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M ons. Dott.

PIETRO VENERONI

MA NU AL E
DI LI TURGI A
Nona Edizione
completamente riveduta e corretta da
Mons. Maiocchi - Vic. Gen. di Pavia

V o l u me S e c o n d o

DIVINO UFFICIO

EDITRICE "ÀNCORA.,
Milano - Bologna - Brescia - Genova - Monza - Pavia - Trento
Proprietà letteraria riservata a termine di legge.

Scuola Tipografica Istituto Pav. Artigianelli - Pavia - 1939-XVII


P A R T E I.

Dell'Ufficio divino

in g e n e r a l e
CAPO I
Natura e costituzione del divino Ufficio.

I. La preghiera pubblica nel disegno di G. Cristo.


Tra le molte prerogative che adornano l’adorabi­
le persona di nostro Signore Gesù Cristo, vi sono
quelle di dottore, di pastore e di sacerdote. Come
dottore insegna all’uomo la verità, come pastore lo
guida per la via della salute, come sacerdote lo ri­
concilia con Dio e gli fornisce i mezzi per salvarsi.
E in quanto sacerdote, dopo essersi immolato sulla
croce per noi, costituisce nella Messa il perenne in­
cruento sacrificio della Nuova Legge, pone nei sa­
cramenti i mezzi e strumenti della grazia ond’egli
è pieno ed alla sua Chiesa affida il compito e il po­
tere di ordinare il culto cristiano e in specie la pub­
blica preghiera.
La Chiesa ha adempito il suo compito fin dal
principio. La preghiera pubblica, che sul nascere
della società cristiana faceva una cosa sola con la
Messa, se ne staccò via via, prendendo una forma
propria indipendente e costituendo alfine ciò che
noi chiamiamo YUfficio divino.
2. Definizione del divino Ufficio.
L’Ufficio divino si può brevemente definire:
«Publica Deo persolvenda laus ex instituto Ecclé­
siae» (1); oppure con Benedetto XIV (2): «Certa
(1) F. Stella, Instit. Lit„ t. II, p. 7. Roma 1985.
(2) De Serv. Dei beatif., I. i l , p. II, c. I, n. 2.
8 Capo I.

ratio publica laudandi Deum mente et voce, aucto­


ritate Ecclesiae instituta,». Gli elementi di queste
definizioni sono ancor più svolti in questa terza,
che ci fornisce un moderno liturgista (1): «Certa
orandi forma quarti ad Deum laudandum precari-
dumque Ecclesia instituit, ordinavit et certis horis
diéi adaptatam quotidie per ministros persolvit».
L’Ufficio divino è una preghiera :
a) pubblica, cioè offerta a Dio a nome di tutta
quanta la Chiesa o da lei stessa o da’ suoi ministri
in rappresentanza deH’intera comunità cristiana;
b) esterna e sopratutto vocale, e ciò perchè così
ha stabilito la Chiesa e perchè lo esige la sua stessa
indole di preghiera fatta in pubblico;
c) e quanto maggiore sarà la sua solennità ester­
na, come di essere fatta in comune, colla salmodia
e illl canto, tanto più sairà conforme alla sua in­
dole e atta allo scopo di sua istituzione. E così di
fatto è riuscito l’Ufficio divino nella sua disposizio­
ne coll’alternarsi della salmodia, del canto, delle le­
zioni e delle orazioni.
3. Nomi del divino Ufficio.
La preghiera pubblica della Chiesa viene chia­
mata con molti nomi, che ne esprimono questo o
quell’altro aspetto e ne fanno comprendere sempre
più l’intima natura.
a) Il nome più comune è quello di Officium,
(1) C. Callewaert, De Brev. Rom. liturgia, n. 203, Bruges 1931.
Da questa pregevolissima opera prendiamo molte delle nozioni
fondamentali che stiamo esponendo in questo capitolo.
Natura e costruzione del divino Ufficio 9

quasi ossequio dovuto a Dio; e questo Officium


viene detto divinum perchè nell’atto di renderlo
non ci dobbiamo occupare d’altro fuor che di Dio;
oppure ecclesiasticum, perchè istituito, ordinato ed
usato dalla Chiesa; ovvero canonicum (o semplice-
mente canon = regola, od anche horae canonicae,
preces horariae, cursus) perchè si svolge con un or­
dine prestabilito e in certi tempi ed ore che sono
determinate diali corso diéi sole. Secondo io stesso
concetto, il divino Ufficio ha pure i due nomi di
opus Dei e pensum servitutis.
b) Sotto l’aspetto del suo fine principale viene
chiamato laudes divinae; considerato nel modo col
quale viene detto e nella materia ond’è costituito
s’acquista il nome di psalmodia e di psalterium.
c) Talvolta, a somiglianza del sacrificio eucaristi­
co, il sacrificium laudis o divino Ufficio viene ap­
pellato collectaf synaxis, missa, in ragione delFadu-
narsi dei monaci, chierici e fedeli per recitarlo, e
del loro sciogliersi dopo averlo recitato.
d) Infine (dal secolo X1I-XIII in poi) viene chia­
mato breviarium, quasi compendio di preghiere, in
ragione del libro nel quale sono raccolti in uno,
disposti in ordine ed abbreviati i molti testi (spe­
cialmente quelli per le lezioni) che un tempo si u-
savano nella recita (1).1
(1) I libri che contenevano il Divino Ufficio avanti che fosse
ridotto in Breviario, ebbero diversi nomi in relazione a quello che
contenevano. Così il Psalterium contenava i Salmi; il Lectionarium
le lezioni del 1° e 2° Notturno; VHomiliarium le Omelie dei Ss.
Padri; VHymnarium le Antifone; il Collectarium le Collette od
Orazioni; il Legendarium o Passionarium la storia dei Santi e dei
Martiri.
10 Capo /.

4. Eccellenza del divino Ufficio.


I titoli donde si dimostra l’eccellenza dell’Uff-?-
ciò divino sono parecchi.
1) La dignità del principale orante. E’ la Chiesa
considerata nelle sue varie parti, di militante su tut­
ta la faccia die1! globo, dii paziente nel purga­
torio, di trionfante e gloriosa nel1cielo; ed è la
Chiesa che prega in unione col suo divin Capo, Ge­
sù Cristo.
2) Il fine al quale è diretta la preghiera: anzi­
tutto l’adorazione e la lode, ma anche il ringra­
ziamento, la propiziazione, l’impetrazione, proprio
come la Messa.
3) I beni che ne provengono a noi, prodotti non
solo dalla pietà dei ministri che pregano a nome
e per incarico della Chiesa, ma dalla preghiera in
sè, la quale in quanto è opera della Chiesa ha un
merito ed1 un’efficacia initrinsieica di bene indipen­
dente dalle disposizioni di chi la compie.
4) La perfetta convenienza e attitudine del ma­
teriale, per dir così, di struttura dell’edificio euco-
logico (salmi ed inni, letture ed orazioni) a rag­
giungere i fini ed i frutti or ora accennati, che
sono la lode e il ringraziamento a Dio, l’istruzione
nostra e l’implorazione dei doni e della misericor­
dia divina.
5) La sapiente distribuzione delle parti onde si
compone l’Ufficio, sì da abbracciare con effetto di
lode a Dio e di santificazione dell’uomo le varie
Natum « costruzione del divino Ufficio 11

divisioni del1tempo ed essere un’orazione univer­


sale così nel tempo come lo è nello spazio.
Consideriamo più a fondo quest’ultimo concetto.

5. L’Ufficio divino preghiera del giorno.


Nelle sue linee generali l’Ufficio divino è costi­
tuito in guisa da abbracciare tutte le ore della gior­
nata, tutti i giorni della settimana, tutte le settima­
ne dell’anno. In tal modo esso riesce ad una lode
perenne quanto a Dio e a-d' una perenne santifica­
zione quanto all’uomo.
La Chiesa nella progressiva costituzione e perfe­
zionamento della sua preghiera pubblica prese le
mosse dal doppio principio: seguire l’insegnamento
ed esempio di Cristo, adattarsi alle divisioni del
tempo comunemente usate. Ne risultò finalmente
(secolo V-VI) questa definitiva ripartizione del'I’Uf-
ficio quotidiano secondo le ore della giornata:
a) Ufficio della notte (vigiliae, matutinum) dalla
mezzanotte all’aurora, passato nel contemplare Id­
dio e nell’eccitarsi a ben servirlo.
b) Ufficio dell’aurora (laudes matutinae) inno
di gioia e di glorificazione a Dio ed a Cristo fonti
di luce e di vita.
c) Ufficio di Prima, preghiera mattutina diretta ad
incominciar bene la giornata ed a santificare il la­
voro fin dal suo principio.
d) Ufficio di Terza, Sesta e Nona, brevi elevazio­
ni a Dio durante le occupazioni della giornata in­
terrotte per pochi istanti.
12 Cupo I.

e) Ufficia della sera (vesperae) all termine del


giorno e delle opere, per ringraziare Iddio.
f) Ufficio di Compieta (completorium, comple­
tio) detto prima appena di coricarsi onde dare un
perfetto compimento alla giornata nell’augurio
d’una notte quieta e santa.
6« L’Ufficio divino preghiera della settimana.
La santificazione dei giorni della settimana me­
diante la preghiera canonica cominciò coll’Ufficio
della Domenica,
La primitiva comunità cristiana, fedele al sabato
ebraico vi aggiunse però il giorno dopo (prima sab­
bati), che chiamò giorno del Signore, quindi finì
per sostituirlo addirittura al sabato. Celebrandolo
intese ricordare la risurrezione di Cristo, il primo
giorno della creazione (opera del Padre) e più tar­
di la venuta dello Spirito Santo; e così lo fece di­
ventare il giorno dedicato per eccellenza alla SS.
Trinità. Ne venne fuori: l’Ufficio domenicale, tutto
improntato alla gioita.
A questo primo nucleo presto si aggiunsero pre­
ghiere in altri giorni della settimana: primi, per la
loro speciale relazione colla Passione di N. S., il
venerdì e il mercoledì, poi via via tutti gli altri, sic­
ché nel secolo IV non v’è feria della settimana che
non abbia l’Ufficio liturgico. L’Ufficio feriale ha
un carattere di mestizia e di penitenza che lo stac­
ca nettamente dal domenicale. Ma nella grata varie­
tà nata dall’alternarsi delle ufficiature gioiose e me­
ste, varie cause contribuirono a conservare l’unità
della settimana: l’influsso di ogni domenica sulla
Natura e costruzione del divino Ufficio 13

settimana che la segue, le varie opere della crea­


zione ricordate nell giorno corrispondente della set­
timana, la recita dell’intero Salterio nel giro d’ogni
settimana. Unità nella varietà e varietà neJIFumiità,
che va ripetendosi per 52 volte, quante settimane
conta Fanno, fino a percorrerlo tutto. Ed in questo
percorso nuovi elementi presi dai, ricordi della vita
del Signore vanno aggiungendosi a quelli settima­
nali, rendendo ancor più vario e bello il ciclo litur­
gico annuo.
7. L’Ufficio divino preghiera dell’anno.
A formare la varietà e Ilo splendore dell’ufficiatu­
ra annuale contribuiscono due serie di Uffici: gli
Uffici o Proprio del Tempo e le Feste o Proprio dei
Santi, le quali serie corrono parallele e talvolta s’in­
trecciano nella loro corsa.
1) Gli Uffici del Tempo si riferiscono ai misteri
della vita di N. S. e procedono per settimane, rag
gruppandosi intorno alle due grandi feste di Pasqua
e di Natale.
a) Il ciclo pasquale ha per centro la Pasqua o fe­
sta della Risurrezione di Cristo, a data mobile. La
sua preparazione immediata è la settimana maggiore,
la Quaresima ne è la preparazione meno mediata,
il tempo dalla Settuagesima alla Quaresima la pre­
parazione remota. Alle celebrazioni pasquali succe­
de un periodo di 50 giorni e più, che anticamente
veniva chiamato Pentecoste e più tardi, ed anche
ora, è detto il Tempo pasquale.
b) Il ciclo natalizio, con la festa della Natività del
u Capo I.

Signore posta nel mezzo, ha un periodo preparato-


rio nelle quattro Domeniche d’Avvento, e si pro­
lunga per più di due Ottave, fino all’Ottava delTE-
pifania, anzi fino al 2 febbraio, festa della', Purifi­
cazione di M. Vergine.
Il vincolo d’unione tra questi due cicli è l’iden­
tità del fine e dellh celebrazione, cioè di onorare
la vita e l’operai del Di vin Redentore*
I gruppi di settimane posti tra questi due cicli
— dall’Ottava dell’Epifania alla Domenica di Set-
luagesima e dalla Domenica dopo FOttava di Pente­
coste (SS. Trinità) alla l.a Domenica di Avvento
— non hanno niente di particolare e costituiscono
il tempo dietto infra annum. Ciò nondimeno essi pu­
re hanno una certa relazione coll’opera di Cristo:
le settimane dopo l’Epifania ne celebrano il regno
messianico; quelle dopo la Pentecoste ne espongo­
no gl’insegnamenti e la vita pubblica, contribuendo
in tal modo a darne più viva e perfetta l’amabile,
divina figura.
2) Gli Uffici dei Santi riguardano la vita mistica
del Redentore.
Fin qui ci siamo occupati della vita fisica, natu­
rale di Nostro Signore. Ma egli ha pure una vita mi­
stica. I Santi sono le membra vive di un corpo (la
Chiesa) del quale G. Cristo è il Capo. Come egli li
ha congiunti seco nella .glorila diéi1cielo, 'era giusto
che la Chiesa li associasse a lui negli onori liturgi­
ci. Fin dal principio ne assegnò la memoria a un
giorno fisso del mese, cioè al loro giorno natalizio o
ad un altro da essa stabilito. Per alcuni ne estese il
Natura e castrazione del divino Ufficio 15

culto a tutta quanta la cristianità, per altri lo re­


strinse a luoghi particolari.
Le Feste dei Santi possono ben chiamarsi Feste di
Cristo precisamente considerato nella sua vita misti­
ca, poiché l’onore reso alle membra del corpo della
Chiesa torna sempre ad onore del' suo Capo. E co-
sì la legge notata sopra dell’unità nella varietà, lun­
gi dallo smentirsi, nel Proprio dei Santi trova una
nuova e bella applicazione.
I tre aspetti — quotidiano, settimanale, annuo
— della preghiera liturgica colla distinzione del lo­
ro carattere e colla unità nella varietà vengono fe­
delmente riprodotti nella distribuzione e collega­
mento delle varie parti del Breviario, che è appun­
to ili libro della preghiera ecclesiastica.
CAPO II
Breve storia dell’Ufficio divino*

8. Periodi principali.
L’Ufficio divino considerato nella sua sostanza è
antico, si può dire, quanto il mondo. Le divine lodi
hanno la loro origine in cielo dagli Angeli, anzi dal­
lo stesso Dio (1); si perpetuarono sulla terra per
mezzo dei patriarchi, del popolo d’Israele, per boc­
ca dei leviti, dei profeti e dei re, specialmente del
reale Salmista, dopo il quale la più bella poesia di­
vinamente ispirata e disposta alla musica, risuona­
va nel tempio di Gerusalemme e nella stessa terra
d’esilio. I sacrifici, le libazioni, le offerte, le puri­
ficazioni, quanto insomma costituiva il culto pub­
blico ebraico, era accompagnato dalle preghiere
pubbliche del sacerdote, spesso anche da Inni.
Da quando poi N. S. Gesù Cristo, compiendo i
voti dei patriarchi e dei profeti, venne per redime­
re Fucino e risollevarlo aiFanitica dignità ed al siuo
vero fine, nell’Epoca cristiana si vede la preghiera
pubblica, rinnovellata e quasi diversamente sostan­
ziata rispuntare, svolgersi, perfezionarsi, diffondersi
costruirsi un codice, per compiere nel mondo la
sua divina missione.
Queste varie fasi delFUfficiio divino e dell Brevia­
rio che ne è il codice si svolgono in cinque grandi
periodi, attraverso i quali corre la storia che stiamo
per accennare.1
(1) Card. Bona, De divina psalmodia, c. I. § 2.
Breve storia delVVfficio divino 17

Il I. ei estendb dia S* Pietro a S. Dannaso (35-366).


Ili II. dia S. Diamaso a S. Gregorio Magno (366-
590).
Il III. da S. Gregorio Magno a S. Gregorio VII
(590-1072).
Il IV. da S. Gregorio VII a S. Pio V (1072-1566).
H V. finalmente da S. Pio V a Pio X (1566-1903)
Con Pio X e con la sua riforma comincia appena
un nuovo periodo.
9. I. Periodo, da S. Pietro a S. Damato (35-366)*
Da G. C., maestro e modello della preghiera, im­
pararono gli apostoli come e quando si dovesse pre­
gare; e come ordinarono le cose spettanti il S. Sacri­
ficio della Messa, ordinarono pure la preghiera pub­
blica nella Chiesa, intimamente unita allo stesso
Sacrificio.
Prima della venuta dello Spirito Santo erano rac­
colti e perseveravano unanimi nell’orazione (1); e
nelle loro adunanze si fa cenno sempre della pre­
ghiera comune. Questa peraltro ci appare da prin­
cipio collegata col rito giudaico (2) tanto pel tem­
po come per la sostanza delle preghiere : all’ora di
terza erano gli Apostoli radunati alla preghiera,
quando discese su di loro lo Spirito Santo (3), al­
l’ora sesta (4) Pietro ascende a pregare nella par­
te superiore della casa; Pietro e Giovanni si recano

(1) Act. Apost. 1, 14; li, 42.


(2) Confr. Manuale Voi.. I. Parte I, Cap. II e III.
(3) Act Apost. IL 15.
(4) Ibid. X. 9.
18 Capo 11.

al tempio e pregano all’ora di nona (1); a mezza


notte S. Paolo e Sila cantano nel carcere lodi al Si­
gnore ( 2), e l’Apostolo raccomanda ai primi cristia­
ni la pubblica preghiera (3).
Ma assai presto la pubblica preghiera, nella nuo­
va società cristiana, prese una via propria; il culto
ebbe un carattere specifico, particolare (4). Gli A-
postoli determinano il tempo, le ore in cui si do­
vevano riunire il crfijstiJani alla pubblica (preghiera,
in luoghi particolari. S. Clemente romano parla del­
ie «oblationes et officia sacra... statutis temporibus»
(5) che sono precisamente le adunanze antelucane
e vespertine descritte da Plinio nella nota lettera a
(1) ibid. III. 1.
(2| ibid. XVI. 25.
(3) Ad Ephes, V. 19; Colose. Ili, 16; I Cor. XXVI. 26. Gli ebrei
fino dall’esilio babilonese dividevano il giorno in tre parti; matti­
na, mezzogiorno e sera. La notte aveva pure tre parti dette vigilie.
Più tardi, secondo l’uso dei Romani alle tre vigilie della notte se
ne aggiunse una quarta. Dai babilonesi impararono gli ebrei a di­
videre il giorno in dodici ore, le quali decorrevano dal levare al
tramontar del sole, e quindi non erano sempre della stessa durata,
ma d’inverno erano più brevi che non d’estate. L’ora sesta corri,
spóndeva sempre a mezzogiorno; l’ora terza di primavera e d’au­
tunno corrispondeva alile ore nove circa; la nona circa alle tre po­
meridiane. L’ora undicesima era quella appena precedente il tra­
monto del sole e la duodecima si chiamava anche vespero, sera,
e da-essa incominciava la prima vigilia della uotte. Nel tempio di
Gerusalemme si facevano tre sacrifici accompagnati da pubblico
preghiera: il sacrificium juge ò mattutino, dalla levata del sole,
sino a terza; minchah o sacrificio del pane e del vino, farina ecc.
che era circa il mezzogiorno: il sacrificium vespertinum, che co.
minciava all’ora di nona e terminava alla dodicesima, seguito ancora
da preghiere. Tali erano i tre sacri tempi del giorno presso gli
ebrei. Cfr. Ikenius: De ordine cultus cotidiani (Antiq. hebr. pars. I.
c. 20 §§. 17-18): Bàumer: Geschichte des Breviers. Freiburg.
1895, pag. 34-35.
(4) Baumer, I. c.
(5) S. Clem. Rom. Epist. ad Corinth. cap. XL — XLII; Epist.
10, c. 47
Breve storia delFUffieio divino 19

Traiano. — L’omelia tenuta da un Apostolo o Ve­


scovo, la recita dei Salmi, il canto di Inni, le lezioni
della Sacra Scrittura fatte ad ore stabilite e coordi­
nate al divin Sacrificio, costituivano il divino Uffi­
cio al tempo degli Apostoli (1) e lo si recitava a
terza, a sesta edl a nona, ossia al mattino, al mezzo­
dì ed alla sera (2).
Questa triplice divisione del tempo, sacro alila
pubblica preghiera, perseverò costantemente nella
Chiesa durante i primi quattro secoli, e la tradizio­
ne cristiana designò l’origine di un tal uso chia­
mando questi tre tempi della preghiera col nome di
ore apostoliche (3). Ma poiché la Chiesa era perse­
guitata e T’edliitto di Traiano vietava quafeiasii riunio­
ne, i cristiani, fino al quarto secolo, celebrando di
notte i sacri Misteri furono costretti a collegare le
funzioni vespertine colile mattutine, e se non si po­
teva ogni giorno, lo si faceva almeno nella notte tra
il sabato e la domenica e nelle notti precedenti le
feste. Quindi, riservando la pubblica preghiera alla
notte entrante nella domenica e ai giorni delle sta­
zioni (mercoledì e venerdì), al mezzogiorno si pre­
gava privatamente dal clero e diai popolo (4).
E’ naturale che nei primi due secoli gli scrittori
ecclesiastici non facciano che brevissimi cenni della
pubblica preghiera: essi erano più intenti a difen-

(1) L’omelia faceva spesso parte della preghiera pubblica della


Bera. Cfr. Act. Apost. XX. 7 e tale costume perseverò fino al quarto
e quinto seeolo.
(2) Tertulliano. De jejun. c. X.
(3) Martène: De antiq. eccles. ritibus, lib. IV, c. I, n. 2, p. 1.
(4) Gostit. Apost., lib. Vili, c. 34.
Capo IL

dere la legalità delle funzioni cristiane, che a de­


scrivere quello che si faceva, essendone anzi tratte­
nuti dalla così detta disciplina dell’arcano. Ma sul­
la fine del secolo secondo, Clemente di Alessandria
parla del sacro e pio dovere della preghiera vesper­
tina, delle lezioni e del canto, e riconosce le ore sta­
bilite per la preghiera ad onore della SS. Trinità,
il òhe non toglie però ai cristiano di pregane conti­
nuamente (1). Tertulliano riferisce la pratica del­
l’occidente al tutto conforme a quella dell’oriente,
e dà le ragioni perché si usi in questi tre tempi l»a
preghiera dai cristiani (2). Così si può conclude­
re che nei primi due secoli i tempi della preghiera
erano due : I. di notte pubblica, II. di giorno pri­
vata; le altre dire ore erano sacre allia privata.
Nei giorni delle stazioni si pregava insieme fino a
nona e si digiunava. La preghiera stazionale con­
teneva lezioni della Sacra Scrittura, recita di Sal­
mi e di altre speciali orazioni, canti sacri e accla­
mazioni idei popolo che rispondeva: Alleluia. Il
Vescovo era il regolatore duellila pubblica preghiera,
ed era obbligato ad intervenire non solo il clero
ma anche il popolo (3). Nel secolo terzo il costu­
me di celebrare le vigilie passando la notte nella
pubblica preghiera, per lo più al sepolcro di un
mairtiire, ebbe Ila sua conferma. Origene ne difen­
de Ila pratica contro Celso, e nel labro De ora•

(1) Clem. Alex. Stromata, lib. 6, c. 12; lib. 7, c. 7; Paedago­


gus lib. 2, c. 4.
(2) De Oratione, cap. 23-25; Apologetic. c. 3; De Jejuniis, c. 10.
(3) Baumer O. c., pag. 48-49; Probst. O. c., pag. 19-22; Bona
O. c. capo I, §. 4, n. 1. 2.
Breve storia delVUffieio divino 21

tione parla delle lodi mattutine e vespertine e del­


la preghiera meridiana (1). Importanti sopratut­
to per conoscere lo stato della pubblica ufficiatura
con relazione alla orazione privata, a cui erano in­
vitati i fedeli in questi secoli, sono i Canoni di S.
IppoDito (fine del secolo II o principi© del III). Vi
si legge: «c. 25. Omnes qui ad órdinem christic
norum pertinent primum eo tempore orent, quo
a somno surgunt matutino... c. 26. Si est in Ec­
clesia conventus propter verbum Dei, singuli qui­
que cum festinatione properent, ut ad illud con­
gregentur... ecclesiam frequentent, omnibus diebus
quibus fiunt orationes... c. 27. Quocumque die in
Ecclesia non orant, sumas Scripturam ut legas in
ea. Sol conspiciat matutino tempore Scripturam
super genua tua. Orent autem hora tértia, quia illo
tempore Salvator voluntarie crucifixus est ad sal­
vandos nos, ut nobis libertatem tribueret. Deinde
etiam sexta hora orate, quia illa hora universa
creatura turbata est propter facinus scelestum a
Judaeis perpetratum. Hora nona iterum orent,
quia illa hora Christus oravit et tradidit spiritum
in manus Patris sui. Etiam hora, qua sol occidit
orent, quia est completio diéi...Curet igitur quili­
bet ut diligenti studio oret media nocte, quia pa­
tres nostri dixerunt illa hora omnem creaturam ad
servitium gloriae divinae parari, ordinesque An~
gelorum et animas justorum benedicere Deo, quia
testatur Dóminus dicitque de hoc: Media autem1

(1) De orat., c. 12; Contra Celsum, lib. 6, c. 41; Cfr. pure la


Dottrina dei dodici Apostoli, cap. 8,
Capo II.

nocte clamor factus est: Ecce sponsus venit; exite


obviam ei..Porro autem tempore quo canit gallus
instituendae sunt orationes in ecclesiis,quia. Domi­
nus dicit: Vigilate quia nescitis qua hora filius hó­
minis venturus est, galli cantu vel mane» (1). An­
che S. Cipriano ricorda l’Ufficio notturno, il mat­
tutino, (Laudes matutinae) ed il vespertino. La
preghiera nelle altre ore d!el giorno, e la notturna,
era lasciata alla divozione privata (2).
In questo secolo tuttavia si osserva già una dif­
ferenza tra la pratica della chiesa orientale e quel­
la della occidentale. In oriente solo alla fine del
secolo si trovano cinque tempi sacri alla preghie­
ra comune giornaliera, mentre in occidente tale
pratica si trova tosto al principio del1secolo stesso.
Quindi riassumendo lo sviluppo della preghiera
pubblica nel terzo secolo, si può segnarne come ca­
rattere Vintroduzione della preghiera mattutina e
vespertina, aggiunta ai tre tempi sacri apostolici
(3).
Al principio del secolo quarto non troviamo al­
cuna mutazione sostanziale nell’Ufficio, quantun-123

(1) Achelis, Canones S. Hippoliti. Leipzig. 1891. Il brano citato


si trova presso il Baumer, O c. pag. 52.
(2) S. Cipriano, De Orat. Dominica, c. p. 12-35.
(3) Si noti bene che qui si traccia brevemente la storia della
preghiera pubblica. Che ai fedeli fin da principio, dagli Apostoli
e poi dai Padri, fosse inculcata la preghiera anche privata, e che
i fedeli, nelle diverse ore del giorno e della notte, la praticassero
è fuori di dubbio. Come è certo che questa pratica dei fedeli di­
venne tosto un obbligo pei Monaci appena sorse il monachiSmo,
che tanta influenza ebbe nello sviluppo delle Ore canoniche. Su
questo punto vedi: F. Magani: L’antica liturgia rom. Voi. I, pag.
5 seg;. Martigny Prières des chrétiens.
Breve storia dell’Ufficio divino

que, in grazia del monachiSmo, fiorente nell’Egitto


e nella Palestina, si vada già preparando un mag­
gior sviluppo. Le notizie che si hanno dagli atti dei
Santi e dei Martiri, dagli scritti di Sè Basilio e dai
monumenti pubblicati finora dai critici, conferma­
no tale fatto. Ma nella seconda metà di questo seco­
lo due potenti fattori concorsero allo sviluppo del
divino Ufficio : essi sono il monachiSmo, che si estese
ntìlIFoiriente e nelFoccidlente, e Vanno ecclesiastico
col càcio delle feste di Gesù Cristo e dèi Santi, il
cui corso specialmente va distinto nel ciclo della
pubblica preghiera.
Quanta e quale influenza abbiano avuto i monaci
nella sistemazione, diremo così, del divino Ufficio lo
dimostrano le Regole di S. Pacomìo (+ 348), di
S. Basilio, di Cassiano, le Costituzioni Apostoliche,
la Peregrinatio S. Sylviae, e lo si può facilmente ar­
guire dalle opere dei Santi e degli scrittori che fio­
rirono in questo tempo, come S. Atanasio, S. Efrem,
S. Cilrillo di Gerusalemme, S. Basilio, S. Gregorio
Naizdiainz., S. Giovanni Crdisost., S. Iliario, S.Ambrogio,
dai Canoni dei concilii di Laodicea, di Toledo e di
altri (1). Quanto alle feste che entrarono a formare
Vanno ecclesiastico, oltre alla domenica, e alla Pa­
squa (che ebbe in questo tempo la sua defintiva si­
stemazione), alle ferie ed alle vigilie, s’incominciò a
celebrare con maggior pompa la festa dell’Ascensio­
ne dii G. C. all cielo, dèlia Pentecoste, die! Natale,
dell’Epifania, e le feste dei martiri e le Depositio-1

(1) Molte citazioni di questi scrittori si trovano presso il Card.


