queste spese e non ci pens pi. Tutto fin cos. Non restavano che un centinaio di famiglie in lutto. Quando la folla se ne fu andata, l'uomo che si era appeso alla campana si avvicin al luogo dove si trovava la vecchia Saraba: la trov distesa, svenuta e la fece rinvenire. - E allora? - furono le sue prime parole. - Niente! Mancato! - Maledetto te! - rispose lei con tono di voce furioso. E i tuoi progetti diabolici! - Donna, vecchia Abraxa, taci e sparisci. La vecchia Saraba non fu trovata tra i cadaveri pur essendo scomparsa nel nulla. Fu comunque annoverata tra le vittime del disastro e registrata come defunta. La gente diceva che era stata incenerita. La vecchia chiesa venne sbarrata e rest deserta. Per tutti Saraba era morta. 22

II
- Caro fratello, ci che accaduto ieri davvero un fatto triste. - Eh, s, fratello, - rispose timidamente il giovane prete al suo augusto superiore, il curato di SaintMichel, una delle pi ricche parrocchie della citt di Nantes. - S, stata una cosa molto triste. - Sapete quanti sono i morti? Eravate anche voi in mezzo a quella spaventosa catastrofe? - No, fratello, - rispose con modestia il giovane adepto. - Mio caro vicario, voi non mangiate? - riprese il vicario rivolto a uno di quei tipi con le facce rotonde e il ventre prominente che solo a guardarli fanno venire voglia di digiunare in tempo di Quaresima.

- Fratello, se mangio troppo recupero il digiuno di questa mattina. C' chi ritiene che non vi sia godimento e soddisfazione maggiore che mangiare quando si ha molta fame. - Ah, fratello mio, anch'io sono quasi della stessa opinione; in un giorno di vigilia un pasto preparato come si deve, saporito e servito nel modo adeguato, sarebbe gradito a molta gente. - E voi, mio giovane fratello, non mangiate? continu il curato, guardando il novizio che arross di pudore, senten23
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dosi chiamare tanto affettuosamente dal suo superiore e anche per il fatto di partecipare a una conversazione cos pia e ortodossa. - Scusatemi, fratelli, ho gi mangiato e sono sazio. - Non forte, vicario, non troppo forte in questo campo! Queste parole furono sussurrate a mezza voce per sottolineare la modesta disposizione di buongustaio del giovane. - Jean, Jean, serviteci ancora qualche altro piatto, caldo e appetitoso. - Il nostro precedente vicario era davvero una buona forchetta e nel mangiare mi teneva testa facilmente. Era vigoroso, di forte costituzione, ben piantato. - Un uomo veramente robusto - disse il curato; - mi spiace davvero per gli altri che oggi sono di servizio. Assistono alla rimozione dei cadaveri e portano il conforto della religione ai pochi sopravvissuti che riescono a estrarre dal cumulo di carcasse umane. - molto triste. Ma, a proposito, mio caro curato, quel predicatore che ha fatto accorrere tutta la citt sembra che poi non sia arrivato per il sermone. - Non era in citt?

- No, caro curato, per niente! Mi sembra che non ci vediate nulla di strano. E voi, mio caro fratello? - Ho sentito dire - rispose timidamente il giovane prete - che al momento del sermone lo si inutilmente cercato dappertutto. - Vi metter al corrente di tutto. - Ma Jean, Jean, vuoi sbrigarti? - la campanella agitata bruscamente richiam l'inserviente che ritardava e se il suo suono era in diretta relazione con la fame del vicario, questa doveva essere davvero prodigiosa.

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Un prete nel 1839

- Non trattiamolo troppo male Jean, oggi, vicario. ancora sotto l'effetto della terribile notizia della scomparsa di suo fratello: ne rimasto molto impressionato: suo fratello era il giovane curato della parrocchia di Brains. - S, ne ho sentito parlare, infatti. Jean era entrato mentre si facevano questi discorsi che la sua apparizione fece cessare subito; i suoi occhi tristi, il suo viso segnato e cupo testimoniavano chiaramente il suo dolore; il dolore tocca il cuore che a sua volta trasferisce queste emozioni sul volto dell'uomo. Jean portava alcuni piatti, li serv, li depose e si ritir in tutta fretta: le lacrime trattenute cominciavano a soffocarlo. Il dolore ama nascondersi, la presenza degli altri, le parole dette lo ridestano, ingigantendolo. Bisogna essere in grado di addormentarlo, stordirlo. Conquistata l'insensibilit fisica, si pu trovare anche quella interiore ma solo dopo aver raggiunto questo livello benefico, quando si torna alla vita ci si pu sottrarre alla sofferenza del corpo; dopo il sonno, non cos: per prolungato o piacevole che sia, bisogna

tornare a muoversi, bisogna affrontare ancora il dolore morale. Il sonno, infatti, non fa dimenticare il male, lo isola, lo circoscrive e lo libera a piene mani sul cuore che riprende la vita normale e l'anima, annegata in quei riflussi amari, aspira a quietare i suoi dolori almeno per un istante. Presso gli antichi si beveva al fiume dell'oblio e tutto finiva l. Presso gli uomini di oggi, per ingannare la cocente amarezza, per alleviare il dolore che inaridisce, per soffocare quel tarlo che lavora all'interno vi sono due cose da fare, entrambe terribili, e tristemente speculari tra loro, il sonno eterno, la morte, il passaggio ad altra vita o l'abbrutimento, il ritorno allo stato bestiale: per arrivarvi vi sono diversi gradi da percorrere 25
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attraverso l'assunzione di bevande inebrianti, godimenti sfrenati, orge, dissolutezze, eccessi che sono in grado di anestetizzare il cuore, renderlo insensibile, farlo diventare di pietra, ma con il cuore di pietra non si vive a lungo e si passa da una vita del genere alla morte che finir per distruggere tutto. Strana digressione, la mia. Ma torniamo a noi. Il dolore che non siamo riusciti a ingannare si risveglia al minimo rumore, al pi leggero movimento: deve stare solo. Cos le lacrime di Jean cominciarono a scorrere. Fugg precipitosamente. - Ha l'aria addolorata. - Ha i suoi buoni motivi per esserlo; scomparire peggio che morire: la morte uccide la speranza per sempre, e l'anima, non avendo pi ci di cui nutrirsi, dimentica; scomparire al contrario alimenta l'anima di continue inquietudini. - Ben detto, mio giovane fratello; hai parlato bene.

Il giovane ecclesiastico tacque subito, abbass gli occhi in atto di raccoglimento e si guard bene, da quel momento, dall'esternare i suoi sentimenti. - Dunque, vicario - riprese il curato - quel pio viaggiatore, quel predicatore straniero che nei giorni scorsi si fermato a..., l'avevamo pregato di venire per un giorno o due in questa citt a tenere un sermone: avevamo pensato che il racconto delle sofferenze di Ges Cristo - e qui i tre preti scoprirono senza pudore i loro fini: il curato e il vicario in modo disinvolto, visto che per loro era un'abitudine, il giovane prete con maggiore discrezione e rispetto avevamo pensato che il racconto delle sofferenze di Ges Cristo dalla bocca di un uomo che aveva potuto ispirarsi ai luoghi stessi del martirio, avrebbe avuto un ottimo effetto per la santa Quaresima. 26
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vero che quella massa di persone che generalmente non assistono alle prediche quotidiane sono state attirate dalla particolarit dell'evento, dalla curiosit, ma c'era da sperare che questo avvenimento potesse indurli alla perseveranza. - Vicario, sono d'accordo, perfettamente d'accordo con voi. Ah! (nuovo sospiro). - In breve, le preghiere furono inutili: non insistemmo neppure. Il predicatore doveva arrivare a Bordeaux, non poteva fermarsi qui, non vi era alcuna possibilit. Espresse il suo disappunto, salut, part e noi non ce ne occupammo pi. - Ma allora - riprese il giovane prete - perch la convocazione al sermone, perch fu scelta la vecchia chiesa? - Pazienza, giovane fratello; la pazienza la madre di tutte le virt; attendere con tranquillit il corso

normale delle cose porta alla felicit e alla pace dell'anima. Aspettate e traetene profitto. Lasciate che io narri l'accaduto. Il giovane prete divenne rosso rosso per la vergogna e incroci cattolicamente le braccia in segno di raccoglimento. - Qualche giorno dopo - continu il vicario dopo una pausa - due giorni dopo, credo, arriv una lettera al Vescovado, proveniente da La Rochelle. Annunciava che essendoci stato un ritardo nel suo viaggio verso Bordeaux, dal momento che era stata annullata l'apertura della conferenza che vi doveva tenere, il predicatore di cui parliamo, padre Bruno mi sembra, poteva disporre di tre o quattro giorni e che, di conseguenza, si metteva agli ordini dei suoi superiori di Nantes. Dal momento che non aveva potuto esaudire le richieste di una popolazione che aveva mostrato tanto interesse ad ascoltare le sue sconvolgenti storie, egli aveva ringraziato il Cielo di avere l'occasione di riparare alla sua scortesia (cos defi27
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niva il suo rifiuto) e che sarebbe partito prima possibile, arrivando per l'ora fissata per il sermone. - Cosa che non avvenuta. Allora ne stato impedito... Uno sguardo del vicario arrest sul nascere l'intervento del giovane adepto. - Inoltre mandava a dire che non volendo disturbare nessuno, n creare problemi di ordine o alterare programmi gi stabiliti, avrebbe gradito che il sermone si tenesse nella vecchia chiesa di St. Nicolas: l'aveva visitata, passando di l, e nello stato di abbandono in cui l'aveva trovata gli era sembrata adatta ai concetti che intendeva esprimere; voleva

trovare un accostamento tra le arcate oscure, le volte buie e i luoghi della Palestina come Betlemme; riteneva quello il posto pi adatto all'effetto che si proponeva di ottenere. Come potete immaginare, caro curato, si accondiscese volentieri ai suoi desideri, si accolse la sua cortese richiesta e tutto venne preparato opportunamente; voi sapete della spaventosa catastrofe che accaduta: a questa notizia soffrir e si dispiacer molto perch, in fin dei conti, egli , se pure indirettamente, molto indirettamente, la causa della sciagura. - Ah, scusate, vicario, scusate il mio ardire, ma non condivido assolutamente la vostra opinione; ne sono lontano, ben lontano. - Ah, curato, allora forse non avete compreso la riserva che avanzavo nel corso delle mie considerazioni: ho detto molto indirettamente. - Ho capito bene quel che avete detto. Ma c' un problema di logica da superare: cercate di comprendermi, non si pu dire, senza incorrere in un equivoco che contrasta con il buon senso stesso, che egli ne sia stato la causa. 28
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- Ma curato, vi prego, seguite bene il mio ragionamento. Se il predicatore non fosse mai esistito o se, almeno, non fosse mai passato per la nostra citt e non avesse espresso il desiderio di tornarci e avesse continuato il viaggio seguendo le sue decisioni originarie o se, meglio ancora, non avesse posto come condizione il fatto che il sermone si dovesse tenere nella vecchia chiesa di St. Nicolas, tutte le sciagure che sapete non sarebbero successe. - Vicario, ho letto, non ricordo dove, questa storiella che vi voglio raccontare: Un indiano, passeggiando

un giorno con un francese gli disse a proposito di non so pi cosa: "Sono molto dispiaciuto di un fatto" "Quale?" "Sono stato la causa della morte del vostro re Enrico IV. Ah, davvero?" "Ecco come accaduto: stavo passeggiando per una strada. Mi ricordo, ero partito con il piede sinistro, ero pensoso e meditabondo, la strada era stretta e, all'improvviso, urto un corpo, era un uomo: se fossi partito con l'altro piede non l'avrei urtato perch saremmo passati l'uno accanto all'altro senza sfiorarci; in breve, egli cadde in acqua e anneg. Era sposato. Sua moglie convol a seconde nozze, spos un francese che ebbe per figlio Ravaillac"1 - Ebbene? - interruppe il vicario che non aveva capito l'apologo. - Ebbene, poich Ravaillac ha ucciso Enrico IV, ne consegue che l'indiano ne fu la causa; se quel giorno non si fosse incamminato con il piede sinistro ci non sarebbe mai accaduto. - Curato, non concordo nel modo pi assoluto con il
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Enrico IV (1553-1619) venne ucciso, pugnalato per mano di E Ravaillac, un frate fanatico, in una via di Parigi.

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vostro paragone e non desidero nemmeno discuterlo. Vedo, del resto, che non avete compreso il senso delle mie parole. - Siete stupefacente, vicario, lasciatemelo dire! - E voi non lo siete da meno, curato. Non vi ho affatto detto che accuso o condanno padre Bruno per quel che accaduto ieri. - Scusatemi tanto, ma queste sono state le vostre parole, altrimenti, se cos non fosse stato, le mie considerazioni sarebbero inutili. - Scusate, curato, scusate, io volevo dimostrarvi con un aforisma che spesso i grandi avvenimenti

accadono per cause insignificanti. - Eh, vicario - replic acidamente il curato - mi considerate un ignorante? - Non penso proprio d'averlo detto. Credo soltanto che la pensiamo nello stesso modo e che discutiamo senza intenderci. Non so proprio dove sarebbe finita la discussione: era, d'altronde, cosa di tutti i giorni; il dessert non era, per questi signori ben pasciuti, che un pretesto per litigare, amichevolmente e tranquillamente, come abbiamo visto. Fu il domestico a mettere fine alla disputa: port il giornale, lo consegn e si ritir in silenzio. Il curato prese il giornale, lo volt e lo rivolt, lo fiut, lo apr, lo sfogli, guard la rubrica in fondo alla pagina, cerc tra i fatti di cronaca e giudic a grandi linee che ve ne erano di numerosi e interessanti; fiut il suo tabacco e si mise comodo: - Ah, ecco la catastrofe di ieri: Un'orribile disgrazia accaduta ecc...., il batacchio della campana, lanciato con una forza tale che... qualcosa di veramente straordinario; non si comprende perch la polizia abbia permesso, sempre la polizia, in

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mezzo a queste cose; il numero dei morti salito a 90. Avevo creduto che ve ne fossero di pi e se c' un errore, per eccesso, si sa, i giornali esagerano sempre: Un numero infinito di famiglie piombato nel... E di rigore... - Ah, Dio! Vicario, sentite questo articolo: Padre Bruno giunto ieri sera nella nostra citt, dovrebbe farvi solo una breve sosta, tuttavia terr un sermone nella vecchia cattedrale, ecc. - Vediamo, vediamo: Si legge nella cronaca di

Bordeaux del 10 marzo. Oggi il 13: vi dunque arrivato il 10 ed era partito da qui la sera dell'8... ma cos non avrebbe potuto assolutamente scrivere la lettera da La Rochelle, datata 11 marzo! - Sapete, curato, ho avuto subito il presentimento di qualche macchinazione; mi sembrava tutto poco naturale; c' un incomprensibile mistero che bisogna scoprire a ogni costo. Uno dei vicari che aveva presenziato al rilievo del numero dei morti rientr in quell'istante. - Avete letto quest'articolo? - Ma certo - rispose il nuovo venuto - la notizia circola per tutta la citt e la polizia in subbuglio e si sta gi muovendo. - Devo sapere a tutti i costi quel che sta succedendo. Vado dal procuratore del re, lui sar senz'altro pi informato. Cos dicendo il curato prese in tutta fretta bastone e cappello e se ne usc. - Attendiamo il suo ritorno, confratello, quanto di meglio ci resta da fare: nel frattempo scambiamo quattro chiacchiere? - Con piacere, caro confratello. Ben presto non si udirono altro che parlotti, dai quali talvolta uscivano echi di voci soffocate, impetuose, incomprensibili. Quei signori erano cos abituati a parlare che non c'era da stupirsi. 31

i
III
Jules Deguay, svenuto con la ragazza tra le braccia, era stato aiutato da persone caritatevoli e portato in

una casa dove entrambi avevano ricevuto i primi conforti. Presto rinvenne e, sebbene debole e spossato, pot anch'e-gli prestare soccorso alla giovane che era ancora priva di conoscenza: il suo spavento, si sa, non era dovuto tanto al panico generale quanto alla vista dello sconosciuto che si era appeso alla corda. Nessuno per conosceva la causa del suo svenimento: le sue grida, le sue parole erano state udite ma non capite tanto che nessuno pot attribuirle a un fatto o una persona precisi. D'altra parte, la folla, al momento della catastrofe che era immediatamente seguita alle urla di terrore della ragazza, era troppo occupata a badare a se stessa per pensare ad altro. Egoismo molto naturale e comprensibile. Jules Deguay era stato colpito dalla bellezza della giovane: era un buon motivo, indubbiamente. Non necessario che in un romanzo le ragazze siano belle, no di sicuro! Sarebbe anche poco cortese nei confronti del gentil sesso, perch sarebbe come dire che le ragazze sono belle solo nei romanzi, che la copia supera l'originale. Tuttavia, la giovane era bella sul serio e senza essere un esaltato, un esperto del settore o uno di colo-

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ro che si infiammano eccessivamente per queste cose, concordo sulla sua bellezza e penso che basterebbe questo a convincervi senza descriverla, ma ci prover lo stesso. Il pallore del suo viso contribuiva ad accrescere il fascino che irradiava la persona, il biancore opaco della sua pelle, fine e vellutata, catturava di colpo lo sguardo e lo teneva legato a s, come i riflessi dell'oro brunito. La sua testa, abbandonata e insensibile,

oscillava delicata e arrendevole: sembrava che la grazia naturale che l'animava in vita non l'avesse abbandonata nemmeno in quei momenti; cos esanime, in quell'anticamera che unisce l'uomo alla tomba, il suo corpo si muoveva ancora morbidamente; le palpebre abbassate, con le lunghe ciglia, celavano sotto un velo quasi diafano gli occhi, neri, gelosi custodi del pudore di una ragazza. Non avrebbero dovuto chiudersi quegli occhi durante lo svenimento: chiunque trovandosi di fronte a quello sguardo cos pudico sarebbe arrossito nel compiere quei gesti che servono a far rinvenire una persona. Presto la vita riprese a rifluire nel suo corpo: prima lenta, torpida, indolente, quasi a scatti, in modo indeciso e irregolare, poi pi convinta e pi rapida, meno timorosa, pi impetuosa; il tepore anim una alla volta tutte le membra, restituendo sensibilit e mobilit ai suoi organi; i nervi pian piano si rilassarono, i muscoli si distesero come una molla che si lascia andare. I movimenti risposero con immediatezza alla mano che li sollecitava; poi il sangue riflu nelle vene in modo pi veemente, pi rapido, si gonfi, precipit, riboll, rimise in moto con pi intensit i suoi spiriti vitali: la ragazza riemerse dall'incoscienza con una serie quasi inavvertita di spasmi, leggere contrazioni, soprassalti che poi si calmarono e defluirono con dolcezza. Il flusso del sangue,

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dopo un'ultima ondata impetuosa, si fece pi tranquillo, misurato, ritmato e la ragazza pot tornare a controllarsi. Le sue prime parole, i primi gesti tradirono ancora la paura: con la mano respinse qualcosa che la

spaventava e la turbava; appena riemersa da quel sonno quasi innaturale basta poco ad atterrirla, il volo di un insetto, il fruscio di una fronda che si muove; i suoi nervi vibrano come quelli di chi reagisce rabbrividendo quando sente scalfire un vetro, tagliare il sughero o accarezzare il velluto. Uno dei parenti che l'aveva accompagnata in chiesa e che era riuscito a salvarsi, la stava ancora cercando disperatamente; l'inquietudine era impressa sui lineamenti tirati del suo viso e fermava tutti coloro che incontrava: Che cosa devo fare, dove devo andare? pensava nel caos della sua mente. Sono sconvolto! Anna, Anna, dove sei finita? Mi farai morire! E frugava la chiesa, le strade e i vicoli adiacenti come un pazzo, in preda a un'indicibile agitazione; se la prendeva con se stesso e con gli altri incapace com'era di controllarsi. - Avete visto la mia Anna, la mia cara figliola? Ma chi poteva averla vista? Chi, in quel momento non stava a sua volta cercando il padre, la madre, un fratello, un figlio, una sorella? Chi non si chinava con orrore su ogni cadavere, l'anima e il corpo sospesi? Chi poteva pensare a quella ragazza? Un uomo c'era. Era quello che prima della catastrofe aveva parlato con la vecchia Saraba. Quell'uomo dal mantello consunto non l'aveva mai persa di vista in tutta quella confusione, per primo si era offerto di portarla in una casa per bene perch le venissero prestati i primi soccorsi. L'uomo - lo ricordiamo - era alto e magro, secco e ossuto, vigoroso e robusto.

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Non era stato notato dalle persone che poi avevano trasportato la ragazza in salvo. Del resto, quest'uomo non ci teneva per nulla a essere osservato troppo da

vicino e all'arrivo di quelle persone caritatevoli era scomparso nelle sporche strade, oscure e strette, incassate e tortuose che, come in un labirinto, pieno di oscuri presagi, si incrociavano e si intersecavano senza fine tutto intorno alla vecchia chiesa, tanto che per la sua posizione questa sembrava pi una fortezza che protegge il crimine che la dimora di Dio. Il padrino della giovane Anna, dopo innumerevoli ricerche, fu guidato dalla Provvidenza alla casa che aveva generosamente accolto Jules Deguay. Appena scorse la ragazza, sul suo viso torn il sereno, si asciug le lacrime e, vedendola al sicuro, corse in tutta fretta ad avvertire il padre e la madre in ansia, i quali si precipitarono dalla cara figliola. Arrivarono qualche istante prima che ella tornasse in s. Il padre (la madre non ne aveva la forza) fu messo al corrente di quanto era accaduto; egli, fuori di s, mentre correva dalla figlia non aveva notato l'incredibile agitazione che animava le strade, n aveva notato la gente, le barelle, i feriti e i morti ed era passato oltre. Venne a sapere come e da chi sua figlia era stata salvata e attribu ragionevolmente il suo svenimento allo spavento provato in quelle terribili circostanze. Saputo tutto, si volse verso il giovane e gli strinse le mani: il contatto fu carico di tensione, il giovane a quel gesto trasal e fu quasi colto da una crisi di pianto. - Domani, signore, - gli disse commosso il padre della ragazza - mia figlia vi ringrazier. Il giovane fugg in fretta, non ne poteva pi. L'aria fresca

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lo rianim e allora corse alla ricerca dei suoi amici,

Michel e Gustave. A forza di attenzioni e di cure la ragazza si era completamente ripresa; la madre pi di ogni altra persona ha la capacit di guarire le sue creature, la presenza della madre fu per lei la salvezza. Anna apr gli occhi, si alz, si gett tra le sue braccia e pianse a dirotto mentre si stringeva al suo seno. - lui, padre mio, lui, l'ho rivisto. Quanta paura mi ha fatto. Dio, quanta paura! - L'hai rivisto? Era proprio lui? Ah, mia povera bambina. Vieni, vieni. Fu chiamata una delle vetture che si aggiravano come carri funebri sulla scena del disastro. La famiglia in lacrime vi sal, le tendine furono subito abbassate e il fiacre si diresse verso Rue de la Clavurerie, 19, dove si trovava l'abitazione della ragazza. La notte era molto scura; in marzo le ombre fredde e brumose avvolgono rapidamente la citt nel loro manto glaciale; una pioggerella abbastanza insistente cominciava gi a cadere e lustrava il selciato sconnesso. La carrozza procedeva lentamente e sembrava a ogni istante voler cambiare direzione; l'unica lanterna offuscata e tetra che doveva rischiarare la strada ai cavalli allungava la loro fantastica e incerta ombra nerastra all'infinito e, oscillando a ogni scossone, ombre e luci si allontanavano e si avvicinavano con una sequenza inquietante e fantastica. Il cocchiere non sembrava molto capace nella guida anche se quello era il suo mestiere; alzava appena la voce per incitare i cavalli, lampeggiando con lo sguardo obliquo e sinistro qua e l come un animale in cerca di preda.

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Arrivato in fondo a rue de la Juiverie che sbucava da un isolato di case addossate alla vecchia chiesa, invece di girare a destra e imboccare una piccola via trasversale che conduceva direttamente a rue de la Clavurerie, gir a sinistra, prese una lunga via, stretta e buia, parallela a rue de Juiverie, che l'avrebbe ricondotto inevitabilmente alla vecchia chiesa. Le otto suonavano in quel momento alla torre campanaria della citt e i rintocchi arrivavano cupi e spenti attraverso l'aria umida di nebbia con un suono molto strano; la carrozza continuava a procedere e sembrava accelerare la sua andatura. All'interno la ragazza, stremata dalla fatica e dal pianto, si era lasciata andare e dormiva tra le braccia della madre: nessun rumore avrebbe potuto svegliarla. La madre, preoccupata di non disturbare l'amata figlia, le sosteneva la testa per farla riposare pi comodamente e intanto faceva tra s tristi riflessioni. Il padre era serio e pensieroso. - Caro - disse la madre - potresti abbassare il vetro, guarda com' coperto di vapore, fa caldo, temo che possa far male ad Anna. Non fa freddo questa sera, apri. - D'accordo, cara. Il padre abbass il vetro e un'aria frizzante venne a ravvivare l'atmosfera della carrozza. - Dovremmo essere arrivati ormai, dobbiamo essere in rue de la Emerie, molto scuro, non hanno illuminato la strada questa sera? Dove siamo? Sporse la testa dalla portiera: - Oh, cielo, dove siamo, cocchiere! Cocchiere! Ferma, non andare avanti, ci siamo persi, miserabile! Aiuto, aiuto! La ragazza, svegliandosi in un sussulto lanci un grido: - lui, lui? Ah, lasciami, mi fai male!

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La madre era quasi svenuta. - Aiuto, aiuto - continuava a gridare il padre - fermati assassino! Si aprirono finestre, si udirono voci, si accesero luci e grida si levarono da tutte le case. Il cocchiere fu costretto a fermarsi. - Scusate, cittadino, scusate, avevo capito male il nome della via; rue de la Clavurerie, vero, vi ci porto subito, largo, largo, fate largo! - grid all'indirizzo di alcune persone attirate dal vociare. I cavalli presero un'andatura pi veloce e due minuti dopo la carrozza depose i passeggeri in rue de la Clavurerie, numero 19, senza alcun problema e senza altri inconvenienti. II padre aiut la figlia ancora semi incosciente a scendere; la madre, che si era ripresa, si trascin come pot. Il cocchiere non era smontato dal suo sedile; un ragazzino aveva aperto la portiera e abbassato il predellino: appena scesi e mentre il padre si preparava a pagare la corsa e a rimproverare il cocchiere, la carrozza ripart al galoppo; il ragazzino salt dietro e ben presto non si ud che l'ultimo sordo rumore delle ruote che si spegneva lontano e nelle orecchie del padre di Anna, rimasto esterrefatto in mezzo alla strada.

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IV
Se il lettore lo permette e non ha paura di affaticarsi troppo, correremo all'inseguimento della carrozza misteriosa: credo che la raggiungeremo facilmente.

La carrozza, infatti, si ferm ben presto; e la ritroviamo ancora nei pressi della vecchia chiesa, in una scura e stretta viuzza a gomito, davanti a un portico buio, incredibilmente dipinto di rosso e di bianco, che poteva sembrare, alla luce tremolante di una candela, la scena di un sabba, come se ne rappresentano sulle pi alte cime delle montagne dell'Hartz, sul Brocken o sul Blocksberg. Era qualcosa di orribile, diabolico. Non c'era luce, nemmeno un bagliore, solo tenebre, profonde, umide, nauseabonde; il calore, in quel gelido recesso, sfuggiva rapidamente dal corpo che cercava senza esito di trattenere quel poco che restava. D'altronde in quegli orribili quartieri non c'era bisogno di luce e di calore. No, il giorno assomiglia alla notte ed giusto che un velo perpetuo ricopra e avvolga quegli agglomerati malefici. Vi si pu entrare soltanto sollevando il sordido sipario che ricade subito dietro di voi. Con un po' di immaginazione potreste vedere impressa sulla tela l'epigrafe posta 41
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all'ingresso dell'inferno dantesco. Lasciate ogni speranza non stonerebbe ma sfortunatamente attirerebbe ancor pi gente. All'arrivo della carrozza un uomo emerse dalla porta in cui era nascosto, come un'ombra uscita da un muro: - Ebbene, ce l'hai? -No. - Ce l'ha? - chiese una voce stridula dall'interno. - Che sia maledetto! - Donna, portate il pacco. In una specie di sacco, cucito grossolanamente, qualcosa si agitava a scatti, qualcosa di vivo, legato, se ne sentiva il respiro soffocato, strangolato, quasi un

rantolo: era impressionante a vedersi. Ora si allungava, ora si rattrappiva, si piegava e si distendeva, si girava e rigirava, agitandosi in modo frenetico. Il cocchiere, con gli occhi che fiammeggiavano nell'oscurit, era sceso aiutato dalla vecchia che alla fine era apparsa e dall'uomo nascosto nel vano della porta. Riuscirono a issare quell'involucro umano sul predellino della carrozza. Il sacco si agit ancor pi violentemente e cadde a terra con un secco rumore d'ossa. - Forza, dunque, Mordhomme e tu, vecchio, altrimenti non riusciremo mai a issare questo sacco di farina. - Corvo del diavolo, vile figlio di Satana, trattieni i cavalli che stanno per partire, se no ci travolgono. Il ragazzino corse alla testa dei cavalli. Le tre persone raccolsero ancora i loro sforzi e finalmente riuscirono a far rotolare sulla carrozza il sacco con il suo contenuto pesto, ammaccato dai colpi, lacerato dagli spigoli della portiera. - Andiamo, corvo, monta e frusta, portacelo via e ritorna

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subito; non dimenticare le corde, lascerai tutto quanto dove ti ho detto poi torni indietro, altrimenti attento al fuoco. Il ragazzino part al galoppo. I tre individui entrarono nell'andito scuro e presero a salire lungo una scala tortuosa e fatiscente: una nodosa corda unta e mezza sfilacciata serviva da corrimano. I tre figuri salivano in silenzio, a tentoni e inciampando a ogni passo; i piedi, poggiando sui

gradini, facevano un rumore sordo. II gruppo arriv a una porta che ai bei tempi era stata dipinta di bianco. Ora era scrostata, scardinata, sbrecciata. - Niente rumore, - disse la vecchia - niente rumore, in nome di Dio; Pierre, figlio mio, con i tuoi passi pesanti finirai per svegliare la mia brava Tte-deMort; oggi dorme, non ha passato la notte fuori casa, dice che il mestiere non rende pi! - Tanto peggio se la sveglio: andr a letto con lei. - Lascia perdere, brigante: andato tutto storto stasera; dobbiamo ideare un nuovo piano e tu pensi a fare l'amore? Niente da fare, chiudi la porta! - Sei tornato, Mordhomme? - S, hai l'aria triste, ladro, eppure dobbiamo complimentarci con te: sei riuscito bene, vecchio sbaglia-tutto. - Ah, vecchia, accendi la luce di questa fogna! Vuoi farci aspettare per l'eternit del diavolo? Accendi, brontolerai dopo Tte-Dieu, mi fai proprio arrabbiare, vecchia. - Calmati, calmati, Mordhomme, cerchiamo di parlare un po' con calma. La vecchia si mise a rovistare, a frugare, mettendo tutto sotto sopra: si alzava e si abbassava, si accovacciava, si levava sulle punte dei piedi, era un movimento continuo, un'agitazione confusa che non diede alcun esito.

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- L'ombra di Belzeb deve aver messo tutto a soqquadro! - Spicciati, donna, il tempo passa, l'oscurit avanza e io devo andare lontano. - Aspetta, scendo nel mio laboratorio, porto i miei

strumenti, aspettate! La vecchia spinse la porta e si infil in un'oscura scala a chiocciola che gemette sotto il suo peso, poi gli scricchiolii scemarono a poco a poco e ben presto non si ud pi nulla. - Pierre, Pierre, bisogna che la vecchia ci dia nuovamente coraggio, il primo tentativo fallito, abbiamo avuto troppa fretta; pazienza, pazienza, conserva la tua verginit, lei ne degna. - Taci, taci, se parli cos mi metti paura, mi spaventi ma allo stesso tempo mi ecciti, Mordhomme; aspettiamo Abraxa, la vecchia ha sempre dei rimedi, le sue parole infondono coraggio e poi con i suoi trucchi diabolici metter a tacere la passione che mi divora. Taci, taci. Amo l'ombra, amo le tenebre. Non parlare, il rumore riporta il mio cuore alla vita e se sento i suoi battiti, brucio ancora! Taci. La vecchia Abraxa stava risalendo, gi il debole chiarore del candeliere che teneva in mano cominciava a sciogliere l'oscurit, diradava le tenebre, il buio si allontanava; talvolta tra i gradini consunti e sconnessi si poteva intravedere il raggio tremolante della fiammella che dardeggiava in un lampo di fuoco, come un gesso sulla lavagna, che scompariva per riapparire sprigionando mille raggi. Ben presto le mura si rischiararono e apparve la vecchia che teneva in mano la candela e un teschio che in quella dimora infernale fungeva da candeliere. - Vi ho fatto aspettare, compagni diabolici. Ho dovuto faticare duramente con i demoni e le diavolesse che si fronteggiavano accanitamente nel cerchio misterioso dove riposa

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il mio fuoco: ho dovuto usare molte parole, segni e

rituali magici. Da quanto ho capito, bravi figli miei, si trattava di un aborto, di una specie di ermafrodita che doveva nascere non so dove, non so da chi - questo non importa. C' dunque guerra di sterminio tra demoni e diavolesse, pretendevano entrambi a torto o a ragione, che appartenesse a ciascuno di loro; sapete che i demoni abusano delle donne e le diavolesse degli uomini. Gli uni prendono la forma di uomo, le altre quella di donna per godere impudicamente dei loro piaceri carnali. Si trattava di sapere a chi doveva appartenere questa entit, perci liti e lotte. Sono riuscita a mandarli a battersi altrove. Ma ho dovuto ricorrere a incantesimi potenti. Che ne dite, amici? - Vecchia Abraxa, mi sembri contenta; credevo che ci fosse pi motivo per piangere che per rallegrarsi. D'accordo che oggi ci sono stati dei morti e che grazie ai tuoi suggerimenti noi abbiamo compiuto una bella impresa. Ti invidio, Abraxa! - Ci spiegheremo subito, Pierre l'innamorato. - Taci, vecchia, se mi chiami cos mi fai impazzire. Mentre parlavano, la vecchia aveva preparato un fuoco di viticci che presto scoppiett rumorosamente e illumin la stanza di un grande bagliore, ma si consum rapidamente e tutto ripiomb nell'oscurit, rotta soltanto dalla luce tremolante della candela. Questa stanza, questa soffitta, questo antro, come lo si vuol chiamare, misurava dieci piedi quadrati; un letto, un tavolo, una sedia, uno scanno e una piccola cassapanca ne costituivano l'arredo che non era n lussuoso n misero: i mobili erano quelli indispensabili e solo chi l'abitava avrebbe potuto concedersi qualcosa di pi confortevole. Ma nes-

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suno ci pensava e nemmeno se ne accorgeva e non tanto per averci fatto l'abitudine. I muri erano completamente spogli se non per qualche quadro pieno di figure grottesche e segni cabalistici che in qualche modo li decoravano. Sul caminetto e sui davanzali delle finestre c'erano libri di magia. In un angolo fornelli, alambicchi e storte tutti in vetro lavorato in mille maniere tanto da sembrare diafani serpenti colti in strani avviluppi. In questo cubicolo si respirava un'aria malefica, penetrante, inimmaginabile che, fredda e tagliente, penetrava nell'anima e turbava i cuori, una vertigine annebbiava la testa e faceva vacillare: non era tanto paura e neppure orrore o disgusto quanto qualcosa di indefinibile, vago e confuso che proprio per questo creava un certo turbamento. E non era possibile abituarsi a questa sensazione che si impossessava di voi e vi lavorava dentro, come non ci si pu abituare a bruciare vivi: quando si entrava in quella inquietante stanza un fuoco interiore vi attanagliava le viscere. Mordhomme era quello che se ne accorgeva di meno o che vi faceva meno caso: era un grande criminale dal cuore di pietra; quando si arriva all'insensibilit, ultimo gradino del crimine, non si pu pi sperare di tornare a una vita migliore. Quest'uomo era sempre spensierato o crudele e tetro, non si preoccupava di nulla, si curava solo del crimine, beveva o uccideva. Sgozzata la vittima, compiuto il misfatto, per lui non c'era pi problema, come il macellaio che scanna l'animale e non ci pensa pi. Ragionava molto poco, non faceva piani, non seguiva alcun ordine di idee, non si lambiccava il cervello per trovare nuovi sistemi, afferrava l'occasione al volo, commetteva i pi efferati crimini perch gli si presentava

l'opportunit di commetterli; con una mano

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affondava il pugnale e con l'altra salutava il suo compagno dal momento che, a parte queste piccole deviazioni della sua natura, era un amico devoto, come l'orso della favola che esegue fedelmente ci che gli si dice di fare: in una parola, era un uomo assolutamente prezioso. Era molto diverso da Pierre che non aveva il cuore di pietra: era pi profondamente cattivo, lui, pi profondamente ragionatore, conscio di quello che faceva. Era molto istruito e quando aveva l'opportunit di dedicarsi a nuovi lavori faceva emergere una notevole capacit intellettiva: non aveva l'abitudine al crimine, ne aveva la passione. Se ne stava faticosamente seduto sulla punta dello sgabello, le braccia strettamente incrociate sul petto, indifferente a tutto ci che accadeva, si muoveva, viveva attorno a lui. Era un giovane di 25-30 anni. Immobile e fisso, lo si sarebbe detto una statua inanimata se non fosse stato per il lampo saettante e incandescente che scaturiva dai suoi occhi. Lo stesso bagliore fiammeggiante e tagliente che esce dall'apertura di una fornace, carico in pi di sinistri presagi, che rivelava il fuoco interiore che lo consumava. Aveva sul viso un'espressione falsa e ipocrita, sembrava un corpo senz'anima. Per contrasto, quando un po' di pace acquietava il suo cuore, quando per un motivo qualsiasi riusciva a soffocare il fuoco che lo divorava, una maschera benevola sembrava ricoprire il suo volto ma la fiamma nella quale ardeva la sua anima, come fuoco trattenuto a stento in un fornello, sprigionava raggi ardenti che andavano a incidersi sul

suo viso, lasciando segni inequivocabili della passione di cui era vittima. Quest'uomo non doveva essere stato sempre cos, doveva esserci arrivato per gradi a quella incredibile condizione, percorrendo una lunga china quasi senza/a^ftff^^ene; non
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era la rabbia di un giorno, che passa subito, non un'insoddisfazione effimera: la scintilla che aveva acceso quest'incendio doveva essere caduta inavvertita e leggera; a poco a poco era divampata la fiamma che, sotto sotto, tranquillamente e senza impeto, aveva in silenzio alimentato il fuoco, senza che nulla ne trapelasse all'esterno n se ne avvertisse il pericolo: era stato un crescendo voluto, ragionato. Le violente emozioni di Pierre si erano accumulate. Quando l'incendio era salito alla superficie che ancora lo tratteneva, divamp del tutto, esplose: a quel punto il fuoco era penetrato nel suo cuore, nella sua anima e non poteva pi essere soffocato. Quando Pierre si rese conto di essere sprofondato in quel labirinto di passioni e di non poterne uscire pi, vi si lasci sommergere come un giocatore che si ostina a perdere tutto, anche l'onore. Qual era stata la fonte, l'origine di questo furore? Non lo so: baster per esaminare e seguire da vicino il corso degli avvenimenti e al momento giusto l'incomprensibile enigma verr svelato. La vecchia Abraxa, la conosciamo, sappiamo che era una creatura molto particolare, che passava indifferentemente dalla collera alla dolcezza, dall'infelicit alla gioia, dalla disperazione alla vita, la pi sfrenata e folle, dall'immaginario alla realt. Abraxa era un mostro che poteva andare a testa alta tra i pi crudeli criminali. Aveva vissuto per molto

tempo con Mordhomme, erano invecchiati insieme, il loro spirito e il loro istinto erano sempre andati d'accordo. Conosciamo gli accordi e i disaccordi che si stabiliscono tra gli uomini. Il giusto, il vero sono l'unica meta cui aspirano le persone 48
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oneste e per raggiungerla la via da percorrere una soltanto, facile o accidentata che sia, e non vi sono scorciatoie o deviazioni. Innumerevoli invece sono i sentieri con le loro infinite ramificazioni, pi battuti alcuni, pi nascosti e infidi altri, che conducono il disonesto verso il male. Ogni uomo ha il suo modo di arrivare al male, il suo modo per realizzare questa sua idea fissa: quando ne ha scelto la strada, ne ha preso la direzione, su queste misura il suo viaggio e cerca un qualunque oggetto in cui di volta in volta modellare quest'idea: quando ne ha fissata la strada non deve far altro che partire e quindi parte. In lui non ci sono pace e tranquillit, amicizia, nemmeno odio: in lui c' solo caos, confusione, incoerenza. Ma due esseri di eguale scelleratezza, gi dannati sulla terra, possono arrivare a un'intesa e puntare al male per la stessa strada, per lo stesso sentiero. Fortunatamente, pur essendo numerosi, questi criminali non agiscono tutti nello stesso luogo e non possono aiutarsi nel perseguire i loro infami disegni. Ecco, dunque, perch Abraxa e Mordhomme si erano sempre intesi. La vecchia strega era indubbiamente superiore al criminale, possedeva una scienza diabolica, ermetica, conosceva parole oscure, parole magiche, incantesimi che agivano su Mordhomme e

sostenevano talvolta l'animo di Pierre. Abraxa era il pensiero, Mordhomme ne era l'esecutore; lei la mente, lui la mano; lei era esaltata, frenetica, ragionatrice, lui cieco e passivo. Erano il cane con il padrone. Soltanto che lui non gradiva i rimproveri e minacciava spesso la vecchia. Intanto, questa aveva preparato una specie di zuppa, non molto ricercata ma egualmente piuttosto ricca; dal miscuglio

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di erbe aromatiche finemente tritate usciva un invitante profumo che stuzzicava l'appetito dei tre commensali; i piatti che seguirono, accompagnati da due bottiglie di vino, appagarono la loro ingordigia. - A tavola, a tavola, amici miei, sedetevi e mangiate in silenzio; poco fa sono stata allegra, affettuosa e un po' folle, non volevo che i pensieri mi opprimessero prima del tempo; mangiate, corpo sazio mente sana, che Satana vi preservi da ogni maleficio. Mordhomme e Pierre non risposero e sedettero senza parlare; Mordhomme mangi coscienziosamente, come chi del tutto a suo agio e al momento non ha altro di cui occuparsi; Pierre mangi poco, era calmo, prese un bicchiere d'acqua in cui mise tre grani di sale, pronunci qualche parola magica e bevve subito, poi ricadde nella sua aria tetra e ispirata. - Figli del diavolo, mi ascolterete e mi risponderete. Questa sera abbiamo fallito; non so quale divinit ostile ci perseguita e pone ostacoli alle nostre imprese. Ma in parte colpa vostra, soprattutto tua, Pierre. - Abbiamo sbagliato, - rispose cupo Pierre - non occorre tornarci sopra. Non dobbiamo pi commettere errori, e basta!

