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APPUNTI DI STORIA MEDIEVALE I – ANNO ACCADEMICO 2015-16 PROF. ALFONSO MARINI

Si riportano schemi, carte e materiali utilizzati a lezione. Questi appunti non sono in alcun modo sostitutivi del manuale, ma solo integrativi.

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Anno 300

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IMPERO ROMANO E BARBARI - GERMANI

L’impero romano: un impero mediterraneo, centro di una periferia com- posta da vari popoli. Unità politica, economica, culturale, bilingue (greco in Oriente, latino in Occidente)

  • I Barbari: così chiamati dai Romani, da parole greca, erano popoli di tra-

dizioni diverse, che nel periodo delle invasioni dell’impero romano, con un processo di etnogenesi, vennero a creare un’identità culturale germanica (attorno alla tradizione dei Germani, di cui aveva già scritto Tacito nel 98 d, C.).

Limes: luogo di scontro o di incontro? I barbari lungo il confine erano già stanziali, spesso combattevano nell’esercito romano e riportavano denari e suppellettili.

Hospitalitas: guerrieri barbari che combattono nell’esercito romano. Otte- nevano terre, la tertia, cioè la terza parte delle terre dove ottenevano di stanziarsi (o una terza parte di imposte riscosse nel luogo).

Foederatio: alleanza con un popolo barbarico in cambio di un compenso. In un primo momento i popoli foederati restavano fuori dei confini dell’impero, impegnandosi a non invaderlo e ad aiutarlo contro incursioni di altre popolazioni barbariche, come prima linea di difesa. La cosa cambiò con i Visigoti, che, spinti e scacciati dagli Unni, nel 376 ottennero dall’imperatore Valente (364-378, ma associato dal fratello Va- lentiniano, 364-375, per la parte Orientale) di stanziarsi come foederati en- tro i confini dell’impero, stabilendosi sulla riva sud del Danubio.

  • I secoli IV – V videro l’ingresso di molti popoli barbarici in tutti i territori dell’impero: invasioni barbariche o migrazioni dei popoli?

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CRISTIANESIMO E CHIESA

BIBBIA (tà biblía) Antico (Primo) Testamento - Nuovo Testamento

TRADUZIONE GRECA DELLA LXX, solo A. T. (sec. III-II a. C.) - duzione latina di S. Girolamo, A. T. e N. T. (V sec.) VULGATA

tra-

Northrop Frye, Il grande codice. La Bibbia e la letteratura, ed. or. (The Great Code) 1982, trad. it. Torino, Einaudi, 1986

Chiesa - ekklesía , ecclésia - chiesa cattolica = universale Organizzazione territoriale: diocesi (vescovo) – metropoli o arcidiocesi (arcivescovo) – patriarcato (patriarca) Nel Medio Evo arriverà a comprendere tutti gli uomini e le donne nell’Europa Occidentale, sicché per questi territori si parlerà di christiani- tas o res publica christiana.

CRISTIANESIMO E IMPERO ROMANO

313: Editto di Milano. L’imperatore Costantino (306-337, unico imperato- re dal 324) concede ai cristiani libertà di culto. Dodici anni dopo convocherà il primo concilio ecumenico.

Cesaropapismo.

Concili convocati dagli imperatori, attribuzione di “ecumenico” spesso a posteriori (“ricezione” del concilio). Dispute teologiche:

Concilio di Nicea 325, contro l’arianesimo (Ario) e definizione della dot- trina trinitaria (Atanasio: Lógos consustanziale al Padre; generato dal Pa- dre, non creato), conclusa con il I Concilio di Costantinopoli 381 (Credo niceno-costantinopolitano). Concilio di Efeso 431, condannato Nestorio, si definiscono in Cristo due nature (divina ed umana) in un’unica persona (non in due persone, Maria dunque theotòkos, cioè “madre di Dio”). Concilio di Calcedonia 451, condannato il monofisismo (Èutiche), si riba- discono le due nature di Cristo (e non la natura divina come unica o pre- dominante).

ALCUNE DATE ED EVENTI PRINCIPALI

  • 313 editto di Milano

  • 314 concilio di Arles

  • 325 concilio di Nicea (I)

dal 337 divisione dell'Impero tra Oriente ed Occidente 361-363 Giuliano l'apostata 363-364 Gioviano

  • 364 - 375 Valentiniano I Occidente

364-378 Valente Oriente

  • 378 battaglia di Adrianopoli (contro i Visigoti, muore l’imperatore Valen-

te, 364-378) 379-395 Teodosio I Oriente, dal 394 anche Occidente

  • 380 editto di Tessalonica (Teodosio I), cristianesimo religione unica dell’impero

  • 381 concilio di Costantinopoli I

    • 391 proibiti i culti pagani

395-423 Onorio Occidente 395-408 Arcadio Oriente

  • 410 sacco di Roma di Alarico

  • 455 sacco di Roma di Genserico

  • 476 deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre

Entro il V secolo l’Europa occidentale è divisa in regni romano-barbarici

I BARBARI ENTRO L’IMPERO

  • 355 I Franchi Salii sospinti dai Sassoni varcano il Reno nella Gallia

settentrionale, accolti come foederati. Seguono i Franchi Ripuarii. Molti entrano nell’impero romano. 375Gli Unni di Attila piombano su Alani e Ostrogoti, che a loro volta premono sui Visigoti. 376I Visigoti oltre il Danubio, accolti come foederati in Tracia, ove saccheggiano città.

  • 378 Battaglia di Adrianopoli. I Visigoti fatti slittare in Occidente.

  • 400 Nell’Impero d’Oriente estromessi dall’esercito gli ufficiali di origine

germanica; non più concessi stanziamenti nei confini dell’Impero a foederati armati.

  • 402 La capitale occidentale è spostata da Milano a Ravenna.

  • 402 Stilicone, magister militum di padre vandalo e madre cittadina

romana, sconfigge i Visigoti di Alarico a Pollentia (Pollenzo, presso Alba).

  • 406 Stilicone sconfigge a Fiesole gruppi di Ostrogoti e di altre tribù

germaniche provenienti da Oriente; ma per far questo sguarnisce il confine del Reno.

  • 406 Vandali, Alani, Svevi, scacciati dal Danubio dagli Unni, sconfiggono

i Romani supportati dai Franchi, sfondano la barriera del Reno e invadono Gallia e Spagna.

  • 408 Stilicone, abbandonato da Onorio, è ucciso dal partito antibarbarico.

  • 410 Sacco di Roma di Alarico.

  • 451 Attila attacca la Gallia e viene sconfitto ai Campi Catalaunici

(Champagne) da Ezio, figlio di un generale romano di origine scita o gotica e di madre nobile italica, di nome ignoto.

  • 452 Attila scende in Italia ed arriva fin quasi a Roma. Viene fermato con

trattative e doni da papa Leone I Magno (440-461).

  • 453 Ezio Ucciso

  • 455 Ucciso da una congiura l’imperatore d’Occidente Valentiniano III

(425-455).

  • 455 Sacco di Roma di Genserico.

MEDIO EVO: SIGNIFICATO E PERIODIZZAZIONI

  • - Media tempestas – Età di mezzo (Umanisti)

  • - MEDIUM AEVUM Christofer Keller (Cellarius), Historia Medii Aevi a temporibus Constantini Magni ad Costantinopolim a Turcis captam, 1688

  • - Periodizzazione convenzionale: Sec. V – XV;

1492

476-

  • - Periodizzazioni interne. “Classica” italiana:

Alto Medioevo sec. V-XI - Basso Medievo sec. XI-XV

  • - Anglosassone-tedesca, oggi comunemente seguita: Primo Medioevo sec. V – IX Medioevo Centrale (o alto) sec. IX – 1250 Tardo (o basso) Medioevo 1250-1492

TARDOANTICO: variamente periodizzato, dal III-V secolo fino al VI- VII secolo

Denominazione e periodizzazione dei secoli:

I: anno1 – anno 100

II:

101-200 … ..

Solo i secoli dal XIII al XX possono indicarsi come Duecento (1201-1300) … Novecento (1901-2000), e soltanto in italiano.

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REGNI ROMANO-BARBARICI

Regno dei Vandali, Africa settentrionale con capitale Cartagine, ariani. Sacco di Roma 455 di Genserico (428-477).

Regno dei Visigoti, Penisola iberica, capitale Toledo; in un primo tempo anche Gallia sud-occidentale (Aquitania) con capitale Tolosa, fino alla sconfitta di Alarico II (484-507) a Vouillé (non lontano da Poitiers, 507) contro Clodoveo re dei Franchi. Lex romana Visigothorum, di Alarico II (506), compendio di diritto romano teodosiano per la popolazione latina. Ariani, conversione al cattolicesimo con re Reccaredo (586-601) nel 587.

Attaccati da Giustiniano nel 551. I territori occupati dai Bizantini nella della Spagna meridionale formarono la nuova provincia di Spania, che resistette agli assalti visigoti fino al 624.

- Isidoro di Siviglia (ca 560-636), autore di opere storiche (es. Historia de regibus Gothorum, Wandalorum, et Suevorum), esegetiche, di grammatica, enciclopediche: Etymologiae in 20 libri [designato da papa Giovanni Paolo II patrono di Internet e di chi vi lavora 2002].

Regno degli Ostrogoti, Italia e territori limitrofi, capitale Ravenna, ariani. Teodorico 493-526. In questi regni vige inizialmente la personalità del diritto, invece della territorialità.

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Anno 400

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Anno 500

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LA CHIESA SI ORGANIZZA ENTRO IL VI SECOLO IN UNA PENTARCHIA PATRIARCALE

(Roma, Alessandria, Antiochia, Costantinopoli, Gerusalemme)

Già il concilio di Costantinopoli I (381) aveva stabilito che il patriarca di Costantinopoli avesse un posto di onore subito dopo il vescovo di Roma.

L’altro patriarcato importante di Oriente era quello di Alessandria, sede anche di una scuola teologica.

Antiochia era la prima città in cui i cristiani assunsero questo nome; la cit- tà era sede dell’altra scuola teologica, contrapposta nei metodi a quella di Alessandria.

L’ultimo patriarcato orientale riconosciuto fu quello di Gerusalemme.

Il sistema della pentarchia patriarcale è stabilito definitivamente dal Conci- lio di Calcedonia (451).

DOTTRINA E POLITICA IMPERIALE DOPO IL CONCILIO DI CALCEDONIA (451). LO SCISMA ACACIANO

Di fronte alle forti resistenze dei monofisiti, che degenerano in rivolte nei territori orientali dell’impero (Medio-oriente) Acacio patriarca di Costantinopoli elabora una formula di fede neutra che non cita le nature di Cristo (una o due), per accontentare i monofisiti con- dannati a Calcedonia. 482 L’imperatore Zenone (474-491) impone la formula col decreto Heno- tikon (nel 476 Zenone diviene unico imperatore). 484 papa Felice III (483-492) scomunica Acacio: sciama acaciano tra Oriente ed Occidente (484-518). Lettera sui DUE POTERI di papa Gelasio I (492-496) all’imperatore Ana- stasio I (491-518).

518-527 Giustino, della nuova dinastia militare illirica, conclude lo scisma acaciano rigettando la formula di Acacio e riconciliandosi con Roma. Gli succederà Giustiniano I (527-565).

494: Papa Gelasio I (492-496) all’imperatore Anastasio I (491-518)

Duo quippe sunt, imperator auguste, quibus principaliter mundus hic regitur:

auc- toritas sacra pontificum et regalis potestas.

… Supplico la tua pietà di non considerare arroganza l’ubbidienza ai principî divini. Non si dica di un principe romano, ti prego, che egli giudichi ingiuria la verità comunicata al suo intendimento. Due sono infatti (i poteri), o augusto imperatore, con cui questo mondo è prin- cipalmente retto: la sacra autorità dei pontefici e la potestà regale. Tra i due, l’importanza dei sacerdoti è tanto più grande, in quanto essi dovranno rendere ragione al Signore nel tribunale divino anche degli stessi re. Tu sai certo, o clementissimo figlio, che, pur essendo per la tua dignità al di sopra degli uomini, tut- tavia pieghi devoto il capo dinanzi a coloro che sono preposti alle cose divine e da lo- ro aspetti le condizioni della tua salvezza; e nel ricevere i celesti sacramenti e nell’amministrarli come compete, tu sai che ti de- vi sottoporre all’ordine della religione piuttosto che essere a capo. Sai pertanto che in queste questioni tu dipendi dal loro giudizio, non volere che essi siano ricondotti alla tua volontà. Se infatti anche gli stessi sacerdoti ubbidiscono alle tue leggi per quel che ri- guarda l’ordine pubblico, sapendo che l’impero ti è stato dato per disposizione di- vina, e perché non sembri che persino nelle cose puramente materiali essi si oppon- gano a un giudicato, che esula dalla loro giurisdizione, con che sentimento, io ti chie- do, conviene che tu obbedisca a coloro che sono stati assegnati a amministrare i divi- ni misteri? … E se conviene che i cuori dei fedeli siano sottomessi a tutti i sacerdoti in genere, che con giustizia amministrano le cose divine, quanto più si deve dar consenso al ca- po della Sede Apostolica, a colui che la somma divinità volle superiore a tutti i sa- cerdoti e che sempre in seguito la pietà di tutta la chiesa onorò come tale?

Ostrogoti e Bizantini

518-527 Giustino. Conclude lo scisma acaciano e perseguita gli ariani.

Teodorico, re degli Ostrogoti (493-526), si pone contro i romani con i quali aveva fino ad allora collaborato. Uccisi Simmaco, Boezio e papa Giovanni I, fugge Cassiodoro.

527-565 Giustiniano I. Corpus iuris civilis (529-534, giurista Triboniano):

  • - Istituzioni, in 4 libri (basi, fondamenti);

  • - Digesto o Pandette, in 50 libri (pareri dei giureconsulti romani, sentenze);

  • - Codex (leggi imperiali da Adriano, 117-138, a Giustiniano);

  • - Novellae, leggi di Giustiniano e dei suoi successori. 528 chiusura della scuola filosofica di Atene. 532 Pace con i persiani. 533-534 conquista del regno dei Vandali. 535-553 guerra greco-gotica (goto-bizantina) Dopo la morte di Teodorico (, La figlia Amalasunta, prima è reggente per il figlio minore Atalarico (+ 534), poi sposa il cugino Teodato, che – di fronte ai tentativi di trattative con Giustiniano - la imprigiona nell’isola di Martana nel lago di Bolsena e la fa strangolare nel bagno (535). Pretesto per lo scoppio della guerra greco-gotica (535-553). Belisario sbarca in Sicilia. Teodato fugge, ucciso da Vitige che diventa re (535-540), marito di Matasvinta, figlia di Amalasunta e sorella del morto Atalarico.

Teodorico

Ostrogoti e Bizantini 518-527 Giustino. Conclude lo scisma acaciano e perseguita gli ariani. Teodorico, re degli

Amalasunta (+535) sposa Teodato (+ 535)

Ostrogoti e Bizantini 518-527 Giustino. Conclude lo scisma acaciano e perseguita gli ariani. Teodorico, re degli

Atalarico (+534)

Matasvinta sposa Vitige (535-540)

Vitige si ritira a Ravenna, catturato con l’inganno da Belisario che lo manda con la moglie a Costantinopoli (maggio 540). Belisario lascia l’Italia per un attacco ai confini orientali dell’impero (Sassanidi, di stirpe persiana, succeduti nel 224 ai Parti che avevano dominato in Persia dal 253 a.C. al 224 d. C.).

441-552 Baduilla detto Totila (immortale) re degli Ostrogoti. Affranca i

coloni dai legami con i loro signori. Belisario torna in Italia e resta sulla difensiva.

  • 549 Narsete sostituisce Belisario con ingenti truppe.

  • 552 a Tadinae (Gualdo Tadino, presso Spoleto) sconfigge e uccide Totila

  • 553 Il re goto Teia sconfitto e ucciso al Vesuvio. Giustiniano riconquista

l’Italia.

Italia bizantina (553) - Ultime dispute teologiche sul monofisismo

  • 554 Pragmatica sanctio, amministrazione civile in Italia. Adozione

Corpus iuris giustinianeo. Abolita la successione dei consoli, il Senato diviene istituzione per la sola città di Roma, il potere è tutto dell’imperatore, alle cui dirette dipendenze per l’Italia è l’Esarca con sede a Ravenna. Perdono importanza le curie cittadine, stremate dalle imposizioni fiscali giustinianee, aumenta l’importanza socio-politica dei vescovi.

Dionigi il Piccolo, monaco scita a Roma (+ 525-535), inserisce la numerazione degli anni dalla nascita di Cristo, calcolando l’anno 1 (non conosceva lo zero, introdotto più tardi dagli Arabi) con un piccola imprecisione (Gesù di Nazareth sarebbe nato in effetti attorno al 6 a. C.).

  • 553 II Concilio di Costantinopoli convocato da Giustiniano. Condanna dei

Tre Capitoli per accontentare i monofisiti. Scisma dei Tre Capitoli da parte di diocesi occidentali, soprattutto Aquileia e Milano.

  • 565 Muore Giustiniano. 568/69 invasione longobarda in Italia.

Eraclio (610-641): distacco culturale tra Oriente e Occidente. La lingua

ufficiale della cancelleria imoperiale diventa definitivamente il greco. Dal

  • 629 l’imperator diviene basiléus. Inizia quella che gli storici definiscono

propriamente storia bizantina.

Sec. VII: prosecuzione problema monofisita. Si elaborano le teorie del MONOENERGISMO (una sola “attività” divina di Cristo), poi del MONOTELISMO (unica volontà divina di Cristo), cui aderisce anche papa Onorio I (625-638). 680-681 III Concilio di Costantinopoli, convocato dall’imperatore Costantino IV: condanna del monotelismo.

  • 698 Sinodo di Pavia, termina lo scisma dei Tre Capitoli col rientro di

Aquileia nella comunione ecclesiale.

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LONGOBARDI

Origine scandinava. Leggenda: nome cambiato da Vinnili in Longobardi dal dio Odi- no per le lunghe barbe.

Il popolo dei Winnili, sotto la guida dei fratelli Ibor e Aio, figli di Gambàra, migrò dalla Scania verso sud, sulle coste meridionali del Mar Baltico e si stabilì nella re- gione chiamata "Scoringa" (odierna Germania settentrionale). Ben presto i Winnili vennero in conflitto con i vicini Vandali, e si trovarono in dif- ficoltà poiché il loro valore non bastava a compensare l'esiguità numerica. Narra la leggenda che i capi dei Vandali pregarono il dio supremo Odino di conce- dere loro la vittoria ma il dio rispose che avrebbe decretato il successo al popolo che avrebbe visto per primo, il mattino della battaglia. Gambàra e i figli invece, ricorsero a Frigg, la moglie di Odino, che diede loro il consiglio di presentarsi sul campo di battaglia al sorgere del sole: uomini e donne insieme, queste con i capelli sciolti fin sotto il mento come fossero barbe. Al sorgere del sole Frigg fece sì che Odino si girasse dalla parte dei Winnili e il dio, quando li vide, chiese: «Chi sono quelli con le lunghe barbe?». Al che la dea rispose: «Poiché hai dato loro un nome, dai loro anche la vittoria». E così fu ...

Notizie dalla Historia Langobardorum di Paolo Diacono (Civi- dale post 720 - Montecassino ca 799). Educato alla corte regia di Pavia, monaco a Montecassino nel 774 alla caduta del regno lon- gobardo. 782-786 maestro di grammatica alla corte di Carlo Ma- gno, poi a Montecassino dal 786 alla morte. L'Historia va dalle origini al regno di Liutprando.

Dalla Scandinavia alla Pannonia, conversione al cristianesimo ARIANO. Molti resta- no pagani. Alcuni partecipano alla guerra greco-gotica come mercenari per l'impero bizantino con Narsete. Il re Alboino sconfigge e uccide il re dei Gépidi (che si fusero con loro) e ne sposa la figlia Rosmunda. Spinti dagli Àvari scendono in Italia nella primavera del 568 o 569 entrando dal Friu- li, insieme a Gepidi e Sassoni. Scarsa resistenza delle popolazioni romane, pressate dal fiscalismo bizantino, e delle truppe imperiali, scarse a causa delle guerre in Oriente. Si diffondono a pelle di leo- pardo occupando le zone di minor resistenza:

  • - attuano una conquista ed una dominazione, senza alcun rapporto con l'impero (nessuna hospitalitas o foederatio);

  • - si insediano per FARE, ripartizione tribale-familiare con antenato comune, con a capo un duca;

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- il re è eletto in occasione di guerre; - tradizioni, nomi, toponimi germanici derivano nell'italiano dal periodo longo- bardo (in particolare Fara, Gualdo= bosco, Sala=insediamento militare).

Il regno si organizza nell'Italia settentrionale e Toscana, con capitale prima a Verona, poi a Pavia.

Grandi ducati in pratica autonomi: Spoleto e Benevento.

Ai Bizantini restano: Esarcato, Pentapoli (Marche), ducato romano col "corridoio bi- zantino" fortificato (via Amerina) che lo collega a Ravenna, parti costiere della Cam- pania (Napoli, Amalfi), della Puglia meridionale (Bari) e della Calabria; Sicilia, Sar- degna, Corsica.

- Si attua per la prima volta la divisione politica del territorio italiano, che reste- rà fino all'unità (17 marzo 1861).

Re longobardi:

ALBOINO (+ 572)

La moglie Rosmunda era figlia di Cunimondo, re dei Gepidi di Pannonia. Nel 567 Cunimondo venne sconfitto e ucciso in battaglia da Alboino, re dei Lon- gobardi. Questi, dopo la sconfitta dei Gepidi, probabilmente per legare a sé i guer- rieri superstiti di quel popolo sposò Rosmunda: non fu un matrimonio d’amore. La nuova regina seguì Alboino in Italia, nel 568. Secondo la leggenda, dopo una notte di gozzoviglie a Verona, Alboino bevve vino in una coppa ottenuta dal cranio di Cunimondo, padre di Rosmunda, e costrinse perfino la moglie a imitarlo. Narra Paolo Diacono nel secondo libro della sua Historia Langobardorum (Storia dei Longobardi), che Rosmunda per vendicarsi organizzò la congiura che uccise Alboino nel 572 in collaborazione con il nobile del seguito regale e suo aman- te, Elmichi. Essa, durante la notte, legò al letto la spada di Alboino in modo che il re non potes- se sfoderarla, ed introdusse l'assassino Elmichi nella camera.

CLEFI (572-574) ANARCHIA MILITARE (574-584), il periodo più duro della conquista longobarda, fuggono ecclesiastici cattolici, molte diocesi restano a lungo senza vescovo; nella la- guna veneta inizia a nascere Venezia con i profughi che vi si rifugiano; il patriarca di Aquileia fugge a Grado. 577 Montecassino distrutta dal duca di Benevento Zottone.

Militarizzazione in Italia sia nei territori longobardi,

sia in quelli bizantini, sempre più organizzati autonomamente per la difesa in man- canza di aiuti; gli uomini sono chiamati alle armi in base alla loro capacità economi- ca, soprattutto le aristocrazie. Si potenzia il ruolo dei vescovi e della Chiesa, cui i si- gnori laici sono legati come clienti (contratti di enfiteusi sui patrimoni ecclesiastici, di solito per 29 anni).

  • 666 La chiesa di Ravenna ottiene da Costante II (641-668) l'autocefalia.

nuovi re longobardi:

ÀUTARI (584-590) sposa Teodolinda, figlia del duca di Baviera, cattolica. I duchi (circa 30) concedono al re 1/3 dele terre. Il re li controlla con funzionari (gasindi) ed ha collaboratori legati a lui da fedeltà personale, in cambio di doni (gasindi). AGILULFO (590-616) sposa anche lui Teodolinda. Il figlio Adaloaldo battezzato con rito cattolico (603). Dialogo con papa Gregorio I Magno. ADALOALDO (616-625 reggenza della madre) 626 deposto dai duchi ariani. Solo gli arimanni (liberi longobardi) portano le armi e partecipano alle assem- blee del popolo. I latini conservano "diritti civili" (proprietà - salvo confische - compravendita, matrimonio, eredità, ecc.). Restò la personalità del diritto, almeno fino a Ròtari. I chierici, di qualunque stirpe siano, sono assimilati ai romani.

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GREGORIO I (590-604), di famiglia senatoriale romana. 573 praefectus urbi o preto- re. Si fa monaco e trasforma in monastero (S. Andrea) la sua casa sul Clivus Scauri (Celio). Diacono con Benedetto I (574-579), apocrisario papale (ambasciatore, legato) a Co- stantinopoli fino 586 con Pelagio II (579-590). Qui compone i Moralia in Job.

  • 590 eletto papa su spinta popolare. Prende il titolo di servus servorum Dei (servo dei

servi di Dio) invece che di "ecumenico" come il patriarca di Costantinopoli.

  • 596 invia una missione per convertire gli Angli presso Etelberto re del Kent; gruppo

di monaci con a capo l'abate di S. Andrea, Agostino, consacrato vescovo, che pose la sede a Canterbury (che resterà sede del primate di Inghilterra). La chiesa inglese sa- rà legata a Roma fino allo scisma di Enrico VIII. Riforma liturgica e probabilmente anche del canto (gregoriano). Dialogi in 4 libri. sulle vite dei santi monaci occidentali. Il II è dedicato per intero a S. Benedetto.

Omelie sui Vangeli (40), Omelie su Ezechiele, Regola pastorale inviata ai vescovi, molte lettere per mantenere il collegamento con le chiese. Organizza i patrimoni fondiari della chiesa di Roma (fino alla Sicilia), servendosene per sfamare la popolazione romana tra guerre e pestilenze.

Attività politica con i Longobardi e di difesa del territorio romano dagli attacchi dei duchi di Spoleto e di Benevento e dello stesso re Agilulfo. Ma riesce ad iniziare il dialogo per il tramite di Teodolinda, bavara e cattolica, fino al battesimo cattolico di Adaloaldo. ARIOVALDO (626-635) eletto dai duchi ariani. RÒTARI, ariano (636-652):

643 EDITTO DI ROTARI, codificazione scritta delle leggi (e delle tradizioni) longo- barde, in lingua latina. La fàida (vendetta personale e familiare) è in gran parte sosti- tuita dal GUIDRIGÌLDO, pena pecuniaria data in parte alla parte lesa, in parte al re). Previste pene capitali per la lesa maestà ed il complotto contro il re. Probabilmente l'editto valeva per tutti i sudditi del regno, con un parziale superamento della persona- lità del diritto.