Bona, O. c. e presso il Baumer O, c. dalla pag. 69 alla 130.
Capo IL

nes Episcoporum, specialmente dei Papi: e si sce­


glievano naturalmente, per la pubblica ufficiatura,
quelle parti della Sacra Scrittura e dei Salmi che
più convenivano al carattere della Festa.
I Salmi non solo si recitavano, ma si modulavano,
talora anche si cantavano; i Responsorii e le Anti­
fone s’incontravano già nel divino Ufficio, le Le­
zioni recitate dal lettore col consenso del Vescovo
(«Jubeat dominus lectori lectionem legere») conte­
nevano anche gli Atti dei martiri. Dopo i Salmi si
recitavano le Orazioni o collette, assai brevi, ed al­
la fine del divino Ufficio il celebrante impartiva la
benedizione, un avanzo della quale si scorge ancora
alla fine di Prima e di Compieta.
Laici e chierici convenivano alla preghiera, det­
ta anche corale, e questi non erano promossi ai sa­
cri Ordini se non sapevano recitare a memoria il
Salterio (1).
10. 11. Periodo: da S. Damaso a S. Gregorio
(366-590).
Importante nella storia del divino Ufficio e del
Breviario, è questo periodo. Vi ha chi attribuisce a
S. Damaso la distribuzione del divino Ufficio* ossia
dei Salmi, delle Lezioni e delle Orazioni per le
domeniche e le altre ferie della settimana, dette
perciò Breviarium per hebdomadam dando incarico
dlelFopera a S. Gerolamo.
Comunemente però i critici ora rifiutano tale sup-1

(1) Cfr. Probet, O. c. pag. 25-31.


Breve storia deU’Vfficio divino

posizione, mentre il Breviarium per hebdoma­


dam lo si attribuisce piuttosto a San Grego­
rio VII. Tuttavia, da ciò non segue, come
vorrebbe il Pleithner (1), che San Damasi*
non abbia fatto altro che far rivedere da Sari
Gerolamo e approvare la recensione del testo Scrit­
turale nuovamente corretto e lo abbia introdotto
nel Breviario; vi ha qualche cosa di più importan­
te. Egli fu il primo che tentò d’unificare e riordi­
nare il Salterio; onde affidò a S. Gerolamo la re­
visione delia versione itala su quella dei Settanta,
come anche diéi testo d’ei Vangeli, donde trasse il
nuovo Lezdonario, d'etto perciò geronimiano, mentre
il nuovo Salterio si chiamò Psalterium romanum.
Nel 382 molti Vescovi dell’oriente e dell’occidente
convenuti a Roma per un concilio, conosciute le
riforme damasiane, le ammirarono, e ritornati alla
loro sede si adoprarono tosto per tradurle in pra­
tica. Da ciò si spiega la riforma liturgica, per opera
dei Vescovi, sotto la dipendenza dei metropoliti.
Fin qui però siamo ancora ben lontani da un or­
dine stabile e universale del divino Ufficio. Ed è
naturale. La liturgia, dice Baumer, deve crescere
fino ad un certo grado di perfezione e stabilità pri­
ma di divenire oggetto di trattazione storica e di
studi sistematici. Questi cominciano soltanto nel pe­
riodo successivo a Gregorio Magno. Coltre nei se­
coli V e VI gli scrittori e i teologi erano tutti intesi
a diffondere la vita pratica religiosa nei popoli e1

(1) Pleitner. Aelstete Geschichte de$ Breviergebetes, Kempte


1887 pag. 263.
Capo II.

difenderla dagli eretici; la liturgia per sè non era


direttamente studiata e difesa (1). Però in questo
tempo abbiamo la prima comparsa del Breviario.
L’Ufficio non era raccolto in un solo libro, ma se
ne avevano parecchi che portavano il nome di Sal­
terio, Lezionario, Sacramentario, Antifonario, Re-
sponsoriale, secondo lia parte di Ufficio che contene­
vamo, e il libro die serviva come direttorio e conte­
neva le regole per recitare l’Ufficio si chiamò
Breviario. Le parti che compongono l’odierno Uf­
ficio sono quasi tutte accennate dagli scrittori di
questo tempo, come S. Agostino, Arnobio, Sidonio,
Apollinare e Gennadio. — Giovanni Cassiano,
diligente scrittore delle cose monastiche, nel libro
delle Istituzioni' diéi monaci, descrive accuratamen­
te la preghiera di Terza, Sesta, Nona, Vespro e vi
aggiunge cenni sulla preghiera notturna, sulle lodi
mattutine e l’ora di Prima, in uso nel suo mona­
stero di Betlemme (2). S. Cesario di Arles, nelle
Regole date al chiostro di cui era Abate, determinò
il numero dei Salmi da recitarsi nelle Vigilie, nel­
le Ore minori ed a Vespro, e le lezioni.
Numerosi Concilii in questo periodo di tempo
spiegano grande attività, non solo nel regolare la
pubblica preghiera ed ingiungerla al clero secolare
come al regolare, ma anche nel chiamarla all’unifor­
mità con Roma. — Sulla fine del secolo V il Conci­
lio di Vannes, al principio del VI quelli di Agde,
di Tarragona, di Epaon, di Gerunda, di Vaison,

(li Baumer O. c., pag. 143.


(2) Bona, I. c.j Cfr, Baumer O. c. pag. 145-148.
Breve storia dell’Ufficio divino 27

quelli d’Orlleaii», dii Braga, da Tour» dettarono Ce­


noni di grande importanza per chi voglia conoscere
lo sviluppo del divino Ufficio in questo tempo.
Soggiungano i numerosi Innografi che fiorirono
in questo tempo e le cui classiche produzioni
vennero accolte nel Breviario. Basti ricordare qui
i nomi di S. Ambrogio, di Prudenzio, di Sedulio,
di S. Ilario di Poitiers, per dire solamente di quel­
li i cui inni vennero conservati nella riforma del
Breviario romano.
Sul termine di questo periodo due grandi perso­
naggi collegarono la loro storia con quella del Bre­
viario, per Finfltuenza che esercitarono e per l’ope­
ra di sistemazione che compirono: essi sono San
Colombano e S. Benedetto, i capi del movimento
monastico del secolo sesto. — Nel Cap. VII delle
Regole di S. Colombano si stabilisce il numero dei
Salmi da recitarsi nell’Ufficio notturno, secondo le
stagioni, ed il modo di recitarli. E noi troviamo un
avanzo dell’ordine dell’Ufficio secondo la regola di
S. Colombano nell’Antifonario di Bangor della Bi­
blioteca Ambrosiana di Milano, che risale al secolo
VII (1). Un’efficacia assai maggiore ebbe S. Bene­
detto. Nella sua Regola dei Monaci troviamo una
esposizione completa del divino Ufficio in questo
periodo. «Il Santo non aveva dii mira dbe di ordi­
nare l’Ufficio monastico, ossia il rito per la salmo­
dia dei monaci del suo monastero, e soggiunse quiu*
dii umilmente, iin fine del suo Ufficio così riordinalo1

(1) Vedi Muratori; Anecdota Ambrosiana tom, IV,


Capo II.

che non voleva imporre a nessun altro la sua Re­


gola, ma lasciava ai superiori di disporre secondo-
chè credevano meglio. Ma l’Ufficio benedettino fu
riconosciuto sì eccellente dalla posterità che otten­
ne una approvazione generale dalla Chiesa e la
stessia Chiesa romana ordinò il proprio Ufficio eccoti.
do quello dato da S. Benedetto (1).
Più avanti esporremo sommariamente l’ordine
dell’Ufficio secondo le regole del Santo : qui osser­
viamo che quando i monaci, fuggendo dall’invasio­
ne dei Longobardi, cercarono ricovero a Roma, vi
portarono il loro Ufficio e prestarono con esso il
più grande materiale a S. Gregorio Magno, quando
volle intrappremd'ere la prima volta la riforma del
Breviario. Intanto è certo, concluderemo col Bàu-
mer, che nelle Regole del Patriarca di Subiaco e di
Montecassino abbiamo il primo e più perfetto sche­
ma delle Ore canoniche che si trovi nella Chiesa.
( 2).

11. III. Periodo: da S. Gregorio M. a S. Gre


rio VII (590-1072).
La tradizione ecclesiastica attribuisce a S. Gre-
gorio M. una parto assai importante nelFordinc del­
la liturgia e specialmente del divino Ufficio : la Scuo­
la dei cantori del Laterano, l’Antifonario e tutta
la liturgia che si chiamò gregoriana. D’altra parte
ne»sun monumento ci sta a conferma della tradi­
zione. Di qui la nuova teoria del Batiffol, che l’Uf-
(1) Baumer, O. c., pag 169.
(2) 0, c„ pag. 183.
Breve storia dell’Ufficio divino $9

ficio romano, al tempo di questo Pontefice, non fos­


se 'altro òhe quello de Vigilia e soltanto nei secoli
d’oro, come egli chiama i secoli VII e Vili, si in­
troducesse anche l’Ora di Prima e il Vespro. (1).
S. Gregorio quindi non sarebbe l’autore della scho­
la cantorum, nè dei Cantica romana o di alcuno
dei libri che ooinitengono l’ufficiatura col canto.
Ma contro una tale teoria sta tutta la tradizione,
sta la regola di S. Benedetto (i cui monaci funzio­
navano nella Basilica Lateranense) che contiene
l’ordine del divino Ufficio, affatto simile al romano.
Onde, quantunque non si possa affermare in che
consistaprecisamente Foipera dii S. Gregorio Magno,
si può affermare che «al tempo di Gregorio Magno,
per mezzo di questo Pontefice o di altri personag­
gi, i libri del divino Ufficio romano vennero ridot­
ti a nuovo ordine, senza subire peraltro una muta­
zione radicale, poiché negare un tale fatto sarebbe
distruggere tutta la storia della liturgia occidenta­
le» (2).
Sistemato così il diviino Ufficio romano per mez­
zo di questo grande Pontefice, nei secoli seguenti,
come va dilatandosi anche presso gli altri popoli,
va ancora intrinsecamente sempre più perfezionan­
dosi, specialmente per l’opera di dotti personaggi
incaricati dai Papi. I principali santi Missionari
di questo tempo, quale Agostino di Cantorbéry, Lo­
renzo e Mellito, Amando, Teodoro, Ghiliano e
Boniifacia, portano ai popoli l’ordine romano nel12

(1) Batiffol, Histoire du Breviaire Romain Paris, 1894.


(2) Baumer, O. c., pag. 228.
30 Capo II.

divino Ufficio. E gli Anglosassoni, i Franchi, la


Sicilia, la Spaglia accolgono l’Ufficio ej il canto
gregoriano'. Nei secoli VII. e Vili., secoli di
invasioni barbariche F Ufficio divino non ha
grande sviluppo interno; però nei due seguenti va
sempre più Progredendo. — Dai monumenti di que'
sto tempo si può vedere come il Psalterium roma-
num corretto da S. Damaso viene distribuito nei
giorni della settimana, si trovano tutte le Ore odier­
ne nel divino Ufficio; gli Inni, le Preci, i Capitoli,
le Orazioni, le Antifone, i Responsorii, sorgono e
si perfezionano in questo periodo. Ai Salmi si ag­
giunge il1 Gloria Patri, l’Ufficio s’incomincia col
Deus in adjutorium, le lezioni della Sacra Scrit­
tura e deMa viltà diéi Santi sono meglio distribuite
quantunque queste ultime non sempre esposte
con sana critica, alila fine di esse troviamo il Tu
autem, Domine, al principio la Benedizione doman­
data dal lettore; esse vanno intimamente connesse
con quelle della Messa. Dietro questo sviluppo il
testo del divino Ufficio va aumentandosi, l’Ufficio
s’allunga e s’introducono nelle Antifone i così
dienti tropi o versi intercalati (farciturae). Le feste
dei Santi e il Proprio del Tempo assumono quella
struttura che ancor l'a conservano oggidì (1).
Si interessarono del divino Ufficio i Pontefici : S.
Gregorio III, S. Adriano I e sopratutto Gregorio
VII.

(]) Cfr. Baumer O. c., pag, 301, ove si espone precisamente la


struttura dell’Ufficio dei Santi e del Tempo al secolo nono, ed
ha una grande importanza.
Breve storia dell’Ufficio divino 31

12. IV. Periodo: da S. Gregorio VII a S Pio


(1072-1566).
Alcuni misero in dubbio l’opera di Gregorio VII,
ma essa è ormai un fatto accertato (I). Ne fanno
testimonianza il monaco Bernoldo (-)- 1100) au­
tore del Microfono e la stessa bolla di S. Pio V.,
premessa al Breviario romano : lo sostengono il
GranooJias (2)? il Menati (3), Ilo Zaccaria (4), Ilo
Schober (5), ed altri liturgisti col Baumer (6).
La riforma introdotta da Gregorio VII nel divi­
no Ufficio è così brevemente descritta dal Fornici
(7): «S. Gregorius VII supremam manum imposuit
Officio et cum ipsius aevo multo prolixius, quo nunc
utimur, Officium esset, plura resecuit, expunxit, ac
secundum Romani Breviarii contractionem prae­
stitit. Legebantur quippe per anni cursum omnes
fere novi veterisque Testamenti libri, Psalterium u-
niversum per hebdomadam recitabatur, singulis Ho­
ris multae addebcmtur preces, quae hodie jejunii
dumtaxat diébus, atque plurimum contractae, reci­
tantur, adeo ut majoris illius Officii epitome, sit Bre­
viarium nostrum».12*567
(1) Lo mette in dubbio il Batiffol O. c., pag. 144 seg., il quale
afferma che dal secolo X al XII non avvennero modificazioni nel­
l’Ufficio Romano: “L’office romain, tei qu’ il etait contituè a Rome
au temps de Charlemagne se maintint à Rome mème dans l’usage
des Basiliques sans modifications sensible ó travers le X et le XI
siede et jusqu’ à la fin du XI1„ pag 142.
(2) Grancola8, Comment. hist. I. c. 4.
f3) Merati, Thesaurus Sacror. Rit II l-l0.
(4l Zaccaria, Bibi ritual. I. 107 (Romae 1786).
(5) Schober, Explan critic, Brev. Rom. Ratisbonae, 1891 pag. 7-8.
(6) Baumer O. c., pag. 303 e seg. Cfr. pure Probst O.c. pag. 44.
(7) O. c. Part. II, cap. III.
Capo II.

Nel' secolo XII il Breviario subì un’altra abbrevia­


zione che fu adoperata dalla Curia Romana. Quin­
di da questo tempo troviamo in Roma due modi del
divino Ufficilo, ossia quello della Chiesa romana e
quello della Curia romana, il quale ultimo, per
la sua brevità, passò presto nella più gran parte del­
le chiese d’occidente. Una tale diversità di Ufficio
della Chiesa romana e dalla Curia poteva ingenera­
re confusione, e la ingenerò difatti nell’Ordine fran­
cescano. Poiché avendo S. Francesco d’Assisi, come
ci riferisce Rodolfo di Tongres, ordinato a’ suoi
monaci di recitare il divino Ufficio secondo l’ordine
breve della Curia, e lo adottarono, finché per or­
dine di Gregorio IX, Aimone, Superiore generale
dei francescani, ne fece una nuova revisione, ap­
provata dal Sommo Pontefice. In tale revisione ven­
nero richiamate ad esame le Lezioni che contene­
vano le vite dei Santi, dei quali molti vennero ag­
giunti al Calendario universale. Poco dopo Nicolò
III ordinò che questo Breviario venisse adoperato
nelle chiese di Roma, abolendo tutti gli antichi An­
tifonari, Lezionari, Graduali, ecc. «Sciendum, scri­
ve Rodolfo, quod Nicolaus III fecit in ecclesiis Urbis
amoveri Antiphonaria, GraduaUa, Missalia, et alios
libros Officii antiquos quinquaginta fere annis et
mandavit ut de caetero ecclesiae Urbis uterentur
libris et Breviariis Fratrum Minorum unde hódie
(scilicet cdirca annum 1390) in Roma omnes Ubri
sunt novi, et franciscanis universae nimirum eccle­
Breve storia dell’Ufficio divino 33

siae patuere» (1). La riforma poi fatta dai france­


scani non consistette nel materiale, diremo così, che
si contiene nel Breviario, ma nel modo ed ordine
pratico di recitarlo. Nel rito romano, prima che ve­
nisse adottato dai francescani, tutto il contenuto dei
libri die! divino Ufficio durante dii) corso dell’anno ve-
niva recitato ; tutti i Salimi sii recitavano assai dii fre­
quente e si leggevano i tratti principali dei libri
della S. Scrittura. In mano ai francescani la mag­
gior parte dell’Ufficio dai recitarsi si riduiceva ai
Commune Sanctorum con alcune lezioni storiche;
urna gran parte deli libri del divino Ufficio non si
leggeva mai (2). Ma il Breviario riveduto e purgato
da Aimone non rimase a lungo in tale stato. I Pon­
tefici non avevano fatto obbligo di adoperarlo, onde
amiche quelli dhe 'Ilo avevano adottato vi inserirono
i loro usi particolari. Così molti, trasportati da di­
vozione meno illuminata, introdussero Santi e leg­
gende che non reggono a una sana critica e Feste
meno decorose (3).
Si aggiungano le numerose mende degli amanuen­
si nel ricopiare i libri. Per cui, al secolo XV, il Bre­
viario si trovò assai alterato. La novità piacque a
molti, e, nata la stampa, ogni diocesi, anzi quasi o-
gni chiesa nella Gallia, nella Germania, nel Belgio,
nella Spagna e nella stessa Italia aveva il proprio
(1) De Canon, observantia prop. 22. Cfr. Wadding., Annales
ad an. 1224.
(2) Baumber, 0. c., >pag. 326.
(3) Questo avvenne specialmente durante il soggiorno dei
Papi in Avignone, periodo che insieme al susseguente del gran­
de scisma ebbero un'influenza nefasta sulla liturgia, Inst. LU
twrg. c. 13. I.
34 Cupo IL

Breviario. Per farsi un concetto del Breviario in


questo tempo si ricordi quello che scrive Silos:
«Romae tunc temporis Breviarium tenebatur nul­
lis non erroribus ac mendis plenum. Damnatae ab
Ecclesia memoriae auctorum homiliae (v. gr. Ori-
genis), incertae nulliusque fidei passim historiae:
praeposterae obscuraeque admodum rubricò';
praeter sermonis inconcinnitatem, plebeiamque ple-
risque in locis quam siggilant, notatque merito in E-
pistola ad Jo. P. Carafa, (poi Paolo IV) qui et se
stomacho in iis recitandis officiis affici affirmat et
dedecere Sacrorum sive puritatem sive majestatem
illam officiorum inelegantiam, insertaque damna­
torum capitum nomina ac dubiam historiarum fi­
dem». (1).
A togliere siffatti abusi ordinò tosto Fopera
sua ili Pontefice Leone X, che Faffidiò a Zac­
caria Ferreri ; ma non ne vddb il compimento.
La nuova collezione di Inni del Ferreri 'vide la lu­
ce nel 1525, e Clemente VII, approvandola, dichia­
rò che ogni sacerdote la poteva usare nella recita
del divino Ufficio. E fu provvidenza che non ne fa­
cesse obbligo! Perchè quantunque la liturgia, lb sti­
le, il metro fossero perfetti, gl’inni erano ripieni di
memorie pagane e ben lontani dalla sacra sempli­
cità di quelli di S. Ambrogio, Prudenzio, Fortuna­
to ed altri (2).
Zaccaria Ferreri, sorpreso dalla morte, non po­

ti) Silos, Histor, Clericor, regulor, p. I, lib. 3, p. 95.


(2) Per esempio l’Inno a Mattutino della Santa Quaresima nel
Breve storia dell’Ufficio divino 35

tè compiere Foipeira sua; quindi Clemente VII or­


dinò ali Card. Quignonez che pubblicasse i\I Brevia­
rio già da lui elaborato ed ora compiuto. Esso era
intitolato : Breviarium romanum ex sacra •potissi-
simum Scriptura et probatis Sanctorum historiis
collectum et concinnatum». L’autore, più che una
eleborazione aveva fatto una devastazione del Bre­
viario. Difatti, trascurati i decreti degli antichi Pa­
dri, infranto Fuso comune ed' approvato dalla Chie­
sa, aveva omessi molti Responsorii, Antifone, Verset­
ti, Preci, Inni. Ciascuna Ora aveva tre Salmi e tre
Lezioni al Mattutino; le vite dei Santi abbreviate

Breviario Romano ha queste Strofe:

Vitemus autem noxia,


Quae subruunt mentes vagas,
Nullumque demus callidi
Hostis locum tyrannidi.
Flectamus iram vindicem,
Ploremus ante judicem,
Clamemus ore supplici,
Dicamus omnes cernui etc.
Or ecco come gli stessi concetti vengono resi dal Ferreri:
Bacchus abscejìdat, Venus ingemiscat,
Nec jocis ultra locus est, nec escis,
Nec maritali thalamo, nec ulli
Ebrietati.
Clauditur ventri ingluvies voraci,
Clauditur Unguae labium loquaci,
Jamque de verbis abigunt salaces
Seria nugas.
Desinant risus veninantque fletus,
Jam theatrales procul este ludi,
Ite compedi procul et tragoedi,
Ite profani.
36 Cupo IL

e di essi un semplice cenno nella terza lezione.