- Ma rimediare si pu, Pierre, credi che non ci sia nulla che possa metterci riparo? Non abbiamo forse gli incantesimi, i potenti incantesimi, i malefici, le evocazioni, l'alectro-manzia, l'ornitomanzia? 1 Hai forse qualche dubbio sul mio potere, metti in discussione la mia forza? E la vecchia fremeva, il suo volto era diventato quello di un dannato. I due uomini a vederla cos quasi si ritrassero.
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Divinazioni fondate sull'osservazione del comportamento di galli e uccelli (N.d.R.y

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- Ah, se hai dei dubbi io ti lascio, ti abbandono; e tu, povero verme, che cosa farai senza i miei sortilegi; che puoi fare se non chiamo in tuo aiuto le masnade alate dell'inferno, se non evoco le onnipotenze del mondo? E senza di me che avresti fatto? Ti chiedo: chi ti ha indicato la vecchia chiesa? Chi ti ha insegnato a servirtene? Chi avrebbe potuto anche solo immaginare un simile piano? Non riuscito, d'accordo, ma con chi prendersela, a chi attribuire la colpa? Tu non conosci la pazienza, Pierre, non sai arrivare a tempo debito, troppa audacia, troppa temerariet: lasciamole, queste virt, ai volgari criminali, ma noi che abbiamo oltrepassato e accumulato tutto ci che il crimine ha di inesauribile, noi che abbiamo saputo prendere in questo mondo il posto che l'uomo avr all'inferno dobbiamo seguire e percorrere strade sempre pi diaboliche. - Qual questo sbaglio? Come avrei potuto impadronirmi di Anna? - Anna, Anna, sempre lei, ah, non ne sono gelosa, credimi, ti voglio bene, anzi, ma il suo amore non riesce a farti scorrere il piombo fuso nelle vene; ti amo come la sariga2 ama i suoi piccoli; sono tua

madre, Abraxa tua madre, non rinnegarmi, non disconoscermi; non sono gelosa. Non il tuo amore fisico che voglio, la tua fiducia, la tua fede in me; voglio la tua felicit, voglio la tua Anna, la voglio per te. Voglio guidare questa unione, preparare il letto nuziale, nel quale per la prima volta sentirai gli ardenti trasporti dei sensi; perch sei vergine, vergine, il tuo corpo vergine! - Ah, vecchia, taci, tu conosci il mio cuore, i miei desideri ma vorrei che tutto finisse, che i tuoi piani avessero finalmente una conclusione rapida, perch non n posso pi.
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Mammifero marsupiale come l'opossum (N.d.R.).

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- Abraxa, - disse Mordhomme con indifferenza - visto che Pierre non ci va, ci vado io? - Dove? - A letto con Tte-de-Mort, mi tolgo il capriccio. - Va', Va', non abbiamo bisogno di te; mi hai fatto la tua confessione, metter Pierre al corrente di quanto successo, va'. E lo accompagn lei stessa alla porta, lo spinse fuori e sbatt la porta con violenza. - Materia bruta, vile animale, inutile occuparsene; a noi due, Pierre, a noi due, madre e figlio. - Ebbene? - Parliamo con calma, se possibile, mettiamoci d'accordo sui fatti, discutiamoli e inventiamo qualche macchinazione efficace, richiameremo Mordhomme quando sar il momento di passare all'azione, oh, una tigre buona, basta accarezzarlo di tanto in tanto. - Fai in fretta, madre, in fretta. - Ah, figlio mio, mi procuri gioia e dolore, piacere e pena, mi hai chiamato madre, ma sei ancora troppo impaziente!

- Quale errore ho fatto? - Figlio, avevamo preparato perfettamente questa catastrofe, da tre giorni avevamo lavorato nel buio campanile per allentare le vecchie travature, la chiesa riecheggiava di suoni sinistri. Io l'amo quella chiesa. la mia figlia minore, tu sei il primogenito. - Questo lo so: abbiamo smontato l'impalcatura perch la campana, spinta dalle oscillazioni e suonando velocemente, finisse per cadere ed caduta. - Figlio, abbiamo scritto la lettera al Vescovado della citt, firmando con il nome del prete straniero, abbiamo approfittato abilmente delle circostanze, ma quando siamo passati 52
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all'azione abbiamo fallito. Figlio, speravi di rapire la tua amata nella folla, nella confusione che doveva seguire i nostri piani; sapevamo che, grazie alle mie arti, sarebbe venuta al sermone. Ma bisognava che non ti vedesse, figlio mio; ti conosceva gi, non vero? La vecchia rideva amaramente e in modo lascivo. - Continua, madre, continua. - Non hai atteso, ti sei precipitato, ti sei appeso alla corda della campana che ti ha sollevato in alto e lei ti ha visto: svenuta, tutti sono corsi in suo aiuto e nella confusione non sei riuscito a raggiungerla e ora hai un rivale! - Un rivale? Dov', chi ? - Figlio, non lo saprai, non ancora il momento; verr la vendetta e sar tremenda, conta pure su di me. Ora ti sveler quello che ancora non sai. Ho voluto tentare la sorte una seconda volta, volevo a tutti i costi preparare il letto nuziale questa sera. Non ho potuto; Mordhomme mi ha aiutato negli ultimi avvenimenti:

ho saputo dove la giovane era stata portata, ho mandato Corbeau a cercare un fiacre; il resto lo sai: abbiamo rapito il cocchiere, l'abbiamo legato, incatenato; Mordhomme salito al suo posto, ha girato intorno al posto che gli avevo indicato, ha raccolto la giovane e i suoi genitori; ha fallito anche lui, tornato vuoto, felice di non essere stato arrestato. Per oggi tutto finito. Il cocchiere nel suo fiacre e quando domani lo ritroveranno non potr fornire alcun dettaglio che possa destare sospetti su un eventuale crimine. Consolati, figlio, consolati: conosco il tuo rivale. Ti prometto vendetta e una vendetta all'altezza delle tue sofferenze, e riavrai la giovane ragazza bruna tra le tue braccia, spero. - Ah, madre, mi fai soffrire. Ho voluto conservare la mia purezza, la mia verginit, anche tu l'hai voluto. Mi sono tor-

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mentato nella solitudine, mi sono stordito con idee terribili e seducenti, tutto questo deve finire; guardami, l'infelicit mi ha invecchiato, sono invecchiato e ogni giorno che passa ho meno voglia di fare. Tutta la tua arte non servir a nulla. Avevo le idee confuse e i sensi intorpiditi. Hai sentito quello che ho detto, hai compreso la mia agitazione, smettila, vecchia, finiscila o la faccio finita io con il mondo. - Pazienza/figlio, pazienza. Anch'io ho provato tutti i tuoi desideri, sono stata giovane anch'io, ma presto l'et ha fatto pesare i suoi orribili ramponi di ferro sulla mia testa. Piangi, figlio? Piangi? Mi fai pena, sono ancora sensibile alla piet. Piangere fa bene, piangi, consumati, ucciditi, ma prendi di nuovo il tuo zucchetto, figlio, sei stato prete, s prete, ti ricordi, eh? le sofferenze delle confessioni.

- Taci, vecchia Abraxa, megera del diavolo, ti uccido, strega, ti uccido, dov' la tua gola, secca e rugosa, che ci affondo il coltello! Il coltello, dammi il coltello, ti schiaccio, cos la finirai di divertirti a tormentarmi. Pierre era spaventosamente agitato: nelle mascelle serrate, i denti stridevano incastrandosi gli uni negli altri, le gambe gli tremavano, sembrava quasi di sentire un secco, cadaverico rumore di ossa; pareva sul punto di spezzarsi, di schiantarsi. La collera rendeva orribile la sua faccia da dannato. Tutto a un tratto si sedette bruscamente, rigido e silenzioso, e chin la testa tra le mani. Abbass la fronte stempiata e non si vide altro che la tonsura del suo cranio, poi prese lo zucchetto da prete, lo consider con amarezza, se lo mise in testa e si alz. - Mi fa bene, questo zucchetto, - disse con calma - mi fa bene, freddo come il cuore del prete, gelido come i suoi sensi, spegne il fuoco che mi consuma; grazie, grazie, hai

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fatto bene a dirmi di riprenderlo. Amo la tua mano, madre, raccontami qualcosa, cerca di distrarmi, ne ho bisogno, soffro e non riesco a piangere. - Ridi, figlio, ridi; anch'io avrei voluto piangere e non ho potuto, anch'io ho riso; la mia scienza consente all'immaginazione ogni tipo di fantasia, di sovvertimento. Mi sono calata nell'inferno e ci si sta bene quando si ancora sulla terra, vi si vive felici quando si solo nella sua anticamera, si guarda tutto senza timore, si fa tutto senza paura; pi tardi, quando vi si vivr, chiss cosa si far, se si far qualcosa! Ebbene, figlio mio, non vi si fa nulla: non bisogna temere, non bisogna aver paura, com' bello non aver paura. Vedi, un tempo, non so quale, Satana non ebbe

paura ed per questo che egli re e ci rende felici sulla terra! Oh, ero giovane e bella, allora: che bei tempi. Le nostre riunioni erano illuminate dal fuoco infernale, eravamo in un alone di luce: non si pu descrivere, lo si pu solo immaginare, figlio mio. Tu non sai, non capisci. Ho conosciuto anch'io la primavera dell'amore quando si presenta con le sue ali dorate, che per quanto dorate sono soltanto ali; ma ora il duro inverno grava su di me con il suo ghiaccio e le sue gelate! Ah, se tu mi avessi vista bella e agghindata per le feste del Sabba, giovane adepta delle scienze occulte e dormivo sola, sola. Era la notte tra il 30 aprile e il 1 maggio. Di colpo, sulle alture di Brocken in Germania, echeggi un rumore strano. Nelle tenebre della notte suonava mezzanotte, ora misteriosa. Quel suono solitario dell'ora che batteva lenta e sonora, venne a scuotermi dal sonno, udivo battere il bronzo a intervalli regolari. Contai sei colpi, l'ultimo si confuse con il suono di quelli che lo precedevano, in crescendo. Un tremito soprannaturale 55
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s'impadron di me; gli ultimi rintocchi si affievolirono e si dissolsero in lontananza; udii battere il dodicesimo colpo, poi non sentii, non vidi pi nulla. Avvertii una strana musica sconosciuta: un archetto di ferro rosso raschiava con forza la viola 3 infernale: quella musica mi avvolgeva in un abbraccio ardente, la percepivo come quando nell'ombra della notte si crede di sentire un suono che non c', segno misterioso che solo noi riusciamo a comprendere. Saltai fuori dal letto, balzai cos com'ero sulla scopa e schizzai via. Davanti a me non c'erano pi barriere. Attraversai l'aria con un impeto senza uguali, sotto

l'influsso magico. Tutto spariva nel mio volo veloce; arrivai in un istante, eppure ero partita da lontano. Ovunque gli stessi viaggiatori, le stesse cavalcature: vecchi asini, caproni, ippogrifi, manici di scopa, pale per il fuoco, tutti ci dirigevamo verso lo stesso luogo. Infine ci trovammo, nella notte oscura, sulla cima di un'alta montagna. Come spettri, come corvi neri scesi sopra il prato, ci tenevamo stretti per mano in un girotondo infernale. Ogni tanto un colpo d'archetto, stridente e secco, ci portava ancora il suono della viola magica. Poi tacque. In un alone di luce incredibile che ci avvilupp, ci penetr e ci riemp di gioia infinita, apparve il re degli angeli: aveva le sembianze di un grosso caprone dalle corna enormi: da sotto la sua lunga coda ritorta sette volte che terminava a mo' di serpente, apparve la sua faccia, la sola che una simile creatura potesse avere. Il re fece un saluto amichevole e autoritario allo stesso tempo ai suoi numerosi sudditi e sette volte anche noi rendemmo omag3

L'Autore usa 11 termine ribeca, che sta appunto per viola a tre corde, strumento medioevale (N.d,R.).

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gio all'onnipotente. Te la immagini, figlio, questa bella e imponente assemblea: un dio che ci sovrastava e che, salito in trono, ci esamin tutti. Circonfusi di una vivida luce, noi marciavamo in maestosa processione, neri fantasmi dentro una fiammeggiante aureola: com'era bello! Poi i sudditi buoni presentarono le loro lamentele, quelli cattivi vennero puniti, gli illustri promossi: quant'era bello! Quindi ci fu il banchetto, squisito e degnamente preparato. Saziammo la nostra fame con pane nero tignoso, rospi, carne di malfattori suppliziati e di bambini uccisi prima di avere ricevuto il battesimo: che pasto

delizioso e com'era cucinato! Oh, tu non sai quanto sia buona la carne dei bambini non ancora battezzati, che non sono potuti appartenere al nostro nemico, per noi che siamo vissuti soltanto per noi, oh, com'era tenera, delicata, una vera ambrosia dell'inferno! La vecchia Abraxa era orribile, le sue labbra rugose sembravano ancora sporche dei cibi gustati in quell'orribile festino. - Come mi sento bene, madre, continua, continua. - E Pierre era tutto ansimante. - E poi, vedi, figlio, il festino termin con danze e libagioni, qualcosa di fantastico; balli a perdita d'occhio, migliaia di fantasmi neri che sparivano e riapparivano a turno in danze lascive e amorose. Poi ci fermammo, riudimmo la viola e ci facemmo un gran segno di croce con la mano sinistra, poi si ricominci: alla fine, stanche, sfinite, noi donne giovani e belle ci lasciavamo cadere, e finivamo nelle braccia di uomini giovani e belli come noi. Poi fu tutta una notte d'amore. Quando il gallo cant tutto fin e parole magiche ci ridestarono, ancora frementi di baci inebrianti. Oh, figlio, com'era bello! - Madre, il campanaro Joseph rimasto ucciso? 57
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- S, figlio primogenito. - Il mio segreto, il mio segreto, che cosa ne avr fatto quell'uomo? Le mie impressioni, la mia anima, insomma, devo ritrovarla. - Non tutto perduto, figliolo. Domani andremo alla cella del vecchio stregone. Riposa tranquillo, dormi, ecco il mio letto. Scendo nel mio laboratorio. Dormi, figlio, non sognare la vendetta. - Addio madre - disse Pierre. 58

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Jules Deguay si era appena laureato in giurisprudenza e come tutti i neofiti stava facendo il tirocinio e cercava di imparare dai maestri l'arte del diritto e dell'eloquenza. Stava vivendo con intensit questo felice momento, il pi bello della vita. Quando abbiamo finito gli studi, prima di imbarcarci definitivamente sul fragile battello che ci porter sul mare tempestoso della vita, in quella parentesi che va dall'adolescenza alla vecchiaia, ci si abbandona a tutte le illusioni di una giovent esuberante; l'anima si culla nei sogni d'oro della speranza, spranga la porta al futuro: inutile tentativo contro le avversit e le dure prove. L'animo tranquillo si butta a indagare, a scrutare tutti i recessi dell'avvenire; il giovane ambizioso ha gi conquistato tutti gli onori effimeri, un altro teme i tempi e si tuffa e annega nel fango. Ma qualunque sia la direzione della mente, il cuore torna sempre alle brucianti carezze dell'amore. Tutti abbiamo fantasticato su questo sentimento. L'amore la tendenza naturale dell'uomo giovane, gli anni dell'amore sono i pi belli della sua vita e sono soltanto suoi. L'amore bisogna viverlo, una delle condizioni essenziali dell'esistenza e della natura, un cuore che non ha mai palpitato nato morto e l'uomo ne sopporta le conseguenze.

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L'uomo da solo non completo, manca qualcosa alla sua esistenza. Nella grande aritmetica dell'universo, egli non un numero intero, ma soltanto una frazione, sia pure con un numeratore alto. Per completarsi deve unirsi a un'altra frazione, fondersi, sommarsi: solo nell'amore trover ci che gli manca.

Jules Deguay aveva venticinque anni, un bell'aspetto e maniere gradevoli in societ; anche se risentiva un po' dell'ambiente e delle compagnie che frequentava, tuttavia si presentava bene ed era abbastanza spensierato e allegro. Sotto queste esteriorit ingannevoli nascondeva un'anima ardente tutta presa da altre cose, le sue rare dissolutezze, le sue buone maniere, la sua aria distinta lo proteggevano dalla curiosit altrui e poteva quindi dedicarsi alla poesia e a tutte le manifestazioni della sua immaginazione. Suo padre e sua madre, onesti benestanti, abitavano al numero 10 di rue de la Casserie: conducevano una vita appartata, poco curiosi del mondo con le sue illusioni e le sue insidie; erano tranquilli borghesi e buoni cittadini che pagavano regolarmente le tasse, rispettavano le istituzioni e votavano ogni cinque anni il deputato che avrebbe dovuto salvaguardare i loro diritti. Nella loro vita mediocre, amavano soprattutto il loro unico figlio, non si preoccupavano di quel che faceva e di quanto studiava poich gli avrebbero lasciato quanto gli sarebbe bastato per vivere; lo lasciavano libero di farsi la sua vita, lo curavano quando era ammalato e gli passavano una buona rendita che poteva usare come voleva. Raramente uscivano da rue de la Casserie per andare a trovare gli amici tra la rue Neuve e Pont-aux-Changes. Erano nati e vissuti da benestanti, da benestanti sarebbero morti. 60
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Il campanaro era una delle loro conoscenze. Tra i due vecchi correva un buon rapporto di amicizia. Pap Deguay aveva fatto pi di un piacere all'amico Joseph; sembra addirittura che durante la rivoluzione

del 1830, ma non ha molta importanza l'epoca precisa, gli abbia tenuto nascosta una parte delle ricchezze. I due Deguay democraticamente lo ricevevano spesso come un amico alla pari. L'amicizia era per loro, al contrario della maggior parte della gente, una cosa naturale. Il vecchio Joseph sedeva spesso alla loro tavola: devoto servitore, ma dignitosamente superbo, si sentiva del tutto appagato da una parola amichevole e da una gustosa cena. Da sempre era stato il campanaro della chiesa di St. Nicolas: qui era invecchiato e qui avrebbe voluto morire. Ma quando la chiesa venne abbandonata, sentendosi ancora giovane e pieno di energia aveva accettato il posto di sacrestano in una parrocchia di campagna e vi aveva vegetato per due anni. Poi improvvisamente e misteriosamente il parroco era sparito ed egli si era rifiutato di continuare il suo incarico sotto il successore. Se ne torn, come stato detto, a Nantes, ma divenne triste e lunatico; si chiuse in quella loggetta che gi conosciamo e praticamente vi si mur vivo, vi si sotterr; andava sempre pi di rado a trovare gli amici Deguay. La vicinanza della gente lo infastidiva, cercava soltanto silenzio e solitudine, passava la giornata nascosto: tutto questo non era sfuggito a chi lo conosceva. Prima di questi fatti era un uomo allegro, gioviale, gli piacevano le battute spiritose, poi divenne triste e malinconico come un anacoreta, un solitario del deserto della Tebaide. Soltanto Jules Deguay lo andava a trovare, soltanto Jules era riuscito a entrare in confidenza con lui e, si pu dire, nel suo animo. Il vecchio Joseph aveva soppesato questa sua giovane e ardente natura, l'aveva giudi61
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cata degna della sua fiducia e l'aveva accolto nella sua intimit. Si proponeva di plasmare quella cera vergine e di modellarla secondo la propria esperienza, esperienza che, stranamente, sembrava risalire a non pi di due anni. Quando con lui non c'era Jules Deguay, Joseph scriveva in continuazione. La sera, una luce tremolante brillava sull'abbaino della sua loggetta; Joseph era al tavolo a riflettere, mattina e sera, sempre allo stesso posto. Sembrava quasi essere soltanto di passaggio, un solo legame lo teneva ancora unito a questa vita, la sola abitudine a questa terra che egli sembrava detestare. Come un prigioniero, si adattava all'aria, ai muri, alla forma della sua stanza. Jules Deguay gli aveva aperto il suo cuore; egli aveva capito che il vegliardo possedeva il grande tesoro dell'esperienza. Secondo lui, il vecchio era stato ferito da qualche terribile avvenimento, una lotta cruenta o una violenta passione, che aveva esacerbato la sua sensibilit. L'uomo viene segnato dai grandi accadimenti, che spezzano la sua normalit, lo cambiano: questo, pensava Jules, era successo al vecchio Joseph. Jules seguiva assiduamente le lezioni del suo nuovo precettore, qualunque lezione gli impartisse; non lo lasciava quasi pi, di tanto in tanto una gita di piacere, uno spettacolo, un colpo di testa, tanto per non far troppo notare il cambiamento della sua condotta; nulla di straordinario, quanto bastava per perch la considerazione altrui, che a volte pu fuorviare i piani umani, non fosse adombrata da alcun sospetto; eluso questo, si poteva continuare. Cos agli occhi delle persone che lo vedevano di rado, che non avevano relazioni frequenti con il giovane, egli si comportava come qualsiasi altro uomo della

sua et. Ma non era 62


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cos per il suo amico Michel Randeau, che lo interrogava, lo seguiva, lo studiava; di giorno in giorno lo capiva sempre di meno, pur non avendo alcuna certezza; tuttavia Jules restava il suo miglior amico. Tutti e due destinati al foro, erano cresciuti insieme, la loro amicizia si era consolidata attraverso le stesse emozioni, le stesse vicissitudini. Di Michel Randeau sappiamo che egli era orfano quasi dalla nascita; suo padre, un vecchio ufficiale, era morto durante la guerra; la madre, l'aveva appena conosciuta. Era rimasto solo, con un tutore che non lo aveva derubato del tutto. Quel po' di rendita che gli era rimasta, gli permetteva di vivere onestamente, in attesa di poter guadagnare con il proprio lavoro. Quando si incontrava con Jules Deguay, gli diceva: - Diventi sempre pi prezioso, caro Jules, ti si vede sempre pi di rado. - Non vero, caro amico, non sono cambiato, il mio comportamento sempre lo stesso. - No, Jules, no. Mi sembra che tu abbia qualcosa che ti fa soffrire e per la sofferenza c' un solo medico. - Ho gi avuto modo di apprezzare il valore della tua amicizia e della tua devozione e ti ringrazio per questo, ma ti assicuro che sto bene. - Mi sembra che tu sia cambiato da quando frequenti il vecchio Joseph. - Chi te l'ha detto? - Lo so, e lo capisco dalla tua inquietudine. Temo che questo vecchio voglia fare di te un suo proselito. C' qualcosa di straordinario in lui, non un uomo comune. Non voglio contrariarti, anzi, Jules, voglio il tuo bene, la tua felicit. Dimmi, raccontami. Ho

l'impressione che la sua sia una verit sov-

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versiva, temo che nel vecchio Joseph ci sia un'ambiguit morale. Parla, confidati all'amico, abbiamo parlato spesso dell'amicizia e delle sue gioie. In due si sta bene; da soli, si egoisti, in tre, si in troppi, non si pi liberi. Parla, dunque! - Cosa vuoi che ti dica, Michel? Tu conosci il vecchio Joseph quanto me. Qualche tragico avvenimento deve averlo ferito al cuore. un essere particolare e mi interessa studiarlo. Mi sembra di buona indole e la sua corona di capelli bianchi mi incute rispetto. Tu sai, Michel, quel bianco non si sporca pi ormai, anzi pi il vegliardo si avvicina alla tomba pi diventa candido e splendente: i vecchi bisogna rispettarli. - Ma di che cosa ti parla, Jules, e perch restate ore intere a contemplarvi? - No, - rispose Jules dolcemente - io dovrei contemplarlo non lui me. Vedi, mi parla di cose reali, ma me le formula in una prospettiva del tutto nuova. Dovremmo approfondire la conoscenza di ci che ci circonda, non fermarci in superficie. Tutti i nostri discorsi vertono sulle stesse osservazioni. Gli ho aperto la mia anima, il mio cuore ed egli vi ha scorto dentro l'ardore che mi divorava. Vedi, Michel, mi sento solo, isolato, mi manca qualcosa, mi manca qualcosa. il cuore che me lo dice; tutto quello che faccio mi annoia, mi disgusta, vedo tutto come attraverso un velo di nebbia, di foschia. - Che ne dice Joseph? - Mi incoraggia a perseverare, a lavorare, a continuare a vivere solo. Soltanto dopo aver capito a fondo questa solitudine potr trovare piacere a frequentare

gli altri, a non credere che l'amore sia soltanto un'illusione. - Mi sembrano buoni e fruttuosi consigli, e mi ricredo su questo vecchio: a volte i preconcetti influiscono molto sul

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giudizio morale, oltre che su quello fisico. Apprezzo i tuoi sentimenti, caro amico, e comincio a valutare pi obiettivamente Joseph. I pregiudizi guastano tutto. Michel assecondava Jules, la loro confidenza divenne pi stretta. Egli voleva conoscere fino in fondo il pensiero di Jules. Era convinto che il rapporto tra Jules e Joseph non si limitasse a semplici conversazioni, a considerazioni superficiali, a cose dette e ridette. Doveva essere qualcosa di pi segreto, qualcosa che legava materialmente i due. Jules era un ingenuo in confronto al vegliardo, e lo adorava. Michel non era soddisfatto e proprio perch amava il suo amico e gli si sarebbe dedicato interamente voleva qualcosa in cambio. - Jules, - continu - mi riconcili con questo onesto Joseph. Raccontami ancora, provo piacere a rettificare le mie idee e i miei giudizi quando mi si dimostra che sono sbagliati. Ti ha forse incoraggiato ad amare? - S, Michel, s, gli ho aperto il cuore ed egli mi ha approvato, gli ho chiesto consigli ed egli me li ha dati: li seguir, questi consigli. - Quali sono? - Ah, Michel, non lo so di preciso, o forse lo so: attendere e sperare ancora. E per non logorare inutilmente la mia speranza, mi ha lasciato una lettera, ma cosa c' scritto non lo so. Troverai, mi ha detto, una ragazza degna del tuo amore ma aspetta, aspetta ancora due anni o che io sia morto, e se io muoio

prima, apri la lettera e rifletti: ne vale la pena. E io aspetto, e ormai passato un anno da quando me l'ha data. Il segreto era svelato. Michel ne era a conoscenza e ne discuteva spesso con il suo amico. Jules aveva ritrovato allegria e speranza e aveva ripreso la sua solita attivit. Poteva

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contare su quel suo coetaneo e confidargli le sue paure e le sue illusioni. - Ah, Michel - continuava a ripetergli - ne sono innamorato senza conoscerla. Dev'essere bella, su questo il buon Joseph non pu ingannarmi, la conosce da tempo, ha potuto giudicarla e poi vuole la mia felicit. Pu darsi che la incontri gi tutti i giorni e forse anche tu? bella, deve essere bella! Come sono lunghi gli anni! Speriamo che passino altrettanto lentamente anche quelli della felicit, e io ne sar contento. A volte vorrei fosse gi arrivato quel momento, poi mi prende la paura, esito; ho l'impressione che il mio avvenire, la mia vita dipendano dalla rottura di quel sigillo nero, e questo mi spaventa e poi nero, quel sigillo! Non mi riconosco pi, sono come una ragazza sempre sospesa tra il timore e la speranza. Ma non posso perdere il coraggio, le idee mi si confondono! Vieni, buttiamoci nelle follie, ma per Dio, non lasciarmi qui! E coinvolgeva Michel, che si lasciava portare a seguire i capricci dell'amico, il cui stato d'animo non gli permetteva di opporsi. Assecondava questa sua strana passione, ma temeva il momento fatale. Era contento di essere a conoscenza del segreto, ma se almeno avesse potuto parlarne con il vecchio Joseph, ascoltarne i consigli, sapere da lui il comportamento

da seguire ma Joseph aveva chiesto a Jules di tacere.

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VI
Nel 1829 in una landa incolta e trascurata, c'era una casupola in rovina, il cui tetro aspetto invece di rompere l'abbandono e la tristezza dei campi all'intorno, ne aumentava lo squallore. Un tempo, la natura benefica e fertile si dava da fare in quelle campagne coltivate e prospere: solchi, spighe, alberi rivestivano d'un bel manto la terra, quasi vergognosa della sua nudit. C'erano fattorie e case padronali, nelle campagne l'attivit aveva soppiantato la pigrizia e il lavoro regnava sovrano, a perdita d'occhio. Si lavorava con allegria e il miglior incentivo per i contadini era la raccolta abbondante che li ripagava di tutte le loro fatiche. Spesso succede che le masse vengano sospinte verso un fine da una forza imperiosa, quando sono possedute dalla voglia di lavorare e si sentono febbrilmente attive: da questa sana epidemia vengono contagiati tutti. Anche i pigri e gli scansafatiche, e tutti si mettono in moto, si mettono a lavorare di lena. Ma questo stato di grazia non dura sempre a lungo. La forza umana ha la capacit quasi illimitata di superare ostacoli e impedimenti, ma l'uomo non deve lottare soltanto con ci che lo circonda normalmente. Egli deve sottostare ai cataclismi che

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sovvertono la natura, alla loro violenza, alla quale non sa opporsi per dominarla e arrestarla. Cos sicuro di se stesso nella tranquillit di tutti i giorni, cos forte grazie all'aiuto delle mille macchine che ha saputo inventare a sua misura, di fronte alla furia della natura non gli resta che abbassare la testa, vinto e tremante.

Le calamit naturali piegano la sua volont, il suo coraggio, l'anima si accascia. La prosperit della campagna dovuta al lavoro. Se viene a mancare il lavoro, il fuoco si spegne, priva di cure, la terra deperisce. Inoltre, fino al momento della disgrazia, i contadini non ne conoscevano l'amarezza, ed erano impreparati ad affrontarla e a rassegnarvisi. Avevano sempre lavorato con costanza pi per abitudine che per ragionamento. Per cui, una volta fermati da uno o pi anni di piogge, di gelate, cominci il disastro: il coraggio annientato non si risollev pi, le risorse si esaurirono, gli impulsi di una volta diminuirono a poco a poco: alla fine, tutto si ferm, tutto deper, tutto decadde. Allora avviene una completa rivoluzione, lo richiede lo stato delle cose. I fittavoli che non possono pi pagare l'affitto se ne vanno portandosi via i miserabili resti della loro rovina; i padroni non trovano pi contadini per le loro terre aride ed esaurite; gli affitti calano sempre di pi fino a estinguersi; le popolazioni si separano, si allontanano, si disperdono: la disgrazia ben raramente avvicina gli uomini! Se qualche campo ancora coltivato, se qualche fittavolo ricava ancora pochi miseri frutti dalle sue pene, dalle sue fatiche, dal suo sudore, viene perseguitato e oppresso da mille vizi, gelosie, cattiverie e atti criminali. Alla fine i solchi si spianano, sulle pianure restano soltanto alcune case abbandonate, odiose pietre sepolcrali su cui il 68
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segno del tempo incrosta la storia, la vita e la morte delle popolazioni. Pochi alberi magri e scarniti sorgono come scheletri

crepitanti dalla terra che sembra ritirarsi per non nutrirli, i rami alti, tesi come braccia supplicanti, chiedono grazia; da lontano, quando la loro sagoma si staglia contro il fondo bianco, i rari viandanti li scambiano per fantasmi. La casupola, che si poteva vedere nel 1829, stava in mezzo a questo triste panorama e cercava ancora di contendere alla devastazione del tempo i suoi miseri ruderi. Riassumeva in s tutta la desolazione circostante: il tetto sollevato dalla glaciale tramontana dell'inverno scricchiolava a ogni folata di vento e, lungi dal proteggerla, offriva passaggi al vento che vi si infilava con violenza. Il silenzio di morte che gravava su questi posti maledetti era interrotto soltanto dai sibili acuti della tempesta invernale e nei brevi intervalli in cui il vento tratteneva i suoi lamenti, come per raccogliere nuovo vigore e sibilare poi con pi forza, la bruna calma opprimente e tetra che seguiva stringeva il cuore e lo riempiva di un'indicibile paura. La casupola sconnessa sembrava disabitata: era bassa, schiacciata, sfondata, il tetto era quasi incastrato nel suolo e quando il vento, rifluendo con rabbia dagli stretti pertugi in cui si era ingolfato, sollevava in un turbine le sue travi, ci si accorgeva che erano spezzate, ricoperte di un muschio giallastro e il loro incombente spessore riduceva ancor pi l'altezza della casa. E chi avrebbe potuto abitare in quell'oscuro antro, glaciale e pericolante? Ci si sarebbe potuto vivere solo piegati in due, con il rischio di marcire come le travi poich le tegole, rovinosa

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copertura del tugurio, spezzate, sconnesse, ormai inutili, formavano tante piccole grondaie che rovesciavano l'acqua sulle traverse e sui tiranti che tarlati, contorti, scricchiolanti e gementi sotto i colpi violenti della tempesta, minacciavano di confondere la polvere dei loro rottami con le macerie dell'abitazione fatiscente. Dai muri scrostati, inutili sostegni di questa traballante dimora, si poteva vedere la sistemazione sconnessa delle pietre sgretolate, che sarebbero a poco a poco scivolate dagli spigoli consunti. Qua e l profonde fenditure rendevano ancor pi precario l'equilibrio dell'insieme. Infine, un muro d'angolo aveva ceduto a met e una massa informe di pietre pendeva in avanti, inclinandosi sempre pi e, fragile castello di carte, sembrava attendere l'ultimo soffio per precipitare al suolo che l'attirava con forza magnetica: il varco era chiuso da fasci di legna e ramaglia intrecciata, inutile riparo contro il freddo esterno. L'interno era degno dell'esterno: la porta, ormai inutile al suo scopo, priva di uno dei cardini, appesa a un solo angolo della cornice sbrecciata, offriva allo sguardo un misero insieme di assi tarlate e piene di fessure. Sul fondo, un grande camino, che vuoto com'era, sembrava ancora pi grande e che da lungo tempo non vedeva fuoco, aggiungeva un'ulteriore apertura a quelle che facevano arrivare il gelo agli infelici ammassati nella capanna. La cenere spenta del focolare, sollevata dal vento, a volte si spandeva come una sporca nuvola polverosa, tormentando ancor pi gli infelici che vi abitavano. In un angolo, un letto formato da numerosi fasci di paglia fetida, ricoperti da uno straccio per lenzuolo e da una coperta lacera,

un mucchio di paglia steso sul terreno umido e fangoso, un vecchio casso-

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ne, un armadio, una seggiola e una panca malferma erano il mobilio e l'unico bene degli abitanti. Sei persone tremavano. Il padre, Mathurin Herv, invecchiato anzitempo per le molte disgrazie sopportate, curvo, immobile, era d'aspetto duro. Si capiva dal suo volto che da lungo tempo soffriva e non aveva fatto l'abitudine a questa sofferenza. Certe smorfie delle labbra, alcune contrazioni passeggere delle mani, dei soprassalti nervosi testimoniavano che ancora non sapeva padroneggiarsi. Si vedeva che era diverso dai suoi simili, da quelli della sua stessa casta, che vengono giudicati dei paria, che si abituano alla disgrazia senza rendersene conto fino a identificarsi con essa, ne diventano una loro parte integrante, la assorbono: corpo e anima si induriscono, il primo a scapito della seconda; l'assuefazione diviene veramente una seconda natura. Mathurin Herv era occupato a consolidare con puntelli e chiodi la ramaglia che riempiva il varco nel muro crollato e che il vento aveva scostato e sollevato. Mentre Mathurin cercava di tenerla insieme meglio che poteva con l'aiuto di una traversa, la parte sovrastante del muro, cedendo al peso, cadde trascinando con s la ramaglia che rotol gi travolta dalle macerie. Subito dopo la casupola cominci a sobbalzare e a tremare, le travi scricchiolarono, le assi si sfasciarono: un grido terribile risuon tra la famiglia sconvolta: il padre era rimasto sepolto sotto le rovine. - Jeanne, - disse tranquillamente Catherine Herv - va'

a vedere cosa successo. - Oh! mio Dio, dov' mio padre? - gridava Jeanne, la figlia maggiore, precipitandosi verso la porta. - Aiuto, svelti, sta morendo! 71
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Alle grida della sorella si precipitarono Jean e Pierre, travolgendo nella foga la piccola Marguerite, la sorellina di tre anni che stava dormendo e che, bruscamente svegliata, contribu con i suoi strilli ad aumentare la confusione. - Oh, Dio! Che facciamo, che cosa dobbiamo fare? Jean, Pierre, mamma, aiutatemi, aiutatemi! - Jeanne non si rendeva conto che la violenza con cui suo fratello Jean l'aiutava serviva solo a farle trattenere le lacrime. Anche Pierre la stava aiutando. Catherine guardava ma non si muoveva. Alla fine riuscirono a sollevare pietre e detriti e a estrarre Mathurin Herv. I suoi lineamenti erano orribilmente alterati, lamenti sordi e spezzati gli sfuggirono dal petto. I due figli lo trasportarono urlante di dolore sul letto. - Acqua, dell'acqua! - gridava Jeanne tra i singhiozzi. - Pi svelti, fannulloni! Catherine si era alzata e stava arrivando tranquilla con un orcio di terracotta, pieno d'acqua torbida e salmastra: ne bagn il volto del marito, gli inumid la fronte. Egli riprese conoscenza, il dolore l'aveva fatto svenire. Si port la mano tremante a contatto con la gamba terribilmente contusa: una grossa pietra rovinata gi dal muro gliela aveva colpita nella parte anteriore e gliela aveva letteralmente sfracellata. Gli orribili brandelli di quell'ammasso informe di carne inondavano di sangue il lenzuolo.

- Soffri molto? - chiese Catherine con indifferenza. - Padre, padre, rispondimi, rispondimi, ti prego! Mi senti? Cosa vuoi, dimmi cosa vuoi! Ah! Mio Dio! gridava Jeanne, piena di dolore e amore per il padre. E voltandosi verso i fratelli, Jean triste e silenzioso, e Pierre calmo e quasi indifferente:

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- Fate almeno tacere Marguerite, nostro padre soffre gi abbastanza. Silenzio! La bambina non cessava di strillare. Jeanne, ansimante e preoccupata, era china su suo padre. Mathurin Herv si mosse, contrazioni nervose percorrevano il suo corpo, convulsioni incontrollabili causate dall'atroce dolore avevano disfatto le fasciature che gli erano state fatte alla gamba. Mathurin mordeva il lenzuolo. - Un medico, Jean! Ti prego, Jean, corri... Oh povero padre mio! - Bah! - disse Catherine Herv - che medico vuoi che si scomodi per un malato che non pu pagare. Fermati. Tuo padre ha sofferto ben altro. Mathurin Herv lanci uno sguardo sofferente alla moglie. Catherine non si mosse. Era di natura sciagurata: i suoi lineamenti non erano dolci, ma nemmeno troppo duri. Bruciata dal sole, le mani ruvide e callose, indurite dal lavoro dei campi, sembrava una donna robusta anche se di bassa statura: ma il suo aspetto aveva qualcosa di ripugnante. Era abituata a guardare tutto con occhio freddo e arido e la profonda indifferenza dipinta sul suo volto rendeva immobili i suoi tratti. Completamente estranea a tutto ci che succedeva intorno a lei, viveva macchinalmente, senza rendersi conto delle sue azioni

pi abituali. Il suo non era stoicismo ostentato e rassegnazione razionale, era assenza di ogni sensibilit morale; non amava niente e nessuno, era morta ormai alla gioia e al dolore. Aveva conosciuto tempi pi felici. Mathurin Herv un tempo era stato il capo di una grande e fiorente fattoria. In quel periodo fortunato in cui aveva goduto vantaggi e benessere,

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aveva assaporato i rari e passeggeri piaceri che talvolta venivano a rallegrare la sua laboriosa esistenza: come un viaggiatore che trova riposo dalle fatiche del deserto in un'oasi profumata. Piaceri e speranze si alternavano al lavoro e il cuore ritemprato era pronto ad affrontare i disagi del giorno dopo. Ma i tempi erano cambiati: tanti rivolgimenti avevano modificato le loro abitudini, frenato il loro slancio. Il loro benessere ne aveva sofferto, i rapporti con gli altri contadini erano stati interrotti. E abbiamo visto come questi stretti legami si erano trasformati in una fredda e opprimente solitudine. Mathurin Herv era rimasto solo: senza amici, senza denaro, non poteva trasferire altrove la sua inquietudine e sofferenza, poich non aveva i soldi per pagarsi un'altra casa. Almeno non gli era stata negata quella traballante dimora e la sua famiglia, trascinando faticosamente il pesante fardello della propria esistenza, si nutriva del magro e scarso cibo che, sudando e lavorando fino allo sfinimento, riusciva a strappare alla terra ormai sterile. Catherine Herv, sua moglie, ne aveva ricevuto un violento contraccolpo. Nel suo cuore ferito aveva sostituito piet, simpatia e amore, sentimenti precipui della donna, con una

fredda indifferenza. E le disgrazie di oggi, pur colpendola nei suoi affetti pi cari, la lasciavano del tutto impassibile. La fonte era esaurita: conseguenza inevitabile della miseria e della sofferenza. Jeanne Herv, la primogenita, era l'opposto della madre: pia, dolce, piena d'amore, era incline a un generoso scetticismo e per consolarsi delle avversit tentava di porre rimedio alle disgrazie. Riversava caritatevolmente la sua piet e la sua consolazione con animo puro e limpido: abbiamo visto la sua premura per il padre, che metteva ancor pi in risalto l'indifferenza di Catherine.