ARIPERTO I (652-661) cattolico. GRIMOALDO (662-671) ariano. Respinge attacchi dei Franchi e dei Bizantini (Co- stante II, 641-668) PERTARITO (671-688) cattolico CUNIPERTO (688-698) cattolico. 698 Sinodo di Pavia, cattolicesimo religione del regno longobardo, bandito l'arianesimo. Termina definitivamente lo scisma dei Tre Capitoli (Aquileia).

700-712 Periodo di lotte

Liutperto, figlio di Cuniparto, affidato ad Ansprando. Si contrappone Raginperto duca di Torino, che si proclama RE associando al trono suo figlio Ariperto II. Ansprando lo sconfigge e suo figlio Liutprando è acclamato re.

LIUTPRANDO 712-744

San Michele Arcangelo, principe delle milizie celesti, era il protettore dei Longobardi. Alla fine del V secolo il suo culto si diffuse rapidamente in tutta Europa anche in seguito all’apparizione dell’Arcangelo sul Gargano, in Puglia. Secondo la tradizione infatti, apparve nel 490 a san Lorenzo Maiorano, ve- scovo di Siponto e, indicatagli una grotta sul Gargano, lo invitò a dedicarla al culto cristiano. In quel luogo fu edificato il Santuario di San Michele Arcangelo, una delle principali mete del pellegrinaggio nel Medio Evo.

La corona ferrea

Papa Gregorio I avrebbe donato uno dei chiodi della croce di Cristo - trovata nel IV sec. da Elena, madre di Costantino - a Teodolinda, regina dei Longobardi, che fece fabbricare una corona ferrea e vi inserì il chiodo, ri- battuto a forma di lamina circolare. La tradizione che legava la corona alla Passione di Cristo e al primo imperato- re cristiano ne faceva un oggetto di straordinario valore simbolico, che legava il potere di chi la usava a un'origine divina e ad una continuità con l'impero romano. La Corona Ferrea fu usata dai re Longobardi, e poi da Carlo Magno e dai suoi successori, per l'incoronazione dei re d'Italia.

L'Italia tra Bizantini e Longobardi

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FRANCHI

Franchi si fa derivare da wrang, errante, o frakkr, coraggioso; poi il nome è ricondotto a frank, libero.

  • - Salii sulla Mosa e sull’Issel=Yssala, o da sal (latino), nel senso di mare (acqua salata)

  • - Ripuari, lungo le ripae (rive) del baso Reno, più a sud dei Salii.

  • 486 re Clodoveo, de Franchi Salii (481-511), dinastia dei MEROVINGI

(ricondotta ad un mitico capostipite Meroveo), sconfigge Siagrio, generale

romano che si era costituito un regno nella Gallia di nord-est con capitale Soissons.

Clodoveo promise la sua conversione al al “Dio di Clotilde”, la moglie burgunda cristiana, in cambio della vittoria. Clodoveo vince e si converte al cristianesimo cattolico,. 24 dicembre 496 battesimo di Clodoveo a Reims dal vescovo Remigio. La conversione al cristianesimo cattolico permise a Clodoveo di avere il sostegno dei vescovi. Buoni rapporti e poi fusione con le aristocrazie gallo-romane e con la Chiesa.

Gregorio vescovo di Tours (ca 538-594) scrive l’Historia Francorum, ove Clodoveo è presentato come un novello Costantino.

  • 507 vittoria di Vouillé contro Alarico II, ucciso in battaglia; i Visigoti la-

sciano ai Franchi l’Aquitania.

CONCEZIONE PATRIMONIALE DEL REGNO, diviso fra tutti i figli. Dopo la morte di Clodoveo il regno è diviso in 3, poi in 4 parti:

1) Neustria a nord-ovest, tra Loira e Senna, capitale Parigi. 2) Austrasia, a nord-est, dalla Mosa fino ai territori ad est del Reno, capita- le Reims, poi Metz. 3) Aquitania a sud-ovest, capitale Soissons. 4) Nel 534 i tre re franchi conquistarono la Borgogna, a sud-est, lungo il bacino del Rodano, e se la spartirono. Più tardi divenne una parte autono- ma con capitale Orléans.

Si noti che le quattro capitali sono tutte nella zona centrosettentrionale del- la Gallia, attorno a Parigi, sottolineando così l'unità franca anche nella ri- partizione del regno.

MAGGIORDOMI DI PALAZZO (maiores domi), rappresentanti degli an- trustioni, appartenenti alla trustis (guardia armata, compagni) del re. Eser- citano il potere reale rispetto a quelli che saranno detti “re fannulloni” (o impotenti, rois fainéants).

Tra questi maggiordomi, si afferma la dinastia dei Pipinidi, da Pipino di Landen (ca 560-640 o 647), maggiordomi di Austrasia.

687 Pipino II di Héristal (ca 640-714), sconfigge il maggiordomo di Neu- stria rimanendo unico padrone del regno.

714-741 Carlo Martello, figlio del precedente.

732 vittoria di Poitiers contro gli arabi, che nel 711 avevano iniziato la conquista della Spagna e provano a spingersi oltre i Pirenei.

Organizzazione di vassalli che servono il sovrano in armi e ne ricevono un beneficio o feodum. Per far ciò Carlo Martello si serve delle terre apparte- nenti ai patrimoni ecclesiastici. Si forma la cavalleria pesante franca. Carlo Martello governa come un re e si fa chiamare re.

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3
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MONACHESIMO Monachói o monázontes da mónos, solo. Origini dal III sec., sviluppo nel IV e boom nel V. Forme eremitica (éremos = deserto), isolata; cenobitica (koinòs=comune, bíos=vita), comunitaria con a capo l’abate o la badessa). -Antonio eremita in Egitto (metà sec. III-ca 356), discepolo del monaco Paolo; Vita Antonii scritta da Atanasio, tradotta in latino da Girolamo. -Pacomio Egitto ca 292-346, cenobita autore di una regola e fondatore di un cenobio maschile e di uno femminile. -Basilio (329-379), monaco poi vescovo di Cesarea dal 370. Autore di una regola cenobitica molto diffusa in Oriente.

-Girolamo (347-419/20), esperienze monastiche a Roma e a Betlemme. -Martino (315-397), monaco poi vescovo di Tours, continuando a vivere da monaco. Vita Martini di Sulpicio Severo.

Il monastero di Tours rimase famoso per tutto il Medio Evo, andò distrutto durante la rivoluzione francese.

-Agostino vescovo di Ippona (354-430) organizza in vita comunitaria il suo

clero. Da suoi scritti deriva la regola agostiniana. -Lérins: gruppo di 4 isolette 35 km a sud di Cannes, S. Onorato fonda un monastero nel 410 nell’isola che prende il suo nome (St. Honorat). -Giovanni Cassiano (ca 360-ca 435), orientale, monaco a Betlemme, poi in Egitto ove conosce gli asceti. 410 a Costantinopoli. Poi a Roma. 415 fonda un monastero maschile ed uno femminile a Marsiglia.

  • - De institutis coenobiorum (Le istituzioni dei cenobi), sui precetti della vita monastica.

  • - Collationes, 24 “conferenze” sui monaci da lui incontrati.

Pone le origini del monachesimo in età apostolica, indica come modello normativo Atti 2, 41-47 e 4, 32-37, cioè la primitiva chiesa di Gerusalemme ove i cristiani avevano tutti i loro beni in comune, spiega il monachesimo come contestazione della Chiesa di età costantiniana, trionfante e tiepida nei fedeli e nei pastori.

Fuga mundi, militia Christi, ascesi, monastero come anticipo in terra della Gerusalemme celeste, stabilitas loci, regola, preghiera e lavoro manuale:

sono le caratteristiche principali del monachesimo.

- Irlanda: il monachesimo viene portato da Patrizio (ca 389-461) che era stato a Lérins. Organizzò la chiesa irlandese come chiesa di monasteri, nella quale i monaci avevano sotto la loro guida spirituale non solo i fedeli, ma anche clero e vescovi. Grande impegno culturale nei monasteri. La spinta evangelizzatrice porterà i monaci irlandesi a percorrere il continente, soprattutto con Colombano (ca 543-615), monaco a Bangor, fondatore di monasteri rimasti famosi come Luxeuil in Francia, S. Gallo (fondato da suo nipote) in Svizzera, Bobbio in Italia, sull’Appennino presso Piacenza, dove morì. I monaci irlandesi diffusero la confessione auricolare ed i Libri penitenziali.

- Benedetto da Norcia (ca 480-547), studiò a Roma, si ritirò a vita eremitica presso Subiaco, ove fondò un cenobio maschile ed uno femminile per la sorella Scolastica. 529 fonda il monastero di Montecassino e redige la famosa regola (sull’esperienza di regole precedenti, soprattutto la Regula magistri). Gregorio I Magno (590-604) dedicò alla biografia di Benedetto tutto il secondo libro dei suoi Dialogi (in 4 libri, sulla vita dei monaci occidentali). La regola di Benedetto divenne normativa per i monasteri dell’impero carolingio col Capitulare monasticum di Ludovico il Pio nell’817 (concilio di Aquisgrana), ispirato dal monaco Benedetto di Aniane.

Montecassino subì diverse distruzioni per mano di uomini, oltre a quella per il terremoto nel sec. XIV:

  • - 577 dai Longobardi; fu ricostruito nel 717 dall’abate Petronace di Brescia.

  • - 883 dai Saraceni, ricostruito nel 949/50 dall’abate Aligerno

  • - 15 febbraio 1944 dai bombardamenti alleati, ricostruito subito dopo la II guerra mondiale con finanziamenti statunitensi.

Quasi tutte le riforme monastiche medievali si rifanno alla regola benedettina, le più note sono quelle di Cluny (909), Camaldoli, Vallombrosa, Citeaux (cistercensi) nell’XI sec.

Giovanni Cassiano (ca 360-ca 435), dalle Collationes Le origini del monachesimo

La regola cenobitica ebbe origine al tempo della predicazione degli apostoli. Infatti si formò a Gerusalemme quella moltitudine di credenti di cui si parla negli Atti degli Apostoli: «La moltitudine dei fedeli aveva un cuore e un'anima sola; nessuno consi- derava suo quello che possedeva ma avevano tutto in comune»; «Vendevano le loro

terre e i loro beni e dividevano il ricavato tra tutti secondo i bisogni di ciascuno». E ancora: «Nessuno era povero tra di loro: tutti quelli che possedevano terre e case le vendevano e mettevano il ricavato ai piedi degli apostoli: tutto veniva distribuito a seconda dei bisogni di ciascuno» [Atti 4, 32-35]. Tutta la Chiesa allora viveva come ora solo pochissimi vivono nei cenobi. Ma dopo la morte degli apostoli la massa dei

credenti cominciò a perdere fervore [

...

]

e sempre più il fervore della fede si riduceva

man mano che aumentava il numero dei giudei e dei pagani che si convertivano, e al-

lora non solo quelli che si erano convertiti alla fede di Cristo, ma anche i principi del-

la Chiesa attenuarono molto la primitiva disciplina [

].Ma

quelli che erano ancora

... spinti dal fervore apostolico, fedeli al ricordo di quella antica perfezione, si allontana- rono dalle città e dalla compagnia di coloro che credevano fosse lecito per loro e per la Chiesa di Dio condurre una vita rilassata; cominciarono a ritirarsi in luoghi disabitati e deserti e a praticare privatamente e per conto proprio quelle norme di vita che essi ricordavano essere state stabilite dagli apostoli per l’intera Chiesa. Si formò cosi quella regola, di cui abbiamo parlato, praticata da quei discepoli che si erano sottratti alla contaminazione degli altri. A poco a poco, con il passare del tempo, si isolarono dalla massa dei credenti per il fatto di astenersi dal matrimonio, di tenersi lontani dai parenti e dalla vita del mondo, si chiamarono monaci o µονάζοντες [monázontes] a causa dell'austerità della loro vita solitaria. Inoltre, dalle comunità che essi costituiva- no, presero il nome di cenobiti e le loro celle e i loro alloggi si chiamarono cenobi. Questo fu l’unico genere di monachesimo nei tempi più antichi, il primo non solo da un punto di vista cronologico, ma anche il primo per santità. Si conservò per molti anni assolutamente integro fino all’epoca degli abati Paolo e Antonio e ancor oggi ne vediamo le tracce negli austeri cenobi.

34 Espansione dei centri monastici, sec. V-VII

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Espansione dei centri monastici, sec. V-VII

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GLI ARABI E MAOMETTO

Sec. VI-VII: gli abitanti dell’ARABIA sono in gran parte BEDUINI dediti al commercio carovaniero dalla Mesopotamia, dal Sud dell’Arabia, dall’Oriente al MEDITERRANEO di religione sono PAGANI POLITEISTI legati in tribù che rispettano le TRADIZIONI e i costumi ereditati dagli antenati (SUNNA)

Erano presenti, anche se fortemente minoritari, EBREI concentrati a MEDINA, che prima di Maometto si chiamava Yathrib e CRISTIANI di alcune tribù del Nord, ai confini con Bizantini e Persiani, prevalentemente NESTORIANI o MONOFISITI

La maggiore città era La MECCA (Makkah) ricca di sorgenti centro di commerci carovanieri dal Sud (Yemen) al Nord guidata dai capi della potente tribù QURAISH

Questi riunirono le divinità degli Arabi nella KA’BA (dado, cubo), dedicata al culto della divinità maschile di Hubal La tradizione islamica lo considerò come il primo tempio dedicato al culto mo- noteistico:

il primitivo edificio era stato distrutto dal Diluvio Universale, ma se ne mise in salvo un pezzo: la Pietra Nera, nascosta nelle viscere di una montagna presso La Mecca ed estratta per la sua opera di riedificazione da Ibrāhīm (Abramo) aiu- tato dal figlio Ismāʿīl (Ismaele biblico, che collocarono la Pietra Nera nell'an- golo di Sud-Est dell'edificio, dove rimane incastonata.

Secondo la Genesi (16, 15) Ismaele nacque da Abramo e dalla schiava di Sara Agar. Dopo che Sara partorì Isacco, la sua gelosia verso Ismaele spinge Abra- mo ad allontanare Agar e il loro figlio Ismaele nel deserto (Genesi 21, 8-21). Ismaele prenderà in moglie una egiziana e sarà considerato il progenitore degli Arabi.

Già in età preislamica la Ka’ba era meta di PELLEGRINAGGI e quindi fonte di gua- dagni.

MAOMETTO

Nacque alla Mecca tra il 569 e il 571 Mercante, fece vari viaggi, che gli permisero di conoscere le religioni monoteistiche. Rimase orfano, sposò Cadigia, una vedova facoltosa, e ciò gli permise di dedicarsi senza problemi economici alla sua riforma religiosa, cui fu spinto dall’apparizione dell’arcangelo Gabriele nel 610 che gli avrebbe prean- nunciato che sarebbe stato il profeta di Dio (Allah).

La riforma religiosa iniziò nel 613 Formatosi a contatto con ebrei e cristiani, Maometto si orientò verso un rigido mono- teismo contro tutte le divinità tradizionali Ciò provocò l’opposizione degli ambienti tradizionalisti, per motivi religiosi ed eco- nomici, ad es, per la paura dell’interruzione dei pellegrinaggi, finché Maometto venne ESPULSO DALLA MECCA e si rifugiò a Yathrib:

è l’ÉGIRA (fuga o migrazione), l’anno è il 622, che divenne l’anno di inizio dell’era musulmana

ATTENZIONE: anno LUNARE, senza recupero periodico sul solare (come invece per gli ebrei), quindi gli anni sono più numerosi di quelli solari, essendo più corti, e non c’è

corrispondenza fissa di mesi e celebrazioni col solare, ad es. il Ramadàn capita in diver- si periodi del nostro anno solare.

Yathrib diverrà MADINAT AN-NABI, la città del profeta (MEDINA). L’égira comportò una svolta nella strategia di Maometto, il profeta di Dio, che orga- nizzò militarmente i suoi seguaci. Venne conquistata La Mecca che divenne la città santa dell’Islam, dal 624 la preghiera islamica va fatta rivolti alla Mecca, non più, come prima, a Gerusalemme. ISLÀM = sottomissione, abbandono (alla volontà di Dio) MUSLÌM = sottomesso (stessa radice del precedente)

Testo sacro della nuova religione è il CORANO (qu’rān = recitazione, lettura ad alta voce). Contiene gli insegnamenti di Maometto e le rivelazioni avute da lui. Fu scritto dopo la sua morte, ma è ritenuto dettato da Dio direttamente in arabo l’arabo diviene allora la lingua sacra perché la lingua della rivelazione, con le conquiste si sovrappone alle lingua locali.

DOTTRINA: I CINQUE PILASTRI DELL’ISLAM 1. Professione di fede: a) Allah è Dio unico b) Maometto è il suo profeta, ultimo e definitivo

La tradizione profetica comincia da Abramo, passa per Mosé, ecc., ma ebraismo e cristianesimo la hanno alterata. Quindi la Bibbia ebraico/cristiana non ha valo- re di rivelazione. Maometto conosce A.T. e N. T. e se ne serve; ma su gesù si serve ampiamente anche dei vangeli apocrifi, alcuni dei quali molto tardi e leggendari.

Gesù è considerato il più grande dei profeti precedenti a Maometto, ma è soltan- to un uomo. I musulmani venerano anche Maria, citata nel Corano, come Gesù. Ebrei, cristiani e zoroastriani sono POPOLI DEL LIBRO o GENTE DELLA SCRITTURA e nei territori conquistati dall’Islam hanno un trattamento privile- giato rispetto ai seguaci di altre religioni: i pagani devono convertirsi all’Islam, se no saranno uccisi; i popoli del libro possono mantenere la propria fede, purché non ne facciano propaganda né espandano i loro luoghi di culto; devono pagare un tributo.

Abiurare l’Islam può essere punito con la morte. Nella condizione di sottomissione della donna, un musulmano può sposare una ebrea o una cristiana, che possono mantenere la loro fede, ma i figli devono es- sere islamici. Una donna musulmana, invece, non può sposare ebrei o cristiani, perché sui figli decide il padre. Quindi l’uomo che vuole sposarla deve prima convertirsi all’Islam.

  • 2. Preghiera

Individuale: cinque volte al giorno, isolati dal suolo con un tappeto; Collettiva: venerdì, nella moschea, con il sermone dell’imam. L’IMÀM è il direttore della preghiera, non sacerdote, ma solo esperto nel Corano.

  • 3. Digiuno

Si fa nel mese di Ramadàn:

non si può mangiare, bere, fumare, avere rapporti sessuali in tutti i giorni, dall’alba al tramonto. Il mese inizia con il ricordo della rivelazione avuta da Maometto da parte di Allah e termina con la grande festa di fine del digiuno.

4.

Pellegrinaggio alla Mecca

Va fatto almeno una volta nella vita, il centro è la Ka’ba con la pietra nera.

  • 5. Elemosina

legale, dovuta dai più ricchi alle moschee nella misura di un decimo dei propri gua- dagni;

volontaria, ai poveri.

Non fa parte dei cinque pilastri il jìhād (gìhād) = lotta. Esso ha vari livelli:

  • - interiore, del fedele contro il male;

  • - contro la realtà esterna per la diffusione della fede o per l’educazione alla fe- de;

  • - lotta armata per propagare l’Islam. Chi muore combattendo è un MARTIRE, per il quale si apre subito il PARADI- SO.

Oltre a quanto già visto (preghiera privata e comunitaria, elemosina, digiuno, pelle- grinaggio), comuni all’Islam sono elementi di altre religioni:

  • - angeli e diavoli

  • - paradiso e inferno

  • - giudizio e risurrezione finale

Il CORANO non può rispondere a tutte le domande e le esigenze, per cui gli viene af- fiancata la SUNNA = tradizione sul comportamento di Maometto La sunna è la base del diritto musulmano.

Nel Corano entrano elementi precedenti della società araba:

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  • - schiavitù, non per gli islamici. Lo schiavo può essere liberato se si converte all’Islam;

  • - poligamia maschile: l’uomo può avere fino a quattro mogli, ma deve amarle tutte nello stesso modo;

  • - il culto della pietra nera alla Mecca.

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Espansione musulmana dal 632

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Anno 700

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SECOLO VIII

LONGOBARDI

4 3 SECOLO VIII LONGOBARDI tentativi di espansione verso i territori bizantini Liutprando (712-744), Astolfo (749-756),797 - 802 . PAPATO elaborazione progetto a) di autonomia politica (donazione di Sutri 728, Gregorio II 715- 731, reiterata 741, Gregorio III, 731-741) promissio carisiaca di Pipino (754) b) di supremazia politica ( Constitutum Constantini seconda metà sec. VIII, papa Adriano I, 772-795) eliminazione pericolo longobardo alleanza con potenza diversa dai bizantini, cioè FRANCHI cambio dinastico con appoggio papale (Zaccaria, 741-752, Stefano II 752-757) affermazione come potenza in Europa occidentale: Carlo Martello maior domus (714-741) 732 vittoria Poitiers sugli Arabi; Pipino (maior domus 741, re 751-768); d'accordo col papa, 751 è incoronato e unto re da Bonifacio (ucciso dai Frisòni 754), con cambio dinastico; Stefano II unge nuovamente lui ed i figli Carlo e Carlomanno nel 754, ottenendo la promissio carisiaca . Vittorie sul Longobardo Astolfo (755 e 756). Carlo Magno, re dei Franchi 768 col fratello Carlomanno, 771 unico; dopo un primo accordo anche matrimoniale, ripudia moglie ed alleanza con i longobardi e sconfigge Desiderio (772 e 774) divenendo rex Francorum et Langobardorum . Spedizioni contro Avari (791, 795, 796), Sassoni (782-804), Arabi in Penisola Iberica (778 Roncisvalle, 801 e 813 Marca Hispanica ). " id="pdf-obj-48-9" src="pdf-obj-48-9.jpg">

tentativi di espansione verso i territori bizantini

Liutprando (712-744), Astolfo (749-756), Desiderio (756-774) [Rachis (744-749) frena i tentativi e infine si ritira come monaco a Montecassino]

BIZANTINI

BIZANTINI interventi imperiali in ambito religioso: iconoclastìa inizio Leone III Isaurico 716-

interventi imperiali in ambito religioso: iconoclastìa inizio Leone III Isaurico 716-

 

741;

 

condannata nel 787 dal II concilio di Nicea Irene reggente dal 780 per Costantino VI (+ 797), imperatrice 797-802.

PAPATO

PAPATO elaborazione progetto a) di autonomia politica (donazione di Sutri 728, Gregorio II 715-

elaborazione progetto a) di autonomia politica (donazione di Sutri 728, Gregorio II 715-

731,

reiterata 741, Gregorio III, 731-741) promissio carisiaca di Pipino (754)

b) di supremazia politica (Constitutum Constantini seconda metà sec. VIII, papa Adriano I,

772-795)

eliminazione pericolo longobardo alleanza con potenza diversa dai bizantini, cioè

FRANCHI

4 3 SECOLO VIII LONGOBARDI tentativi di espansione verso i territori bizantini Liutprando (712-744), Astolfo (749-756),797 - 802 . PAPATO elaborazione progetto a) di autonomia politica (donazione di Sutri 728, Gregorio II 715- 731, reiterata 741, Gregorio III, 731-741) promissio carisiaca di Pipino (754) b) di supremazia politica ( Constitutum Constantini seconda metà sec. VIII, papa Adriano I, 772-795) eliminazione pericolo longobardo alleanza con potenza diversa dai bizantini, cioè FRANCHI cambio dinastico con appoggio papale (Zaccaria, 741-752, Stefano II 752-757) affermazione come potenza in Europa occidentale: Carlo Martello maior domus (714-741) 732 vittoria Poitiers sugli Arabi; Pipino (maior domus 741, re 751-768); d'accordo col papa, 751 è incoronato e unto re da Bonifacio (ucciso dai Frisòni 754), con cambio dinastico; Stefano II unge nuovamente lui ed i figli Carlo e Carlomanno nel 754, ottenendo la promissio carisiaca . Vittorie sul Longobardo Astolfo (755 e 756). Carlo Magno, re dei Franchi 768 col fratello Carlomanno, 771 unico; dopo un primo accordo anche matrimoniale, ripudia moglie ed alleanza con i longobardi e sconfigge Desiderio (772 e 774) divenendo rex Francorum et Langobardorum . Spedizioni contro Avari (791, 795, 796), Sassoni (782-804), Arabi in Penisola Iberica (778 Roncisvalle, 801 e 813 Marca Hispanica ). " id="pdf-obj-48-61" src="pdf-obj-48-61.jpg">

cambio dinastico con appoggio papale

(Zaccaria, 741-752, Stefano II 752-757) affermazione come potenza in Europa occidentale:

Carlo Martello maior domus (714-741) 732 vittoria Poitiers sugli Arabi; Pipino (maior domus 741, re 751-768); d'accordo col papa, 751 è incoronato e unto re da Bonifacio (ucciso dai Frisòni

754),

con cambio dinastico; Stefano II unge nuovamente lui ed i figli Carlo e Carlomanno nel 754, ottenendo la promissio carisiaca. Vittorie sul Longobardo Astolfo (755 e 756). Carlo Magno, re dei Franchi 768 col fratello Carlomanno, 771 unico; dopo un primo accordo anche matrimoniale, ripudia moglie ed alleanza con i longobardi e sconfigge Desiderio (772 e 774) divenendo rex Francorum et Langobardorum. Spedizioni contro Avari (791, 795, 796), Sassoni (782-804), Arabi in Penisola Iberica (778 Roncisvalle, 801 e 813 Marca Hispanica).

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UNIONE PAPATO-FRANCHI A GUIDA DELLA CHRISTIANITAS:

800 (sacro romano) IMPERO papa Leone III (795-816) - Carlo Magno (+814)

ANNALES REGNI FRANCORUM ANNALES FULDENSES

DCCLI. Pippinus missa Romam legatione Zachariam papam interrogat de regibus Francorum ex antiqua Meroingorum stirpe descendentibus, qui re- ges quidem dicebantur, sed potestas regni tota apud maiorem domus habe- batur, excepto quod chartae et privilegia regis nomine scribebantur; et ad Martis campum, qui rex dicebatur, plaustro bubus trahentibus vectus atque in loco eminenti sedens semel in anno a populis visus publica dona sol- lemniter sibi oblata accipiebat, stante coram maiore domus et, quae deinceps eo anno agenda essent, populis adnuntiante; sicque rege domum redeunte cetera regni negotia maior domus administrabat. Orat ergo sibi decerni, quis eorum iuste rex debeat dici et esse, is, qui securus domi se- deat, an ille, qui curam totius regni et omnium negotiorum molestias suffe- rat.