Niun conto del Tempo pasquale, abolito l’Ufficio
della B. Vergine; quello dei defunti assegnato solo
per la Commemorazione dei fedeli defunti al 2 no­
vembre. Non omelie dei Santi e tra i Padri era fat­
to solo grazia (a S. Agostino ed a S. Bernardo. La
diversità dell’Ufficio festivo, domenicale, e feriale
consisteva solo nella mutazione dell’Invitatorio e de­
gli Inni al Mattutino ed ai Vespri e nella terza Le­
zione, nel resto erano in tutto eguali.
Il Papa non approvò questo Breviario, e solo lo
concedeva per grazia; la Sorbona di Parigi gli in­
flisse grave censura, la sua recita pubblica in Ispa-
gna fu causa di una sommossa popolare. Domenico
Soto scrisse condannandolo, S. Francesco Saverio, e
più tardi tutti i francescani lo ripudiarono.
Ma generale e più viva ancora era l’aspettazione
d’un nuovo Breviario, emendato e ufficiale. Parec­
chi Sinodi l’avevano decretato; qua e là apparvero
edizioni, ma vennero sempre censurate. Si deve pe­
rò ricordare la revisione fatta dal Pontefice Paolo
IV. Egli tolse le omelie di Origene e di Eusebio E-
misseno e quello di dubbia fede e ne introdusse al­
tre che contenevano più chiaro, illibato il dogma,
abolì alcune Benedizioni avanti alle Lezioni e altre
ne aggiunse più serie e gravi. Revocò alla sana cri­
tica le vite dei Santi, riordinò le rubriche compli­
cate dell’Avvento, abbreviò i Salmi di Prima e rior­
dinò la Compieta. Tale Breviario riformato fu a-
dottato, con privilegio di Clemente VII, dai Tea­
tini.
Breve storia delVUfficio divino 37

13. V. Periodo: da S. Pio V a Pio X (1566-1903).


Durante il Concilio Tridentino molti avevano
chiesto al Papa che mettesse mano alla revisione
del Breviario e si conducesse a termine quella di
Paolo IV. Tale compito venne dapprima affidato
alila S. C. deJlTndiae, ma poi, per gravissimi
motivi nella Sessione 25 del' Concilio tale e-
mendazione fu riservata al Papa.
Terminato il Concilio (1563), Pio IV si mise to­
sto all’opera, giovandosi dei lavori fatti durante il
Concilio e dell’opera di eruditi personaggi, tra i
quali i Cardinali Sirleto e Carafa. L’opera fu poi
proseguita e condotta a termine da S. Pio V.
Di questa edizione piana, che è la prima pubbli­
cata ufficialmente, convien dire qualche cosa. In
che consiste l’opera di riforma della Commissione?
Essa intese di richiamare a vita l’antico ordine del
divino Ufficio, usando perciò di ottimi codici che
trovavansi nelle chiese di Roma e nella biblioteca
Vaticana. Appurò meglio e con sana critica le Le­
zioni dei Santi, esponendole anche in lingua mi­
gliore; molte ne tolse anche dal Breviario quignu-
niano. Restituì nella forma primitiva le Feste sem­
plici, fissò la recita delle Preci feriali alla Quaresi­
ma ed all’Avvento, i Salmi penitenziali alla feria
sesta ed i Salmi graduali alla quarta. Dispose che
ogni giorno si leggesse una parte della sacra Scrit­
tura. Stabilì che la Domenica prevalesse sui Semi­
doppi e abbreviò l’Ufficio di Prima, distribuendo
i Salmi che seguivano al Beati immaculati, nelle fe­
38 Cupo IL

rie della settimana, uno per giorno nell’Ufficio fe­


riale; così pure il trasferimento delle Domeniche
che sopravanzavano dopo l’Epifania, l’Ufficio duran­
te le ottave; l’Ufficio della B. V. venne ristabilito
e determinato. Quanto al Salterio, ritenne la ela-
borazione geironismiana fatta sulla versione itala, in­
trodotta già da almeno cento anni nel Breviario,
ma lasciò intatti i Capitoli che erano tolti dalle E-
pistole della Messa.
Questo Breviario fu stampato l’anno 1568 a Ro­
ma in tre (edizioni da P. Manuzio sotto il titolo :
Breviarium Romanum ex decreto SS. Condlii Tri-
dentini restitutum, Pii V. Pont. Maximi jussu edi­
tum cum privilegio Pii V. P. M. Romae MDLXYlì (
apud Paulum Manutium. In principio reca la Bolla
papale Quod a Nobis, in data 9 giugno 1568, nella
quale ili Pontefice soppresse il Breviario quigno-
iuiaino ed1ogni altro introdotto per consuetudine, che
non superasse i duecento anni d’uso, permise che
anche quelli più antichi di duecento anni si potes­
sero commutare con questo, se il Vescovo e tutto il
Capitolo acconsentiva; ordinò che si osservasse in
tutto il mondo e stabilì che nulla si dovesse da es­
so togliere e nulla aggiungere; tutti i Prelati lo do­
vevano introdurre in coro e fuori; regolò la recita
dell’Ufficio della B. V., di quello dei defunti, dei
Salmi Penitenziali e Graduali, e nessuno poteva
stamparlo, sotto pena di scomunica, senza speciale
licenza del Papa o die! Commissario Apostolico.
Numerosi Concilii provinciali e Sinodi diocesani
accolsero con entusiasmo ed adottarono questo Bre­
viario ; scio l'a Soirbona col Capitolo' parigino lo ri •
Breve storia dell’Ufficio divino 39

fiutò, attenendosi all’antico Breviario parigino.


Gregorio XIII, immediato successore di S. Pio
V, diè mano a regolare il Calendario, in cui per un
falso computo, molte cose erano spostate. Provvi­
de all’errore passato e studiò di impedirlo per l’av­
venire.
Sisto V aggiunse molte Feste al Breviario piano.
Inoltre essendosi condotta a termine, sotto il suo
pontificato,, la nuova edizione corretta della Sacra
Scrittura su eccellenti codici e per opera di dottis­
simi personaggi, questo Pontefice la fece imprimere
da Aldo Manuzio, tipografo del Vaticano, e ordi­
nò che nei Breviarii e negli altri libri liturgici, si
.usasse di questa edizione (Bolla Aetérnus ille,
1589).
In mano ai tipografi la Volgata (e conseguente­
mente i libri liturgici) subì una grande alterazione,
onde fu bisogno che Gregorio XIV e poi Clemente
Vili la rivedessero nuovamente. Fu- pubblicata nel
1592 ancora da Aldo Manuzio. Clemente Vili fece
ancora emendare il Breviario, richiamandolo alla
purezza della Volgata, fece rivedere le Lezioni dai
Cardinali Baromio e Bellarmino, sistemò parecchie
ufficiature e ne introdusse di nuove, con nuovi In­
ni; introdusse una nuova classificazinnie delle Fe­
ste, altre si elevarono di rito. Anche le rubriche ge­
nerali e particolari furono emendate e meglio or­
dinate. Urbano Vili nominò una Commissione che
rivide nuovamente il Breviario e sopratutto fece la
correzione degli Inni. Il Breviario così riemendato
apparve ih Roma nell’anno 1632, portante la Bolla
40 Cupo II-

di Urbano Vili Divinam psalmodiam, del 25 gen­


naio 1631. In questo Breviario sono inserite nuove
Feste.
Ma le bolle papali non avevano potuto impedire
che si stampassero e si usassero nuovi Breviarii, e
ciò avvenne specialmente in Francia, sull’edizione
parigina. Si enumerano circa undici edizioni, delle
quali una del1Massillon (1732) e ciò indusse i gal­
licani (net 1729) a rifiutare l’aggiunta fatta alle
lezioni di S. Gregorio VII per ordine di Benedetto
XIII, a scrivere contro l’autorità papale, a commuo­
vere il Parlamento, nonostante la fermezza usata
dal re Luigi XV nel sostenere i diritti papali (17
gennaio 1731). Anche nel regno di Napoli e nella
Germania si fecero proteste, e Napoleone I. ordinò
che le lezioni di S. Gregorio VII fossero soppresse.
Benedetto XIV istituì una Congregazione specia­
le per la revisione del Breviario che incominciò a
ritoccare il Calendario nel rito di alcune feste. Nel
concilio Vaticano furono presentati parecchi voti
di Vescovi che richiedevano una nuova correzione
del Breviario; ma, interrotto il Concilio, non vi si
potè più pensare.
Leone XIII col breve Nullo umquam, in data 28
luglio 1882, introdusse nel Calendario della Chiesa
universale alcuni Santi, e regolò la traslazione degli
Ufficà. Più tairdli concesse gli Uffici votivi per heb
domadam (5 luglio 1883); finché il 12 settembre
approvò Yedizione tipica del Breviario, nelllia quale
sono introdotte le riforme nel'testo e nelle Rubriche
pubblicate fino a quell’epoca.
Breve storia dell’Ufficio divino 41

L’edizione tipica leoniana del Breviario coi tipi


diiFederico Pustet di Ratiisbona, venne fatta fiull'u-
dizione vaticana del 1632, ordinata da Urbano Vili,
che è la più perfetta. Vennero tolte quelle mende e
varietà che s’erano introdotte nei vari testi della
Sacra Congregazione dei Riti, venne appovato il te­
sto originale. In essa furono introdotte le rubriche
riformate in base al Decreto di Leone XIII del
1882, e, come appare dal decreto 13 aipidle 1885«
si doveva ritenere come tipica, cioè tutte le nuove
edizioni dovevano concordare con essa, perciò si do­
vevano rivedere su di essa. Quanto al testo origi­
nale che contiene, la parte Scritturale, è tolta dal­
la Volgata di Clemente Vili (a. 1592), poche par­
ti discordano da essa e vennero lasciate come era­
no sotto Urbano Vili. Vennero pure lasciate le dif­
ferenze che si notano già tra i Capitoli antichi e le
Epistole della Messa : mentre quelli delle Feste nuo­
ve concordano perfettamente colla Volgata. Le Le­
zioni dei Scoiti e le Omelie vennero approvate cri­
ticamente per la parte storica e tratte dai migliori
codici, p. es. quello dei monaci maurini. Anche Vin­
terpunzione venne fatta, per la parte scritturale,
sulla Volgata e per le altre parti sulla edizione del
1632. Nel corpo del Breviario vennero tolte, ag­
giunte o modificate alcune parole (1).
Così il divino Ufficio, che al tempo degli Apo­
stoli. come abbiamo veduto, si trovava in germe, an­
dò man mano svolgendosi sotto l’influenza della1

(1) Cfr. Scbober, Explanatio critica edit. . Brev. Rom. quae a


S. R. C. mi typica declarata est. Ratisbonae 1891.
42 Capo IL

Chiesa ed è dopo la liturgia della S. Messa il suo


più bello e prezioso tesoro.
14. La riforma di Pio X (1914).
Se Leone XIII è benemerito della sacra liturgia,
molto più lo è Pio X, non solo per la riforma del
canto ecclesiastico, ma ancora per quella importan­
tissima del Breviario.
S. Pio V. dava ai Santi uno speciale posto nel di­
vino Ufficio. Per essi v’era un, particolare ciclio di
Salmi, detto de communi, che si dovevano recita­
re per tutti quelli che appartenevano alla stessa
classe: Apostoli, Martiri, Pontefici, non Pontefici
ecc. Ma crebbero poi talmente le feste dei Santi
tanto nel Calendario universale della Chiesa quan­
to in quello delle particolari diocesi ed Ordini, che
si finì per non recitare quasi altro che i salimi de
communi. Il Salterio, posto in principio del Bre­
viario era, si può dire, lettera morta, se si esclude
qualche feria prima del Natale, quelle della Set­
timana santa, le domeniche d’Avvento e dalla Set-
tuagesima alle Palme. Si aggiunga che gli Uffici vo­
tivi concessi da Leone XIII, finivano per escludere
quasi del tutto la recita dei Salmi e dell’Ufficio fe­
riale.
La ragione d'eli fatto di sottrarsi alia reciir lei-
l’Ufficio feriale, sta specialmente nel numero dei
Salmi assegnati agli Uffici delle Ferie e delle Do­
meniche. La Domenica aveva ben 18 Salmi e spesso
fra essi dei lunghissimi, e le Ferie ne avevano 12
non meno lunghi. Di qui lo zelo dei calendaristi di
Breve storia dell’Ufficio divino 43

alleggerire l’Ufficio, introducendo più Santi che si


poteva nel Calendario. Anche al trasferimento dei
Santi formava un grave peso ed un grave incomo­
do. Già il Pontefice Leone XIII aveva ordinato che
non si trasferissero i Doppi minori se non dei Dot­
tori, ma anche con questa limitazione lungo l’anno
si aveva un numero non indifferente di Santi che
andavano'a collocarsi nei posti liberi e così impedi­
vano l’Ufficio semplice o feriale.
La necessità d’una riforma riguardo al Salterio
e al trasferimento dei Santi era evidente e fu in­
vocata già fino dal 1870 da molti Padri del Conci­
lio Vaticano. E questo fu il primo passo della rifor­
ma del Breviario poi felicemente compiuta da Pio
X di santa memoria.
I punti principali della riforma di Pio X, per
ciò che riguarda il divino Ufficio sono questi:
1) I Sa/mi, per gli Uffici ordinarii (escluse dun­
que le Feste di rito doppio di prima e seconda clas­
se, le Feste del! Signore, della B. V. e degli Angeli)
sono tutti tolti dal Salterio e distribuiti secondo le
Ferie, in modo che si recitano tutti in una settima­
na, mentre prima della riforma si usavano i Salmi
dei comuni rispettivi, mentre quolili del Salterio,
come si trovavano allora nei Breviarii, si usavano
soltanto nelle ferie e nelle vigilie. Molti Salmi ven­
nero smembrati, e alcuni occupano così da soli un
Notturno od anche dlue, una o anche due ‘Ire mi­
nori. Venne però conservata l’antica forma dei tre
Salmi o parti di Salmi ai Notturni e alle Ore mi­
nori.
44 Capo IL

2) Le Antifone e i Versetti sono nuovi, e collo­


cati accanto ai Salmi nel Salterio.
3) Alle I*odi domenicali e feriali si trovano due
schemi o gruppi di Salmi, dei quali il primo si usa
ordinariamente, mentre il secondo si usa negli Uf­
fici domenicali e feriali di Quaresima e d’Avvento,
e nelle Vigilie in cui si fa Ufficio di esse.
4) Le Lezioni scritturali storiche od omiletiche
vennero conservate con qualche leggero cambia­
mento. Con molta opportunità venne compilato un
Lezionario storico delle vite dei Santi tratto dalle
lezioni del secondo Notturno e compendiate in una
sola che si legge come nona lezione del Santo, quan­
do la Festa viene semplificata.
5) I Responsorii vennero apposti alle Lezioni
scritturali per ciascuna feria e furono creati nuo­
vi Responsorii per le ferie del tempo pasquale, ag­
giunti alla terza Lezione. Quelli che si trovavano
apposti alle Lezioni proprie del I. Notturno, tolte
queste, furono apposti alle Lezioni storiche del se­
condo Notturno.
6) Vennero aboliti gli Officia votiva per hebdo­
madam, introdotti onde evitare gli Uffici feriali che
come s’è detto, avevano una lunghezza veramente
soverchia.
7) Importantissima è la nuova regola dlella
traslazione delle Feste e la loro assegnazione, co­
me si vedrà a suo luogo.
8) Richiamata la Domenica alla sua primiti­
va dignità, da essa si escludono le feste che non sia­
no di l.a o 2.a classe o feste del Signore. E quelle
Breve storia dell’Ufficio divino 45

feste che eirano assegniate in Domenica vennero


collocate a giorni fissi o a Ferie determinate.
9) Alla solenne Commem, di tutti i fedeli de­
funti (2 novembre) fu data una nuova ufficiatu­
ra completa, sostituendola alFUfficio de Oclava.
10) Vennero meglio classificate le Ottave e
regolata l’ufficiatura infra Octavam, come si vedrà.
11) I numerosi Suffragia Sanctorum vennero
ristretti in uno solo e inserite le preci pel Papa e
pel Vescovo nelle Preci feriali.
Di tutte queste riforme la principale e più
feconda è quella di aver unito l’elemento festivo
all’elemento feriale per la maggior parte delle fe­
ste dell’anno, le quali così, mentre conservano le
parti che ne esprimono l’indole particolare, d’or­
dinario al primo Notturno hanno le Lezioni della
Scrittura occorrente coi Responsorii del tempo, ed
a tutte le ore hanno le antifone della feria occorrer*,
te. Questa riforma portò seco la necessità di ren­
dere uniforme il numero dei Salmi nell’Ufficio fe­
stivo e nel feriale -e di dare una nuova disposizio­
ne al Salterio (1).
La riforma di Pio X ebbe principio nel 1912,
ma l’edizione tipica definitiva del nuovo Breviario
fu pubblicata coi tipi Vaticani il 25 marzo 1914,
e di necessità alle Rubriche generali furono aggion-
te parecchie Additiones et Varationes.
Se La riforma saprà spingersi fino ad introdur­
re nel Breviario la nuova Versione dei Salmi, a1

(1) Cfr. Calleweaert 0. c. p. 75.


46 Capo IL

ridurre a miglior critica le lezioni storiche dei àan-


ti, abbreviando De soverchiamente prolisse, le Omelìe
e i Sermoni dei Padri e Dottori, a rivedere gli In­
ni ed a rilfond'eire le Rubriche generala1, il Brevia­
rio Romano avrà fatto un gran passo verso la per­
fezione.
CAPO III
Varietà dei riti nel divino Ufficio
15. Ragione della varietà dei riti.
Se unica è l’istituzione del divino Ufficio, sono pe­
rò varii i riti, cioè i modi nei quali, secondo i tem­
pi e i luoghi, se ne svolge la recita. Tale varietà si
andò manifestando e costituendo nel secondo dei
periodi storici che abbiamo scorsi, cioè dal 5. al
7. secolo, e ciò principalmente sotto l’influsso degli
ordini monastici ed a misura del loro propagarsi
nei vari centri del mondo cristiano ed ecclesiastico.
Cosa naturale d’altronde e consentita, anzi favori­
ta dalla Chiesa stessa la quale purché siano salvi i
dogmi della fede e i precetti della morale cristiana,
nelle altre cose, quali la disciplina e i riti, sa adat­
tarsi all’indole dei tempi, dei luoghi, e delle genti
presso Ile quali' spiega ili1suo mite impero. A que­
sto proposito scrive giustamente Tertulliano (1) :
«Manente lege fidei quae una omnino est, sola im­
mobilis et irreformabilis, cetera ad disciplinae ra­
tionem admittunt novitatem, operante scilicet et
proficiente usque in finem gratia Dei».
16. Riti orientali.
Primo tira gli1oirdlentali merita di venir accennato
il rito greco, che viene imitato e seguito anche al­
trove.
I Greci dividono il salterio in 24 stazioni, per lo
più ne compiono la recita nello spazio d’una setti­
ci) De velandis virginibus.
48 Cupo III.

mana, e ritengono la nostra stessa divisione di 0-


re. Però cominciano l’Ufficio notturno diversamen­
te da noi, cioè con alcuni versetti che terminano col
trisagio e col ripetere tre volte il Gloria Patri. Il
loro Mattutino è composto di 20 salmi, ai quali in­
tramezzano il trisagio e i troparii per i defunti
e talvolta, secondo le circostanze, le litanie maggio­
rii, Valleluia ed altre pie aspirazioni, sempre poi le
glorificazioni delia B. Vergine Maria. Alle Lodi
cantano il Gloria in excélsis con altre orazioni, li­
tanie e troparii. La Prima si compone di 5 salmi;
le altre ore come le nostre. I Vespri oltre i Salmi,
hanno profezie, versi, orazioni e preci litaniche.
Hanno una Compieta grande, media e piccola, e la
differenza consiste nella maggiore o minore quan­
tità di salmi e di altre preghiere. La Compieta fini­
sce colla orazione del re Manasse. Oltre a queste
norme generali, ciascuna Chiesa greca ha pure del­
le sue consuetudini particolari.
Gli Armeni dividono l’Ufficio al modo dei La­
tini.
I Maroniti non recitano Finterò salterio nè in tut­
to il corso dell’anno, ma in ogni ora recitano sem­
pre un certo numero di salmi.
I Dalmati seguono il rito greco oppure il latino;
nella Dalmazia littoranea, Istria, ecc. tutti gli ec­
clesiastici secolari e regolari usano il Breviario Ro­
mano tradotto nella lingua nazionale; le altre pro­
vince si uniformano al rito greco, però usando la
lingua del paese.
Gli Etiopi dividono l’Ufficio in sette Ore, ed usa­
no un proprio idioma, che però non è l’usuale.
Varietà dei riti nel Divino Ufficio 49

Gli altri paesi orientali, come l’Albania, seguono


il rito degli Armeni, senza usarne la lingua ; i Col­
chici e i Gregoriani s’attengono al rito greco (1).
17. Riti occidentali.
Tra le Chiese di occidente che seguono od han­
no seguito un rito diverso dal nostro va ricordata
innanzitutto la Spagna, che vanta di averlo rice­
vuto dall’Apostolo S. Giacomo. Sull’antico se ne
venne poi formando uno nuovo, chiamato gotico o
mozarabico, dovuto specialmente all’opera di S. I-
sidoro di Siviglia, del fratello di lui S. Leandro e
di S. Fruttuoso (6.o secolo). Abolito da Gregorio
VII e da Urbano II, fu chiamato in vita per le pre­
mure del cardinale Ximenes (a. 1500) ed anche
ora viene usato, ma solo nella cattedrale di Toledo.
Contrariamente poi alle altre regioni della penisola
iberica, la città di Braga in Portogallo ha potuto
assistere alla risurrezione della sua antica liturgia
mozarabico-romana, resa obbligatoria per tutta
quella diocesi da Benedetto XV (14 maggio 1919)
( 2)
L’Ufficio mozarabico differisce in molti punti da­
gli altri, ma anche in sè ha molte varietà. Si distin­
gue: 1) Vordine cattedrale per clero secolare, che
obbligava alla pubblica recita delle sole Lodi e Ve­
spri; però S. Isidoro numera tutte le Ore di oggi,
meno Prima, e S. Fruttuoso anche Prima, ometten­
do però Compieta. 2) Uordine dei monaci con un1
(1) F. Stella, 0. c. p. 10 sgg.
(1) A. Coelho, Liturgìa Romana, p. 273 sgg.
Capo in.

6 salmi coll’Alleluia e la lezione breve. Nelle do­


meniche e feste ogni notturno ha 4 lezioni con re­
sponsorio e v’è in più un terzo notturno: 3 canti­
ci con l’Alleluia, 4 lezioni dal N. Testamento con
responsorio, Te Deum e la lezione evangelica. Alle
Lodi, dopo i salmi e il cantico viene la lezione bre­
ve col responsorio, l’inno, il versetto, il cantico del
vangelo, Benedictus colle preci e il Pater noster. L"
ore minori, Prima, Terza, Sesta e Nona, sono assai
brevi. I Vespri sono costituiti di quattro salimi e nel
resto ordinati come le Lodi, meno il Magnificat In
luogo del Benedicius. La Compieta ha tre salmi,
l’inno, la lezione, il versetto, le preci, la benedi­
zione. Il salterio si deve recitare intero da una Do­
menica all’altra. Nelle feste dei Santi e nelle so­
lennità l’Ufficio è ordinato come nella Domenii' i,
ma i salmi, le antifone, le lezioni sono del Santo
o del mistero del giorno (1).
Il Breviario monastico odierno è usato da tutti
quegli Ordini di uomini e di donne che professati­
la Regola benedettina. Differisce in parte dall’an­
tico corso monastico; ha subito l’influsso delle va­
rie riforme, comprese quelle di Leone XIII e di
Pio X; nelle stesse famiglie benedettine, p. es. Ci­
sterciensi e Certosini, v’è qualche piccola differen­
za; qualcuna poi segue quasi tutto il rito romano;
ma sostanzialmente il corso benedettino resta quale
monumento vivente d’antichità venerabile.1

(1) C. Callevaert, 0. c., p. 46 sgg.


CAPO IV.

Recita dell’Ufficio divino.


18. Obbligo della recita.
Non si conosce alcun lesto speciale di legge che
universalmente imponga l’obbligo del divino Uffi­
cio. Tuttavia che l’obbligo esista fin dai primordi
della Chiesa, nessuno lo mette in dubbio. Esso col
tempo si venne sempre più determinando ed ora
il Codice (can. 135) dichiara che alcune classi e
persone della Chiesa «obligatione tenetur quoti­
die horas canonicas integre recitandi secundum pro­
prios et probatos libros liturgicos».
Dei libri Idituurgid diremo fria poco. Determinia­
mo qui le persone obbligate alla recita, e i titoli
per i quali sono obbligate.
1. In ragione deìfordine sacro vi sono obbligati
tutti i chierici costituiti in sacris, anche se scomu­
nicati, sospesi, interdetti, apostati, carcerati, pur­
ché non ne abbiano ottenuta dispensa dalla S. Se­
de.
2. In ragione del beneficio vi sono obbligati tutti
i beneficiati, anche semplici chierici (cioè colla so­
la tonsura) che hanno il diritto reale cioè il pieno
possesso del beneficio, purché questo non sia così
scarso da non bastare almeno a un terzo dell’im­
porto richiesto al mantenimento, e purché il bene­
ficiato ne percepisca o debba percepirne i frutti.
3. In ragione della professione solenne vi sono
obbligati i Religiosi d’ambo i sessi, che hanno pro­
fessato solennemente in un Ordine approvato dalla
54 Cupo IV.

Chiesa e sono stati destinati al coro, in modo da es­


sere tenuti sub gravi alla recita o corale o privata.
(1).
Questa legislazione assicura sempre più, se ve ne
fosse bisogno, nella Chiesa quella «laus perennis»
a Dio, che ha le sue radici nella stessa natura del­
l’uomo e che Cristo ha affidato come mandato di­
vino all/a sua mistica Sposa.
19. Cause scusanti dalla recita.
Le cause che scusano dall’obbligo del divino Uf­
ficio sono tre:
1) L’impossibilità fisica, come sarebbe ad es., la
cecità.
2) L’impossibilità morale, come sarebbe un gra­
ve danno nostro od! altrui proveniente dalla recita,
ad es. in caso di grave infermità.
3) La dispensa della Santa Sede, purché l’istan­
za sia basata sul vero (2).
Non scusa però dalla recita l’interdetto, la so­
spensione, la scomunica o la degradazione; e la ra­
gione è che nessuno dev’essere esentato dai suo?
obblighi in grazia dei suoi delitti.
20. Tempo della recita.
Bisogna distinguere tra la recita corale e la pri­
vata.
1) Per la recita corale.