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Jeanne era bella, ma il suo specchio rotto non glielo aveva mai detto; i miseri abiti stracciati tradivano, a sua insaputa, le dolci rotondit del suo busto. Aveva un profilo dai tratti vivi e gentili, anche il suo incarnato, che aveva sempre avuto come sola protezione l'azzurro del cielo, non era perfettamente candido. Il suo era quel genere di bellezza popolare, di classe proletaria, che richiede una costituzione pi robusta. Giovane di diciannove anni, lei era la somma di tre fiori: aveva la bellezza della rosa, la forza vivace della margherita, la modestia dell'umile violetta. Ai tempi felici, Jeanne aveva avuto degli innamorati, adoratori a distanza della sua bellezza, e chi non ne ha avuti a quell'et? Ma gli avvenimenti tempestosi li avevano allontanati per sempre. L'allegria di Jeanne mitigava la tristezza della famiglia, era servizievole e premurosa, preveniva i desideri degli altri e l'unica sua ricompensa era nel vedere, di tanto in tanto, un po' di serenit sui volti dei suoi cari. Nonostante l'ingenua semplicit, Jeanne aveva capito

il malessere esistenziale della madre e, da figlia amorosa, cercava di sostituirla presso il padre con la sua eccessiva tenerezza. Cercava anche con parole dolci e teneri rimproveri di ridestare nei fratelli il coraggio, spesso abbattuto, anche usando talvolta parole degne di un cuore pi duro. Jean, il fratello pi vecchio, l'adorava, divideva con lei gioia e dolore; sorrideva quando la vedeva sorridere, si rattristava quando la vedeva triste. Alto, forte, agile, ben fatto era quel che si dice un bel ragazzo: grazie a lui e alla sorella la povera famiglia tirava in qualche modo avanti. Pierre, il fratello pi giovane, non era fatto per le fatiche dei campi. Era piccolo, gracile e alquanto fannullone. I suoi lineamenti non erano per nulla regolari: l'occhio destro enor75
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me, triste, spento e privo di vitalit gli conferiva un'aria benigna, ma l'occhio sinistro piccolo, profondamente incavato brillava talvolta di lampi fiammeggianti. Non gli piaceva lavorare ed era poco amato dalla famiglia. Somigliava pi di tutti alla madre che lo prediligeva ed egli amava con singolare tenerezza. Catherine Herv non amava neppure la piccola Marguerite, i cui pianti non giungevano alle sue sorde viscere; anzi, quando il nervosismo superava la sua indifferenza la picchiava con rivoltante inumanit, sostenendo tranquillamente che ci serviva a formarla, a renderla forte. Intanto, Mathurin Herv riposava pi tranquillamente; le cure di Jeanne avevano prodotto i loro effetti. Sdraiato pi comodo, ben fasciato, poteva respirare meglio: era cupo ma rassegnato.

- Jean, - disse Jeanne prendendo in disparte il fratello - va' in paese a cercare un medico, te ne scongiuro, promettigli quello che vuoi, pur che venga. Nostro padre non pu riprendersi senza l'aiuto di un dottore: te ne prego, portalo qui. Ci sar un medico che cura per sola carit e questa una splendida occasione per farlo. Ah! come siamo disgraziati! - Jeanne, mia buona sorella, tenter, far tutto quello che posso. Ma ci riuscir? Il villaggio lontano, non possiamo sperare troppo, ma tenter. Gli prometter tante di quelle cose che sar costretto a venire. - Tieni, Jean, prendi e vendi questo. E pagalo, quel medico. - Jeanne, la tua croce, quella che nostro padre ti ha regalato? - E io gliela restituisco, Jean; un sacrificio che mi costa, mi piaceva guardarla spesso. Ma le dico addio. Va', va' fratello mio, e non dire niente a nostra madre, lo sai. 76
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Jean assent tristemente, comprendeva e approvava. - Ah, Jeanne , perch non ho qualcosa da vendere? Vorrei tanto che ti tenessi questo ricordo. Come brutto essere poveri, quante sofferenze dobbiamo patire. - Va', fratello mio, va', il sacrificio fatto. Ah! Povero padre come deve soffrire! - Taci, Jeanne, taci e ascolta. Tacquero. - Hai sentito? Si direbbero delle grida nei campi. Ecco, senti? Si udirono delle grida spaventose, terribili. - Oh, Dio! Che cos', Jean, madre? Jean fece segno al fratello Pierre: armati di bastoni si lanciarono in direzione delle urla. La vecchia porta

ricadde cigolando e stridendo.

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VII
Al rumore, Mathurin Herv, la cui sofferenza si era completamente assopita, si svegli. Il movimento gli accese lancinanti fitte di dolore. - Jeanne, Jeanne, sto male, ho freddo, che cosa succede? Il vento moltiplicava il suo impeto e sollevava polverosi turbini d'aria come onde del mare; le folate d'aria si rovesciavano, investendo la casupola, impotente ostacolo al loro furore, e se ne tornavano su se stesse come fa la risacca. La piccola casa sotto la violenza del vento vibrava, tremava, si squassava e quasi si curvava come la cima di un albero. - Copriti, padre, copriti: c' un tempo cos brutto! Dio ci preservi da nuove disgrazie! - Sono usciti i tuoi fratelli? - S, padre. Hanno udito gridare nei campi e sono accorsi: speriamo che non accada loro nulla di male, ne abbiamo abbastanza qui. Hai freddo? Sono usciti da molto tempo: madre, non li senti tornare? - No - rispose seccamente Catherine. - E non c' modo di vedere: pioggia, vento, tutto penetra qui. Dio mio!

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La porta si apr ed entr Jean scarmigliato e bagnato fino alle ossa. - L'abbiamo salvato, vivo.
- Chi?

- Un viaggiatore. dentro la carrozza che Pierre sta conducendo. Oh! Sono stati i briganti. Entr un uomo d'una cinquantina d'anni, con i vestiti strappati e coperti di fango, l'abito da viaggio a

brandelli, la guarnacca1 foderata di martora che lo copriva a malapena. - Del fuoco, di grazia, del fuoco. Non ci si pu scaldare qui? Ah!, miserabili briganti! - e la sua voce tremava piena di terrore. - Del fuoco? Senza badare a ci che gli stava intorno si diresse verso il focolare, ma si ferm di colpo: il vento scendendo dalla cappa del camino non gli diede la piacevole sensazione del calore benefico e ristoratore. - Non c' un po' di fuoco qui, ma dove sono capitato? Si guard intorno e se ne rese conto. La malasorte della casupola gli fece dimenticare la sua. - Perdonate, brava gente, di avervi disturbati, d'essermi precipitato dentro senza guardare, senza parlare, ero ancora pieno di paura. Devo la vita a due giovani che sono accorsi in mio aiuto! Abitano qui, vero? Pierre stava entrando in casa in quel momento, dopo aver attaccato il cavallo alla porta, l'unico posto in cui lasciarlo. - Siate il benvenuto, signore, - disse Jeanne - la porta dei disgraziati non ha serratura n catenaccio, gi aperta e il viaggiatore in pericolo non ha bisogno di bussare a lungo
1

Specie di soprabito munito di cappuccio (N.d.R).

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come a un castello; siate il benvenuto e la nostra misera ospitalit vi offrir ci che possiede. Lo sconosciuto gett un'occhiata sorpresa su colei che parlava con parole tanto cortesi che ne rispecchiavano l'anima. Jeanne si dava da fare aiutata alla meglio dal fratello; Mathurin Herv, trattenendo i suoi lamenti per non affliggere l'ospite con le sue sofferenze, faceva segno

alla moglie perch gli offrisse una sedia, la pi presentabile su cui sedersi. Catherine non si disturb affatto: apatia ed egoismo non erano riservati solo ai suoi congiunti. Pi le si offrivano distrazioni, meno se ne rallegrava, come quei fornelli che si spengono proprio quando il vento ne ravviva la fiamma. La vista dello straniero, che rompeva la desolante monotonia di vita di quella casa, non riaccendeva in quel cuore di ghiaccio la voglia di fare qualcosa. - Catherine, alzati!... non vedi che... ah! Lo sconosciuto guard con aria rattristata e infelice prima Catherine poi Mathurin. Tutto ci era accaduto in un istante. - State comodi, state comodi, brava gente, non disturbatevi, l'ospite non vuol portare incomodo ai suoi salvatori. Perch voi mi avete salvato. Ragazzi, come potr ricompensarvi? - Signore, - rispose Jean, senza capire - riposatevi, l'emozione deve avervi distrutto, temevamo di non farcela. Da molto vi avevano assalito? - Ma no, amici miei, anche se da tempo avevo dei sospetti ed ero inquieto. - Le strade sono deserte. - S, ed questo che raddoppiava i miei timori. Sono partito questa mattina da Nantes e poco dopo avere lasciato i sobborghi una donna grande, orribilmente vestita, mi ha chiesto 81
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di poter salire dietro sulla mia carrozza dicendo che affari urgenti la chiamavano a N... e che mi sarebbe stata molto riconoscente. Gliel'ho permesso. Ma non ero tranquillo: sul suo volto c'era uno sguardo strano che quasi mi spaventava. salita. Ho continuato la

mia strada non senza guardare di tanto in tanto attraverso il finestrino posteriore. Procedevo lentamente, le strade sono spaventose e con questo tempo quasi impraticabili; il cavallo inciampava a ogni passo, un solco qua, una pietra- l mi mettevano in difficolt. A un certo momento, guardando dal finestrino, vidi che la donna faceva dei gesti, come se volesse fermare qualcuno che io non vedevo, e questo mi inquiet ancor di pi; feci cadere il mio bastone e chiesi alla donna se per piacere potesse raccogliermelo. Mi sporsi dalla carrozza per osservarla mentre scendeva; nel mettere il piede a terra, la sua gonna rimase impigliata nel predellino e mi accorsi che portava pantaloni rimboccati a mezza gamba; capii che era un uomo e con chi avevo a che fare; quando mi si avvicin, diedi un gran colpo di frusta al mio cavallo che part al galoppo. Udii un fischio, accelerai ancora, sentivo qualcuno che correva dietro di me: guardai, erano due donne, quella di cui ho parlato e che sapevo essere un uomo, e un'altra che non era travestita, che correvano al mio inseguimento. Avanzavo con molta difficolt, temevo che il mio cavallo cadesse, il che avvenne: in un istante, i malfattori furono su di me. Urlai, chiamai aiuto: per fortuna mi avete sentito voi, e con grande coraggio siete venuti in mio soccorso. I briganti non hanno resistito a lungo, sono fuggiti. E voi mi avete accolto qui, cosa di cui vi ringrazio ancora molto. - Ma perch salito sul retro della vostra carrozza il travestito? Non sarebbe stato meglio che fosse salita la vera donna? 82
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- Anch'io l'ho pensato, ma poi riflettendoci ho capito che se non avessi acconsentito a farlo salire, mi

avrebbe immediatamente assalito e in seguito sarebbe venuta la donna. - vero, signore; comunque sia, sia lodato Dio per la vostra salvezza. - Grazie, mia bella bambina. Si parla spesso in queste campagne di briganti, ladri e assassini? - Oh, no, signore, - rispose Jeanne - un mestiere che qui non ripaga, la criminalit non ha tornaconto. - Questo paese molto desolato. Avete sentito parlare di questi briganti, li avete visti in azione in questi paraggi? - Mai, signore, - rispose Jean. - Mi sembra che soffriate, signore, - disse lo straniero a Mathurin Herv. - Oh, signore, mio padre sta molto male. Proprio adesso, mentre cercava di puntellare quel pezzo di muro, gli crollato addosso tutto, ha una gamba spezzata. - terribile, avete mandato a cercare un medico? - E chi verrebbe, signore, cos lontano e con un tempo simile? C' troppa miseria, qui. La pioggia penetrava a torrenti nella casa e schizzava anche sul letto del malato: Pierre stava tranquillamente a guardare la campagna inondata e sembrava annoiato di tutto quanto accadeva intorno a lui. Catherine gli era vicina e parlavano tra loro. - Tu sai chi quest'uomo? Sembra pieno di denaro? Ti dar qualcosa per il tuo aiuto? - E che ne so! - Bisogna dirgli quanto siamo disgraziati. - No, io non gli chieder niente. 83
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- Come vuoi. Dove va? - Non lo so. Credi che abbia passato il tempo a farmi

raccontare la sua storia? - Ma Pierre, ti d fastidio che te lo chieda? - No, madre, ma sono talmente stufo che penso di abbandonare tutto. Sono al limite della mia pazienza, bisogna che parta, non posso pi restare qui: la morte. Lo straniero aveva capito le lotte interiori di quegli infelici, aveva capito il carattere di Catherine, cos evidente del resto sul suo viso; non necessario essere psicologi per capire queste cose: basta un'analisi dei volti e in un batter d'occhio si capisce tutto, cos come un solo gesto a volte riassume un intero ragionamento. Il forestiero era un uomo d'una cinquantina d'anni, dall'aspetto buono, franco, aperto, uno di quegli individui che piacciono subito, che vanno diritto al loro scopo, senza ripensamenti, senza vie traverse, che cercano disperatamente il bene e respingono decisamente il male, che sanno distinguere la miseria vera da quella falsa e cercano di ovviare alle cause e alla fatalit della prima e di mortificare la seconda: questa capacit di discernimento proprio delle anime belle. Miseria e vizio convivono gomito a gomito, cos come il figlio della colpa vive con il figlio legittimo. Fatalit e colpa possono portare allo stesso risultato, allo stesso effetto e spesso si travisa la causa che ci porta a condannare il povero come colpevole. Coloro che sanno distinguere immediatamente il bene dal male sono esseri privilegiati e consolatori che elargiscono con discrezione e oculatezza il loro aiuto, non mandano le loro generose offerte per mezzo di servi, ma le portano loro stessi con parole di consolazione e di speranza.

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Questi uomini per sono rari. Monsieur Dorbeuil apparteneva a questa classe privilegiata e distribuiva il suo aiuto con assoluta nobilt. Ricco da sempre, aveva cominciato presto la sua opera di benefattore, non aveva perso tempo. Andava di qua e di l, a visitare gli asili dei poveri e cercava di migliorare e rendere meno penosa la loro condizione. Se i disgraziati, in preda ai pi cocenti dolori e al colmo delle sofferenze causate dalla miseria, piangevano quando lui entrava, piangevano anche quando lui usciva: ma erano lacrime di benedizione, e si sa quanto valgono. Monsieur Dorbeuil entrando nella casupola aveva valutato con un solo colpo d'occhio la povert che risaltava su tutti i muri e sui loro volti. Il caso l'aveva fatto capitare in mezzo a ci che cercava. Inoltre aveva un secondo motivo per commiserare il dolore dei suoi ospiti e confortarlo. Si sentiva debitore verso la famiglia che l'aveva cos generosamente e valorosamente salvato e il debito di riconoscenza va assolto con molta maggiore generosit proprio quando il creditore non pretende nulla. Non un debito che si paga una volta per tutte ma deve diventare un appagamento protratto nel tempo, una specie di rendita vitalizia assolta con zelo ed entusiasmo. Monsieur Dorbeuil aveva subito compreso i rapporti che esistevano tra i membri dell'infelice famiglia, l'influenza e la simpatia che gli uni avevano verso gli altri, aveva captato la singolare, fredda intimit, non amore, non amicizia, che legava Pierre a sua madre; Pierre non amava la madre, ma ne aveva compreso i furori rabbiosi, la sua odiosa indifferenza verso gli altri e le si era avvicinato: l'attaccamento di due esseri morti agli affetti, due esseri legati da un vincolo natu-

rale di sangue e non dai sentimenti. 85


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Dorbeuil aveva capito che l'angelo custode di quell'abitazione era Jeanne, che distribuiva generosamente bont e amore, che si sforzava di ingoiare le lacrime per non rattristare i suoi, sacrificandosi a lavorare fino a rovinarsi la salute; era sempre disponibile per tutti senza un lamento; ripagava il padre dell'indifferenza di Catherine, cercando di far vibrare in questa la corda del sentimento. Ma il signor Dorbeuil aveva bisogno di capire le vere idee di ogni persona. Aveva i suoi piani. Ma per portarli a termine doveva avere delle certezze. - Resterete in questa casa ancora a lungo? - chiese a Marthurin Herv. - Ci moriremo qui, signore, - rispose lui con penosi sforzi. - Signore, noi possediamo soltanto questa casa; non abbiamo altri parenti, non abbiamo pi amici: chi ci darebbe ospitalit? - Queste terre abbandonate sarebbero sufficienti per le vostre necessit? - Signore, - rispose Jean - abbiamo braccia forti e se siamo tutti in salute possiamo sperare di cavarcela. Sono le malattie che ci bloccano. - Guardate il mio povero padre, ha bisogno di cure, di medicine e quindi di denaro; ci vuole una persona per assisterlo, sono dunque quattro braccia di meno, ed molto. - Mia brava gente, non preoccupatevi. Appena arriver a Nantes, dove sono diretto, vi mander subito un bravo medico, onesto, che spero si adoprer per una guarigione rapida e sicura. Solo questa pioggia e questo vento che sono aumentati di intensit mi impediscono di partire e mi costringono a

prolungare l'ospitalit che mi avete offerto. - Oh! Restate signore, restate. La vostra visita, le vostre 86
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parole di consolazione ci fanno bene. Visite cos per noi sono rare, ci alleviano e ci rincuorano. - Grazie, figlio mio. Sapete dire meglio di altri parole commoventi. Sareste contento - continu Monsieur Dorbeuil cambiando bruscamente discorso - di lasciare questa casa per vivere meglio e non cos isolati? - Signore, - disse Pierre - lo speriamo tutti i giorni: non stiamo affatto bene qui, vero madre? - No, non stiamo bene. - Catherine conferm la domanda del figlio maggiore. - Potrei offrirvi una sistemazione migliore, dipende solo da voi accettarla o rifiutarla. Credo avrebbe grossi vantaggi e vi offrirebbe buone garanzie per l'avvenire. - Oh! Signore, voi siete mille volte troppo buono; ci avete gi ripagati con i vostri ringraziamenti e le vostre promesse: volete proprio aiutarci ancora? - Figlio mio, il mio mestiere consolare gli afflitti e aiutarli, e sono contento di farlo. - Siete un angelo, signore? Non avremmo mai potuto pensare, noi che abbiamo conosciuto solo la disgrazia, che potessero esistere persone cos caritatevoli. Allora per noi c' ancora speranza? - Mia brava gente, - continu il signor Dorbeuil commosso - io voglio realizzare le vostre speranze, le vostre attese, offrendovi qualcosa di pi concreto di una promessa. Sareste disposti, vero, a lasciare questa misera casa? - S, signore, - rispose pronto Mathurin Herv. Aveva

dimenticato le sue sofferenze, quello era stato il miglior rimedio che gli si potesse offrire. - Ascoltatemi, posso farvi venire tutti, sistemarvi tutti. Voi, Mathurin e Catherine Herv, per primi, voi che siete 87
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invecchiati anzitempo, logorati dal duro lavoro. Avete bisogno di una sistemazione sicura e ben pagata, avete anche una piccola bambina di tre o quattro anni, se vi sta bene, accettate. Avevo dato un negozio a un uomo infelice ma degno di stima; l'ha ben gestito, aumentando la clientela e il guadagno. Era solo, senza figli. Ora morto e ho riavuto il negozio. libero, lo volete? Vi renderebbe pi del necessario e potreste viverci felici, credo. Vi accompagnerebbe vostra figlia Jeanne, che cos si prenderebbe cura sia di voi sia degli affari. a tre leghe da Nantes, in un grosso borgo, quasi una cittadina. Siete d'accordo? - Come si potrebbe rifiutare, signore? - rispose Mathurin Herv. - Ma come ringraziarvi? Io piango, signore, piango perch soffrivo delle sventure dei miei poveri figli, che una cosa che strazia il cuore, signore. Spesso mi sono rifiutato di rendermi veramente conto delle disgrazie che ci cadevano addosso; io piango, signore, il mio unico modo per ringraziarvi. - Mio bravo Mathurin, ero sicuro che avreste accettato. Non potevate, se non per uno sbaglio che non avreste potuto giustificare, rinunciare alla felicit che vi attende, e sono io che ringrazio voi. Poteva sembrare strano questo ringraziamento, ma era proprio di un uomo come Dorbeuil, che non amava contrastare i sentimenti altrui con eccessivi convincimenti. La sua umilt non gli consentiva di

scendere in ragionamenti o discorsi che avrebbero solo messo in risalto e valorizzato il prezzo della buona azione. Per questa ottima ragione era lui a ringraziare Mathurin Herv. - Grazie, Mathurin, per quanto riguarda voi, vostra moglie, Jeanne e Marguerite. 88
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Jeanne piangeva, Catherine come sempre sembrava quasi del tutto indifferente, sembrava non capire quel che accadeva. - E adesso - continu il benefattore - non mi resta che pensare a Jean e a Pierre, questi sono i loro nomi, vero? Jean e Pierre fecero un cenno d'assenso. Pierre era felice, stava per realizzare i suoi desideri. - Sareste dispiaciuto di avere un prete in famiglia, Mathurin? - Sapete meglio di me, signore, quello che pi giusto fare. Non ho mai pensato a una simile possibilit, non avrei mai potuto realizzarla. Ci rimettiamo a voi. - Spero di non deludere la vostra aspettativa. Pierre entrer in seminario. Jean verr con me, lo sistemer presso dei padroni che sapranno apprezzarlo. - Grazie, signore, grazie, - disse Jean - vi dobbiamo la vita; abbiamo fatto ben poco e siamo cos ricompensati, signore; non meritiamo davvero tanto. - Siete infelici ed per questo che vi incoraggio e che mi impegno, per l'aiuto che mi avete dato, a seguire la vostra vita con sollecitudine. Siete d'accordo, Jean e voi, Pierre? - Assolutamente, signore, e vi ringrazio con mio fratello Jean. - Ritorner domani a prendervi e porter con me un

medico che decider se siete trasportabile senza pericolo. Parto e comincer i preparativi per la vostra sistemazione. Il tempo si sta calmando, ne approfitto. Non disturbatevi, basta che Jean mi mostri la strada. Cos dicendo il signor Dorbeuil prese il mantello, se lo gett sulle spalle, fece un saluto amichevole a quella brava gente e, accompagnato dal giovane, risal in carrozza e riprese la strada che aveva lasciato. 89
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Poco dopo Jean lo lasci e se ne torn a casa dove si parlava della carit del viaggiatore. C'era un'aria di gioia straordinaria, Pierre era pensoso e sognante, gi si vedeva intraprendere una nuova carriera. Il signor Dorbeuil gli aveva chiesto se la cosa fosse di suo gradimento: domanda oziosa; non si chiede a un disgraziato se vuole pane o a un povero se vuole denaro. Pierre aveva dovuto accettare per forza di cose, senza nemmeno pensarci su, come avrebbe acconsentito a qualunque altra offerta. La noia lo ossessionava e avrebbe accettato qualunque occasione pur di distrarsi e questa che gli veniva proposta significava per lui un cambiamento della sua vita e delle sue abitudini ed era affascinato da queste nuove idee, anche se non si rendeva del tutto conto di ci che stava facendo. A poco a poco smise di fantasticare e torn allegro e contento; il suo buon umore contagi anche Catherine che meno rabbiosa del solito and a curare il marito. Temeva forse di non partire, l'indomani? Jean e Jeanne partecipavano all'allegria generale, ma non dividevano con gli altri i loro pensieri. Pi riflessivi, non passavano bruscamente dalla gioia alla tristezza: sapevano che un mutamento improvviso pu essere funesto e trascinare fuori dalla realt, si

deve poi tornare sui propri passi e ridiventare tristi e con il cuore pesante. Avevano capito che si offriva loro la possibilit di un cambiamento ma bisognava esserne all'altezza. Tuttavia essi partecipavano all'allegria generale: la famiglia, ormai consolata, aveva dimenticato la violenza dell'uragano che imperversava all'intorno. Il vento nella sua corsa precipitosa trascinava torrenti d'acqua che rovesciava con furia crescente: sibili incredibili 90
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e fischi agghiaccianti tra le fenditure e tra i rami degli alberi che si spezzavano come fossero di vetro, sembravano quasi risate irreali. Monsieur Dorbeuil faceva molta fatica a guidare la sua carrozza che la tempesta minacciava di spazzar via. Avanzava lentamente e pensava a quanto gli era accaduto. Era in uno stato difficile da definire. La pioggia che l'accecava interrompeva a ogni istante il corso delle sue idee; snodava il filo dei suoi pensieri da una cosa all'altra, rivedeva in successione i briganti e la triste casupola, gli si confondeva tutto nella testa e gli sembrava che ci fosse un rapporto, un legame tra i briganti e i suoi ospiti, poi allontanava quest'idea e ripensava alle sue buone intenzioni e studiava un piano per realizzarle meglio. Quella Jeanne pensava una brava ragazza e gestir bene il piccolo negozio. Ma deve restare con il padre e la madre, che ne hanno bisogno, e deve essere il legame che li unisce. E speriamo che il cambiamento di vita, questo taglio alle loro monotone abitudini, restituisca a Catherine la voglia di lavorare e di amare. Che cosa triste vedere una madre priva d'affetto e di tenerezze per i propri figli: tra moglie e

marito non c' un legame di sangue ma tra madre e figli un'altra cosa. Catherine sembra preferire Pierre, che non buono come suo fratello Jean. Questi lo metter presso il curato di Saint Michel, si trover bene. Avr solo buoni esempi per quella sana tendenza che credo di aver intuito in lui, non avr bisogno d'altro. Pierre, invece, andr in seminario, ha un carattere un po' ribelle, la religione lo ammansir, lo render pi umile e sottomesso; che Dio mi aiuti. Quell'attacco dei briganti stato molto strano. La faccia di quell'uomo, travestito da donna, non potr mai dimenticar91
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la. Sembrava che la donna lo amasse e lo comandasse quasi. Come sono deserte queste campagne! Cos parlando tra s e tra i torrenti d'acqua che lo inzuppavano, il buon signor Dorbeuil era arrivato. Il medico gli promise di passare a prenderlo il giorno dopo. Risvegliato di quando in quando dal violento riprendersi della tempesta, si addorment sognando ancora i briganti e ripensando alla sistemazione della povera famiglia di Mathurin Herv. 92

Vili
L'indomani la tempesta era quasi cessata, ne restavano solo alcune tracce. A volte umide raffiche cariche di pioggia venivano ancora a frustare il viso, ma l'aria era pi limpida, l'atmosfera meno pesante. Si erano dissolti gli spessi nuvoloni gravidi d'acqua che fasciano la terra di una coltre nera, quei nembi che rotolano faticosamente gli uni sugli altri scomponendosi in mille figure fantastiche che spaventano l'occhio; erano sparite quelle pennellate nere che sembrano l'opera di un artista, non pi colori

contrastanti che si oppongono senza mai fondersi in linee regolari, non pi buchi enormi che forano le nubi e brillano come fornaci ardenti: ora vi erano nuvole leggere, inconsistenti, informi che si stracciavano nel cielo grigio, che i refoli del vento agitavano e sollevavano come la sciarpa di una ragazza e che, come rapide ombre fuggitive, coprivano e scoprivano il disco del sole. Pi in l, il cielo era macchiato di nero, come una pelle di tigre. In terra c'era un albero abbattuto dal vento, un altro con i rami ricurvi e pendenti scuoteva le foglie cariche di pioggia come un cane che si scrolla dalle zampe l'acqua del fiume. La terra, duramente sconvolta, era solcata da mille rivoli che si incontravano, si intersecavano, correvano diritti e paralleli, 93
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si fermavano, mescolati e confusi, come un gomitolo di filo ingarbugliato. Ma la natura respirava e riposava pi liberamente, come un malato grave che la cura giusta riporta alla vita. C'era un'aria nuova, dopo l'uragano tutto brillava, il mondo sembrava pi bello e gioioso. Il medico arriv all'ora convenuta: era un uomo buono che era riuscito a conciliare la sua attivit con elemosine e consolazioni. Il povero, pi di ogni altro, teme la visita del medico perch per lui la malattia morte, ma quando il male assale anche lui allora le caritatevoli visite del medico e le sue affettuose cure valgono pi di un'elemosina in denaro o in pane. Dolce ricompensa del santo ministero medico. Egli quindi arriv. Appena Monsieur Dorbeuil fu pronto partirono, il medico portava con s bende, garze e gli strumenti necessari per qualsiasi operazione.

Questo medico - di cui non ricordo il nome, lo sapevo ma l'ho dimenticato - era un dottore generico che accompagnava il signor Dorbeuil quando costui doveva dispensare assistenza medica e aiuti materiali. Il medico era abile e faceva bene il suo mestiere. Era sempre puntuale, ma da solo non avrebbe avuto la carica necessaria per compiere le sue opere benefiche, aveva bisogno di qualcuno che ve lo sospingesse. Il suo angelo custode non bastava a farlo marciare sul cammino della virt e per questo il signor Dorbeuil, dopo averlo conosciuto, lo portava con s nei suoi giri umanitari. - Andiamo lontano, mio caro Dorbeuil? - chiese quando la grande carrozza che questi guidava si avvi. - Andiamo lontano? - Perch?

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- Perch desidero sapere dove vado - rispose il signor Tur-pin (adesso ricordo il suo nome). - A tre leghe, amico mio, ma abbiamo tempo splendido, l'uragano di ieri ha ripulito tutto. - E cos vi siete preso l'uragano sulla schiena. - Sul viso, mio caro Turpin, sul viso: il vento entrava a raffiche nella mia carrozza. - Andavate controvento, amico mio. - Sempre i vostri termini di marina, una carriera quella poco compatibile con l'attuale. - Non sempre si fa ci che si desidera. Attento alla strada, il cavallo potrebbe cadere. - Vi ho detto che ieri sono stato assalito? - Siete stato assalito? - S, amico mio, e generosamente difeso dalle persone da cui stiamo andando. - C' stata un'aggressione e quindi dei feriti, allora

stata dura, tremo al pensiero di ci che sarebbe potuto capitarvi. - Rassicuratevi, rassicuratevi. Non mi successo assolutamente nulla e l'incidente non avvenuto durante l'aggressione. I due figli di quella famiglia che sono sopraggiunti in mio soccorso per fortuna non sono rimasti feriti e non hanno avuto conseguenze. Ne sarei stato disperato. - Ma come potuto accadere un simile incidente? chiese premurosamente il signor Turpin, che spinto dal suo mestiere, e credo anche per simpatia verso il malato, voleva sapere com'era successo e quali ne erano state le conseguenze. - Pochi istanti prima che io entrassi nella casa, continu il signor Dorbeuil - il padre aveva avuto una gamba schiacciata da un pezzo di muro.

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- una cosa grave e lunga da guarire, - rispose il signor Turpin - un genere di ferita che pu comportare fastidiose conseguenze. - Amico mio, conto sulla vostra capacit e sulla vostra amicizia. - Tenter. Ma in sostanza, che cosa vi successo? Nulla di molto grave, mi sembra. - Posso per ben immaginare cosa mi sarebbe accaduto se avessi dovuto contare soltanto sulle mie forze. - Pensate che il piano fosse premeditato e preparato proprio per voi? - Credo di s. E il signor Dorbeuil fece al medico un resoconto fedele dell'avventura del giorno prima senza tralasciare nemmeno il pi piccolo particolare, descrivendo in maniera esatta il ritratto dei briganti

che l'avevano assalito. - Siete sicuro di queste descrizioni? - Sono incise nella mia memoria, potrei riconoscere quell'uomo e quella donna tra mille... molto strano. - Avete forse qualche indizio? - No, ma ci penser. - Sapete che sto per terminare il mio libro sulla sobriet? - No, non lo sapevo. - Voi, amico mio, ricordate soltanto ci che ha qualche rapporto con la vostra idea fissa, la carit, la beneficenza. Bella cosa, magnifica cosa, ma dimenticate che anche il resto del mondo ha bisogno di aiuto, non credete che il mio lavoro sulla sobriet sia un'opera umanitaria? - Ma certo. - L'ingordigia una piaga che cresce ogni giorno e si incancrenisce.

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- Avete perfettamente ragione, mio caro Turpin. Non l'ha gi forse detto Seneca, il grande Seneca? Multos morbos multa fercula fecerunt. Vis numerare morbos quam munera?1 - Vedete, condivido la vostra opinione e porto a riprova la religione che con i suoi digiuni, le quaresime, le quattro tempora2 ci fa capire che l'intemperanza, il cibarsi troppo rendono lo spirito torbido e ribelle, che bisogna ricondurlo al digiuno e all'ascesi? - Credo sia cos. - Con la sobriet il mondo avr pi geni, persone pi intelligenti e uomini pi grandi. L'intemperanza uccide, mio caro Dorbeuil. - Ma state attento! Stiamo per ribaltarci. -Socrate ha detto che la sobriet la

salute dello spirito, Aristotele la chiamava sophrosun, saggezza, un completamento dell'intelligenza. vero, sfortunatamente troppo vero, l'intemperanza uccide il pensiero, lo rode a poco a poco e ci riduce allo stato animale. Quanto mi fa male, questo, il mondo diventa stupido e sciocco. - State generalizzando, amico mio. - Non tanto, non quanto credete; da un po' di tempo sto facendo un'analisi, un'analisi che mi rattrista. - Credo che il vostro libro far del bene, - disse seriamente Dorbeuil. - Lo spero, oso crederlo, - rispose modestamente il dottor Turpin. Quando lo si chiamava in causa, ed egli non desiderava che questo, parlava soltanto di se stesso e di quello che pensava: era il suo unico difetto.
' Molti cibi provocano molte malattie.Vuoi contare le malattie provocate dagli eccessivi impegni? (N.d.R.). 2 Periodo dell'anno, secondo la liturgia cattolica, dedicato a preghiere e atti di penitenza (N.d.R).

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- Lo spero, s, un'opera di cui si sente la necessit. - Ci si pu rifare a molti altri scritti su questo tema: si corre il pericolo di copiare, di ripetere cose gi dette. - Caro amico, vi confesso che la cosa non mi preoccupa: prendo ci che mi serve dove lo trovo. dimostrato che un'opera nuova, anche se si rifa a vecchi procedimenti, diventa subito un inedito. Arti e mestieri che mirano allo stesso scopo hanno mille definizioni, prendete la stenografia, ricordo ora che si chiama di volta in volta tacheografia, tachigrafia, brachigrafia, eganografia, semigrafia, semeiografia, criptografia, radiografia, ossigrafia, facografia, reitografia, espe-diografia, notografia, poligrafia. 3 E il dottor Turpin si ferm affannato: aveva parlato

tutto d'un fiato. Durante gli interessanti e istruttivi monologhi del dottor Turpin intorno alla sua grande opera sulla sobriet, il signor Dorbeuil era caduto in una specie di dormiveglia; aveva ceduto le briglie al dottor Turpin raccomandando di non far ribaltare la carrozza preso com'era dalla stenografia, e riprese il corso dei suoi pensieri. In quale stato avrebbe trovato la famiglia di Mathurin Herv? La ferita avrebbe avuto gravi conseguenze e postumi spiacevoli? Il dottore avrebbe fatto la diagnosi. Si poteva trasportarlo? Comunque non poteva rimanere in quella casa aperta ai quattro venti dal cielo, come l'impero di Salomone secondo il profeta. Ma la speranza che riempiva il suo cuore come un'onda (il signor Dorbeuil non avrebbe usato queste parole perch non era per niente un poeta) l'avrebbe indotto al rimdio pi rapido,
Questo sfoggio culturale - sulla cui congruit ci sarebbe da discutere - fa sorridere e provoca nell'interlocutore un effetto soporifero (N.d.R).

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pi attivo. Li avrebbe portati via tutti quel giorno stesso: la sua carrozza, era grande a sufficienza per farci entrare tutta la famiglia. Non volendoli mai perdere di vista, il negozio che aveva offerto a Mathurin forse non andava bene. Ci voleva per loro un altro lavoro. Avrebbe trovato qualcosa di nuovo. Jean, di Jean ne era sicuro, si sarebbe trovato bene nella casa del curato di Saint-Michel; dove si pu stare meglio che in una canonica? E per Pierre, niente di meglio che farlo diventare prete. Da tempo aveva la santa abitudine di fare entrare qualche suo protetto in seminario, gliene pagava la pensione, lo vestiva come va vestito un giovane al servizio del Signore, e questi piccoli gruppi privilegiati di persone erano le pietre

miliari che egli poneva sul grande cammino del mondo, sostegno e appoggio per le anime inferme e vacillanti. Gettava un seme per la Chiesa e nel seminario vedeva queste giovani piante benedette dal Signore spuntare, crescere e svilupparsi al calore della preghiera. Tutte queste immagini passavano e ripassavano in successione nella sua testa, vi si mescolavano confusamente; ogni tanto chiudeva gli occhi, poi li riapriva ma senza vedere, senza fissare niente di preciso: il suo sguardo interiore escludeva tutti gli altri sensi. Non vedeva nemmeno le grandi devastazioni della tempesta notturna, che avevano arrecato enormi danni alle campagne circostanti. Il dottor Turpin guardava invece attentamente. Qua e l c'erano immense pozzanghere di acqua giallastra, fangosa, profonda che la carrozza attraversava lentamente guidata con abilit dal dottor Turpin. C'erano grosse buche scavate dai torrenti d'acqua e tutt'intorno il paesaggio era sconvolto, strappato, sradicato, devastato, pressoch distrutto; a terra

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c'erano alberi abbattuti, rami spezzati che sembravano disintegrati da asce invisibili; da una vecchia catapecchia franata uscivano ancora rivoli d'acqua che, di pietra in pietra, formavano delle cascate che si allargavano a sbalzi con un triste rumore. L'uragano era riuscito a cambiare anche l'aspetto gi triste della campagna, rendendolo ancor pi desolato. Sembrava un paese abbandonato in seguito a un immane avvenimento, a un cataclisma che tutto aveva sconvolto. Tutto questo vedeva il dottor Turpin e ne era

profondamente rattristato, Continuava a guardare e vide lontano un rudere, attorno al quale c'era per del movimento; sembrava fosse abitato, gli sembrava di udire delle deboli voci, grida di donna che il vento gli portava sulle sue ali rapide e rumorose. Guard ancora per essere sicuro e non ebbe pi dubbi. - Ehi, Dorbeuil, Dorbeuil... - Cosa c'? - chiese questi sobbalzando. - Siamo arrivati? - No, ecco, guardate l: una donna ci fa cenno di accorrere: la loro casetta crollata sotto la furia del vento. - lei, sono loro; dottore, ferma, venite presto, i vostri strumenti, dottore, sbrigatevi! - Vengo, andate, vi seguo. I nostri due viaggiatori scesero precipitosamente dalla carrozza e volarono sul luogo dell'incidente. Era la baracca di Mathurn Herv. - Oh! Signore, - grid Jeannne - mio padre, mia madre, Marguerite: sono sepolti l sotto schiacciati! E la povera ragazza si torceva convulsamente le braccia fino a farne scricchiolare le ossa, il volto paonazzo, le mani sporche di sangue. - E i vostri fratelli? 100
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- Sono andati a cercare soccorso. Ah, signore, diventer pazza, sola contro queste maledette pietre! - Come possono non essere morti, l sotto? Oh, signore, salvate i miei parenti! Si rivolgeva a Dorbeuil, poi al dottor Turpin, poi si rimetteva a lottare con quelle pietre troppo pesanti per lei. - Ah, signore, i miei fratelli e io eravamo usciti nel

bel mezzo della burrasca per cercare di chiudere quel buco che infastidiva mio padre, e all'improvviso tutto crollato; aiutatemi, signori, aiutatemi, una cosa spaventosa. Pierre e Jean arrivavano in quel momento ma soli e costernati. Le disgrazie non hanno piet e gli altri infelici ai quali si erano rivolti dovevano riparare a loro volta i danni della notte. Alla vista degli estranei si affrettarono: un po' di speranza era venuta a riscaldare i loro cuori. - A noi, signori, - grid Jean - a noi quattro, riusciremo a far qualcosa. Sorella, lascia fare a noi, riposati, coraggio. Si misero all'opera tutti e quattro, lavorando con criterio. Bisognava evitare di fare crollare i pezzi di muro soprastanti che avrebbero schiacciato definitivamente le persone rimaste sepolte, se ancora erano in vita. Erano da quattro ore in quell'orribile situazione. Il primo crollo era avvenuto dalla parte dove c'era gi il buco; il muro aveva ceduto sotto la spinta impetuosa dell'uragano che, come un possente ariete, si era precipitato a testa bassa contro l'ostacolo; l'angolo si era piegato trascinando con s il tetto traballante che, logoro e marcio, si era afflosciato come una stuoia di giunco, coprendo e proteggendo per l'angolo dove c'era il letto di Mathurin Herv. I due tronconi di muro ancora in piedi facevano da vela e quindi bisognava impedire che crollassero. 101
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Li puntellarono e li sostennero con travi e pezzi di legno recuperati dai rottami; poi i quattro lavoratori, tremanti, cominciarono lo sgombero. Jeanne, priva di forze, piangeva sotto un albero.