DCCLII. Zacharias papa ex auctoritate sancti Petri apostoli mandat populo Francorum, ut Pippinus, qui potestate regia utebatur, nominis quoque di- gnitate frueretur. Ita Hildricus rex, qui ultimus Meroingorum Francis im- peravit, depositus et in monasterium missus est, Pippinus vero in civitate Suessionum a sancto Bonifatio archiepiscopo in regem unctus regni hono- re sublimatus est.

M.G.H. Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum, ed. G. H. Pertz - F. Kurze, Hannover 1891

751. Pipino (il Breve), mandata a Roma una delegazione a papa Zaccaria, gli chiede il suo parere sui re dei Franchi discendenti dall'antica stirpe dei Merovingi, che erano chiamati re, ma tutto il potere del regno stava presso il maior domus, a parte il fatto che i documenti e i privilegi venivano sot- toscritti col nome del re. Ed al Campo di Marte quello che era chiamato re, visto dai popoli una sola volta all'anno, portato su un carro tirato da buoi e sedendo in luogo elevato, riceveva pubblici doni offertigli solennemente, col maggiordomo che stava di fronte e che annunciava ai popoli le cose che andavano fatte successivamente in quell'anno; e così, tornando il re al palazzo, il maggiordomo amministrava tutti gli altri affari del regno. Lo

prega quindi di decidere chi di loro debba a diritto essere chiamato ed es- sere re, quello che sieda sicuro a casa o quello che sopporta la cura di tutto il regno e le molestie di tutti gli affari.

752 [751]. Il papa Zaccaria comanda al popolo dei Franchi, per l'autorità di san Pietro apostolo, che Pipino, che usava del potere regio, fruisse anche della dignità del nome. Così il re Childerico, ultimo re dei Merovingi che comandò sui Franchi, fu deposto e mandato in monastero, mentre Pipino, unto re dal santo arcivescovo Bonifacio nella città di Suassons, fu innalza- to all'onore del regno.

La falsa donazione di Costantino (Constitutum Constantini, ed. H. Fuhrmann, Hannover 1968, pp. 56-98)

(11) E poiché per la predicazione di Silvestro ho saputo di essere stato restituito inte- gro

alla mia salute, abbiamo giudicato utile, con tutti i nostri satrapi 1 e con tutto il se- nato, con gli ottimati e tutto il popolo romano sottoposto al nostro impero glorioso, che, come San Pietro appare costituito in terra quale vicario del figlio di Dio, così i pontefici, che fanno le veci dello stesso principe degli apostoli, ottengano, concesso da noi e dalla nostra imperiale potestà, un potere sovrano più ampio di quello che è concesso alla terrena mansuetudine della nostra imperiale serenità, scegliendo che lo stesso principe degli apostoli e i suoi vicari siano nostri saldi patroni presso Dio. E, per quanto è possibile alla nostra terrena imperiale potestà, abbiamo deciso di onorare la sua sacrosanta chiesa romana con la dovuta venerazione, e di esaltare gloriosamen- te, più del nostro impero e del nostro trono terreno, la santissima sede di San Pietro, assegnandole potestà, gloria, dignità, forza e onori imperiali. (12) Pertanto decretiamo e sanciamo che essa tenga il primato sia sulle quattro prin- cipali sedi di Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Gerusalemme, sia su tutte le chiese di Dio esistenti su tutta la terra; e che ogni pontefice della Santa Romana Chie- sa, sia il più alto e principale di tutti i sacerdoti, e che secondo il suo giudizio siano regolate tutte le cose che attengono al culto di Dio e servono a rendere salda la fede dei cristiani. È infatti giusto che la legge santa abbia la capitale del suo dominio là dove il creatore delle sante leggi, il nostro Salvatore, dispone che San Pietro avesse la cattedra del suo apostolato, dove egli, affrontando il supplizio della croce, bevve il calice della morte beata e imitò il suo maestro e signore; e che le genti chinino il capo confessando la fede di Cristo là dove il loro dottore, l'apostolo San Paolo, ebbe la co-

rona del martirio porgendo il collo 2 ... (13) Vogliamo che il popolo di tutte le genti e nazioni di tutta la terra sappia che nel nostro palazzo del Laterano noi abbiamo costruito dalle fondamenta, in onore del

1 Dignitari.

Salvatore nostro, il Signore Dio Gesù Cristo, una chiesa col battistero 3 e che noi stes- si abbiamo portato sulle nostre spalle dodici corbe 4 del materiale di scavo delle fon- damenta, a imitazione del numero dei dodici apostoli. Questa chiesa noi abbiamo de- cretato, che sia proclamata, venerata, onorata ed esaltata come capo e vertice di tutte le chiese esistenti nel mondo, così come abbiamo stabilito con un altro nostro impe- riale decreto. Abbiamo altresì edificato chiese in onore dei santi Pietro e Paolo, prin- cipi degli apostoli, arricchendole d’oro e d’argento, ed in esse abbiamo riposto con grande onore i loro santissimi corpi, facendo costruire per essi sarcofaghi d’ambra, il più resistente dei materiali […]. Queste stesse chiese […] abbiamo dotate di beni fondiari e di altre ricchezze […]. (14) […] Concediamo agli stessi santi apostoli, miei signori, i santi Pietro e Paolo, e per loro tramite anche al beato padre nostro Silvestro, sommo pontefice e papa universale della città di Roma, e a tutti i pontefici suoi successori che siederanno nella sede di Pietro sino alla fine del mondo, e consegniamo immediatamente il palazzo lateranense […], e poi il diadema, cioè la corona del nostro capo, e, insie- me, il frigio 5 ed anche il superumerale, ossia la fascia che suole circondare il collo

dell’imperatore, e, ancora, la clamide 6 purpurea e la tunica scarlatta e tutte le vesti imperiali, nonché la dignità dei comandanti dei cavalieri imperiali, conferendogli altresì gli scettri imperiali e, insieme, tutte le insegne, le bandiere e i diversi ornamenti imperiali e tutto ciò che procede dall’altezza del potere imperiale e dalla gloria della nostra potestà. (17) Ed affinché la sommità pontificale non sia svilita, ma sia onorata più della di- gnità e della potenza della gloria dell'impero terreno, ecco che, trasferendo e la- sciando al più volte nominato beatissimo pontefice, il padre nostro Silvestro, papa universale, e alla potestà e giurisdizione dei pontefici suoi successori, il nostro pa- lazzo e tutte le province, luoghi e città di Roma e dell'Italia e delle regioni occi-

  • 2 Alla spada.

  • 3 La basilica del S. Salvatore, poi detta di S. Giovanni in Laterano.
    4 Ceste.

'

  • 5 Copricapo corto, ornato all'intorno d'un cerchio d oro.

  • 6 Corto mantello di origine militare.

dentali, determiniamo, con decreto imperiale destinato a valere in perpetuo, in vir-

tù di questo nostro editto e prammatico costituto 7 , che essi ne possano disporre […]. (18) Abbiamo pertanto ritenuto conveniente trasferire e trasportare il nostro im- pero e la nostra regale autorità nelle regioni orientali ed edificare nella provincia di Bisanzio, in un’adattissima località, una città che avrà il nostro nome, e stabilire colà la sede del nostro impero, poiché là, dove dall'imperatore celeste è stata stabi- lita la capitale del principato dei sacerdoti e della religione cristiana, non è giusto che ivi eserciti il potere l'imperatore terreno. (20) Convalidando con firma di nostra propria mano il foglio di questo nostro im- periale decreto, lo abbiamo deposto sul venerando corpo del beato Pietro principe degli apostoli, promettendo allo stesso apostolo di Dio di osservare inviolabilmen- te tutte queste nostre concessioni, e di lasciar ordine che le osservino agli impera- tori nostri successori, e le abbiamo trasmesse da possedere perennemente e felice- mente al beatissimo padre nostro Silvestro sommo pontefice ed universale papa e at- traverso di lui a tutti i pontefici suoi successori, con l’approvazione del signore Dio e salvatore nostro Gesù Cristo.

Dato a Roma nel terzo giorno delle Kalende di Aprile 8 , essendo consoli il nostro signore augusto Flavio Costantino per la quarta volta e Gallicano, uomini illustris- simi [315].

7 Decreto imperiale di valore generale su questioni di diritto pubblico: è il Constitutum Constantini..

8 30 marzo.

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Anno 800

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NASCITA DELL’IMPERO CAROLINGIO

Avvenimenti in Oriente:

797 L’imperatrice Irene, reggente per il figlio Costantino VI (già con il II Concilio di Nicea, 787), entra in contrasto col figlio e lo fa accecare, assumendo direttamente il potere. L’impero non era mai andato ad una donna. Le due cose costituiscono un pretesto in Occidente per considerare l’impero vacante.

Avvenimenti a Roma:

Papa leone III (795-816) è avversato dall’aristocrazia romana. Accusato di spergiuro ed adulterio, il 29 aprile 799, mentre è in processione verso San Lorenzo in Lucina, è aggredito, ferito e imprigionato. È liberato da due inviati di Carlo e condotto a lui a Paderborn. Nell’800 è riaccompagnato sotto scorta a Roma, dove a fine novembre è raggiunto da Carlo. Il 23 dicembre Leone III viene giudicato da Carlo: per essere scagionato dalle accuse degli avversari, dovette giurare sulla propria innocenza davanti a un’assemblea di ecclesiastici e laici presieduta da Carlo. Due giorni dopo, il 25 dicembre, durante la messa di Natale, Leone III pose una corona sul capo di Carlo, mentre patrizi e popolo acclamavano: «Carolo augusto (piissimo) magno et pacifico Romanorum imperatori vita et victoria». È la translatio imperii a Graecis in Francos.

La «Translatio imperii»

A) FONTI FRANCHE (IX secolo)

ANNALI DI LORSCH 1

E poiché allora il titolo imperiale era vacante nelle terre dei Greci ed essi avevano per imperatore una femmina 2 , parve giusto allo stesso papa Leone 3 e a tutti i santi padri presenti nell'assemblea ed anche a tutto il resto del popolo cristiano, di dover dare a Carlo, re dei Franchi, il no- me d'imperatore, dal momento che egli aveva in suo potere la città di Roma, dove i Cesari sempre avevano avuto la consuetudine di risiedere, e le altre residenze imperiali in Italia, in Gallia e in Germania. Poiché Dio onnipotente aveva permesso che tutte queste sedi venissero in suo potere, a loro sembrava giusto che egli, con l'aiuto di Dio e a richiesta di tutto il popolo cristiano, avesse tale dignità. Alla loro richiesta re Carlo non volle opporre un rifiuto; ma, sottomettendosi al volere di Dio, e a petizione dei sacerdoti e di tutto il popolo cristiano, nel giorno della na- tività di Nostro Signore Gesù Cristo assunse il titolo d'imperatore con la consacrazione di papa Leone.

(in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, I, p. 38)

ANNALI REGI.

Lo stesso giorno del santissimo natale del Signore, quando il re, prima della messa, si alzò in piedi dopo aver pregato davanti alla confessione del beato apostolo Pietro, papa Leone gli pose sul capo una corona e tutto il popolo romano acclamò: «A Carlo, augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore dei Romani, vita e vittoria». E dopo che si furono

4

  • 1 Opera probabilmente dell’abate Ratbodo, alunno e amico di Alcuino.

'

  • 2 Irene, imperatrice bizantina vedova di Leone IV, che detenne senza legittimità il potere dal 797 all 802. Fu depo- sta da una rivolta militare.

  • 3 Leone III (795-816).

  • 4 Piccola cella, posta sotto l'altare, nella quale erano riposte le spoglie o le reliquie di un santo martire.

cantate le lodi, egli fu adorato dal pontefice al modo degli antichi princi- pi 5 , e, deposto il titolo di patrizio, fu chiamato imperatore ed augusto.

(in M. G. H., Scriptores, I, p. 188)

EGINARDO, Vita Karoli.

Venendo Carlo a Roma per ristabilire l'ordine della Chiesa, che era molto turbato, passò qui tutto l'inverno. Fu allora che egli ricevette il titolo d'imperatore e di Augusto. In un primo momento, egli se ne mostrò assai contrariato, al punto d'affermare che, se avesse potuto prevedere l'inten- zione del pontefice, quel giorno — ancorché ricorresse una festività im- portantissima — non sarebbe entrato in chiesa.

Ultimi adventus sui non solum hae fuere causae, verum etiam quod Romani Leonem pontificem multis affectum iniuriis, erutis scilicet oculis linguaque amputata, fidem regis implorare conpulerunt.

Idcirco Romam veniens propter reparandum, qui nimis conturbatus erat, ecclesiae statum ibi totum hiemis tempus extraxit. Quo tempore imperato- ris et augusti nomen accepit. Quod primo in tantum aversatus est, ut adfir- maret se eo die, quamvis praecipua festivitas esset, ecclesiam non intra- turum, si pontificis consilium praescire potuisset.

Invidiam tamen suscepti nominis, Romanis imperatoribus super hoc indignantibus, magna tulit patientia. Vicitque eorum contumaciam magnanimitate, qua eis procul dubio longe praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes et in epistolis fratres eos appellando.

(in M. G. H., Scriptores, II, 28,p. 458)

B) FONTE

PONTIFICIA:

LIBER

ROMANAE (IX secolo).

PONTIFICALIS

ECCLESIAE

Dopo di ciò, essendo arrivato il giorno del natale del Signore nostro Gesù Cristo, tutti si riunirono nuovamente nella già ricordata basilica del beato apostolo Pietro. E allora il venerabile e glorioso pontefice, con le sue

5 Secondo il rituale bizantino.

proprie mani incoronò Carlo con una preziosissima corona. Allora tutti i fedeli romani, considerando tutto l'aiuto e l'amore che Carlo aveva mo- strati verso la Santa Romana Chiesa e verso il suo vicario, per volere di Dio e del beato Pietro, custode del regno dei cieli, gridarono unanimemen- te a gran voce: «A Carlo, piissimo 6 augusto coronato da Dio grande e pa- cifico imperatore, vita e vittoria ». E dinnanzi alla confessione del beato apostolo Pietro, il grido fu ripetuto tre volte, dopo aver invocato molti santi; e Carlo fu eletto da tutti imperatore dei romani. E subito il santissi- mo pontefice e vescovo unse con l'olio consacrato il re Carlo, suo nobilis- simo figliolo, nello stesso giorno del natale del Signore nostro Gesù Cri- sto. (Liber pontificalis, ed. Duchesne, II, Parigi, 1892, p. 7)

7

C) FONTE BIZANTINA: «CRONOGRAFIA» DI TEOFANE (IX secolo).

Rifugiatosi [Leone III] presso il re dei Franchi, questi punì severamen- te i di lui nemici e lo rimise sul suo trono allorché, circa il medesimo tempo, Roma cadde in potere dei Franchi. [Leone], restituendo a Carlo il favore che aveva ricevuto, lo coronò basileus dei romani nel tempio del beato apostolo Pietro, ungendolo dalla testa ai piedi e ponendogli addos- so le vesti imperiali e la corona, nel mese di dicembre, giorno 25, indizio- ne nona.

Teofane Confessore

(Patrologia Greca, 108, col. 952)

Nacque verso il 758-760 in una famiglia benestante e iconodula (favorevole al culto delle immagini). Divenuto orfano a tre anni, l'imperatore iconoclasta Co- stantino V Copronimo ("nome di sterco", 741-775) provvide alla sua educazione e , durante il suo regno e quello del suo successore Leone IV (755-780), Teofane venne nominato spathiaros, una carica onorifica, strator (attendente) e supervi- sore alla ricostruzione di Cizico, fortezza dell'Anatolia. Si sposò con Megalo, di- scendente da una famiglia patrizia, ma dopo la morte di Leone IV, finita la per-

6 L’attributo «piissimo», di chiaro contenuto religioso, non compare in nessuna delle precedenti cronache di parte carolingia.

7 «Karolo augusto piissimo, a Deo coronato magno et pacifico Romanorum imperatori, vita et victo- ria». L’acclamazione viene dopo l’incoronazione per mano del papa, contrariamente al rituale bi- zantino, che venne in parte seguito.

secuzione contro i monaci iconoduli, i due sposi decisero di separarsi e di di- ventare monaci. Teofane, quindi, fondò un monastero nei dintorni di Sigriane e qui visse fino al 815-816, scrivendo la Cronografia che narra la storia dell'Im- pero romano/bizantino dal 284 all'813, cioè da Diocleziano a Leone V. Quando Leone V (813-820) riprese la lotta contro le immagini sacre, Teofane si oppose e fu punito con l'esilio a Samotracia, dove morì nell'817-818.

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MONOGRAMMA DI CARLO MAGNO

Sono presenti tutte le lettere che compongono il nome KAROLUS:

al centro A (parte superiore), O (rombo), U (con la grafia V, parte inferiore) a sinistra (da dove si parte) K in alto in basso L a destra S

56 MONOGRAMMA DI CARLO MAGNO Sono presenti tutte le lettere che compongono il nome KAROLUS: al

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5 8
5
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RIFORMA MONETARIA DI CARLO MAGNO

Scompare il trimetallismo risalente a Diocleziano e Costantino (oro, argento, bronzo) Scompare la moneta aurea Si passa al monometallismo, rimane soltanto la moneta ARGENTEA, il DENARO

Il sistema mantiene delle valute esclusivamente di conto:

LIBRA – LIRA equivalente a 20 SOLDI (solo di

conto) SOLDO equivalente a 12 DENARI (solo di conto)

DENARO

ARGENTEO, unica moneta realmente circolante.

La moneta aurea, conservata nell’impero bizantino e presso gli Arabi, tornerà in Europa soltanto con Federico II di Svevia attorno al 1230.

IMPERO

CARLO I MAGNO 800- 814 CARLO + 811 LUDOVICO I IL PIO PIPINO + 810
CARLO I MAGNO 800- 814
CARLO + 811
LUDOVICO I IL PIO
PIPINO + 810

814-840

seconde nozze
seconde nozze

CARLO II IL CALVO (n. 823)

LOTARIO I 840-850

LUDOVICO il Germanico

840-875

imperatore 875-877

 

(+855)

PIPINO

840-876

+ 838

     

CARLO

CARLOMANNO re di Francia 877-884

LOTARIO +870

LUDOVICO II 850-875

CARLO III IL GROSSO

re di Germania 876-887 re d'Italia e imperatore 877-887 re di Francia 884-887 deposto 887, + 888

  • 887 in Francia proclamato re Eude in Germania Arnolfo di Carinzia in Italia Berengario I marchese del Friuli

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Incisione a stampa 1488

60 Incisione a stampa 1488 I ceti sociali nella concezione (v. p. 248). Cristo che siede

I ceti sociali nella concezione (v. p. 248). Cristo che siede sull’arcobaleno benedice i tre stati che Dio dà agli uomini, «lo stato pastorale, militare e agricolo», cioè ecclesiastici, cavalieri e contadini. L’originaria bipartizione in Chiesa e mondo, in clero e laici, è sostituita dopo il IX secolo da una tripartizione: il mondo dei laici è diviso nel ceto elevato dei cavalieri e in quello inferiore dei servi e dei contadini. Nella scritta sopra la figura si precisa che il Redentore si rivolge al papa, all’imperatore e ai contadini in quanto rappresentanti dei diversi ceti. Questo schema, che si attiene al modello della Trinità, durò sino alla fine del Medioevo, nonostante la manifesta inadeguatezza, perché qual’era, ad esempio, il posto del mercante e del cittadino? I precetti di Cristo, riportati accanto alle figure, si conformano al modello dell’esametro in rima: «Tu supplex ora, tu protege, tuque labora» (Tu prega supplice, tu proteggi e tu lavora campo). — L’illustrazione, tratta dall’influente opera astrologica Pronosticatio in latino di Johann Lichtenberger del 1488, di cui si ebbero fino al 1499 14 diverse edizioni, è un’incisione appartenente all’edizione di Jacob Meydenbach (Magonza 1492; legno n. 10082 fol. 6r) che — in conformità con la scritta in alto — mostra alla testa del clero il papa, e a capo dei laici l’imperatore e un re.

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Adalberone di Laon La società tripartita

Adalberone (ca 947 – 1030), dopo aver compiuto gli studi a Reims, divenne vescovo di Laon nel 977. Prese parte alle vicende politiche e religiose del tempo, difendendo l’ordine sociale. Un esempio ne è la sua opera più significativa, il Carmen ad Robertum regem, un poemetto in forma dialogica, scritto attorno al 1025 indirizzato al re di Francia Roberto II 996-1031. In esso è espressa la teoria dei tre stati della società, una sorta di ideologia giustificativa delle divisioni sociali.

...

gli stati [della vita] sono tre. La legge umana distingue due condizio-

ni: il nobile e il servo, che non sono governati da una legge uguale ... Questi [i nobili] sono guerrieri, tutori delle chiese, difendono tutti gli [uomini] del volgo, grandi e piccoli, e si difendono nello stesso modo. I servi sono l’altra parte [della società]: questa misera razza non possiede nulla senza dolore ... Ricchezze e vestiario sono procurate a tutti dal servo, infatti nessun uo- mo libero è capace di vivere senza servi ... Perciò la casa di Dio, che si ritiene essere indivisibile, è divisa in tre or- dini: coloro che pregano, coloro che combattono e coloro che lavorano. Questi tre ordini sono legati e inseparabili; le azioni di due ordini dipen- dono dal lavoro di uno solo; ciascuno con alterne vicende presta aiuto a tutti ...

Il mondo è stato in pace soltanto quando è prevalsa la legge. Ormai spa- risce ogni pace [poiché] si indeboliscono le leggi; cambiano i costumi degli uomini e cambia anche l’ordine della società.

G. A. Huckel, Les poèmes satiriques d'Adalbéron, Paris, 1901, pp. 155- 156, trad. di M. Sanfilippo, in Il sistema feudale,Torino 1975, pp.

100-101

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Alfredo il Grande (49 – 899)

Re del regno anglosassone meridionale del Wessex dall’871 all’899, primo re del Wessex a chiamarsi "Re d'Inghilterra". Venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Alfredo è famoso per la sua difesa del regno contro i Danesi (Normanni), grazie alla quale fu l'unico re inglese ad avere ottenuto l'epiteto di Grande. Condusse una lunga guerra contro i Danesi che avevano occupato le regioni centrorientali dell'In- ghilterra e, dopo vari scontri con esito alterno, inflisse loro una sconfitta decisiva nel- la battaglia di Ethandun nell'878, tanto che il loro re, Guthrum, chiese il battesimo. Da quell'anno divenne re degli Anglosassoni. Di fronte al ritorno offensivo dei Danesi, Alfredo li sconfisse nuovamente nell'896: gl'invasori erano definitivamente ricacciati, e nel regno subentrava la tran- quillità che contrassegna i suoi ultimi anni di governo. Uomo colto, Alfredo migliorò il sistema di leggi dello stato con il Doom Book (doom = giudizio o legge, destino; doomsday = giorno del giudizio universale), per- ciò fu detto "il Giustiniano inglese", tra l’altro instaurò, molto prima di Guglielmo il Conquistatore, la massima romana e giustinianea che quel che piace al principe ha vigore di legge (quod pricipi placuit legis habet vigorem). Alfredo incoraggiò l'istruzione e favorì lo sviluppo della cultura traducendo o fa- cendo tradurre dal latino testi di teologia e di storia. Intraprese una serie di traduzioni, in anglosassone, da opere latine di maggior fama nel Medioevo, premettendovi pre- ziose prefazioni, che rivelano il suo metodo e i suoi intenti: la Cura Pastoralis di Gregorio Magno; la Historia adversus Paganos di Paolo Orosio; la Historia Eccle- siastica gentis Anglorum, di Beda, orgoglio nazionale per gli Anglo-Sassoni; il De consolatione Philosophiae di Boezio; traducendole, Alfredo contribuiva a creare la prosa nazionale, meno sviluppata della poesia anglosassone. Altre opere sono attribuite a lui. La più importante è l'Anglo-Saxon Chronicle, nel- la quale Alfredo ebbe parte, se non direttamente, almeno indirettamente, con il dise- gno ed il consiglio.

Beda il Venerabile (672/673 - 735) Santo e dottore della Chiesa, è uno dei maggiori eruditi dell'Alto Medioevo, edu- cato e vissuto in due monasteri della Northumbria, S. Pietro e S. Paolo, cui fu affidato dai parenti giovanissimo (verso il 680). Sacerdote a trent'anni, non ebbe incarichi ol- tre all'insegnamento, cui sono rivolte molte sue opere e cui si ricollega la tradizione della scuola di York. Compose commenti biblici, opere agiografiche, trattati didasca- lici; fissò la dottrina dei quattro sensi della Scrittura (storico o letterale, morale, alle- gorico, mistico o anagogico), trasmise nozioni fondamentali; con il De temporum ra- tione diffuse il ciclo pasquale di Dionigi il Piccolo e il computo degli anni a partire dalla nascita di Gesù Cristo (era dionisiana ab incarnatione). La sua opera più nota è la Historia ecclesiastica gentis Anglorum, che arriva al 731.

Privilegium Othonis

Nel nome del Signore Iddio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo. Io Ottone, per grazia di Dio augusto imperatore, insieme con Ottone, glorioso re, mio figlio, per disposizione della divina provvidenza, mediante questo patto di riconferma, prometto ed offro a te, beato Pietro, principe degli Apostoli e custode del regno dei cieli, e per te al vicario tuo, il sommo pontefice e universale papa Giovanni XII, con lo stesso titolo di potere e di giurisdizione dai vostri predecessori sino ad ora esercitato, la città di Roma con il suo ducato e con il suo su- burbio e con tutti i villaggi e territorii montani e marittimi, spiagge e porti, assieme a

tutte le città, castelli, for- tezze e villaggi della Tuscia

con tutte le località e territorii di pertinenza delle

... soprascritte città, nonchè l'esar- cato di Ravenna nella sua integrità, con le città, circoscrizioni, fortezze e castelli, i quali beni Pipino e Carlo, ec- cellentissimi imperatori di santa memoria, nostri predecessori, trasferirono da tempo al beato Pietro e ai vostri predecessori con atto di donazione. Lo stesso dicasi del territorio della Sabina, così come da Carlo, nostro pre- decessore, fu concesso integralmente al beato apostolo Pietro con atto di donazione; così pure per ciò che con- cerne i territorii della Tuscia Longobarda e i territorii della Campagna [laziale]. Inoltre, a te, beato Pietro aposto- lo, e al tuo vicario papa Giovanni e ai suoi successori, per la salvezza dell'anima nostra e di quelle di nostro fi- glio e dei nostri parenti, offriamo le città e le fortezze appartenenti al nostro proprio regno, e cioè: Rieti, Ami- terno, Forcona, Norcia, Valva e Marsica e, in altro territorio, Teramo con le sue pertinenze.