(1) P. Paulinu» a Gemert, Manuale Liturg., p. 10 Eindhoven


1927.
(2) Alcuni aggiungono un’altra causa scusante, cioè la carità
Recita dell’Ufficio divino 55

a) Il Mattutino e le Lodi di regola vanno dett


di notte o al mattino. Come la S. C. dei Riti ha di­
chiarato più volte, in Coro non è lecito senza spe­
ciale indulto della S. Sede recitare il Mattutino col­
le Lodi per il giorno seguente dopo la Compieta, non
ostante una causa non leggera (1). Cosi pure m
Coro non è permesso separare il Mattutino dalle
Lodi, cioè recitare il Mattutino la sera avanti e le
Lodi di buon mattino (2).
A questa regola si danno eccezioni, come ad es.
nel triduo della Settimana Santa, nel quale FUf-
ficio si può recitare il giorno prima. Lo stesso, al­
meno per tutte le chiese cattedrali o collegiate, è
ammesso per l’Ufficio dei defunti del 2 novembre
(3).
Di più, in forma d’indulto pontificio, si antici­
pano alla sera precedente il Mattutino e le Lodi
nella solennità del' Corpus Domini e in tutta l’Ot­
tava, onde chi recita il divino Ufficio ed i fedeli che
assistono possano guadagnare le indulgenze annes­
se (4)

verso il prossimo, cioè una grave e repentina occupazione ohe non


si potrebbe omettere senza scandalo o grave danno altrui. Ma que­
sta si riduce in una specie dì impossibilità morale. Cfr. Paulinum
0. c., p. 76.
(1) P. Paulinum, 0. c., p. 11.
(2) P. Victorius ab Appeltern Promptuar Lit., I, 102.
(3) P. Paulinus; Q. c., p. 12.
(4) Le stesse indulgenze hanno concesso Sisto IV per la Festa
-d «trav» delPIminacolata Concezione, Clemente Vili per la fe­
rta del SS. Nome di Gesù, Bonifacio IX per la Festa della Visi­
tazione di M. V., Callisto III per quella della Trasfigurazione di
N. S. e Leone XIII per quella del S. Cuore di Gesù. Cfr, P, Pau­
linus, O. c., p. IL
56 Capo IV.

b) Le Ore minori si dicono nel tempo designato


dalla Chiesa, cioè Prima e Terza avanti la Messa
conventuale, Sesta e Nona dopo la Messa conven­
tuale; però con queste eccezioni:
Nell’Avvento, Quaresima, Quattro Tempi (anche
fra l’Ottava di Pentecoste) e Vigilie con digiuno,
se si deve dire la Messa conventuale de Tempore,
la si dice dopo di Nona. Però se la Vigilia della
Natività di N. S. ricorre in Domenica, si dice dopo
Terza. Nella Vigilia dell’Epifania, sia in Domenica
sia in giorno feriale la Messa conventuale si cele­
bra dopo Terza. Nella Vigilia dell*Ascensione do­
po Sesta; la Messa delle Rogazioni dopo Nona.
c) I Vespri si recitano nel pomeriggio ad ora
conveniente. Si eccettua il tempo di: Quaresima, dal
primo Sabato in poi nel quale tanto nelle feste quan­
to nelle ferie, meno le Domeniche, si devono dire
avanti il pasto.
d) La Compieta d’ordinario si deve dire di sera
e sebbene possa unirsi coi Vespri, tuttavia non si
può mai dire prima di mezzogiorno.
2) Per la recita privata.
a) Il Mattutino con le Lodi, salvo ulteriore pri­
vilegio, si può dire alle ore due del giorno avanti.
Ciò non vale per le Litanie dei Santi, le quali anche
fuori di Coro si devono dire nel giorno assegnato
e in lingua latina, essendo parte dell’Ufficio. I sa­
cerdoti poi devono recitare il Mattutino e le Lodi
prima delia Messa. Però da- questa obbligazione non
grave qualunque mediocre causa ragionevole scu­
sa.
Recita deirUfficio divino 57

b) Le Ore minori, almeno Prima e Terza, secon­


do lia sentenza più comune, si devono recitare sai*
levi prima di mezzodì; Sesta e Nona di mattino, ma
anche nel pomeriggio. Vespro e Compieta si posso­
no dire anche nel pomeriggio. Vespro e Compieta
si possono dire dlaìl mezzogiorno al'la mezzanotte. In
Quaresima è bene dire il Vespro prima della refe­
zione (1).
21. Luogo della recita.
1) La recita corale delFUfficio divino deve farsi
nel Coro della chiesa stessa, non in sagrestia o nel­
l’oratorio privato del convento, se non è che questi
luoghi per mezzo d’una apertura nel muro o di un
accesso siano uniti con la chiesa e il Vescovo loca­
le abbia riconosciuti come decenti e comunicanti con
la chiesa.
2) Privatamente FUfficia si può recitare in qualun­
que luogo, purché sia decente e non si opponga alla
debita devozione ed attenzione (2).
22. Modo della recita.
Il modo nel quale bisogna recitare il divino Ufficio
viene espresso diversamente (3), ma i vari termini

Q) Però per soddisfare alla sostanza del precetto senza pec­


care gravemente, basta che tutto- l’Ufficio sia detto entro l-o spazio
del giorno naturale, qualunque sia l’anticipazione e dilazione delle
Ore, Cfr. P. Paulinum O. c., p. 12.
(2) S. R. C., d. 3S06.
(3) Per esempio il Concilio Lateranense IV vuole che l’Ufficio
si reciti «studiose pari-ter et devote», il Concilio Tridentino «re­
verenter, distincte et devote», Benedetto XII «integre, attente, ho­
neste, ac religiose», il nostro Breviario «digne, attente ac devote»,
Cfr. P- Paulinus, O, c. p. 15,
58 Capo IV.

usati si risolvono in raccomandare alcune condi­


zioni dell’animo e del corpo. Da parte dell’animo si
richiede Vintenzione e l'attenzione; da parte del
corpo la vocalità della recita e la compostezza e-
sterna.
1) Intenzione. E’ un atto della volontà. Si deve a-
ver Fimtenzione generale, o virtuale implicita di pre­
gare od onorare Iddio, quale ha chi vuol recitare
le Ore perchè ordinato in sacris9 o chi deliberata^
mente si porta al Coro, o prende il suo Breviario
per la recita: in queste e simili azioni v’è impli­
cita l’intenzione di rendere onore a Dio, e rimane
anche durante le distrazioni volontarie.
2) Attenzione. E’ un atto della mente. V’è un’at­
tenzione esterna, che consiste nell’escludere ogni a-
zione incompossibile colla recita. Ve n’è un’altra
interna che consiste nell’avvertenza ed applicazio­
ne a ciò che si sta facendo ed ha tre gradi, secondo
che durante la recita noi attendiamo a Dio come
a termine dell’orazione, od al senso delle parole e
delle cose che si dicono o si fanno, oppure alle so­
le parole per non sbagliarne la pronunzia. Orbe­
ne, l’attenzione esterna è certo necessaria alla va­
lidità della recita. Dei tre gradi dell’attenzione in­
terna quantunque siano preferibili i due primi, ba­
sta ili terzo, cioè ^attenzione ailila retta pronuncia
delle parole.
3) Vocalità. Per questo lato fa d’uopo che la re­
cita del divino Ufficio sia vocale, intera, continua.
Vocale, cioè fatta a voce distinta senza sincope o
mutilazione di parole. Se anche non è necessario
Recita dell’Ufficio divino 59

(come vogliono alcuni) che il recitante senta sè


stesso, almeno egli dev’essere conscio di pronunzia­
re le parole. Per la recita pubblica, si chiede inol­
tre che alcune parti siano recitate alternativamente
e così pure ad alta voce.
Intera, cioè senza omettere nulla, pronunciando
distintamente e, quando si recita in comune, alter­
nativamente, non cominciando se non quando l’al­
tra parte ha finito.
Continua, vale a dire senza interruzione. Non è
lecito interrompere la recita senza giusta causa; ma
nessuna interruzione è mancanza grave, nè alcuno
è tenuto a ripetere quello che ha detto.
4) Compostezza del corpo9cioè modestia e gravi­
tà religiosa, sopratutto in Coro, ma anche nella re­
cita privata (1).
23. Recita privata.
La recita corale del divino Ufficio, tanto la so­
lenne quanto la semplice, è regolata nelle sue par­
ticolarità dai vari libri liturgici, come il Cerimo­
niale dei Vescovi e il Breviario stesso, e dalle legit­
time consuetudini dei luoghi e delle famiglie reli­
giose aventi l’obbligo della recita. Su questo punto
rimandiamo ai vari autori che si occupano ex pro­
fesso di cerimonie.
Qui riferiamo alcune particolarità riguardanti la
recita privata.
1) Quando uno recita da solo.1

(1) P. Paulinus, 0. c. p. 15.


60 Cupo IV.

a) Nella recita privata FUfficio si deve dire allo


stesso modo come nella pubblica e corale senza o-
mettere o mutare nulla se non è particolarmente in­
dicato. Per cui, ad es., chi recita 'dia solo deve dire
il versetto Dóminus vobiscum con la risposta Et cum
.spiritu tuo. Invece ad es., nella Confessione a Com­
pieta ed alle Pireci di Prima emette la duplicazione
del Confiteor e Misereatur ed omette et tibi Pater,
et te Pater, et vobis f rates, et vos f rates, ecc., come è
inidicaito volta per volta dalle rubriche localii. Altro
esempio di differenza ammessa dalle rubriche nella
recita privata è la separazione dolile Lodi dal Mattu­
tino e la separazione di un Notturno da un altro.
b) L’Antifona finale della B Y.M. si dice soltanto
in fine delle Lodi se lì finisce FUfficio se invece segue
un’altra ora, alla fine dell’ultima Ora recitata; poi
alla fine della Compieta.
2) Quando uno recita con un compagno fuori d
Coro.
Si fa come sopra, badando però a quanto segue.
Il Pater, Ave Credo si dice in segreto come in Co­
ro, sia avanti, sia durante e dopo lei Ore; eccetto
però il Pater delle Preci feriali ai Vespri e alle Lo­
di, che viene recitato da uno solo ad alta voce men­
tre l’altro attende. II Iube, domne, etc. come in Co­
ro (mentre chi recita da solo dice: Iube, Domine).
Il Confiteor e il Misereatur si dice una volta sola. Si
recitano alternativamente gFInnii, i Salmi, i Cantici.
l’Invitatorio, i Responsorii, le Preci e le altre parti
che in coro si recitano alternativamente; le Antifone
si possono dire insieme o alternate coi Salini, Le Le­
Recita dell’Ufficio divinò 6i

zioni si suole recitarle dai singoli per ordine. E’


bene che uno faccia da Ebdomadario e dica il Ca­
pitolo, le Benedizioni ecc., come in Coro; l’altro
da Vice-Ebdomadario e reciti l’Invitatorio, i Ver­
setti, i Responsorii brevi ecc.
Da avvertire che se si recita assieme ci si deve
udire scambievolmente ed uno non deve soggiunge­
re se l’altro non ha del tutto terminato (1).1

(1) P. Paulinus, 0. c. p. 75.


capo v

Del computo ecclesiastico.


24. Che cos'è e come si divide.
Il sacro Concilio di Trento, sess. XXIII, c. 18,
affinchè i chierici «in ecclesiastica disciplina insti­
tuantur» raccomanda loro fra l’altro d’imparare
«computi ecclesiastici 'disciplinam». D’altronde la
cognizione del computo ecclesiastico è un utile re­
quisito per disporre l’Ufficio divino e quindi per
la sua ordinata recita. Ne tratteremo perciò in que­
sto capitolo attingendone la materia dalle prime
pagine del Breviario Romano e da altri autori.
La parola computo, dal latino computare, equi­
vale a calcolo e applicato al tempo significa il modo
di dividerlo e numerarlo.
Si distingue in astronomico o scientifico, e in
volgare od ecclesiastico. Il primo procede, con rigo­
re di calcolo matematico nella divisione e numera­
zione del tempo, il secondo procede in modo meno
rigoroso, ma più accomodato alla mente del po­
polo.
Il computo volgare si suddivide in antico e mo­
derno secondo che si riferisce al modo di numera­
re il tempo prima della correzione gregoriana
(1582) o dopo di essa.
A queste due specie se ne potrebbe aggiungere
una terza, il computo antichissimo, ossia quello che
era in uso presso i diversi popoli prima cbe venis­
sero unificati dalla Chiesa anche nel modo di nu­
merare il tempo.
Del computo ecclesiastico 63

Il computo ecclesiastico abbraccia l’anno e le


sue parti, il numero aureo, l’epatta, la lettera do­
menicale , l’indizione e le Feste mobili, e di queste
parti qui tratteremo, seguendo la rubrica del Bre­
viario.

25. Dell’anno e sua correzione.


L’anno consta di dodici mesi, equivalenti a
52 settimane o 365 giorni e quasi 6 ore (precisa-
mente 5 ore 48’ e 51”), che è il tempo che il sole
impiega a percorrere lo zodiaco. Questa frazione
di tempo ogni quattro anni viene a formare un gioi-
no, e Tanno stesso chiamasi intercalare, bisesto
o bisestile.
Così si computò il- tempo per molti secoli, rite­
nendo che la parte frazionaria fosse di ^ei ore pre­
cise. Quello che ne doveva avvenire è facile ad in­
tendersi. I minuti che si aggiungono in più doveva­
no finire a crescere per modo da formare dei gior­
ni interi, e verso la fine del secolo XVI avevano for­
mato dieci giorni, i quali venivano ad alterare la
relazione tra Tequinozio astronomico primaverile,
che serve per determinare la Pasqua, e la indica­
zione data dal Calendario.
A tale inconveniente volle mettere riparo il Som.
mo Pontefice Gregorio XIII, ossia volle riporre in
suo luogo secondo il computo astronomico, l’equino-
zie di primavera e quindi il XIV della luna di Pa­
squa, segnato dal Concilio Niceno, ed insieme dare
norme precise perchè non si ripetesse l’errore.
Affinchè pertanto l’equinozio di primavera fosse
Capo V.

trasferito al 21 marzo, ordinò che i dieci giorni


che si erano introdotti per errore di computo venis­
sero tolti nel mese di ottobre 1582, di modo che al
giorno 4 del detto mese, seguisse tosto il 15, e così
disparve l’errore che si era andato formando nel
lungo corso degli anni. — E perchè non si ripetes­
se tale errore, e l’equinozio coincidesse sempre col
giorno 21 marzo, il' medesimo Pontefice stabili che
ogni quattro anni uno dovesse essere bisestile, ec­
cettuati però quelli che cadono nel numero di cen­
to, ossia gli anni secolari. Quindi tranne Panno 16t*( ■
che per eliminare ogni errore di computo fu bise­
stile, tutti gli altri anni secolari, cioè il 1700, il
1800 il 1900 non sono bisestili e solo si ritiene bi­
sestile l’anno secolare ogni quattro secoli. Saranno
però bisestili, il 2000 e il 2400 (1). Questo compu­
to non ha tutta l’esattezza matematica, ma la diffe­
renza è sì poca e sì facilmente correggibile che è
comunemente adottato, tranne che dalla Russia, an­
che nell’uso civile.
26. Il ciclo del numero aureo.
Affine di conciliare il corso del sole con quello
della luna, Metone ateniese divise il tempo in cicli
di diciannove anni, ed i cristiani assunsero questo
ciclo per regolare la Pasqua. Osservarono cioè per1

(1) Per conoscere se un anno secolare è bisestile o comune si di­


vidono per 4 le cifre che segnano i secoli: se non vi ha residuo
l’anno secolare è bisestile, se danno un residuo è comune. Così per
es. l’anno 2000 è bisestile perchè il numero 20, formato dalle cifre
che rappresentano i secoli, diviso per 4 dà per resto 0. 11 1900 è
comune perchè 19 diviso per 4' dà per resto 3.
Del computo ecclesiastico 65

diciannove anni continui il novilunio di ciascun


mese, e in quei giorni vi segnarono dei numeri.
Così nel primo anno delle osservazioni trovarono
che i novilunii avvennero il 23 gennaio, il 21 feb­
braio, il 23 marzo, il 21 aprile, ecc. e in questi gior­
ni segnarono l’unità nel calendario. L’anno seguen­
te il novilunio anticipava di undici giorni, ossia
avveniva il 12 gennaio, il 10 febbraio, il 12 mar­
zo ecc. e notarono il numero 2, e così fino al nu­
mero 19, dlopo il quale ritornavano i noviluni agli
stessi giorni (2). Questi numeri si chiamarono au­
rei, perchè erano scritti nelle Curie civili in lettere
d’oro, e servivano a trovare i rapporti del corso tra
il sole e la luna colla terra.
Quindi il ciclo diciannovennale del numero àu­
reo è un periodq di 19 anni, dalFl fino al 9, ter­
minato il quale si ritorna ancora da principio. Co­
sì per es. il' numero aureo nell’anno 1577 era 1,
nel 1578 fu il 2, nel 1579 il 3 e così di seguito fi­
no al11595, il cui numero aureo fu 19, e dopo que­
sto col 1596 si cominciò ad assegnare ancora per
numero aureo FI.
Il modo più breve e facile per trovare il nume­
ro aureo dii qualsiasi anno è il seguente: Al nume­
ro dell’anmo dato si aggiunga un\mità e il totale si
divida per 19; il residuo della divisione rappresen-

(2) Propriamente vi è l’anticipazione di un’ora, 27’, 32”,


53’”, ma fu trascurata perchè ritenuta di nessuna importanza. — Il
ciclo del numero aureo esposto dal Breviario è corretto secondo la
riforma Gregoriana. Cfr. Pctavio «De Dectr. tempore, t. II, 1. VI c.
1, citato pure dall’Uberti «De Missa et Officio cum Append. de com­
puto eccles.» Ravenna 1889, pag. 132.
66 Capo V.

ta iil numero aureo dell’anno dato. Qualora poi il re-


sto della divisione fosse zero il numero aureo sa­
rebbe il 19. Così per es. se si vuol cercare quale
il numero aureo deiranno 1912 si aggiunge a questo
numero un umiltà e si avrà 1913. Questo numero di­
viso per 19 dà per resto 13, il quale è il numero
aureo dell’anno 1912.
Il numero aureo serve peir trovare il giorno in
cui avvengono i novilunii e per conseguenza la Pa­
squa.

27* L’epatta.
Il numero aureo, come si è detto, serve per tro­
vare i novilunii. Ma siccome questi non ritornano
alla stessa ora ad ogni periodo di 19 anni, ma an­
ticipano di un’ora, 27’, 32”, 53’”, occorreva un nuo­
vo computo più esatto. Ad ovviare a questo inco­
modo si introdussero le epatte, le quali essendo se­
gnate ad ogni giorno del mese, determinano anche
più precisamente il novilunio (1).
Chiamasi epatta il numero dei giorni pei quali
l’anno solare di 365 giorni eccede il lunare di 354
giorni, ossia, più brevemente, l’età della luna al
principio dell’anno. Onde se l’epatta del primo an­
no èli, essendo appunto questo il numero dei giorni
per cui l’anno solare eccede il lunare, nell’anno se­
guente i novilunii avverranno 11 giorni prima del­
l’anno precedente. Quindi l’epatta del secondo an­
no sarà 22, perchè in questo l’anno solare supera1
(1) Uberti, 0. c. p. 141.
Del computo ecclesiastico 67

nuovamente il lunare di 11 giorni che aggiunti ai


primi danno 22. L’epatta del terzo anno sarà 3, por­
che se ai 22 giorni si aggiungono ancora gli undici
che sopravvanzano in questo, si hanno giorni 33,
dai quali levando una lunazione emboldsmiea dì
30 gioni rimangono ancora 3 ; e così si procede sem­
pre, perchè tutte le epatte progrediscono pel conti­
nuo aumento di 11 giorni, detraendo però 30, ogni
qualvolta si può, dalla somma. Quando peraltro si
è arrivato all’ukima epatta che corrisponde al nu­
mero aureo 19, ed è 29, si aggiungono 12 giorni,
affinchè levandone 30 dal totale risultante 41, si
abbia di nuovo l’epatta 11 come al principio; e co­
sì le 19 epatte progrediscono come prima per il me­
desimo numero 11, e si aggiunge sempre 12 all’e-
patta che corrisponde al numero aureo 1, per la ra­
gione innanzi detta.

Tabella delle epatte corrispondenti ai numeri aurei


dall’anno 1900 incluso al 2200 escluso
Numeri aurei 1 2 3 4 5 6
Epatte XXIX X XXI II XIII XXIV
7 8 9 IO 11 12 13 14
V XVI XXVII Vili XIX * XI XXII
15 16 17 18 19
III XIV XXV VI XVII

A togliere ogni dubbio circa l’uso di questa nuo­


va tabella dimostreremo la cosa con esempi. L’an­
no 1901, che ha il numero aureo 2, ha l’epatta X e,
68 Capo V.

secondo il computo ecclesiastico, i noviluni avven­


nero al 21 gennaio, al 19 febbraio, al 21 marzo. Co­
sì l’anno 1902 ha l’epatta XXI, sotto il numero au­
reo 3 che segna i noviluni di quell’anno al 10 gen­
naio, all’8 febbraio, al 10 marzo. E così di seguito
per gli altri anni, ritornando al principio della ta­
bella ogni volta che si è compiuta. Nell’anno 1911
non si è segnata l’epatta con un numero, ma col
segno *, posto sotto il numero aureo 12, che indi­
cherà per quell’anno i novilunii di ogni mese, cioè
al gennaio il 1 e il 31, il 1 e il 31 a marzo (mentre
in febbraio non vii sono novilunii non trovandosi
il segno *) il 29 ad aprile ecc.
Circa il modo poi con cui è segnata l’epatta nel
Calendario romano si osservi:
1. I numeri sono descritti in ordine retrogrado
rispetto ai giorni del mese perchè quanto minore è
la luna in fine dlelFanno tanto più lontano d'ai prin­
cipio del seguente gennaio sarà il novilùnio seguen­
te, e quindi più lontano dalPepatta che lo indica
E per contrario quanto maggiore è l’età della luna
al 31 dicembre tanto più prossima alle calende di
gennaio devesi trovare l’epatta che indica il novi­
lunio. Che se la lunazione si compie il 31 dicembre
allora si pone il segno * perchè non vi è epatta o
addizione da farsi.
2. La 25.a epatta sii trova nell Calendario fuori dei
suo posto in sei mesi alternativi. E ciò per due ra­
gioni, cioè: primo per non rendere l’anno lunare
maggiore di quello che è in realtà, il che avverreb­
be se si contassero dodici lunazioni complete di 30
Del computo ecclesiastico 69

giorni: in secondo luogo pe»r alternare lie lunazioni


piene colle cave di 29 giorni espresse appunto dal­
le epatte (1).
3. Questa epatta 25.a negli altri sei mesi, è no
tata in due modi, cioè coi numeri arabici accanto
all’epatta XXVI, e coi numeri romani aliato all’e-
patta XXIV; e Ila ragione si è che se fosse tutta se­
gnata in un sol giorno, i diue numeri potevano
esprimere che nel medesimo ciclo diciannovennale
potevano avvenire, nello stesso giorno, due luna­
zioni. Ad ovviare a un tale inconveniente si appo­
se a due giorni l’epatta vigesima quinta (2).
Per poter riconoscere il numero delVepatta di
un dato anno vi sono due modi. Il primo è median­
te Fuso del càcio dficàannovennale del numero au­
reo, secondo la tabella più sopra esposta, la quale
può essere proseguita per un determinato numero
di anni. Trovato il numero aureo corrispondente ad
un dato anno, si trova sottosegnata la relativa epat­
ta o l’asterisco. Il secondo modo, più breve, è il
seguente. Trovato il numero aureo dell’anno di cui
si cerca l’epatta, lo si moltiplica per 11, dal pro­
dotto si estrae 12, il resto lo si divide per 30. Così
per es. sia da cercare l’epatta dell’anno 1901, il cui
numero aureo è 2; 2 X 11 = 22; 22 — 12 = 10;
10 : 30 dà per residuo ancora 10, che è il numero
dell’epatta del detto anno. Se la divisione non dà

(1) Uberti, O. c., pag. 142.


(2) Petav. De Doctr. tem., t. II, lib. VII, 12 citato dairUberti il
quale espone anche la ragione, ed insegna quale debbasi assumere
quando corrono le d<ue «patte. Alla detta opera rimandiamo.
70 Copo V.

resto, l’epatta è (1); come pure se il numero da


dividersi per 30 è minore di 30, segnerà esso stesso
repatta perchè è il resto della divisione.
Trovata Fepatta, è facile trovare con essa U no­
vilunio di gennaio, e quindi degli altri mesi. Al­
l’epatta in principio dell’anno, si aggiungono tanti
giorni del gennaio, quanti bastano a formare una
lunazione di 30 giorni, se l’epatta non supera il
XXIV, o di 29 se è superiore. Il giorno in cui cade
il termine della lunazione, segna il novilunio.
A vero dire il novilunio dovrebbe succedere il
giorno successivo in cui veramente comincia la
nuova hiuaziome ma questa differenza avvio*
me per il divario che passa tra le epatite astro­
nomiche e le ecclesiastiche, le quali ultime sono
inferiori di una unità alle astronomiche. Al giorno
del novilunio aggiungendo 13, si avrà La data del
primo plenilunio, aggiungendovi 28 si avrà il se­
condo novilunio., e così via.
0 più brevemente: trovata l’epatta si osserva
nel Calendario, posto in principio del Breviario, il
giorno di gennaio e quello dei mesi successivi in cui
è segnata quella epatta e saranno quelli in cui av-1

(1) Mediante l’epatla si può poi determinare anche l’età della lu-
ni colla seguente rc?<It Al numero del giorno dato del mese si
aggiunga qudlo del^’epatta dell’anno, eoU’aumento di tante unità
quanti sono i mesi interi trascorsi dal principio dell’anno (se il
mese considerato è gennaio o febbraio) o dal primo marzo' (per
gli altri mesi): il numero così ottenuto (se minore di 30) e Pec-
•cesso di questo numero sopra 30 esprime l’età dimandata della luna.
Riboi di, Elementi di Fisica Ediz. II. Milano 1872, Voi. IIL
pag. 35.
Del computo ecclesiastico 71

vengono i novilunio Così nell’anno 1901 l’epatta


X trovasi nel Calendario al 23 gennaio, al 19 feb­
braio, al 21 marzo, al 19 aprile ecc. nei quali gior­
ni avvengono i novihraii.
28. Lettera domenicale.
La lettera domenicale venne introdotta nel com­
puto ecclesiastico per poter distinguere le settima­
ne nel Calendario perpetuo. L’anno infatti, non
contando un numero perfetto di settimane, ma 52
settimane, un giorno, più una frazione di tempo,
non incomincia sempre alla medesima feria della
settimana. Quindi si designarono le ferie della set­
timana colle prime sette lettere dell1’alfabeto a, h,
c, d, e /, g. Ora scrivendo ciascuna di queste lettere
progressivamente accanto a ciascuno dei primi sette
giorni dell’anno avverrà naturalmente che una de­
signerà quel giorno del mese di gennaio in cui ca­
de la prima domenica; questa lettera è quella che
dicesi domenicale per l’anno stesso. Così per es.
l’anno 1902 che incominciò in mercoledì, ebbe per
lettera domenicale e, perchè questa corrisponde al­
la prima domenica di gennaio che è il 5 del mese.
Quando poi l’anno è bisestile le lettere domeni­
cali sono due; la prima, quella cioè che segna la
prima domenica di gennaio, serve pei mesi di gen­
naio e febbraio e l’altra, che è quella che immedia­
tamente succede alla prima, serve per gli altri mesi
dell’anno.
Le lettere domenicali ritornano con lo stesso or­
dine ogni periodo di 28 anni. E questo pèriodo che
72 Capo V.

credesi abbia avuta origine 9 anni av. Cr., è quello


che chiamasi ciclo solare. Qui diamo il prospetto
delle lettere domenicali incominciando dal 1901 a!
2100 escluso.

Tabella delle lettere DomJi dall’anno 1901 Incluso al 2100 escluso.


/ e d c-b A-g f e-d c b A g ‘Ì
e d c b-A g f e d-c b A g
/-e
d c b A g

L’anno 1901 ha la lettera domenicale f, il se­


guente la e, quindi il d e così di seguito.
Ma tale computo riesce troppo difficile : quindi per
trovare più presto la lettera domenicale si cercò di
metterla in correlazione col numero dei cicli solari
come risulta dalla seguente tabella.
Tabella delle lettere domenicali
In relazione col numero del ciclo solare
1 2 3 4 5 C 7 8 9 10 11
/-« d c b A-g f e d c-b A g
12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22
/ e-d c b A g -f e d c b -A g
23 24 25 26 27 28
i e d-e b A g

Per trovare quale sia la lettera domenicale di


un dato anno, al numero che rappresenta il dato an­
no si aggiungono i 9 anni che passarono avanti l’e­
ra nostra e il totale lo si divide per 28. Il quozien­
Del computo ecclesiastico 73

te che si ottiene denota il numero dei cicli solari


passati e il residuo indica il numero del ciclo in
corso. Si osservi la esposta tabella e si assuma come
lettera domenicale quella che si trova sotto il detto
numero del ciclo solare. Così per l’anno 1913 si eb­
be la lettera domenicale e, perchè 1913+9=1922.
Questo numero 1922 : 28 = 68 con resto 18;
ora sotto il numero 18, nella suesposta tabella, tro­
vasi la lettera e (1).