Jean centuplicava i suoi sforzi, Pierre lo aiutava validamente. Non si udivano grida n lamenti; sotto le macerie tutto taceva, non c'era segno di vita; ci faceva male al cuore. Il lavoro procedeva faticosamente. La paura aumentava con il procedere delle ricerche, si temeva di trovare un arto troncato, una pozza di sangue; ogni pietra rimossa opprimeva con tutto il suo peso il cuore dei figli, sempre pi sfiduciati. Una speranza adombrata da un grande timore pi amara del dolore reale. Dopo molti sforzi, lotte accanite e molta fatica che minacciavano di non sortire alcun risultato, i lavoratori ripresero fiato: - Dottore, - disse il signor Dorbeuil - cerchiamo di salvare prima degli altri Mathurin Herv. per forza l sotto, non poteva muoversi per la grave ferita; cerchiamo di tirarlo fuori ma con cautela; ci sono troppe macerie sulla sua testa. Senza perdere altro tempo, si ricominci a smuoverle; non era facile maneggiare il pesante insieme di travi e putrelle che si era depositato sull'angolo in cui stava Mathurin; tutto era precipitato sul cumulo di pietre seguendo le sinuosit della massa informe: cos nero e pesante sembrava un enorme drappo mortuario sopra una bara! Riuscirono a poggiare il tutto sui pilastri; ora bisognava far cadere all'esterno i monconi di muro che erano ancora in piedi: era il colpo decisivo. Si doveva tagliare il filo di quella spada di Damocle, che doveva cadere altrove, non sulla testa della vittima! La parte superiore del muro, proprio quella che pendeva su Mathurin e minacciava 102
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di schiacciarlo, fu spinta all'infuori e il resto dei muri

ne segu il crollo, rotolando rumorosamente. Si precipitarono dentro. Mathurin Herv era miracolosamente salvo; il fracasso l'aveva destato dal torpore. Pallido e livido si drizz a sedere, gli occhi sbarrati, inebetiti, spenti. - Padre mio! - grid Jeanne. - Padre mio! - e si precipit verso il padre. Le grida risvegliarono del tutto Mathurin. Finalmente si rilass e le lacrime cominciarono a scorrere dai suoi occhi. Era pi sollevato. - Figli miei, dove sono? Ah, ricordo, terribile. Voi siete salvi. E mia moglie? E Marguerite? - Calmati, padre, presto le rivedremo, sta' tranquillo. Il signore di ieri di nuovo qui con me. Su, non piangere, mi fai male, padre, padre, ti supplico. Sollevarono pi delicatamente possibile Mathurin Herv sul suo letto. Ogni movimento era per lui una pugnalata, perch il dolore era pi vivo adesso che non al momento dell'incidente. Il dottor Turpin esamin subito la gamba malata, non riscontr altre ferite e rassicur gli animi inquieti sulla gravit delle prime. Fu un grande sollievo, un grosso peso di meno sul cuore. Ma la gioia ebbe breve durata, la realt prese il sopravvento: sotto le macerie c'erano ancora due infelici. Non un angolo di muro, non un pezzo di tetto era rimasto in piedi a proteggerle: dovevano essere morte. Ripresero tutti a lavorare con alacrit; tristi e pieni di angoscia si passarono di mano in mano travi, pietre, legname, fino a che giunsero al corpo di Marguerite, la povera bambina di tre anni. Aveva la testa schiacciata, le membra inanimate e scomposte. Non respirava pi.

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- Povera bambina! - disse Mathurin Hrv che aveva voluto essere presente alla ricerca. E pianse, pianse amaramente, poich un padre soffre pi di una madre, avendo una maggiore capacit di manifestare il proprio dolore. Egli ha una reazione pi violenta. Il vento incurva le canne, ma la tempesta spezza la quercia, il dolore prostra e inaridisce le donne, ma quando l'uomo a essere piegato e abbattuto vuol dire che la tempesta stata furiosa. Alla vista della povera sorella sciagurata, Jeanne cadde in ginocchio e oscill come un corpo inerte. Non aveva pi forze, sembrava che la sua anima fosse l'essenza stessa del dolore e che lei se ne andasse a poco a poco perch anche il dolore potesse penetrarla fino in fondo. Fu allora che Jean, Pierre e il signor Dorbeuil arrivarono portando il corpo di Catherine: era morta anche lei; la sua apatia, il suo fare pigro e indifferente furono, si pu dire, la causa della sua morte. Se fosse stata pi attiva, sarebbe andata anche lei a tappare la breccia e non si sarebbe trovata l al momento del crollo. Mathurin vide il cadavere di sua moglie: smise bruscamente di piangere e la guard fissamente con due occhi spenti e incavati, uno sguardo bestiale; poi, riprese a piangere, aveva improvvisamente preso coscienza della grave perdita. Certamente Catherine non gli aveva reso la vita felice nei tempi sfortunati, ed egli ne aveva sofferto con rassegnazione e tranquillit. Ma la morte ha lo strano privilegio di cancellare i difetti dell'individuo cos come lo cancella dal numero dei vivi. Se ne ricordano soltanto i lati belli e si rimpiange la felicit di un

tempo. Jeanne cadde svenuta. 104


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Jean e Pierre erano costernati; era troppo per le loro anime spezzate. Ripensarono ai sogni del giorno prima, alle illusioni, belle e durature, che si erano costruite. Ricordarono la gioia e l'allegria di tutti e fecero delle valutazioni. Quel momento felice era stata una parentesi che aveva unito le due disgrazie, accentuandone la sofferenza. Il dottor Turpin soccorreva Jeanne, il signor Dorbeuil si prodigava come poteva per consolare Mathurin Herv. Era un quadro molto triste: in primo piano Jean e Pierre, mano nella mano, gli occhi abbassati, Jeanne svenuta, in ginocchio vicino a lei il dottore; dall'altro lato Mathurin sul suo letto di dolore e Dorbeuil chino su di lui; sullo sfondo, sulla penombra, due cadaveri, uno grande e uno piccolo, le cui mutilazioni erano nascoste da un mucchio di pietre; in lontananza, il funereo cumulo delle orribili rovine ammassate alla rinfusa e poi, sopra a un tetto sfondato, la tristezza della campagna, gli alberi inclinati, abbattuti, atterrati che, come anime che supplicavano in ginocchio, lasciavano pendere le braccia costernati e cadere lacrime di pioggia dalle loro foglie: su tutto, un'ombra, come l'ombra d'una chiesa parata a lutto. - Dorbeuil, - fece il dottore - queste due persone sono proprio morte, la medicina non pu pi fare nulla. Queste altre due - e indicava Jeanne e Mathurin - sono in condizioni pietose. Dobbiamo sbrigarci a portarle via. - E i morti? - Signore, - disse Jean, il volto contratto per trattenere

le lacrime che stavano per travolgerlo - seppelliamo qui mia madre e mia sorella: sono sempre vissute qui, lasciamo che continuino a starci. Non avranno mai in altri luoghi una cerimonia migliore: qui almeno saranno seppellite dai figli e dai fratelli. Vieni, Pierre. 105
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E, armati di pale, cominciarono a scavare le fosse. Era una cosa terribile che prendeva al cuore, sembrava volesse stritolarlo per farne uscire dolore e pena. I due giovani scavavano la fossa della madre. Tutto era silenzioso, scandivano i secondi solo i colpi di pala e questo lugubre rumore riecheggiava sordo nel cuore. La fossa veniva scavata a poco a poco e i due giovani che sprofondavano con lei aggiungevano un che di irreale a tutto il quadro. La terra fresca che estraevano sembrava impaziente di tornare al suo posto. II lavoro fin cos come era iniziato, in silenzio. I due corpi furono calati insieme, senza cassa, senza niente: la prima palata di terra cadde con un tonfo funereo. Fu tutto. Una croce di legno venne piantata sul tumulo, una croce per segnare e custodire una tomba, un fuscello, una pagliuzza piantata su un punto dell'immensit della terra. Una croce sufficiente perch non venga calpestata come una siepe o una landa desolata. La carrozza si avvicin: Jean e Pierre, dopo essersi inginocchiati, aiutarono a far salire Mathurin e Jeanne. Dopo un mese, Mathurin e la figlia erano sistemati, Jean entrava a lavorare presso il curato di SaintMichel e Pierre in seminario. 106

IX

Tutti questi avvenimenti erano accaduti nel 1829. Ma torniamo all'inizio del nostro racconto, nel 1839, dopo il funesto evento della Chiesa di St. Nicolas. Ricordiamo l'infruttuoso tentativo di rapimento che aveva avuto come teatro la carrozza. La carrozza era improvvisamente sparita davanti agli occhi stupiti di M. Deltour, nella cui testa le idee incespicavano in maniera un po' confusa. La gente diceva che non aveva molto sale in zucca. E per la verit egli era un uomo di modesta intelligenza e spesso non si rendeva ben conto di ci che succedeva intorno a lui. Era alto cinque piedi e qualche pollice, era l'ultimo discendente della sua famiglia, l'ultimo a portarne il cognome. Domus inclinata recumbit1 avrebbe detto Virgilio. Buon padre, buon marito, aveva un solo difetto che gli derivava proprio da quella scarsa intelligenza che il cielo, dispensatore attento dei doni della mente e del corpo, gli aveva fornito. Si diceva nobile, e se gi poco onorevole essere nobile con i tempi che corrono, ancor meno nobile fingere d'esserlo o volerlo diventare. Molti altri, per simulare la loro bassa estrazione, fingono di essere aristocratici. Ma Orazio dice loro:
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Casa che pende crolla (N.d.T).

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Dum vitant stulti vitia, in contraria currunt Pastillas Rufillus olet, Gorgonius Hircum,2 Ma a questo signore io debbo delle scuse, mi sbaglio, crucis homo mendax,3 egli aveva delle buone ragioni per agire cos. A questo proposito egli non faceva che prendere a modello tanti altri. Si chiamava Deltour, e il ragionamento di una semplicit che colpisce. Tutti i cognomi nobili e importanti cominciano con la d. E non pu essere diversamente, sarebbe addirittura

contro il buon senso. talmente facile mettere un apostrofo dopo la d che in verit non vale la pena di farne a meno. Ma pu costare un po' di denaro. Il governo potrebbe decretare un'imposta, forse una delle pi grosse e pi immediata, sulla lettera. cosa assolutamente naturale che il cocchiere di fiacre o il tamburo della guardia nazionale si chiamino Delabarre, Desderides o Daguzer e appartengano a quella classe particolare che ha il privilegio di dominare il resto del mondo. Oh, consonante creatrice! Presso gli antichi, la lettera a si trovava spesso al principio dei nomi propri. Era una vocale nobile che si aggiungeva o si sopprimeva all'inizio del nome e che, in sostanza, non toglieva nulla alla natura dell'individuo: // fit tout l'entour un fosse bourbeux, Et de Monsieur Delille en prit le nom pompeux (Molire).4
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Mentre gli stolti evitano i vizi, corrono verso le cose contrarie: Rufillus odora di pastiglie, Gorgonius di caprone (N.d.7T). 3 L'uomo del patibolo mendace (N.d.TT). * Fece fare tutt'intorno un fossato melmoso, / e di Monsieur Delille prese il nome pomposo (N.d.T).

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Ai giorni nostri, e a proposito della lettera d, non si mai pensato di sopprimerla, eventualmente di aggiungerla, possedendo essa virt incredibili. Il che comprova, contro le circolari in favore dei progressisti, che il mondo ha fatto enormi passi avanti. Proprio questa nobilt arriver al delirio. Coloro che, volenti o nolenti, non riescono ad avere un titolo, non sono capaci di andare avanti se non hanno un nome nobile che li guidi, come le colonne di fuoco che guidavano gli israeliti. Ci si serve della nobilt come

copertura. La si mette ovunque. Non c' azienda pubblica o privata che non abbia il presidente o il vice presidente con un de! Non una compagnia ferroviaria che non sia sotto il patronato di M. de...! Non una qualsiasi societ che ti assicuri sulla vita, sul gas, sulle inondazioni che faccia a meno del de. Anche sulla grammatica di Noel e Chapsal ci sono questi esempi: Siete Madame de Genlis? S, ecc.. Non so dove non ce ne sono. Forse soltanto nel cuore degli uomini grandi e onorevoli. Oh, che belle sentenze si potrebbero trarre da queste considerazioni! Comunque sia, ho sempre pensato che la consonante d cabalistica, che possiede qualche magia, visto gli incredibili miracoli che produce: dare nobilt a coloro che non ne hanno. M. Deltour, che non gratificheremo di un apostrofo, era benestante, godeva d'una rendita di 5 o 6.000 franchi, di una moglie e di una figlia. La moglie aveva quarantaquattro anni. La figlia diciotto, lui ne aveva compiuti cinquanta l'ultimo 12 febbraio, giorno di Saint-Paschase. Non so molto bene chi sia stato suo padre, chi sua madre e chi i suoi antenati paterni e materni. Egli non ne parlava: 109
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forse non ci teneva molto che si risalisse nella sua scala genealogica, perch probabilmente non si sarebbe arrivati alla coscia di Giove. Quando si era sposato non faceva niente e non possedeva niente, proprio come molti giovani nobili di oggi. La moglie gli aveva portato la propria fortuna e per di pi non si riteneva nobile discendente n di Adamo n di Eva. La signora Deltour era pesante e massiccia, ma buona e sensibile e inoltre amava molto

il marito di cui condivideva, per simpatia, idee e credenze. Vivevano insieme felici e contenti, secondo gli articoli 212, 213, 214 del Codice civile e crescevano senza problemi la figlia, signorina Anna Deltour, la giovane che abbiamo visto coinvolta nell'incidente. La giovane era piena di grazia e di bellezza, di grazia ancor pi che di bellezza. Era una di quelle persone che, una volta entrate nella vostra vita, riescono a comunicarvi il vero sentimento d'amore, spoglio di tutte le illusioni, semplice, nudo e bello; il fascino emanato dalla giovane donna penetrava l'anima e l'anima rispondeva, una risposta platonica e commovente. Guardate e riflettete: questo petalo di rosa che il minimo soffio increspa e fa appassire, questo fiore che appena colto gi pallido ed esangue, in questo fiore ci sono grandi e possenti emozioni, il suo cuore fa sentire i primi palpiti che lei cerca di comprimere con la mano tremante e ardente, quasi arrossendo con la coscienza. Tutto il suo essere, in preda a una strana agitazione di cui non capisce bene la causa, freme. Un'aureola di pudore la circonda. Poich solo il pudore riesce a respingere certi sentimenti, certe idee. Lei guarda con occhio smarrito, mentre la sua bocca pudica respira l'oscurit. l'et in cui la giovane donna esita, in un'altalena di 110
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oscillazioni la cui ampiezza aumenta sempre di pi. La grande innocenza comincia a scomparire. Lo stesso velo che le ammanta l'intelligenza del cuore comincia a sollevarsi al soffio timorato dell'amore. ancora qualcosa di indeciso, d'incerto, d'irrisolto, come certe domande alle quali non si sa come

rispondere. A volte lei vede e non sente, a volte sente e non vede. Vuole e non vuole, cammina e si ferma, sorride e piange, la sua anima oscilla tra queste diverse emozioni come l'acqua che un remo maldestro agita in tutti i sensi. La vita per lei come un quadro davanti al suo occhio turbato: non vi vede nulla; come se passasse improvvisamente da una luce troppo forte all'oscurit, il cuore che lotta per una nuova verit. La conseguenza di tutto sono queste nuove sensazioni, queste nuove idee, questa nuova luce, racchiuse in una discrezione delicata, riservata, pudica che fa della donna a diciott'anni una creatura soprannaturale. Ma questi nuovi sentimenti debbono dipanarsi lenti, senza tempeste impetuose: conoscere la realt troppo rapidamente, troppo bruscamente pu ferire la giovane anima. Lei deve restare tranquilla in mezzo ai turbini delle correnti che, investendola, si biforcano precipitando impetuosi come l'acqua di un fiume che intorno al pilastro che regge l'arco del ponte scorre limpida, tranquilla, calma mentre tutt'intor-no si precipita violenta. Cos era la giovane Anna Deltour, cos era la sua anima, cos era il suo cuore. Le emozioni le si dipingevano sul viso, vi passavano e vi ripassavano con espressioni differenti, in fondo alle quali si scorgeva brillare il suo candore come il sole che si intravede tra le nuvole che lo coprono e lo scoprono. Quella bell'anima era una cosa rara e singolare tra quei genitori cos materiali. Ci si chiedeva come potessero avere 111
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avuto una figlia cos differente da loro. Ne erano fieri, ma la loro fierezza si limitava all'aspetto esteriore,

alla sua bellezza fisica. Certamente non ne capivano la bellezza interiore, si fermavano all'esteriorit come la sera gli spettatori accalcati applaudono la fatica e la bravura degli acrobati e dei giocolieri senza chiedersi che cosa sentano in fondo ai loro cuori. Poche persone, del resto, avevano analizzato da vicino la giovane Anna Deltour. Il signor Paschase Deltour si riteneva troppo superiore per mischiarsi con gli altri della citt. Era molto meglio confondersi con l'alta nobilt che dominava la citt come la banderuola o l'antenna del telegrafo dominano un edificio. Ma i nobili di citt, come animali selvaggi che si nascondono nelle loro tane, si ritirano nelle loro magioni appartate, vivendo di boria aristocratica, di noia mal digerita e di sbadigli mal soffocati. Cos M. Deltour non poteva nemmeno tentare di entrare nella loro societ, se di soci si pu parlare, e si accontentava e si divertiva come uno che legge la Gazette de l'Instruction publique.5 La solitudine era abituale in casa Deltour, soprattutto durante l'inverno. D'estate la famiglia andava a la Bache-Gautronnire, nel comune di Brains, una piccola campagna isolata, a tre leghe di distanza. E l vivevano ancor pi soli e annoiati. Naturalmente non parlavano con i contadini. Si accontentavano di andare alla messa della domenica, dare una monetina per la questua, monetina che ai buoni paesani faceva lo stesso effetto della camera riempita d'oro ad altezza d'uomo di Montezuma. Era come paragonare il piccolo al grande, ma era molto bello.
5

Si tratta di un'ironia, in quanto tale periodico non doveva rappresentare certamente un'amena lettura (N.d.R.').

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Ma nell'estate del 1838, la famiglia era riantrata in tutta fretta a Nantes, pi triste e pi cupa del solito.

M. Deltour, nonostante i suoi sforzi, di quando in quando si lasciava andare a una collera sorda, a un'irritazione mal contenuta. Madame Deltour a volte piangeva: cos la famiglia rest sempre pi sola e appartata. Anna era nuovamente pallida, agitata, distrutta; i suoi grandi occhi erano cerchiati di nero, il che li rendeva ancor pi brillanti. Aveva un'incredibile agitazione interiore. La famiglia Deltour era sulla difensiva, come se volesse proteggersi da un imminente pericolo. Non si mai saputo quale sia stata la causa di questo cambiamento morale. E intanto tutti mormoravano in quella casa solitaria. Fin da principio, in rue de la Clavurerie, dal numero 10 fino al numero 29 incluso, i pettegolezzi erano stati il tema dominante. Le portinaie, che amano il pettegolezzo come il fornaio il pane o il creatore la sua creatura, avevano cominciato la loro giostra da quella sera stessa. Prima la portinaia di casa Deltour con quella di fronte del numero 20, poi le chiacchiere, dopo essersi estese in lunghezza, avevano preso a crescere, a salire le scale pi ripide e tortuose e avevano finito con il riempire tutta la strada e le case che vi si affacciavano. La favola di La Fontaine Fernm.es et le secret si era dipanata in progressione geometrica in tutte le fasi dell'esagerazione. Avevano pensato e detto tutto quel che avevano voluto, ma non erano riuscite a indovinare ci che veramente era successo e ben presto non se ne occuparono pi. Ci che si era potuto vedere tutto qui! La famiglia Deltour intanto a poco a poco aveva ripreso fiducia e la paura di quella disgrazia che forse li minacciava era sparita dalla loro testa. M. Deltour era pi tranquillo. Madame Deltour piangeva di meno e Anna sentiva rinascere in lei la vita, come chi 113

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esce da un lungo torpore. Si riprendeva come un fiorellino piegato e quasi divelto dalla tempesta appena passata. Parlavano di tornare dopo Pasqua in campagna a Gautronnire e riprendervi quella vita pigra e solitaria che avevano interrotto bruscamente. M. Deltour del resto per le sue idee preferiva Brains, poich come Cesare amava essere il primo in una piccola citt che il secondo a Roma, come Milton ha detto: Better to reign in hell, than serve in heaven6 o, come ha sostenuto un altro autore francese, imitandolo: Preferisco essere la testa di una mosca che la coda di un leone. Dopo il ritorno precipitoso una sola persona, una sola volta, era salita dal signor Deltour, avvenimento raro e insolito che aveva attirato l'attenzione. Costui era il vecchio Joseph. Cos'era andato a fare? E i pettegolezzi erano ripresi e si erano gonfiati, ve l'assicuro; le malelingue parlavano gi di matrimonio tra il vecchio Joseph e la giovane Anna. Ma era la maniera di vendicarsi per il mistero che, come un velo impenetrabile, circondava casa Deltour: siccome non riuscivano a penetrarlo, cercavano di renderlo ancora pi fitto, come se nascondesse chiss quali orrori. In seguito il vecchio Joseph in rue de la Clavurerie non si era pi visto e i pettegolezzi erano nuovamente scemati: soprattutto perch l'incendio di un camino aveva avuto il privilegio di occupare tutta la loro volubilit. Ma tutto ci era accaduto prima dell'orribile avvenimento della Chiesa di St. Nicolas. Quella sera era andata al sermone accompagnata da un parente. Si era capita la necessit di fare distrarre in qualche modo quella giovane ferita da un
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Meglio regnare all'inferno che essere schiavi in paradiso

(N.d.R.y

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colpo mortale e un sermone, per un'anima pia, un piacere lecito e al tempo stesso piacevole. Il signor Deltour era un gentiluomo di rango troppo alto per andare a mischiarsi con quella gente, perci aveva affidato la figlia al cognato, uomo pio e caritatevole, sotto l'egida del quale la giovane Anna non aveva niente da temere. Quanto a lui, non aveva fatto amicizie tra la borghesia e meno ancora tra il popolo. Madame Deltour correva il pericolo di essere schiacciata tra quella folla, poich grassa e robusta com'era, aveva meno probabilit di altre di uscirne illesa. Tremiamo ancora, noi lettori che sappiamo ci che successo, perch siamo convinti che il giorno dopo avremmo trovato il cadavere di Madame Deltour. Alla notizia della disgrazia per l'istinto paterno era prevalso su ogni altra considerazione, e tutti e due erano corsi in gran fretta dove la figlia era stata portata, e una volta sul posto, in presenza del salvatore di Anna, l'orgoglio e la suprbia di M. Deltour erano stati costretti a cedere. Il suo primo gesto, il primo slancio del suo cuore di padre era stato generoso: la stretta di mano data a uno sconosciuto era stata del tutto istintiva. E l'istinto paterno simile a quello animale, e ci fa fare cose che non faremmo se avessimo il tempo di pensarci sopra. E gli aveva detto: Grazie, signore, grazie, domani mia figlia vi ringrazier e questo indipendentemente dalla sua volont, cos come una mina scoppia dopo che le si dato fuoco senza tenere conto della volont dei minatori. una reazione semplice, che non si pu scomporre n analizzare, se non fosse cos non avrebbe gli effetti che ha.

Ma il ripensamento non aveva tardato a prendere il sopravvento; allo stesso modo in cui l'acqua, in una pentola ben chiusa, compressa dal vapore, non scappa fuori ma, 115
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appena si solleva il coperchio e il vapore si dissolve, comincia a sobbollire rumorosamente e schizza fuori. Chi quel giovane?, si domandava appena sistemato nel fiacre. Da dove viene? Sar nobile? E io chi ho invitato a venire a casa domani: uno sconosciuto, un comune borghese? pi di quanto occorre per macchiare un blasone. Ma ha reso un importante servizio a mia figlia. Comunque sia, non devo riceverlo. Non ha forse avuto tristi conseguenze la visita del vecchio Joseph? Eppure veniva per un grosso piacere. Ancora quell'infame, ma ci perseguiter per sempre? E cosa diceva il vecchio Joseph? Ma non importa, ci deve essere sotto un mistero che non riuscir mai a scoprire. Non per una buona ragione per ricevere questo giovane sconosciuto; poi, del resto, non ha un grande merito. Chiunque al suo posto si sarebbe precipitato a soccorrere sua figlia, cos bella! E poi mia figlia! Discendente di una nobile famiglia che pu vantarsi, a buon diritto, di essere d'alto lignaggio; le mie insegne, il mio stemma con a destra un ramo d'ulivo e a sinistra un corno di daino e sul quarto in alto un daino che corre. mia figlia, Anna d'Eltour ! Ci si sarebbe fatti travolgere per salvarla. Perch proprio quest'uomo si precipitato in suo soccorso? Sar di nascita nobile? Chiss? Domani cercher di scoprirlo. Il signor Deltour stava pensando all'accoglienza che doveva riservargli, all'atteggiamento da assumere, e

come sistemare famiglia e poltrone, quando un incidente con un fiacre sconosciuto che per poco non li fece ribaltare lo distolse dai suoi pensieri. Una volta ripresa la strada, aveva troppo da fare a sostenere la figlia svenuta, a rincuorare la moglie, a dare una buona ramanzina all'incapace cocchiere per pensare ancora al salvatore della figlia. 116

X
Anna Deltour, appena tornata nella sua camera, era stata messa a letto dalla madre: era in preda a un delirio violento che turbava la sua mente con visioni fantastiche, con quadri dai colori contrastanti e diabolici. M. Deltour si era ritirato per porre ordine ai suoi pensieri e per rimettere le sue idee al posto giusto. Nonostante tutto, le sue fantasie sulla nobilt lo perseguitavano pi che mai, senza che nemmeno se ne accorgesse, tanta era l'abitudine, proprio come quei commessi che anche quando uscite dal negozio senza aver comprato nulla, vi chiedono con molta seriet: Non serve niente altro?. M. Deltour non aveva trovato lo stato di sua figlia tanto preoccupante da dover chiamare il medico; dopo aver preso alcuni calmanti, la giovane torn pi tranquilla e si addorment serena. Anche M. Deltour se ne and a dormire; la signora Deltour rimase accanto alla figlia, per passare la notte vicino a lei. Una madre non dorme quando la figlia ammalata; pu assopirsi un istante, ma un niente pu interrompere quel sonno, che, timido uccello, riposa sulla sua fronte coprendole gli occhi con le sue immense ali ma un soffio appena fa volare via. Anna era la sua figlia adorata che doveva proteggere a ogni costo, e per 117

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proteggere qualcosa di prezioso proprio necessario che tentino di portarlo via per stringerlo come un tesoro? Si deve aspettare la cancrena per curare la piaga? Si deve attendere l'ora dei rimorsi? No. Madame Deltour conosceva la sensibilit esasperata di sua figlia, sapeva che si impressionava facilmente e due emozioni in una sola serata erano troppe. Dopo una prima disgrazia si spera che non ne succeda una seconda, dopo un tentativo sciagurato, ci si rallegra se non ne capita un altro, ma se dopo una spiacevole esperienza ne segue un'altra ancora, allora ci si pu aspettare di tutto. La pazienza del malvagio infinita. Egli veglia sempre in agguato. La signora Deltour venne dunque a sistemare e a baciare la figlia, prepar tutto per la sua notte insonne di madre amorosa. Chiuse le tende bianche che proteggevano la figlia come una candida veste di innocenza, le tir perch la luce della lampada da notte posata sul tavolino non disturbasse i suoi occhi malati e inquieti; sul tavolino c'erano pozioni, tisane, zuccherini, tutto quello che una madre previdente di solito sceglie e prepara con cura vicino al letto dell'ammalata. La camera della ragazza era immersa in una semioscurit che rifletteva sul muro di quando in quando sprazzi di luce; la signora Deltour stava seduta tranquilla accanto al letto della figlia, le mani incrociate una sull'altra, attenta e in raccoglimento: ricordava una pia donna che veglia i sepolcri il venerd santo. Nella stanza non troppo ampia, c'erano un secrtaire ridosso al muro di fianco alla finestra, qualche seggiola, qua e l libri di devozione, alcune lettere scritte e altre appena cominciate, libri di storia, lavori di cucito, astucci, insomma il corredo di una diciottenne.

La stanzetta non era arredata con lusso, la cosa pi evidente era la gran pulizia. In quell'arredamento e in quell'or118
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dine si respirava l'aria pura e soave dell'innocenza, un'aria piena d'amore che vi penetrava e vi riempiva il cuore di un'indicibile armonia. Non si pu entrare nella camera di una ragazza come in una qualunque altra camera: il sancta sanctorum del tempio, la camera in assoluto; non ci sono secrtaire, comodino, letto, ma l'essenza di queste cose, quella che pu raggiungere l'anima con un sentimento purificato. L'immaginazione coglie il doppio significato, la doppia espressione di un oggetto, ne scarta la parte materiale e desidera volteggiare come una farfalla su quei fiori sbocciati sotto il respiro di una ragazza; lei ha sfiorato con la sua anima questi oggetti cos comuni, cos semplici e prosaici, vi ha lasciato la scia di un profumo inconsueto, li ha rivestiti di una poesia incantatrice. Guardate e riflettete! Questo bianco letto, lindo e stretto, che ha appena ceduto sotto il peso di una ragazza, il pi misterioso emblema del pudore e dell'innocenza. Lo spirito che lo contempla vi trova tutto il nutrimento necessario alla sua attivit. Madame Deltour era troppo materialista e troppo modesta, direi troppo pia, per comprendere tutto ci. Per di pi, era donna e vi aveva fatto l'abitudine, due cose incompatibili con la poesia e l'immaginazione. Era anche troppo religiosa e per il sesso femminile essere troppo devote e bigotte influisce sull'intelligenza, porta a non avere idee proprie; si dovrebbe impiegare con queste persone il metodo di Socrate:

la maieutica.1
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L'arte ostetricia. In ambito socratico-platonico, rappresenta il metodo filosofico di ricercare la verit, sollecitando il soggetto pensante a ritrovarla in se stesso e tirarla fuori dalla propria anima (N.d.R.').

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Jules Verme

Del resto in questo caso era meglio cos, perch se madame Deltour si fosse lasciata andare alla sua immaginazione, non avrebbe potuto seguire con tanta attenzione e presenza di spirito l'amata figlia. L'immaginazione di Anna era stata violentemente colpita e il suo stato d'esaltazione, assopito dai calmanti, cominciava a riprendere il sopravvento. I sintomi del delirio ricominciavano: la ragazza agitata, si voltava e rivoltava come se avesse voluto sfuggire a un'idea ossessionante e con la mano respingeva un nemico invisibile. La madre scost la tenda dal letto: la figlia era seduta, bianca di un pallore di morte, gli occhi sbarrati e fissi erano di tanto in tanto attraversati da un lampo di paura che faceva rabbrividire il suo corpo, e la costringeva con le mani contratte ad afferrare il lenzuolo. I suoi gesti erano febbrili, ansimava e, appena superata un po' la crisi, ricadeva inerte. La vista della madre la fece tornare un po' in s, debole e fragile fiore sotto un'ombra protettrice; dalla sua bocca uscivano frasi spezzate e piene di terrore, dai suoi occhi sgorgavano lacrime brucianti che riflettevano la luce e solcavano rapide il suo volto. - Madre mia, madre mia, oh, lui ancora vicino a me, tornato; oh, mi brucia, mi brucia. E il suo messale, oh. Mio Dio, il suo povero libro. Oh, difendimi, proteggimi. Eccolo, colpiscilo. Anna si dibatteva tra le braccia di madame Deltour che non riusciva a calmarla:

- Calmati, figlia mia, sono io, tua madre. Oh, che dolore vederti cos, stai tranquilla, non c', non torner pi: sei nella tua camera, lo sai, lo vedi, sono vicina a te. - Il mio libro, madre, il mio libro! 120
Un prete nel 1839

- Oh, figlia mia, Anna, lui non ce l'ha, non possibile, andato perso. Guarda, non disperarti, ne hai un altro, e te ne dar quanti ne vorrai, calmati, figlia, dormi! Madame Deltour copriva di baci la figlia, la rimetteva gi, la stringeva tremante tra le braccia; la giovane continuava a dibattersi, come tormentata da un orribile incubo: le orecchie le rintronavano, diffondendo la loro malefica vibrazione in tutto il suo corpo che perci si contorceva. - Oh, madre mia, com'era orribile, non torner pi? Se lo vedessi ancora, morirei: ti dispiacerebbe che tua figlia morisse? Oh, te ne scongiuro, impediscigli di venire; chiudi la porta, ma, madre mia, sta suonando! non aprire, mi divorer; oh, entra, il maledetto. Vattene, mi bruci, madre, aiuto, mi brucia! Oh, brucio! Era orribile vedere i sussulti che scuotevano il corpo della giovane, come il vascello sotto la furia della tempesta. Il delirio poteva diventare incontrollabile, c'era bisogno di aiuto, ma madame Deltour non poteva abbandonare la figlia nemmeno per un minuto, nemmeno per un istante. Si sarebbe buttata gi dal letto e si sarebbe spaccata la testa contro il muro. La sua agitazione cresceva in continuazione e madame Deltour aveva bisogno di una forza sovrumana per contrastare la crisi di delirio di cui era preda la figlia; le rare pause, che le consentivano alcuni momenti di

calma, erano le pi terribili perch le permettevano di pensare, poi la crisi per ricominciava pi energica, pi veemente, pi folle. - Madre mia, non voglio pi andare a confessarmi, no, vedi, troppo orribile; oh, com' brutto, tutto nero, tutto nero, con gli occhi incavati, che fantasma; se n' andato, vero, l'hai cacciato, oh, mia cara madre quanto ti voglio 121
Jules Verne

bene, tu non mi abbandonerai, vero? Oh, stringimi, stringimi ancora. La giovane farneticava in maniera incomprensibile, passando da una frase all'altra; all'improvviso si ferm bruscamente; i suoi tratti si distesero e si ricomposero come le onde quando il vento calato; rimase immobile, gli occhi le si chiusero, sembr addormentarsi. Ma non dur a lungo, un incubo torn a tormentarla di nuovo, perch, come ha detto Cicerone: Et enim fere ut cogitationes et sermones nostri pariant aliquld in somno tale quale de Homero scrbit Ennius de quo videlicet saepissime vigilans solebat cogitare et loqui,2 e giunse le mani, sembrava una statua bianca. I vestiti scomposti dalle convulsioni scoprivano le belle spalle, le braccia di cera; era pallida, la pelle livida; a mala pena si distingueva il pallore del suo volto dal bianco degli abiti e delle lenzuola. Rest un altro po' silenziosa in atteggiamento di preghiera, poi a poco a poco usc dalle lenzuola e si mise in ginocchio, pia, raccolta, sempre immobile, sempre pallida. Sembrava ascoltare con attenzione le parole di qualcuno invisibile e rispondere ai suoi pii consigli con pi slancio del cuore. Improvvisamente riprese colore, si anim,

il sangue le riflu alla testa; trem e sospir, con sospiri che non uscivano dal petto; il seno le si sollev bruscamente e ansim con incredibile rapidit. Era tutto un convulso, un tremito ner2

Accade spesso che le nostre riflessioni e i nostri discorsi facciano nascere nel sogno qualcosa di simile a quello che Ennio scrive di Omero, di cui evidentemente molto spesso soleva pensare da desto e di cui soleva parlare (N.d.T?).

122
Un prete nel 1839

voso e tutto avvenne cos rapidamente che, illuminata in una stanza oscura da un fascio di luce, avrebbe potuto rappresentare con fedelt assoluta la statua del terrore. Ricadde quasi subito esausta, svenuta. La crisi l'aveva sfinita. Cadde tra le braccia della madre che vedendola del tutto inanimata si lanci fuori della porta in cerca di aiuto. Qualche istante dopo arrivava M. Deltour, mentre la domestica si precipitava dal medico: il pi vicino era il dottor Turpin, che arriv anche lui in tutta fretta. Fu prontamente messo al corrente di tutto quanto era accaduto quella sera e degli avvenimenti successivi che noi non conosciamo. Per curare coscienziosamente un malato, con qualche possibilit di successo, un medico deve conoscerne la vita, deve studiarne la psiche prima ancora del fisico, bisogna che comprenda l'influenza della prima sul secondo. - E la crisi durata a lungo? - chiese a madame Deltour. - Signore, da qualche ora si trova in questo stato d'agitazione che va continuamente aumentando. - Dopo il primo avvenimento che l'aveva cos vivamente impressionata, si era ripresa? - Del tutto, speravamo di essere alla fine delle nostre disgrazie. Pensavamo gi di tornare in quel funesto

paese di campagna quando questa sera... ben strano diceva il dottore tra s, quest'uomo... Devo rivedere Dorbeuil, necessario. - Possiamo sperare in una guarigione di nostra figlia? -domand il signor Deltour. - Potete sperarlo, signore; queste crisi, queste paure giusto che accadano; ben presto e solo con l'aiuto del tempo, la causa che debilita vostra figlia scomparir. Non contrariatela in nulla, adeguatevi sempre alle sue opinioni, fatela anche 123
Jules Verne

parlare di questi avvenimenti, deve abituarsi. Non avete forse parlato di un giovane che ha salvato vostra figlia portandola fuori dalla folla? - S, signore, e gliene siamo molto riconoscenti disse madame Deltour - e lo riceveremo con molto piacere, con tutto il cuore. - Signore, - riprese vivacemente il signor Deltour - forse sconveniente che lo si riceva in casa? Che ne pensate? - Sono di ben altro parere: la vista di questa persona distrarr vostra figlia e forse la render pi forte di fronte all'idea di queste disgrazie che pendono sulla sua testa. Se non avete nulla in contrario, invitatelo. - Eh, ma ci che... - Cosa dobbiamo fare per nostra figlia, signore? madame Deltour interruppe il marito che stava di nuovo confondendosi. - Ora lei riposa, madame, molto debole, questa crisi l'ha duramente provata, non deve venirgliene un'altra, non la supererebbe. Ma non allarmatevi, madame. - Grazie, signore, ma la veglier ancora, sono troppo inquieta. - Vegliatela, madame. La presenza di una madre

presso la figlia uno dei rimedi pi efficaci. - Ritornerete domani? - S, signora. - Di buon'ora? - Non proprio, signora. Il dottore pensava adesso all'incontro, che giudicava indispensabile, che voleva avere a tutti i costi con Dorbeuil. - Perch, signore? - chiese con impeto madame Deltour. Il dottore rest qualche istante senza rispondere. 124
Un prete nel 1839

- Devo prendere alcune informazioni. Non appena le avr mi affretter a venire da vostra figlia; spero, madame, che non avr bisogno della mia assistenza... Il dottore salut e usc, sempre mormorando tra le labbra: incredibile; finir per credere che mi sbaglio! Staremo a vedere. Una volta congedato il dottor Turpin, madame Deltour torn accanto alla figlia, mentre il signor Deltour, nonostante le rassicurazioni del medico, and a stendersi sul suo letto tutto vestito, pronto a qualsiasi eventualit. Madame Deltour riprese il suo posto di infermiera, non senza aver prima gettato uno sguardo d'amore e di paura alla figlia che si era addormentata, talmente debole che respirava a mala pena. Ogni tanto madame Deltour, timorosa e attenta, controllava il respiro della sua Anna. Le mise le braccia in una posizione pi comoda, le riassest le coperte sul corpo ancora quasi scoperto, la sua sollecitudine arriv fino a ricoprirla con una leggera garza, quell'esile velo come lo chiamano i poeti, per proteggerla dagli spiacevoli attacchi e' dalle punture degli insetti. La vegli cos

fino a che si fece giorno senza chiudere occhio e trovando sempre, nel suo immenso amore materno, qualcosa per dare sollievo alla sua diletta figlia. 125

XI
Il mattino seguente, il dottor Turpin e Jules Deguay saltarono gi dal letto appena svegli, il primo per andare dal signor Dorbeuil, alla casa del quale giunse ben presto, il secondo per andare a cercare l'amico Randeau. Nella mente di Jules Deguay cozzavano quattro idee ben distinte che faceva fatica a dominare, anche se si teneva la testa tra le mani. Primo: voleva assicurarsi che il suo amico, Michel Randeau, fosse uscito sano e salvo dalla confusione del giorno precedente, visto che dopo le incredibili fatiche gli era rimasta a malapena la forza di tornare a casa. Secondo: voleva rendere un estremo saluto al vecchio Joseph, poich, avendolo visto salire sul campanile, lo riteneva morto sotto le macerie. Terzo: stando cos le cose, doveva aprire la busta che il campanaro gli aveva affidato. Quarto, e questa era l'idea che senza guidare il suo pensiero in una direzione, senza fissarsi decisamente nella sua testa, si mescolava alle altre, vi si riallacciava con tanto di seguito e di pertinenza, proprio come quell'idea nuova che l'allievo di retorica vuol fare entrare a tutti i costi nel discorso: pensava alla giovane che aveva salvato. 127
Jules Verne

Strada facendo, e non andava veloce non essendosi del tutto ripreso dalle fatiche del giorno prima, amalgamava quest'insieme di pensieri.