Tutte queste soprascritte province, città e distretti, fortezze e castelli, villaggi e territorii, unitamente ai demani, per la salvezza della nostra anima e di quelle di nostro figlio e dei nostri parenti e dei nostri successori e per il bene di tutto il popolo dei Franchi, che Dio ha protetto e proteggerà, riconfermiamo, in modo che le detengano nel diritto, nel governo nella giurisdizione, alla sopraddetta Chiesa tua, o beato apostolo Pietro, e per te al vica- rio tuo, padre nostro spirituale, Giovanni, sommo pontefice, papa universale ed ai suoi successori, sino alla fi- ne del mondo, fatto salvo il potere nostro e di nostro figlio e dei nostri successori, come è sancito nel patto, nel constituto e nella conferma di promessa di papa Eugenio 1 e dei suoi successori, laddove si specifica così: che tutto il clero e tutta la nobiltà del popolo romano a causa delle varie violenze e delle irragionevoli incom- prensioni, che vanno eliminate, dei pontefici nei confronti del popolo a loro soggetto, con giuramento si obbli- gano a far in modo che la futura elezione dei pontefici, per quanto starà nella volontà d'ognuno, avvenga in forma canonica e secondo giustizia e che quegli che sarà chiamato a questo santo e apostolico reggimento non sia consacrato col consenso d'alcuno se prima non faccia, alla presenza dei nostri messi o di nostro figlio ovve- ro di tutta la collettività, per la soddisfazione e futura salvezza di tutti, quella stessa promessa che il signore e padre nostro spirituale Leone 2 fece notoriamente di sua spontanea volontà. Questo patto fu stipuulato felicemente nell'anno dell'incarnazione del Signore 962, nell'indizione quinta,

tre- dicesimo giorno del mese di febbraio, correndo l'anno XXVII dell'impero dell'invitto imperatore Ottone.

(M. G. H., Diplomata regum et imperatorum, I, pp. 322-327, trad. di A.

Clementi)

1 Eugenio II che era stato costretto a promettere di osservare la « Costituzione romana » emanata da Lotario nell 824, la quale prevedeva che il papa eletto, prima della sua consacrazione, doveva giurare fedeltà all'im- peratore. Leone III, il papa che aveva incoronato Carlo Magno nell'800.

''

2

66

6 7
6
7

FRANCHI OCCIDENTALI - FRANCIA

Carolingi-Robertingi-Capetingi CARLO I MAGNO 768-814

LUDOVICO I (Luigi) IL PIO 814-840

LOTARIO

CARLO II IL CALVO 843-877

LUDOVICO IL GERMANICO

843-876

6 7 FRANCHI OCCIDENTALI - FRANCIA Carolingi-Robertingi-Capetingi CARLO I MAGNO 768-814 LUDOVICO I (Luigi) IL PIO

LUDOVICO II IL BALBO 877-879

879-882
879-882

LUIGI III

CARLOMANNO

882-884

CARLO III IL SEMPLICE

898-922

LUDOVICO o LUIGI IV

936-954

LOTARIO 954-986

LUIGI V L'IGNAVO 986-987 (ultimo carolingio)

LUDOVICO III CARLOMANNO

+ 882

+ 884

CARLO

(III) IL

ARNOLFO DI CARINZIA

EUDE, EUDES, ODDONE I

conte di Parigi proclamato re a Compiègne dall'assemblea dei grandi 888-898 (Robertingi)

GROSSO

884-887

deposto (+ 888)

6 7 FRANCHI OCCIDENTALI - FRANCIA Carolingi-Robertingi-Capetingi CARLO I MAGNO 768-814 LUDOVICO I (Luigi) IL PIO

ROBERTO I

fratello di Eude

922-923

6 7 FRANCHI OCCIDENTALI - FRANCIA Carolingi-Robertingi-Capetingi CARLO I MAGNO 768-814 LUDOVICO I (Luigi) IL PIO

Ugo il Grande

Emma sposa

6 7 FRANCHI OCCIDENTALI - FRANCIA Carolingi-Robertingi-Capetingi CARLO I MAGNO 768-814 LUDOVICO I (Luigi) IL PIO

RODOLFO I

923-936

Gisela + 874 sposa Eberardo march. del Friuli

BERENGARIO I re d'Italia 888-924 imperatore 915-924

UGO CAPETO 987-996

eletto dall'assemblea di vescovi e signori a Senlis su proposta dell'arcivescovo di Reims

Capetingi: successione dinastica del solo

primogenito ROBERTO II

ENRICO I

1031-1060

FILIPPO I

1060-1108

996-1031

RE DEI FRANCHI ORIENTALI - GERMANIA

CARLO I MAGNO + 814

LUDOVICO I IL PIO 814-840

LUDOVICO II IL GERMANICO 843-876

RE DEI FRANCHI ORIENTALI - GERMANIA CARLO I MAGNO + 814 LUDOVICO I IL PIO 814-840

LUDOVICO III

876-882

CARLOMANNO

882-884

ARNOLFO DI CARINZIA 887-899

CARLO III IL GROSSO

882-887

879 re d'Italia e imperatore 884 re dei Franchi Occidentali

LUDOVICO IL FANCIULLO 899-911 ultimo carolingio

CORONA DI GERMANIA ELETTIVA

CORRADO I IL SALICO duca di Franconia 911-918

ENRICO I L'UCCELLATORE duca di Sassonia 919-936

OTTONE I di Sassonia 936-973 dal 962 Imperatore del (Sacro) Romano Impero di nazione germanica l'eletto Re dei Romani = re di Germania, di Borgogna, d'Italia è imperatore con l'incoronazione a Roma

REGNO ITALICO Regno longobardo, capitale Pavia

  • 774 Carlo Magno rex Francorum et Langobardorum, Patricius Romanorum

LUDOVICO IL PIO 814-840

CARLO IL CALVO

875-877 IMPERATORE

LOTARIO I

843-850 IMPERATORE

LUDOVICO IL GERMANICO

CARLO IL GROSSO

877-887 IMPERATORE

REGNO ITALICO Regno longobardo, capitale Pavia 774 Carlo Magno rex Francorum et Langobardorum, Patricius Romanorum LUDOVICO

LUDOVICO II 850-875 IMPERATORE

Gisela sposa Eberardo marchese del Friuli

BERENGARIO I 888-924 IMPERATORE 915-924

in lotta con Guido di Spoleto (imperatore 889-894) e suo figlio Lamberto (894), contrastato da Arnolfo di Carinzia re di Germania, imperatore 896-897 (chiamato e incoronato da Formoso, 891-896), poi imp. Lamberto 897-898. Berengario in lotta con Ludovico di Provenza 898-905, infine incoronato imperatore da Giovanni X (914-928) nel 915 Poi in lotta con Rodolfo di Borgogna che lo sconfigge nel 924.

UGO DI PROVENZA 925-946

in lotta con Rodolfo di Borgogna

LOTARIO II 946-950

sposa 947

Adelaide di Borgogna (+

999) Ugo e Lotario in lotta con

BERENGARIO II marchese di Ivrea, re d’Italia 950-961 alleato di Ottone I (re di Germania dal 936) perseguita la vedova di Lotario, Adelaide, che si rifugia presso Ottone, che la sposa nel 951.

  • 951 OTTONE sceso in Italia è riconosciuto re dai signori, compreso Berengario,

che conserva il regno come vassallo di Ottone, mentre questi è in guerra contro gli

Ungari (Lechfeld 955). Ma Berengario gli si ribella e vuole espandersi nei territori della Chiesa (960). Papa Giovanni XII (955-963) chiama in aiuto Ottone.

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OTTONE I DI SASSONIA

imperatore 962-973, sposa Adelaide di Borgogna 951

OTTONE II 973-983, imperatore

OTTONE III 983-1002, imperatore si ribella ARDUINO DI IVREA 1002-1004, poi fino 1014 (fatto marchese di Ivrea da Berengario II nel

950)

ENRICO II DI SASSONIA 1002-1024, cugino di Ottone III, incoronato imperatore 1014 (sconfitto Arduino), ultimo imperatore sassone

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Gregorio VII, Dictatus papae (1075)

  • 1. Che la Chiesa Romana è stata fondata da Dio solo.

  • 2. Che soltanto il Pontefice Romano è a buon diritto chiamato universale.

  • 3. Che egli solo può deporre o ristabilire i vescovi.

  • 4. Che un suo messo, anche se inferiore di grado, in concilio è al di sopra di tutti i vescovi, e può pronunziare sentenza di deposizione contro di loro.

  • 5. Che il Papa può deporre gli assenti.

  • 6. Che non dobbiamo aver comunione o rimanere nella stessa casa con coloro che sono stati scomunicati da lui.

  • 7. Che a lui solo è lecito promulgare nuove leggi in rapporto alle necessità del tempo, radunare nuove congregazioni, rendere abbazia una canonica e viceversa, dividere un episcopato ricco e unire quelli poveri.

  • 8. Che lui solo può usare le insegne imperiali.

  • 9. Che tutti i principi devono baciare i piedi soltanto al Papa.

    • 10. Che il suo nome deve esser recitato in chiesa.

    • 11. Che il suo titolo è unico al mondo.

    • 12. Che gli è lecito deporre l'imperatore.

    • 13. Che gli è lecito, secondo la necessità, spostare i vescovi di sede in sede.

    • 14. Che ha il potere di ordinare un chierico da qualsiasi chiesa, per il luogo che voglia.

    • 15. Che colui che è stato ordinato da lui può essere a capo di un'altra chiesa, ma non sottoposto, e che da nessun vescovo può ottenere un grado superiore.

    • 16. Che nessun sinodo può esser chiamato generale, se non comandato da lui.

    • 17. Che nessun articolo o libro può esser chiamato canonico senza la sua autorizzazione.

    • 18. Che nessuno deve revocare la sua parola e che egli solo lo può fare.

    • 19. Che nessuno lo può giudicare.

  • 20. Che nessuno osi condannare chi si appella alla Santa Sede.

  • 21. Che le cause di maggior importanza, di qualsiasi chiesa, debbono esser rimesse al suo giudizio.

  • 22. Che la Chiesa Romana non errò e non errerà mai e ciò secondo la testimonianza delle Sacre Scritture.

  • 23. Che il Pontefice Romano, se ordinato dopo elezione canonica, è indubitabilmente santificato dai meriti del beato Pietro; ce lo testimonia sant'Ennodio, vescovo di Pavia, col consenso di molti Santi Padri, come è scritto nei decreti del beato Simmaco papa.

  • 24. Che ai subordinati è lecito fare accuse dietro suo ordine e permesso.

  • 25. Che può deporre e ristabilire i vescovi anche senza riunione sinodale.

  • 26. Che non dev'essere considerato cattolico chi non è d'accordo con la Chiesa Romana.

  • 27. Che il Pontefice può sciogliere i sudditi dalla fedeltà verso gli iniqui.

Gregorius papa VII Dictatus Papae

I.Quod Romana ecclesia a solo Domino sit fundata. II.Quod solus Romanus pontifex iure dicatur universalis. III. Quod ille solus possit deponere episcopos vel reconciliare. IV. Quod legatus eius omnibus episcopis presit in concilio etiam inferioris gradus et adversus eos sententia depositionis possit dare. V. Quod absentes papa possit deponere. VI. Quod cum excommunicatis ab illo inter cetera nec in eadem domo debemus manere. VII. Quod illi soli licet pro temporis necessitate novas leges condere, novas plebes congregare, de canonica abbatiam facere et e contra, divitem episcopatum dividere et inopes unire. VIII. Quod solus possit uti imperialibus insigniis. IX. Quos solius pape pedes omnes principes deosculentur. X. Quod illius solius nomen in ecclesiis recitetur. XI. Quod hoc unicum est nomen in mundo. XII. Quod illi liceat imperatores deponere. XIII. Quod illi liceat de sede ad sedem necessitate cogente episcopos transmutare. XIV. Quod de omni ecclesia quocunque voluerit clericum valeat ordinare. XV. Quod ab illo ordinatus alii ecclesie preesse potest, sed non militare; et quod ab aliquo episcopo non debet superiorem gradum accipere. XVI. Quod nulla synodus absque precepto eius debet generalis vocari. XVII. Quod nullum capitulum nullusque liber canonicus habeatur absque illius auctoritate. XVIII. Quod sententia illius a nullo debeat retractari et ipse omnium solus retractare possit. XIX. Quod a nemine ipse iudicari debeat. XX. Quod nullus audeat condemnare apostolicam sedem apellantem. XXI. Quod maiores cause cuiuscunque ecclesie ad eam referri debeant. XXII. Quod Romana ecclesia nunquam erravit nec imperpetuum scriptura testante errabit. XXIII. Quod Romanus pontifex, si canonice fuerit ordinatus, meritis beati Petri indubitanter effecitur sanctus testante sancto Ennodio Papiensi episcopo ei multis sanctis patribus faventibus, sicut in decretis beati Symachi pape continetur. XXIV. Quod illius precepto et licentia subiectis liceat accusare. XXV. Quod absque synodali conventu possit episcopos deponere et reconciliare. XXVI. Quod catholicus non habeatur, qui non concordat Romane ecclesie. XXVII. Quod a fidelitate iniquorum subiectos potest absolvere.

Gregorio VII, Registrum, ed. Caspar, Berlino 1920, pp. 202-208.

Concilio di Clermont (1095) Papa Urbano II (1088-1099)

Quicumque pro sola devotione, non pro honoris vel pecuniae adeptione, ad liberandam ecclesiam Dei Hierusalem profectus fuerit, iter illud pro omni penitentia ei reputetur. Chiunque per sola devozione, non per acquisto di onore o di denaro, sarà partito per Gerusalemme per liberare la chiesa di Dio, quel viaggio/pellegrinaggio gli sarà reputato per ogni penitenza.

L'appello di Clermont-Ferrand

Versione del discorso di papa Urbano II al concilio di Clermont data da Fulcherio di Chartres (circa 1059-1127), partecipante alla prima crociata e cappellano di re Baldovino I di Gerusalemme e autore della Hi- storia Hierosolymitana fino al 1127.

[Urbano II] vedendo che la fede della Cristianità veniva mandata in rovina ad opera di tutti; e che i principi del- le terre erano in dissidio fra di loro con contese belliche senza posa; che la pace veniva del tutto trascurata; i be- ni della terra erano rapinati ora dagli uni ora dagli altri; che molti venivano ridotti in prigionia dopo essere sta- ti legati vergognosamente e venivano sepolti con gran ferocia in carceri orribili, e venivano riscattati a prezzi esorbitanti oppure venivano fatti fuori segretamente; che i luoghi santi erano violati; che monasteri e ville veni- vano dati al fuoco; che nessun mortale veniva risparmiato; che si irrideva

alle cose divine ed umane; avendo anche notizia che le regioni interne della Romània

1

erano state occupate

dai turchi a danno dei cristiani ed erano sottoposte con grave nocumento ai loro feroci assalti

...

[convocò un

concilio in Francia a Clermont-Ferrand, in- dicendo una tregua generale con minaccia di scomunica per chi

l'avesse infranta. Alla promessa di obbedienza dei presenti, Urbano II riprende il suo discorso]:

«Poiché, o figli di Dio, avete in questo modo promesso a Dio di conservare la pace presso di voi e di

mantenere fedelmente i diritti della Chiesa che vanno rispettati, non rimane altro che

voi dedichiate la valentia

... della vostra probità ad un altro affare di Dio e vostro, essendo voi or ora stati fortificati alla divina correzione. È necessario in- vero che voi portiate soccorso con una marcia a tappe forzate ai vostri confratelli che si trovano nella regione orientale, poiché il vostro aiuto ormai piú volte è stato invocato con suppliche. Li hanno invasi, come già è stato detto alla maggior parte di voi, fino al mare Mediterraneo, precisamente a quello [stretto] che chiamano Braccio di San Giorgio 2 , i turchi, popolazione persiana, che nei pressi dei confini della Romània sconfissero in battaglia [i cri- stiani] occupando tratti sempre maggiori delle terre dei cristiani, uccidendo o riducendo in prigionia molti, di- struggendo le chiese, devastando il regno di Dio. Se voi permetterete loro di agire in tal modo senza essere distur- bati per un lungo periodo, essi schiacceranno i fedeli di Cristo per un molto piú largo spazio. Per questo vi esorto con preghiera di supplice, non io ma il Signore, che a tutti, di qualunque classe sociale, sia cavalieri che fanti, sia ricchi che poveri, con ripetute emissioni di bandi, voi, araldi di Cristo, istilliate la persuasione che si diano da fare per sterminare dalle nostre regioni quella stirpe nefanda e recare aiuto agli adoratori di Cristo. Lo dico ai presenti, lo mando a dire agli assenti: Cristo invero lo comanda. A tutti coloro che andranno in campagna militare colà, se porranno fine alla loro vita durante la marcia o

durante la traversata del mare o nella guerra contro i pagani, spetterà immediatamente la remissione dei

peccati

Si metta- no in marcia

contro gli infedeli per iniziare una guerra degna

coloro che un tempo

... erano soliti alimentare ille- galmente lunghe guerre private anche contro i fedeli. Si facciano ora soldati [cavalieri] di Cristo coloro che già a lungo sono stati dei rapinatori; ora combattano legalmente contro i barbari coloro che un tempo portavano le armi contro i fratelli e i consanguinei; ora si acquistino i premi eterni coloro che a lungo furono mercenari per pochi soldi. Lavorino per un duplice onore coloro che si affaticavano a danno del corpo e dell’anima: anzi, coloro che qui sono disperati, che qui sono poveri, colà invece saranno felici e abbienti; qui nemici del Signore, colà invece saranno suoi amici. Coloro che hanno deciso di compiere la spedizione non rimandino la partenza, ma, dopo aver dato in affitto i propri beni e aver raccolto i denari necessari alle spese, al cessare della bruma e al sopravvenire della primavera, con il Signore alla loro guida, si mettano decisamente in marcia».

...

...

Fulcherio di Chartres, Historia Hierosolymitana, ed. H. Hagenmayer, 1, 3, 2-8, pp. 132-

138.

Note: 1 Impero bizantino.

2 Il Bosforo.

La presa di Gerusalemme

1. Fonte araba

Ibn Al-Athir (1160-1233) compose una storia del mondo islamico fino al 1231 (628 dell'era mu- sulmana).

Gerusalemme apparteneva a Tag ad-dawla Tutúsh [fratello del sultano selgiuchide Malik Shah] che l'aveva con- cessa in feudo all'emiro Suqmàn ibn Artùq il Turcomanno. Ma, quando i franchi vinsero i turchi sotto Antio- chia e ne fecero strage, questi si indebolirono e dispersero e allora gli egiziani, vista la debolezza dei turchi, marciarono su Gerusalemme sotto il comando di al-Afdàl ibn Badr al-Giamali e l'assediarono. Erano nella città Suqmàn e Ilghazi figli di Artùq, il loro cugino Sunig e il loro nipote Yaquti. L'egiziano montò contro Gerusa- lemme piú di quaranta macchine da assedio, che demolirono vari punti delle mura; gli abitanti si difesero e la lotta e l'assedio durarono piú di quaranta giorni. Alla fine gli egiziani si insignorirono della città per capitolazio- ne nello shabàn del 489 [agosto 1096: la data è in realtà agosto 1098]. Al-Afdàl trattò generosamente Suqmàn, Ilghazi e i loro compagni, fece loro larghi donativi e li lasciò andare; ed essi si recarono a Damasco e poi passa- rono l'Eufrate e Suqmàn si fermò ad Edessa, mentre Ilghazi se ne andò nell'Iraq. Gli egiziani misero come luo- gotenente in Gerusalemme un certo Iftikhàr ad- dawla, che vi restò fino al momento di cui parliamo. Contro Gerusalemme mossero dunque i franchi dopo il loro vano assedio di Acri, e giunti che furono la cinsero d'assedio per oltre quaranta giorni. Montarono contro di essa due torri, l'una delle quali dalla parte di Sion, e i musulmani la bruciarono uccidendo tutti quelli che erano dentro; ma l'avevano appena finita di

bruciare che ar- rivò un messo in cerca d'aiuto, con la notizia che la città era stata presa dall'altra parte; la presero infatti dalla parte di settentrione, il mattino del venerdí ventidue shabàn [492 = 15 luglio 1099]. La popolazione fu passata a fil di spada e i franchi stettero per una settimana nella terra menando strage dei musulmani. Uno stuolo di questi.si chiuse a difesa nell'Oratorio di Davide, dove si asserragliarono e combatte- rono per piú giorni; i franchi concessero loro la vita salva ed essi si arresero e, avendo i franchi tenuto fede ai patti, uscirono di notte verso Ascalona e lì si stanziarono. Nel Masgid al-Aqsa invece i franchi ammazzarono piú di settantamila persone 1 , tra cui una gran folla di imàm e dottori musulmani, devoti e asceti, di quelli che avevano lasciato il loro paese per venire a vivere in pio ritiro in quel luogo santo. Dalla Roccia predarono piú di quaranta candelabri d'argento, ognuno del peso di tremilaseicento dramme, e un gran lampadario d'argento del peso di quaranta libbre siriane; e, dei candelabri piú piccoli, centocinquanta d'argento e piú di venti d'oro, con altre innumerevoli prede.

  • I profughi di Siria arrivarono a Baghdàd nel mese di ramadàn, col cadi Abu Sa'd al-Hàrawi, e tennero nella cancelleria califfale un discorso che fece piangere gli occhi e addolorò i cuori. Il venerdì vennero nella moschea cattedrale e chiesero aiuto, piansero e fecero piangere, narrando quel che i musulmani avevano

sofferto in quel- la città santa: uomini uccisi, donne e bambini prigionieri, averi predati. Per i gravi disagi sofferti, arrivarono a rompere il digiuno.

  • I vari principi musulmati furono tra loro discordi, come diremo, e i franchi poterono così rendersi padroni del paese.

Ibn Al-Athir, X, 193-195, ed. Tornberg, tradotto in Storici arabi delle crociate, a cura di F. Gabrieli, Torino, 1969, pp. 12-14.

1 Cifra esagerata, ma significativa.

2. Fonte cristiana

Raymond (Raimundus) d’Aguilers, Historia Francorum qui ceperunt Jerusalem, in Recueil des Historiens des croisades, Historiens occidentaux, III, Paris, Imprimerie Impériale, 1866, p. 300.

Raymond ricevette un'educazione religiosa nel monastero di Vézelay. È stato un cronista della Pri- ma Crociata (1096-1099), alla quale partecipò al seguito dell'esercito provenzale che il conte Rai- mondo IV di Tolosa condusse fino a Gerusalemme; fu quindi testimone oculare degli eventi. Le sue tracce si perdono dopo la conquista di Gerusalemme.

Durante la conquista di Gerusalemme da parte dei crociati furono uccisi tanti nemici che «in templo et in porticu Salomonis equitabatur in sanguine usque ad genua et usque ad frenos equo- rum»

(nel tempio e nel portico di Salomone si cavalcava nel sangue fino alle ginocchia e fino alle briglie dei cavalli»).

Il brano è in chiaro riferimento ad Apocalisse 14, 20:

nella battaglia escatologica viene pigiato nel tino il sangue della vendemmia dell’ira di Dio:

«et exivit sanguis de lacu usque ad frenos equorum».

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CASA REALE DI GERUSALEMME DAL 1099 AL 1192

GOFFREDO DI BUGLIONE Duca della Bassa Lorena

(1099-1100)

Ida di Lorena sposa Eustachio di Boulogne

BALDOVINO I

(1100-1118)

morto senza eredi diretti

Da un ramo secondario disceso dalla sorella di Eustachio di Boulogne, anche lei di nome Ida, sposa di Baldovino di Le Bourg conte di Rethel succede

BALDOVINO II

(1118-1131)

MELISENDA sposa FOLCO d’Angiò (re 1131-1143)

7 CASA REALE DI GERUSALEMME DAL 1099 AL 1192 GOFFREDO DI BUGLIONE Duca della Bassa Lorena

BALDOVINO III (1143-1162. Raggiunge la maggiore età nel 1145, ma la madre gli concede di regnare, dopo scontri, nel 1152) Muore senza eredi diretti

AMALRICO I

(1162-1173)

Sposa in prime nozze Agnese di Courtenay

Sibilla

BALDOVINO IV

Sposa

(1173-1185)

in prime nozze Guglielmo del Monferrato

in seconde nozze GUIDO DI LUSIGNANO

Muore senza eredi

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BALDOVINO V

(1185-1186)

8 BALDOVINO V (1185-1186) (1186-1192) NEL 1187 GERUSALEMME È CONQUISTATA DAL SALADINO Guido di Lusignano diviene

(1186-1192)

NEL 1187 GERUSALEMME È CONQUISTATA DAL SALADINO

Guido di Lusignano diviene re di Cipro, mantenendo il titolo di re di Gerusalemme

Dopo Guido di Lusignano si susseguono i seguenti re di Gerusalemme:

CORRADO DI MONFERRATO

secondo marito di

Dopo Guido di Lusignano si susseguono i seguenti re di Gerusalemme: CORRADO DI MONFERRATO secondo maritogg enza per la minorità del figlio; poi si autoproclamò re ( 1229 ) . " id="pdf-obj-93-8" src="pdf-obj-93-8.jpg">

Isabella, figlia di

1192

Amalrico I e della sua seconda moglie

Maria Comnena

ENRICO DI CHAMPAGNE,

1192-1197

terzo marito di

Isabella
Isabella

AMALRICO II DI LUSIGNANO

1197-1205

quarto marito di

Isabella
Isabella

Reggenza di Giovanni di Ibelin per la piccola MARIA, figlia della figlia di Amalrico II Melisenda e di Boemondo IV di Antiochia

1205-1210

GIOVANNI DI BRIENNE sposa in prime nozze Maria la Marchesa, figlia di Corrado di Monferrato divenendo reggente per la moglie. Hanno per figlia Jolanda di Brienne, erede al trono di Gerusalemme

1210-1224

FEDERICO II DI SVEVIA

1225-1233

sposa in seconde nozze Jolanda di Brienne (9 novembre 1225) divenendo subito reggente di Gerusalemme. Jolanda morì sedicenne, dieci giorni dopo aver dato alla luce Corrado, (1228-1254, futuro Corrado IV imperatore), che divenne erede del trono di Gerusalemme. Federico conservò la reggenza per la minorità del figlio; poi si autoproclamò re (1229).