29. L’indizione romana.

L’indizione romana è un periodo di 15 anni, dal-


l’I al 15, compiuto il quale si ritorna di nuovo ai-
l’unità e nelle Bolle Pontificie questo ciclo incomin­
cia col gennaio. Della indizione si fa uso frequente
nelle Bolle e Diplomi pontifìci e negli atti pubblici
ecclesiastici. Questo ciclo quindicenne^ introdotto 3
anni av. C., non ha alcuna relazione coi fenomeni
del cielo e si chiama indizione romana dal luogo
della sua origine e del suo uso.
Per trovare quale sia il numero dell’indizione ro­
mana di un dato anno si aggiunge 3 alPanno di cui si
vuol siaipere Findlizione, il totale lo si divide per 15,
il resto è il numero cercato. Se il resto fosse 0 l’in­
dizione è 15. Si ha da cercare per es. l’indizione del

(1) Card. Pietro Maffi. Nei cieli • Pagine di astronomia, po­


polare. Milano. Palma1. 1896.
74 Capo V.

1913. 1913 + 3 = 1916 : 15 = 127, con re­


sto 11 : questo 11 è l’indizione dell’anno 1913.

30. La Pasqua e le feste mobili.


Per decreto del Sacro Concilio di Nicea (325) la
Pasqua, da cui dipendono tutte le altre feste mobi­
li dell’anno ecclesiastico, si deve celebrare nella pri­
ma domenica che succede al giorno decimoquarto
della luna del primo mese. (Si chiamò poi primo
mese presso gli ebrei quello in cui la luna XIV o ca­
de nel giorno dell)’equinozio di primavera, che è il
21 marzo, o in quelito che lo segue più da vicino).
Quindi trovata l’epatta di qualsiasi anno tra l’8
marzo e il 5 aprile inclusivo, incominciando da quel
giorno andando innnanzi si contavano 14 giorni (in­
clusive) onde avere la luna quattordicesima. La do­
menica che segue immediatamente è la Pasqua fi).
Così per trovare in qual giorno e mese dell’anno
1913 cade la Pasqua, tra l’8 marzo e il 5 aprile si
cerca dove cade l’epatta dell’anno che è 22, e si
trova che cade al 9 marzo. Si contano quindi, dia1

(1) Blondel, «Storia del Calendario romano», Lib. V. c. VII.


— Questa regola fu data affinchè la Pasqua cristiana non coin­
cida con quella degli ebrei che la celebrano nel XIV giorno
della luna. Per cui se questo giorno cade in domenica sic
bra la Pasqua alla domenica seguente. Così avvenne nel 1942
la cui epatta essendo XXI si segna il novilunio al 10 marzo,
a cui se, inclusive, s’aggiunga 14, ci portiamo al 23 marzo che
in quell’anno fu domenica, quindi la Pasqua si celebrò alla do­
menica seguente che era il 30 marzo.
Del computo ecclesiastico 75

questo giorno andando avanti, altri 14 giorni che


ci portano fino al 23 marzo. La domenica che cade
in questo giorno, o lo segue immediatamente (e si
trova per mezzo della lettera domenicale che pel
d>ato anno è e) ossia il giorno stesso 23 marzo sa­
rà la domenica di Pasqua.
Un’altra regola è data dai seguenti versi:
Post Martis Nonas, ubi fit nova luna require.
Tertia lux Domini proxima Pascha dabit.
Ossia trovato il novilunio pasquale, la terza do­
menica sequente sarà la Pasqua.
Nel Breviario trovasi una Tabula paschalis anti­
qua reformata che può servire a cercare la Pasqua
e, meglio ancora, una Tabula paschalis nova refor­
mata, nella quialle per mezzo del cielo delle epat-
te ripetute per le lettere domenicali, si può trovare
la Pasqua.
Stabilita la Pasqua, è facile determinare le Fe­
ste mobili dell’anno. L’Avvento si celebra sempre
nella domenica più prossima alila festa di S. Andrea
Apostolo, cioè dal 27 novembre al 3 dicembre in­
clusive, cosicché la lettera domenicale che è tra il
27 e il 3 dicembre segna la prima domenica d’Av­
vento. Il quarantesimo sesto giorno prima di Pa­
squa è il dì delle Ceneri. Il giorno decimosettimo
prima delle Ceneri è la domenica di Settuagesima.
Il giorno quarantesimo dopo Pasqua è l’ascensio­
ne, il giorno decimo dopo l’Ascensione è Ila solen­
nità di Pentecoste. La feria quinta dopo l’ottava di
Pentecoste è la solennità del Corpus Domini.
76 Capo V.

A facilitare peraltro la ricerca delle feste mobi­


li, nonché di tutti gli altri elementi del computo
ecclesiastico, anche qui il Breviario romano pone
la Tabella temporaria festorum mobilium. Ma es­
sa ci porge il fatto, e solo lo studio del computo ne
dà la ragione.

NOTA. Ai nostri giorni è agitata la questione sul modo di


fissare la Pasqua, di incominciare l’anno sempre in un dato
giorno che sia in Domenica. Studi profondi e proposte sensate
vennero fatte. Non si può ancora prevedere a che si riescirà,
poiché la cosa riguarda non solo la Chiesa, ma anche la So­
cietà civile. Qualora venisse fissata la Pasqua sarebbe con ciò
sempLificato l’anno ecclesiastico, il computo ecclesiastico sarebbe
ridotto a ben poca cosa. La luna troverebbe senza dubbio un
esiguo numero di studiosi! Ma non sempre le cose semplici sono
le più opportune e le più facili a ridursi in atto...
CAPO VI

I libri dell’Ufficio divino-


31. Il Breviario e sua distribuzione.
Come dice lo stesso nome, esso è un compendio:
il compendio della preghiera ufficiale ecclesiastica.
Un antico scrittore Io definisce: «Ordo officiorum
per totam anni decursionem» (1); e noi comple­
tando possiamo dire che è l’ordine degli uffici per
tutto il corso del giorno, della settimana, dell’anno.
E’ il libro per eccellenza nella recita die! divino Uf­
ficio.
Quale ora è costituito si divide in cinque o sei
parti, nelle quali appunto trovano il loro posto
l’Ufficiatura quotidiana, l’ebdomadaria, l’annua.
a) L'Ordinario, nel quale si trova quanto di co­
mune ogni giorno ricorre in tutti gli Uffici e nelle
loro varie parti, ecluso quanto hanno di proprio gli
Uffici particolari.
b) Il Salterio, cioè tutti i 150 Salmi e molti Can­
tici scritturali che di' solito si usano nella recita del­
l’Ufficio, disposti secondo le ore canoniche del gior­
no, secondo i giorni della settimana e in conformi­
tà alIFintdole speciale di- ciscun’oira e di ciascun gior­
no.
c) Il Proprio del Tempo. In questa parte è di­
stribuito per ordine tutto quanto è proprio agli Uf­
fici del Tempo, partendo dalla l.a Domenica di Av-1

(1) P. Piacenza, De divino Officio, p. 40 Roma 1900


78 Capo- VI.

vento per giungere fino alla 24.a settimana dopo


Pentecoste.
d) Il Proprio dei Santi. Questa parte ci offre
quanto hanno di speciale le feste di ciascun Santo,
secondo l’ordine nel quale sono disposte nel Ca­
lendario perpetuo.
e) Il Comune dei Santi. Gli Uffici che possono
servire ai vari Santi d’una stessa categoria (Apo­
stoli, Martiri, Confessori ecc.) sono raccolti in que­
sta sezione, la quale perciò supplisce a quelle par­
ti che mancano nel Proprio dei Santi. Vi si aggiun­
gono alcune cose che occorrono fuori l’ordine del­
l’anno ecclesiastico. E così, il Comune delle Feste
della B. V.9 con l’Ufficio del Sabato e il Piccolo
Ufficio; L’Ufficio dei defunti, i Salmi Graduali e
Penitenziali, le Litanie dei Santi, la Benedizione
della mensa e l’Itinerario.
f) Dall’anno 1914 in appendice al Breviario Ro­
mano v’è un Commune Sanctorum pro aliquibus
locis, contenente il Comune di più Confessori Pon­
tefici, e non Pontefici, di. più Vergini e non Vergini,
ad uso di quelle Chiese particolari che ne celebra no
la Festa con riito d'oppio di l.a o di 2.a citasse.
Prima della riforma di Pio X v’era pure un Pro­
prium Sanctorum pro aliquibus locis ; ma ora non
più. Ciascuna Diocesi e ciascun Ordine provvede al­
le sue feste particolari aggiungendo un Proprium
dioecesis vel Ordinis.
Una divisione meno sostanziale di quella accen­
nata del Breviario, è quella in quattro parti secon­
do i quattro tempi dell’anno ecclesiastico, e sono
I libri dell’Ufficio divino 79

la pars hiemalis, la pars verna, la pars aestiva e la


pars autumnalis (1).
La prima parte, invernale, incomincia colla pri­
ma domenica d’Avvento (ai Primi Vespri) e si e-
stende fino alla prima domenica di Quaresima e-
sclusa, ed abbraccia i Santi che occorrono dal 26
novembre al 12 marzo, limite massimo, a cui si può
estendere questa parte dell’anno ecclesiastico.
La seconda parte, primaverile, incominoia colla
prima domenica di Quaresima (ai primi Vespri)
e ai estende fino a Nona del Sabato precedente la
festa della SS. Trinità, abbracciando i Santi che
occorrono deJP anno civile dal 17 febbraio al-
l’i l giugno.
La terza parte, estiva, si estende dai primi Vespri
della SS. Trinità, fino alla Domenica più prossima
alle calende di settembre ed abbraccia oltre le ome­
lie domenicali dalla terza domenica dopo Pentecoste
fino alla decimaquinta, i Santi che occorrono dal 18
maggio al 2 settembre.
La quarta parte, a u tu n n a le, si estend'e dalla pri­
ma Domenica di settembre fino al sabato prece­
dente la prima Domenica d’Awento, e abbraccia le
rimanenti Omelie domenicali ed i Santi che occor­
rono dal 28 agosto al 2 dicembre. La ragione della
ripetizione delle Feste dei Santi nelle parti del Bre­
viario si trova nelle variazioni dell’anno ecclesiasti­

ci) Vi sono- anche le edizioni così dette Totum che in sol vo­
lume contengono tutto l’anno ecclesiastico e civile, la parte del
Tempo e dei Santi.
80 Caspa VI.

co che non concorda coll’anno cml'e per ragione


della Pasqua.

32. Le bolle del Breviario.


Le Bolle Pontificie che si trovano al principio del
Breviario Romano sono come il sigillo autentico
del libro della preghiera ufficiale.
Avanti la riforma dii Pio X ve n’erano tre: Li
Bolla «Quod a Nobis» di Pio V, del 9 luglio 1568;
la Bolla «Cum in Ecclesia» di Clemente Vili, del
10 maggio 1602 ; la Bolla «Divinam psalmodiam» di
Urbano VITI, del 25 gennaio 1631. Pio X vi aggiun­
ge la Bolla «Divino affltatu» del 1 novembre 1911.
e tutte quattro comparvero nella prima edizione
(1912) del Breviario riformato. Ma dall’edizione
tipica definitiva del 25 marzo 1914 scomparvero
quelle di Clemente Vili e di Urbano Vili, restan­
dovi solo quelle dì Pio V e di Pio X. Sono del
resto le più importanti, e rispecchiano le due mag­
giori riforme moderne.
1) La Rolla «Quod a Nobis» di Pio V. — La
riforma di Pio V, attesa ed invocata da molto tem­
po e decretata dal Concilio di Trento, ebbe per sco­
po dii ristabilire un’antica tradizione ormai smarrita,
di eliminare quell1’arbitraria varieté di preghiere in­
valsa da parecchio tempo, che oltre a disgregare
l’unità della liturgia salmodica fomentava nel clero
l’ignoranza delle sacre cerimonie. A questa «varie­
tatem orandi» Pio V oppose iil nuovo Breviario qua­
le regola unica per tutta la Chiesa universale e pre­
sentandola dichiarò che essa era «ad pristinam oran-
1 libri dell’Ufficio divino 81

di regulam confermata» e che i suoi sapienti com­


pilatori nulla avevano omesso «de propria summa
veteris divini Officii». Colla Bolla di Fio V era dun­
que salva e resa universale la forinola genuina del­
ia preghiera ufficiata ecclesiastica.
2) La bolla «Divino afflatu» di Pio X. — Con­
dizioni diverse rispecchia la Bolla «Divino afflatu»
di Pio X e, com’egli dice, diverso fu lo scopo del­
la sua riforma. Ricordato che era antica usanza
nella Chiesa la recita dell'intero Salterio nei giro
della settimana, rileva che di fatto essa è impedita
dal1cresciuto numero delle feste dei Santi. La pre­
valenza di queste sottrae alla recita buona parte
del Salterio e toglie con ciò quella varietà nel pre­
gare che eliminando la noia, giova tanto a rende­
re degna, attenta e devota la recita del divino Uffi­
cio. A questo .grave inconveniente Pio X provvide
restituendo il Salterio qual’era prima; però senza
danno del culto dei Santi e senza aggravio, anzi
con sollievo di quelli che recitano FUfficio. E ciò
mediante una nuova disposizione dei Salmi, con le
annese Antifone, Versetti, Inni e con le relative
Rubriche e Regole.
Nella mente di Pio X questa riforma aveva un
altro carattere: di essere cioè, il primo passo alla
tanto desiderata emendazione integrale del Brevia­
rio e del Messale. E intanto, colta l’occasione, egli
ne dà un doppio saggio nella sua riforma: iln prò
del Breviario col prescrivere un maggior uso delle
Lezioni scritturali e Responsorii del Tempo; a van­
taggio del Messale, col restituire il suo posto d’o­
Capo VI.

nore alla Messa antichissima delle Domeniche fra


Tanno e delle Ferie.
Tutto questo è detto nella Bolla «Divino affla­
tu». Dal punto di vista ascetico, essa sul pincipio
fa un bellissimo elogio dtei Salmi composti per di­
vina ispiazione, che merita di essere rivelato. Dice
che i Salmi composti per divina ispirazione, sono
mezzi efficaci a fomentare la pietà e ad eccitare Fa­
more d’ogni piti bella virtù, ed insieme hanno una
parte capitale nella liturgia e nel divino Ufficio, e
sono forinole inarrivabili di preghiera, di ringra­
ziamento, di forinole insegnate da Dio stesso all’uo­
mo. E questo solio basterebbe a farci apprezzare ed
amare l’«onus diéi» del divino Ufficio.
La presenza delie Bolle Pontificie d’approvazio­
ne al principio del Breviario ci dimostra l’eccellen­
za del divino Ufficio, la grande cura dei Papi nello
stabilire e prescrivere l’unità delia pubblica pre­
ghiera e quanto si debba stimare la recita del Bre­
viario. Ma mette anche in guardia dalPaggiungere
togliere o mutare qualche cosa in esso di privata
autorità come pure dal recitarlo contro o diversa-
mente dalle leggi rubricali prescritte dalla legitti­
ma autorità.
A tal proposito, si avverta:
1) Tutti i Vescovi non hanno alcun diritto circa
il divino Ufficio, nel senso che non possono far nul­
la quanto al suo ordinamento, al rito della sua re­
cita ed all’iscrizione di nuovi Uffici nei Calendari.
2) Si dica lo stesso di quelli che sono autorizza
I libri deWUfficio divino 83

ti ad usare un Breviario diverso dal Romano ed a-


vente le condizioni richieste, che cioè non possono
introdurvi novità senza l’autorità della S. Sede.
3 Non si possono stampare o per lo meno pub­
blicare gli stessi Breviari senz’aver ottenuta la fa­
coltà dalla relativa autorità ecclesiastica, e tale fa­
coltà bisogna pubblicarla sugli stessi Breviari, onde
consti della loro conformità colla edizione appro­
vata dalla S. C. dei Riti. (1).

33. Il Martirologio.
E’ il libro più importante dopo il Breviario per
la recita dell’Ufficio divino. Come è noto, esso è
un elenco disposto secondo i mesi e i giorni dell’an­
no nel quale sono menzionati con un' breve elogio
i Santi via via che ricorrono, cioè nel loro giorno
natalizio o in un altro assegnato dalla Chiesa alla
loro celebrazione.
Tutte le Chiese particolari, si può diire, e buon
numero di Ordini religiosi hanno il loro Martiro­
logio. Quello usato dalla Chiesa Romana fu prepara­
to e pubblicato nel 1586 per comando di Gregorio
XIII, riveduto poi per incarico di Urbano Vili, e
di Clemente X, ripubblicato poi con molte aggiun­
te e correzioni nel 1749 da Benedetto XIV, e final­
mente sottoposto a nuove aggiunte e correzioni du-1

(1) Cfr. C. I. C., can. 1390; Stella, O c. p. II»


84 Capo VI.

rante i pontificali di Leone XIII, Pio X e Pio XI


(!)•
Se ne fa la lettura all’ora di Prima ed è obbliga­
toria per la recita corale, fuori di coro «laudabili­
ter fit». La sua lettura serve a spiegare il significa­
to del versetto «Pretiosa etc.» e dell’orazione «San­
cta Maria etc.» che la seguono immediatamente, i ,a
ragione poi di questa lettura è affinchè molti Santi
che non hanno potuto avere l’ufficiatura liturgica,
siano almeno ricordati in essa e i loro «acta fortia
et res praeclarissime gestae» siano di conforto e di
stimolo ai cristiani nell’ora in cui principia il la­
voro della giornata (2).
34. Calendario.
Il Calendario, come ora l’intendiamo, in generale
si può definire : «Ordo dierum qui per hebdomadas
et menses distribuuntur in anno».
Ecclesiasticamente vi sono diie specie di Calen­
dari: Vannuale e il perpetuo. L’annuale è quello
nel quale annualmente si coordinano gli Uffici e le
Feste mobili ed immobili. Il perpetuo invece è
quello nel quale sono iscritte le sole feste a data

(1) L’ultima edizione tipica del Martirologio è del 1914. In se­


guito il R. P. Pasquale Brugnani, 0. F. M. ne curò un’altra edi­
zione, che comparve nei 1922 coi »dpi della Vaticana, munita di
un decreto di approvazione della S. C. dei Riti in data 11 gen­
naio 1922, nel quale viene detta «prima post typicam» e si af­
ferma essere “diligenter revisam, accurate correctam et propriis
Sanctorum Ofticiorumque Elogiis opportune adauctam». Nel 1930
ne uscì una seconda con l’aggiunta degli Elogi più recenti.
(2) C. Callewaert, 0. c., p. 30.
I libri dell’Ufficio divino 85

fissa ed escluse le mobili. Il primo si compone ogni


anno, per lo più dal Calendarista diocesano. Il se­
condo si trova premesso a qualunque Breviario in­
sieme alle Rubriche generali.
Il Calendario si divide pure in universale e par-
ticolare, secondo che contiene gli Uffici e le Feste di
tutta la Chiesa Universale, oppure di qualche Chie­
sa particolare od Ordine religioso.
Il Calendario è sommamente utile, per non dire
necessario, onde ben ordinare la Messa e gli' Uffici
durante l’anno. La regola remota per questo ordina­
mento è data dal Calendario perpetuo e dalle Ru­
briche del Messale e del Breviario; la regola pros­
sima dal Calendario annuale chiamato pure «Ordo
divini Officii recitandi Sacrique peragendi».
Offrendosi l’opportunità, riferiamo alcune nor­
me pratiche prescritte dalla S. C. dei Riti circa il
Calendario.
1) Tutti e dovunque devono seguire il Calenda­
rio Romano (.1), che è la base su cui si formano i
Calendari particolari.
2) Coloro che non hanno Calendario proprio de­
vono attenersi a quello della Chiesa Romana (2).
3) I Calendari devono essere redatti secondo le
Rubriche e i decreti della S. C. dei Riti e a norma
delle concessioni della S. Sede (3).
4) Spetta al Vescovo, al Capitolo o alla sua pri-

(1) S. C. R., A 876.


(2) IA, d. 1489.
(3) IA, A 460, 1, 555.
86 Capo VI.

ma dignità la scelta del Calendarista ; ordinariamen­


te si sceglie il Prefetto delle Cerimonie (1).
5) I Rettori delle chiese, almeno per tacito con­
senso delFOrdinario, devono inserire nel Calendari
diocesano le variazioni proprie della loro chiesa
(2 ).
6) Tanto il Calendario perpetuo quanto il Calen­
dario annuale di qualunquue chiesa particolare ap­
partenente a una Diocesi od a un Ordine deve essere
redatto sul Calendario della rispettiva Diocesi od
Ordine. Perciò, come gli Uffici che nella propria
chiesa sono impediti ogni anno, si devono stabil­
mente assegnare al primo giorno libero nel calen­
dario perpetuo, se secondo le nuove rubriche si pos­
sono riporre; così gli Uflici che si devono acciden­
talmente rimandare, bisogna celebrarli nel primo
giorno che trovasi libero nel Calendario annuale
senza tener conto degli Uffici che furono già tra­
sferiti, sebbene di minore nobiltà (3).
7) Il sacerdote deve attenersi al Calendario (de­
bitamente approvato dall’Ordinario) anche se pro­
babilmente giudicata che il Calendario sbaglia (4);
quanto poi alFUfficio, Messa e colore dei paramen­
ti non puù fare di sua testa (5).

(1) Id., d. 3261, 5.


(2) Id., d. 3926, 2.
(3) Id. d. 4264.
(4) Qui si tratta di probabilità!; ma se l’errore del Calenda­
rio è certo, non ai deve seguire.
(5) S. R. C., d. 4031, 5.
1 libri delFUfficio divino 87

35. L’Ottavario Romano ed altri libri.


L’Ottavario Romano è un libro sussidiario con­
tenente le lezioni del 2.o e 3.o Notturno per le fe­
ste che nel Breviario Romano non hanno l’Ottava,
ma che possono averla nelle Chiese particolari. Fu
composto dal celebre Gavanto e pubblicato nel 1623
sotto Urbano Vili.
Nel 1883 ne comparve una ristampa con Appendi­
ce. Altri libri sussidiari! per la recita dell’Ufficio di­
vino sono le Lezioni contratte, pubblicate nel 1915
e per le parti in canto VAntifonario diurno le il
Cantorino.
La parte rubricale e cerimoniale viene regolata
dal Caeremoniale Episcoporum, dalle Rubriche ge­
nerali e locali del Breviario stesso e ad un bisogno
illustrata dai decreti della S. C. dei Riti'.
P ARTE II

Uf fici o d e l l e Feste
CAPO I

L’Ufficio di rito doppio.


36. Orìgine delle Feste cristiane.
Tutti i popoli ebbero le loro Feste religiose. Gli
Ebrei ebbero speciali Feste, che ripetevano la loro
istituzione da Dio stesso, o da fatti memorabili del­
la loro vita religiosa. La Chiesa fino dai primi tem­
pi, istituì Feste speciali alcune riguardanti la vita
del Redentore, altre Ja storia degli Apostoli, la
morte dei Martiri e dei Santi, o fatti speciali della
divina bontà.
Il modo però con cui si celebravano tali Feste non
fu sempre il medesimo. Mentre cioè le Feste del Si­
gnore, e specialmente- la Domenica, si celebravano
dappertutto e colla recita del divino Ufficio, a cui
andava collegata la Liturgia della S. Messa, quel­
le degli Apostoli e dei Martiri, che furono le prime
istituite in ordine di tempo, si celebravano solo nei
luoghi ove era avvenuto il loro martirio, e se ne
faceva soltanto una memoria (1). Distribuite in se­
guito le l'oro Reliquie fra i popoli, anche le Fe-te
vennero ad estendersi. Tale memoria da principio
consisteva nel pronunziare i loro nomi nell’Ufficio
pubblico e nella Messa, allo stesso modo che oggidì1

(1) Co9i narra S. Cipriano che a Cartagine si faceva memoria


dei martiri nel giorno sacro al loro martirio. Ed Eusebio dice
che i cristiani raccolsero le ossa di S. Policarpo sperando di pé­
tere ogni anno celebrarne la memoria nel luogo ove furono ri­
poste (Lib. IV. Hist., cap. 15). La memoria dei Santi non Mar­
tiri ebbe origine dopo il IV secolo.
92 Capo I.

si fa la memoria di S. Anastasia nella solennità del


S. Natale. Si leggevano gli atti del martirio, si te­
nevano orazioni panegiriche e più tardi si compo­
sero anche degli inni in loro onore. Vi erano però
dei tempi, nei quali tale memoria era vietata; così
il Concilio di Laodicea la proibì in Quaresima e
solo la permise al sabbato ed alla domenica (1).
37. Ufficio speciale dei Santi - I / Ufficio d i ri
doppio: origine e significato attuale.
Col progresso del tempo si compose, ad onore
dei Santi, anche il divino Ufficio. In origine esso
consisteva in un dato numero di Salmi, a cui si ag­
giungeva l’omelia di un Padre o la narrazione sto­
rica del martirio o della vita del Santo. Le altre
parti detrUfficào mancavano.
Ma la pietà che si aveva verso i Santi non stet­
te paga a questo, e presto ordinò un Ufficio, nel
quale vi erano speciali invocazioni, ricordi del San­
to; e questo lo si aggiunse all’Ufficio del Tempo*
che già si recitava. Così nei giorni nei quali ricor­
reva la memoria di un Apostolo, di un Martire o
di altro Santo, si avevano due Uffici: l’uno del
giorno, cioè della feria o della domenica, l’altro del
Santo; nello stesso modo che prima della riforma
fatta da Pio X si avevano due Uffici nel giorno del­

ti) Fornici Ò. c., 11, cap. 7. Nella liturgia ambrosiana alla


domenica non si celebra alcuna festa di Santi, ma l’Ufficio e la
Messa sono sempre de ea, così pure in tempo di Quaresima. La
nuova riforma piana ci ha ricondotti a questa venerabile anti­
chità ohe ha posto la Domenica in quella dignità di rito che le
si conviene.
VU{fido di rito doppio 93

le Commemorazioni dei fedeli defunti. Questi


giorni che avevano due Uffici e due Messe,
si chiamavano doppi e la liturgia propria del San­
to si teneva nella sua chiesa particolare dal clero
che colà si recava (1). Che ciò dovesse tornare di
non leggero al clero è facile ad intendersi; e
quindi a poco a poco, per benigna indulgenza della
Chiesa, l’obbligo dell’Ufficio feriale andò scompa­
rendo, e rimase solo di obbligo quello ad onore del
Santo, mentre dell’Ufficio feriale si faceva comme­
morazione. A questo, quasi a ricordare l’antico dop­
pio Ufficio, s’aggiunse allora la duplicazione delle
Antifone.
Tale è l’opinione di Gio. Frontone canonico di
Parigi (2) seguito dal Grancolas (3) e dal Fornici.
Il Guyet ritiene che la parola duplex non fu al­
tro che una nota di maggior solennità data alle Fe­
ste (4).
Secondo il Durando si chiamano di rito doppio
alcune Feste perchè i Responsorii e i Vespri si can­
tano da due cantori, le altre parti si cominciano da
due cantori, e le Antifone si duplicano ossia si re­
citato intere prima e dopo i Salmi (5).
Anche questa opinione è giustamente chiamata in­
completa da Mons. Piacenza, che scrive: «Antiqui-

(1) Fornici O. c., 1. c. — •Cioè l’Ufficio e Ja Messa del Santo


o del Martire si recitavano nella propria chiesa, detta anche me.
morìa,
(2) Calendarium, Parisis 1672, 11.
(3) Comm. hist. Brev. I. c. 44.
(4) Gupet, Heortologia lib. II. Lect. Ili cap. 9. quaeset. 2.
(5) Durando, Rationales divinor. Offic. Lib. VII. c. I. n. 31.
94 Capo ì.

tus duo tantum habebantur genera Officiorum, fe­


stiva et ferialia. Festivum Officium, ob eius solem-
nitatem, duas Vesperas habebat, primas et secundas
juxta illud Levit. 22,33 : A vespere usque ad vespe­
ram celebrabitis sabbata vestra; feriale unam dum­
taxat habebat, nempe secundas. Festivum ergo Of­
ficium naturaliter appellatum fuit postea duplex,
propter duas vesperas, feriale e converso simplex
vocatum est propter unam, duplex enim dualitati
convenit et simplex unitati respondet» (1).
L’Ufficio insomnia si dice di rito doppio perchè
per sua natura, non considerato in relazione a quel­
lo che lo procede o lo segue, ha due Vespri.