Si vedeva arrivato al momento conclusivo, quello nel quale si sarebbe deciso il suo avvenire, quello che aveva desiderato con tanta forza e calore, che l'aveva sostenuto e vivificato, quello stesso cui ora temeva di trovarsi a faccia a faccia, perch sarebbe stato un momento estremamente doloroso. Si sentiva felice e infelice; la giovane che aveva salvato dal pericolo l'aveva colpito per la sua bellezza; ma su chi era caduta la scelta del vecchio Joseph? E come aveva potuto il campanaro mettersi in contatto con la persona giusta? Come poteva esserci una relazione tra quest'uomo d'infima estrazione e persone di ceto tanto superiore? E se pure la scelta del campanaro avesse tenuto conto della bellezza, della fortuna, dell'amabilit della ragazza, pur tuttavia il suo cuore non ne era coinvolto; l'immagine della ragazza che aveva salvato l'aveva sempre negli occhi, era sempre tra lui e gli altri oggetti, tra lui e i suoi pensieri, e turbava lo sguardo che aveva per questi oggetti, per questi pensieri. Jules Deguay non aveva la mente libera, non aveva la disposizione d'animo necessaria per riflettere bene. Come se avesse voluto pesare degli oggetti, utilizzando una bilancia i cui piatti non hanno lo stesso peso: non avrebbe mai ottenuto il peso giusto. Cos era per il giovane e il pensiero della ragazza era un pesante contrappeso a qualsiasi altra idea; egli vi si lasci andare del tutto, e trov piacere nel ricordare la scena del giorno precedente; il giovane corpo, inerte e inanimato, stretto fra le sue braccia, che sobbalzava agli scossoni, ai sussulti che la folla le imprimeva. Egli ricord con gioia la propria 128
Un prete nel 1839

fatica, la paura mescolata alla speranza, e lasciando

libera la fantasia, immaginava pericoli ancora pi grandi che lui, carico del suo fardello, sarebbe stato pronto ad affrontare e vincere. Amava talmente quella giovane donna da averne gi fatto il suo idolo, la sua religione: aveva fede in lei, e la fede, si sa, smuove le montagne. Cullandosi in questi pensieri pieni d'amore, arriv a rue Porte-Guichard numero 8, dove abitava Michel Randeau. Alla vista della casa alla quale era arrivato macchinalmente, guardandosi intorno senza vedere, Jules usc dalle sue fantasticherie; la casa dell'amico oper una brusca reazione nella sua mente e la ricondusse a qualcosa di pi reale: era la sola persona, dopo la morte del campanaro, cui confessava le proprie emozioni. Prima erano due. Se Michel fosse morto nella calca del giorno prima, che cosa avrebbe fatto? Ma non poteva restarsene tutto solo a riflettere su ci che era successo, a pensare a ci che sarebbe accaduto. Quando pos la mano sulla ringhiera della scala un brivido gli attravers il corpo: tutta la realt, tutti i pericoli gli si presentarono alla mente, anche quelli che poco prima si compiaceva di esagerare. Ma adesso non aveva la ragazza tra le braccia! Fu costretto a uscire nel giardino della casa per respirare un po' d'aria. Proprio come uno che, caduto svenuto nella sua cabina dopo un naufragio, rinviene mentre i suoi compagni fuggono verso la salvezza, e mentre ripensa al passato prende coscienza del presente. Jules usc e si mise a guardare la casa: non c'era nulla di straordinario, come al solito era tranquilla, cupa, massiccia; costruita di legno, pietra e ardesia, il recente intonaco la rendeva pi allegra. Mentre faceva

queste osservazioni, Jules 129


Jules Verne

riprese coraggio, bast un niente a ridarglielo: si lanci verso l'ingresso, sal a quattro a quattro le scale, suon e si gett tra le braccia dell'amico che gli aveva aperto la porta. - Michel! - Jules! - Dio sia lodato, sei sano e salvo. - E tu, mi sei sfuggito quando volevo trattenerti. Non credo proprio che tu corressi cos per metterti in salvo. - Ti dir tutto, Michel, hai diritto di sapere tutto. Ma lascia che ti guardi. Ti credevo perso, non osavo salire. Avrei dovuto pensare alla tua prudenza e al tuo sangue freddo. - Jules, sono rimasto dietro, non mi sono buttato tra la folla, ho atteso. - Io non ho potuto attendere, Michel. - Riposati un attimo, sei stanco; almeno, non sei rimasto ferito? - No, Michel, mi sono stancato molto, molto, ma non sono stato ferito, almeno al corpo. - Ah, sembra che... Ma sediamoci e parliamo tranquilli. Jules e Michel si sedettero vicino alla finestra; Jules era molto pallido e stanco, a poco a poco si riprese: - Michel, - disse tristemente Jules - il vecchio Joseph morto. - Ne sei sicuro? - Non l'hai visto mentre andava dalla sua vecchia amica, come lui chiamava la campana? - S, vero. - Non hai sentito le terribili grida che uscivano dal

campanile? - Me lo ricordo. - Non hai riconosciuto la sua voce? 130


Un prete nel 1839

- La catastrofe stata cos improvvisa che non ho avuto tempo di notare nulla... - Bench avessi altro da fare, bench stessi pensando a ben altre cose, io l'ho riconosciuto, - disse Jules sorridendo. - Che non sia morto? - Impossibile, Michel. - Sai bene che il disastro non successo per la caduta della campana, ma per il timore che questa cadesse. stato il panico. - E allora che ne deduci? - continu Jules che sembrava pensare a un'altra cosa. - Ne ho concluso che Joseph potrebbe anche non essere morto. - Ci recheremo nella cella, Michel, e se non lo troviamo saliremo sul campanile. - Ti seguo, Jules, e se il povero Joseph morto, vuol dire che era arrivato il suo momento. - Io tremo, amico, mi si agitano nella testa tristi presentimenti mescolati alla paura. - Jules, dalla chiesa andremo a casa tua? - Grazie, Michel. - presto, quasi primo mattino, avremo tutto il tempo per parlare. - Grazie, Michel, grazie. - Vedi, Jules, tu sei pieno di scrupoli, io invece ragiono pi freddamente e quindi posso esaminare pi obiettivamente la posizione nella quale ti trovi. Sicuramente cercherai di rimandare il momento conclusivo, sarai pieno di inquietudine e di angosce.

Dammi retta, non rimandare; le parole, i consigli di Joseph, lo sai, non ti impegnano a nulla. Mostrati all'altezza di questa situazione. Quando mi hai aperto il 131
Jules Verne

cuore, quando mi hai svelato i tuoi segreti, io ti ho detto come Joseph: Aspetta, ti ho detto: Aspetta, Jules, ma adesso ti dico: Non aspettare pi. Tu lo sai, si trattava di progetti per il tuo avvenire, di matrimonio. Per la tua tranquillit economica sei al sicuro, stai abbastanza bene. Si trattava solo di matrimonio. La tua anima appassionata e piena d'amore ha bisogno dell'altra met del tuo essere, dimidium animae tuae,1 lo sai. Ma conosci anche il lato serio della cosa, l'importanza di una scelta giusta. Il vecchio Joseph ha voluto guidarti. Doveva avere conoscenze misteriose, deve aver assistito a grandi avvenimenti che ci svelano le pieghe di un'anima, ce la fanno sondare e scrutare fino alle sue emozioni pi intime. Hai voluto affidarti alla sua esperienza e, secondo me, hai fatto bene, ora te ne penti? Michel avrebbe potuto continuare a parlare, ma Jules era completamente assorto in altri pensieri. - A che cosa pensi, - continu Michel con accento quasi inquieto - a che cosa pensi, Jules? - A niente, Michel, a niente; ti ringrazio per il tuo affetto. - Jules, ascoltami: ti sto domandando se sei pentito della tua passata condotta. - No, Michel, bisogna prendere il coraggio a due mani, no, non ho ripensamenti, no. - Se ci ripensi, come se nulla fosse accaduto, aggiunse gravemente Michel - cerca di annullare tutta la segreta protezione del campanaro di St. Nicolas; da

parte mia, seppellir ogni cosa nel mio affetto e non ci penser pi. - No, Michel, l'impresa cominciata, bisogna andare fino in fondo.
1

L'altra met della tua anima (N.d.IC).

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- Bene, Jules, continua; queste parole che pronunci con coraggio sono gli appigli ai quali punti piedi e mani per non scivolare nell'abisso della disperazione. - Michel, tu sarai spettatore della mia grande operazione. - Te l'ho promesso proprio ora. - Vieni con me a rendere l'estremo omaggio a Joseph. - Forse non morto, Jules, le nostre sono solo ipotesi. Tutto costruito sulle sabbie mobili. - morto, Michel, te lo dico io. L'ho sentito morire, ma qualcosa di pi importante mi ha impedito di salire subito sul campanile. - Avevi cos voglia di salvarti? - chiese Michel sorridendo. - Ma non stavo salvando solo me, Michel. - Ah, diverso, allora, - rispose Michel e parve riflettere. - Michel, saprai tutto; andiamo a trovare il vecchio Joseph. - Vivo? - Morto! 133

XII
I due amici scesero lentamente; Jules, nonostante la forza d'animo che aveva attinto a piene mani dalle parole consolatorie e accomodanti dell'amico, era ancora molto debole; si appoggiava al braccio di Michel che misurava il passo al suo. Attraversarono

rue de la Porte-Guichard e presero la lunga, tortuosa e stretta rue de la Petite-Boucherie. Michel sentiva il bisogno di distrarre l'amico, capiva che non bisognava lasciarlo solo con i suoi pensieri che, a giudicare dal volto disfatto e dal pallore del giovane, dovevano essere molto amari: le confidenze intime non servono a nulla. Bisogna muoversi, bisogna darsi da fare per ricaricare le energie mentali, come gli orologi Breguet che si ricaricano portandoli. C'era bisogno d'aria e di distrazione. Intanto percorrevano rue de la Porte-Guichard senza che nulla attirasse l'attenzione di Jules. Ma un osservatore attento avrebbe notato il brusio inquieto, l'aria sbigottita su tutti i volti; c'era una domanda su tutte le bocche, stupore in tutti i gesti: quest'agitazione poteva essere attribuita alla disgrazia del giorno prima, ancora ben presente nella mente di tutti. Doveva essere proprio cos, poich i frammenti di conver135
Jules Verne

sazione che arrivavano come foglie portate dal vento, vi facevano riferimento: - Comare Gunel, non credevo di trovarvi in negozio, questa mattina. - Perch, comare Godelureau? - E se ieri vi fosse venuto in mente di andare al sermone? - Eh! che disgrazia orribile, e poi, voi non sapete... - Dite, comare Lebon, che cosa ripeteva in continuazione il banditore? -Chi? - Eh, Mahaud, non lo conoscete? - Ah, s, lo conosco.

- Finotte mi diceva che la lettera era un falso. - Quale lettera?...................................................................... - Ehi tu, Angevine, la pi bella delle ragazze pubbliche, tu che vai a cercare i tuoi affari al sermone, tu non c'eri? - Ah, figurarsi, troppo noioso, per qualche cattivo soldato che vi si pesca. - Hai l'aria tutta scarruffata! - Perbacco, temo proprio che ci sia andato il mio amichetto, il piccolo d'Etve. - Sembra che sia un buon affarePoi ci si parlava da una parte all'altra della strada. - Insomma, c' qualcosa di molto strano in tutto ci, vicina! - Ah, non parlatemene; ho creduto di morire soffocata almeno venti volte, comare Mocquart! - Davvero? Vedete povera donna, Dio del Cielo, come possono essere grandi le disgrazie. - Sembra che il predicatore non sia nemmeno venuto... 136
Un prete nel 1839

Michel coglieva al volo tutte queste frasi e fu molto stupito dal loro significato. Arrivavano in quel momento alla fine di rue Port-Guichard, e ancora una volta due persone, una droghiera e una portinaia, parlavano tra loro. - Non credeteci, se lo volete, comare Goujon, ma mio marito che me l'ha detto. - E perch vostro marito dovrebbe saperlo, comare Jupin? - Ma senti un po' che domande, perch porta i giornali, e ci ha letto che padre Bruno ieri ha predicato a Bordeaux e poich le lettere sono datate,

non so esattamente cosa, succede che guardando le date, insomma, si capisce che... Non so troppo bene come ha messo insieme tutto ci. - Vostro marito non sa quel che si dice e voi, voi siete una vecchia stupida a crederlo. Almeno ecco una che non porta i pantaloni a casa sua. - una vergogna, bugie come queste! - Cos'ha, dunque, comare Goujon? - Soltanto ieri ha detto al mio inquilino che la sua cuoca faceva la cresta sulla spesa. E le due comari si misero a coprirsi di insulti e a subissarsi di insolenze. Scinditur incertum studia in contraria vulgus1 avrebbe detto Virgilio, parlavano tutti e due insieme lanciandosi grida terribili; grida che posso paragonare soltanto a quelle che lanciarono gli ateniesi ai giochi olimpici dopo la proclamazione dell'indipendenza della Grecia. E se non sono caduti dei corvi soltanto perch in quel momento sopra la strada non ne passavano.
1

II volgo, incerto, si divide in opinioni contrarie (N.d.T).

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Jules Verne

Malgrado l'incoerenza e gli sproloqui di comare Jupin, Michel era riuscito a coglierne il significato. - Hai capito, Jules? - Non molto, di cosa si tratta? In quel momento i due amici svoltarono dalla rue Porte-Guichard e all'angolo con rue Vueux-Bel-Air trovarono un grosso assembramento. - Vieni svelto - disse Michel a Jules - credo che troverai la risposta. Era il parrucchiere sotto l'insegna Figaro che, con il suo giornale in mano, sproloquiava in mezzo a una folla attenta e stupita. - Attenti, nobili cittadini, ascoltate bene, se padre

Bruno arrivato a Bordeaux il 10 marzo, arrivato senza dubbio il 10. Cercate di capire: l'8 era qui ed partito la sera stessa, la sera dell'8; l'indomani, dunque, era a La Rochelle, non vero?, e l'indomani ancora a Bordeaux. Ricapitolando, questo fa l'8 a Nantes, il 9 a La Rochelle, il 10 a Bordeaux. Quindi non si fermato a La Rochelle, non ha perci potuto scrivere una lettera da La Rochelle datata 9 marzo, capite, dove diceva che, rimandando di qualche giorno il suo arrivo a Bordeaux, poteva disporre di alcune giornate che si premurava di passare a Nantes. Avete capito voi, mia bella? - S, signore, vi ringrazio, - rispose una fresca lattaia. - E voi, signore, non troppo. Entrate dunque, signori, e mentre vi verr fatta la barba e vi verranno tagliati i capelli, vi dar ampi ragguagli. Ho profumi, rasoi inglesi, saponi inodori, saponi profumati, creme fini e sopraffine a prezzi modici, alla rosa, al gelsomino, all'eliotropio,2 alla violetta;
2

Pianta a fiori azzurri o lilla, profumati di vaniglia (N.d.R.~).

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entrate, signori e signore, ho conosciuto personalmente padre Bruno, siamo anche stati a scuola insieme, un giorno mi aveva detto, ecc. Michel e Jules se ne erano andati alla crema di rosa. - incredibile! - disse Jules. - sorprendente, c' qualcosa di misterioso, forse un delitto! - disse Michel. - E l'insistenza nella lettera affinch il sermone si tenesse a St. Nicolas... - Joseph, non t'aveva parlato di padre Bruno? - S, diceva che il suo ritorno lo sorprendeva molto e scuotendo forte la testa mi diceva: La polizia si occuper di questa faccenda, credo, e far ricerche. - suo dovere, ma non so se arriver a un risultato

soddisfacente; una storia simile difficile da sbrogliare. - Ci riuscir: quasi sempre i crimini vengono scoperti e puniti; proprio per questo che ci sono tanti innocenti condannati. - Tu mi parli della sua riuscita in modo provocatorio. Hai forse qualche sospetto? - Non ne sono sicuro, no, improbabile, no, non so niente; pensavo a padre Bruno, ma secondo le date delle lettere, non ci sono dubbi. Sbrighiamoci, riprese Jules - siamo ancora lontani da St. Nicolas. - Non cos veloce, amico mio, sei ancora troppo debole, non correre, altrimenti non si arriver mai alla meta; appoggiati di pi al mio braccio e riposati quando ti senti stanco. Jules si arrese al consiglio affettuoso dell'amico e rallent il passo. La conversazione verteva su ci che avevano appena sentito e su quello di nuovo che raccoglievano strada facendo; le 139
Jules Verne

facce erano inquiete e interrogative in rue Vieux-BelAir, in rue Misery, dove sbucava rue Viex-Bel-Air e sulla piazza dei Petits-Capucins, dove sfociava rue Misery; le chiacchiere aumentavano gradualmente, c'erano gruppi che si interrogavano, si rispondevano, si davano appuntamento in un altro posto per saperne di pi; nessun avvenimento aveva mai fatto girare tanto la testa a tutta la citt. Poi si veniva bloccati da un importante funerale sfarzoso accompagnato da canti, seguito dalla famiglia in lacrime; di tanto in tanto il suono lagnoso dell'oficleide3 dava inizio ai versetto con una nota lunga e dura; questo canto funebre scandiva ancora,

se cos si pu dire, le ore della vita per quel cadavere fin che non fosse nella tomba, non pi propriet degli uomini ma della terra. Era grave e monotono. Dopo veniva un funerale di nessuna importanza, con due bare non degne di essere portate dai becchini, seguite da un bambinetto che portava una croce senza manico e un prete che aveva fretta. Al grande funerale c'erano uomini che parlavano solo dei loro affari, mediatori che vendevano navi o merci, agenti di cambio che offrivano azioni; a quello pi modesto soltanto due uomini e cinque donne, che per piangevano da spezzare il cuore. Si incrociava ancora l'estrema unzione, il viatico che veniva portato in tutta fretta a un moribondo. La citt sembrava devastata da una terribile epidemia. - Che spettacolo triste! - disse Michel a Jules. - La mia anima ancora pi triste, Michel. - Ancora, Jules?
3

Strumento musicale a flato della famiglia degli ottoni, dal timbro rozzo e grottesco (N.d.R).

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- Ancora, Michel. - Stai ricadendo nei tuoi cupi pensieri? - S, Michel. - Corriamo a St. Nicolas. In quel momento un altro funerale che usciva da rue Mon-teridoire sbarr la strada a Jules e a Michel, che si tirarono da parte per lasciarlo passare. La bara era coperta da un drappo bianco: era un giovane o una giovane. - Della nostra et, - disse Michel. - Potessi essere io! - sospir Jules. - Di nuovo angosciato, Jules. -S. Michel aveva lasciato Jules per andarsi a informare su chi fosse colui che veniva portato al cimitero.

Ritorn con il volto sconvolto e atterrito, anche se le lacrime non scendevano dai suoi occhi. Era terreo e prostrato, invaso da un freddo glaciale. - Che cos'hai? Rispondimi! - chiese con ansia Jules. - Era uno dei nostri amici. A queste parole, le lacrime che soffocavano Michel finalmente sgorgarono. - Chi ? Non farmi stare in ansia, dimmi. Chi ? - Era Gustave Desperrier. - Non era con noi, ieri? - S, Jules. Anche Jules si mise a piangere, ma questa volta tocc a lui consolare Michel. Quasi subito questi gli chiese: - Vorresti ancora essere al suo posto? 141

XIII
Jules e Michel erano arrivati alla vecchia Chiesa, immersa in un silenzio quasi di morte. C'erano ancora tracce di sangue sui gradini e sulla piazza prospiciente le case che coprivano St. Nicolas come un'orribile lebbra. L'operaio comunale pagato due franchi al giorno senza vino, stava sistemando il selciato nuovo rifatto dopo che il batacchio della campana l'aveva distrutto nella terribile caduta. Lavorando fischiava e cantava il canto rivoluzionario: Dansons la carmagnole... ' Era proprio adatto alla circostanza, il momento era ben scelto. Questo canto o piuttosto questo rantolo da ghigliottina fece male a Michel. I due giovani salirono le tetre scale che portavano al portale; c'era ovunque un silenzio di tomba: pareva quasi che St.

Balliamo la carmagnola... La carmagnola - che prende il nome dalla cittadina in provincia di Torino - oltre a essere una giubba indossata durante la rivoluzione francese, era anche una canzone e una danza dell'epoca (N.U.R~).

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Jules Verne

Nicolas si vergognasse di quanto era successo il giorno prima. Arrivati al portale, lo trovarono chiuso. I battenti della porta erano stati rimessi al loro posto. Le bandelle erano spezzate, ma il pilastro di mezzo, abbattuto dalla pressione della folla permise loro di alzare la sbarra di ferro che serviva a tenere chiusa la porta e che era caduta negli incastri. Entrarono, era buio completo, anche se era mattino. La porta, risospinta dal peso enorme che la faceva chiudere da sola, sbatt pesantemente con un tonfo sordo, secco, funesto che riecheggi sinistramente sotto le oscure arcate e fece tremare i massicci pilastri della Chiesa. - Jules... - disse Michel a voce bassa. - Cosa vuoi? - La vecchia Saraba non al suo solito posto. Jules si volt: la sedia era vuota, il posto deserto. - la prima volta che vedo questo posto vuoto, convenne Jules. - Non questo il punto. Chi pu aver chiuso la porta dall'interno? Jules riflett un istante. - Il vecchio Joseph. - Andiamo alla sua cella. La celletta era relegata in uno degli angoli pi tetri e oscuri della chiesa. Accanto alla bassa porta d'accesso c'era un vecchio confessionale, massiccio e ricoperto di pesanti e dozzinali sculture lignee; dalle nere finestrelle dei tre

corpi pendevano ancora delle tende sporche, ingiallite dal tempo. Era il confessionale del curato, quando la Chiesa aveva vicario e curato. Vi si poteva ancora leggere un nome semicancellato, Mauriceau, se ben ricordo. 144
Un prete nel 1839

La porta della cella era nascosta agli occhi dei due giovani da uno dei grossi pilastri ed essi avanzavano pieni di paura, tanto la vecchia Chiesa era satura di un'aria pesante e tetra che penetrando nei loro polmoni si trasformava in terrore. Anche gli echi prodotti da ogni loro passo avevano qualcosa di sinistro. Al culmine della loro tensione, udirono il rumore di una porta che si apriva e di passi sull'assito, che risuonarono in modo fragoroso. Si scambiarono un'occhiata, si presero per mano e, dopo qualche attimo di riflessione, ripresero coraggio. Arrivarono alla cella: tutto era tranquillo e calmo; la porta era aperta e nessun segno esteriore tradiva la presenza di qualche essere vivente in quell'antro oscuro. - Forse ha spento la lampada. - Non so, entriamo. La cella era vuota e in disordine; le carte di un armadio appoggiato al muro, erano sparse qua e l per terra, come se di recente le avessero rovistate per esaminarle; in un angolo c'era una sedia rovesciata; del resto, la serratura dell'armadio era stata forzata e tutto all'interno era stato messo sottosopra, persino il misero letto del campanaro era stato frugato con una ricerca minuziosa, in ogni sua piega, fin nei recessi pi nascosti. Evidentemente una mano estranea era passata di l.

- Vuota! - esclam Jules - lo sapevo! - Vuota! - ripet Michel. - Chi sar venuto a frugare? - Non ci capisco niente. - E chi ha chiuso la porta della chiesa dall'interno? - Basta con queste domande, Michel, mi confondi la mente ancora di pi. 145
Jules Verne

Jules si mise una mano sulla fronte: - Michel, - esclam ad alta voce - ora siamo tranquilli? - S, Jules, - rispose risolutamente Michel. - Poco fa ci siamo lasciati prendere dalla paura. Lungo il cammino abbiamo avuto dei pensieri talmente tetri, che non c' nulla di strano, anche i pi coraggiosi ci sarebbero caduti. - Bene, hai sempre quel pugnale che porti con te? -S. - Seguimi verso il campanile. - Sono pronto. Uscirono dalla cella; Jules ne tir la porta dietro di s e la chiuse a chiave. Salirono di corsa la ripida scala i cui gradini tarlati scricchiolavano sotto i loro piedi. Gli echi della Chiesa diventavano sempre pi sinistri e spaventosi. Arrivarono alla porta in cima alla scala: non restava che spingerla. - Jules, quando Joseph scendeva dal campanile, chiudeva la porta dietro di s! - Allora non tornato, Michel? I giovani salirono per la stretta scala a chiocciola che era illuminata pi della Chiesa; la luce poteva penetrare dalle feritoie del muro, pi alte delle case attorno, e in quel momento il sole che si alzava mostrava la sua brillante aureola e i suoi raggi,

penetrando nelle strette fessure, sciabolavano luminosi nell'atmosfera polverosa della piccola torre. Di tanto in tanto si udiva lo sbatter d'ali dei corvi neri di sinistro presagio che fuggivano via da quelle fenditure, loro secolare dimora. 146
Un prete nel 1839

Jules e Michel salirono lentamente i gradini; nella loro immaginazione triste e cupa, nelle loro menti ossessionate da non si sa quale paura segreta, tutto prendeva una forma animata e viva; i gradini sembravano recare ancora l'impronta del passo del vecchio campanaro che, solo lui, nel tempo, li aveva consumati, li salivano alla stessa maniera in cui si scendono gli scalini di un monumento funebre. Respiravano la stessa aria gelida, tetra, carica di esalazioni funeree, che sprigionavano le tombe e le bare. In cima, trovarono una porta che dava nel campanile stesso, una porta fatta di assi sconnesse che, anche quando era chiusa, non si opponeva al passaggio del vento che sibilava in maniera irreale. La chiave era nella porta, l'aprirono: stridette come l'acciaio sul marmo di una tomba. Al rumore insolito una nuvola di corvi si alz in volo, oscur completamente l'interno di quel luogo elevato e disparve subito dalle finestre guarnite di spioventi e dalle fessure dei muri. - Joseph! - grid Jules con voce forte e inquieta, un grido che chiedeva imperiosamente una risposta. Si ud lontana una voce che rispose prontamente. - Che cosa ha risposto? - chiese Jules, respirando a malapena. - Non lo so, ma qualcuno ha risposto, il vento fa un baccano del diavolo e impedisce di udire chiaramente. - Ma allora salvo.

- Credo. - Entriamo. Che cosa videro entrando? Subito, la grossa campana, rovesciata, vicino al muro sbrecciato: cadendo per l'orribile scossa che aveva fatto sussultare la chiesa sulle sue vecchie 147
Jules Verne

Jules si mise una mano sulla fronte: - Michel, - esclam ad alta voce - ora siamo tranquilli? - S, Jules, - rispose risolutamente Michel. - Poco fa ci siamo lasciati prendere dalla paura. Lungo il cammino abbiamo avuto dei pensieri talmente tetri, che non c' nulla di strano, anche i pi coraggiosi ci sarebbero caduti. - Bene, hai sempre quel pugnale che porti con te? - S. - Seguimi verso il campanile. - Sono pronto. Uscirono dalla cella; Jules ne tir la porta dietro di s e la chiuse a chiave. Salirono di corsa la ripida scala i cui gradini tarlati scricchiolavano sotto i loro piedi. Gli echi della Chiesa diventavano sempre pi sinistri e spaventosi. Arrivarono alla porta in cima alla scala: non restava che spingerla. - Jules, quando Joseph scendeva dal campanile, chiudeva la porta dietro di s! - Allora non tornato, Michel? I giovani salirono per la stretta scala a chiocciola che era illuminata pi della Chiesa; la luce poteva penetrare dalle feritoie del muro, pi alte delle case attorno, e in quel momento il sole che si alzava

mostrava la sua brillante aureola e i suoi raggi, penetrando nelle strette fessure, sciabolavano luminosi nell'atmosfera polverosa della piccola torre. Di tanto in tanto si udiva lo sbatter d'ali dei corvi neri di sinistro presagio che fuggivano via da quelle fenditure, loro secolare dimora. 146
Un prete nel 1839

Jules e Michel salirono lentamente i gradini; nella loro immaginazione triste e cupa, nelle loro menti ossessionate da non si sa quale paura segreta, tutto prendeva una forma animata e viva; i gradini sembravano recare ancora l'impronta del passo del vecchio campanaro che, solo lui, nel tempo, li aveva consumati, li salivano alla stessa maniera in cui si scendono gli scalini di un monumento funebre. Respiravano la stessa aria gelida, tetra, carica di esalazioni funeree, che sprigionavano le tombe e le bare. In cima, trovarono una porta che dava nel campanile stesso, una porta fatta di assi sconnesse che, anche quando era chiusa, non si opponeva al passaggio del vento che sibilava in maniera irreale. La chiave era nella porta, l'aprirono: stridette come l'acciaio sul marmo di una tomba. Al rumore insolito una nuvola di corvi si alz in volo, oscur completamente l'interno di quel luogo elevato e disparve subito dalle finestre guarnite di spioventi e dalle fessure dei muri. - Joseph! - grid Jules con voce forte e inquieta, un grido che chiedeva imperiosamente una risposta. Si ud lontana una voce che rispose prontamente. - Che cosa ha risposto? - chiese Jules, respirando a malapena. - Non lo so, ma qualcuno ha risposto, il vento fa un baccano del diavolo e impedisce di udire chiaramente.

- Ma allora salvo. - Credo. - Entriamo. Che cosa videro entrando? Subito, la grossa campana, rovesciata, vicino al muro sbrecciato: cadendo per l'orribile scossa che aveva fatto sussultare la chiesa sulle sue vecchie 147
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fondamenta, aveva rotto in un punto la parete, incavandola come un alveare. La campana presentava la sua ciclopica bocca nera, la cui profondit a causa dell'oscurit era indefinita; sembrava la bocca spalancata di un mostro, e quell'oscura circonferenza risaltava fortemente sugli altri oggetti grazie alla luce che arrivava da una finestra. Sopra la campana, la travatura era smantellata, scardinata: ma quel che colpiva, che saltava subito agli occhi, ci che portava il pensiero al di l del fatto materiale, era che sembrava essere stata smontata, che fosse caduta a pezzo a pezzo, come un castello di carte i cui pezzi restano interi. Michel lo not subito e lo fece osservare a Jules. Questi raccolse anche qualche cavicchio che era stato accuratamente tolto dal buco in cui era inserito. - Ma allora c' un piano criminoso in tutta questa storia! - disse Jules vivacemente. - Deve esserci per forza. Non tocchiamo niente, Jules; nel caso dovessero perquisire, tutto va lasciato com'. Non si devono distruggere le prove e si distruggono gi solo spostando le cose. - Hai ragione. - E Jules rimise tutto a posto. - Ma Joseph non c', Michel, eppure qualcuno ha risposto. - La voce sembrava molto lontana e io non ho capito

cosa ha detto. - Mi fai morire d'impazienza, Michel. Joseph, Joseph! - Jules, Joseph ha risposto. - morto! - esclam Jules. L'eco, in lontananza, rispose sordamente: morto! Bench preparati a questo evento, bench ne avessero gi sofferto, Jules ne fu ugualmente distrutto. 148
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Passato, presente, avvenire si affacciarono alla sua mente, vi si intrecciarono e si mischiarono confusamente. - Muoviamoci, Jules, deve essere qui. Non pu essere uscito, la porta non era chiusa. I due giovani si misero allora a frugare, a cercare in tutti gli angoli, scavalcando vecchi cassettoni, saltando sulle travi tarlate, facendo scricchiolare le assi della vecchia travatura, attenti a non rompere l'equilibrio instabile dei travicelli, dei vari pezzi di legno intrecciati che ancora restavano in piedi. Le loro ricerche duravano da un po', ma sembravano infruttuose. Venti volte avevano fatto il giro intorno all'immensa campana senza scoprire niente : essa giaceva sempre immobile e spaventosa. - Jules, - disse Michel - guarda questa apertura nella parete: stato il battaglio della campana a spaccare il muro cos. In quel momento due corvi spaventati volarono via e scomparvero attraverso l'apertura che Michel stava indicando. Jules ebbe un terribile presentimento, si precipit verso la crepa, urt contro il corpo del vecchio Joseph e cadde. - Michel, qui, Michel. Michel corse. - Guarda! - disse Jules alzandosi.

- Oh, terribile! II campanaro aveva la testa spaccata, schiacciata nella sua violenta caduta dal battaglio della campana: era morto sul colpo. Si trovava esattamente sopra l'apertura. I corvi avevano gi cominciato a divorarlo. Jules piangeva. Michel cercava di consolarlo con gesti di affetto, le sole parole non sarebbero servite a nulla. L'udito, l'odorato, la vista vengono assopiti dal dolore e 149
Jules Verne

non rispondono pi agli stimoli. Jules non vedeva e non sentiva pi. Era caduto in ginocchio vicino al corpo del vecchio amico e, buon per lui, non vedeva il corpo dilaniato, sfracellato, gi beccato dagli uccelli fin dal momento della sua morte: una vista veramente insostenibile. Lo spettacolo era terribile a vedersi, cos come quello del giovane in ginocchio accanto al cadavere stretto in un abbraccio dall'altro. Due occhi simili alle spie di una fornace ardente guardavano dalle fessure della porta del campanile e proiettavano due lampi sinistri nella direzione del loro sguardo visivo. Sembrava che guardassero e sentissero con ogni attenzione, desiderosi di non lasciarsi sfuggire nulla. Si sarebbero potute usare le parole del saggio: L'occhio non mai sazio di quello che vede, l'orecchio mai soddisfatto di quello che sente. E un orribile orecchio ascoltava da un'altra fessura. Jules e Michel voltavano loro le spalle e non potevano vederli. Jules si alz.

- Michel, dobbiamo portare via il cadavere, dobbiamo seppellirlo noi stessi: io voglio andare a pregare sulla sua tomba, Michel, sulla sua tomba andr a rinfrancarmi il cuore nei momenti di dolore, di disperazione. Aiutami, Michel, aiutami! Michel era molto imbarazzato: capiva bene tutto ci che di insensato e di ridicolo c'era nella proposta dell'amico, condivideva il suo dolore, ma non poteva essere d'accordo con lui: prese la decisione di lasciare andare il dolore di Jules per la sua strada, piuttosto che innervosirlo contrariandolo. Ma ebbe un'idea. - Jules, - disse quando pens che egli potesse sentirlo - il 150
Un prete nel 1839

tuo dolore del tutto legittimo, amico mio: hai perso colui che ti aveva sostenuto con i suoi consigli e la sua amicizia, e l'hai perso in un modo crudele. Lo piango con te, il povero Joseph, e come mi associo al tuo dolore, voglio associarmi alla tua vendetta. Jules prese ad ascoltarlo con maggiore attenzione. - Senti, ascoltami bene: il tuo amico non morto di morte naturale: stato commesso un omicidio. Lo prova la travatura smontata ma non rotta; un omicidio e c' un omicida; agisci, se puoi chiedere conto del sangue versato e, lo sai, la legge si prender carico della causa. - Continua, Michel. - Jules, vieni con me a cercare la legge, che gi in stato d'allarme per quanto accaduto, perch sa benissimo che padre Bruno non pu aver scritto quella lettera, causa di tante disgrazie. Mostreremo la nuova prova che abbiamo in mano, e loro dovranno prendere atto di quanto successo. - S, Michel, ma aiutami a trasportare Joseph.

- Amico mio, bisogna lasciare il cadavere al suo posto. Le prove risultano dai fatti, e bisogna presentare i fatti, le cose tali e quali sono successe, solo in queste essi leggeranno come nel grande libro delle testimonianze. Credimi, seguimi. Pi tardi, trasporteremo questo cadavere; pi tardi, lo seppelliremo e tu potrai andare a pregare sulla tomba del vecchio Joseph. - Oh, Michel, ma che morte terribile! orribile! Portami via, non voglio pi restare qui; guardare gli spaventosi uccelli che ancora volano sulle nostre teste, aspettano solo che si vada via per tornare a nutrirsi di carne umana; oh, te ne scongiuro, uccidili, uccidili! La disperazione e la follia momentanea di Jules cresceva151
Jules Verne

no senza limiti. Michel mai avrebbe pensato che il suo amico si impressionasse tanto; mentre si recavano in Chiesa, l'aveva visto calmo e tranquillo e preparato alla morte di Joseph; sosteneva, al contrario di lui, che il campanaro era morto, che ne era assolutamente sicuro, che non poteva essere altrimenti; in realt, Jules non lo credeva, ma per uno di quei naturali contorcimenti mentali che si possono anche spiegare, forzava e ingigantiva il male, nell'intima speranza che non fosse vero. Michel cominciava a temere che il vecchio Joseph si fosse legato a Jules Deguay con un vincolo troppo stretto, che avesse esercitato su di lui un'influenza morbosa; decisamente, Jules si comportava da fanatico nei confronti del vecchio campanaro; Jules, come abbiamo detto, era di animo tenero e appassionato all'eccesso: amava Joseph nella speranza

di un altro amore. Era intimamente convinto che il vecchio volesse la sua felicit, ma egli voleva una felicit eccessiva. - Vieni a vendicarti, - grid Michel. - Vengo, - rispose Jules. - Vieni a verificare l'eredit che ti ha lasciato il vecchio campanaro. Si ud un impercettibile grido soffocato di collera: se i giovani si fossero voltati, avrebbero visto occhi e orecchie scomparire. - Su, andiamo, Michel. E Jules si gett tra le braccia dell'amico. Questi si affrett a trascinarlo lontano da quel luogo di desolazione. 152

XIV
I due giovani si precipitarono nella profondit del vecchio tempio, senza chiudere la porta del campanile discesero le scale in rovina. In un istante furono nella navata laterale e, a passi silenziosi e affrettati, si diressero verso la porta d'uscita. Lui stava gi togliendo l'enorme peso che la bloccava, quando Jules si ferm bruscamente: - Vieni! - disse a Michel. Michel ubbid prontamente. Jules si diresse verso la cella deserta, buia come il tabernacolo del gioved Santo: fece entrare prima Michel, poi entr lui chiudendo la porta con il catenaccio. La cella era stata rovistata e messa a soqquadro. Jules si mise a cercare l'acciarino del campanaro che non era al suo posto abituale. Quasi subito per ci fu una luce giallastra e tremolante come l'ala di un moscerino. Jules rialz le due seggiole rovesciate e ne indic una

a Michel: - Siedi! - gli disse. E sedette pure lui. Michel obbed: aveva capito che Jules doveva dirgli qualcosa di grave e di importante. Sent che Jules stava facendo uno sforzo supremo su se stesso: aveva posto bruscamente fine alla sua follia, come il disperato butta l'arma che dovreb153
Jules Verne

be porre termine alla sua esistenza. Il suo dolore si era dilatato, era meno contratto, meno compresso e non produceva pi i suoi funesti effetti. Jules voleva, una volta per tutte, rompere il ghiaccio, e bench quello che essi dovevano rivelare alla polizia richiedesse prontezza e celerit, Michel prefer restare al colloquio. Pi tardi Jules forse non avrebbe parlato e, come ha detto La Fontaine: Vale pi il possesso di un bene che la promessa di due. Jules cominci: - Michel, Joseph morto! Il vecchio morto e pu anche vantare di avere una tomba aerea. Il tono scherzoso di Jules era pieno di tristezza: per ingannare, per vincere il dolore, si diventa duri. - Ho seguito sempre i suoi insegnamenti: sono stato un allievo assiduo, molto, troppo assiduo, forse. Ho ascoltato i suoi precetti, mi sono affidato ai suoi consigli, come il penitente al confessore, come il viaggiatore al pilota! I consigli hanno germogliato, hanno dato i loro frutti: possano essere non troppo amari! Michel, ora sei tu il mio solo amico, giurami che non mi abbandonerai mai, me lo giuri? Michel fece un cenno di assenso. - Vedi, Michel, ho bisogno di qualcuno su cui riversare tutte le mie emozioni, le amarezze del mio

cuore e i suoi godimenti, le gioie e le sue delusioni, la sua vita come la sua morte. Tu hai saputo conquistare la mia fiducia. Ne eri degno, mio povero amico, io non ero degno di un simile confidente della mia anima. Da lungo tempo tu conosci le mie idee: non sono cambiate. Sai per quale caso sono entrato in rapporto con il vecchio campanaro? - No, Jules, - rispose Michel. Evidentemente Jules stava per arrivare allo scopo, ma lo 154
Un prete nel 1839

stava facendo troppo bruscamente e Michel venne in suo soccorso, allontanando con il racconto di un episodio banale la conclusione fatale. - Quando Joseph ritorn dalla parrocchia di Brains, avevo idee malinconiche, ero annoiato dalla vita di cui, per la mia condizione e la mia fortuna, avevo assaporato tutti i piaceri, piaceri ingannatori, fuggevoli e funesti. Mi giravano per la testa, quasi a spaccarmela, cattive idee. Joseph nelle poche visite che mi fece a casa, si accorse subito della malattia che mi consumava, cap il mio male; da parte mia mi resi conto, nella mia noia, di quel qualcosa di straordinario e mi ci aggrappai; ecco, egli mi fece vedere la vita sotto un'altra luce, mi dimostr che non avevo esaurito tutte le risorse della Provvidenza e mi attaccai a lui, tu lo sai, Michel. - Jules, non credo che tu abbia rinunciato a tutto il tuo modo di ragionare solo per questi incontri segreti in cui, solo con il vecchio campanaro, ti istruivi alla sua esperienza cos singolare. Non ti ho mai rivelato la causa del suo cambiamento improvviso eppure la conosco bene. Ti ha promesso un'eredit. Il suo segreto, questa la sua eredit, e te lo ha affidato. Per

lungo tempo ti sei fidato di lui. Perch temere? - Michel, amico mio, non posso confessarti la causa, il motivo dei miei timori, ho l'animo pieno di questi timori e non mi rendo ben conto delle mie azioni. Vedi, Michel, ti sto nascondendo qualcosa e so che non giusto ma, ti prego, non rimproverarmi; vedi, Michel, quando ci penso ho voglia di piangere. Te l'ho detto, Joseph ha capito il vuoto della mia anima, la disperazione del mio cuore, mi sono confessato a lui ed egli ha capito che l'abuso dei piaceri mi aveva disgustato: le donne, soprattutto, ero arrivato a considerarle degli esseri ripugnanti, paria della societ; avevo avuto con loro 155
Jules Verne

tante delusioni, tanto tedio che ormai non potevo pi vederle n sentirle senza provare quel senso di disgusto e d'orrore che si prova talora nella vita. Ero giunto a un punto d'esasperazione inesprimibile e niente pi mi attraeva: la musica, la poesia erano scialbe e sgradevoli. E senza la donna, la musica, la poesia, senza di loro, non c' l'ispirazione. Oh! Che stato pietoso! - Capisco, - disse Michel. - Ah, capisci, grazie! Non avevo mai veramente amato nessuno, l'indovini, vero? Avevo solo sfiorato l'orlo del vaso ma non avevo visto il contenuto, non avevo ancora trovato un'anima appassionata e piena d'amore come la mia, che facesse fuoco e fiamme; avevo bisogno di un'anima che contenesse tutto e non l'avevo ancora trovata. Joseph cap e mi spieg, mi fece capire a sua volta. Diede forma all'ideale che talvolta avevo sognato, lo descrisse al mio pensiero inquieto, timoroso e disperato, e mi offr la realt, l'originale del ritratto: Questa donna esiste mi disse,

e ho avuto occasione di giudicarla. Avete fiducia in me? S? Bisogna guidare i vostri passi incerti? S? Volete la donna che vi ho descritto? S? Siate uniti, aggiunse lui, e io senza conoscerla, la sposai col cuore e l'adoro e l'amo e mi compiacevo di dotarla di tutte le perfezioni, di ogni pi dolce e amabile virt. Joseph mi parlava di lei ogni giorno e ogni giorno amavo di pi colei che egli mi destinava. Quando la vedr?. Non ancora tempo e mi diede un plico come sai: Ecco, disse, la vostra felicit; lasciate maturare per due anni le vostre riflessioni, o dopo la mia morte se muoio prima di questo termine, e poi aprite il mio testamento. - Ed morto, - disse Michel. - morto, morto e non qui a darmi coraggio e forza, lui 156
Un prete nel 1839

che sapeva farlo cos bene. Avrebbe fortificato la mia anima. - Allora, Jules, temi dunque di aprire il testamento? - S, Michel. - Temi che la sposa che nel testamento ti destinata sia al di sotto dei tuoi sogni? - No, no, non questo. - Avrai concesso alla tua immaginazione ardente e innamorata fantasie troppo grandi, avrai volato nel regno dell'impossibile; oh, Jules, ridiscendi tra di noi! Ci sono ancora degli angeli sulla terra. - Tu sei uno di questi, Michel, ma te lo ripeto, non si tratta di questo. - Cos' dunque? Mi spaventi quasi. - Ascolta, Michel. Sar breve, piangerei troppo. Sai della disgrazia di ieri. Te l'ho detto: non mi sono salvato solo, avevo una giovane tra le braccia.