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8 1 STEMMA DEI CAVALIERI DI MALTA Croce ad otto punte (ottagona) o biforcata (con i

STEMMA DEI CAVALIERI DI MALTA

8 1 STEMMA DEI CAVALIERI DI MALTA Croce ad otto punte (ottagona) o biforcata (con i

Croce ad otto punte (ottagona) o biforcata (con i bracci patenti e terminanti in due punte aguzze), detta Croce di Malta

SIGILLO DEI POVERI CAVALIERI DI CRISTO O DEL TEMPIO (TEMPLARI) Due cavalieri sullo stesso cavallo, con

SIGILLO DEI POVERI CAVALIERI DI CRISTO O DEL TEMPIO (TEMPLARI) Due cavalieri sullo stesso cavallo, con la scritta circolare: Sigillum militum XPIsti (Christi). Simbolo di povertà e fratellanza; ed anche della duplice natura dell'Ordine, monastico e militare.

SIGILLO DEI POVERI CAVALIERI DI CRISTO O DEL TEMPIO (TEMPLARI) Due cavalieri sullo stesso cavallo, con

Stemma dei Templari: Croce patente, cioè croce a bracci uguali (croce greca) che si allargano nella parte esterna.

Blasone d 8 e 3 l regno di Gerusalemme

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TAVOLA GENEALOGICA DEI RE DI FRANCIA

Ugo Capeto 987-996

Roberto II 996-1031

Enrico I 1031-1060

Filippo I 1060-1108

Luigi VI 1108-1137

Luigi VII 1137-1180

Filippo II Augusto 1180-1223

Luigi VIII il Leone 1223-

1226 Luigi IX il Santo 1226-

1270 Filippo III l’Ardito

1270-1285

Filippo IV il Bello 1285 1314

Carlo di Valois

Luigi X

Filippo V il Lungo

Carlo IV

Isabella sposa Edoardo II Ingh.

 

1314-1316

1316-1322

1322-1328

madre di Edoardo III

 

Filippo

VI

1328-

 

1350 Giovanni

II

il

Buono Carlo V

1364-1380

Luigi d’Orléans (ramo Orléans)

Carlo VI 1380-

1422 Carlo VII

1422-1461

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Luigi XI 1461-1483

Carlo VIII 1483-1498 ultimo Valois

Dinastia degli Altavilla-Hohenstaufen re di Sicilia

Tancredi di Hauteville (ha 12 figli)

Dinastia degli Altavilla-Hohenstaufen re di Sicilia Tancredi di Hauteville (ha 12 figli) Guglielmo Braccio di Ferro

Guglielmo Braccio di Ferro 1042 conte di Melfi

Drogone 1046 conte di Puglia e Calabria

da prime nozze con normanna Alberada Boemondo conte di Taranto dal 1098 principe di Antiochia

Roberto il Guiscardo 1059-1085 duca di Puglia e Calabria

da seconde nozze con longobarda Sichelgaita Ruggero Borsa

Ruggero conte di Sicilia

duca di Puglia e Calabria 1085-1111

Ruggero II

conte di Sicilia dal 1101

re di Sicilia 1130-1154

Guglielmo 1111-1127

Ruggero

Tancredi (illegittimo)

Guglielmo I il Malo 1154-1166

Guglielmo II il Buono 1166-1189

Costanza (m. 1198) sposa (1186) Enrico VI di Svevia (1189-1197)

Federico Ruggero =Federico II di Svevia 1220 imperatore m. 1250

Dinastia degli Altavilla-Hohenstaufen re di Sicilia Tancredi di Hauteville (ha 12 figli) Guglielmo Braccio di Ferro

Enrico VII

Enzo re di Sardegna

Corrado IV 1250-1254

Manfredi (illegittimo) re di Sicilia 1258-1266

+ 1242

1238-1272

Corradino m. 1268

Tavola genealogica

dei re d’Inghilterra 1066-1377

Guglielmo I il Conquistatore duca di Normandia (1035) e re d’Inghilterra 1066-1087

Roberto Cortacoscia

duca di Normandia 1087-1106 (+ 1134)

Guglielmo II il Rosso re d’Inghilterra 1087-1100

Adela

sposa Enrico conte di Blois

Enrico I Beauclerc re d’Inghilterra 1100-1135 duca di Normandia (sottratta al fratello Roberto) 1106

Stefano di Blois 1135-1154

Matilde, sposa Goffredo Plantageneto conte d’Angiò, 1144 Normandia agli Angiò

Enrico II Plantageneto 1154-1189 duca di Normandia, Bretagna e conte d'Angiò

Tavola genealogica dei re d’Inghilterra 1066-1377 Guglielmo I il Conquistatore duca di Normandia (1035) e re

sposa Eleonora d’Aquitania

Riccardo Cuor di Leone 1189-1199

Giovanni Senza Terra 1199-1216

Enrico III 1216-1272

Edoardo I 1272-1307

Edoardo II 1307-1327 sposa Isabella, figlia di Filippo IV il Bello, sorella di Carlo IV re di Francia, morto senza eredi maschi

Edoardo III 1327-1377 pretendente al trono di Francia, che invade nel 1337 (Guerra dei Cent’Anni, fino 1453)

NORMANDIA

1202 unita alla corona di Francia da Filippo II Augusto

1415-1420 conquistata da Enrico V di Inghilterra (guerra dei Cent'anni) 1450 incorporata definitivamente alla Francia

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Anno 1100

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8
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PAX WORMATIENSIS HEINRICI II CUM CALIXTO II (23 Sept. 1122)

Concordato di Worms

PRIVILEGIUM IMPERATORIS

In nomine sancte et individue Trinitatis. Ego Heinricus Dei gratia Romanorum imperator augustus pro amore Dei et sancte Romane ecclesie et domini pape Ca- lixti et pro remedio anime mee dimitto Deo et sanctis Dei apostolis Petro et Paulo sancteque catholice ecclesie omnem investituram per anulum et baculum, et con- cedo in omnibus ecclesiis, que in regno vel imperio meo sunt, canonicam fieri electionem et liberam consecrationem. (2) Possessiones et regalia beati Petri, que a principio huius discordie usque ad hodiernam diem sive tempore patris mei sive etiam meo ablata sunt, que habeo, eidem sancte Romane ecclesie restituo, que au- tem non habeo, ut restituantur fideliter iuvabo. (3) Possessiones etiam aliarum omnium ecclesiarum et principum et aliarum tam clericorum quam laicorum, que in werra ista amisse sunt, consilio principum vel iusticia, que habeo, reddam, que non habeo, ut reddantur fideliter iuvabo. (4) Et do veram pacem domino pape Calixto sancteque Romane ecclesie et omnibus qui in parte ipsius sunt vel fue- runt. (5) Et in quibus sancta Romana ecclesia auxilium postulaverit, fideliter iuvabo et, de quibus mihi fecerit querimoniam, debitam sibi faciam iusticiam. Hec omnia acta sunt consensu et consilio principum quorum nomina subscripta sunt: Adelbertvs archiepiscopus Mogontinus, F. Coloniensis archiepiscopus, H. Ratisbonensis episcopus, O. Bauenbergensis episcopus, B. Spirensis episcopus, H.Augustensis, G. Traiectensis, Ŏ. Constanciensis, E. abbas Wldensis, Heinri- cus dux, Fridericus dux, S. dux, Pertolfus dux, marchio Teipoldvs, marchio En- gelbertus, Godefridus Palatinus, Otto Palatinus comes, Beringarius comes. † Ego Fridericvs Coloniensis archiepiscopus et archicancellarius recognovi.

Privilegio di Enrico V:

Io Enrico, per grazia di Dio imperatore augusto dei Romani, per - amore di Dio; della santa Chiesa romana e del signor papa Callisto e per la salvezza dell'anima mia, rimetto a Dio, ai santi apostoli di Dio Pietro e Paolo ed alla santa Chiesa cattolica ogni investitura con l'anello e col pa- storale e prometto che l’elezion esarà canonica e la consacrazione libera in tutte le chiese del mio regno e dell'Impero. Restituisco alla santa Chiesa romana i beni e i regalia del beato Pietro, a lei sottratti dall'inizio

di questa lotta fino ad oggi, dal tempo di mio padre al mio, ed attualmente in mio possesso; e se non sono in mio possesso mi adoprerò fedelmente perché vengano restituiti. Quanto ai beni delle altre chiese, dei principi e di altre persone, ecclesiastiche o laiche, andati perduti durante questa guerra, se sono in mio possesso, li restituirò secondo il consiglio dei principi e con tutta giustizia, altrimenti mi adoprerò scrupolosamente perché vengano restituiti. E do una vera pace al papa Callisto, alla santa Chiesa romana e a tutti coloro che sono o furono dalla sua parte. Ogniqualvolta la santa Chie- sa romana invocherà il mio aiuto, le sarò utile fedelmente e le farò ottenere la dovuta giustizia di ciò di cui si lamenterà.

La dichiarazione dell'imperatore è controfirmata dagli arcivescovi di Magonza e di Colo- nia, da sei vescovi, un abate e nove tra duchi marchesi e conti.

PRIVILEGIUM PONTIFICIS

Ego Calixtus episcopus servus servorum Dei tibi diletto filio Heinrico, Dei gratia Romanorum imperatori augusto, concedo electiones episcoporum et abbatum Teutonici regni, qui ad regnum pertinent, in praesentia tua fieri, absque simonia et aliqua violentia; ut si qua inter partes discordia emerserit, metropolitani et conprovincialium consilio vel iudicio, saniori parti assensum et auxilium prae- beas. Electus autem regalia per sceptrum a te recipiat et quae ex his iure tibi de- bet faciat. (2) Ex aliis vero partibus imperii consecratus infra sex menses regalia per sceptrum a te recipiat et quae ex bis iure tibi debet faciat; exceptis omnibus quae ad Romanam ecclesiam pertinere noscuntur. (3) De quibus vero mihi que- rimoniam feceris et auxilium postulaveris, secundum officii mei debitum auxi- lium tibi praestabo. (4) Do tibi veram pacem et omnibus qui in parte tua sunt vel fuerunt tempore huius discordiae.

Privilegio di Callisto II:

Io Callisto vescovo, servo dei servi di Dio, concedo a te, diletto figlio Enrico, per grazia di Dio imperatore augusto dei Romani, che le elezioni dei vescovi ed abati del regno teutonico, i qua- li appartengono al regno, abbiano luogo alla tua presenza, senza simonia e senza violenze. Sor- gendo qualche discussione tra le parti, darai il tuo assenso ed aiuto a quella più sana secondo il consiglio o la sentenza del metropolita e dei vescovi comprovinciali. L'eletto riceverà da te i rega- lia con lo scettro e adempirà gli obblighi, a cui è tenuto verso di te secondo il diritto. Nelle altre parti dell'Impero, il consacrato riceverà da te i regalia con lo scettro entro sei mesi ed adempirà gli obblighi, a cui è tenuto verso di te secondo il diritto, esclusi i regalia appartenenti alla Chiesa romana. Per tutto ciò di cui avrai da lamentarti e solleciterai il mio aiuto, secondo l’obbligo del- la mia carica ti presterò aiuto. Do la vera pace a te e a quelli che sono dalla tua parte o lo sono stati nel tempo di questa lotta.

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I COMUNI

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I comuni italiani visti da Ottone di Frisinga e Rahewino (1154, 1158)

Ottone vescovo di Frisinga (1115 circa-1158) e zio di Federico Barbarossa, scrisse i Gesta Fri- derici I imperatoris poco prima della morte e l'opera fu continuata dal suo cappellano Rahewino fino al 1160.

A) Opinione di Ottone sui comuni italiani (1154).

In civitatum quoque dispositione ac rei publicae conservatione antiquorum adhuc Romanorum imitantur sollertiam. Denique libertatem tantopere affectant, ut potestatis insolentiam fugiendo consulum potius quam imperantium regantur arbitrio. Cumque tres inter eos ordines, id est capi- taneorum, vavassorum, plebis, esse noscantur, ad reprimendam superbiam non de uno, sed de

singulis predicti consules eliguntur, neve ad dominandi libidinem prorumpant, singulis pene an- nis variantur. Ex quo fit ut, tota illa terra inter civitates ferme divisa, singulae ad commanendum secum diocesanos compulerint, vixque aliquis nobilis vel vir magnus tam magno ambitu inveni- ri queat, qui civitatis suae non sequatur imperium. Consueverunt autem singuli singula territoria ex hac comminandi potestate comitatus suos appellare. Ut etiam ad comprimendos vicinos ma- teria non careant, inferioris conditionis iuvenes vel quoslibet contemptibilium etiam mechanica- rum artium opifices, quos caeterae gentes ab honestioribus et liberioribus studiis tamquam pe- stem propellunt, ad miliciae cingulum vel dignitatum gradus assumere non dedignantur. Ex quo factum est, ut caeteris orbis civitatibus divitiis et potentia longe premineant. Iuvantur ad hoc non solum, ut dictum est, morum suorum industria, sed et principum in Transalpinis manere as- suetorum absentia. In hoc tamen antiquae nobilitatis immemores barbaricae fecis retinent ves- tigia, quod cum legibus se vivere glorientur, legibus non obsecuntur. Nam principem, cui volun-

tariam exhibere deberent subiectionis reverentiam, vix aut numquam reverenter suscipiunt si eius multi militis astipulatione coacti sentiant auctoritatem ...

...

ni-

Ottonis et Rahewini Gesta Friderici I imperatoris, II, 13, a cura di G. Waitz - B. De Simson, Hannover-Leipzig, 1912, pp. 116-117 (Monumenta Germaniae Historica, Scriptores rerum Germanicarum in usum scholarum, 46).

I latini imitano ancor oggi la saggezza degli antichi Romani nella struttura delle città e nel go- verno dello Stato. Essi amano infatti la libertà tanto che, per sfuggire alla prepotenza dell'autori- tà, si reggono con il governo di consoli anziché di signori. Essendovi tra essi tre ceti sociali, cioè quello dei grandi feudatari, dei valvassori e della plebe, per contenerne le ambizioni eleggono i predetti consoli non da uno solo di questi ordini, ma da tutti, e perché non si lascino prendere dalla libidine del potere, li cambiano quasi ogni anno. Ne viene che, essendo la terra suddivisa fra le città, ciascuna di esse costringe quanti abitano nella diocesi a stare dalla sua parte ed a stento si può trovare in tutto il territorio qualche nobile o qualche personaggio importante che non ob- bedisca agli ordini delle città. Esse hanno anche preso l'abitudine di indicare questi territori co- me loro «comitati», e per non mancare di mezzi con cui contenere i loro vicini, non disdegnano di elevare alla condizione di cavaliere e ai più alti uffici giovani di bassa condizione e addirittu- ra artigiani praticanti spregevoli arti meccaniche, che le altre genti tengono lontano come la peste dagli uffici più onorevoli e liberali. Ne viene che esse sono di gran lunga superiori a tutte le cit- tà del mondo per ricchezza e potenza. A tal fine si avvantaggiano non solo, come si è detto, per

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la saggezza delle loro istituzioni, ma anche per l'assenza dei sovrani, che abitualmente rimango- no al di là delle Alpi. In un punto tuttavia si mostrano immemori dell'antica nobiltà e rivelano i

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segni della rozzezza barbarica, cioè che mentre si vantano di vivere secondo le leggi, non obbe- discono alle leggi. Infatti mai o quasi mai accolgono con il dovuto rispetto il sovrano a cui do-

vrebbero mostrare volonterosa obbedienza forte esercito a riconoscerne l'autorità ...

...

a meno che non siano costretti dalla presenza di un

B) Rahevino descrive la città di Milano al tempo del primo assedio che vi pose l'imperatore Federico

(1158).

De civitatis ipsius situ ac moribus cum superiore libro mentio fuerit, id adiciendum videtur, quod campi planitie undique conspicua, natura loci latissima. Ambitus eius supra centena stadia circum- venitur. Muro circumdatur, fossa extrinsecus late patens, aquis piena vice amnis circumfluit, quam priori anno primitus ob metum futuri belli, multis invitis et indignantibus, consul eorum provide fe- cerat. Turrium proceritate non tam ut aliae civitates student. Nam in multitudine atque fortitudine tam sua quam sibi confederatarum civitatum confidentes impossibile arbitrati sunt a quoquam re- gum seu imperatorum suam civitatem posse claudi obsidione. Unde factum est, ut civitas haec ini- mica regibus ab antiquo fuisse dicatur, hac usa temeritate, ut semper rebellionem principibus suis moliens scismate regni gauderet et geminorum potius dominorum quam unius super se iuste re- gnantis affectaret principatum, ipsa levis et utriusque ridens fortunam nec in hac nec in illa parte fi- dem haberet. Huius rei si quis exempla desiderat, ad Leoprandum*, qui gesta Longobardorum subnotavit, recurrat.

Ottonis et Rahewini Gesta Friderici I imperatoris, III, 27, p. 210.

Del luogo e dei costumi di questa città abbiamo già parlato nel precedente libro. Qui dobbiamo aggiungere che tutt'intorno è circondata da una pianura coltivata che per natura è amplissima. Il suo circuito è più di 100 stadi, è circondata da mura, dalla parte di fuori ha un ampio fossato col- mo d'acqua che scorre come un fiume, che nell'anno precedente per timore della guerra futura il loro console aveva fatto fare malgrado le opposizioni di molti. Non hanno torri alte come tante al- tre città; infatti per la moltitudine e la fortezza loro e delle città a loro confederate, con molta fi- ducia avevano pensato che la loro città mai avrebbe potuto essere assediata da un re o da un im- peratore. Di conseguenza avvenne che questa città fin dal tempo più antico fosse nemica ai suoi re e che temerariamente macchinando ribellioni contro i suoi principi, godesse delle divisioni del re- gno e preferisse avere sopra di sé l’autorità di due sovrani, piuttosto che di uno e ridendosi dell'u- no e dell'altro incapaci di farsi valere non serbava fede né a una parte né all'altra. Di queste cose, chi vuole un esempio, ricorra a Liutprando* che ha scritto le gesta dei Longobardi.

* Liutprandi Cremonensis Antapodosis, Monumenta Germaniae Historica in usum scholarum, a cura di I. Becker, Hannover-Leipzig, 1915, I, 37.

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La vittoria di Legnano (1176)

Il momento risolutore della crisi apertasi fra le città dell'Italia settentrionale riunitesi nella Le- ga Lombarda e Federico Barbarossa fu la battaglia combattuta la mattina del 29 maggio 1176 nei campi fra Legnano e Busto Arsizio. Dopo un primo scontro in cui le milizie della Lega sta- vano per soccombere, la lotta si risolse attorno al carroccio - simbolo delle libertà cittadine - dove pare che lo stesso imperatore fosse accorso per animare i suoi soldati. La vittoria fu della Lega che aveva impiegato milizie cittadine impegnate a difendere le loro città. Inorgogliti dalla vittoria i Milanesi la annunciarono, con una lettera altisonante ai Bolognesi.

MEDIOLANENSES BONONIENSIBUS VICTORIAM ET AB HOSTIBUS LIBERATIONEM

Notum sit vobis nos ab hostibus gloriosum reportasse triumphum. Interfectorum vero submer- sorum captivorum non est numerus. Scutum imperatoris vexillum crucem et lanceam habemus. Aurum et argentum multum in clitellis eius repperimus et spolia hostium accepimus quorum esti- mationem non credimus a quoquam posse definiri. Que quidem nostra non reputamus sed ea do- mini Pape et Italicorum communia esse desideramus. Captus est in prelio Dux Bertoldus et nepos Imperatricis et frater Coloniensis Archiepiscopi. Aliorum autem infinitas captivorum numerum excludit, qui omnes Mediolani detinentur ...

I MILANESI COMUNICANO AI BOLOGNESI LA VITTORIA E LA LIBERAZIONE DAI NEMICI.

Abbiamo riportata gloriosa vittoria sui nemici. Ne abbiamo uccisi, annegati, fatti prigionieri un grandissimo numero. Siamo in possesso dello scudo, dello stendardo, della croce e della lancia dell'Imperatore; nelle di lui casse trovammo molto oro ed argento, riportammo tante spoglie che non se ne può dire il valore. Ma noi non ce le appropriamo, anzi le reputiamo in comune col Papa e con le città d'Italia. Nel combattimento fu preso il Duca Bertoldo, un nipote dell'imperatrice ed un fratello dell'arcivescovo di Colonia. Degli altri prigionieri è infinito il numero e sono detenuti in Milano ...

Traduzione di Vignati, Storia diplomatica della Lega Lombarda, ed. anast. dell'ed. del 1866, con prefazione e aggiornamento bibliografico di R. Manselli, Torino, 1966, pp. 281-282.

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La pace di Costanza (1183)

La pace di Costanza concluse a sette anni dalla battaglia di Legnano un trentennio di guerre e di attività diplomatiche fra le città e l'Impero. Durante questo periodo i comuni avevano messo a dura prova il loro sistema di governo che era stato collaudato dalle necessità della guerra. Con la pace di Costanza i comuni acquisivano — dietro il pagamento di un canone annuo — il godimento delle regalìe, su cui si erano accese le dispute fin dalla seconda dieta di Roncaglia (1158) e che avevano dato origine alla guerra. Le regalie - cioè i diritti regi - comprendevano anche la libertà di eleggere i propri magistrati per l amministrazione della giustizia e per reg- gere gli organi comunali. Inoltre con la pace di Costanza le città potevano mantenere la Lega e concludere quelle altre alleanze che avessero ritenuto opportuno; potevano intervenire sulle opere di fortificazione della città e infine ottenevano anche il riconoscimento delle leggi locali che a poco a poco avevano cominciato a formulare, che venivano così inserite nelle strutture giuridiche dell'Impero. L'Impero conseguiva anch'esso notevoli vantaggi dalla pace, poiché i comuni, con il pagamento del canone annuo e del fodro - cioè una tassa che veniva applicata ogni volta che l'imperatore veniva in Italia per il mantenimento suo e del suo seguito -, ne riconoscevano l'autorità e in tal modo veniva restaurata la legalità che la lunga lotta era stata sul punto di spezzare.

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In nomine sancte et individue Trinitatis, Fridericus divina favente clementia Romanorum im- perator augustus et Henricus sextus filius eius Romanorum rex augustus ...

Ea propter cognoscat universitas fidelium imperii tam presentis etatis quam successure poste- ritatis, quod nos solita benignitatis nostre gratia ad fidem et devotionem Lombardorum, qui aliquando nos et imperium nostrum offenderant, viscera nobis innate pietatis aperientes, eos et societatem ac fautores eorum in plenitudinem gratie nostre recepimus, offensas omnes et cul- pas, quibus nos ad indignationem provocaverant, clementer eis remittentes eosque propter fi- delia devotionis sue servitia, que nos ad eis credimus certissime recepturos, in numero dilec- torum fidelium nostrorum computandos censemus. Pacem itaque nostram, quam eis clementer indultam concessimus, presenti pagina iussimus subterscribi et auctoritatis nostre sigillo communiri. Cuius hic est tenor et series:

Nos Romanorum imperator Fridericus et filius noster Henricus Romanorum rex concedimus vobis civitatibus, locis et personis societatis regalia et consuetudines vestras tam in civitate

quam extra civitatem

in perpetuum, videlicet ut in ipsa civitate omnia habeatis, sicut

... hactenus habuistis vel habetis; extra vero omnes consuetudines sine contradictione excercea- tis, quas ab antiquo exercuistis vel exercetis: scilicet in fodro et nemoribus et pascuis et pon- tibus, aquis et molendinis, sicut ab antiquo habere consuevistis vel habetis, in exercitu, in mu- nitionibus civitatum, in iurisdictione, tam in criminalibus causis quam in pecuniariis, intus et extra, et in ceteris que ad commoditatem spectant civitatum ... In civitate illa, in qua episcopus per privilegium imperatoris vel regis comitatum habet, si consules per ipsum episcopum consulatum recipere solent ab ipso recipiant, sicut recipere consueverunt; alioquin unaqueque civitas a nobis consulatum recipiet. Consequenter, prout in singulis civitatibus consules constituentur a nuntio nostro, qui sit in civitate vel episcopatu, investituram recipient, et hoc usque ad quinquennium. Finito quinquennio unaqueque civitas mittat nuntium ad nostram presentiam pro recipienda investitura, et sic in posterum, videlicet ut finitis singulis quinquenniis a nobis recipiant et infra quinquennia a nuntio nostro, sicut dictum est, nisi in Lombardia fuerimus. Tunc enim e nobis recipient. Eadem observentur in successore nostro. Et omnes investiture gratis fiant ... Cum autem nos imperator divina vocatione decesserimus vel regnum filio nostro concesseri- mus, simili modo a filio nostro vel eius successore investituram recipietis.

In causis appellationum si quantitas XXV libras imperialium excesserit, appellatio ad nos

fiat ...

sed nos habebimus proprium nuntium in civitate vel episcopatu, qui de ipsa appellatione

cognoscat et iuret, quod bona fide causas examinabit et diffiniet secundum mores et leges illius civitatis infra duos menses a contestatione litis vel a tempore appellationibus recepte, nisi iusto impedimento vel consensu utriusque partis remanserit ... Moram superfluam in civitate vel episcopatu pro damno civitatis non faciemus. Civitates munire et extra munitiones eis facere liceat. Item societatem, quam nunc habent, tenere et, quotiens voluerint, renovare eis liceat ... Possessiones, quas quisquis de societate ante tempus guerre iuste tenebat, si per vim ablate sunt ab his qui non sunt de societate, sine fructibus et dampno restituantur; vel si eas recuperaverit, quiete possideat, nisi per electos arbitros ad cognitionem regalium nobis assignentur ... Omnes de societate, qui fidelitatem nobis iurabunt, in sacramento fidelitatis adicient, quod pos- sessiones et iura, que nos in Lombardia habemus et possidemus extra societatem, iuvabunt nos bona fide manutenere, si opus fuerit et super hoc per nos vel certum nuntium nostrum requisiti fuerint, et si amiserimus, recuperare; ita videlicet quod finitime civitates obnoxie sint principaliter ad hoc faciendum, et si opus fuerit, alie teneantur ad competens auxilium prestandum. Civitates de societate que sunt extra Lombardiam in suo confinio similiter teneantur facere. Si qua vero civitatum ea, que in conventione pacis ex parte nostra statuta sunt, non observaverit, cetere civitates eam ad id observandum bona fide compellent, pace nichilominus in suo robore permanente. Nobis intrantibus in Lombardiam fodrum consuetum et regale qui solent et debent et quando so- lent et debent prestabunt. Et vias et pontes bona fide et sine fraude et sufficienter reficient in eun- do et redeundo. Mercatum sufficiens nobis et nostris euntibus et redeuntibus bona fide et sine fraude prestabunt. In omni decimo anno fidelitates renovabunt in his qui nobis non fecerint, cum nos petierimus vel per nos vel per nostrum nuntium ...

in Monumenta Germaniae Historica, Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, a cura di L. Weiland, Hannover-Leipzig, 1893, n. 293.