38. Come si dividono le Feste.


La Chiesa nell ordinare il divin culto ci chiama
ad onorare Dio nelle sue manifestazioni, e i Santi
nella loro vita colla quale in grado perfetto prati­
carono le virtù e così onorarono Dio in terra e per
noi intercedono in cielo. Il grado poi è proporzio­
nato alla grandezza dei divini misteri e alla gloria
©sterna dei Santi. Di qui Ila diivisione delle Feste
nella liturgia.
Le Feste si sogliono dividere per ragione del ri­
to e della classe della qualità, della dignità, della
estensione, della obbligazione e della stabilità.
1) Per ragione del rito (2) si dividono in Feste

(1) P. Piacenza, De Officio divino. Cap. XXIX.


(2) Rito in generale significa il modo di eseguire le saere
cerimonie; applicato all’Ufficio vuol dire il modo di recitarlo.
L'Ufficio di rito doppio 95

di rito doppio, semidoppio, semplice. Quello di ri­


to doppio poi si suddividono in feste di rito doppio
di prima e di seconda classe, dette anche Feste di
rito classico, in quelle di rito doppio maggiore e
doppio minore. Queste ultime sono anche sempli­
cemente dette di rito doppio. — Tutte le Feste di
rito doppio di qualsiasi grado si dicono anche Fe­
ste solenni e unitamente a quelle di rito semidop-
pio si dicono Feste di nove Lezioni, a differenza
delle semplici, che si dicono anche di tre Lezioni.
2) Per ragione della qualità le Feste, tanto d
rito doppio che semidoppio, isi dividono in prima­
rie e secondarie. Il fondamento di questa divisione
consiste neiMa importanza del fatto ricordato dalla
Festa;, così se si tratta delle Festei del Signore e del­
la B. V. M. sono in generale primarie quelle che
hanno per oggetto un fatto o mistero di massima
importanza, o uni mistero della loro vita, che non
viene ricordato in altra Festa; sono secondarie quel­
le che hanno per oggetto un fatto di minore impor­
tanza, o un mistero che già viene ricordato impli­
citamente in alltra Festa. — Se poi si tratta delle
Feste dei Santi, sono primarie quelle nelle quali
si ricorda la loro morte gloriosa, nel loro giorno
proprio, detto anche natalizio (perchè in esso na­
scono alla gloria del cielo) o irti altro, quasi natali­
zio; sono secondarie quelle altre qualunque esse
siano, in cui non si celebra il-natalizio, ma altro fat­
to o mistero, come l’invenzione, la traslazione, il pa­
trocinio ecc.
Giova notare che una Festa per sè secondaria,
quando è Titolare d’una chiesa o Patrono d’un Ino-
96 Capo l.

go con ciò stesso, per quel luogo diventa primaria.


3) Per ragione della dignità si distinguono per
ordine in Feste del Signore, della B. V. Maria, dei
Santi Angeli, di S. Giovanni Battista, di S. Giu­
seppe, dei SS. Apostoli ed Evangelisti. — Tra le
Feste della Dedicazione della Chiesa propria e il
suo Anniversario è f^sta del Signore.
4) Per ragione della estensione le Feste si distin­
guono in generali o universali e particolari. Le pri­
me sono quelle che si celebrano in tutta la Chiesa
e sono scritte nel Calendario universale; le seconde
sono quelle che si trovano nel Calendario partico-
religioso e sono state concesse dalla S. Sede.
5) Per ragione dell9obbligazione si distinguono in
Feste feriate o di precetto, e non feriate.
6) Per ragione della stabilità si distinguono in
Feste fisse e mobili. Le fisse od immobili sono lega­
te ad un giorno del mese, le altre sono celebrate in
una data domenica ovvero feria del mese o dell’an­
no ecclesiastico. Quelle seguono il Calendario ci­
vile; queste dipendono dal corso del Calendario ec­
clesiastico e non hanno relazione coll’anno civile.

39. Catalogo delle feste principali e secondarie.


A. 1. Doppi di prima classe primarii
Natività di N. S. G. C. Festa del S. Cuore di Gesù.
Epifania Festa di N. S. G. C. Re.
Pasqua di Risurrezione coi tre Immacolata Conc. di Maria.
giorni precedenti eiduesusseg. Annunciaz. de>la B. V. M.
Ascensione Assunzione della B. V. M.
Pentecoste coi due giorni seg. Festa di San Giuseppe (19
Festa della SS. Trinità. marzo).
Festa dtl Corpus Domini. Solennità di S. Giuseppe Spo-
L’Ufficio di rito doppio

sposo della B. V. M. e Patro­ Dedicazione della Cattedrale e


no della chiesa. suo Anniversario.
Natività di S. Giov. Battista. Titolo della propria chiesa.
Dedic. di S. Michele Are. Titolo della Cattedrale.
Festa dei SS. Apostoli Pietro Patrono principale del Luogo,
e Paolo. Giittà, Diocesi, Provincia* Na­
Festa di tutti i Santi (1 nov.) zione.
Titolare e Santo fondatore di
Dedicazione della propria chie­ un Ordine o Congregazio­
sa e suo Anniversario. ne religiosa.

2. Doppi di seconda classe primarii


Circoncisione del Signore. Festa di S. Matteo Ap e Sv.
Trasfigurazione del Signore. » SS. Simone e Giuda.
Dedicazione dell’Arcibasilica Apostoli
del SS. Salvatore. » » S. Marco Evang.
Purificazione della B. V. M. » » S. Mattia Ap.
Visitazione della B. V. M. » » S, Luca Evang.
Natività della B. V. M. » » S. Stefano Protom.
Festa di S. Andrea Ap. » » SS Innocenti Mm.
» » S. Tommaso Ap. » » Sn Anna M. di M. V.
» >' S. Giov. Ap. Evang. » » S. Lorenzo Mart.
» » SS. Filip. e Giac. Ap. » » S. Gioachino Padre
» » S. Giacomo Ap. della B. V. M.
» » S. Bartolomeo Ap.

3. Doppi di seconda classe secondari


Festa del SS. Nome di Gesù. V. M. (mese settem.).
» dell’Inv. di S. Croce. Solennità del SS. Rosario del-
» del Preziosissimo Sangue la B. V. M.
di N. S. g . c. Festa della Maternità della
» dei Sette dolori della B. B. V. M.

B. 1. Doppi maggiori primarii


Giorno ottavo di ogni doppio Decollazione di S. Gio. Bau.
di prima classe primaria. Festa di S. Barnaba Apost.
Festa della S. Famiglia. » » S. Pietro in Vincoli
Dedicaz. della Basilica di S. » » S. Bened. Abb. C.
Maria Maggiore. » » S. Domenico C.
Presentazione della B. V. M. » » S. Frane. d’Ass. C.
Festa di S. Gabriele Àrcang. » > S. Ignazio C.
Festa dei SS. Angeli Custodi. » » S. Frane. Saverio C.
Festa di S. Raffaele Arcang. » dei Patroni meno princ.
98 Capo I.

2. Doppi maggiori secondarii


Giorno ottavo di ogni doppio Cattedra di S. Pietro Ap. a
di I classe secondario. Roma.
Esaltai, della Croce. Cattedra di S Pietro Ap. in
Àppariz. B. V. a Lourdes Antiochia.
Festa dei Sette dolori della B. Festa di S. Pietro ad Vincula.
V. M. (in Quaresima). Convers. di S. Paolo Ap.
Comm. della B. V. del Car­ Commemor. di S. Paolo Ap.
mine. Festa di S. Giovarmi £v. ante
Festa del SS. Nome di M. Portam Latinam.
» B. V. della Mercede.

C. 1. Altre Feste primarie


Giorno natalizio o quasi natalizio di qualsiasi Santo.

2. Altre Feste secondarie


Impressione SS. Stimmate Sata y. M. sotto qualche titolo
Francesco C. speciale e dei Santi, oltre il
Invenzione di Santo Stefano loro giorno natalizio, come
Protomartire. Invenzione, Traslazione, Pa­
Festfca del Signore e della B. trocinio e simili.

Feste feriate (che portano o avevano precetto festivo)


Tutte le Domeniche. della B. V. M.
Natività di N. S. G. C. Festa di S. Giuseppe Sposo
Epifania. della B. V. M.
Feria 2 e 3 dopo Pasqua. Solennità di S. Giuseppe Spo-
Ascensione del Signore. so della B. V. M.
Invenzione della S. Croce Festa dei SS. Pietro e Paolo
Festa del Corpus Domini. App.
Festa del S. Cuone di Gesù. » S. Andrea Ap.
Feria 2 e 3 dopo Pentecoste. » S. Tomaso Ap.
Concez. Imm. della B. V. M. » S. Giov. Ap. Evang.
Purificazione delia B. V. M. » S. Mattia Ap.
Annunciazione della B. V. M. » SS. Giac. e Filip. Ap.li
Assunzione della B. V. M. » S. Giacomo Ap.
Natività della B. V. M. » S. Bartolomeo Ap.
Natività della B. V. M. » S. Matteo Ap. Ev.
Dedicaz. di S. Michele Are. » SS. Sim. e Giuda Ap.
Natività di S. Giov. Battista. » S. Stefano Protomar.
L'Ufficio di rito doppio 99

Festa SS. Innocenti Mm. Festa di Ognissanti»


» S. Anna Madre della » dei Patroni Principali
B. V. M. del Luogo, Città, Dio­
» S. Lorenzo Martire. cesi, Provincia, Naz.
> S. Gioaeh. Padre di M.

40. Condizioni»per recitare un Ufficio doppio c


non si trova nel calendario romano.
Osservazioni:
1. Per piCMbetr recitare un Ufficio che non si tro­
va nel Calendario Romano si esige :
a) la licenza della S. Sede, od una consuetudine
immemorabile, che aia approvata (1);
b) che l’Ufficio sia conforme al Breviario Roma­
no, per quelli che lo adoperano;
c) che le parti proprie siano approvate dalla S.
Sede per quella Diocesi o<d Ordirne, altrimenti si de­
vono recitare quelle del Comune (2). Le parti pro­
prie approvate per un luogo non si possono esten­
dere ad un altro, senza avere prima consultata la S.
Congregazione dei Riti (3).
2. Non si possono celebrare le Feste in onore dei
Beati, senza speciale indulto della S. Sede); la loro
Festa concessa con Messa ed Ufficio è locale, e non
si può estendere ad altri luoghi. I loro nomi si posso­
no mettere solo nel Calendario dei luoghi espressi123

(1) S. R. C, d. 179 ad 4; 1322 ad 15.


(2) S. R. C., d. 1322 ad 15.
(3) S. R. C. d. 179 al 3; De*Herdt. Sacrae Lit. Praixis. Voi. II,
n. 232 (Ed. Lovanii 1894). Cfr. Probst. O- c. p. 187
100 Capo L

nell’Indulto Apostolico (1). Si possono però celebra­


re le Feste di divozione verso i Beati (2).
3. Quando due Santi sono uniti nella medesima
Festa si deve far l’Ufficio come sta nel Breviario, nè
si può fare la Festa di uno e trasferire o semplifi­
care l’altro, senza indulto apostolico (3).
4. Si può fare la Festa (liturgica) di' un Santo a
cui è dedicata la chiesa (Titolare) ovvero dove vi è
una Reliquia insigne, approvata dalla S. Sede (4).
5. La Festa dii nilto doppio, quindi il suo Ufficilo si
celebra nel giorno che cade, quando non si debba
trasferire od omettere affatto come si dirà nelle Ru­
briche della Traslazione delle Feste.
41. Parti dell’Ufficio di rito doppio.
L’Ufficio di rito doppio ha i primi e i secondi Ve­
spri, se non concorre con un altro Ufficio, come si
dirà parlando della Concorrenza, e tutto l’Ufficio si
fa doppio, incominciando dai primi Vespri fino al­
la Compieta del1giorno seguente inclusa, se altri­
menti non è indicato al proprio luogo.
Le Antifone si duplicano, cioè si dicono intere in
principio e in fine dei Salmi nei Vespri, Mattutino
e Lodi, non però nelle altre Ore.
Al Mattutino si dicono regolarmente tre Nottur­
ni con nove Salmi, e altrettante Lezioni, cioè cia-1234
(1) S. R. C, dà 27 seft. 1659, n. 1130 4-10.
(2) Dichiar. del succit. decr., n. 1156. ad 2.
(3) S. D. C., d. 2128 ad 1 Cfr. però la nota posto alle Tabel­
le delle occorrenze accidentali e perpetue, là ove si parla del Pa­
trono riunito ad altri Soci.
(4) S. R. C., d. 1334 ad 2.
L ’Ufficio di rito doppio 101

scun Notturno ha tre salmi e tre Lezioni, eccetto


nelle Feste di Pasqua e dii Pentecoste coi due gior­
ni seguenti (1), ned quali si dice un solo Notturno
con tre Salmi ed altrettante Lezioni, come si nota
a suo luogo.
Le Preci a Prima ed! a Compieta, il Suffragio dei
Santi ai Vespri ed alle Lodi, non si dicono, come si
noterà a suo luogo.
Come si ordina FUfficio doppio, si dirà nelle Ru­
briche particolari1.

(1) Gli altri giorni dell’Ottava di Pasqua e Pentecoste sono di


rito semidoppio; ma vesta Tunico notturno.
capo n

Ufficio di rito semidoppio.


42. Origine e significato della parola semidop -
pio.
Già abbiamo notato nel capo precederne come in
origine, appena introdotta nella liturgia la ufficia­
tura dei Martiri e dei Santi, si avevano due Uffici,
uno della Feria e l’altro del Santo, e come il feria*
le andò poi scomparendo e così rimase l’Ufficio del
Santo. Ora nel primo periodo di queste formazioni,
questo unico Ufficio si componeva per una parte
della Festa del Santo e per l’altra della Feria, e co­
sì si avevamo due mezzi Uffici. Da questo fatto, se­
condo alcuni liturgici, trasse origine la parola Se­
midoppio (1), la quale indicava che l'a Festa, ossia
il Santo, aveva solo un mezzo Ufficio, come preci­
samente si ordina oggidì l’Ufficio feriale dei Santi
di rito semplice.
Erano poi di rito semidoppio non soltanto le Fe­
ste di minore importanza, ma le stesse feste degli
Apostoli, eccetto quella di S. Pietro, come appare
dai Breviari manoscritti dei Domenicani e dal Bre­
viario deirOrdine dii S. Giovanni Gerosolimitano.
Quando poi queste feste vennero innalzate a
maggiore solennità, ossia al grado di rito doppio, il
rito semidoppio ebbe una forma particolare nell’or­
dine delil’Uffieàlo divino. Esso ebbe cioè tutte le par­

ti) Fornici, O. c., pag. 136. Non lutiti però i liturgisti sono d’ac­
cordo sull'origine di questo parolai
Ufficio di rito semidoppio 103

ti di cui si compone l’Ufficio doppio, tranne l’ag­


giunta delle Preci e del Suffragio e il modo di re­
citare le Antifone, che è semplificato.
Così scrive in proposito' il chiaro Mone. Piacen­
za: «Vox ergo semiduplex est omnimo ecclesiastica
et liturgica, litteraliter enim sumpta, vel nihil signi­
ficaret, vel simplex exprimeret; significat porro il­
lud Officium quod1est quasi' duplex, habet enim et
ipsum duas vesperas, sed anitiphonae non dicuntur
integrae ante, sied post psalimiuim; ita ut propter dtaais
vesperas duplici' officio ass-iamletur et propter an-
tiphonas non duplicata^ simplici officio aequipare-
tur» (1).
Attualmente per l’Ufficio di rito semidoppio s’in­
tende quello che ha bensì due Vespri considerato
in sè stesso senza relazione agli altri che precedo­
no o seguono, ma le antifone non si duplicano. Si
chiama anche Ufficio di Nove Lezioni e talvolta fu
detto anche Ufficio solenne, oppure non doppio.

43. Quando si fa l’Ufficio semidoppio.


Hanno l’Ufficio di rito semidoppio :
1. Le Domeniche di prima e di seconda classe e
minori. Eccetto Pasqua, Pentecoste e in Albis nei
quali la festa è la- stessa Domenica;
2. Le feste che nel Calendario sono segnate colla
parola semiduplex;
3. I giorni che occorrono fra un’Ottava, escluso

(1) O, c,, p.
104 Capo IL

però il giorno ottavo ; escluse pure le ferie seconda


e terza fra l’Ottava di Pasqua e di Pentecoste ;
4. La feria VI dopo l’Ottava diell’Ascensione ;
5. Le Vigilie dell’Epifania, di Pìentecoste e di
Natale, (quest’ulitima però solamente fino alle Lo­
di esclusive).
L’Ufficio si fa di rito semidoppio nelle Domeni­
che (eccettuata quella in Albis) e nei giorni fra
Ottava ; nelle Feste in cui nel Calendario si pone la
parola semiduplex e melile Feste proprie di alcuni
Luoghi o Congregazioni,1che si sogliono celebrare più
solennemente che non le Feste semplici.
La festa di rito semidoppio si celebra nel gior­
no in cui cade, o di essa si fa la Commemorazione
o si tralascila affatto come si diirà nella rubrica della
Traslazione delle Feste.
L’Ufficio semildoppio è cerne iill doppio ma Ile An­
tifone non si duplicano, ossia si enunciano prima
del Salmo e dopo 6Ì dicono intere.
Al Mattutino si recitano tre Notturni, tranne
nelle Ottave di Pasqua e di Pentecoste nelle! quali
si dice un soilo Notturno con tre Salmi ed altrettan­
te Lezionii. E quando si dicono tre Notturni, si di­
cono regolarmente nove Salimi e nove Lezioni.

44. Punti d’accordo e di disaccordo del semido


pio col doppio.
L’Ufficio semidoppio concorda regolarmente col
doppio: a) Nel giorno dei Notturni, dell© Anti­
fone, dei Versetti, dei Salmi, delle Lezioni e degli
Inni, b) Nei Vespri, in quanto ebe l’uno e l’altro,
Ufficio di rito semidoppio 105

considerati in sè, indipendentemente da altri Uffi-


ci di rito ugnale o superniore, hanno due Vespri.
Discorda poi dal doppio : 1. Nel modo di recita­
re le Antifone che nel semidoppio non si dupli­
cano. 2. Nella recita delle Preoi a Prima ed a Com­
pieta e: del Suffragio dei Santi,, come si vedrà a suo
luogo.
CAPO III

Ufficio di rito semplice.


45. Origine degli Uffici di rito semplice.
Prima che fosse ordinato l’Ufficio dei Santi, di
essi si faceva solo memoria nella sacra liturgia e
precisamente nella Messa e nel divino Ufficio, in cui
si leggevano gli atti dei Martiri. Ora non tutti; i San­
ti ebbero dappertutto lo stesso Ufficio, ma di alcu­
ni si continuò a fare una semplice memoria nel­
l’Ufficio. Tali sono le Feste dà rito semplice, il' cui
ufficio ricorda il Santo soltanto nell’Inno, nelle Le­
gioni e neirOrazionC, mentre tutto il resto è feriale.
Solo Pio V volle che all’Ufficio semplice di un San­
to si aggiungessero l’Inno del Comune e le Lodi Do­
menicali, come negli altri Uffici dei Santi, e così es­
so rimane per una metà feriale e per l’altra festivo.
Attualmente però questa denominatone è meglio
sostituita dall’altra Ufficio di tre Lezioni, perchè
anche gli altri Uffici doppi e seauidioppi, che non sia-
no degli eccettuati, hanno i Salmi1della feria cor­
rente nello stesso numero di nove come nei sempli­
ci. Se questo nome di semplice resta, resterà solo
per la semplificazione delle Lezioni che invece di
nove, nell’Ufficio semplice sono solamente tre.
46. Quando e come si fa l’Ufficio semplice.
Hanno' l’Ufficio di rito semplice:
1. Le Feste dei Santi che sono notate nel Calen
dario colla parola simplex;
Ufficio di rito semplice 107

2. Le ferite maggiori e minori (delle quali si di­


rà parlando dell’Ufficio feriale);
3. Le Vigilie dei Santi ;
4. L’Ufficio della B. Vergine in Sabbato.
5. Il giorno ottavo di una Ottava semplice.
L’Ufficio di rito semplice si distingue dal sempli­
ficato o semplice per accidens. Il primo è così sta­
bilito dal grado di solennità dite ha ordinariamente
c costantemente; il secondo hia luogo solo acciden­
talmente. Quando cioè un Ufficio è impedito da un
altro di grado più elevato occorrente nello stesso
giorno, di esso si fa commemorazione, quando non
è trasferibile. Ciò si spiegherà nel Capitolo delle
Commemorazioni.
Pertanto l’Ufficio si fa semplice nei giorni feria­
li, quando occorre doversi fare della Feria; così
pure nelle Feste, nelle quali nel Calendario non si
trova la parola duplex, somiduplex o de Octava;
quando si fa della B. V. Maria in Sabbato, come si
dirà nella rubrica propria.
Della festa semplice si fa nel giorno in cui cade,
qualora nello stesso giorno non occorra di fare un
Ufficio di nove lezioni (doppio o semidoppio) o del­
la B. V. Maria in Sabbato o di' altre Ferie, alle qua­
li deve far luogo il Semplice.
L’Ufficio di rito semplice ha soltanto i primi Ve­
spri, nei quali si dicono i Salimi feriali, e dal Capi­
tolo in poi si fa della Festa ; quando però concorre
con essa un Officio di nove Lezioni, del semplice si
fa soltanto Commemorazione. L’Ufficio semplice ter­
108 Capo IH-

mina a Nona, dopo la quale nulla più si fa di es­


so, neppure la Commemorazione.
Ai Mattutino, dopo Flnvitaitoirio e Pinno della
Festa, si dice un solo Notturno con nove Salmi, tol­
ti dal Salterio, che corrispondono alla Feria cor­
rente, e alla fine si leggono tre Lezioni, (cioè le due
prime scritturali, della feria corrente, e la terza sto­
rica, del Santo. Qualora queste fossero due si riu­
niscono in una).
47. In che l’Ufficio semplice differisce dal dop
e dal semidoppio.
L’Ufficio sempKJoe discorda dia! d'oppio e dal se­
midoppio : 1. Pei Vespri, mentre quelli hanno
i primi ed i secondi Vespri, questo ha soltanto i
primi. 2. Per le Lezioni : il doppio e il semidoppio
hanno nove Lezioni, il Semplice ne ha soltanto tre.
3. Pel numero dei Notturni : quelli hanno tre Not­
turni e questo ne ha uno solo. 4. Pel tempo in cui
si celebrano; le Feste e gli Uffici semplici non si
trasferiscono mai, nè si possono assegnare ad altro
giorno.
CAPO IV.