- Quella che aveva gridato? - Mi precipitai, Michel, e vidi l'immagine dei miei sogni, capisci ora? - L'hai salvata? - S, Michel, e oggi devo andare da lei, mi ha pregato suo padre. - Il tuo amore stato istantaneo, Jules. - No, Michel, il mio amore di due anni, sono le mie riflessioni lungamente maturate, i miei sentimenti da tempo meditati e sofferti; il mio sogno. Lei esattamente come egli me l'ha descritta: il candore e l'amore sul volto, un insieme di bont, tenerezza e innocenza. Ah, Michel, credo che diverr pazzo. - Lo sei gi. - S, lo sono, ma sar la follia unita alla disperazione e tu sai dove conduce tutto questo? 157
Jules Verne

- All'infelicit. - Quale alternativa! - Jules, vieni a bruciare il testamento del vecchio Joseph. ormai inutile. - Che cosa dici? - Non vuoi pi aprirlo. - S, Michel, lo voglio. - Ti credi tenuto senza ragione e senza scelta alla tua decisione? - Sono fidanzato, Michel! - Il fidanzamento non il matrimonio; Jules, la prefazione di un libro ben diversa dal libro stesso. - No, Michel, no, Joseph non mi ha ingannato, mi ha dato per moglie quella che fa per me. Egli mi conosceva e conosceva anche lei, conosceva le nostre simpatie e i nostri sentimenti, ne ha giudicato la loro armonia; non mi ha ingannato; apriremo il

testamento. - Bene, Jules, ma c' una cosa; stiamo per lasciare questa cella. vuota, non ci entreremo mai pi, noi non dobbiamo pi entrarvi. Joseph ti ha nominato suo legatario, ti ha dato tutto ci che possedeva: non porterai con te alcun ricordo del tuo vecchio amico? - Hai proprio ragione, amico mio. Portiamo via tutte le sue carte. Cercarono. - Questo portafogli! - grid Michel. - Quale? - Su questo tavolo. - Da dove viene? Non gliel'ho mai visto, chiuso a chiave. Cosa pu essere? - Prendilo. 158
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- Ma non era in questo posto quando siamo entrati la prima volta! - Prendilo, ti dico, non l'avremo visto. - Inoltre, - aggiunse Jules - questa cella stata frugata, messa sottosopra. - Vai a prenderlo! - grid Michel accalorandosi molto. - Anzi, dammelo! E lo strapp dalle mani di Jules stupefatto. - Ma che cos'hai, dunque? - chiese Jules. - Bene, lasciami, va' a vedere la tua bella, oggi non aprir il testamento. - Perch? - Perch non posso. Vieni, svelto. - No, Michel. - Vieni, ti dico. - No, Michel. - Perch? - Allora vuoi abbandonarmi: cos che mantieni la

parola? Ah, Michel, non sei legato a me soltanto dalle parole, ma anche dalle mie confidenze, dai miei segreti che tu conosci. Vuoi lasciarmi solo, ah, male, Michel, molto male. - No, Jules, sono stato brusco, ma non voglio abbandonarti, non ero padrone di me. Ma ci sono mille cose sulle quali devo riflettere, perdonami, non posso assistere all'apertura del lascito che ti stato consegnato. Aspetta domani. - Aspetter, ma Michel, giurami con la mano su questo crocefisso davanti al quale Joseph ha tante volte pregato, giura che non mi abbandonerai. - Te lo giuro. La porta di St. Nicolas risuon con fracasso, nella vecchia navata si udirono dei passi che ben presto si persero nel silenzio. 159
Jules Verne

- Vieni, Jules, abbiamo preso la cosa pi preziosa. - Dove andiamo? - Ecco: prima di tutto le nostre dichiarazioni alla polizia sulle circostanze della morte del campanaro. Chiederemo vendetta. - Bene, Michel. - Vai al tuo appuntamento? - Andr! - Hai qualche speranza? - Almeno non ho disperazione e rifiuto contro di me. - Conserva la speranza, ne hai bisogno; e guarda bene la tua nuova conquista. - La conosco, Michel. I due giovani uscirono dalla cella, si incamminarono sotto la volta cupa e ben presto furono fuori da St. Nicolas. Allora un uomo usc dalla volta abbassata di un

diaconi-cum1 e si diresse verso l'antico confessionale. - Eccoti, dunque, hai tardato molto, - disse una voce e un uomo di statura media sollev la tenda che lo celava e si fece vedere. - Ho tutto quel che occorre, due martelli robusti, dei cunei, perfino una sega. - Bene, saliamo sul campanile, presto, non abbiamo tempo da perdere. E salirono. Michel e Jules affrettarono il passo, silenziosi e pensierosi. Jules pensava al comportamento molto strano che aveva
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II diaconicum un luogo vicino alla chiesa in cui sono conservati i paramenti sacerdotali e i vasi sacri (N.d.T.y

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notato in Michel, al gesto imperioso con il quale si era impossessato del portafoglio: come mai si trovava in quel posto? Joseph non glielo aveva mai fatto vedere; e perch il vecchio campanaro avrebbe spostato i mobili e rimosso le sue carte? Tutte queste idee cozzavano nella sua testa. Il corso dei pensieri di Jules era normale, come si pu dedurre dai suoi ragionamenti. Quelli di Michel un po' meno. Quali erano i suoi disegni, le sue intenzioni, i suoi progetti non si sa e ancor meno si sa che cosa voleva, che cosa aveva capito, che cosa cercava. Era un enigma inestricabile. Il seguito, forse, scioglier il nodo gordiano. Comunque sia, si potuto notare che Michel aveva un carattere molto tranquillo, molto ponderato e aveva gran sangue freddo. Non si spiegava, quindi, quella durezza non in armonia con le sue abitudini normali; una qualche idea, forse la soluzione lungamente cercata del problema, forse un risultato acquisito, l'aveva fortemente colpito e sconvolto e temeva di

vederselo sfuggire. Riflettendo ognuno per proprio conto, arrivarono dal commissario di polizia del secondo arrondissement. Chiesero di parlargli avendo rivelazioni molto importanti da fargli. Fortunatamente il commissario era in casa e non si era ancora alzato. Tuttavia, si vest brontolando contro la visita inopportuna e mattiniera che gli capitava: erano le 11 del mattino ed era disposto ad attaccare briga con il mondo intero. Finalmente arriv e Michel lo mise al corrente delle sue riflessioni e lo preg di andare a controllare lo stato della travatura che, caduta a pezzi, non si era assolutamente spezzata. Il commissario riconobbe l'esattezza di quelle riflessioni e convenne sul crimine, ma disse che non poteva 161
Jules Verne

andare a verificare senza parlarne prima con il procuratore del re, che senz'altro avrebbero preso provvedimenti per arrivare a qualcosa di sicuro, che la polizia aveva cento occhi e che veniva sempre a capo dei suoi piani, che il colpevole non sfuggiva mai, che, in una parola, i poliziotti erano satelliti del Signore, di cui erano i pi fedeli rappresentanti, incaricati come Lui di compensare ciascuno secondo i meriti; ma intanto andava a prendere un caff e che si trovassero non prima di un'ora e mezzo dal procuratore del re, dalla cui casa sarebbero andati a St. Nicolas. Con queste promesse, Jules e Michel furono congedati e andarono a riflettere sulla missione della polizia e sui suoi doveri divini, anche se, secondo loro, il commissario di polizia non aveva per niente l'aria di un dio. Nel frattempo se ne stettero tranquilli e passeggiarono

quasi in silenzio, aspettando l'ora dell'appuntamento. Non era ancora arrivato il momento di recarsi dal signor Deltour e d'altra parte non doveva assistere alle perquisizioni che stavano per essere fatte, perch era lui che le aveva provocate. Infine arrivarono all'ufficio del procuratore del re; il commissario giunse poco tempo dopo di loro. Dovettero attendere che il servitore parlasse con il padrone. Il procuratore del re era sempre in sella al suo grande cavallo di battaglia e non sarebbe stato un commissario di polizia a farlo scendere. Non ce n'era ragione. Il commissario attese per qualche tempo la disponibilit del signor procuratore del re, tremando davanti a lui come un giovane usciere. Il signor Onsime de la Pervenchre era qualcuno e non era con un simile signore che si poteva avere libert d'azione: in sostanza egli era, nell'arrondissement di Nantes, n pi n meno, che il ministro della Giustizia e 162
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quando si sovrani sulla cancelleria, sugli uscieri e sui commissari di polizia e anche su tutti i criminali dei dintorni, ci si pu ben considerare qualcuno. Non era da un giorno che Monsieur Onsime de la Pervenchre si considerava qualcuno: da lungo tempo si stimava molto e si ammirava con naturale compiacimento. Con la redingote quasi del tutto aperta, la mano nella tasca dei pantaloni, le falde dell'abito ben ributtate all'indie-tro, il corpo un po' chino, il garretto, naturalmente quello destro, ben teso, la testa leggermente alzata, le labbra serrate, le sopracciglia corrugate, gli occhi abbassati sul commissario di

polizia, lo si sarebbe potuto prendere per un attore di melodramma che stava esprimendo tutto il suo disdegno. Questi tipi di personaggi hanno sempre gli occhi abbassati su di voi per guardarvi con disprezzo, non guardano mai verso l'alto, e cos finisce che disprezzano soltanto gli astri, per questo guardano sempre in basso. Sono evidentemente in contraddizione con Ovidio quando dice: Os hotnine sublime dedit, coelum (que) tueri Iussit, et erectos ad sidera tollere vultus2 Forse non sarebbero uomini, perch lo stesso Ovidio aveva detto in precedenza: Pronaque cum spectent ammalia coetera terram.3. Non oserei dirimere la questione con la mia sola autorit, et adhuc sub judice lis est.*
2

Diede all'uomo un volto sublime, ordin di guardare il cielo, e alzare agli astri il volto eretto (N.d.T). ' Mentre gli altri animali guardano proni la terra (N.d.J!). 4 E da ci la lite posta in giudizio (N.d.77).

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Jules Verne

Bene. Questo avrebbero potuto pensare Jules e Michel, se ognuno non fosse stato assorto nei suoi pensieri. Comunque sia, vista la prontezza di intendimento di cui Monsieur Onsime de la Pervenchre era dotato e l'intelligenza spontanea che lo caratterizzava, egli afferr, prontamente, il filo della questione e lo dipan senza difficolt e la conferenza fu sciolta dopo un'ora abbondante. Si mand a cercare qualche gendarme per essere pi sicuri delle perquisizioni, mentre Michel e Jules si unirono a quella veloce procedura. Si arriv alla porta di St. Nicolas, la si fece aprire in nome del re, della legge e della giustizia; la porta si apr da sola, perch niente la chiudeva.

Due gendarmi furono lasciati sulla porta sia per bloccare eventuali criminali, se ce n'erano, sia per contenere la curiosit della folla. Poi il gruppo sal sul campanile e cominciarono le perquisizioni. Subito, entrando, Michel e Jules furono molto stupiti di non trovare tutto nella disposizione in cui l'avevano lasciato. Stavano per esternare questa loro osservazione, ma gli fu concesso di non aprire bocca: - Lasciate che la polizia faccia le sue ricerche! Era vero, le cose non erano pi nello stesso stato: le travi erano spezzate, i cavicchi nei fori trapanati erano rotti, met giacevano a terra. Anche alcuni travicelli erano a terra, spaccati. Evidentemente una mano sconosciuta, perfida e criminale, era passata di l. Aveva cercato di far scomparire le tracce del crimine per quanto riguardava la campana e c'era riuscita bene. Quando tutto fu constatato e fu compilato il processo verbale delle indagini, il procuratore del re fece tacere tutti, fermare le ricerche e alzandosi solennemente: 164
Un prete nel 1839

- Ripetete la vostra deposizione, - disse bruscamente a Jules - e siate breve; niente considerazioni, non ho il tempo e non mi piacciono. - Ecco - rispose altrettanto bruscamente Michel, che si rendeva conto di quale piega stavano prendendo le cose. - Siamo venuti in questo campanile tre ore fa. - Perch? - Volevamo assicurarci della morte del campanaro di St. Nicolas. - Con quale scopo? - Era mio amico, - rispose in modo veemente Jules. - Ah, era un amico altolocato: era sempre sul campanile. E Monsieur Onsime de la Pervenchre,

compiaciuto del suo gioco di parole e ridendone per primo, ben inteso, si volt per vedere l'effetto che aveva prodotto sul pubblico: nessuno rideva, i volti erano tristi per l'indegno comportamento del magistrato. Jules era furioso, Michel lo trattenne. Il procuratore, vedendo non applaudito il suo gioco di parole, stava per seccarsi, ma per fortuna rideva il commissario di polizia, anche se controvoglia. Era del tutto rincretinito. Quest'ingenuo consenso fu sufficiente al procuratore del re, che ne fu incantato. - Continuate. - Avevamo notato che tutte le parti della soffittatura erano a terra, ma non rotte, quasi fossero state staccate con precauzione, cosa che non pu succedere per cause naturali; dunque la torre della campana stata manomessa da una mano criminale. - Che cosa dice il verbale? - Dice, - disse il cancelliere - che le travi si sono spezzate per la caduta della campana e questo naturale. 165
Jules Verne

- Cosa dite mai, giovanotto, - riprese il procuratore del re riscaldandosi - avete la pretesa di ingannare la giustizia, di approfittarne, di farvi beffa dei magistrati; sapete, giovanotto, voi mancate di rispetto alle istituzioni umane, la giustizia un'istituzione umana ed esiste solo nei suoi rappresentanti. Monsieur Onsime de la Pervenchre aveva idee molto giuste e opinioni molto corrette sul giusto e sulle sue conseguenze. - Signore, - riprese Michel - volevamo farvi notare questo particolare, che ci ha molto stupiti quando

siamo entrati. E tre ore fa le cose erano come ve le ho descritte. - Tre ore fa! Ma sapete, ingenuo, quante cose si fanno in tre ore? Perch non siete andato subito a fare la vostra denuncia? - Ci siamo andati. - Allora mi sbaglio io? - chiese acido il procuratore del re. - Sembra, signore, - disse Jules irritato. - Voi mancate di rispetto alla magistratura, disgraziato! Avete creduto, imprudente, che la giustizia si somministrasse cos, ma vi siete purtroppo sbagliato, ci sono le leggi, e voi subirete le conseguenze del vostro errore! Usciamo. E tutto il gruppo della giustizia segu il focoso Monsieur Onsime de la Pervenchre. Quando se ne furono andati: - Ci vendicheremo, Jules. - S, ma ci vendicheremo da soli. - Avr delle prove, me ne vado, vado a riordinarmi le idee e i miei piani. Tu vai al tuo appuntamento e sii felice, Jules, ne hai bisogno. - Grazie, sento che lo sar. - A proposito, e le minacce di questo procuratore del re? - e Jules sottoline questo come l'iste dei latini. - Non pensarci, Jules, un fuoco di paglia e poi conosci il proverbio: can che abbaia non morde. 166

XV
Jules si diresse immediatamente verso rue de la Clavurerie, al numero 19; entr precipitosamente nella casa, come un folle, senza controllo. In realt, si era completamente estraniato dalle sue facolt mentali, non volendo permettere che la sua mente si rendesse conto di quel che stava facendo; sarebbe

ricaduto nelle paure, nelle esitazioni, nella disperazione; aveva dubitato di se stesso e aveva fatto bene. Suon, la domestica venne ad aprirgli e lo fece accomodare in salotto. Era decisamente un salotto provinciale: il caminetto era abbellito da una pendola e da vasi piuttosto modesti, la tappezzeria era d'un grigio tutto particolare, i mobili ricoperti di un velluto giallo damascato, che forse era stato bello quando era nuovo: davanti al caminetto, un pianoforte, una consolle con sopra una lampada; delle tende bianche e gialle raccolte, dei vetri bruniti e grossolani non belli a vedersi. Insomma, niente di lussuoso, era un salotto di modesta ricchezza, come la ricchezza di Monsieur Deltour, che non essendo uomo da speculazione, e non avendo mai tentata la sorte, era rimasto nella mediocre agiatezza, l'aurea mediocr-tas di Orazio; non avrebbe rischiato cos di diventare la pie167
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tra dello scandalo, cosa che, in quei tempi, stava diventando di moda. E che, oggi, considerato di estremo buon gusto. Jules Deguay, rimasto solo, pot esaminare con cura ci che lo circondava: attirarono la sua attenzione due ritratti di famiglia attaccati ai lati del camino, ma non vi si sofferm pi di tanto. Il suo sguardo frug in tutti i recessi del salotto, scoprendovi ovunque tracce della ragazza; si sedeva sulle sedie dove lei si era forse seduta; contemplava il piano, che solo lei poteva suonare, con chiss quale abilit incantevole, sapendo far scaturire la poesia incantatrice anche da minimi accordi e, a maggior ragione, dalla musica: un'arte che arriva direttamente al cuore! Un amante percepir

i suoni differenti, l'espressione particolare nel tocco della sua amante, sentir vibrare corde sonore in modo diverso da chiunque altro e gli parleranno il linguaggio della felicit e dell'amore, riempiranno la sua anima d'armonia, poich l'anima della sua donna sembrer trasfondersi tutta intera nel suo cuore con quei suoni che ella emette con tanta grazia e abbandono. Felice privilegio della musica, la sola arte che possa far vibrare tanto due cuori che si amano! Il disegno, la pittura sono egoisti, solitari, incapaci di profondit; o si artisti o niente, finito il quadro, lo ammirate e se vi dice qualcosa il vostro giudizio che vi comunica le emozioni pi o meno ben rappresentate dal disegno, ma vi fermate l, non arrivate al pittore; anche se assistete all'abbozzo, alla concezione, alla nascita stessa d'un capolavoro, non venite a contatto con il genio dell'artista e certamente il lavoro di creazione non produce emozioni poetiche. La musica, al contrario, raggiunge subito il suo scopo, la sua attrattiva; la seduzione istantanea ed la persona stessa che la valorizza. In questa modulazione triste di Weber, 168
Un prete nel 1839

tutto parla al vostro cuore, e vi identificate nelle sue pieghe segrete e vi sembra che le incantevoli ispirazioni che la vostra dama fa vibrare nei malinconici accordi siano dirette a voi. Cosa c' di pi seducente di una romanza d'amore? Tutti i vostri sentimenti vengono risvegliati e voi piangete con la vostra amica e inondate il vostro cuore di ineffabile armonia. E non necessario che sia l'amica del vostro cuore a farvi respirare tali melodie musicali, sufficiente che

vi sia accanto. Ascoltate, ad esempio, questa romanza: Ecoute-moi Magdaleine, L'hiver a quitte la plaine Qu'hier il glacait encore, Viens dans ces bois d'o ma suite Se retire, au loin conduite Par les sons errants du cor. Viens, on dirait, Magdaleine, Que le printemps, dont l'haleine Donne aux roses leur couleur A cette nuit, pour te plaire, Secon sur la paussire, Sa robe pleine de fleurs! Si j'tais, o Magdaleine, L'agneau dont le bianche laine Se dmele sous tes doigts! Si j'tais, o Magdaleine, L'hermite de Tombelaine, Dans son pieux tribunal Quand ta bouche son orielle De tes fchs de la vielle

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Livre l'aveau virginali Si tu voulais, Magdaleine, Qui pare ton chaperon, Tu porterais la couronne Di duchesse ou de baronne Dont la perle est le feuron! Si ti voulais, Magdaleine, Je te ferais Chatelaine, Je suis le conte Roger! Quitte pour moi ces chaunires... A' moins que tu ne prfres Que je me fasse berger. ' Queste graziose immagini non hanno bisogno di commento, si devono presentare come sono: la preziosa stalattite si guasta e perde la sua trasparenza quando la si stacca dalla roccia! Ma quando il giovane e la giovane la ascolteranno insieme, possiamo immaginare l'incantesimo che queste parole poetiche getteranno nel loro cuore. Jules dentro di s provava proprio tutte queste emozioni che la sola vista del piano vuoto riaccendeva con violenza.

Ascoltami, Maddalena,/L'inverno ha lasciato la pianura/Che ieri gelava anco-ra,/Vieni in questi boschi da dove il mio seguito/Si ritira, condotto lontano/Dai suoni erranti del corno./Vieni, si direbbe, Maddalena/Che la primavera il cui soffio/D alle rose il loro colore/Ha questa notte, per farti piacere/Scosso sulla polvere/Il suo alito pieno di fiorii/Se io fossi, o Maddalena,/L'agnello la cui bianca lana/Si dipana sotto le tue dital/Se io fossi l'uccello che passa,/E che nello spazio segue/Il dolce richiamo della tua voce./Se io fossi, o Maddalena,/!.'eremita diTom-belaine,/Nel suo pio tribunale/Quando la tua bocca al suo orecchio/Dei tuoi peccati della vigilia/Consegna la confessione virginale!/Se tu volessi, Maddalena/Invece della maggiorana/Che orna il tuo cappuccio,/Tu porteresti la corona/Di duchessa o di baronessa/Di cui la perla la gemmai/Se tu volessi, Maddalena, io ti farei Castellana/Io sono il conte Rogerl/Abbandona per me queste capanne.../A meno che tu non preferisca/Che io mi faccia pastore! (N.d.T)

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Jules attese a lungo, ma non se ne accorse. Infine la porta del salotto si apr e comparve M. Deltour in alta tenuta, vestito accuratamente, che assunse l'atteggiamento spigliato dell'uomo di buone maniere. - Signore, - disse andando verso Jules, che lo salutava inchinandosi - ho preceduto mia moglie e mia figlia per non farvi aspettare troppo a lungo! - Signore, - rispose Jules - perdonatemi se vi ho disturbato; lei mi aveva pregato di venire e io sono venuto. - Non dovete assolutamente essere perdonato, signore, al contrario vi si devono ringraziamenti e benevolenza. - Non sono venuto per questo. Il mio scopo era un altro: ieri la signorina vostra figlia sembrava talmente debole che mi sono sentito in dovere di venire a chiedere informazioni sulla sua salute. - Grazie, signore, grazie: le crisi sono durate tutta la notte e solo questa mattina sono tornate calma e

benessere, con nostra grande gioia, poich eravamo molto preoccupati. - Posso capirlo, signore: il terrore manifestato dalla signorina era davvero grande. Monsieur Deltour non rispose a questa osservazione: voleva sapere se Jules Deguay conosceva la causa dello svenimento della figlia. - veramente terribile, - disse infine Monsieur Deltour, - sono stati incidenti gravi e vi dobbiamo molta riconoscenza, signore; una povera ragazza sola in mezzo a quella folla sarebbe stata schiacciata. - Per, signore, - insinu Jules, - la signorina si sentita male qualche istante prima della catastrofe. Mi sono precipitato in suo soccorso e sono venuto a conoscenza della causa del terrore generale solo dopo essere uscito dalla Chiesa. 171
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Quindi non posso attribuire lo svenimento di Mademoiselle Deltour all'incidente accaduto ieri. - Conoscete il mio nome? - L'ho saputo ieri, signore, quando vi ho lasciato e voi mi avete cos gentilmente ordinato di presentarmi oggi. Ma, per piacere, torniamo all'argomento che vi sta pi a cuore: non avete pi preoccupazioni per la salute di Mademoiselle Deltour. - No, credo che tutto sia finito e che non ci sia pi niente da temere. Perdno l'interesse che avete per mia figlia, signore, vi deve la vita e noi siamo certamente obbligati a fornirle sue notizie. - La vostra educazione mi confonde e mi incoraggia nello stesso tempo. Non so se siete stato informato su come si sono svolte le cose ma, credo d'avervelo gi detto, signore, lo spavento di vostra figlia non aveva alcun rapporto con l'accaduto.

- Mi sorprendete, signore, - rispose vivacemente Monsieur Deltour, che fingeva di non sapere nulla, per allontanare i sospetti: non voleva che la storia di sua figlia si divulgasse. - Mi sorprendete e mi spaventate insieme, ritengo corretto attribuire al terrore di mia figlia la stessa origine di quello che ha coinvolto ieri tante persone. Che altro pretendete che sia? - Non so, signore, e posso anche sbagliarmi, ma ho qualche sospetto al riguardo. Altrimenti la crisi non sarebbe stata cos violenta. - Signore, - rispose prontamente Monsieur Deltour, che temeva che si venissero a sapere le vere cause di tutte queste disgrazie, - la crisi stata pi grave per il timore di un altro incidente; tornando, ci siamo quasi rovesciati con la carrozza, e questo l'ha sconvolta ancora di pi. Ma - continu Monsieur Deltour che voleva cambiare discorso, - voi non avete saputo niente di nuovo sull'incidente accaduto a St. Nicolas? 172
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- S, invece, signore, e vi abbiamo scoperto la traccia di un crimine, di un grosso crimine. - Com' possibile? - Ecco, signore, - e Jules raccont tutto ci che era successo, le loro ricerche, il risultato infruttuoso che avevano ottenuto data la rapidit usata nel far scomparire ogni traccia del crimine; poi parl della falsa lettera, del predicatore immaginario e forn tutte le informazioni che avevano raccolto lungo il loro cammino. Solo, non fece alcuna menzione al vecchio Joseph: il segreto di cui era partecipe e il mistero che lo circondava gli imponevano un prudente silenzio. Ed evit di parlarne. M. Deltour e Jules discussero sulle varie opinioni che

si erano fatte sulla causa della catastrofe; le valutarono plausibili e ben argomentate, e si trovarono molto scettici sull'attuale giustizia. M. Deltour fu di un'affabilit incantevole. Aveva i suoi scopi. Non conosceva il giovane che gli stava davanti, ne ignorava nome, professione, meriti e virt personali; ancora non aveva osato esaminarlo a fondo; per, anche se si mostrava cos gentile, era ben deciso a non chiedere a Jules Deguay di tornare. Considerava una ricompensa pi che sufficiente all'aiuto che Jules aveva prestato farlo incontrare per un momento con la sua amata figlia, Anna Deltour. Si era tuttavia ripromesso di chiedere informazioni sul giovanotto e voleva averne in buona parte da lui stesso. Per questo aveva pregato moglie e figlia di non presentarsi in salotto prima che lui le avesse avvertite. Da parte sua, Jules non era abbastanza tranquillo e sicuro del proprio giudizio nell'analizzare Monsieur Deltour: sul momento, lo trovava composto di sei decimi di orgoglio ari173
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stocratico, di tre decimi di curiosit autoritaria e d'un piccolissimo decimo di gratitudine. Ma i pensieri, che gli attraversavano il cervello come aghi infuocati, non gli lasciavano la necessaria tranquillit di mente per compiere un'analisi obiettiva. Sicuramente, in sintesi, non lo trovava troppo gentile, per riusciva a cogliere il lato debole di M. Deltour e poteva regolarsi di conseguenza. Il suo amore eccessivo per la ragazza poteva trarlo in inganno e si sa che l'eccesso sempre nocivo, in amore come in qualsiasi altro sentimento. M. Deltour diede inizio cos al suo ruolo di sottile indagatore. - Allora, signore, qualunque siano l'origine e la causa

di questi avvenimenti, noi dobbiamo ritenerci fortunati che vi siate trovato sul posto e avremo per voi eterna gratitudine. Cos dicendo, si morse le labbra e Jules sent da parte sua centuplicarsi le speranze. - Signore, ne sono anche troppo ripagato, poich questi avvenimenti mi hanno permesso di fare la vostra onorata conoscenza. La frase non piacque molto a M. Deltour, che desiderava che la conoscenza finisse dopo la visita. Continu: - Senza dubbio siete stato attratto dalla celebrit dell'oratore. - S, signore, e una moltitudine di persone vi si lasciata attrarre. - Assistete assiduamente ai sermoni? - In quelli pi importanti, signore, trovo grandi lezioni e validi esempi da seguire per la mia futura carriera. - Ah! Il signore forse avvocato? - Studio per diventarlo, signore. -Ah! La boria aristocratica di M. Deltour ne fu a mala pena appa174
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gata. L'esclamazione Ah! poteva essere a doppio senso, tanto che Jules fraintese l'opinione di M. Deltour e continu. - Non la trovate una bella carriera, signore? - S, difendere la vedova e l'orfano! - Difendere gli oppressi, difendere anche i grandi. E la nobilt d'oggi, cos orgogliosa di non so cosa, viene come gli altri a mendicare umilmente le decisioni della giustizia; cos noi primeggiamo, dominiamo e se siamo fieri ne abbiamo ben pi motivo dei poveri aristocratici inutili.

- Ah! - fece Monsieur Deltour che cominciava a seccarsi e che per non lasciarsi andare al suo nobile corruccio tagli bruscamente la conversazione. - Non so per quale motivo mia moglie e mia figlia ci mettano tanto tempo a comparire. Scusatemi, vado ad avvertirle. E prima che Jules avesse tempo di aprire bocca per balbettare la banale frase d'uso: Sarei dispiaciuto di disturbarle, M. Deltour era gi scomparso. Allora Jules cominci a rimettere ordine alle sue idee che avevano ripreso ad accavallarsi; il cuore gli batteva violentemente, le pulsazioni erano continue, rapide, tumultuose. Ma non ebbe tempo di provare a contenerle. La porta si apr e apparve madame Deltour che teneva per mano la figlia; Monsieur Deltour le seguiva. Jules, tutto agitato, si precipit loro incontro. - Scusate, signora, scusate se mi sono presentato a voi, non avevo alcun motivo per questa visita e non so veramente... - Signore, vi state sbagliando, - disse risolutamente Madame Deltour che, come abbiamo detto, aveva cuore e mente rotondi come la circonferenza e andava dritta allo scopo senza problemi. - Ci chiedete scusa, voi; permettete invece a noi di ringraziarvi per la vostra dedizione. Ecco nostra figlia, signo175
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re, ecco ci che avete difeso, ci che avete salvato. Vi ringraziamo ancora, siete un coraggioso e degno giovane. Jules aveva stretto la mano che madame Deltour gli aveva teso e dopo questo segno di riconoscenza non si sent pi tanto estraneo. Due mani che si toccano formano un legame pi durevole di quanto non si

pensi. Jules aveva fatto un profondo saluto a madamoiselle Deltour, che gli aveva risposto con una timida riverenza; poi era stata costretta ad appoggiarsi allo schienale di una poltrona: era ancora cos debole! Mio Dio, quant'era graziosa, se l'aveste potuta vedere, anzi era bella, perch era la vera sintesi dell'armonia e della rarit: armonia d'insieme e rarit d'aspetto. Dobbiamo farve-la conoscere, parliamo del suo abbigliamento. Portava un abito accollato che si stringeva attorno al collo bianco, ancora pallido per le tante emozioni; l'abito a righe verticali ondeggiava leggiadramente svelando allo sguardo la dolcezza della figura e scendeva con negligenza fino ai piedi a coprire con pieghe disuguali le estremit di una perfezione assoluta. La ragazza si copriva il volto con una mano e il suo diffuso pallore traspariva nettamente dall'ombra proiettata dalle dita affusolate e dal bruno intenso dei capelli che teneva graziosamente raccolti in due bande appiattite sulle tempie. L'insieme era talmente bello a vedersi che Jules rimase quasi annientato davanti a lei; il giorno prima, le tenebre, il terrore, tutto si era frapposto tra lui e la giovane come una spessa cortina che a stento aveva potuto scostare per contemplarla; e ora, il giorno dopo, la trovava bella come una statua di Fidia, modesta come una madonna di Raffaello, cos semplice, cos soprannaturale che c'era veramente da perdere la testa. 176
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Ah! Il testamento del vecchio Joseph correva un grosso rischio quando Jules si metteva a pensare che

aveva salvato un fiore cos prezioso, la paura lo riprendeva e tremava come una foglia. Anna Deltour si era lasciata andare sulla poltrona: la carnagione aveva ripreso il suo colorito verginale e il turbamento che le velava il viso svaporava come un'impronta umida sul marmo: la ragazza non aveva ancora sollevato i grandi occhi. Soltanto le sue lunghe ciglia proiettavano un'ombra tremolante. - La mia Anna ancora tanto debole, signore, cos duramente provata! - Signora, vado via, non voglio essere importuno: la signorina ha bisogno di riposo. Vado via. - Egli aveva un tono di voce cos dolce, cos ammaliante che Anna sollev gli occhi su di lui: quei grandi occhi neri lo trafissero come una spada di fuoco. - Signore, - ella disse con voce debole - i miei genitori vi hanno ringraziato: accettate questi ringraziamenti come fossero miei. Jules rimase muto: con le gambe tremanti si inchin profondamente, si volt verso M. Deltour e lo salut precipitosamente: fu colto dalle lacrime e non vide il secco e freddo saluto che gli fece M. Deltour, n not il silenzio che l'accompagn fino alla porta. Usc come un folle. La pazzia d'amore non fa vaneggiare, fa male. Jules aveva la febbre, torn a casa, rispose appena alle domande inquiete dei suoi genitori, si coric. La notte porta consiglio e guarisce i mali. Jules si affidava a questa panacea universale. 177

XVI
Nella notte dal 13 al 14 marzo non tutto dormiva nella

citt di Nantes. In due luoghi non si riposava: a casa di Michel il quale vegliava studiando alcune carte aperte davanti a lui che scorreva con mano febbrile, prendendo spesso appunti; di quando in quando si fermava a pensare e gettava uno sguardo su un ritratto che gli stava davanti, un piccolo ritratto che rappresentava in miniatura il busto di una fresca ragazza dalla statura arditamente slanciata, bella senz'alcun ornamento, la mano bianca, trasparente, i grandi occhi neri dalle lunghe e folte ciglia che sembravano un velo fitto e fine. Et vera incessu patuit Dea1 ripeteva Michel scuotendo la testa, poi si rimetteva all'opera con rinnovato ardore e pensava ancora tornando ad attingere ispirazione a quella eterea ragazza. Non interrompiamolo, sembra occupato in un lavoro importante; andiamo invece nell'altra casa dove pure non si
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E, nell'incedere, si manifest una vera Dea (N.d.77).

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dorme, dove non si veglia soli: il tugurio della vecchia Abraxa. - Adesso, vecchia deforme, mi stai proprio facendo imbestialire; vuoi davvero che faccia delle tue sudicie ossa un mucchio di immondizia! - Se tutto continua, vi lascio, ne ho abbastanza di questa vita di inferno. - E che cosa farai? - Vi denuncio, massa di briganti! Mordhomme stava per lanciarsi su Pierre, la vecchia lo trattenne, fece scattare una molla che nascondeva un armadietto nel muro e prese un vecchio portafoglio consumato, ne estrasse un foglio che non sembrava troppo vecchio, poich il tempo non vi aveva ancora

lasciato la sua patina giallastra e lesse: Se mai dovesse prendermi la voglia di denunciare gli amici con i quali vivo, che mi hanno prestato aiuto e assistenza, non per mancanza di riconoscenza ma perch spinto da un ostacolo pi concreto, dichiaro che, prima di unirmi a loro, per mettermi alla prova, insieme abbiamo commesso un crimine: abbiamo ucciso un viaggiatore sulla strada di Rennes, per il cui omicidio si sono vanamente cercati gli assassini. Firmato: Pierre (Herv), curato. Questo fece calmare Pierre. - Tu ne hai copia nel portafoglio - disse Abraxa - Ne abbiamo fatto diverse copie perch, di tanto in tanto, ti ricordassi di quello che avevi scritto, eh! Hai anche il nostro impegno ad aiutarti fino a quando tu non abbia sposato la tua Anna, eh! Va' a denunciarci e mostreremo questo povero tenero bigliettino alla signora giustizia. Pierre era spaventato. 180
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- Ti arrabbi, Pierre, figliolo, e non ti piace che ti si mostri il tuo punto debole. strano, Mordhomme, oggi strano. - Per non bisogna esasperarlo, - disse Mordhomme perch morde. - S, - fece la vecchia, - raccontaci della scorsa notte, questo l'ecciter. - Oh, straordinario, ma ne parliamo dopo, prima parliamo d'affari; senza questo sarebbe inutile parlare d'altro. - Hai parlato proprio bene, vecchia tigre, non ti capita spesso, eh, e dopo il tuo racconto bisogner ridargli coraggio: andr a preparare qualche pozione. - Ne darai anche a me?

- E perch, Mordhomme? - Scommetto che ci metti dentro pi acquavite che altre sciocchezze magiche. - Proprio cos, figlio. - Eh s, madre, ma non l'ho gi visto questo? - Bene, giusto, ma dopo mi abbraccerai per la mia fatica. -Ah! - Come? - Ah, ah! E poi cos' questo, non bisogna essere troppo delicati: ci sono sempre fiori nascosti sotto le spine. -Eh? - Eh s, l'ultimo che ho fatto fuori diceva proprio cos. - Quale? - Quello che era con la sua amichetta, lo sai bene, vecchia Abraxa: l'ho ammazzato con un colpo di martello, un colpo ben assestato, non per niente sono stato fabbro. - So anche che con la sua amichetta, dopo... - Eh s, vecchia, ne ho assaporato il vino. - Molto bene, figlio. Sono ben contenti di essere uomini 181
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quei tipi l - disse la vecchia facendo alcune smorfie lascive - ma fa lo stesso, abbracciami lo stesso. - Avr la pozione? - S, baciami. - Eccomi. E Mordhomme si avvicin alla vecchia e le sfreg sulle labbra un laido bacio, se pure si pu chiamare cos il contatto di un lumacone e di una lumaca, immaginatevelo. Il vergognoso contatto fece sobbalzare Pierre che se ne stava silenzioso e

pensieroso in un angolo. - Che cosa fate, laggi? - Niente, figlio mio, - rispose la vecchia - aspetta. L'orribile, interno era rischiarato da una candela giallastra la cui tremolante fiamma misteriosa faceva danzare ombre fantastiche sui muri: qui si alzava la sgraziata sagoma di un teschio e i raggi luminosi, filtrando attraverso i buchi degli occhi, del naso e della bocca e uscendo dal cranio aperto, tracciavano sulla parete opposta una faccia umana con bocca e occhi di fuoco che sembravano aprirsi e chiudersi al tremolare continuo della fiamma; pi in l, lo scheletro di un animale disegnava sul muro le sue ossa secche che sembravano riprendere vita. Faceva freddo: la vecchia mise alcuni tralci nel focolare e vi aggiunse dei ceppi secchi di legna, poi dispose una sedia davanti al camino e due sgabelli, uno a destra, uno a sinistra: si sedette in mezzo, con Pierre alla sua destra e Mordhomme alla sinistra, poi spense la candela. Era tardi, si sentirono suonare dodici rintocchi all'antico orologio della torre, vecchio quanto lei, e dal carillon riparato si ud la strofa della Quaresima: 182
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Audi, benigne conditor Nostras preces cum fletibus, In hoc sacro ieiuno Fusas quadragenario.2 - Traducimela! - continu la vecchia. - Ah, mi rimanderai a studiare in seminario? Non so pi il latino. - In seminario? - Vuoi stare zitta? Se mi parli ancora di quel posto ti

ammazzo. - In seminario? - Ah, sporca femmina, prendi. E Pierre scagli un mattone del focolare verso la testa di Abraxa, che schiv abilmente il colpo e il mattone and a colpire uno scheletro appeso al muro: le ossa, cadendo, fecero, come dire, un vuoto, secco, ossuto rumore da urtare i nervi. - Tu non conoscerai il tuo futuro, Pierre. Tu non avrai Anna, Pierre, tu morrai senza ... - Ah! Perdonami madre, perdonami, mi hai fatto male, mi hai innervosito. Oh, perdonami mia buona madre, non lo far pi. E Pierre, come un bambino, abbracciava le ginocchia della vecchia Abraxa, copriva di carezze e di baci le sue orribili mani; le ultime parole della maga gli avevano fatto l'effetto d'un secchio d'acqua gelida sulla testa: era diventato morbido come un guanto, dolce come un agnello e la maga lo guardava con i grandi occhi sgranati, spalancati, pieni di
* Ascolta, benigno creatore/ Unite ai lamenti le nostre preghiere/ In questo sacro digiuno/ Quaresimale diffuse (N.d.T).