Pace di Costanzza (1183)

In nome della santa ed individua Trinità. Federico per divina clemenza Imperatore dei Romani Augusto e suo figlio Enrico Re dei Romani Augusto ...

Perciò sappiano tutti i fedeli dell'Impero presenti e futuri, che noi per consueta benignità della no- stra grazia, aprendo le viscere della nostra innata pietà alla fede ed all'ossequio dei Lombardi, i quali s'erano levati contro di noi e dell'Impero, li abbiamo ricevuti nella nostra grazia con la so- cietà loro ed i loro fautori; che noi clementi condoniamo loro tutte le offese e le colpe con le quali avevano provocato la nostra indignazione e che, avuto riguardo ai servigi di leale affetto che noi speriamo da loro, giudichiamo di annoverarli tra i nostri diletti e fedeli sudditi. Per tanto abbiamo comandato di sottoscrivere e di confermare col sigillo della nostra autorità la pace che nella presente pagina abbiamo loro benignamente accordata. Tale ne è il tenore e la se- rie:

Noi Federico imperatore dei Romani ed il nostro figlio Enrico re dei Romani concediamo a voi

città, terre e persone della Lega le regalie e le consuetudini vostre tanto in città che fuori

Che

... nella città abbiate ogni cosa come avete avuto sin qui ed avete, fuori poi esercitiate senza nostra contraddizione tutte le consuetudini come avete sino ad oggi esercitate. Ciò sul fodro, sui boschi, sui pascoli, sui ponti, sulle acque e mulini come usaste ab antico o fate ora nel formare esercito, nelle fortificazioni delle città, nella giurisdizione, così nelle cause criminali come pecuniarie entro e fuori, ed in tutte le altre cose che appartengono agli utili delle città ...

In quella città nella quale il vescovo per privilegio dell'imperatore o del re ha la contea, se i con- soli sogliono ricevere il consolato dallo stesso vescovo, lo ricevano da lui. In caso diverso cia- scuna città riceverà da noi il consolato. Conseguentemente, come nelle singole città saranno costi- tuiti, i consoli riceveranno l'investitura dal nostro nunzio che sia nella città o nella diocesi, fino ad un quinquennio. Finito il quinquennio, ciascuna città mandi un nunzio a ricevere l'investitura da noi, e così di seguito in modo che ogni quinquennio ricevano l'investitura da noi o dal nostro nun- zio, se non fossimo noi in Lombardia. Allora infatti la riceveranno da noi. Queste stesse cose sia- no osservate col nostro successore. E tutte le investiture si facciano gratuitamente ... Quando noi imperatore per divina chiamata fossimo morti od avessimo ceduto il regno a nostro figlio, in simile modo da nostro figlio o dal suo successore riceverete l'investitura.

Si faccia appello a noi nelle cause che sorpassano la somma di

venticinque lire

..

;

pure nessuno

deve essere costretto ad andare in Germania, ma noi avremo un nostro nunzio nella città o episco- pato che abbia conoscenza di quell'appello e giuri che in buona fede esaminerà e definirà le cause secondo i costumi e le leggi di quella città ed entro due mesi dalla contestazione della lite o dal tempo che ricevette l'appello, se non sarà rimasto per giusto impedimento o per consenso delle parti ... Non faremo dimora non necessaria nelle città e nelle diocesi a danno di nessuna città. Sia lecito alle città di fortificarsi e fare fortilizi anche fuori. E potranno conservare la societas [Lega] che ora hanno, e revocarla quando loro piaccia ... Quei possessi che ciasuno della societas [Lega] teneva legittimamente prima del tempo della guerra e che furono violentemente rapiti da quelli che non sono della societas [Lega], siano resti- tuiti senza compenso di frutti e danni, e se vennero ricuperati non ne sia inquietato il possessore, ad eccezione che gli arbitri eletti al riconoscimento delle regalle non li assegnino a noi ... Tutti quelli della societas [Lega] che ci giureranno fedeltà aggiungeranno fedelmente nel giura- mento, che ci aiuteranno a mantenere i possedimenti e diritti che abbiamo e teniamo in Lombardia fuori della societas [Lega] ed a recuperarli se li avessimo perduti, e ciò se sarà necessario e saran-

no richiesti da noi per mezzo di un nostro messo sicuro. Ovviamente in modo tale che le città più vicine al luogo dove occorre l'aiuto siano le prime obbligate a prestarlo, le altre all'uopo mandino competente soccorso. Le città della societas [Lega] fuori di Lombardia abbiano il medesimo ob- bligo nei loro confini.

Se qualche città non osserverà quelle cose che nella convenzione di pace furono convenute a no- stro favore, sarà costretta in buona fede all'osservanza dalle altre città, e, ciò non ostante, la pace resterà nel suo pieno vigore.

Quando noi entreremo in Lombardia quegli che sogliono e devono ci daranno nel tempo che so- gliono e devono il consueto fodro regale. E restaureranno sufficientemente in buona fede e senza frode le vie ed i ponti all'andata e al ritorno. A noi e ai nostri offriranno in buona fede e senza fro- de sufficiente vettovaglia per l andata e il ritorno. In ogni decimo anno rinnoveranno le fedeltà per quelle cose che non ci avranno fatte, quando noi

'

lo richiederemo o per noi o direttamente o per nostri

nunzi ...

Traduzione di Vignati, in Storia diplomatica della Lega Lombarda, pp. 375-381

(rivista).

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Gli Hohenstaufen

ENRICO IV DI FRANCONIA

ENRICO V

AGNESE

97 Gli Hohenstaufen ENRICO IV DI FRANCONIA ENRICO V AGNESE sposa FEDERICO I IL VECCHIO (m.

sposa FEDERICO I IL VECCHIO (m. 1105) nel 1179 e porta in dote il ducato di Svevia

FEDERICO II IL GUERCIO primogenito, m. 1147 Sposa Giuditta di Baviera, sorella di Enrico il Superbo

CORRADO III

1142-1152

FEDERICO I BARBAROSSA

FILIPPO

1152-1190

m. 1208

ENRICO VI

ENRICO VI sposa Costanza d’Altavilla, m. 1198

sposa Costanza d’Altavilla, m. 1198

1190-1197

FEDERICO RUGGIERO = FEDERICO II n. 1194 – m. 1250 1208 re di Sicilia, 1220 imperatore

ENRICO

CORRADO IV

1250-1254

MANFREDI re di Sicilia 1258-1266

CORRADINO m. 1168

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8

ca 1200

PL 216, coll. 1024 ss

Deliberazione del signor papa Innocenzo sulla questione dell'impero intorno ai tre eletti

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. È interesse della Sede Apostolica trattare diligentemente e prudentemente di quanto serve all'impero romano, poiché è noto che ad essa l'impero appartiene in origine ed alla fine : in origine, perché tramite essa e per essa fu traslato dalla Grecia, tramite essa stessa attrice della traslazione, per meglio difendere essa stessa; alla fine, poiché l'imperatore riceve la finale o ultima imposizione della mano della propria promozione dal sommo pontefice, quando da lui è benedetto, incoronato ed investito dell'impero. Ed Enrico, riconoscendo pienamente ciò, dopo aver preso la corona dal nostro predecessore di buona memoria papa Celestino [III] e dopo essersi allontanato un po', chiese di essere investito dell'impero dallo stesso con la palla d'oro. Come dunque da poco tre sono stati eletti re, il bambino, Filippo ed Ottone, così bisogna attendere a tre cose rispetto i singoli, che cosa sia lecito, che cosa sia giusto, che cosa sia conveniente.

La decisione di Innocenzo III, come è noto, fu a favore di Ottone di Brunswich.

Innocenzo III

SICUT UNIVERSITATIS CONDITOR

30 ottobre 1198

Prima collectio decretalium Innocentii III

Ex tribus primis Regestorum ejus libris composita a Rainerio diacono et monacho Pomposiano, nunc primum in lucem edita ex vetustissimo codice ms. S. Theodorici Remensis. (Baluz. Epist. In- nocentii III, t. I, p. 543.)

[Col. 1186A] Sicut universitatis conditor Deus duo magna luminaria in firmamento coeli constituit, luminare maius ut praeesset diei, et luminare minus ut praeesset nocti, sic ad firmamentum univer- salis Ecclesiae, quae coeli nomine nuncupatur, duas magnas instituit dignitates, maiorem quae quasi diebus animabus praeesset, et minorem, quae quasi noctibus praeesset corporibus, quae sunt ponti- ficalis auctoritas et regalis potestas. Porro sicut luna lumen suum a sole sortitur, quae revera minor est illo quantitate simul et qualitate, situ pariter et effectu, sic regalis potestas ab auctoritate pontifi- cali suae sortitur dignitatis splendorem; cuius conspectui [Col. 1186B] quanto magis inhaeret, tanto maiori lumine decoratur, et quo plus ab eius elongatur aspectu, eo plus deficit in splendore. Utraque vero potestas sui primatus sedem in Italia meruit obtinere, quae dispositione divina super universas provincias obtinuit principatum. Et ideo licet ad universas provincias nostrae provisionis aciem ex- tendere debeamus, specialiter tamen Italiae paterna nos convenit sollicitudine providere, in qua Christianae religionis fundamentum existit, et per apostolicae sedis primatum sacerdotii simul et re- gni praeeminet principatus. Dat. Laterani III Kalendas novembris.

Come Dio, creatore dell’universo, ha stabilito due grandi luminari nel firmamento del cielo, il lumi- nare più grande per presiedere al giorno e il luminare più piccolo per presiedere alla notte, così nel firmamento della Chiesa universale, che viene indicata col nome di cielo, ha istituito due grandi di- gnità, la maggiore che, quasi come ai giorni, presiedesse alle anime, e la minore che, quasi come al- le notti, presiedesse ai corpi, cioè l’autorità pontificia ed il potere regale. Quindi come la luna riceve la sua luce dal sole, ed essa infatti è minore di quello in quantità e qualità, posizione ed efficacia, così il potere regale riceve lo splendore della sua dignità dall’autorità pontificia; quanto più è legato al suo cospetto, da tanta maggiore luce è decorato, e quanto più si allontana dalla sua presenza, tan- to più manca di splendore. Entrambi questi poteri hanno meritato di ottenere la sede del loro prima- to in Italia, che per disposizione divina ottenne il principato su tutte le province. E perciò, anche se dobbiamo estendere la forza della nostra attenzione a tutte le province, tuttavia conviene che prov- vediamo con paterna sollecitudine specialmente all’Italia, nella quale sta il fondamento della reli- gione cristiana ed attraverso il primato della sede apostolica si esalta il principato sia del sacerdozio sia del regno. Dato in Laterano, il terzo giorno prima delle calende di novembre.

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Anno 1200

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Bonifacio VIII

Unam sanctam (18. 11. 1302)

  • (a) Unam sanctam ecclesiam catholicam et ipsam apostolicam urgente fide credere cogimur et tene- re, nosque hanc firmiter credimus et simpliciter confitemur, extra quam nec salus est, nec remissio peccatorum, sponso in Canticis (cf. Cant. VI,8) proclamante: «Una est columba mea, perfecta mea. Una est matris sue, electa genetrici sue»; que unum corpus mysticum representat, cuius (corporis) caput Christus Christi vero Deus. In qua unus Dominus, una fides, unum baptisma. Una nempe fuit diluvii tempore arca Noe, unam ecclesiam prefigurans, que in uno cubito consummata unum, Noe videlicet, gubernatorem habuit et rectorem, extra quam omnia subsistentia super terram legimus fuisse deleta. Hanc autem veneramur et unicam, dicente Domino in Propheta: «Erue a framea, Deus, animam meam (cf. Psalm. XXI,21), et de manu canis unicam meam». Pro anima enim, id est pro se ipso, capite simul oravit et corpore, quod corpus unicam scilicet ecclesiam nominavit, propter spon- si, fidei, sacramentorum et caritatis ecclesie unitatem. Hec est tunica illa Domini inconsutilis , que scissa non fuit, sed sorte provenit. Igitur ecclesie unius et unice unum corpus, unum caput, non duo capita, quasi monstrum, Christus videlicet et Christi vicarius Petrus, Petrique successor, dicente Domino ipsi Petro: «Pasce (Ioa. XXI,17) oves meas». Meas, inquit, et generaliter, non singulariter has vel illas: per quod commisisse sibi intelligitur universas.

  • (b) Sive ergo Greci sive alii se dicant Petro eiusque successoribus non esse commissos: fateantur necesse (est) se de ovibus Christi non esse, dicente Domino in Ioanne, unum (Ioa. X,16) ovile et unicum esse pastorem. In hac eiusque potestate duos esse gladios, spiritualem videlicet et tempo- ralem, evangelicis dictis instruimur. Nam dicentibus Apostolis: «Ecce gladii duo hic», in ecclesia scilicet, quum apostoli loquerentur, non respondit Dominus, nimis esse, sed satis. Certe qui in pote- state Petri temporalem gladium esse negat, male verbum attendit Domini proferentis (Matth. XXVI,52). «Converte gladium tuum in vaginam». Uterque ergo (est) in potestate ecclesie, spiritua- lis scilicet gladius et materialis. Sed is quidem pro ecclesia, ille vero ab ecclesia exercendus. Ille sa- cerdotis, is manu regum et militum, sed ad nutum et patientiam sacerdotis. Oportet autem gladium esse sub gladio, et temporalem auctoritatem spirituali subiici potestati. Nam quum dicat Apostolus: «Non est potestas nisi a Deo; que autem (cf. Rom XIII,1) sunt, a Deo ordinata sunt», non autem or- dinata essent, nisi gladius esset sub gladio, et tanquam inferior reduceretur per alium in suprema. Nam secundum B. Dionysium lex divinatatis est infima per media in suprema reduci. Non ergo se- cundum ordinem universi omnia eque ac immediate, sed infima per media et inferiora per superiora ad ordinem reducuntur. Spiritualem autem et dignitate et nobilitate terrenam quamlibet precellere potestatem, oportet tanto clarius nos fateri, quanto spiritualia temporalia antecellunt. Quod etiam ex decimarum datione, et benedictione, et sanctificatione, ex ipsius potestatis acceptione, ex ipsarum rerum gubernatione claris oculis intuemur.

  • (c) Nam, veritate testante, spiritualis potestas terrenam potestatem instituere habet, et iudicare, si bona non fuerit. Sic de ecclesia et ecclesiastica potestate verificatur vaticinium Hieremie (Hier. I,10): «Ecce constitui te hodie super gentes et regna» et cetera, que sequuntur. Ergo, si deviat terre- na potestas, iudicabitur a potestate spirituali; sed, si deviat spiritualis minor, a suo superiori; si vero suprema, a solo Deo, non ab homine poterit iudicari, testante Apostolo (I. Cor. II,15): «Spiritualis homo iudicat omnia, ipse autem a nemine iudicatur». Est autem hec auctoritas, et si data sit homini, et exerceatur per hominem, non humana, sed potius divina (potestas), ore divino Petro data, sibique suisque successoribus in ipso, quem confessus fuit petra, firmata, dicente Domino ipsi Petro (Matth. XVI,19): «Quodcunque ligaveris etc.». Quicunque igitur huic potestati a Deo sic ordinate resistit, Dei ordinatione resistit, nisi duo, sicut Manicheus, fingat esse principia, quod falsum et hereticum iudicamus, quia testante Moyse (Gen. I,1), non in principiis, sed in principio coelum Deus creavit et terram. Porro subesse Romano Pontifici omni humane creature declaramus, dicimus, diffinimus et

pronunciamus omnino esse de necessitate salutis. Dat. Laterani, XIV Kal. Dec., Pont. nostri Anno VIII.

(a) Per imperativo della fede noi siamo costretti a credere ed a ritenere, che vi è una sola Santa Chiesa Cattolica ed Apostolica, e noi fermamente la crediamo e professiamo con semplicità, e non c’è né salvezza né remissione dei peccati fuori di lei - come lo Sposo proclama nel Cantico: «Una sola è la mia colomba, la mia perfetta; unica alla madre sua, senza pari per la sua genitrice». Essa rappresenta l'unico corpo mistico, il cui capo è Cristo, e (quello) di Cristo è Dio, e in esso c’è un so- lo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Una sola infatti fu l'arca di Noè al tempo del diluvio, che prefigurava l'unica Chiesa; ed era stata costruita da un solo braccio, ebbe un solo timoniere e un solo comandante, ossia Noè, e noi leggiamo che fuori di essa furono sterminati tutti gli esseri esi- stenti sulla terra. Questa (Chiesa) noi veneriamo, e questa sola, come dice il Signore per mezzo del Profeta: «Libera, o Signore, la mia anima dalla lancia e dal furore del cane, l'unica mia». Egli pre- gava per l'anima, cioè per Se stesso - per la testa e il corpo nello stesso tempo - il quale corpo preci- samente Egli chiamava l'unica Chiesa, a causa dell'unità dello Sposo, della fede, dei sacramenti e della carità ecclesiale. Questa è quella veste senza cuciture del Signore, che non fu tagliata, ma data in sorte. Dunque la Chiesa sola e unica ha un solo corpo, un solo capo, non due teste come se fosse un mostro, cioè Cristo e Pietro, vicario di Cristo e il successore di Pietro, perché il Signore disse a Pietro: «Pasci le mie pecorelle». «Le mie», Egli disse, parlando in generale e non in particolare di queste o quelle, dal che si capisce, che gliele affidò tutte. (b)Se quindi i greci o altri dicono di non essere stati affidati a Pietro e ai suoi successori, devono per forza confessare di non essere tra le pecorelle di Cristo, perché il Signore dice in Giovanni che c’è un solo gregge e un (solo e) unico pastore. Proprio le parole del vangelo ci insegnano che in questa Chiesa e nella sua potestà ci sono due spade, cioè la spirituale e la temporale, perché, quando gli Apostoli dissero: «Ecco qui due spade» - che significa nella Chiesa, dato che erano gli Apostoli a parlare - il Signore non rispose che erano troppe, ma che erano sufficienti. E chi nega che la spada temporale appartenga a Pietro, ha malamente interpretato le parole del Signore, quando dice: «Ri- metti la tua spada nel fodero». Quindi ambedue sono nel potere della Chiesa, la spada spirituale e quella materiale. Però quest'ultima deve essere esercitata in favore della Chiesa, l'altra direttamente dalla Chiesa; la prima dal sacerdote, l'altra dalle mani dei re e dei cavalieri, ma agli ordini e sotto il controllo del sacerdote. Poi é necessario che una spada sia sotto l'altra e che l'autorità temporale sia soggetta a quella spirituale. Perché quando l'Apostolo dice: «Non c’è potere che non venga da Dio e quelli che sono, sono disposti da Dio», essi non sarebbero disposti se una spada non fosse sottopo- sta all'altra, e, come inferiore, non fosse dall'altra ricondotta a nobilissime imprese. Poiché secondo san Dionigi è legge da Dio, che l'inferiore sia ricondotto per l'intermedio al superiore. Dunque le cose non sono ricondotte al loro ordine alla pari e immediatamente, secondo la legge dell'universo, ma le infime attraverso le intermedie e le inferiori attraverso le superiori. Che il potere spirituale supera in dignità e nobiltà tutti quelli terreni dobbiamo proclamarlo tanto più apertamente quanto lo spirituale eccelle sul temporale. Il che, invero, noi possiamo chiaramente constatare con i nostri oc- chi dal versamento delle decime, dalla benedizione e santificazione, dal riconoscimento di tale pote- re e dall'esercitare il governo sopra le medesime. (c) Poiché la Verità attesta che la potestà spirituale ha il compito di istituire il potere terreno e, se non si dimostrasse buono, di giudicarlo. Così si avvera la profezia di Geremia riguardo la Chiesa e il potere della Chiesa: «Ecco, oggi Io ti ho posto sopra le nazioni e sopra i regni» e le altre cose che seguono. Se dunque il potere terreno devia, sarà giudicato dall'autorità spirituale; se poi il potere spirituale inferiore degenera, sarà giudicato dal suo superiore; ma se è quello spirituale supremo, potrà essere giudicato solamente da Dio e non dall'uomo, come afferma l'Apostolo: «L'uomo spiri- tuale giudica tutte le cose; ma egli stesso non viene giudicato da nessuno». Questa autorità infatti, benché conferita ad un uomo ed esercitata da un uomo, non è umana, ma piuttosto divina, attribuita per bocca di Dio a Pietro, e resa intangibile per lui e per i suoi successori in colui che egli, la pietra, aveva confessato, quando il Signore disse allo stesso Pietro: «Qualunque cosa tu legherai ecc.». Perciò chiunque si oppone a questo potere istituito da Dio, si oppone all’ordine di Dio, a meno che

non pretenda come i manichei che ci sono due princìpi, il che noi giudichiamo falso ed eretico, per- ché - come dice Mosè - non nei principii, ma nel principio Dio creò il cielo e la terra. Di conseguen- za noi dichiariamo, stabiliamo, definiamo ed affermiamo che è assolutamente necessario alla sal- vezza di ogni creatura umana che essa sia sottomessa al Romano Pontefice. Data in Laterano, quat- tordicesimo giorno prima delle calende di dicembre, nell'ottavo anno del Nostro Pontificato.

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Marsilio da Padova

Enciclopedie on line Treccani

Politico e teologo (n. Padova tra il 1275 e il 1280 - m. Monaco di Baviera tra il 1342 e il 1343), fi- glio di Bonmatteo dei Mainardini, notaio dell'università di Padova. Svolse studî di medicina a Pa- dova, in un ambiente dominato dalla figura di Pietro d'Abano, conseguendo il dottorato. Recatosi a Parigi, si iscrisse alla facoltà delle Arti divenendone maestro e in seguito rettore (1313). Qui scrisse l'opera sua maggiore, il Defensor pacis (1324), e strinse rapporti con i maestri averroisti, in partico- lare con Giovanni di Jandun. Venne altresì in contatto con la dottrina della povertà evangelica so- stenuta dagli Spirituali francescani, alcuni dei quali, come Guglielmo di Occam, Michele da Cese- na, Bonagrazia da Bergamo, trovarono rifugio alla corte dell'imperatore Ludovico IV il Bavaro (n. 1282 –m. 1347, fu duca di Baviera dal 1294, Rex Romanorum dal 1314 e Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1328), dove, dopo la condanna pontificia del Defensor pacis, anch'egli riparerà. Nella sua opera Marsilio intende svolgere un'analisi razionale della natura del potere politico, con- siderando non le varie forme di governo (come Aristotele nella Politica), ma le strutture stesse dell'organizzazione politica, il legislatore, la legge, il governo. La "totalità dei cittadini" (universitas civium) è la fonte unica della legge (legislator); il governo è l'espressione della totalità dei cittadini che lo elegge e ne controlla gli atti. Il governo quindi non è fonte di diritto, ma è sottoposto alla col- lettività. La legge, peraltro, non trae la sua forza da un principio naturale o divino, ma esclusiva- mente dalla volontà dei cittadini o nella loro totalità, dai sapienti agli artigiani, o nella "parte più va- lente" (valentior pars), lasciando fuori chi per natura è incapace di deliberare. In questa prospettiva, certamente originale, la legge trae valore dal suo essere tale, legge positiva, espressione di una vo- lontà collettiva, imposta per il "bene vivere" della collettività. Il corpo politico è autonomo nell'im- porre la legge, nettamente distinto dalla Chiesa, collettività dei fedeli che non può esercitare alcun potere positivo, (contro la tesi canonistica della "pienezza dei poteri" del pontefice), né può posse- dere beni terreni (secondo quanto insegnavano i maestri francescani vicini a Marsilio). La Chiesa è la "totalità dei fedeli" (universitas fidelium) e ad essa spettano il controllo sull'autorità ecclesiastica, l'elezione dei sacerdoti e del papa (attraverso il concilio cui anche i laici devono prendere parte). Così radicalmente distinti, Chiesa e Stato sono autonomi nelle loro sfere: alla Chiesa spetta il com- pito di ammaestrare, ma non di scomunicare; allo Stato o Impero quello di esercitare il potere poli- tico nella persona dell'imperatore; all'imperatore compete anche il supremo controllo sulla confor- mità degli atti papali alle decisioni conciliari e alla fede. Di queste sue teorie Marsilio tentò anche una pratica realizzazione allorché, sceso in Italia al seguito di Ludovico il Bavaro nel 1327, orga- nizzò la cerimonia dell'11 gennaio 1328 in cui l'imperatore ricevette le insegne del potere dalle mani di Sciarra Colonna, rappresentante del popolo romano; e ancora quando ispirò i documenti imperiali che dichiaravano deposto Giovanni XXII e nominavano l'antipapa Niccolò V. Tornato in Germania, Marsilio compose anche il De iurisdictione imperatoris in causis matrimonialibus, poi rifuso nel Defensor minor (1342), e il De traslatione imperii.

Dal Defensor pacis

(Il difensore della pace, a c. di C. Vasoli, Torino, UTET, 1960)

Diciamo dunque, d'accordo con la verità e l'opinione di Aristotele, nella Politica, li- bro III, capitolo VI, che il legislatore, o la causa prima ed efficiente della legge, è il popolo, o l'intero corpo dei cittadini, o la sua parte "prevalente" (pars valentior) me- diante la sua elezione o volontà espressa con parole nell'assembrea generale dei citta- dini, che comanda che qualcosa sia fatto o non fatto nei riguardi degli atti civili uma- ni, sotto la minaccia di una pena o punizione temporale. Con il termine "parte prevalente" intendo prendere in considerazione non solo la quantità, ma anche la qualità delle persone in quella comunità per la quale viene isti- tuita la legge; e il suddetto corpo dei cittadini o la sua parte prevalente è appunto il legislatore, sia che faccia la legge da se stesso o invece ne attribuisca la funzione a qualche persona o persone, le quali però non sono né possono essere il legislatore in senso assoluto, ma lo sono invece solo in senso relativo e per un periodo di tempo particolare e secondo l'autorità del primo legislatore. E dico poi in conseguenza di questo che le leggi e qualsiasi altra cosa stabilita per mezzo di elezione debbono rice- vere la loro necessaria approvazione da parte della stessa autorità di prima e non di qualche altra, checché ne sia di certe cerimonie o solennità che non sono necessarie per l'«essere» (esse) delle cose elette, ma sotanto per il loro «essere bene» (bene es- se), poiché l'elezione non sarebbe certo meno valida anche se non venissero compiute queste cerimonie. Inoltre, alle leggi e alle altre cose stabilite per mezzo di elezioni debbono essere ap- portate aggiunte, sottrazioni, mutamenti totali, interpretazioni e sospensioni solo da parte di questa stessa autorità e solo in quanto le esigenze di tempo o di luogo o le al- tre circostanze rendano opportuna qualcuna di queste azioni per il vantaggio comune. E le leggi debbono essere promulgate e proclamate dopo la loro istituzione, sempre da parte di questa autorità, in modo che nessun cittadino o straniero, che manchi di osservarle, possa essere scusato per la sua ignoranza.