Ufficio dell’Ottava
49. Che cos’è l’OjLtava - Origine - Rito antico.
Per Ottava s’intende una Festa o solennità il cui
Ufficilo' si protrae per otto giorni e come dice Rodol­
fo dii Tongres, (Prop. 19) «est nota et index magnae
solemnitatis».
L’Ottava è un costume che roteale agli ebrei^ pres­
so i quali le maggiori solennità, quali la Pasqua^
la Pentecoste, la Festa dei Tabernacoli, la Dedica­
zione del! Tempio duravano otto giorni, e il primo
e l’ottavo erano più solenni (1); e noi sappiamo
che G. C. andò a Gerusalemme per la Festa della
Scenopegia e vi rimase fino al giorno ottavo (21.
Gli Apostoli raccolsero e consacrarono nella li­
turgia cristiana tale pratica, e le Feste più solenni
del Signore, come la Pasqua e la Pentecoste ebbero
un’Ottava. Le Ottave delle Feste degli Apostoli e
dei Santi ebbero origine più tardi, nel secolo Vili
(3) e si accrebbero nel XIII.
Il modo antico di celebrare l’Ottava differiva
dall’odiierno ; cioè non si faceva che ripetere la Fe­
sta, e quindi la liturgia, nel giorno ottavo, mentre
nei giorni intermedi- non se ne faceva alcuna men*

(1) Levit. XXIII, 35-56; II Paralip. XXIX, 17; I Mach. IV, 56.
Cfrf. Grancolas nella Prefaz. alVOctavarium Romanum.
(2) Ioan. VII et X.
(3) Una prova di fatto l’abbiamo dalle liturgie greche ed ambro­
siana, dove non vi hanno Ottave di Santi.
no Capo IV.

zione; onde di esso non si trova fatto cenno negli


antichi Sacramentari (I). Alquanto più tardi anche
i giorni fra l’Ottava ebbero il loro Ufficio, quello
cioè dèlia Festa, ma con minore solennità (semi­
doppio).
50. Ragioni dell’istituzione dell’Ottava.
La ragione primaria per cui vennero istituite le
Ottave viene così spiegata dal! Cardellini (2). «a)
Ut solemniora Festa majori non siolum solemnitate
celebrarentur, sed ad indicandam ipsorum prae
caeteris excellentiam, praeter solemniorem ritum,
major dierum numerus statueretur; b) Ut religio­
nis nostrae praecipua Mysteria, quorum memoria
recolitur alitius in fidelium mentibus figerentur; c)
Ut beneficia, quo sunt majora accepta, eo magis-
illa sentiamus, et majores de iis gratias ad no­
stram ipsam animae saltitem agamus, per longius
tempus ea considerantes, mente volventes et corde
retinentes ; d) Ut dona et charismata aliquibus san­
ctis prae aliis a Deo collata memoria repetentes et
divinam bonitatem et peculiarem in illis Dei amo­
rem agnoscentes, Deum ipsum intensius laudémus,
qui' illis magna' et mirabilia fecit, et admirabilem se

(1) Fornici, O. c., p. 146*147. Di questo fatto alcuni vedono, non


a ragione però, un avanzo nella Festa di S. Agnese secundo (28
gennaio). Secondo vari autori, la festa del 28 gennaio non è che
la memoria dell’apparizione di S. Agnese ai parenti. (Cavalieri, t.
II, c. 18).
(2) In forza di quanto s’è detto giustamente la Chiesa non con­
cede l’Ottava alle feste inferiori al doppio di seconda classe. S. R.
G <L 4282.
Ufficio dell’Ottava 111

in illis ostendit; e) Ut nostra excitarentur corda ad


illorum auxilium implorandum, ut et ipsi nostrum
apud' Deum patrocinium suscipiant; /) Ut Sancto­
rum virtutes ad imitationem nos provocent, atque
delectent...» (1). Lo stesso autore aggiunge: «Alte­
ra Octavarum institutionis ratio, ni fallor, haec fuit.
Neminem latet initio non fuisse tot numero ritus
seu horum diversos gradus, sub quibus nunc Eccle­
sia varia celebrat Festa; proinde hunc majorem ri­
tuum numerum majora numero festa, quae cele­
brantur, augendi occasionem dederunt et etiam ex
hoc originem habere potuit 'Octavarum pro aliqui­
bus festis, praesentium Sanctorum institutio».
51. Come si distinguono le Ottave.
Le Ottave si possono considerare per riguardo al­
l’oggetto della Festa, e per riguardo al grado rela­
tivo ad altre Feste ed uffici, che in essa possono ca­
dere.
1. Per riguardo all’oggetto si numerano circ
venti ottave cioè : sei ad onore di Gesù Cristo, e so­
no quella dèi Natale, dell’Epifania; della Pasqua,
dell’Ascensione, dèi Corpus Domini e diéi S. Cuore
di Gesù. Una è dedicata allo Spirito Santo, cioè
quella della Pentecoste. Tre ad onore della B. V.
Maria cioè: quella della Natività, dell’Assunzione,
dedrimmacolata Concezione. Una ad onore di S.
Giovanni Battista. Una ad onore di S. Giuseppe.
Una ad onore di tutti i Santi. Hanno la loro ottava1

(1) Adnotationes ad decr. S. R. C. 7 aprii. 1831.


112 Capo IV.

S. Stefano Protomartire, San Giovanni Evangelista,


i SS. Innocenti, S. Lorenzo Martire.
Tre ottave sono delle chiese particolari e sono:
quella della Dedicazione, del Tiiitoliare, e quellia del
Patrono principale del luogo.
I Beati non possono avere ottava e non si può cew
lebrare Pottava particolare di un Santo senza in­
dulto della S. Sede (1).
2. Per ragione del grado, quindi del diritto ri
guardo al altri Uffici, le Ottave sì distinguono in
privilegiate, comuni e semplici.
A. Si chiamano privilegiate le Ottave che godono
speciali privilegi' riguardo agli /altri Uffici o Feste,
perciò di esse si fa sempre PUfficio o Commemora­
zione secondo il loro grado od ordine. Così vi1han­
no le Ottave privilegiate di tre ordini:
Quelle di I.o ordine si preferiscono a qualsiasi fe­
sta che in esse occorre e di esse si fa sempre Uffi­
ciò: tali sono l’Ottava d'i Pasqua e di Pentecoste;
Quelle di ILo ordine si /preferiscono a qualsiasi
festa occorrente, eccetto quelle di rito doppio di pri­
ma classe, ma nel giorno Ottavo /escludono anche
la festa di prima classe che non sia della Chiesa
universale. Tali sono l’Ottava della Epifania, e del
Corpus Domini.
Quelle di III.o ordine, si preferiscono soltanto a
quelle Feste alle quali si preferiscono l'e Ottave co­
muni. Però del giorno ottavo di una Festa avente
Ottava di terzo ordine si fa commemorazione anche1

(1) S. R. C., d. 4282.


Vffìciv dell*Chiava 113

se occorre una fe|sta dii I» classe, mentre non si fa


commemorazione dei giorni fra l’Ottava comune*
Tali sono l’Ottava della Natività di G. C., delFA-
sccnsione e del1Sacro Cuore.
B. Ottave comuni, sono quelle i cui giorni infra
octavam si preferiscono soltanto alle festel semplici
e il cui giorno Ottavo viene preferito a tutti i dop­
pi che non siano di1prima e seconda classe. Tali
sono:
L’Ottava della Concez. Immac. di Maria SS.
» della Assunzione di' Maria SS.
» della Natività di' S. Giovanni Battista.
» della Solennità di S. Giuseppe (Patroc.)
» della Festa dei SS. Apostoli) Pietro e Pao-
» lo (1).
» di tutti i Santi (1 novembre).
» della Dedicazione e del Titolare della
propria chiesa e della chiesa Cattedrale.
» del Patrono principale del luogo, città,
diocesi, provincia, nazione.
» del Titolane e del S. Fondatore di un Or­
dine o Congregazione.
» delle altre Feste di rito doppio di La
classe che in qualche luogo si celebrano
con Ottava.
C. Ottave semplici sono quelle delle quali nulla
si fa durante POttava ma solo nel loro giorno ot­
tavo; si preferiscono' solamente alle Feste di zito

(1) E* però privilegiata dì terzo ordine per tutto il Clero seco­


lare e regolare di Roma. S. R. C., d. 4332.
114 Copo IV.

semplice e all’Ufficio di S. Maina in Sabbato. Tali


sono: l’Ottava della Natività della B. V. Maria,
quella di S. Giovanni Ap. ed Evang., di S. Stefano
Protomartire, dei SS. Innocenti Mrn., di S. Lorenzo
M., delle altre Feste di rito doppio di seconda clas­
se che in alcuni luoghi si celebrano con Ottava,
52. Divieto e cessazione delle Ottave.
La struttura delle Feste del Breviario è ordinata
in modo che in alcuni tempi non si trovano le Ot­
tave dei Santi perchè in essi la Chiesa invita alla
contemplazione di speciali Misteri. Peraltro in que­
sto tempo potrebbero occorrere di quelle Feste par­
ticolari che secondo le regole liturgiche, hanno l’Ot­
tava, come sono la Dedicazione, il Titolare o la fe­
sta del Patrono della Diocesi. Ora tutte le Ottave
che non sono nel Breviario romano sono vietate,
ossia cessano :
1. Dalla feria quarta delle Ceneri alla Domeni­
ca in Albis; e quelle stesse che erano state conces­
se per questo tempo vennero proibite (1);
2. Dalla Vigilia di Pentecoste fino alla Festa del­
la SS. Trinità;
3. Dal giorno 17 dicembre, in cui cominciano le
.Antifone maggiori, fino alla vigilila del S. Natale
sempre inclusive (2).
La cessazione delle ottave colla Vigilia del San­
to Natale ha per conseguenza che se dal Natale in12

(1) Addit, et variat, in R. B. III. 5.


(2) Rubr. Brev., n. 1; Cavalieri ir. II. c. 19.
Ufficio delTOttava 116

avanti accade un doppio di prima classe co­


me per es., il santo Titolare o l’Anniversario (del­
la Dedicazione della chiesa viene celebrata la Fe­
sta e si fa de octava nei giorni liberi. Che se tali
Feste cadono dal 18 al 23 Dicembre hanno diritto
alFOttava nei giorni dopo il S. Natale correnti fra
l’Ottava della stessa Festa (1).
Che deve farsi adunque quando un Ottava od
una festa avente Ottava cade appena prima che in­
cominci o che finisca questo tempo vietato?
1. «Se una festa che si suole celebrare con Otta­
va viene appena prima della Quaresima e già per
alcuni giorni si è fatto l’Ufficio dell’Ottava, di essa
non si farà più neppure Commemorazione, e così
si farà quando un’Ottava non fosse ancora compiu­
ta, al sopravvenire della Pesta di Pentecoste o del
17 dicembre» (2).
2. Se poi il giorno Ottavo coincide con uno dei
detti giorni, l’Ufficio dell’Ottava, cessa coll’Ora di
Nona del giorno settimo fra l’Ottava, ed i Vespri
sono feriali (3). Se invece il giorno Ottavo entra
nel tempo vietato l’Ufficio dell’Ottava cessa dopo
Compieta del1giorno che precede il tempo vietato,
siasi in esso fatto l’Ufficio dell’Ottava o di una Fe­
sta colla Commemorazione dell’Ottava (4).
3. Se la festa cade nel tempo vietato si deve ce­

di S. R. C, d. 687.
(2) Addit, et Varit. in R. B. III. 5.
(3) S. R. C., d. 1875.
(4) Merati Sect. 3, c. 8. n. 5; Lohner p. 5 in Rubr. Brev. Tit.
7. Rub. I lilt. I; Cavalieri t. 2. Decr. 154, n. 2.
116 Capo IV.

lebrare senza l’Ottava (1); e questa non si può con­


tinuare quando, passato il tempo, ne rimanessero
ancora alcuni giorni, perchè le Rubriche negano
qualsiasi Ottava a quelle Feste che si celebrano nel
tempo vietato (2).
4. Se la Festa viene trasportata ad altro tempo
ma non in modo stabile come si deve fare per le
Feste trasferibili occorrenti fra l’Ottava di Pasqua
e d!i Pentecoste, si celebrerà senza Ottava ogni vol­
ta venga trasferito fuori dei giorni che sarebbero
stati della sua Ottava, se la Festa non fosse stata
trasferita (3); se invece rimangono alcuni giorni
in essi si fa Ufficio o Commemorazione dell’Ottava.
53. Occorrenza simultanea di più Ottave.
Quando occorrono contemporaneamente più Otta­
ve, nelle Rubriche nuovissime alle Tabelle delle
occorrenze e concorrenze (n. 3) si dà per regola
generale «Octavae inter se praeferuntur eadem le­
ge qua festa ipsa ad quae spectant». E giustamen­
te, perchè l’Ottava non è che l'a continuazione della
Festa e i giorni fra l’Ottava formano come una sola
cosa colla Festa, quindi la seguono come l’accesso­
rio segue il principale. — Per conseguenza :
1. Si preferiscono le Ottave privilegiate alle al­
tre, perchè si celebrano dalla Chiesa universale con123

(1) S. R. C. & 2819; d. 3876 I.


(2) Così il' De Herdt. Altri liturgisti però ritengono che tali Fe­
ste hanno diritto a quella parte di Ottava che resta dopo il tempo
vietato, come avviene di quelle di cui si parla al n. 4.
(3) S. R. C., d. 2369.
Ufficio deli"Ottava 117

maggiore solennità e rito. Così l’Ottava del Corpus


Domini si preferisce a quella della SS. Trinità, an­
che quando' questa fosse Titolare di una chiesa.
2. Se le Feste di cui si fa FOttava hanno diverso
rito si preferisce FOttava della Festa di rito supe­
riore, quantunque quella di rito inferiore fosse del
Signorie o della B. V. Così occorrendo FOttava del'
Patrono principale (rito di prima classe) con una
Ottava della B. V. di rito di seconda classe (v. g.
Natività) si fa Ufficio del Patrono (1). Così occor­
rendo FOttava di S. Gioacchino, ove esso è Patro­
no, si preferisce a quella della Assunzione di Maria
( 2 ).
3. Se le Feste hanno lo stesso rito, si preferisce
FOttava della festa più solenne, e quella della Fe­
sta secondaria' cede il luogo alla primaria (3).
4. Se hanno rito e solennità uguale si preferisce
la Festa del Santo o Mistero più degno (4). Cori
si preferisce FOttava di Tutti i Santi (1 novembre)
a quella della Dedicazione della chiesa (5).
5. Quando infine sono uguali per rito, solennità
è dignità Sfi preferisce FOttava del proprio calenda­
rio (6). . r ~-
6. «Quando occurrunt accidentaliter duo Festa12345

(1) Gavanto-Merali. Sect. III. O- c. 8. n. 7. S. R. C. d. 2194, 2w


(2) S. R. C. d. 2439. 3.
(3) R. C. dv 2019. 1.
(4) S. R. C. d. 1241. I/ 'ordine di dignità è quello che si tiene
nelle Litanie dei Santi.. Fra i Martiri, Confessori, Vergini non si
tiene più conto di dignità.
(5) S. R. C., d. 1922. 1.
(<5) De Herdt, Voi. Il, n. 2445.
118 Capo IV.

vel duae Octavae in honorem eiusdiem Personae, fit


Officium de Festo vèl de Octava nobiliori, sine com­
memoratione alterius, nisi agatur de mysteriis Do-
mini diversis» (1).
54. L'ufficio delle Ottave comuni e del gior
Ottavo in rapporto agli altri Uffici occorrenti.
L’Ufficio dell’Ottava comune per sè, cioè quan­
do non' è' in concorrenza con altro Ufficio seguente,
termina ai secondi Vespri a Compieta del giorno
Ottavo tranne nella Pasqua di Risurrezione e nella
Pentecoste, nelle quali solennità l’Ufficio dell’Ot­
tava termina al sabbato seguente, a Nona.
«Fra le Ottave (Comuni) poi si fa l’Ufficio dèlie
Feste doppie e semidoppie occorrenti... colla1Com­
memorazione dell’Ottava. Quando però tali Feste
non siano delle più solenni (enumerate nelle rubri­
che delle Commemorazioni), nelle quali non si fa
la Commemorazione dell’Ottava, eccettuate però Ite
Ottave del Natale, della Epifania e del Corpus Do­
mini (e a Roma l’Ottava dei SS. Apostoli Pietro e
Paolo), che hanno sempre la commemorazione.
«Dei semplici che occorrono in qualunque Otta­
va comune si1fa soltanto commemorazione, eccetto
nei due giorni che: seguono la Pasqua e la Penteco­
ste....
«Delle Domeniche, occorrenti fra Te Ottave, si fa
Ufficio, come si dice nella Rub. delle Domeniche»
( 2 ).

(1) Addit, et Variat, in R. B., IV, 7.


(2) R. B., VII 3.
Ufficio deirOuuVW 119

In conseguenza della nuova riforma piana del Sal­


terio e in forza del Decreto 23 gennaio 1912 della
S. C. dei Riti: 1) il giorno Ottavo di qualsiasi festa
primaria di rito doppio di prima classe è innalzato
al grado di doppio maggiore primario; 2) il giorno
ottavo di una Festa secondaria di prima classe è di
rito doppio maggiore secondario; 3) il giorno Ot­
tavo di qualsiasi festa di rito doppio di seconda
classe è di rito semplice (1).
Dell’Ottava di Pasqua, Pentecoste, Epifania, Cor­
pus Domini, Natale, Ascensione e Sacro Cuore si re­
cita sempre l’Ufficio, come nella Festa, eccetto quel­
le parti che sono assegnate al proprio luogo fra l’Ot­
tava (2).
Nell’Ufficio dei giorni fra l’Ottava e nel giorno
Ottavo di ogni altra festa di rito doppio di prima
classe anche del Signore, le Antifone e i Salmi di
tutto le Ore, i versi dèi Notturni! ai dicono della Fe­
ria corrente e le lezioni del- I Notturno coi rispet­
tivi Responsori, si desumono dalla Feria corrente.
— Il giorno- poi Ottavo, in -concorrenza come in
occorrenza, cede a qualsiasi Domenica, anche se la
Festa avente Ottava sia Festa del Signore.
Delle Ottave poi delle Feste di seconda classe
della Chiesa universale nulla si fa se non nel giorno
Ottavo, e questo è dii rito semplice. Onde se in tal
giorno Ottavo- occorre un doppio o semidoppio an­
che riposto o trasferito, una feria maggiore od una12

(1) Cfr. Ephcm. Lit. 1912, p. 164 sgg.


(2) Si tenga però presente quanto s’è detto- sopirà circa i Tata on­
dina di Ottave privilegiate.
Capo IV.

vigilila, del' giorno Ottavo adì fa solamente commemo­


razione.
Le feste semplici e l’Officio di S. M. in Sabato
cedono al giorno ottavo. Altrettanto si deve dire
delle Ottave delle Feste dei doppi di seconda: classe
collidesse a qualche chiesa particolare.
Le lezione del 2 e 3 Notturno, dhte fin qui erano
assegnate nei giorni fra FOttava (delle (feste di rito
doppio di seconda classe si inseriranno nelFOlttava-
rio Romano non però le Lezioni del I Notturno,
anche se si hanno proprie (1).
55. Come si ordina l'Ufficio dell'Ottava.
Le Ottave privilegiate di primo secondo e di
terzo ordine sono disposte nel Breviario. Di
quelle ohe non si trovano nel Breviario vi
può essere solamente quella del Patrono o Ti­
tolare perchè FOttava della Dedicazione si tro­
va: pur essa nel Breviario. Di queste Ottave co­
muni si fa solo quando in esse oecore una feria li­
bera od una festa semplice. Occorrendo fare del
FOttava si desumerà dlalla Festa Flnvitatorio,
Firmo, i versetti al Benedictus e Magnificat
e le relative Antifone. I Salmi sono tutti della fe­
ria corrente. Le lezioni del I Notturno dalla Scrit­
tura corrente, quella del II dalFOttavario Romano
e quelle del Ut come nella Festa. Alle Ore, tranne i
Salmi1e le Antifone, tutto come nella Festa.

(1) S. R, C. d, 4308, II.


CAPO V.

Del Titolare e del Patrono


55. Che cosa intendesi per Titolare e Patrono (1).
Lia parola Titolo non ebbe sempre lo stesso si­
gnificato. Nel linguaggio scritturale titolo vale quan­
to memoria, monumento (2). Nei primi secoli) cri­
stiani si chiamava Titolo il luogo ove si facevano
le adunanze dei fedeli (oratori, sepolcri dei mar­
tiri, stazioni). Attualmente per Titolo si denota il
Santo o il Mistero a cui è dedicata una chiesa e si
dice ancora Titolare (3).
Chiamasi invece Patrono il Santo che è scelto
dal popolo (provincia, diocesi1, parrocchia, regno)
per speciale protettore innanzi a Dio. Per cui il
Titolo ha relazione col sacro tempio, il Patrono
colla comunità diéi fedeli. Però il Titolo della
Chiesa si dice spesso anche Patrono, e specialmen­
te quando essa è dedicata ad un Angelo, alla B. V.
o ad1un Santo; mentre si dice solamente Titolare e
non mai Patrono quando esso è dedicato alle di­
vine Persone della SS. Trinità, ad un fatto della
Resurrezione, ad un Mistero. Così nessuno dirà
Patrono della Chiesa l’Invenzione di' S. Croce, il123

(1) P. Piacenza, o. c. pag. 241 e 249.


(2) Genesi Cap. XXVIIl.
(3) Siccome im tutte le Dedizioni delle chiese queste seno con­
sacrate a Dio, ne consegue che Dio come tale non può essere Ti­
tolare di nessuna. Ma può essere Titolare il Salvatore, il Padre, lo
Spirito Santo e così pure il mistero della SS. Trinità ecc.
Capo V.

Sacro Cuore, le SS. Spine, ecc. Onde la S. C ded


Riti: «Titularis... seu Patronus Ecclesiae is dicitur
sub cuius nomine seu titulo Ecclesia fundata est et
a quo appellatur. Patronus autem loci proprie is
est quem certa civitas, dioecesis, provincia, regnum
etc. sibi delegit velut singularem ad Deum Patro­
num» (1). Onde soppressi i Titolari delle chiese,
non sono tolti i Patroni dei!luoghi (2).
57. Come si costituisce e quali chiese hanno Ti­
tolare e Patrono liturgico.
Il Titolare della Chiesa viene eletto nella posa
della prima pietra del sacro edilìzio, e di fatto co­
stituito ad esso poi nella Benedizione solenne o nel­
la Consacrazione del tempio. I Patroni dei luoghi
o delle città e diocesi sono eletti dal popolo col con­
senso del1Vescovo e colla approvazione della S. C.
d. R. se sono Patroni nuovi (3).
Il Vescovo non può imporre la Festa di precetto
per un Patrono che non è stato eletto con tutta la
formalità dal popolo (4) nè) può mutare il Patro­
no legittimamente eletto (5); ma nelle erezioni del­
le chiese può assegnare i Santi Titolari con tutte le
prerogative lóro dovute (6).
Si ritengono peraltro legittimi Patroni, principa-123456

(1) S. R. C., d. 3048.


(2) S. R. C., d. 1678; 3701. I.
(3) Cavalieri, t. I. dee. 30, n. 45 e seg.; S. C. R. 23 marzo 1630,
d. 526. 2 ; Cod. c. 1201, 2 e 1278.
(4) S. R. C., d. 714.
(5) S. R. C., d. 1061.
(6) S. R. C., d. 4343. li.
Del Titolare e del Patrono

li o meno principali, quelli confermati da una im-


memorabile consuetudine (1).
Quindi il Titolare di una chiesa si riconosce dal­
la sua Dedicazione o Consacrazione, il Patrono dal-
la elezione fatta dal popolo o dalla consuetudine
immemorabile, cioè anteriore al Decreto di Urba­
no v n i, 23 marzo 1630 (2).
Il Titolare della Chiesa non si può cambiare sen­
za un indulto Apostolico (3), solo perisce se la chie­
sa viene ed essere distrutta o profanata in perpe­
tuo (4), Non si possono eleggere per Titolari i san­
ti che non si trovano nel Martirologio o nel Proprio
diocesano (5) nè i Beati (6).
Solo le chiese cattedrali!, collegiate, conventuali
e parrocchiali, anche se non consacrate ma solamen­
te benedette hanno un Titolare liturgico. Lo stesso
vale per le cappelle pubbliche, come quelle degli
ospedali, seminarii o collegi (7). Se vi hanno più
chiese nei seminari1o comunità, solo la principale
può avere il Titolare liturgico (8).
Non possono avere il1Titolare liturgico le cap*
pelile) e gli altari di una Chiesa, e nemmeno le Pie
Unioni erette in una Chiesa (9). Quindi i Santi Pa­

ci) Cavalieri, 1.1. dee. 31 ; Gavanto, Sect. 3, c. 12* n. 2 ; De Herdt.


Val. n i, n. 120.
(2) De Herdt, I. c.
(3) S. R. C., d. 2853. 1. Guyet, lib. I. eap. 4.
(4) S. R. C, d. 4191, IIL
(5) S. R. C., d. 3876. V,
(6) S. R. C., d. 3257. 2682, 32; 3471.
(7) S. R. C., d. 2682, 23.
(8) S. R. C, d. 526. I; d. 2353, I.
(9) S. R. C., d. 3033, 1. 3638, V; 4025; Can. 1219.
134 Capo V.

tronii delle Confraternite e pii Sodalizii non si pos­


sono equiparare ai Titolari delle Chiese e non go­
dono gli stessi privilegii e nella loro Festa non si di­
ce il Credo, se non è voluto dia altre ragioni litur­
giche (1).
58- Chi è tenuto all'Ufficio del Patrono o del Ti­
tolare.
Se si tratta della festa e Ufficio! del Patrono o Ti­
tolare: della Cattedrale e 'della diocesi sono tenuti:
1. Tutti coloro che appartengono al clero seco­
lare siano essi ascritti o non ascritti ad una chiesa
(2).
2. 'I Regolari e le monache soggette od esenti nè
possono allegare la consuetudine contraria. Anche
se i Regolari hanno Breviario proprio, che non sia
però diverso dalla forma del Breviario romano (3).
Si celebra con rito doppio di prima classe con
Ottava comune, e senza Ottava pei Regolari (4).
Se invece si tratta della Festa, quindi della re­
cita dell’Ufficio del Titolare d’una chiesa partico­
lare, sono tenuti coloro che sono strettamente ascrit­
ti alla chiesa stessa, come sono i beneficiati, chi e-
sercàta in essa cura dramme ed anche òhi altrimenti
la regge; e dove mancasse il clero, si celebra al­
meno il Titolare colla Messa (5).12345

(1) S. R. C., d. 2857.


(2) S. R. C. d. 2769 Vili, 1, 4.
(3) S. R. C. 2822. II. 3084. II. 2829, 4053, II.
(4) S. R. C., d. 3823; 2144. 5; 2872 I; 3431.
(5) S. R. C, d. 669 880, 2; 3289, II: 3622, IH 4025, IV.
Del Titolare e del Patrono

I professori convincenti in Seminario, ed d chie­


rici in sacris sono tenuti all’Ufficio dèi Titolare della
cappèlla del seminario, purché questa sia eomsiaorata
od almeno benedetta solennemente (1).
Anche i Regolari sono tenuti all’Ufficio del Tito­
lare o del Patrono della parrocchia nella quale han­
no il convento, ma ‘senza Ottava, se hanno Calenda­
rio proprio ; se invece seguono il Calendario' diocesa­
no con Ottava (2).
II sacerdote ohe assiste una chiesa sussidiaria
celebra il Titolare di essa con Ottava, e non quello
della chiesa parrocchiale (3). I sacerdoti ascritti a
due chiese celebrano le feste dei due Titolari.
La Festa e l’Ufficio del Titolare o Patrono della
chiesa si celebra con rito doppio di prima classe pri­
mario con Ottava comune (4). Qualora però la Fe­
sta cada in tempo in cui sono vietate le Ottave si ce­
lebra senza Ottava.
59. Pluralità dei Patroni o Titolari. - Casi spec
li - Quando non vi ha Ottava propria nel Breviario.
Quando una chiesa ha per Titolo due Santi o due
Misteri, riguardo alla l'oro celebrazione i liturgisti,
dietro le norme date dalla S. C. R., distinguono di­
versi! casi.
1. Quando i Santi sono ugualmente principali ed
uniti già dalla liturgia come peir es. SS. Cosma e Da-

(1) Cfr. Addit, et Variat, in R. B. IX-2.