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passioni odiose e lascive. Gli angoli della bocca orribilmente sollevati lasciavano intravedere tre o quattro denti gialli e scalzati. - Ti perdono e ti amo, - disse la maga con amore alzati, io voglio soltanto la tua felicit, ma mi hai quasi ammazzata, figlio; non ne parliamo pi resta in ginocchio davanti a me, l, l; stringimi le mani, cos, le tue sono calde: figlio mio, io non voglio rimandarti in seminario, in seminario, hai capito, Pierre, in seminario. E la vecchia gridava stranamente, girando il ferro rovente nella piaga dell'infelice.

Egli era in ginocchio, i denti serrati come quelli di un paziente durante l'operazione che per il dolore lacera le lenzuola che lo coprono; una schiuma biancastra gli stillava dalle labbra violastre: faceva paura. Nulla simile alla collera compressa, come un vulcano prima che proietti lava rossa e ardente. La bocca di Pierre ne fu il cratere. Abraxa godeva di questa rabbia sordamente contenuta, ricordava Martin o Nauder Bruck, i famosi domatori, che provocano gli animali strappando loro dalle fauci il boccone sanguinolento. Alla fine Abraxa allontan da s violentemente Pierre, riprese la pergamena e le scritture cabalistiche e gli disse: - Ripetimi la strofa lentamente e con calma come un canto di quaresima, un giorno di tenebre. Pierre ripet obbediente: Audi, benigne conditor, Nostras preces con fletibus, In hoc sacro ieiuno Fusas quadragenario. 184
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La vecchia strega era china sul suo libro di magia che fissava con attenzione, rifletteva profondamente e sembrava interpretare le parole sacre. - Traduci. Benefico autore della natura, ascolta Le preghiere che versiamo con le nostre lacrime Durante il tempo sacro Del digiuno quaresimale. - Taci, ora, silenzio assoluto. La vecchia era immersa in una profonda meditazione: sembrava fare dei calcoli. Poi and a prendere una tavoletta di legno quadrata,

divisa come una scacchiera in riquadri uguali, ma tutti bianchi, e li cont. Erano ventiquattro: ma questo numero sembrava non piacerle. Rivolt la tavoletta e la studi un istante: era di abete e di quel colore giallastro proprio della pianta. La maga riflett. Poi prese la penna d'osso e tracci con l'inchiostro rosso una scacchiera simile alla prima, ma con meno riquadri, solo venti; li disegn a forme di rettangolo, pi lunghi che larghi: cinque sulla lunghezza, quattro sulla larghezza, cio venti in tutto. Dopo la espose al fuoco per farla asciugare pi rapidamente, e quindi la rimise sul camino. Mordhomme intanto dormiva con i piedi sulla cenere. Il volto dai tratti crudeli illuminato dalla fiamma oscillante, si scompigliava in mille forme fantastiche: sembrava un mostro con un numero prodigioso di teste. Pierre invece guardava meccanicamente i preparativi della vecchia, come chi ha la mente occupata in altro e fissa un punto senza vederlo; egli seguiva i movimenti della stre185
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ga, ma senza capirli, senza analizzarli. La scena appena avvenuta, una delle mille che accadevano quotidianamente, l'aveva sconvolto e quasi istupidito. La vecchia gli aveva detto che quella notte stessa gli avrebbe preannunciato il futuro e pur non credendo del tutto alle diavolerie della strega non riusciva tuttavia a restare indifferente davanti ai suoi incantesimi e sortilegi: anche se non sortivano alcun effetto, almeno lo distraevano. Nel frattempo, la vecchia ricomponeva su un grande foglio di carta che aveva conservato 20 lettere

dell'alfabeto: a, b, e, d, e, f, g, h, i, j, 1, m, n, o, p, q, r, s, t, u, ognuna su un piccolo riquadro. Con un po' di colla applic ognuno di questi riquadri nelle caselle di quella specie di scacchiera che aveva preparato. Sbarazz di tutto quello che vi era sopra il tavolo accanto alla finestra buia; mise storte, fornelli e tubi di vetro sotto il tavolo e sopra appoggi la scacchiera preparata in precedenza. Poi and a prendere un sacchetto contenente chicchi di grano e ne dispose tredici su ogni lettera: in tutto 260. Faceva tutti questi preparativi in silenzio, muta; aveva un'aria scontrosa e infastidita, i movimenti bruschi, spigolosi, sembrava pi un automa azionato da un congegno segreto che non una creatura umana; camminava a passi lunghi e misurati; di quando in quando un rantolo sinistro le usciva dal fondo del petto. Mise i due pugni sulla fronte e si colp a intervalli, come se volesse far uscire una qualche idea dal cervello. Di colpo si strapp la sordida cuffia dalla testa e lasci che i pochi capelli che le restavano sul cranio pelato le si srotolassero come sottili serpenti. Un frenologo, un cefalologo, un craniologo, cercando bene nelle parti laterali e posteriori inferiori della testa per le inclinazioni, nelle parti superiori 186
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per i sentimenti, e per le facolt intellettuali nelle parti anteriori e superiori, avrebbero di sicuro trovato, credo, l'istinto di distruzione, di propriet, del meraviglioso e del tattile, tutti elementi che si amalgamano, si interscambiano, si sommano in gradi e proporzioni pi o meno matematici.

Comunque sia, e qualunque possa essere il risultato delle ricerche dei frenologi e degli adepti di Gali, 3 quello di cui possiamo essere certi che il vedere questa vecchia con quei pochi capelli che sembravano strisciarle sulle spalle, il cranio giallastro, i tratti rozzamente sgrossati, l'alta statura, le braccia nude e pelose, gli stracci in cui era stranamente avvolta, ricordava pi una creatura dell'inferno che non un abitante della terra. Era, insomma, orribile. Ma l'agitazione, la frenesia dalle quali era animata, i movimenti a scatti, scomposti, angolosi, i sussulti nervosi e convulsi, i gemiti soffocati e angosciosi, gli occhi arrossati, resi quasi fosforescenti dallo sguardo fiammeggiante, il frenetico scricchiolio delle mascelle ossute ne facevano una forza sovrannaturale, sovrumana, da cui emana un influsso magico, diabolico, che faceva paura. Era farsa o realt? Recitava la sua parte alla perfezione o provava realmente emozioni e impulsi sconosciuti? Il suo organismo era forse pi sensibile e nervoso di tutti gli altri? Possiamo soltanto dire, in ogni caso, che le apparenze parlavano per lei e questo era sufficiente. Tutto questo bast a far uscire Pierre da quella specie di confusione mentale in cui era piombato. Emerse dall'assopimento fregandosi gli occhi per vedere meglio.
s

Franz Joseph Gali, medico tedesco, che, attraverso le sue ricerche di anatomia e fisiologia, formul la dottrina nota come frenologia.

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Mordhomme dormiva sempre. In quell'istante Abraxa lanci uno strano grido e Mordhomme si svegli e fu colpito dall'aspetto della

strega. - Pierre e Mordhomme, ascoltatemi figli miei, perch voi ora siete i figli di una regina, della regina degli angeli infernali. Ascoltatemi e conoscerete il seguito dei tempi. Ma soprattutto non interrompetemi, tacete, tacete. E la vecchia inton una specie di invocazione: Ohe! Toi, grand Dieu Lucifer, Viens avec moi, quii se depouille Le temps qui jamais ne se soiulle Dans les autres creux de l'enfer. Ohe! La! Ohe! La! Abracadabra.* La voce si appoggiava a lungo sulle sillabe continuandone il suono in maniera strana. Pierre e Mordhomme ascoltavano a bocca aperta. Dopo la formula magica la vecchia tacque e si fece molti segni di croce con la mano sinistra pronunciando queste terribili parole: In nome di Satana, di Belzeb e di Lucifero, ascoltatemi, e cos sia. L'incantesimo era terminato. La vecchia riprese contegno e voce normali. - Pierre - disse - stai per conoscere il tuo futuro, tu lo vuoi e si compiuto il tuo desiderio, circa mezz'ora fa, all'orologio suonavano le undici e il carillon modulava un inno, tu ne conosci le parole, me le hai dette. Non le ho dimenticate:
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Ohe! O grande Dio Lucifero/Vieni con me, che si spogli/Il tempo che mai si sporca/Negli antri scuri deU'inferno./Oh!La! Oh!La!/Abracadabra (N.d.T).

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Audi, benigne conditor, Nostras preces cum fletibus, In hoc sacro ieiuno

Fusas quadragenario. cos? Pierre assent. - Ebbene, ascolta, - prosegu la vecchia, - e ricorda bene tutto ci che sto per dirti. importante. Ho fatto proprio ora un calcolo. Eccolo. In questa strofa ci sono venti lettere differenti a, b, e, d, e, f, g, h, i, j, 1, m, n, o, p, q, r, s, t, u. Il conto giusto, puoi accertartene. - Continua, madre. - Ecco, su questa tavoletta le venti lettere disposte in quattro righe di cinque lettere ciascuna, su ogni lettera ci sono tredici chicchi di grano, tredici, figlio mio, perch questo numero predestinato, tredici perch magico; ne ho messi tredici perch questo numero non gode di buona fama all'inferno, perch se non fossero stati tredici egli non sarebbe morto e la sua morte ci ha fatto molto male, figlio. - E poi? - chiese Pierre che si spazientiva ai monologhi religiosi della strega e che si tratteneva a stento per non lasciare trapelare il suo fastidio e la sua impazienza. La strega invece ci prendeva gusto a tormentarlo, perci allungava parole e discorsi. - S, figlio mio, mi riferisco all'alectromanzia; 5 data da lungo tempo questa scienza occulta, si basa su una lunga esperienza e quindi non inganna mai. Conosco, e anche tu che sei istruito lo conosci, il vecchio adagio: Invecchio
5

Divinazione attraverso il modo di beccare di un gallo (N.d.RS).

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imparando sempre. Lo applico a me stessa e me ne vanto. Ho scelto per te la scienza pi sicura e attendibile. Potevo scegliere tra l'aeromanzia, l'oneiromanzia, la capnomanzia, la chiromanzia, la

cartomanzia, la necromanzia, l'aratoman-zia, l'axinomanzia, l'alfatomanzia, l'alomanzia, l'aritmoman-zia, l'astragalomanzia.6 Pronunciando questi nomi della scienza cabalistica, la vecchia era interiormente compiaciuta come la regina che domina il popolo numeroso e l'uomo affamato davanti al cibo abbondante. E, vagando tra queste disquisizioni magiche, sorrideva. - Ebbene, ho scelto per te l'alectromanzia. Dicendo queste ultime parole, la vecchia prese improvvisamente la candela, apr la porta e scomparve per le scale. Pierre e Mordhomme restarono immobili. Abraxa ritorn quasi subito: con una mano teneva la candela, con l'altra un gallo tutto bianco. - Pierre! - esclam, - ecco la sentenza del tuo destino. Questo gallo decider la tua sorte. - Come? - Ascolta. Vedi quei chicchi di grano? Trarr delle predizioni sicure come la verit, dall'ordine in cui questo gallo manger i chicchi di grano. Tacete, ora; io non ho preso le lettere, non le ho scelte: tu me le hai date Pierre, o piuttosto le forze superiori. Tacete. Pierre era chino sulla tavola per meglio vedere quel che stava per succedere. Era stato conquistato dall'aria ispirata dalla strega.
6

Diversi modi di divinare il futuro, alcuni noti, altri sconosciuti. In ogni caso, qui l'Autore mostra di avere un'ampia conoscenza delle scienze occulte.

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Il gallo fu messo sulla tavola e avanz muovendo la testa e prese a becchettare di qua e di l, girando il collo flessibile su tutta la superficie della tavoletta. La strega, a mano a mano che il gallo prendeva un chicco di grano da una lettera, ne contrassegnava

l'uguale su una pergamena dove era disegnato l'alfabeto. Al ventottesimo chicco, si ud il primo tocco della mezzanotte. Abraxa lanci un grido, il gallo spaventato fugg e con l'ala agitata spense la candela! - Tutto finito, figlio mio, - disse a bassa voce passata la mezzanotte il sortilegio non prende pi, no, no, no, non funziona pi. Per quei cervelli sconvolti da questi riti magici, l'oscurit divenne spaventosa. A ogni istante Pierre e Mordhomme credevano di vedere il tugurio che si apriva ed entrare fiammeggianti spiriti infernali; a volte credevano di sentire crepitare alla porta le fiamme sotterranee. Abraxa riaccese la candela. La strega era straordinariamente agitata. Il suo petto si sollevava con spaventosa veemenza. I suoi simboli erano infuocati, d'un rosso sangue e le stigmate sataniche da cui erano coperti risaltavano oscure e terribili, simili a neri serpenti che le avvolgevano le braccia. Si avvicin alla luce e si mise a scrivere le lettere che la sorte aveva scelto. Le scrisse a caso, Pierre, chino sulla sua spalla, le divorava con lo sguardo avido. Abraxa su una riga scrisse: u, t, s, o, r, n, m, i, h, e, d, e, b, a. Il gallo aveva mangiato, seguendo l'ordine in cui erano le lettere. 191

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Ma su qualche lettera aveva mangiato pi di un

chicco, ventotto chicchi di grano cos distribuiti: 1 sull'u, 2 sulla t, 4 sulla s, 1 sulla o, 1 sulla r, 4 sulla n, 1 sulla m, 2 sulla i, 1 sulla h, 3 sulla e, 1 sulla d, 1 sulla e, 2 sulla b, 4 sulla a. Lei segn cos: u; t, t; s, s, s, s; o; r; h, n, n, n; m; i, i; h; e, e, e; d; e; b, b; a, a, a, a. Riflett qualche istante cancellando di volta in volta le lettere che aveva scelto; parlava a voce alta: - E,s, bene una e, ecco - e cancellava - a,s, poi una t, ecco: castus - mostr a Pierre. Questi, che pendeva dalle labbra della strega, trasal. - A, due n, un'altra a, una m, ecco, annam, vero? - Continua, svelta, svelta. - Una r, s, cos, una r, una e, davanti, una i, una s, eris. - Poi, svelta, madre mia, svelta, svelta. - Taci, una e, una t, et, ripeto: Castus annam eris, et. - No, madre: Castus eris, et Annam, oh! Continua, una p, una o, no, non ce ne sono pi. - Aspetta, figlio, io vedo una b, una e, un'altra b, i, s, davanti un'h e una a. - Hbebis. Oh, troppo, che io ti abbracci, madre vieni. E Pierre si butt a corpo morto sulla vecchia, la circond con le braccia, si appese al suo collo. Quando si disperati, una scintilla sufficiente a far riaccendere la fiamma della speranza. Con un brusco movimento aveva fatto cadere la pergamena che la vecchia teneva, senza che questa se ne accorgesse. Tutto a un tratto li illumin un vivo chiarore: la pergamena aveva preso fuoco, si era quasi consumata. La vecchia allontan Pierre con violenza e si precipit verso il focolare:

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riusc a vedere ancora qualche lettera che riconobbe facilmente, perch non era illeggibile come quella bruciata. Trasal paurosamente. Pierre non si era accorto di nulla: si era gettato sulla penna, sul calamaio, aveva raccolto un pezzo di carta e scriveva con un tremito nervoso che gli permetteva appena di tracciare queste parole: Castus eris, et Annam habebis;7 anche la vecchia aveva preso una penna e un pezzo di carta e scrisse. Castus eris, et Annam habebis, aggiungendovi altre parole che noi non conosciamo. Pierre, piangendo di gioia, mostrava la profezia alla maga: - Madre, Castus eris, et Annam habebis. - Adesso capisci il latino, adesso? - S, madre. - Che cosa vuol dire dunque? - chiese Mordhomme che sembrava aver preso qualche interesse alla scena. - Spiegati, figlio, - disse la vecchia sorridendo. - Sii casto e avrai Anna. Abraxa scuoteva stranamente la testa. - S, sar casto - continu Pierre esaltato. - S, sar casto e raggiunger un risultato felice. S, sar casto e puro per lei, per lei, angelo cos puro e casto. Oh, grazie, madre, grazie; oh, sono felice, tutto avrei dato al mondo perch la profezia fosse questa. Si realizzer, non vero, madre mia? - Ne vuoi un'altra prova? - Quale? - C'era ancora una lettera. - Qual era?
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Sii casto e avrai Anna (N.d.T).

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- Una d. - Ebbene? - Ebbene, figlio, il responso veniva da D... - Da Dio? - Sei pazzo, figlio, dal diavolo, diabolus, non vero? - Hai ragione, madre, hai ragione: la profezia si realizzer e per me sar il paradiso sulla terra... - Figlio, ancora! - Eh, no, madre, no, sar l'inferno con tutte le sue gioie, le sue emozioni e la sua volutt! Pierre avrebbe continuato a lungo, ma Abraxa, che non amava vedere la felicit altrui, tronc le parole di allegria. - Parliamo d'altro. Dicendo questo, raccolse tutti i suoi strumenti di magia, ripose inchiostro e penna nel vecchio armadio e vi fece scivolare anche la striscia di pergamena, sempre mormorando: - Castus ers, et Annam habebis - habebis, s, e il resto. 194

XVII
Dopo aver ordinatamente messo via tutti i suoi strumenti, la vecchia ripose anche sedia e sgabelli al posto di prima, riprese la sua aria selvaggia e sinistra e si rimise la cuffia coprendola con un cappuccio nero. Sembrava un corvo del cattivo augurio. - molto tardi, vecchia, - fece Mordhomme, mezzanotte passata. - Ti annoi, vecchio mio; presto verr il tuo turno, lo sai. - Io preferisco fare piuttosto che raccontare! - Vecchio dissoluto, non si pu fare sempre la stessa

cosa. E poi dobbiamo accordarci sui nostri progetti; forse dovremo partire questa notte: senti, Pierre? Pierre non sentiva perch stava meditando sulla profezia. - Hai finito, insomma? Prendi quella stupida carta e mettila nel portafoglio. Capisci? Pierre si costrinse a obbedire. Ma grande fu il suo stupore quando non trov il portafoglio al solito posto. Cerc in tutte le tasche, rovist, tocc ovunque, e non potendo credere di aver perso un oggetto per lui tanto prezioso, si agitava di qua e di l; si alz molto inquieto, cerc in tutta la stanza, mise dovunque sottosopra 195
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e spost tutto, sempre pi turbato: poi si ferm e si mise una mano sulla fronte: - Dov' il mio portafoglio, Mordhomme? - Io non ce l'ho, cosa vuoi che me ne faccia? - Madre, dov'? - Questa, poi... stai diventando matto, vecchio mio? - L'ho perso! - disse Pierre con voce cupa. - Devo averlo perso, ma dove? - Sta' zitto, presto lo sapremo, - e la vecchia costrinse Pierre a sedersi. - La giornata stata buona oggi; ti avevo detto, Pierre, che nella cella del vecchio non avresti trovato nulla. Ma ugualmente servito a qualcosa. - Sai una cosa, Abraxa, mi servito a perdere il portafoglio. S, l'ho lasciato in quella maledetta baruffa: l'avevo tolto dalla tasca e posato sul tavolo, l'avranno preso, i disgraziati. E tu non sai, vecchia, che cosa c'era dentro. - Mi del tutto indifferente, - disse Abraxa con l'aria pi impassibile del mondo.

- Ah! Ti indifferente; vuoi che te lo dica? -S. - Il ritratto di Anna, il ritratto della giovane che mi ha fatto dannare, e dannare per niente: non ho mai avuto da lei altro che disprezzo e odio! - Che me ne importa, che ce ne importa, Mordhomme? - Oh, diavolo, me ne infischio, io! Pierre non rispose agli insulti; era sprofondato nel dolore, perch si rendeva conto che si era spezzato l'unico legame che lo univa alla giovane, che aveva perso il solo oggetto che rispecchiava il suo ricordo, la sua immaginazione; l'aveva perso per sempre. Non rispose. - Non c'era altro, nel portafoglio? 196
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- Non saprete il resto. - Ne faremo a meno. Altra cosa: dicevo che la ricerca ci era servita a qualcosa perch sarete riusciti a far sparire le tracce del crimine. L'avete spezzata bene la travatura? - S, - rispose Mordhomme. - In modo che la polizia non abbia trovato niente che possa destare sospetti? -No. - La polizia ha rimproverato i due giovani. -S. - Sono stupidi, tutti e due. Ah, a proposito, avete sentito anche quello che dicevano? - Cosa dicevano? - Non lo so di preciso, non ho capito bene. - Pierre, cosa dicevano, mi ascolti? - Erano sicuri che sotto ci fosse un crimine e parlavano di indizi da denunciare alla polizia. - tutto?

- No, madre, non tutto, parlavano di aprire un testamento, un testamento che aveva lasciato loro Joseph. - Il campanaro? - Proprio lui! Quali interessi potevano avere con costui, come conoscevano quel mostro? Parlandone, lo esaltavano, lo chiamavano per nome. Jules ha avuto lunghi colloqui con quel maledetto sagrestano; vedi, Abraxa, se non fosse stato schiacciato nell'incidente, l'avrei ucciso io. E invece mi ha ucciso lui perch venuto a sorprendermi. Il disgraziato, perch non l'ho ucciso quel giorno, un ricordo terribile. Jules ha parlato tanto con lui, deve conoscere tutti i suoi segreti! - Gli appunti, il portafoglio, il ritratto. 197
Jules Verne

- Dobbiamo ucciderlo, subito. Vieni Mordhomme. - Povero ragazzo! Dove abita? - Non lo so, ma lo troveremo; dobbiamo riprendere la mia roba. - E se ce l'ha l'altro? - Li uccideremo tutti e due; diavolo, dare due colpi di pugnale facile quanto darne uno. Ma no, se hanno gli scritti hanno anche il cofanetto, il campanaro non l'ha mai chiuso quel cofanetto, altrimenti non sarebbe riuscito a riaprirlo. L'avr dato loro chiuso, si chiude semplicemente spingendo il coperchio; gli avr dato la chiave, dovranno pur aprirlo, loro. Sar vendicato. Cos'hai da dire, vecchia? L'umidit non penetra facilmente in quel cofanetto, sar tutto asciutto. Cosa vuoi, vecchia? - Ascoltatemi tutti e due, - disse Abraxa. - Mentre eravate in agguato, mentre sorvegliavate la porta del crimine, io non sono rimasta inattiva, sono uscita; non potevo essere riconosciuta, perch dopo la disgrazia si

sapeva della scomparsa di Saraba e prima non potevano avermi vista. - A proposito, - disse Mordhomme, interrompendo la vecchia,- cosa ne hai fatto di Saraba? - L'ho strangolata: avevo proprio bisogno del cranio di una vecchia. - Ben fatto, ma perch non mi hai chiamato, lo sai quanto mi piacciono queste cose, madre, non bene. - Che vuoi, non c'eri, e poi avevo bisogno della testa; del resto, non stata una cosa lunga, non mi sono divertita a tormentarla. - Bene, a un'altra volta; continua. - Ho saputo che la citt era in preda all'agitazione e intenta alle ricerche; hanno scoperto che quel padre Bruno di cui 198
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avevamo preso in prestito il nome non poteva aver scritto la lettera. La cosa si fa seria. Dobbiamo stare attenti a tutte le nostre mosse. E tu, Pierre, che pensi di essere stato scoperto mentre suonavi la campana, che pensi di essere stato riconosciuto, che nella fretta hai perso il portafoglio! Almeno non c'era niente altro nel portafoglio che ti sei fatto portare via? Pierre non rispose. - A cosa pensi? - Ai due demoni che ho incontrato. Oh, li riconoscer e mi vendicher! - Rispondimi, poi penseremo alla vendetta. Non c'era niente di compromettente nel portafoglio? - No! - rispose Pierre esitando. - Bene, ora vediamo: non devi pi temere le rivelazioni del sagrestano, morto; puoi temere il suo erede, questo Jules come lo chiami, lui, dobbiamo

uccidere, ma non adesso; le loro dichiarazioni alla polizia sono fallite, non torneranno alla carica tanto presto; abbiamo del tempo davanti a noi; bisogna lasciare Nantes. - Perch? Non voglio, - disse Pierre. - Bisogna. - Non voglio, ancora un colpo. - Bisogna, ti dico, o la mia predizione non si avverer. - Spiegati, vecchia strega. - Se a Nantes il signor Deltour ti riconosce, tutto perduto. Bisogna lasciare la citt, bisogna che gli spiriti si calmino, che i timori svaniscano; forse pu essere che la tua donna se ne torni in campagna e allora... - Va bene, vecchia. - Dobbiamo partire tutti e due. Mordhomme rester qui. - Perch? 199
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- Qui ci sono interessi da seguire, bisogna tendere insidie per far fuori questo Jules e il suo amico. Non forse il tuo nemico, ora, non tiene nelle sue mani il tuo avvenire? Mordhomme resta e lo sorveglier. necessario. - Rester. - E domani ti informerai della sua casa. E devi trovarla, hai capito, Mordhomme? - La trover. - Lo spierai giorno e notte, guarderai dove va e da dove viene, ci che fa; da tutto questo arriverai alla casa dell'altro. Poi la vecchia si chin e gli mormor qualche parola a voce bassa:

- Ma perch? - chiese Mordhomme stupito. - Silenzio, taci, non ti dico altro. Mi farai sapere se ci va? - D'accordo. Pierre non aveva udito le parole dette sottovoce; era piombato in una cupa meditazione, in un'esaltazione rabbiosa e il sangue gli ribolliva: pensava a tutto quello che era successo e il turbamento penetrava nelle sue carni come una spada acuminata. Riandava con la memoria a tutto quanto era accaduto, rivedeva nella sua immaginazione Anna, Jules, la vecchia, la polizia, Mordhomme, il suo portafoglio, il vecchio Joseph; a una a una queste visioni si susseguivano a una velocit crescente, poi si appaiavano, la vecchia e Jules, il portafoglio e il campanaro, Mordhomme e Anna, e trasaliva, e poi molte contemporaneamente e poi ancora tutte insieme e si incrociavano, si intersecavano, si amalgamavano, si sovrapponevano e si fondevano le une nelle altre, acquistando proporzioni gigantesche: era una fantasmagoria insopportabile; la sua mente sembrava offuscarsi, tutto gli era ormai indistinto, sprofondato in una luce rosso-giallastra tanto che la testa pareva scoppiargli. 200 Un prete nel 1839 La vecchia, con sottile astuzia, leggeva chiaramente in quel cervello ottenebrato. Le parve malridotto: le idee tetre gli gelavano il sangue; ma lei voleva distruggerlo e chiese a Mordhomme: - Vecchio puttaniere, raccontami la storia di Tte-deMort. - Ah, Tte-de-Mort, no, taci, - disse Pierre, tratto dal suo trasognamento. - S, figlio, lascia che me la racconti, mi diverte, lo

voglio. Pierre abbass la testa. - Oh, non una storia lunga, - disse Mordhomme. - Si fa presto a farla su: questa povera ragazza, non era di alto rango, perci non ci vogliono modi particolari con lei, le si d un calcio quando non si spiccia. - E il suo amante? - Ah, Riffoleau; sembra sia stato preso questa mattina; ha ucciso un commerciante di vini, sai; credo che lo sistemeranno proprio per le feste. - Davvero? - No, faranno finta. Ebbene, pensa, vecchia, Tte-deMort era triste, ho fatto molta fatica a farla tornare di buon umore, la stuzzicavo dandole qualche buffetto e facendole solletico, ma non funzionava. Mi sono quasi arrabbiato. Quando sono entrato era coricata e sognava il suo Riffoleau, ma io le ho fatto sognare ben altro; me ne infischio, abbiamo passato una notte favolosa, perch poi si decisa da brava ragazza e dopo abbiamo anche riso molto. - Capito, Pierre? - disse Abraxa, - hanno riso molto, spero che anche tu riderai un giorno, ma non con una ragazza di strada come ha fatto lui, non vero? Sar una ragazza solo tua, oh, tu che non ne hai mai goduto, una bella ragazza 201
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come Anna; parola, se solo riuscirai a toccarla potrai mettere una candela al diavolo; ah, come ti divertirai, vero Pierre, vero? Non ti senti smuovere qualcosa in corpo? Allora, dai, sorridi un po', sei cos brutto, andiamo, hai un occhio pi grande dell'altro, sarai con quello che la guarderai un giorno dal buco della serratura, quando si svestir; che, figliolo mio, tu non hai mai svestito, n visto svestirsi una donna,

cos bello, si vedono a poco a poco, a mano a mano delle cose cos bianche, cos rotonde, oh, ecco che capisci, finalmente. I dettagli lascivi e i particolari lussuriosi narrati dalla vecchia producevano sempre su Pierre un effetto prodigioso: la linfa del suo corpo ancora vergine era vitale e piena di volutt, come quelle foreste dalle quali scaturiscono miriadi di incredibili germogli. Queste parole facevano ardere Pierre come olio bollente e la sua esaltazione si accresceva sempre pi. Abraxa conosceva la capacit e l'effetto delle sue parole, e non passava giorno che non trovasse piacere a raddoppiare la sua frenesia, ne era affascinata, lei vecchia deforme, e la volutt le passava negli occhi e nell'immaginazione, e poi, tormentare gli altri, secondo una sua espressione diabolica, era per lei l'inferno. Pierre torn poco alla volta a una calma apparente. - Mi fai male, madre, e lo fai apposta; ma ti uccider, verr quel giorno, ti uccider e poi mi uccider, mi uccider. - Verrai ucciso prima, figlio cattivo. - Taci, mi uccider; come vorrei essere morto! Si dovrebbe essere molto felici, quale volutt si deve provare. E Pierre si lanci sul teschio posto sull'angolo del camino. - Vorrei essere ridotto cos; s, s, guarda, madre, i teschi ridono, s, ridono, ridono pi di me. Io ho solo digrignato i denti o pianto in vita mia, non ridere questo. 202
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- Basta, ascolta. Partiremo per Pellerin. - Subito?

- Vieni, ma prima bevi un po' di questa acquavite, ti dar sollievo. - No, non ne voglio. - Bevila tu, Mordhomme. E il brigante la mand gi tutto di un fiato. - Ricordati ci che ti ho detto e fammi sapere ci che scoprirai. La vecchia si gett uno scialle rosso sopra la mantellina nera e si aggiust le ciabatte; Pierre si mise un vecchio mantello sulle spalle, la vecchia lo prese sotto braccio e scesero. Uscendo, raccomand ancora a Mordhomme di fare quello che gli aveva ordinato. 203

XVIII
Due parole su Mordhomme e Abraxa. Pi tardi parleremo della vita di Pierre. Non occorre dire che Mordhomme e Abraxa erano due briganti. Il loro passato non ha alcun rapporto con questa storia. Ne parleremo brevemente, un solo accenno, un quadro che ci presenti nell'insieme lo sviluppo della loro vita. Abraxa aveva sessant'anni. Si chiamava in origine Louise Pinaudier; sua madre si era innamorata di un giovane soldato e ne era diventata la sua compagna. La madre guadagnava sei soldi al giorno e il soldato spartiva il suo pane. Non c'era lusso, insomma. La ragazza crebbe senza educazione e, avendo disposizione precoce, divenne una ragazza di vita. Non essendo bella, non ebbe rapporti con gente di alto lignaggio; a lei erano riservati gli amori rozzi di marinai e briganti. Il lavoro non le mancava e perci le giravano sempre cinque soldi in tasca. Un giorno si incontr con un bandito celebre sia per i

suoi crimini sia per la sua educazione. Non ricordo il suo nome, ma non importa. 205
Jules Verne

Egli la trov di suo gusto, si rese conto delle sue inclinazioni non poco sanguinarie e la sottopose ad alcune prove, in cui lei mostr di comportarsi come un vero delinquente: sembrava non avesse fatto altro per tutta la vita. Il brigante, soddisfatto la rap, se pure si pu rapire una ragazza di strada. La istru e lei ne trasse profitto. Egli ne fece una strega e le insegn perfino un po' di latino. Alla scuola di un simile maestro la donna ebbe notevoli vantaggi; era una discepola zelante, con inclinazioni naturali al di sopra di ogni immaginazione. Divenne sempre pi brutta, mentre il suo maestro diventava sempre pi ricco grazie al suo esteso commercio, che svolgeva nelle grandi strade; egli infatti si serviva di commessi viaggiatori che facevano onestamente il loro mestiere: rapinavano i viaggiatori e li uccidevano sia quando non avevano niente ma anche quando avevano qualcosa. Tra i commessi viaggiatori, Abraxa ne prefer uno di bell'aspetto: la strega aveva ancora idee voluttuose. Gett gli occhi su di lui e l'incant con le sue stregonerie, non naturali ma diaboliche. Poich egli era molto crudele, abbocc all'amo e la strega lo leg a s in maniera particolare. Ne divenne l'amante. Nella banda, vista la sua eccellente natura e le sue straordinarie attitudini al mestiere che svolgeva con seriet e attivamente, era chiamato Mordhomme. Non si era mai conosciuto il suo vero nome. Era un

trovatello di cui si erano felicemente sfruttate le ottime disposizioni: sarebbe stato un peccato lasciarle perdere. Quando Abraxa, che aveva preso questo nome nella banda, fu sicura di Mordhomme, si misero d'accordo, e 206
Un prete nel 1839

ammazzarono il loro capo, gli portarono via quasi tutto il denaro e piantarono il resto della banda. E cominciarono a esercitare per conto proprio: Abraxa predicava la sorte e scongiurava gli spiriti maligni, Mordhomme rubava e uccideva. Anche Abraxa uccideva quando era necessario. Essi vivevano tranquillamente cos, quando il caso gett Pierre tra le loro braccia. Una notte, infatti, mentre erano appostati sulla grande strada in attesa di qualche buona occasione, videro arrivare un uomo, un prete dalla tonaca stracciata, i capelli scarmigliati, in uno stato spaventoso. Non gli chiesero n la borsa n la vita ma la sua storia: ed egli nel suo totale smarrimento, gliela narr. I briganti abbracciarono la sua causa e l'arruolarono con loro. Quando Pierre ritorn in uno stato d'animo pi sereno, cap dove era capitato, ma non c'era pi modo di tirarsi indietro. Abraxa e Mordhomme sapevano tutto. Anche perch la sua era una causa disperata. Pierre rest. Cos Abraxa, Mordhomme e Pierre si erano incontrati, conosciuti e messi insieme. E in questo non c' nulla di straordinario. Almeno per me. 207

XIX
Il quattordicesimo giorno di marzo incominciava a

spuntare; di tanto in tanto, il sole del mattino lasciava brillare la sua luce incerta, offuscata da piovaschi, triste strascico degli ultimi giorni dell'inverno. Il tempo era umido e la quantit di spesso vapore di cui era carica l'atmosfera dava agli oggetti una forma indefinita, dai contorni imprecisi. Era come un umido velo di bruma gettato su tutta la citt. Tuttavia si poteva avvertire il benefico avvicinarsi della primavera portatrice di tepore e riparatrice dei danni dell'inverno; il sole si stava dirigendo a grandi passi verso l'ariete. Per una persona dall'immaginazione poetica e colta, il mese di marzo offriva molti ricordi. Non era forse il famoso elafebolion1 degli Ateniesi? Non vi era un tempo in cui sull'altare di Vesta si rinnovava il fuoco sacro preso con uno specchio ardente dal focolare stesso del sole? Non era la grande festa di Minerva che durava cinque giorni, con la folla festosa che nascondeva la grande pena sotto una maschera di gioia e di allegria, e di cui si ritrova un
1

Periodo tra marzo e aprile durante il quale i Greci festeggiavano Artemide, cacciatrice di cervi (N.d.R.~).

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Jules Verne

rifacimento, pi grave e pi austero, nel lavaggio dei piedi del gioved Santo? Per un'anima pia, non in questo mese che si celebra la Pasqua o Phaxa degli Israeliti attraverso il mar Rosso, rubrum mare? E l'incarnazione del Salvatore, il 25, e la Creazione del mondo che un concilio ha fissato all'equinozio di primavera? E per un ammiratore degli antichi riti e costumi, non forse in quest'epoca che gli egiziani piangevano per tre giorni consecutivi la dipartita di Osiride e i fenici siriani quella di Thaummur (il nascosto) e anche quella di Adone o Adonai (il Salvatore) e poi,

passando dal dolore alla gioia, festeggiavano attraverso imponenti cerimonie la resurrezione di quei due esseri allegorici, immagini del sole nascosto per sei mesi dietro l'equatore che poi riappariva in tutta la sua gloria. Non vedete in Persia le pire di Mythra accendersi al fuoco dell'astro del giorno sui luoghi elevati e non udite la folla precipitarsi alle cerimonie? Forse che ancora oggi gli astronomi di Ispahan non si riuniscono sull'alto di una torre per osservare il momento dell'equinozio? Allora l'ingresso del sole nell'atmosfera settentrionale solennemente annunciato dal suono del cannone, dei tamburi, dei cori e delle trombe: come deve essere bello! Andate anche voi a unirvi al corteo dell'Imperatore della Cina che semina le cinque specie di grano e presso i Celti e i Galli a comperare dai druidi il fuoco nuovo sui carn, caratteristiche colonne o piramidi tronche.2 Tutto questo avrebbe potuto venire in mente a Michel Randeau, che le sue conoscenze gli permettevano di farlo.
2

Anche in questo caso,Verne fa sfoggio - forse esagerato - di citazioni colte (N.d.R.\

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Un prete nel 1839

Ma quella mattina del quattordici marzo, guardando fuori dalla finestra aperta, egli pensava a tutt'altra cosa. Aveva gli occhi rossi, pesti, infiammati, il colorito pallido e affaticato. Le membra pesanti e legate, si sentiva tutto confuso e l'alba non riusciva a dare un po' di freschezza alla sua testa che bruciava. Quella notte, in realt, non aveva dormito, non si era nemmeno coricato; aveva sognato, ma sogni a occhi aperti, che stancano quanto un problema di

matematica. Aveva lavorato tutta la notte per trovare nella concatenazione dei fatti una soluzione a quel problema di grande importanza. Sappiamo che per lui alla base della catastrofe di St. Nicolas c'era un crimine. Il lettore comprender facilmente la gioia, la frenesia con le quali si era impossessato del portafoglio trovato nella cella deserta, quando sapr che Michel conosceva quel portafoglio per averlo visto cadere dalla tasca dell'uomo che si era lanciato verso la corda della campana. Aveva anche notato l'aria inquieta che l'uomo aveva nel raccoglierlo e la calma durante il subbuglio: si sarebbe detto che non credesse a un pericolo reale. Con il sangue freddo che aveva saputo conservare, Michel aveva potuto notare queste varie emozioni. Le aveva notate e ora che si trovava sulla pista di un fatto incredibile, gli tornavano alla memoria. Fu sufficiente una scintilla per scatenare una luce folgorante. Quale doveva essere stata la sua gioia nel riconoscere sul portafoglio quello che aveva guardato con occhio indifferente. Ora era in suo possesso e i connotati del suo proprietario erano profondamente incisi nella sua memoria tanto da non dimenticarli pi. 211
Jules Verne

Per tutta la notte aveva scorso le carte che conteneva, carte poco voluminose ma sulle quali aveva dovuto riflettere. E la lettura aveva completamente confermato la sua convinzione che si trattasse di un crimine preparato e pensato! Ma non voleva pi saperne della polizia e dei suoi funzionari, di qualunque grado fossero: soltanto lui e il suo amico avrebbero portato a termine la vendetta che volevano.