Bolla "Licet iuxta doctrinam" di Giovanni XXII (1316-1334) al vescovo di Worcester, sugli errori di Marsilio da Padova

23 ott. 1327

Questa bolla respinge gli errori di un regalismo estremo contenuti nel Defensor pacis del maestro parigino Marsilio da Padova. L’opera fu terminata nel 1324, ma pubbli- cata solo nel 1326. Si è incerti se Giovanni de Janduno ne sia coautore. La bolla ri- porta gli asserti erronei non letteralmente, ma secondo il loro senso. Vengono elen- cati due volte: una volta nella parte principale della bolla e un po’ variati alla fine della bolla stessa. Essi vengono condannati in quest’ultima forma. Il testo qui ripor- tato presenta perciò questa seconda forma. Per comando di Benedetto XII il Defen- sor pacis fu di nuovo sottoposto a un esame, che Clemente VI concluse nell’anno 1343 respingendo 240 tesi.

Errori di Marsilio da Padova sulla costituzione della chiesa

Quello che si legge riguardo a Cristo nel Vangelo del beato Matteo [Mt 17,27], e cioè che lui stesso pagò il tributo a Cesare quando, a quelli che chiedevano una doppia dracma, ordinò di dare uno statere preso dalla bocca del pesce, questo lui fece non per condiscendenza e per la benevolenza della sua pietà, ma costretto da necessità. Il beato Pietro Apostolo non fu capo della chiesa più che ciascuno degli altri Aposto- li, e non ebbe maggiore autorità di quella che ebbero gli altri Apostoli, e Cristo non assegnò nessun capo alla chiesa, e non fece nessuno suo vicario. Spetta all’imperatore correggere e punire il papa, istituirlo e destituirlo.

Tutti i sacerdoti, sia il papa, sia un arcivescovo, sia un qualsiasi semplice sacerdote, hanno, in forza dell’istituzione di Cristo, uguale autorità e giurisdizione; quello poi che uno ha più di un altro, questo è secondo quanto l’Imperatore ha concesso in più o in meno, e, così come ha concesso, può anche revocare. Il papa o anche tutta la chiesa presa nel suo insieme, non può punire con punizione costrittiva nessun uomo, scellerato quanto si voglia, salvo che l’Imperatore non ne dia loro l’autorità.

[Censura: Gli articoli suddetti]

Noi dichiariamo, in forma di sentenza, in quanto

... contrari alla sacra Scrittura e nemici della fede cattolica, eretici, cioè conformi a ere- sia ed erronei, e così anche che i suddetti Marsilio e Giovanni sono eretici, o meglio manifesti e notori eresiarchi.

John Wyclif (1324 31 dicembre 1384)

Nacque nello Yorkshire da un casato di antico lignaggio che esercitava notevole influenza sul comprensorio di Wycliffe-on-Tees. Studiò presso il Queen's College di Oxford e divenne baccelliere e Magister Artium in filosofia e baccelliere e dottore in teologia; insegnò al Balliol College e fu guardiano della Canterbury Hall. Nel 1370 espresse i suoi dubbi sulla transustanziazione. Due anni dopo entrò al servizio di Giovanni di Gand , figlio di Edoardo III, che lo protesse contro i procedimenti

ecclesiastici, ma entrò in contrasto con la corte per le sue idee sull’eucaristia, per le condanne ecclesiastiche (1377 e 1382), e il suo atteggiamento ambiguo nella

rivolta dei contadini del 1381. Si ritirò allora nella sua

parrocchia di Lutterworth

dove morì il 31 dicembre 1384 in comunione con la Chiesa ed ebbe sepoltura ecclesiastica. Il Concilio di Costanza lo condannò per le sue tesi e lo ritenne ispiratore

delle tesi eretiche sostenute da Jan Hus, condannato al rogo dal medesimo concilio (1415). Nel 1428, a quarantaquattro anni dalla sua morte, i suoi resti vennero riesumati, bruciati e dispersi nel fiume Swift, nei dintorni di Lutterworth.

Jan Hus (Husinec, 1371 circa – Costanza, 6 luglio 1415)

Teologo e riformatore religioso boemo. Promosse un movimento religioso basato sul-

le idee di John i W s u y o c i l i sfeeguaci divenn ero noti come Hussiti. Scomunicat o nel

1411 e condannato dal Concilio di Costanza, fu bruciato sul

«Perciò, fedele cristiano, cerca la verità, ascolta la verità, apprendi la verità, ama la verità, di' la verità, attieniti alla verità, difendi la verità fino alla morte: perché la veri- tà ti farà libero dal peccato, dal demonio, dalla morte dell'anima e in ultimo dalla morte eterna».

Jan Hus, Spiegazione della Confessione di fede, 1412

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Concilio di Costanza

Decreto «Haec Sancta» (6 aprile 1415)

In nome della santa e indivisibile Trinità, Padre e Figlio e Spirito Santo, amen. Questo sacro sinodo di Costanza, costituendo un Concilio Generale in vista dell'estirpazione dello

scisma 1 e dell'unione e riforma della Chiesa di Dio nel suo capo e nei suoi membri, riunito legittimamente nello Spirito Santo a gloria di Dio Onnipotente, allo scopo di raggiungere più facilmente, sicuramente e liberamente l'unione e la riforma della Chiesa di Dio, ordina, determina, decreta e proclama quanto segue:

Per prima cosa si dichiara che questo sinodo, legalmente riunito nel nome dello Spirito Santo, costi-

tuisce un Concilio Generale, rappresenta la Chiesa Cattolica e riceve direttamente da Cristo il potere cui ciascuno, di qualunque stato o condizione, anche chi è elevato alla dignità papale, deve obbedire in materia di fede e per tutto quanto riguarda l'estirpazione dello scisma e la riforma della detta Chiesa nel suo capo e nei suoi membri. Dichiara inoltre che chiunque di qualsiasi condizione, stato e rango, anche se elevato alla dignità papale, ostinatamente disdegni di obbedire agli ordini, statuti, ordinanze e istruzioni, che sono stati o che saranno emanati relativamente ai summenzionati soggetti e a quanto può essere di loro stretta pertinenza, da questo santo sinodo o da qualsiasi altro Concilio Generale legalmente convocato, venga sottoposto, a meno che non rinsavisca, a giusta penitenza e sia dovutamente punito, intendendosi far ricorso, se necessario, ad altre sanzioni della legge. [ ] ...

(in Conciliorum Oecumenicorum decreta, Basilea-Roma 1962, pp. 385-386)

1.scisma: durò dal 1378 al 1417.

Decreto Haec sancta

SESSIO V 6 aprile 1415

Decreta concilii de auctoritate atque integritate eius in superiori sessione per cardinalem Zabarellam invitis nationibus decurtata, nunc publico decreto restituta, repetita ac confirmata

In nomine sanctae et individuae Trinitatis, Patris et Filii et. Spiritus sancti. Amen. Haec sancta synodus Constantiensis generale concilium faciens, pro exstirpatione praesentis schismatis, et unione ac reformatione ecclesiae Dei in capite et in membris fienda, ad laudem omnipotentis Dei in Spiritu sancto legitime congregata, ad consequendum facilius, securius, uberius et liberius unionem ac reformationem ecclesiae Dei ordinat, diffinit, statuit, decernit, et declarat, ut sequitur. Et primo declarat, quod ipsa in Spiritu sancto legitime congregata, generale concilium faciens, et ecclesiam catholicam militantem repraesentans, potestatem a Christo immediate habet, cui quilibet cuiuscumque status vel dignitatis, etiam si papalis exsistat, obedire tenetur in his quae pertinent ad fidem et exstirpationem dicti schismatis, ac generalem reformationem dictae eccle- siae Dei in capite et in membris. Item, declarat, quod quicumque cuiuscumque conditionis, status, dignitatis, etiam si papalis exsistat, qui mandatis, statutis seu ordinationibus, aut praeceptis huius sacrae synodi et cuius- cumque alterius concilii generalis legitime congregati, super praemissis, seu ad ea pertinentibus, factis, vel faciendis, obedire contumaciter contempserit, nisi resipuerit, condignae poenitentiae subiiciatur, et debite puniatur, etiam ad alia iuris subsidia, si opus fuerit, recurrendo.

CONCILIO DI COSTANZA

Decreto «Frequens» (9 ottobre 1417)

La riunione frequente di Concili Generali è il mezzo principale per coltivare i campi del Signore, perché estirpa i rovi, le spine e i cardi delle eresie, degli errori e degli scismi, corregge gli eccessi, raddrizza le deformità e fa sì che la vigna del Signore dia il frutto di una piena fertilità. Infatti se si trascurano tali Concili vengono diffusi ed incoraggiati i detti mali; questo ci appare evidente sia dal ricordo del passato che dalla considerazione del presente. Per questo noi stabiliamo, decretiamo ed ordiniamo con editto perpetuo - che d'ora in poi i Concili Generali siano tenuti in modo che il prossimo segua a cinque anni precisi dalla sua fine questo, il secondo segua il precedente a sette anni, e i susseguenti Concili siano sempre tenuti di decennio in decennio in luoghi che il Sommo Pontefice — o, se non Lui, lo stesso Concilio — deve stabilire e indicare un mese prima della fine di ogni Concilio con l'approvazione ed il consenso del Concilio medesimo. Con tale continuità vi sarà sempre un Concilio con l'approvazione ed il consenso del Concilio medesimo. Con tale continuità vi sarà sempre un Concilio in sessione oppure l'attesa del seguente alla fine di un determinato periodo, che può essere abbreviato dal Sommo Pontefice con il consenso dei suoi fratelli, i Cardinali della santa Chiesa di Roma, qualora se ne presenti la necessità, ma non deve in alcun caso essere prorogato. Il luogo stabilito per la riunione di un Concilio futuro non deve essere cambiato senza evidente necessità. Ma se per avventura, si verificasse un caso per cui si ritenesse necessario cambiare detto luogo, a causa per esempio di assedio, guerra, pestilenza o altre cose simili, allora il Supremo Pontefice ha il diritto — col consenso scritto dei summenzionati fratelli o di almeno due terzi di essi — di sostituire il precedente con un altro luogo nelle vicinanze, che sia adatto e nella stessa nazione, a meno che gli stessi o simili impedimenti involgano tutta la nazione. In tal caso il Concilio potrebbe essere convocato in un altro luogo prossimo, situato in un'altra nazione ed adatto allo scopo, ed i prelati e gli altri invitati al Concilio sono tenuti ad andarvi, come se quel luogo d'adunanza per il Concilio fosse stato fissato dall'inizio. Tuttavia il Sommo Pontefice deve render noto e dichiarare il mutamento di luogo o l'abbreviazione del periodo in modo legale e solenne, un anno prima del termine fissato, affinchè le dette persone possano adunarsi per il Concilio al tempo stabilito.

Decreto Frequens

SESSIO XXXIX 9 ott. 1417 [De conciliis generalibus]

Frequens generalium conciliorum celebratio, agri dominici precipua cultura est, quae vepres, spinas et tribulos haeresium, errorum et schismatum exstirpat, excessus corrigit, deformata reformat, et vineam Domini ad frugem uberrimae fertilitatis adducit, illorum vero neglectus praemissa disseminat atque fovet. Haec praeteritorum temporum recordatio et consideratio praesentium ante oculos nostros ponunt. Propter hoc edicto perpetuo sancimus, statuimus, decernimus atque ordinamus, ut amodo concilia generalia celebrentur: ita quod primum a fine huius concilii in quinquennium immediate sequens, secundum vero a fine illius immediate sequentis concilii in septennium, et deinceps de decennio in decennium perpetuo celebrentur, in locis quae summus pontifex per mensem ante finem cuiuslibet concilii, approbante et consentiente concilio, vel in eius defectu ipsum concilium, deputare et assignare teneatur. Ut sic per quamdam continuationem semper aut concilium vigeat, aut per termini pendentiam exspectetur: quem terminum liceat summo pontifici de fratrum suorum sanctae Romanae ecclesiae cardinalium consilio ob emergentes forte casus abbreviare, sed nullatenus prorogetur. Locum autem pro futuro concilio celebrando deputatum absque evidenti necessitate non mutet. Sed si forte casus aliquis occurreret, quo necessarium videretur ipsum locum mutari, puta obsidionis, guerrae, pestis, aut similis, tunc liceat summo pontifici de praedictorum fratrum suorum, aut duarum partium ipsorum consensu acque subscriptione, alium locum, prius deputato loco viciniorem et aptum, sub eadem tamen natione, subrogare, nisi idem vel simile impedimentum per totam illam nationem vigeret. Et tunc ad aliquem alium viciniorem alterius nationis locum aptum huiusmodi concilium poterit convocare: ad quem praelati et alii qui ad concilium solent convocari accedere teneantur, ac si a principio locus ille fuisset deputatus. Quam tamen loci mutationem, vel termini abbreviationem teneatur summus pontifex legitime et solenniter per annum ante praefixum terminum publicare et intimare, ut ad ipsum concilium celebrandum possint praedicti statuto termino convenire.

in Conciliorum Oecumenicorum decreta, Basilea-Roma 1962, pp. 414-415

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I regni del Nord Lineamenti di storia della Scandinavia medievale (VIII-XIII secolo)

Francesco D'Angelo

  • 1. Età vichinga, età medievale

Nel nostro immaginario collettivo, nel Medioevo la Scandinavia fu la patria dei vichinghi, spietati predoni dei mari che veneravano Odino, Thor e Freyr e che terrorizzarono l'Europa dall'VIII all'XI secolo. È esistita però anche un'altra Scandinavia dell'età di mezzo, una Scandinavia cristianizzata che ha visto la formazione di tre regni distinti (Norvegia, Svezia e Danimarca) e il loro ingresso nel concerto delle nazioni

europee 1 . Il passaggio da una fase storica all'altra è un punto di svolta importante che nella storiografia contemporanea è sottolineato dalle definizioni di «età vichinga» per la prima ed «età medievale» per la seconda. I momenti fondamentali che segnarono questo processo di trasformazione sono generalmente indicati proprio nella conversione al cristianesimo, nell'unificazione politica dei tre regni sotto monarchie sempre più salde, nella codificazione e messa per iscritto del diritto consuetudinario e nella cessazione delle spedizioni vichinghe occasionali, via via affiancate e poi sostituite da vere e proprie guerre di conquista, organizzate e guidate direttamente dai re. Dal punto di vista cronologico, le date con cui convenzionalmente si fa iniziare e terminare l’età vichinga sono il 793, anno dell’attacco al monastero inglese di Lindisfarne, e il 1066, anno della battaglia di Stamford Bridge, in cui perse la vita il re norvegese Haraldr lo Spietato, benché alcuni studiosi propendano per il 1100 come data-simbolo dell'inizio del medioevo scandinavo.

  • 2. I vichinghi

Nelle saghe islandesi si rinviene spesso la locuzione fara i víkingu, ovvero «partire per una spedizione vichinga», ma cosa significa esattamente il sostantivo víkingr? Con questo termine si è soliti identificare quegli abitanti della Scandinavia che, tra VIII e XI

secolo, presero parte a spedizioni di razzia, commercio, conquista o insediamento

1 La Scandinavia può essere intesa in un senso più stretto, comprendente esclusivamente Danimarca, Svezia e Norvegia, ma anche in una accezione più ampia, in uso soprattutto nell'inglese moderno, che include Finlandia (che nel medioevo faceva parte della Svezia) e Islanda.

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nell’Europa continentale (regno franco, impero tedesco, penisola iberica) e nell’Atlantico settentrionale (isole britanniche, Islanda, Groenlandia). Sull’etimologia

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della parola sono state avanzate diverse spiegazioni: se di origine norrena , essa potrebbe venire da vík, «insenatura» o «fiordo», da cui víkingr con il significato di «pirata che se ne sta nascosto in un fiordo»; un’altra ipotesi vedrebbe un collegamento con il verbo víkja, «girare da una parte», «deviare», da cui deriverebbero il sostantivo femminile víking, con il significato di «allontanamento», e il sostantivo maschile víkingr con cui si indicava «colui che si assenta da casa» e, per estensione, un «guerriero

di mare che intraprende lunghi viaggi» 3 . Nelle fonti medievali, coloro che invece si diressero a est sono frequentemente indicati come Rus, nome con cui le popolazioni slave, gli Arabi e i Bizantini chiamavano gli scandinavi e che potrebbe derivare da un termine norreno con il significato di «coloro che remano»; origine identica avrebbe anche il nome finlandese

per la Svezia, Ruotsi, dal momento che gli svedesi erano i più attivi sulle rotte orientali 4 . Infine «variaghi» o «vareghi» era il nome con cui, presso i Bizantini, erano conosciuti quei guerrieri scandinavi che, tra X e XI secolo, si arruolarono come guardia del corpo mercenaria dell’imperatore d’Oriente; analogamente alla definizione di «vichingo», anche in questo termine è insita una certa ambiguità tra guerriero e mercante, poiché esso deriva del norreno væringjar con il significato di «uomini legati tra loro da un accordo/contratto», con riferimento al giuramento che univa i gruppi di mercanti i quali,

prima di partire, si impegnavano a dividere tra di loro le spese e i profitti del viaggio 5 . Un'altra questione tuttora dibattuta tra gli storici è quella delle cause del movimento vichingo, che sono sostanzialmente ricondotte a tre diversi fattori. Il primo è di ordine demografico: un aumento della popolazione, favorito da condizioni climatiche più miti rispetto al passato, avrebbe provocato una carenza di terra e una conseguente, massiccia, emigrazione; si tratta però di una spiegazione parziale che sembra essere valida

  • 2 Con questo termine (da norrænn o con il senso di «nordico», «norvegese») ci si riferisce alla lingua

delle popolazioni scandinave nei secoli VII-XIII, da cui discendono le lingue scandinave

moderne; essa

comprendeva due dialetti, il norreno occidentale, parlato in Islanda e Norvegia, e quello orientale, parlato

in Danimarca e Svezia. Nelle parole norrene citate di seguito, il grafema ð/Ð indica la spirale dentale

sonora, come nell’inglese that, mentre il grafema þ/Þ rappresenta la spirale dentale sorda come

nell’inglese three.

were 3 J. Brøndsted, the Vikings?, I vichinghi, in S. Brink Torino (ed.), 2001 The Viking (Harmondsworth World, New 1960), York 2008, pp. 32-35. pp. 6-7. Si veda anche S. Brink, Who
4

Ibid.

  • 5 Ibid., pp. 31-32.

2

soprattutto per le regioni costiere della Norvegia occidentale. Il secondo fattore è di tipo economico: dalla fine del VII secolo l’intensificazione dei traffici tra l'Inghilterra e il continente e poi di quelli nella regione del Baltico favorirono lo sviluppo di grandi insediamenti commerciali, da cui trasse beneficio anche la Scandinavia poiché gli scambi fra nord e sud resero i suoi abitanti familiari con le tecniche di navigazione impiegate dagli altri mercanti e specialmente con la vela, fino ad allora sconosciuta agli Scandinavi; questi contatti, inoltre, accrebbero le loro conoscenze sulle ricchezze dell'Europa e sulle condizioni politiche dei vari regni e paesi. La terza causa è di natura politica: grazie alla posizione geografica della Danimarca, nella prima metà del IX secolo i suoi re erano riconosciuti come signori da molti capi locali nell'area dei canali Skagerrak e Kattegat e del fiordo di Oslo, e per chi non voleva piegarsi al loro dominio l'alternativa era cercare fortuna all'estero con la speranza di conquistare beni, ricchezze o perfino terre 6 . Anche questa spiegazione, come quella demografica, è però parziale e può essere valida solo per quelle aree che ricadevano sotto l'influenza dei re danesi.

Nella Scandinavia di epoca vichinga, soprattutto laddove non esisteva un forte potere centrale come quello monarchico, la guerra poteva essere un mezzo di promozione sociale individuale, poiché chi tornava in patria portando con sé un ingente bottino vedeva aumentare la propria influenza e il proprio peso politico. In effetti, almeno fino al X secolo inoltrato la quasi totalità delle incursioni vichinghe potrebbero essere definite imprese private, nel senso che erano finalizzate alla razzia e/o all’insediamento ed erano organizzate e guidate da capi locali che partivano con il loro seguito e con chi desiderava unirsi a loro. Le spedizioni erano all’inizio su piccola scala, e andarono progressivamente intensificandosi: in Inghilterra, Irlanda e Francia si passò da raid stagionali a razzie sempre più frequenti, con le truppe scandinave che svernavano sul posto e tornavano ad attaccare all’arrivo della buona stagione; da qui all’insediamento e alle conquiste territoriali il passo fu breve, mentre in altre regioni d’Europa, come in Frisia, si ebbe da subito lo stanziamento degli invasori. Spesso l'unica possibilità di far cessare gli attacchi era quella di consegnare ai vichinghi grandi

6 P. Sawyer, The viking expansion, in K. Helle (ed.), The Cambridge history of Scandinavia, I: Prehistory

to 1520, Cambridge 2003, pp. 106-109. Si veda anche J.H. Barrett, What caused the Viking Age?,

«Antiquity», 82 (2008), pp. 671-685. Sulle origini del movimento vichingo sono ancora utili le

indicazioni di Brøndsted, I vichinghi cit., pp. 26-31 e di G. Jones, I vichinghi, Roma 1995 (Oxford 1968),

3

somme di denaro, che nell'Inghilterra anglosassone assunsero il nome significativo di

danegeld («tributo dei Danesi»). Tra l'VIII e il X secolo i vichinghi si insediarono sia in occidente - in Francia, in

Inghilterra (dove nell'878 diedero vita al Danelaw 7 ), in Irlanda e nelle altre isole britanniche - sia in oriente, dove attorno all'880 fondarono il regno dei Rus' di Kiev. Parallelamente, questi mercanti-guerrieri colonizzarono anche isole fino ad allora sconosciute o disabitate: è il caso dell'Islanda (la «Terra dei ghiacci») e delle Fær Øer («Isole delle pecore»), raggiunte alla fine del IX secolo da emigrati in maggioranza norvegesi, e della Groenlandia (la «Terra verde»), scoperta nel 985 dal norvegese Erik il Rosso e da questi così chiamata nella speranza di attirarvi altri coloni. In effetti, nel giro di pochi anni in Groenlandia sorsero tre insediamenti situati lungo la costa occidentale:

nonostante il nome, il Vestribygð o Insediamento Occidentale era situato in realtà a nord-ovest, mentre l’Eystribygð o Insediamento Orientale, situato più a sud, giungeva fin quasi a Capo Farewell, la punta meridionale dell’isola; esisteva infine una terza colonia più piccola, l’Insediamento di Mezzo, di cui sappiamo ben poco. Infine, attorno all'anno 1000, dalla Groenlandia il figlio di Erik, Leif, raggiunse le coste del Nord America, probabilmente l'odierna isola di Terranova, a cui fu dato il nome di Vínland, ovvero «Terra del vino», per via della vite selvatica che vi cresceva rigogliosa 8 . Prima ancora che guerrieri, i vichinghi erano eccellenti marinai, e per lungo tempo le loro imbarcazioni fornirono loro un vantaggio tecnologico sugli avversari. I secoli IX e X rappresentano il periodo classico delle navi vichinghe: vennero introdotti l’albero a vela e la chiglia, quest’ultima al posto dell’asse orizzontale che, in precedenza, fungeva da base; la chiglia fu particolarmente importante perché permise ai marinai scandinavi di affrontare anche il mare in burrasca. Le navi erano di forma stretta e lunga con un basso pescaggio, ideale per risalire il corso dei fiumi; dotate di remi e di una vela centrale, avevano un timone a dritta (tribordo) di poppa. Dal X secolo comincia la

7 Letteralmente «legge dei Danesi», era una divisione territoriale dell'Inghilterra anglosassone nata in

seguito all'insediamento degli invasori danesi nel IX secolo e, come indica il nome, era soggetta alle leggi

danesi: ibid., pp. 350-353. Per una storia dei vichinghi nelle isole britanniche si veda K. Holman, La

conquista del Nord. I vichinghi nell'arcipelago britannico, Bologna 2014 (ed. or. Oxford 2007).

8

Tra il 1261 e il 1264, sotto re Hákon Hákonarson, la Groenlandia e l’Islanda furono assoggettate alla

corona norvegese. A partire dal XIII secolo vi fu un progressivo peggioramento delle condizioni

climatiche nel nord Atlantico, che comportò una diminuzione nei collegamenti tra la Norvegia e la

Groenlandia finché, all’inizio del XV secolo, essi cessarono del tutto; ciò costituì una delle cause

dell’estinzione della colonia groenlandese. Sulla colonizzazione delle isole atlantiche si veda J. Marcus,

La conquista del nord Atlantico, Genova 1992 (Suffolk 1980).

4

specializzazione, con grandi navi mercantili (knörr) e da guerra (skeið, langskip). I nomi delle imbarcazioni, comunque, non devono essere considerati termini tecnici perché

nelle saghe del XIII secolo sono frequentemente usati in maniera intercambiabile 9 . Spesso la forma della decorazione di prua poteva designare, per metonimia, l’intera nave: così fu per il Bisonte (Visundr) del re norvegese Óláfr Haraldsson il Santo, e il Lungo Serpente (Ormrinn langi) del re suo omonimo e predecessore, Óláfr Tryggvason.

specializzazione, con grandi navi mercantili ( knörr ) e da guerra ( skeið , langskip ).

Figura 1 - La Scandinavia, le isole britanniche e le colonie norvegesi nell'Atlantico

Principali imprese dei vichinghi nei secoli VIII-XI:

793:

attacco vichingo all’abbazia di Lindisfarne (Inghilterra);

807:

i norvegesi attaccano l’Irlanda;

834:

attacco danese in Frisia;

839:

i norvegesi fondano Dublino; prima di quest'anno i Rus’ avevano fondato

844:

Hólmgarðr, l'odierna Novgorod; i vichinghi attaccano La Coruña, Cadice e Siviglia;

845:

i Danesi devastano Amburgo;

850:

saccheggio di Londra e Canterbury;

9 Sulle navi vichinghe si veda J. Bill, Vikings ships and the sea, in Brink (ed.), The Viking World cit., pp.

170-180.

5

120
120

860:

i vichinghi di Hastein saccheggiano Luni; i Rus’ assediano Costantinopoli;

878:

trattato di Wedmore tra il capo vichingo Guthrum e il re anglosassone Alfredo il Grande, e riconoscimento ufficiale del Danelaw;

885:

i vichinghi assediano Parigi; ne deriva la deposizione di Carlo il Grosso nell'887;

911:

re Carlo il Semplice cede al capo vichingo Rollone (Hrólfr) parte della Neustria, creando il ducato di Normandia;

991-995: raid danesi e norvegesi in Inghilterra;

1003:

il re danese Sveinn Barbaforcuta attacca l’Inghilterra;

1013:

Sveinn conquista l’Inghilterra;

1016:

Canuto il Grande, re di Danimarca, conquista l’Inghilterra;

1028:

Canuto il Grande conquista anche la Norvegia;

1066:

Haraldr lo Spietato, re di Norvegia, muore in battaglia a Stamford Bridge.

3. L'età medievale e la formazione delle monarchie scandinave

A partire dalla seconda metà del X secolo in Scandinavia ebbe inizio una duplice, graduale trasformazione del potere: da una parte, in un processo di accentramento, esso passò da locale a regionale e, infine, nazionale; dall’altra, da potere sugli uomini mutò in potere sul territorio. L’istituzione monarchica, così decisiva in questa fase di

transizione, si affermò dapprima in Danimarca (IX-X secolo), poi in Norvegia (XI

secolo) e infine in Svezia (XI-XII secolo) 10 . Determinante fu, in tutti e tre i casi, la conversione al cristianesimo di quei sovrani che successivamente riuscirono a imporre la loro autorità nei loro rispettivi paesi, poiché la nuova religione non solo forniva un esempio di rigida struttura gerarchica, ma portava con sé il modello ideale di un regno saldamente unito sotto un unico re cristiano, un modello che molti capi vichinghi avevano potuto concretamente osservare durante le loro scorrerie in Francia e Inghilterra. Da questo momento le imprese vichinghe private vengono affiancate e sempre più sostituite da vere e proprie guerre di conquista, organizzate e guidate

10 La bibliografia sulla formazione delle monarchie scandinave è vasta, di seguito ci si limiterà a

segnalare i contributi più recenti e quelli in lingua italiana più facilmente accessibili al lettore: C. Albani,

L'istituto monarchico nell'antica società nordica, Firenze 1969. Per la Danimarca in età medievale si

veda M.H. Gelting, The kingdom of Denmark, in N. Berend (ed.), Christianization and the rise of

christian monarchy: Scandinavia, Central Europe and Rus' c. 900-1200, Cambridge 2007, pp. 73-120.

Per la Norvegia, S. Bagge - S.W. Nordeide, The kingdom of Norway, in Berend (ed.), Christianization

and the rise of christian monarchy cit., pp. 121-166. Per la Svezia, N. Blomkvist - S. Brink - T. Lindkvist,

The kingdom of Sweden, in Berend (ed.), Christianization and the rise of christian monarchy cit., pp. 166-

213.

120
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6

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1

direttamente dai re; il sovrano norvegese Olaf Haraldsson (1015-1030), con un passato da vichingo alle spalle, giunse addirittura a proibire le spedizioni private, ben consapevole del fattore destabilizzante rappresentato da chi ritornava in patria carico di ricchezze e, magari, di ambizioni politiche. Alla fine dell’XI secolo l’epoca vichinga giunse dunque al termine, non da ultimo anche a causa del rafforzamento di quei regni che, fino a quel momento, erano stati il bersaglio dei predoni scandinavi e che ora, invece, erano in grado di affrontarli e di respingerli con successo. Nei tre paesi nordici la fine del periodo vichingo comportò inevitabilmente una diminuzione delle risorse dovute alle razzie, ragione per cui il baricentro dell’economia si spostò maggiormente sullo sfruttamento interno del suolo. In questa fase, inoltre, i re incentivarono l'urbanizzazione, fondando nuove città oppure ingrandendo e fortificando insediamenti già esistenti. Nonostante questa evoluzione, le monarchie nordiche mantennero a lungo caratteri originali rispetto alle altre monarchie cristiane: esse infatti non conobbero il feudalesimo se non in un'epoca tarda e in forme spurie, mentre il principio di successione individuale al trono si affermò solamente nel corso del XII secolo.

Danimarca

La Danimarca (Danmörk, «marca dei Danesi») fu la prima stabile monarchia scandinava e ciò ne fece il paese egemone per tutta l'età vichinga e ancora fino alla fine dell'XI secolo. Harald Blátönn Denteblu (o Dentenero), primo re cristiano (c. 958-987), rafforzò il potere regio ed estese il suo dominio sulla Scania meridionale, oggi parte della Svezia, e sull’area del fiordo di Oslo. Nel 1000 suo figlio Svein Barbaforcuta rafforzò ulteriormente il controllo sulla Norvegia e conquistò, per breve tempo, l’Inghilterra (1013). Il suo successore, Canuto il Grande, conquistò l’Inghilterra nel 1016, e tra il 1018 e il 1028 creò il cosiddetto «impero del Nord» unendo Danimarca, Norvegia e Inghilterra. Alla sua morte, nel 1035, l’impero si sfaldò e, tra il 1042 e il 1047, la Danimarca fu governata da un re norvegese, Magnús Olafsson. Con Svein Estridsson (1047-1076), il paese riacquistò l’indipendenza, tuttavia le leggi di successione, che davano a tutti gli eredi uguali diritti e prevedevano la possibilità di reggenze condivise, indebolirono il potere monarchico. Solo nella seconda metà del XII secolo, dopo lunghe guerre civili, si affermò il principio della successione individuale al

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12
2

7

trono. Nel XII secolo, inoltre, il regno si espanderà a oriente, conquistando e convertendo con la forza le popolazioni baltiche ancora pagane.

Svezia Il regno di Svezia deve il suo nome agli Sveoni (norr. Svíar, da cui Svea riki, «regno degli Svíar» e quindi l’odierno sved. Sverige) e nacque dalla graduale unione di due regioni, lo Svealand, o «terra degli Svíar», e il Götaland, o «terra dei Götar». Olof Skötkonungr, il «re del tributo» (995-1022), fu il primo a essere chiamato re sia degli Svíar che dei Götar, ciononostante la rivalità tra i due gruppi perdurò almeno fino alla fine del XII secolo. Contemporaneamente il paese fu coinvolto in lunghe guerre civili, come i suoi due vicini; nel complesso, qui il potere monarchico incontrò maggiori difficoltà nell’affermarsi rispetto a Danimarca e Norvegia. Fino al 1973 i re di Svezia mantennero il titolo di «re degli Svedesi, dei Götar e dei Vendi». Nell’XI secolo i re svedesi adottarono una politica dell’equilibrio, sostenendo di volta in volta la potenza più debole nei conflitti tra danesi e norvegesi per impedire l'unificazione delle due nazioni. L’espansione del regno seguì la rotta a est, nel Baltico e nell’odierna Finlandia, quest’ultima conquistata nel 1157 e convertita con la forza al cristianesimo.

Norvegia Dei tre paesi scandinavi, la Norvegia è l’unico la cui denominazione (Nóregr) non ha all’origine alcun riferimento etnico: il nome, con il significato di «via del nord» (cfr. ingl. Norway) «è riferito semplicemente a un itinerario forse suggerito da chi abitava al

suo meridione» 11 . Nell’872 Harald hárfagri («Chiomabella») unificò il regno, ad eccezione dell’Oslofjord, e i suoi dicendenti regneranno fino al 970, quando la Norvegia verrà divisa tra i conti di Lade (Trondheim) e Harald Dentenero, re di Danimarca. Nel 995 il vichingo Olaf Tryggvason conquistò il potere, ma cadde nella battaglia di Svold (999/1000) contro una coalizione danese-svedese-norvegese e il regno fu nuovamente diviso, stavolta in due aree di influenza, una danese e una norvegese, con i conti di Lade come reggenti. Nel 1015 Olaf Haraldsson unificò tutto il regno, ma nel 1028 i magnati si ribellarono al suo governo e invocarono re Canuto il Grande, che si presentò dinanzi

11 C. A. Mastrelli, Le fonti nordiche e il loro orizzonte geo-etnografico, in Popoli e paesi nella cultura

altomedievale. XXIX settimane di studio del centro italiano di studi sull’alto medioevo, Spoleto 23-29

aprile 1981, vol. II, Spoleto 1983, p. 591.

8

alle coste norvegesi al comando di una grossa flotta anglo-danese; Olaf fuggì allora in Russia, e nel 1030, nel tentativo di riconquistare il trono, cadde in battaglia ucciso dai suoi stessi sudditi. Un anno dopo, in seguito ai numerosi miracoli verificatisi sulla sua

tomba, Olaf fu proclamato santo 12 . Nel 1035, alla morte di Canuto il Grande, i Norvegesi richiamarono in patria il figlio di Olaf, Magnús, e con lui la monarchia norvegese risorse. Nel 1066 re Haraldr lo Spietato, fratellastro di Olaf il Santo e unico sovrano dal 1047, morì a Stamford Bridge nel tentativo di conquistare l’Inghilterra. Dopo le lunghe guerre civili del XII secolo, la Norvegia emergerà nel corso del Duecento come una potenza nel Nord, instaurando solide relazioni diplomatiche con la Santa Sede e con i più importanti sovrani europei.

Altre date ed eventi importanti (XI-XIV secolo):

1027:

Canuto il Grande a Roma per l’incoronazione dell'imperatore Corrado II;

1104:

nasce l’arcivescovato di Lund (Danimarca);

1107-1111:

crociata di Sigurðr Jórsalafari, re di Norvegia;

1153:

nasce l’arcivescovato di Nidaros (Norvegia);

1163:

unzione di Magnús Erlingsson, re di Norvegia;

1164:

nasce l’arcivescovato di Uppsala (Svezia);

1170:

unzione di Canuto Valdimarsson di Danimarca;

1222-1232:

Domenicani e Francescani arrivano in Scandinavia;

1262-1264:

Hákon Hákonarson di Norvegia sottomette Islanda e Groenlandia.

1389:

unificazione dei tre regni nell'Unione di Kalmar, voluta da

Margherita I

di Danimarca; l’unione terminò nel 1523 con la secessione della Svezia.

4. La struttura della società scandinava Nei secoli che stiamo qui prendendo in esame la società scandinava era sostanzialmente omogenea sia dal punto di vista linguistico, sia da quello religioso e culturale. Il perno di questa società era il bóndi (pl. bœndr), il contadino o più propriamente libero proprietario terriero che, se necessario, poteva anche impugnare le armi come un guerriero; alcuni di questi bœndr potevano possedere una notevole

12 Su Olaf il Santo e il suo conflitto con il danese Canuto si veda F. D'Angelo, Il conflitto tra Olaf il Santo

e Canuto il Grande nelle cronache e negli annali danesi dei secoli XII-XIV, in «Bullettino dell'Istituto

storico italiano per il medioevo», 117 (2015), pp. 289-316.

9

ricchezza e, di conseguenza, una non trascurabile influenza nella loro comunità. Al di sopra dei bœndr troviamo i magnati che, in Norvegia, sono chiamati höfðingi (pl. höfðingjar, «capo») ed hersir (pl. hersar, «signore»): si tratta di capi locali che in virtù dei loro possedimenti e della loro ricchezza potevano permettersi di mantenere un seguito armato (hirð); i più importanti di loro potevano ambire al titolo di jarl (pl. jarlar), cioè «conte» e nei periodi in cui non era presente la figura del re (konungr), erano loro a detenere il potere nel paese

13

. La Scandinavia nell’età vichinga, e ancora fino almeno al XIII secolo, non conobbe il feudalesimo: i rapporti di potere e di fedeltà personale non dipendevano, cioè, dal possesso della terra e dalla sua eventuale concessione, bensì da quella che potremmo definire una struttura «patrono-cliente». Maggiore era la ricchezza e la potenza di un capo, maggiore era il numero di uomini che ne riconoscevano il potere e lo supportavano (anche militarmente, se necessario) in cambio di una ricompensa o della sua protezione. Nelle società scandinave di questi secoli mancava, inoltre, una delle caratteristiche distintive delle società feudali, ovvero l’identificazione tra il ceto dominante e una classe di guerrieri di professione, come ha sottolineato Marc Bloch: «le società dove sopravvisse un contadiname armato o ignorarono l’organizzazione vassallatica, al pari di quella della signoria, o ne conobbero soltanto forme assai imperfette» 14 . Una novità nella direzione di un “feudalesimo imperfetto” fu, forse, l’introduzione, in Norvegia, della carica di lendr maðr (pl. lendir menn) o «uomo che ha ricevuto della terra», nella prima metà dell’XI secolo: questa carica, che sostituì quella di hersir, era attribuita a quei magnati locali che, in virtù della loro preminente posizione sociale, erano visti dai re come preziosi alleati. Essi ricevevano in concessione dal sovrano della terra appartenente alla corona, in una quantità pur sempre minore di quella che detenevano in proprio, e attraverso la terra si instaurava uno stretto legame tra i due. Il lendr maðr da quel momento diventava il rappresentante del re, a cui giurava fedeltà, mantenendo intatta la sua autorità nel distretto di sua competenza e svolgendo un ruolo fondamentale per la coesione del regno; questo funzionario regio

13 Sulla società scandinava si veda R. Boyer, La vita quotidiana dei vichinghi (800-1050), Milano 1994

(ed. or. Paris 1992), pp. 53-72.

14

M. Bloch, La società feudale, Torino 1987, p. 494. Come abbiamo visto i bœndr scandinavi, liberi

“contadini”, potevano trasformarsi, all’occorrenza, anche in guerrieri.

10

aveva anche il dovere di accompagnare il re nelle spedizioni militari, portando con sé il

proprio seguito armato 15 . La vita politica della società scandinava ruotava attorno a un organo fondamentale, il þing (o thing secondo la grafia inglese) ovvero l’assemblea degli uomini liberi, dove tutti i partecipanti, fossero essi bœndr, capi locali, jarlar o re, avevano diritto di parola; il þing riuniva in sé il potere legislativo e quello giudiziario, agendo sia da corte di giustizia che da assemblea legislativa. Ogni distretto del paese (chiamato byggð in Norvegia, herruð in Danimarca) aveva la sua assemblea locale, mentre per le questioni di maggiore importanza e/o gravità ci si rivolgeva ai þing regionali, che avevano competenze più ampie. Anche i sovrani dovevano tener conto delle decisioni dei þing, e solo un re molto potente e/o popolare, la cui autorità nel regno era incontestata, poteva ragionevolmente sperare di poter influenzare la volontà delle assemblee pubbliche. Menzione a parte merita il caso dell’Islanda: colonizzata da esuli norvegesi nella seconda metà del IX secolo, non conobbe alcun re fino al tempo della sua sottomissione alla Norvegia (1262). Il potere era nelle mani dei grandi capi locali, chiamati goðar (sing. goði), e l’isola era divisa in Quarti (fjórðungar), circoscrizioni territoriali che prendevano il nome dai punti cardinali. Ciascun Quarto aveva il suo þing, mentre l’assemblea pubblica generale era chiamata Alþing e si svolgeva annualmente nel mese di giugno 16 . L'idea che gli Scandinavi avevano della loro società è illustrata alla perfezione nel poema conosciuto come Rígsþula, il «carme di Rígr», risalente forse al X secolo ma tramandato da un manoscritto del XIV secolo, che narra l'origine delle classi sociali. Un giorno Rígr (un altro nome del dio Heimdall), andando in giro come un viandante, si presentò a una casa dall’aspetto misero. Qui fu accolto da Ai (Bisnonno) ed Edda (Bisnonna); Rígr mangiò con loro e si trattenne per tre notti, poi riprese il viaggio. Nove mesi dopo, Edda partorì un figlio, Þræll (Schiavo), che aveva la pelle scura e i tratti grossolani; Þræll sposò Þír (Schiava), e i loro figli ebbero nomi come Garzone, Grossolano, Puzzolente, Goffa, Stracciona. Frattanto Rígr giunse in un’altra casa, abitata da Afi (Nonno) e Amma (Nonna), che avevano un aspetto ben curato ed erano

15 C. Krag, The early unification of Norway, in Helle (ed.), The Cambridge history of Scandinavia cit., p.

200.

16 Sull'Islanda si veda J. Byock, La stirpe di Odino: la civiltà vichinga in Islanda, Milano 2012 (ed. or.

London 2001).

11

ben vestiti. Rígr si fermò per tre notti, e nove mesi dopo da Amma nacque un bambino dalla pelle candida, Karl (Uomo libero); questi sposò Snør (Nuora), e i loro figli ebbero nomi come Uomo, Libero Contadino, Fabbro, Sposa, Donna Assennata. Rígr giunse in una terza casa, abitata da Faðir (Padre) e Moðir (Madre), e di nuovo si fermò per tre notti. Nove mesi dopo nacque un bambino, bianco con i capelli biondi, e fu chiamato Jarl (Uomo nobile). Jarl imparò le arti guerriere, e Rígr lo riconobbe come figlio e gli insegnò le rune. Jarl sposò Erna (Vigorosa), e i loro figli furono Rampollo, Ragazzo, Nobile, Erede. Ma ad eccellere era Konr (Discendente), il più giovane (Konr ungr), che conosceva le rune, comandava all’acqua e al fuoco, conosceva il linguaggio degli uccelli. Tutte le classi sociali, dunque, discendono dal dio Heimdall, e il re (konungr), tratto dalla schiatta degli jarlar, non è altro che un primus inter pares e non è quindi detentore di un potere assoluto 17 .

5. Le rune

Nell'antichità l'unica forma di scrittura conosciuta e praticata dalle popolazioni germaniche, inclusi gli scandinavi, era quella runica, esclusivamente epigrafica, che derivava dalle scritture italiche settentrionali e veniva eseguita incidendo superfici dure come legno o pietra ma anche armi, monili e utensili. Il più antico alfabeto runico fece la sua comparsa alla fine del II secolo ed era composto da ventiquattro segni - le rune, appunto - detto fuþark (o futhark) dalla sequenza dei primi sei segni. Mentre nella Germania continentale l'adozione della grafia latina portò alla scomparsa della scrittura runica, in Scandinavia essa continuò a essere utilizzata e tra l'VIII e l'XI secolo, all'inizio dell'era vichinga, il suo alfabeto fu semplificato e ridotto a sedici segni, il

cosiddetto fuþark recente o breve 18 :

ᚠ ᚢ ᚦ ᚬ ᚱ ᚴ ᚼ ᚾ ᛁ ᛅ ᛋ ᛏ ᛒ ᛘ

ᛚ ᛦ

f

u þ ą r k h n i a s t b m l ʀ

La scrittura runica aveva due impieghi principali: in primo luogo, essa era adoperata per iscrizioni commemorative su bastoni, pietre funerarie o stele celebrative, una pratica

17 Sul Rígsþula si veda Jones, I vichinghi cit., pp. 120-121 e G. Chiesa Isnardi, I miti nordici, Milano

1991, pp. 66-68.

18 Sulle rune si vedano le informazioni contenute in Boyer, La vita quotidiana dei vichinghi cit., pp. 40-

41, 238-244, e in Brøndsted, I vichinghi cit., pp. 193-196.

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che proseguì anche in epoca cristiana. Ne è un esempio la stele di Gripsholm, in Svezia (fig. 3), risalente al 1040/1050 circa, il cui testo - inscritto all'interno di una decorazione serpentiforme - si segnala per la presenza di tre versi in un metro poetico molto antico e frequentemente utilizzato in età vichinga, il fornyrðislag o «metro delle antiche storie»:

«Tola fece erigere questa pietra in ricordo di suo figlio Haraldr, fratello di Ingvarr.

Essi viaggiarono virilmente

lontano alla ricerca d’oro

ed in oriente morirono a sud

l’aquila cibarono; nel Serkland» 19 .
l’aquila cibarono;
nel Serkland» 19
.

Figura 2 - Stele di Gripsholm, Svezia

La pietra runica forse più famosa è però quella di Jelling, in Danimarca, innalzata da re Harald Dentenero attorno al 960 in memoria dei suoi genitori, il re Gorm e la regina Thyre. L'iscrizione si snoda lungo i tre lati della pietra (fig. 3) e, oltre a commemorare i defunti Gorm e Thyre, celebra le imprese e i meriti di Harald: «Re Harald fece erigere questo monumento in memoria di Gorm, suo padre, e in memoria di Thyre, sua madre –

19 Sulla stele di Gripsholm si veda C. Cucina, Vestr ok austr. Iscrizioni e saghe sui viaggi dei vichinghi, 2

voll., Roma 2000, vol I., pp. 29-31. L'espressione «cibare l'aquila» è una kenning, ovvero una metafora,

che richiama l'uccisione di molti nemici sul campo di battaglia. Il Serkland («Terra dei Saraceni»)

identificava una regione compresa tra il Mar Nero e il Mar Caspio e abitata da popolazioni

prevalentemente arabe.

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quell’Haraldr che conquistò per sé tutta la Danimarca e la Norvegia e rese cristiani i Danesi».

quell’Haraldr che conquistò per sé tutta la Danimarca e la Norvegia e rese cristiani i Danesi».

Figura 3 - Pietra runica di Jelling - lato A

Gli altri due lati della pietra presentano anche delle decorazioni: sul lato B è raffigurata una grande bestia, forse un leone o un drago, attorno alla quale è avvinghiato un serpente (figg. 4a-4b); la decorazione del lato C, infine, rappresenta una crocifissione (figg. 5a-5b), la più antica in area scandinava e l'unica immagine del Cristo in

Danimarca fino al XIII secolo 20 . Le rune potevano anche essere utilizzate per scopi divinatori o magici, per lanciare un incantesimo o una maledizione, e in questo caso alla componente materiale, l'incisione su un oggetto o una pietra, corrispondeva una verbale, la recita di una formula. La loro connessione con la magia appare evidente nella stessa etimologia del nome rún (pl. rúnar), «segreto», «mistero», nonché nella credenza nella loro origine divina: secondo la mitologia norrena, infatti, esse furono scoperte dal dio Odino dopo che questi ebbe sacrificato se stesso impiccandosi ai rami di un albero (forse il frassino Yggdrasill) e rimanendovi così appeso per nove notti. Le rune, dunque, sono simbolo di

20 Sulla pietra di Jelling si veda C. Del Zotto, Considerazioni iconografiche sulla grande pietra runica di

Jelling (Danimarca), «Rivista di cultura classica e medioevale», 50/2 (2008), pp. 375-383.

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conoscenza superiore e potere magico, di un sapere però esoterico, riservato a pochi e

non destinato a essere reso pubblico 21 .

conoscenza superiore e potere magico, di un sapere però esoterico, riservato a pochi e non destinato
conoscenza superiore e potere magico, di un sapere però esoterico, riservato a pochi e non destinato

Figure 4a e 4b - Pietra runica di Jelling - Lato B

conoscenza superiore e potere magico, di un sapere però esoterico, riservato a pochi e non destinato
conoscenza superiore e potere magico, di un sapere però esoterico, riservato a pochi e non destinato

Figura 5a e 5b - Pietra runica di Jelling - lato C

21 Sul valore magico delle rune si veda Chiesa Isnardi, I miti nordici cit., pp. 100-104; si veda anche C.

Del Zotto, Maleficia vel litterae solutoriae. Il valore magico delle rune, «Studi e materiali di storia delle

religioni», 76/1 (2010), pp. 151-186.

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Se escludiamo le iscrizioni runiche, le più antiche fonti scritte scandinave risalgono alla seconda metà del XII secolo e sono in latino, mentre tra XII e XIII secolo compaiono le prime opere in norreno come saghe e raccolte di poemi, a cui si deve la conservazione del patrimonio culturale dei popoli nordici precedente alla loro conversione al cristianesimo. In particolare, tra le opere a carattere mitologico ricordiamo la raccolta detta Edda poetica, così chiamata per distinguerla da quella in prosa composta nel XIII secolo dall'islandese Snorri Sturluson e contenente materiale analogo. Proprio Snorri, a cui è attribuita anche una raccolta di saghe dei re di Norvegia nota come Heimskringla («Il cerchio del mondo»), si distinse come uno dei più importanti scrittori del medioevo nordico insieme al danese Saxo Grammaticus, autore dei Gesta Danorum (c. 1200) 22 .

6. Il paganesimo nordico

Secondo la cosmologia norrena l'universo è composto da nove mondi, disposti verticalmente lungo l'asse costituito dal frassino Yggdrasill. In alto si trovano Ásaheimr, il mondo degli Æsir, che risiedono nella fortezza di Ásgarðr, e Álfheimr, il mondo degli Elfi. Al livello intermedio ci sono Miðgarðr, la Terra di Mezzo ovvero il mondo degli Uomini; Jötunheimr, la terra dei Giganti; Vanaheimr, il mondo dei Vanir; Niflheimr, il mondo dell’oscurità e del gelo, che ospita le anime di coloro che non sono morti in battaglia ed è anche una dimora di Hel, figlia del dio Loki e di una gigantessa; e Múspellsheimr, il mondo dei Giganti del fuoco. In basso, nel sottosuolo, si collocano infine Svartálfheimr, il mondo degli Elfi neri e dei Nani, e Hel (o Helheimr), l’aldilà dove va chi in vita si è macchiato di gravi colpe e dove regna Hel. Questi mondi sono collegati tra loro da Yggdrasill («il destriero di Yggr»), l’albero cosmico attraverso cui si muove Odino (Yggr, ovvero «il terribile», è infatti uno dei suoi soprannomi): tra le sue fronde si trova un’aquila mentre tra le sue radici si annida il serpente Níðhöggr e i

22 Per una storia della letteratura scandinava nel medioevo si veda M. Gabrieli, Le letterature della

Scandinavia: Danese, Norvegese, Svedese, Islandese, Firenze - Milano 1969, pp. 9-124. Per una

traduzione italiana dell'Edda poetica si veda Il canzoniere eddico, a cura di P. Scardigli, Milano 2004;

dell'Edda in prosa e dell'Heimskringla attualmente esistono solo traduzioni italiane parziali: Snorri

Sturluson, Edda, a cura di G. Chiesa Isnardi, Milano 2003; Snorri Sturluson, Heimskringla: le saghe dei

re di Norvegia, a cura di F. Sangriso, Alessandria 2013. Dell'opera di Saxo sono stati tradotti in italiano

solamente i primi nove libri: Sassone Grammatico, Gesta dei re e degli eroi danesi, a cura di L. Koch e

A. Cipolla, Torino 1993.

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