Il vero piacere dell'uomo offeso vendicarsi personalmente; quando questo nobile sentimento, per arrivare a compimento, ha bisogno di passare per le mani di gendarmi, uscieri, procuratori, carnefici si altera e perde la sua nobilt primitiva: come l'acqua pura che ben presto si intorbida quando non scorre nel suo letto naturale. Proprio questo pens Michel e dopo aver preparato con attenzione i suoi progetti, sfinito dalla stanchezza e dalla fatica, si avvi per comunicarli e per aprire il testamento del vecchio Joseph: cosa poteva contenere lo ignorava completamente. Anche Jules aveva passato una notte insonne, ma si era coricato e cos aveva riposato il corpo, se non la mente. Anche lui aveva sognato, ma aveva sognato la sua Anna. Aveva rivissuto ogni particolare della sua visita, ripercorso le sue riflessioni, aveva rivisto tutto, tutto senza eccezioni: l'amore rende ciechi, ma non in questo senso. Rivedeva l'aspetto cagionevole ma nobile della giovane e riprovava tutte le emozioni avute nel vederla. Doveva trovare il modo di piacere a quella giovane anima, che l'aveva guardato ma non si era ancora accorta di lui. Non voleva riconoscenza come premio alla sua azione, voleva essere amato come egli amava, amato di vero amore. Pensava che sul volto di Anna Deltour si rispecchiavano 212
Un prete nel 1839

fedelmente i sentimenti che l'animavano, che in una giovane di tale purezza l'ipocrisia non era riuscita a intrecciare le sue ingannevoli apparenze: il volto ne rifletteva l'anima, e l'anima la limpidezza e la purezza del volto. Ma egli voleva ancora studiare e analizzare

questa giovane e bella natura, voleva conoscerla meglio e quindi doveva rivederla. Aveva pensato a una nuova visita ad Anna Deltour ma, per quanto possibile, non voleva pi avere a che fare con il padre: l'aveva visto a sufficienza e sufficientemente apprezzato. Contava sui pareri e i consigli dell'amico Michel, voleva costruire i suoi piani sui suggerimenti dell'amico e dare a lui la cura di dirigere questa storia. Quanto a lui, se ne sentiva incapace, non ci vedeva chiaro, qualcuno doveva guidarlo; preferiva chiudere del tutto gli occhi e rimettersi alla sperimentata discrezione di Michel, piuttosto che impegnarsi in progetti che il suo colpo d'occhio alterato avrebbe potuto falsare. Questo aveva deciso, questo doveva chiedere all'amicizia di Michel e seguire esattamente i suoi consigli. Michel doveva informarsi sulla famiglia, sulle sue abitudini, idee e maniera di vivere, di vedere, di agire e, per questo, darsi da fare e certamente Michel non avrebbe rifiutato. Pur pensando a queste cose, riandava con la mente a quanto gli aveva confidato il vecchio Joseph; l'aveva dimenticato; ripensandoci rabbrivid perch ripens all'amicizia con il campanaro, al loro rapporto da padre a figlio, da penitente a confessore. Trem, poich due destini stavano per scontrarsi quel giorno: quello che gli aveva preparato il campanaro e quello che gli aveva mostrato il caso. Il caso, pensava, la provvidenza. Sapeva bene quello che conteneva il testamento; non era senza un segreto motivo, senza un segreto disegno che 213
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Joseph aveva rinviato la sua scelta per una sposa come la voleva lui a tutti i costi; c'era una mira ben precisa, bene determinata nella testa del vegliardo, e questa mira, immaginava, questa pia mira l'aveva subito amata senza conoscerla, tanto la sua fiducia era grande. E lui che per tanto tempo aveva atteso sospirando questa scadenza era l, sicuro, deciso. Che fare? Non si poteva rimandarla, Michel non avrebbe voluto e anche Michel contava e Michel la pensava come il campanaro. Due grandi moventi, due grandi forze riunite. Che fare? Jules si stringeva la testa fra le mani; ma doveva accettare questa decisione segreta. Eppure la giovane Anna Deltour l'aveva vista un istante, ma un istante era stato pi che sufficiente. Vederla gli aveva fatto scordare completamente i consigli di Joseph. Jules era stato prepotentemente bloccato sulla sua strada, tanto l'ostacolo era forte. Egli amava, e che fare contro l'amore? Si dice che quando questo sentimento veemente, non dura: quando il suo fuoco prorompe impetuoso, si spegne subito; bisogna risparmiare l'alimento, perch presto si esaurisce; decisamente il cuore umano ha una determinata capacit d'amore, una volta che ne pieno si ferma e allora gli oggetti circostanti, le distrazioni, il tempo, come aria che corrode, porteranno via e risucchieranno a poco a poco tutto ci che inondava l'anima, e il cuore ben presto resta vuoto. Tutto questo rispecchia una certa verit, ne convengo, fisicamente e moralmente pu essere vero; ma in questo caso non bisogna credere che l'amore in Jules sia stato scarso, soltanto una fiammata, che le sue emozioni si siano subito esaurite, no, impossibile, un'anima cos appassionata e piena di poesia non poteva restare a corto d'amore, e la capacit del suo

cuore era enorme. 214


Un prete nel 1839

Si era innamorato, si era follemente innamorato. Il suo fuoco covava. Ma quest'amore, spinto alla follia, era solo all'inizio, si giudichi dal seguito e se ne calcolino le conseguenze. Quest'amore che in un primo tempo doveva portare alla follia, portava poi fino alla morte, alla morte del corpo; se all'inizio aveva attaccato l'anima, doveva poi avvolgere con i suoi ardenti trasporti e i suoi mali incurabili il corpo, e le malattie del corpo sono spaventose, il loro unico rimedio, unico medico la morte. Se ne hanno tristi e numerosi esempi, perch il fiume scorre per tutti, per ricchi e poveri, per l'uomo importante e per il proletario, questa via d'uscita sempre aperta e una volta chiusa non si riapre pi. Speriamo che per Jules non sia necessario n rimedio n medico. Ma certamente l'ardore del suo amore andr sempre aumentando fino a raggiungere l'apice. Jules era riuscito, pi freddamente di quanto la sua posizione gli consentisse, di valutare la sua decisione e il suo imbarazzo. Gli si offrivano due strade. Aveva percorso faticosamente e lentamente la prima, ma dopo lunghi giorni e molto cammino, ne era stato trascinato via da una specie di turbine. E ora era arrivato al punto in cui doveva scegliere o l'una o l'altra di queste strade parallele che non si sarebbero incontrate mai. Mai. Doveva scegliere. Non se ne usciva altrimenti. Questo pensiero lo uccideva. Con queste idee in testa, si alz bruscamente, e and a prendere da un cassetto accuratamente chiuso del suo secrtaire un cofanetto in quercia pressappoco di un piede di lunghezza, largo mezzo piede e poco profondo. Lo prese con una sorta di furore e lo pose

violentemente sul tavolo da lavoro. Era un cofanetto apparentemente non complicato, piut215
Jules Verne

tosto semplice, privato delle vecchie incrostazioni a rilievo. Le modanature, la serratura e le cerniere erano di spesso ferro massiccio, resistente a qualunque tipo di effrazione. L'unico particolare strano erano le cerniere arrugginite, come se da lungo tempo non fossero state usate. In quel cofanetto c'era rinchiuso il segreto del vecchio campanaro di St. Nicolas. Jules lo guard in silenzio, una mano sulla fronte ardente: gli sembrava pietrificato come la famosa testa della Medusa. l dentro pens quando riusc a farlo, l dentro la causa delle mie insonnie, dei miei incubi. Che debbo fare, mio Dio, che debbo fare? E Michel non arriva ancora. Sar qui alle dieci e sono le nove; quanto tempo da attendere, un lungo vuoto, troppo lungo, devo avere queste carte immediatamente. Le brucer? S, le brucer e tu, Michel, non potrai impedirmelo, saresti troppo egoista, non sai quanto soffro, non conosci quest'indecisione che mi penetra nel cranio come un trapano di fuoco. Sto male, sto tanto male! Ma che fare? Continuava a essere preda delle sue incertezze. troppo si diceva, non aspetter oltre, voglio quelle carte, le voglio ora. Cercava di controllarsi, cercava di parlare alla propria coscienza e al proprio cuore affinch non prendessero il sopravvento. Nella serratura non c'era la chiave, si mise a cercarla, frug da qualche parte e la trov. La chiave era del tutto normale come il cofanetto, ma

Jules la osserv bene: era arrugginita come tutte le parti in ferro del cofanetto. 216
Un prete nel 1839

Jules la inser nella serratura con fatica, la ruggine ostruiva la toppa e la chiave stessa, la gir in tutti i sensi, ma dovette desistere. Si mise allora a pulirla con cura, la raschi per asportare la ruggine che impediva il movimento nella serratura e la inser di nuovo. La campanella della porta che si apriva sul pianerottolo suon timidamente e Jules fu avvertito che un ragazzino chiedeva di lui. Si precipit. Un ragazzo di circa quattordici o quindici anni, con una camicia azzurra, lacero, un brutto berretto che era stato di velluto ma di cui era rimasta solo la fodera, spavaldamente portato sull'orecchio sinistro come i poliziotti, con un paio di pantaloni di colore incerto di cui sfuggiva la parte bassa, la cui tinta si confondeva con il fango che ricopriva le sue brutte scarpe sfondate. Il ragazzino era entrato nella stanza di Jules e vedendo il cofanetto fece uno strano gesto che per sfugg a Jules. - Che cosa volete? - gli chiese questi. - Mio buon signore, - disse umilmente il ragazzino con voce implorante, - la mamma a letto con cinque bambini, mio padre stato sepolto ieri e siamo senza pane; mi raccomando alla vostra carit, mio buon signore. - Ah, ma perch avete cercato proprio me? - chiese Jules che stava pensando a tutt'altro. - Ho sentito parlare della vostra carit, mio buon signore. Era un complimento ingiustificato, poich Jules non

ricordava che le sue elemosine avessero fatto scalpore in citt; era una cosa talmente strana che Jules usc dal torpore: - Come? Le mie elemosine? Che cosa volete dire, rispondete? 217
Jules Verne

- Mio buon signore, mamma a letto con cinque figli. - Bene, bene, - lo interruppe Jules annoiato, - tenete e andatevene pi in fretta che potete. E gett una moneta al ragazzo che la fece entrare nel taschino con una destrezza, una rapidit e una tale abilit nel maneggiarla che, nella scala di valori criminale, denunciavano pi un borseggiatore che un criminale. Jules not il gesto e si affrett ad accompagnare fuori il pi rapidamente possibile quel ladro in erba, ripromettendosi di non lasciare entrare altri fannulloni che con un qualunque pretesto cercano di introdursi nelle case. Il ragazzo se la svign precipitosamente e con tale fretta che non si prese neanche la briga di chiudere la porta. Molto stupito da questa visita inattesa e non sapendo a chi attribuirla, Jules torn indietro a passi lenti, cercando di riprendere il filo delle sue idee, cos malamente interrotto. La vista del cofanetto di quercia lo fece riavere del tutto: vi si avvicin e chinandosi sopra per aprirlo, vide incisa sulla destra del coperchio una lettera, la D, mentre dall'altra parte a sinistra vi era una A: le lettere erano evidentemente state incise con la punta di un temperino da una mano poco abile, come provava la loro irregolarit. Che cosa vuol dire questo? pens Jules. Perch

queste lettere? Perch Joseph le ha incise? D.A. cosa significa? Poi, quasi per mettere a tacere la propria coscienza, continu: In fin dei conti, che me ne importa?. E diede un giro di chiave. Poi si ferm, come di fronte a un passo decisivo. E le carte si chiese. Cosa devo farne? Dovr leggerle o bruciarle? Le legger. Devo. E rimise la mano sulla chiave. Stava per girarla., 218
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- Fermati, disgraziato, fermati Jules! - si ud una voce spaventata dietro di lui. Era Michel, che lo allontan violentemente e si pose tra lui e il cofanetto di quercia. - Tu non l'aprirai! - disse. - Spiegati, Michel, che cosa vuoi dire? Mi spaventi. Michel era sconvolto, aveva i tratti alterati e il viso pallido. - Sono arrivato in tempo, Jules. Sia ringraziato il cielo. Ascolta e guarda. Michel si avvicin alla tavola, prese il cofanetto di quercia e ne volt il lato con la serratura dalla parte opposta alla loro. Prese un regolo che si trovava sulla tavola e lo introdusse nella toppa, come si fa con le serrature che richiedono un grande sforzo e afferr l'estremit di quella specie di leva. - Avevi gi dato un giro? - chiese a Jules. - S, - rispose questi che non riusciva a capire nulla. Ma spiegami. Non termin: si ud una spaventosa detonazione, la stanza si riemp di un fumo biancastro e un proiettile dopo aver colpito la parete di fronte venne a cadere ai

loro piedi. - Capisci adesso? - Grazie, amico mio, mi hai salvato la vita, - e si gett nelle braccia di Michel. I due giovani si tennero per qualche tempo abbracciati senza dire parola. II cofanetto di quercia era aperto. - Chi ti ha avvertito di questo, Michel? - Lo saprai ben presto, Jules. Ma perch non mi hai aspettato? Avevi fretta? Volevi distruggere le carte? E Michel stava tirando fuori dal cofanetto un quaderno piuttosto voluminoso. - Non lo so, Michel, ero pazzo e stavo per essere punito per questo! Mi hai salvato, come potr ringraziarti! 219
Jules Verne

- Mi devi un riconoscimento, Jules. - Quale? - Affidami l'incarico di guidarti e dimmi tutto ci che sai. - Ben volentieri, Michel, stavo per chiedertelo come una grazia. - E voglio ancora una cosa. - Quale? - La lettura di queste memorie. - Che si faccia secondo la tua volont, amico mio. Questa domanda restituiva a Jules i dolori e l'ansiet che l'agitazione e la confusione del momento avevano assopito. Michel apr la finestra per far uscire l'odore e il fumo causati dalla pistola che il rinculo della stanghetta della serratura aveva fatto scattare. Poi la richiuse, mise il catenaccio alla porta della stanza di Jules

perch non fossero disturbati, si sedette allo scrittoio, fece sedere Jules davanti a s e apr il quaderno. - Prima, - disse - parlami della tua visita di ieri. - L'ho vista, ma ero talmente emozionato che le ho appena dato un'occhiata; era ancora molto debole, la povera ragazza. Oh, Michel, com'era bella. - Lo so. - Lo sai? - esclam Jules alzandosi impetuosamente e spalancando gli occhi spaventati. - Lo sai, ma come fai a saperlo? - Ti metter al corrente di tutto, Jules, ma rispondimi, ho scoperto grandi cose, vedi i miei occhi arrossati, ho passato tutta la notte a lavorare. - Amico meraviglioso, - disse Jules con le lacrime agli occhi. - E suo padre e sua madre? - Non ho saputo farmene un'opinione, un giudizio, ero 220
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troppo agitato, ma mi sono sembrate delle persone eccellenti, piene di bont e di gratitudine per me. - Bene, forse ti sei sbagliato, ma continua: il loro nome? - Deltour, e la giovane... - Anna Deltour. - Sai tutto, dunque, Michel. - A.D. - rispose questi e gli mostr il cofanetto di quercia. - Non ci capisco pi niente, - continu Jules incrociando le mani - che cosa vuoi ancora? - Ascolta, do inizio alla lettura. Ma ci sto pensando... e Michel si chin. - Questo proiettile era di un bel calibro, non vero, Jules. Non doveva essere facile da digerire.

Conservalo, un giorno ci servir. - Mi ricorder che mi hai salvato la vita, Michel. - Cominciamo. 221

XX
Avviso ai lettori, se ce ne sono. Le memorie di cui si parla, le ho sentite leggere. Erano molto lunghe, la passione che vi era contenuta era seguita passo dopo passo, emozione dopo emozione, secondo per secondo. Erano raccontate dallo stesso protagonista, che rappresentava la sua stessa storia. Ho preferito metterle sotto forma di racconto in terza persona per rendere meno arida la lettura. Ho seguito l'ordine dei fatti e tentato per quanto possibile di essere fedele all'originale dell'autore e di rendere evidente l'evolversi della sua passione. Non amo molto questi pastiches letterari, questo racconto nel racconto: mi ricordano due colori stonati, l'uno vicino all'altro, come la bandiera verde e rossa issata in Francia. 222

XXI
Nel 1829 un giovane laico entrava nel seminario di Nantes, in rue Saint-Clment. Il seminario godeva di una certa fama, era un buon collegio. Vedremo in seguito perch, anche se scopriremo che era solo relativamente buono. Era buono solo in parte: un ladro, a confronto di un assassino, pu sembrare addirittura un angelo. Ecco. Le altre istituzioni in cui si inculcava la scienza ai giovani proseliti che si seppellivano in queste grotte di pedanteria erano di una nullit assoluta, non ne erano che l'ombra: tempi deplorevoli per l'istruzione. Tra le molte che non contavano nulla, bisognava

scegliere quella che contava poco e in mancanza di meglio, si andava in seminario, cos come per gli spettacoli ci si riduce ad andare a vedere i misteri del carnevale e altri melodrammi. Ma nel nostro caso e per il nostro protagonista non ci si era data la pena di scegliere. Se l'insegnamento in quel seminario fosse stato anche peggiore, sarebbe stato lo stesso, poich, a causa della professione alla quale si destinava questo giovane laico, non poteva andare altrove. Dall'aspetto di questo giovane, apatico e triste, dall'abbigliamento piuttosto grossolano e dalle maniere rudi e ango223
Jules Verne

lose, dalla capigliatura che non era mai stata pettinata o profumata se non dal vento e dalla pioggia, dal cappello tozzo e antiquato, anche se nuovo, si poteva dedurre facilmente che non vestiva a Parigi, che veniva dalla campagna piuttosto che dalla citt. Era stato, per, rivestito a nuovo: il cappello non era ancora unto, la camicia non era ancora sporca e frusta e la levita - parola tecnica in uso nel vocabolario ecclesiastico - aveva ancora un certo lustro, che tre ore di uso non avevano cancellato; la vita di quest'abito arrivava graziosamente fino a met schiena e le grandi falde che sembravano non voler finire pi tanto erano lunghe, gli arrivavano fino a mezza gamba. Insomma, l'abito sembrava quasi una tonaca, ne era una specie di compromesso e nemmeno tanto rozzo. In compenso, e perch tutto fosse in buon equilibrio, ci che la levita aveva di troppo, mancava ai pantaloni: anche loro, arrivavano solo a met gamba. Per contro, erano di tale larghezza da far saltare di gioia un chierico: il giovane ballava a suo agio in tutta quella ridicola ampiezza, aveva inoltre

calze a coste che dovevano scorticargli pelle e carne. Per sua fortuna, aveva la pelle a tutta prova, a parte il fatto che bisogna abituarsi fin da giovani a portare il cilicio, pi avanti con gli anni non ci si riesce pi: benefacere iam ex consuetudine in naturam vertit,1 ha detto Sallustio, cosa che si pu applicare sia al fisico sia allo spirito. Con questo ingegnoso metodo si possono raggiungere mortificazioni straordinarie a buon mercato: Mitridate assumendo il veleno poco alla volta riuscito a non avvelenarsi. Il giovane non aveva le
1

II buon comportamento si trasforma da consuetudine in abito naturale iN.d.T).

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staffe, innanzi tutto perch consumano i pantaloni e questi poi devono essere pi lunghi. Lo credereste? Ne ho viste portare: l per l credevo che l'individuo indossasse delle bretelle basse, che si fosse lussato qualche cosa e che quelli fossero dei legacci, delle cinghie per trattenere le fasciature e gli apparecchi, ma poi si mise a correre e mi ricredetti subito e capii che era fatto cos. Ma andiamo avanti. Aveva delle scarpe troppo grandi e dalla punta quadrata, un gil troppo piccolo abbottonato ermeticamente fino al collo (il che evita le camicie bianche) trattenuto da quattro bottoni, cos che non c'era soluzione di continuit tra gil e pantaloni. La cravatta aveva dovuto originariamente servire a tutt'altro uso. Questo era l'abbigliamento. Il tutto era nero, ma di quel nero tra il grigio scuro e una leggera sfumatura rossa, quel colore indeciso che hanno i mantelli dei becchini. Questa era l'uniforme usuale con qualche piccola modifica (a vantaggio dell'abito, si intende) che i giovani con pi o meno qualche vocazione clericale

avevano adottato nel seminario di Nantes. Senza mai essersi messi d'accordo, erano tutti vestiti quasi alla stessa maniera, e poich erano pressappoco alla stato naturale, sono incline a credere che la societ di JeanJacques2 era tutta vestita cos, se mai era vestita. Comunque sia, il giovane proselito, dal volto e dalla presenza poco attraenti, poteva avere diciassette anni. Era destinato, come sappiamo, alla vita ecclesiastica. Era accompagnato da un uomo di una quarantina d'anni e dall'aria sottomessa, per niente naturale, che non rispec2

Qui si riferisce a Jean-Jacques Rousseau (N.d.R.~)-

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chiava il suo spirito. Bench frequentasse i preti, non era un ipocrita. Fu ricevuto a braccia aperte e con parole benevoli e cordiali dal superiore del seminario, un uomo alto, magro e secco, dall'aspetto severo. Aveva sempre l'aria di pensare a una cosa mentre ne diceva un'altra, e di saperla pi lunga di quanto lasciasse intendere. - Signore, - gli disse - siete il benvenuto perch la piet vi precede e vi guida e la carit vi segue. Avete scelto un nobile mestiere, signore, quello di rincorrere le avversit e di portarvi sollievo, siete il buon mietitore e non gettate il grano n tra le pietre n tra le spine, ma dove non viene distrutto n mangiato dagli uccelli del cielo. Voi andate a cercare i preziosi germogli, li strappate da una terra ingrata e li trapiantate nella vigna del Signore, nel seminario. Per quanto ci riguarda, noi stiamo fermi, noi guidiamo, istruiamo e proteggiamo le novantanove pecore del Vangelo: voi invece andate alla ricerca della centesima. Siate benedetto, Dio vi render centuplicato quello che voi date ai suoi rappresentanti impersonati dai poveri.

E la pupilla dell'uomo dall'aria sottomessa si dilatava e il cuore gli si gonfiava nell'udire queste lodi cos spontanee, non eccessive, simili a quelle improvvisate che il predicatore sul pulpito si sente in dovere di rivolgere al vescovo che assiste al suo sermone. Quest'uomo non era alla sua prima prova e non era nemmeno la prima pecora che riportava all'ovile. Ma, tuttavia, ancora non si era abituato agli elogi e non li ascoltava senza battere ciglio, come il vescovo suddetto. - Signore, - rispose l'uomo dall'aria sottomessa, - le mie azioni sono semplici, naturali! Tutto il merito tocca a voi, 226
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voi mi avete mostrato la via e io la seguo per quanto faticosa possa essere. Ma tronchiamo questo argomento che mi confonde. La retta uguale a quella degli altri miei pensionati? - Ma s, signore, pagate per loro mezza pensione, cio il vitto e poi li vestite anche, se i genitori non possono farlo. Noi li accogliamo e trasmettiamo loro la scienza. - Molto bene. Me ne vado; passo dall'economo per sistemare tutto per l'accoglimento del ragazzo. - Si chiama? - Pierre. - Che possa essere grande come il suo santo patrono! - Avete molti allievi? - continu M. Dorbeuil tornando a rivolgersi al superiore. - Ne abbiamo trecento. - Trecento giovani ecclesiastici! - No, scusate, contiamo solo su centocinquanta. - Perch poi? Fate come un negoziante che sulla merce spedita tiene conto di una percentuale sui

danni? - No, per niente. Vi spiego, visto che siete un nostro onorevole confratello. - Troppo onorato, signore. - Se avessimo trecento giovani da nutrire a mezza pensione, saremmo negli impicci. - Ma non li lasciate morire di fame, - rispose M. Durbeuil sorridendo. Il suo sorriso era simile a quello di un innamorato che fa la corte a una ragazza e che si sente obbligato a dire e a pensare solo cose spirituali, sorriso che fa a ogni parola che ascolta o che dice. - No, - rispose l'ecclesiastico, poco lusingato dal significato che veniva dato al suo pensiero, poich la verit ferisce. - Vi 227
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spiego, la nostra casa ospita due classi ben distribuite, i laici e gli ecclesiastici; gli ecclesiastici pagano solo mezza pensione, i laici la pagano doppia e gli uni pagano per gli altri. - un'ottima pensata, una sorta di contributo indiretto, ben studiato. giusto che i ricchi paghino per i poveri. - Dite bene. E poi c' un altro vantaggio che apprezzerete altrettanto. - Vi ascolto. - Non forse un vantaggio anche per i giovani che noi strappiamo cos ai genitori che invece di andarsi a perdere nei pensionati universitari ricevono un'educazione altrettanto buona che in quelle istituzioni? - Ottimo, signore, ottimo; non regge al confronto. - E poi, a forza di sovraccaricarli di preghiere, messe, sermoni, catechismo, vespri, benedizioni, qualche idea religiosa finisce pure per entrare nella loro testa.

Qualcuno si fa anche prete. Oh, sappiamo far nascere delle vocazioni e di quelle buone, ve lo assicuro. - Non ne dubito, cos forte l'influenza della religione. Ma questi giovani non cercano di star separati? - S, anche troppo, ed una cosa che mi fa molto arrabbiare. Effettivamente ci metto tutta la mia cura perch stiano insieme, faccio in modo che durante gli esercizi, in cui hanno un posto prestabilito, si mescolino, si alternino, un laico e un ecclesiastico e via di seguito. - Ancora una volta ben pensato; ma durante la ricreazione si separeranno. - S, purtroppo. Ma do disposizioni in proposito e li costringer presto a trovarsi. Bisogna che tutti questi giovani di mondo influenzino quotidianamente con il loro pensiero superiore le classi pi basse. 228
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- Avete del tutto ragione; ora capisco: la vostra istituzione ha pi significato di quanto non sembri in un primo momento. Bisogna bucare l'involucro per arrivare alla realt delle cose, bisogna traforare la montagna per arrivare alla miniera d'oro. Voi garantite un giovamento, un miglioramento alla societ. - Sicuramente, - rispose sorridendo il superiore. - La popolazione del mondo troppo numerosa, il numero dei preti basso. Ci vorrebbe un prete per ogni individuo, come suo angelo terrestre, suo angelo custode. Tutti quegli uomini che passano da inutilit a inutilit, se non da crimine a crimine, non farebbero meglio ad arruolarsi sotto la bandiera divina? - Avete ragione, e capisco di essere un privilegiato; continuer, signore, siatene certo, e finch avr una goccia di sangue nelle vene, a darmi da fare per

mandarvi giovani adepti. - Grazie, signore, non sapremmo come ringraziarvi. La vostra modestia non sopporta i complirnenti; non possiamo far altro che pregare e le nostre preghiere non vi mancheranno. A questo punto il superiore e M. Dorbeuil si separarono, l'uno per andare a pensare a una zuppa ancor pi economica di pane e acqua, l'altro a regolare i conti con l'economo. Ricevette complimenti su complimenti; non sapeva pi come cavarsela a venire via. Infine, sistemato tutto, raggiunse quello che chiamava il suo figliolo, ritrovandolo nello stesso posto in cui l'aveva lasciato, le mani in tasca, tutto stupito per gli insoliti avvenimenti. - Bene, amico mio, siamo contenti e in movimento. Tutto vi sembrer un po' strano, ma solo il primo momento. Poi vi abituerete facilmente; sarete in mezzo a giovani che vi trat229
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teranno come un fratello, a professori che vi considereranno un figlio; il superiore, al quale vi ho particolarmente raccomandato avr un occhio di riguardo per voi; non potrete non essere felice, forse anche molto felice. Perch non rispondete? - Scusatemi, signore, questa mia nuova situazione mi turba e mi spaventa. - Vi lascio, figlio mio, riflettete e riprendete coraggio; andate con i vostri nuovi fratelli e i vostri nuovi genitori: vi hanno adottato. Con ci M. Dorbeuil lasci Pierre. Per questi si entr immediatamente in azione. Vista la sua et, aveva diciassette anni, si ritenne inutile fargli fare le classi inferiori, entr direttamente

in quarta. Prese gusto all'apprendimento e vi si impegn. Da pochi giorni era nel seminario e gi lo si stimava per il suo giusto valore. I suoi condiscepoli non erano per niente fratelli, a meno di giudicarli della stessa risma di Caino, e professori per niente padri e il superiore non era in grado di distinguerlo da un altro. Pierre era un buon ragionatore e aveva una mente adatta a imparare tutto. Era entrato completamente ignorante, ma era stata sufficiente una scintilla ad accendere la fiamma della sua intelligenza. Si pu dire che nel suo cervello fossero impressi tutti i principi della conoscenza, scritti con quell'inchiostro speciale che il calore fa apparire. E proprio questo era successo. Da piccolo era stato astioso, imbronciato, testardo, annoiato e solitario. Egli immaginava, al posto di ci che lo circondava, un mondo pi elevato e pi nobile. Non sapeva sbrogliare le strane idee che gli attraversavano e gli si confondevano nella mente, non sapeva da quale parte comin230
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ciare a prenderle per districarle. I primi bagliori del sapere erano stati per lui la spada di Alessandro: il nodo gordiano era stato tagliato ed egli se ne era reso ben conto. In una tale disposizione di spirito e di carattere, si preparava a impegnarsi su una strada sicura, retta, regolare, senza andare n a destra n a sinistra, ma dritto, senza tentennamenti. Ma aveva fatto bene a entrare in seminario? Facendosi prete seguiva proprio una vocazione? O meglio, facendolo entrare in seminario, facendolo diventare prete, avevano agito bene? Si rendevano conto in cosa lo impegnavano?

Andava cos verso la cima della montagna o verso il precipizio? Dopo tutto camminava su una strada che avevano percorso, che percorrevano, che percorreranno ancora molti giovani del suo stesso stampo. Ma si conviene nel dire che essi vanno dove la vocazione li chiama. Effettivamente, vi si risponde, non sono costretti, essi sono liberi nelle loro scelte. Non viene il commissario di polizia a prelevarli con due gendarmi per costringerli a entrare in seminario, non gli si mette una pistola alla gola. Sono perfettamente liberi. Volete entrarvi? gli si chieder loro con un'inflessione alla voce che lascia intendere che vi dispiacer se non lo faranno. Decidete voi. Il giovane contadino non ha alcuna esitazione e segue il suo generoso protettore. Tutto nella massima libert. vero, non si tiene in alcun conto miseria, povert, ignoranza, fatica che, alle sue spalle, lo assillano, lo sfiancano, lo uccidono. vero, un giovane che vuole studiare, non faticare sul lavoro, che vuole vestirsi e avere cibo pi sano per sostentare la sua vita, che vuole sfuggire ai dolori, alle fatiche, ai pianti e lasciare dietro di lui le inimmaginabili miserie alle quali lo 231
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condanna la sua povert, sceglie senza essere influenzato! E la scelta lo conduce inevitabilmente al sacerdozio, mentre il sacerdozio richiederebbe una vera vocazione, un orientamento dello spirito pi specifico che per ogni altra condizione! Ma cosa importa? In questa maniera si fanno buoni preti. A tutto ci aggiungete l'opinione dei genitori, il loro parere che in qualche modo influenza sempre la scelta del figlio, e in questo caso la influenza molto. I

genitori vedono un figlio in meno da nutrire e da crescere, entrare in seminario non costa nulla e pi tardi potranno dire con orgoglio nostro figlio curato, nostro fratello curato! E guardatevi dall'aggiungere altri epiteti a vostro figlio, a vostro fratello. Ecco come si fanno i preti, soprattutto in Bretagna. Come si vede, la loro vocazione del tutto particolare, la loro scelta libera, soltanto la fame li costringe: malesnada fames3, proprio cos la si chiama. Pierre era dunque in seminario e vi lavorava, in piena gioia di spirito, e si capisce, a condizione che le illusioni non vengano distrutte e la felicit non sfiorisca. Nel seminario c'erano, come il buon superiore aveva detto, due classi ben distinte; i laici e gli ecclesiastici, gli uni ricchi, gli altri poveri. Gli ecclesiastici erano il bersaglio naturale degli scherzi dei giovani benestanti, che sentivano in essi il germe del dominio. Continuamente affiancati nei dormitori, nei refettori, nelle cappelle, nelle sale da studio, nelle classi, in fila nelle passeggiate da quelle facce di contadini li avevano soprannominati mastiqus*.
* La fame una cattiva consigliera (N.d.TT). 4 Gioco di parole sul verbo mastiquer, masticare (N.d. JT)-

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Pierre non tard a sentire le differenze di rango, i sarcasmi non gli mancarono. Egli era abbastanza mal fatto e abbastanza povero per avere ogni giorno la sua umiliazione. Il tozzo di pane secco che l'amministrazione gli concedeva a colazione e che egli mangiava con molta tristezza mentre i suoi allegri compagni lo condivano con dolci e marmellate che i genitori gli mandavano, gli attirava ogni giorno

qualche brutto scherzo che egli subiva pazientemente: ma nel profondo del cuore ne soffriva. Temeva, si pu pensare, il momento della ricreazione, in cui si teneva in disparte, senza osare di prendere parte ai giochi dei suoi condiscepoli. Lo avrebbero allontanato con risate e scherzi. E se ci si lamentava, era ancora peggio. Il compito dei sorveglianti era soltanto quello di sorvegliarli. Tornato allo studio, trovava qualche compenso ai suoi dolori. Lavorava alacremente e dimenticava per qualche tempo la sua autentica paura. Studiava con successo, il che lo consolava. Pass cos i quattro anni in seminario, con molti dispiaceri e qualche successo. Ma gli scherni subiti non gli avevano attraversato l'anima senza lasciare segno: ne erano conseguite delle riflessioni che gli avevano fatto male. Prese in considerazione la propria situazione e non la trov splendida: amato da nessuno, odiato o disprezzato da tutti. Odiato dai condiscepoli della sua stessa condizione sociale per i pochi successi che aveva ottenuto. Disprezzato dagli altri, per la maggior parte molto meno intelligenti di lui, ma che per la loro posizione e fortuna van-

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tavano quel lustro e quella fittizia intelligenza che porta colui che la possiede a predominare sugli altri. Gli stessi suoi professori preferivano legarsi ai giovani ricchi, dai quali potevano pi tardi ottenere qualche vantaggio. Continuava a riflettere e si trov sempre pi in basso, molto al di sotto di tutti. E non c'era nessuno che gli facesse coraggio, nessuno che lo tenesse in

considerazione. Anche M. Dorbeuil l'aveva abbandonato dopo averlo lasciato in seminario, affidato a tutori sicuri e fedeli. Si limitava a pagare il conto dei trimestri, quando gli arrivava. Aveva anche ripreso ad andare in giro alla ricerca di qualche pecora da riportare all'ovile. Chi avrebbe potuto colmarlo di tenerezza e di amicizia mentre vegetava cos? Solo due persone, delle quali era arrivato a temere le visite: suo padre e sua sorella. Quando essi venivano a mischiarsi per qualche istante alle brillanti famiglie che si pavoneggiavano nel fumoso parlatorio del seminario, doveva poi, per quindici giorni, subire scherzi amari e derisori. Era forse per il linguaggio di suo padre, forse per l'aspetto di sua sorella, o per le gallette che gli portavano, era per questo o forse per quello, fatto sta che i condiscepoli lo tormentavano di continuo. Non c'era rispetto umano per chi non possiede nulla, non serviva essere superiori a queste ingiurie, erano continue e inasprivano il carattere di Pierre. E non suscitava maggior rispetto il fratello Jean quando veniva a trovarlo. Pierre, dunque, arrivato al termine del seminario, al quarto anno cio, prese in esame tutte le sue sofferenze e studi la situazione. Doveva continuare? 0 doveva ritornare alla vita di campagna? S, ma dopo aver studiato era duro tornare a sorvegliare il bestiame.

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Perch Dorbeuil era venuto a cercarlo? Per quale motivo? Perch tutto questo? Era arrivato al punto di considerare Dorbeuil il suo cattivo genio.

Perch non mi ha lasciato con la mia famiglia, pensava, almeno non avrei avuto questi pensieri, queste preoccupazioni. Ero solo, abbandonato e morivo anche di fame. Che ne sarebbe stato di me se non mi avesse aiutato? Dove sarei? Senza istruzione... Non sono ricco, ma il sapere gi una ricchezza. vero, e poi sarei morto di fame, M. Dorbeuil ha fatto bene. Era inviato dalla Provvidenza? E mi ha messo in seminario, da quattro anni, quattro anni! Come ho potuto passarli, mio Dio? Quante sofferenze, quante amarezze, non possibile soffrire tanto. Sapere che ho intelligenza e cultura superiori a questi giovani fatui e ignoranti ed essere alla loro merc, oh, troppo. Oh, padre mio, sorella mia, le vostre carezze mi facevano infiammare, perch vedevo quei volti beffardi e sapevo cosa mi riservavano. Mi disprezzavano, senza rendersi conto di quanto il disprezzo logora l'anima, la degenera. Oh, M. Dorbeuil quanto mi siete costato in lacrime e angosce. Ma devo continuare, altrimenti dove andrei, chi vorr saperne di me, che far, quale carriera mi si apre davanti? Nessuna. Il sacerdozio? Ah, s, il sacerdozio, dimenticavo, mi hanno messo qui per essere prete, devo perseverare sullo stretto cammino; un giorno ne sar contento. Non posso prendere un'altra strada, altrimenti dovrei tornare sui miei passi, tornare alla situazione da cui sono partito, che era orribile. Me l'hanno ben fatto sentire i miei disgraziati condiscepoli. Ne ho il marchio sul cuore, incancellabile. Ma forse la stagione pi dura passata, lascer tutti questi giovani che mi dovevano essere fratelli. Quali fratelli? I miei padroni. Eppure siamo tutti uguali. Se abbiamo qualche pos235
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sibilit di primeggiare soltanto attraverso il sapere che possiamo raggiungerla, attraverso lo studio, la perseveranza, l'attivit. Lo continuavano a ripetere i professori e io ho seguito il loro consiglio: studiavo, perseveravo, riuscivo ed ero al di sopra di tutti, ma in realt ero l'ultimo, l'ultimo. Come spiegarlo? Quei giovani mi dominavano, mi schiacciavano, prevalevano su di me, a me che dovevo essere al di sopra di loro! Sar sempre cos? Sono destinato a lavorare senza tregua, senza riposo, senza sonno e sono destinato a rimanere sempre all'ultimo posto? Che cosa hanno pi di me, intelligenza, mezzi, scienza? Ah, hanno il denaro, loro ricchi e io... E Pierre si rigirava i pochi soldi nella tasca: sul suo viso c'era un sorriso amaro. Alla fine si disse: Se lascio il seminario, invece di guadagnare, morir di fame. Se resto, se continuo, non morir presto, andr a vegetare in qualche campagna. Non ho scelta. Non sono libero. Devo continuare su questa strada. E Pierre, dopo le vacanze, entr nel corso di filosofia. Fu durante quell'anno che cominci le memorie di cui diamo l'estratto, e che continu a mano a mano che i fatti e gli avvenimenti si svolgevano nella sua triste vita. L'anno di filosofia fu come tutti gli altri, ma poich non era pi insieme a quei ragazzini senza piet, sopport meno amarezze. In compenso ebbe pi tempo per le sue tristi riflessioni. (Cetera desimi)5
!

Il seguito manca (N.d.T).

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La fine non nota...


Il manoscritto di Jules Verne termina qui. Non sappiamo il motivo per il quale l'Autore non abbia concluso il suo romanzo che rimane perci un'opera aperta a qualsiasi soluzione. D'altra parte, Verne ha

seminato il suo racconto di numerosi indizi che permettono di immaginare, almeno a grandi linee, quale potrebbe essere la soluzione narrativa pi prevedibile. Per prima cosa saremmo portati a dire che Jules Deguay potr coronare il sogno d'amore con Anna Deltour. E che Pierre, il prete caduto nelle grinfie dei suoi demoniaci amici, far probabilmente una brutta fine. Verne, con molta abilit, nel capitolo XVI, durante la divinazione di Abraxa, offre al Lettore, invitandolo quasi a giocare con lui per cercare la parola mancante, la vera chiave di interpretazione della frase profetica. Non la sveliamo per lasciare al lettore il gusto di scoprirla. Certo molti restano gli interrogativi da chiarire. Chi furono gli aggressori di Dourbeil? Forse Abraxa e Mourdhomme? Perch e in quale circostanze Pierre si innamor di Anna? Che rapporti vi erano stati tra i due? Che relazione esisteva in realt tra M. Deltour e Joseph? E tra Jules e Joseph? E tra Pierre e Joseph? Perch Pierre uccise Joseph? Di quest'ultimo, trait d'union tra bene e male, e senz'altro una delle figu-

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re pi ambigue e complesse del romanzo, con gli elementi in possesso, non per nulla facile individuare i contorni e formulare un giudizio. Il romanzo, comunque, se si prescinde dalla sua incompiutezza, pur essendo stato scritto da un Verne giovanissimo - meno che ventenne - ha una forza narrativa e una capacit di coinvolgimento notevole, che richiama alle opere pi mature. vero, c' qualche sfoggio di cultura di troppo, ma non manca l'ironia, la satira, spesso anche tagliente, nei confronti dei poteri ecclesiastici, ipocriti ed egoisti, dell'autorit

di polizia, incompetente e boriosa, della nobilt, priva di ideali e in decadenza.

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Indice
Capitolo I ......................................3 Capitolo II ....................................23 Capitolo III ...................................33 Capitolo IV....................................41 Capitolo V ....................................59 Capitolo VI ....................................67 Capitolo VII ...................................79 Capitolo Vili..................................93 Capitolo IX ..................................107 Capitolo X ...................................117 Capitolo XI ..................................127 Capitolo XII ..................................135 Capitolo XIII ..................................143 Capitolo XIV .................................153 Capitolo XV ..................................167 Capitolo XVI .................................179 Capitolo XVII .................................195 Capitolo XVIII ................................205 Capitolo XIX .................................209 Capitolo XX ..................................222 Capitolo XXI .................................223 La fine non nota...............................237