(2) S. R. C , A 3050. 2.
(3) S. R. C., d. 2939, 3; 3279; 4025. V
(4) Addit, et Variat, in R. B., TX. 3.
Capo V.

miano : SS. Pietro e Paolo ecc. 6Ì fa la Festa e l’Ot­


tava di essi come sta.
2. Se sono due distinti, generalmente si ritiene che
uno sia il principale e l’altro il secondario, ed in
questo caso il principale si celebra con rito doppio
di prima classe con Ottava e l’altro con rito doppio
di prima classe ma senza Ottava (1).
3. Quando il Titolo è S. Pietro Ap. o S. Pietro
ad Vincula, ovvero Ila Conversione o Commem, di
S. Paolo, tanto nella festa come durante l’Ottava
si fa sempre la Commemorazione dell’altro Santo
(2).
4. Se il Patrono secondario di un luogo o altro
Santo proprio è descritto nel Calendario con altri
Santi, non isi separa da essi, ma si celebra insieme
la Festa con rito doppio maggiore o minore o se­
midoppio secondo le rubriche, se non è descritto
nel Calendario sotto rito più alto (3).
5. Se il Titolare è la SS. Trinità, nei giorni se­
sto e settimo fra l’Ottava non sii fa del Titolare, ma
dell’Ottava del Corpus Domini (giorno II e IH fra
la Ottava), colla commemorazione della SS. Trini­
tà. Concorrendo poi il giorno ottavo d’ella SS. Tri­
nità con un Doppio di prima classe, ai Vespri non
si fa Commemorazione del giorno ottavo (4).
6. In alcune provinole la Festa del Patrono è
trasferita perpetuamente alla Domenica seguente,1234

(1) S. R. C. d. 2395, V.
(2) S. R. C., d. 2624, ad VI et VII.
(3) S. R. C, d. 3952, IL
(4) S. R. C. d. 2915. 3.
Del Titolare e del Patrone 197

come avvenne per le due Sicilie sotto il Pontefice


Pio Vili. In tal caso si osservano le norme date nel
Breve, colle dichiarazioni relative della S. C. dei
Riti (1).
7. Dove il Titolare è S. Michele, nella Festa dei
SS. Angeli Custodi (2 ottobre) nell’Ufficio e nella
Messa si fa Commemorazione dell’Ottava del San­
to (2).
8. Se il Titolare è S. Pietro si fa di esso la Festa
il 29 giugno, colla Ottava come sta nel Breviario.
Se è S. Paolo, si deve fare dii esso ili 30 giugno e non
il 29 (3).
9. Se il Titolare è la B. V. Addolorata che si ce­
lebra la feria VI dopo Ila Domenica di Passione ed
è impedita da altra feista più degna, ed il sabato
seguente è pure impedito da dopino di prima clas­
se, si trasferisce al primo giorno non impedito do­
po la Domenica in Albis (4).
10. Dove il Titolare è S. Giuseppe, Sposo della
B. V. M. è conveniente lo si faccia il1giorno in cui
si celebra la solennità di S. Giuseppe dopo Paisqua,
se non vi sono ragioni speciali di ritenerlo al 19
marzo.
11. Se è S. Silvestro (31 dicembre) i secondi Ve­
spri si desumono dal Comune integri e si fa corn­

ei) Che sono 18 ott. 1818, n. 2591 e le successive fino al n.


2596 inclusive della Collezione autentica.
(2) S. R. C., d. 3406.
(3) S. R. C. d. 3872, IV; 3114, II.
(4) S. R. C. d. 4343, II.
128 Capo V.

memorazione dell’Ottava della Natività coll’Antifo­


na e Orazione della Circoncisione (1).
La Festa del Titolale o del Patrono, come si è
detto, sii deve celebrare con Ottava comune. Ma pos­
sono avvenire due oasi: 1. Che il Santo Titolare
non si trovi nel Breviario Romano. 2. Che manchi
della Ottava e precisamente delle Lezioni durante
l’Ottava.
Nel primo caso, quando non si avesse un Uffi­
cio proprio approvato dalla S. Sede, sii deve recitare
l’Ufficio intero del1Comune dei Santi), secondo che
lo chiede la qualità del Titolare.
Nel secondo caso, nel giorno della Festa le Le­
zioni del I. Notturno sono sempre del Comune, pre­
cisamente del' L o del II. luogo secondo che 6ono
dell, o II. quelle del HI. Notturno (2), Nel II. Not­
turno, se non vi sono proprie del Santo, è conve­
niente leggere quelle del I. luogo, onde leg­
gere le altre durante FOttava. Lei Lezioni del III.
Notturno devono convenire col Vangelo della Mes­
sa (3).
Durante FOttava poi, quando non occorre una
Festa di rito doppio o semidoppio o una Domenica,
si fa dell’Ottava con rito semidoppio, come si è det-
to nella Rubrica dell’Ottava. Le Lezioni del I. Not­
turno sono sempre della S. Scrittura secondo il, tem­
po; quelle del II. e III. Notturno si possono assu-123

(1) S. R. C, d. 4269, V. 1 ' ji


(2) S. R. C. d. 3661. I.
(3) Cfr. De Herdt, Voi. II, n. 246; Cfr. A Carpo «Camp. Bi-
blioth. Liturg.» Para. Il, c. XIII S. R. C. d. 4370
Del Titolare e del Patrono

mere d'ali’Ottavario Romano, e quando questo non


si avesse, si ripeteranno sempre della S. Scrittura
secondo il tempo, per il! secondo si assumeranno al­
ternativamente quelle dei diversi luoghi del Comu­
ne. Se poi il Titolare non è un Santo, ma un Mi­
stero, strumento della Passione, od altro, si ripete­
ranno le lezioni della Festa.
Il giorno Ottavo è di rito doppio maggiore pri­
mario. Le Lezioni del I. Notturno si leggono della
Scrittura corrente, se vi sono, altrimenti come nel­
la Festa. Nel II. e III. si dicono le Lezioni proporle,
se vi sono, altrimenti àeWOttavario Romano o co­
me nella Festa (1).1

(1) S. R .C., d. 2735. I; 3876, IX. L’uso àelTOttavario romano,


qui citato non è precettivo, è però lodevole.
CAPO VI.

Dedicazione della Chiesa e suo anniversario.

60. Che"cosa è la Dedicazione - Ufficio nel gi


no della Dedicazione.
La Dedicazione è la coxusiacrazione d’una chiesa
che il Vescovo compie secondo' i riti prescritti dal
Pontificale Romano. E siccome ogni anno si celebra
la festa in memoria di tale rito, anch’essa quantun­
que solo anniversario, viene chiamata Dedicazione.
Ne consegne che lVnniversario della Dedicazio­
ne si può celebrare soltanto di quelle chiese che so­
no state consacrate; sarebbe infatti vana tale festa
se non avesse oggetto.
La Dedicazione della chiesa e quindi il suo an­
niversario è festa del Signore ed è sempre prima­
ria (1).
L’uso della Dedicazione e della sua memoria an­
niversaria è antichissimo nella Chiesa e derivato
dalla Sinagoga. La Dedicazione solenne ebbe prin­
cipio con la dedicazione della basilica Lateranense
a S. Giovanni fatta da S. Silvestro Papa nel 335 (2).
Il can. 1165, § I, del Codice di Diritto Canonico,
stabilisce che «Divina Officia celebrari in nova ec­
clesia nequeunt, antequam eadem vel solemni con-
secratione vel saltem benedictione divino cultui fue­
rit dedicata»; e quanto alPobbligo di consacrare

(1) S. R. C., d. 3881, § I; 4249 § III; 4308, § 1.


(2) I. Mach., IV; II Mach., XIV: Io, X, Ip.
Dedicazione della chiesa e suo anniversario 131

solennemente le chiese, così lo determina : «Solem-


ni consecratione dedicentur ecclesiae cathedrales et,
quantum fieri potest, ecclesiae collegiatae, jconven
tuales, paroeciales» (1)
Il giorno stesso della Dedicazione della Chiesa
ha una propria ufficiatura. Questa deve cominciare,
compiuta la consacrazione, dall’Ora minore di Ter­
za (2) allora infatti secondo la rubrica del Ponti­
ficale, si deve celebrare la Messa della Festa della
Dedicazione. Se il Vescovi celebra pontificalmente,
Terza si deve cantare mentre egli si para. Così avvie­
ne che il precedente Ufficiò del Calendario s’inter­
rompe e quello dell’Ottava viene continuato fino al
giorno Ottavo, nel quale ha fine.
La Dedicazione della propria chiesa, essendo u-
na delle feste più solenni si celebra in rito doppio
di I. classe con Ottava, come risulta dalle rubriche
del Breviario e da molti: decreti della S. C. dei Riti.

61. Ufficio nell’anniversario della Dedicazione.


Anche l’anniversario della Dedicazione si cele­
bra con rito doppio di I. classe con Ottava comune.
Di regola questo Anniversario si deve celebrare
nel giorno del mese nel' quale avvenne la consacra­
zione (3). Tuttavia il Vescovo consacrante ha il di­

ti) C. I. C. can. 1165 § 1 e 3.


(2) S. R. C., d. 2868.
(3) S. R. C., d. 2814, 1.
Capo VI,

ritto, per cause giuste (1) di fissare nell’atto della


consacrazione un altro giorno per l’anniversario ; e
in questo caso bisogna attenersi al giorno scelto,
nè si può celebrare in altro diverso.
Che se qualche città o Comunità religiosa avesse
il privilegio' di celebrare in un medesimo giorno
la Dedicazione di tutte le chiese, tranne la cattedra­
le, allora ogni chiesa consacrata, non tenendo conto
del suo giorno proprio, dovrà celebrare l’anniver­
sario della sua consacrazione nel giorno comune
stabilito dal privilegio ( 2)
Sono tenuti a celebrare l’anniversario quelii tutti
e soltanto che per qualche titolo appartengono al­
la relativa chiesa in modo che quella si possa dire
chiesa loro propria ; se ciò non si può dire in alcun
senso, l’obbligo cessa o non esiste.
Secondo questa norma, in pratica sono tenuti a
celebrare l’annivensario d’una chiesa:
1) Tutti gli ecclesiastici che vi posseggono qual­
che beneficio, come i parroci, i canonici;, i mansio­
nari.
2) Quelli che per ufficio sono legati al servizio
dellai chiesa, come i rettori, i coadiutori del par­
roco, i custodi e tutti coloro che per legittima au-12

(1) Questo avviene specialmente quando il Vescovo non può


consacrare qualche chiesa 9e non nelle Feste più solenni. Per
non sconcertare la solennità già esistente, egli ha giusta ragione
di scegliere come anniversario un altro giorno, che però una
volita fissato non ha più diritto a mutare. Vedi Ephemerides Liturg.
1927, p. 114.
(2) S. R. C, d. 4311, ed I.
Dedicazione deila chiesa e suo anniversario 133

torità sono ascrìtti alia chiesa in guisa da potersi


dire che vi appartengono; altrimenti no (l)
3) Tutto il olierò dèlia diocesi non esclusi i Re
golari, è tenuto alila Dedicazione dèlia chiesa cat­
tedrale perchè iin un certo vero sieneo la cattedrale
appartiene loro di diritto.
L’annivereairio della Dedicazione, se si tratta del­
la chiesa propria, si celebra in rito doppio di I.
classe con Ottava comune. Se sii tratta della chiesa
cattedrale, si celebra in tutta la diocesi in rito di
I. classe con Ottava, ma d'ai Regolarii senza Ottava.
L’Ufficiatura si trova nel Breviario alla fine del
Comune dei Santi. Fra l’Ottava se se ne fa l’Ufficio,
si prende dalla Festa, le Lezioni del I. Notturno
dalla Scrittura occorrente e i Salmi e le Antifone
dèi1Salterio.

(1) S. R. C., d. 2682 ad XXXIII; 2986 ad III; 3863, $ § III,


IV.
CAPO. VII

Ufficio per ragione delle Reliquie.

62. Reliquie dei Santi e loro culto.


Cliò che avanza o iresta di qualunque cosa merita
il nome dii Reliquia; ma nel significato ecclesia­
stico questo vocabolo !è riservato ad esprimere ciò
che resta dei Santi dopo la loro morte ed in qual­
che modo, immediatamente o mediatamente o per
proprietà o per contatto, è loro appartenuto. Noi
qui parliamo delle Reliquie o resti della loro uma­
nità corporea e precisamente dlelle Reliquie insi­
gni, che sono o l’intero corpo od una parte note­
vole dìi; essa. Quali siano queste parti notevoli lo ha
determinato, ponendo fine a discussioni tra gli au­
tori, il Codice di D. C. al canone 1281, § 2 : «Ca­
put, brachium antibrachium, cor, lingua, manus,
crus, aut illa pars corporis in qua passus est martyr,
dummodo sit integra et non parva».
Il culto delle Reliquie è, si può dire, antico quan­
to la Chiesa, anzi quanto la Bibbia, ed ha le sue
intime radici nel>sentimento naturale ed1universale
di pietà verso i poveri defunti, che la Chiesa con­
servandolo, ha perfezionato fin dal' suo nascere col
singolare onore tributato alle spoglie dei Martiri (1)
11 culto liturgico in senso più proprio ha avuto
un’origine posteriore e s’è "andato dì mano in ma­

(1) Maringola, Àntiq. ckristian. t. II, e. VI.


Ufficio per ragione dèlie Reliquie 185

no perfezionando e precisando fino a prendere la


forma odierna (1).
63. Condizioni « limiti per^L’Uffieio delle Reliquie.
Per poter fare l’Ufficio d’un Santo in ragione del­
le Reliquie si richiede: che la Reliquia sia insigne
come si è detto sopra; che sia approvata dall’Ordi­
nario, cioè riconosciuta come autentica, altrimenti
non si potrebbe neppure esporre pubblicamente
nella chiesa (2); che appartenga a quel tal Santo
e che esso sia descritto nel Martirologio Romano
(3). Mancando 'qualcuna di queste condizioni non
è permessa la Festa liturgica.
Per i Beati la cosa va diversamente; infatti il lo­
ro culto è ristretto entro certi limiti, e si richiede
uno speciale indulto della S. C. dei Riti per ren­
derlo, anzi anche solo per esporne le Reliquie. Tut­
tavia esse possono esporsi nelle Chiese dove per con­
cessione apostolica si celebra la lloro Messa ed Uffi­
cio (4).
La Festa d'elle Reliquie senza dubbio non merita
uno dei maggiori riti; può essere celebrata con adito
doppio minore (5); la S. C. dei Riti a cui spetta
concederne uno più alto, di solito permette il dop­
pio maggiore.
La festa delle Reliquie non è obbligatoria, e do-

CD Cfr. Ephemeride» Liturg. 1898 passim.


(2) S. I. C.. can 1283, § I.
(3) S. R. C., d. 555; 1853.
(4) S. iR. C., d. 1130; 1156. Cfr. C. I. C. can 1287, § 3.
(5) S. R. C., d. il i334, § 3.
136 Capa VII.

ve esistono Reliquie insigni si possono semplice-


mente esporre in occasione dii festa senza celebra­
re nè Messa nè Ufficio proprio. Dove però tale Uf-
ficiatura esiste, il clero della chiesa:, nella quale si
conserva la Reliquia insigne, ed esso solo, è: tenuto
a celebrarne la Festa liturgica (1).1

(1) S. R. C., d, 555; lu'*3.


PARTE III

Ufficio del Tempo


CAPO I

Ufficio della domenica-


64. L&i Domenica- Disciplina circa la sua ce
brazione.
L’uso nel Cristianesimo di festeggiare la Dome­
nica risale certamente fino agli Apostoli.
1 Santi Padri e gli scrittori ecclesiastici danno ai-
la Domenica nomi che indicano l’onore in che es­
sa era tenuta. La chiamano infatti': Regina omnium
diérum, dies pacis, dies lucis, dies remissionis,
dies sanctus, dies solis, feria prima (1) ;
ma più comunemente fu detta: dies dominica =
giorno del signore (2).
Essa fu dagli Apostoli sostituita al Sabbato giu­
daico e nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli se
ne possono trovare le prove (3).
Ed1è facile vedere le ragioni d’ima tale sostitu­
zione. Col sabato gli ebrei ricordavano il fatto del­
la creazione, della liberazione dalla schiavitù egi­
ziana e la legge data dal Sinai. Ma quel' giorno che
i cristiani consacrano al Signore, Dio incominciò
la creazione, G. C. risuscitò da morte, e lo Spiri-123

(1) Cfr. Martigny €lHeÙonnaìrc dea Antiquitis t l.fétiennts*


«Dimanche».
(2) Questo nome s’incontra per la prima volta in una iscri­
zione dell’anno 403 illustrata dal eh. G. B. De Rosai I. p. 225,
n. 529.
(3) Cfr. Jo. XX. 26; ApocaL I. 10; Art. Apost. XX. 7; I.
Cor. XVI. 1-2; Cfr. pure Baroni us Ann. 303, nn. 24, 43, 45, 46;
S. Justin Apoi. II; S. Ambrosii, Senn. LXL
140 Capo l.

to Santo discese sulla Chiesa, iniziandi così una


nuova creazione spirituale. La Domenica dunque
è veramente il dies Domini (4).
La disciplina od il modo con cui si celebra Ila
Domenica, rispetto alla liturgia, non fu sempre il
medesimo nella Chiesa.
Anticamente La Domenica aveva la sua propria
liturgia, la quale non era sostituita che da quella
delie solennità maggiori; nessun Santo o Martire
si festeggiava in Domenica. Così il’ Miorologo: Jux­
ta Romanam consuetudinem in omni dominica ec­
clesiastico conventui cum Officia, dominicae satis' fa­
ciemus nisi aliqua multo celebrior occurrat festi­
vitas» (1). Anche i fedeli si associono alla salmo­
dia della Domenica (giorno di adunanza), e
i Concilii richiamarono tale disciplina, quando co­
minciò a rallentarsene Posservanza. E’ anche giorno
di cristiano riposo, di istruzione religiosa (3), di al­
legrezza; quindi non si facevano preghiere pubbli­
che in ginocchio (4), ed il Consilio (Nìceno abolì il
costume che vi era in alcune Chiese di fare preghie­
re in ginocchio nelle domeniche e durante il tem­

ei) Queste ragioni sono riassunte nella prima strofa dell’In­


no del Mattutino della Domenica: Primo die quo Trinitas ece.
(2) Microl. cap. 62. Tale fu sempre la pratica della liturgia
Ambrosiana, nella quale nessuna festa di Santo si fa in giorno
di Domenica. Le sole feste dell’Esaltazione di S. Croce, della
Purificazione e della Visitazione della B. V. si possono celebrare
quando occorrono in Domenica.
(£) Martigny 1. c.; Pelliccia O. c.; lib. IV Lect. II. c, 1. $ i.
Cfr. pure Thomasin De die fest célebr., lib. II, c. I. Martène
De Antia, Eccles. rit lib. I, cap. IlI.a 9 § 3-6.
(4)Tertull. De corona mil., e. 3: «Die dominica nefas est geni­
culis adorare*.
Ufficio della domenica 141

po pasquale, e prescrisse che dappertutto unica fos­


se la maniera di pregare, e in giorno di Domenica
si adorasse DÌO' nelle chiese stando tutti in piedi, in
segno di esultanza e fiducia in Diio (4).
L’Ufficio domenicale fu certo la forma più anti­
ca dell’Ufficio stesso, che ebbe podi, come il1dome­
nicale, i tre Notturni. Poiché, come afferma il For­
nici: «Dominicae... Officium tribus intervallis noctu
peragebatur, nemine interim a choro discedente. No­
cturnum duodecim psalmos habebat et duodecim
isti cum Lectionibus et canticis noctis Officium com­
ponebant. Ad Monachorum exemplum alii duo bre­
viores additi fuerunt. Difficile tamen est huius ad­
ditamenti exordia demostrare, cum Amalarius (lib.
IV c. 2) decem et octo psalmorum meminerit qui
diebus dominicis sicut hodiedum recitabantur. Pri­
ma praeter psalmum Confitemini plures continebat
psalmos qui in quinque hebdomadae dies sunt di­
stributi» (2).
La odierna disciplina nella Chiesa romana è di­
versa dall’antica non solo nel rito di recitare l’Uf­
ficio domenicale, che è più breve, mai anche circa
la relazione della Domenica colle altre Feste dei
Santi.
Colla riforma 'poi del, Breviario si è richiamato
a maggior vita e onore l’Ufficio della Domenica;
cioè, mentre prima nelle Domeniche minori, si fa­

ci) Cono. Nicen. can. 2. — Questa pratica rimane ancora pres­


so i greci; in occidente vi era ancora al tempo di S, Agosti­
no e di S. Ambrogio e scomparve dopo il secolo VII.
(2) Fornici 0. c., p. 139.
142 Cspo 1,

ceva l’Ufficio dii Santi di rito doppio maggiore e mi*-


none din essa occorrenti e la Domenica .prevaleva so-
lamenite sui Semidoppi ; colla nuova riforma tali
Uffici sono esclusi dalla Domenica e cadendo in es­
sa si devono semplificare in modo da escludere an­
che la loro Lezione storica.
65. Come si dividono le Domeniche.
Secondo la disciplina attuale le Domeniche si di­
vidono: 1. In maggiori e minori. Le prime sono
quelle nelle quali si ricordano i principali misteri
della creazione e della redenzione, e sono quelle
di Avvento, quelle decorrenti dalla Domenica di
Settuagesima alla Domenica in Albis, e la Domeni­
ca di' Pentecoste. Le seconde, che sii chiamano an­
che per annum, sono tutte le altre (1).
Le Domeniche maggiori si suddividono in quelle
di prima e di seconda classe. Sono di prima classe :
La prima Domenica d*Avvento, tutte le Domeniche
dì Quaresima, la Domenica di Passione, delle Pal­
me, di Pasqua, la Domenica in AUbite e quellla di
Pentecoste. Sono di seconda classe : le Domeniche
seconda, terza e quarta d’Avvento, quelle di Settua-
gesdma, Sessagesima, Quinquagesima.
Le Domeniche di prima classe si preferiscono in
occorrenza anche accidentale a qualunque Festa,
anche di prima classe, la quale perciò cadendo in1

(1) Vedi sopra Parte I, Gap. I, n. 7. Cfr. Gavanto-Merati, &ez.


ni, C. 5, n. 1.
Ufficio della domenica 143

dette Domeniche si deve trasferire per lasciar luo­


go aillla Domenica.
Quelle di seconda classe, cedono isolo alle Feste
di prima classe, le quali perciò cadendo in una Do­
menica di seconda classe hanno diritto all’Ufficio
e alla Messa e della Domenica si fa solo commemo­
razione.
Queste classi non danno allTTffieio della Do­
menica una solennità diversa, ma stanno in rappor­
to alle feste che in tali Domeniche possono occor­
rere.
Le Domeniche anche di prima classe restano sem­
pre di rito semidoppio.
Questa caratteristica del rito non influisce sulla
nobiltà dell’Ufficio e Messa domenicale in confron­
to di altre feste.
Le Domeniche minori sono tutte le altre fra l’an-
no. Se ne deve sempre fare l’Ufficio, se non occorre
qualche festa doppia di prima o seconda classe (p.
es. Natività di S. Giovanni Battista, S. Giacomo A-
postolo, ecc.) o qualunque festa di nove lezioni del
Signore (p. es. Dedicazioni delle Basiliche dei SS.
Pietro e- Paolo Ap.), non però il loro giorno ottavo.
2. In vacanti e non vacanti. Si chiamano vacan
ti quelle Domeniche minori delle quali nulla 6Ì fa
nell’Ufficio e nella Messa, come avviene di quelle
che cadono nelle Feste e nel giorno ottavo di Na­
tale, dell’Epifania, di S. Stefano, di S. Giovanni,
dei SS. Innocenti, ovvero di quella che cade nella
Vigilia dell’Epifania. Le altre non vacanti, perchè
144 Capo 1.

hanno sempre o l’intero Ufficio od almeno la com­


memorazione.
3. In fisse e mobili od erranti. Chiamansà fisse
quelle Domeniche che non si possono trasferire, e
quando sono impedite se ne fa commemorazione ;
sono invece mobili, vaghe od erranti quelle che si
trasferiscono, quando non si possono celebrare, ad
altro tempo delFanmo, ovvero in una feria della set­
timana. Tali sono le Domeniche terza, quarta quin­
ta e sesta dopo l’Epifania che a causa della mobi­
lità della Pasqua talvolta si rimandano a dopo la
Domenica XXIII dopo la Pentecoste.
66. Distribuzione delle Domeniche infra annum.
L’anno liturgico incomincia coll’Avvento, e il suo
efello è in modo speciale ordinato delle Domeniche
alcune delle quali sono fissate al tempo, altre so­
no dipendenti dalla Pasqua.
Di1queste ultime sono le Domeniche che si con­
tano dalla Epifania alila Settuagesima e dalla Pen­
tecoste all’Avvento. Dalla Epifania alla Settuage­
sima sono sei e ventiquattro dalla Pentecoste all’Av­
vento, in tutto trenta, le quali furono poste affin­
chè nessuna di queste Domeniche resti vacante sen­
za che di essa si faccia almeno commemorazione (1).
Ora accade che, anticipandosi la Pasqua, non
tutte le sei Domeniche fissate dalTEpiifania alla Set­
tuagesima vengono a celebrarsi, poiché la Settuage­
sima può cadere nella sesta, quinta, quarta, terza,

(1) ftub. Geo. B. R., IVs3.


Ufficio delia domenica 145

ed anche nella seconda Domenica dopo l’Epifania.


Così, per conseguenza naturale, essendo colla Pa­
squa anticipata la Penatecoste, da questa solennità
alPAvvento passeranno più dii ventiquattro Dome­
niche. Come adunque si dovranno collocare nel­
l’anno ecclesiastico tali) domeniche?
Premettiamo che la Domenica nell’ordine liturgi­
co segnata come XXIV dopo Pentecoste, deve sem­
pre essere, in qualùnque circostanza di mutazione
di ordine, la più vicina all’Avvento. Ciò posto, tra
la Domenica XXIII e la XXIV si interporrano
quelle che sono soprawanzate dalFEpìifania, in mo­
do che quando occorre inframmettere una sola Do­
menica, questa sarà la VI, se tre, saranno la IV, V
e VI, Ile quali si potranno contare tra quelle dopo
la Pentecoste come: XXIV, XXV, XXVI. In questo
caso le Domeniche saranno ventisette e la XXVII
che è l’ultima, è lia XXIV dell’origine liturgico, Fulr
tima delle Domeniche dopo Pentecoste.

67. Domeniche anticipate.


Quand'o la Settuagasima corre niella Domenica
seconda' dopo l’Epifania (come fu nelFanno 1913)
l’Ufficio di questa si anticipa al1sabato con rito se­
midoppio, con tutti i privilegi della Domenica tan­
to in occorrenza, che in concorrenza ai primi) Ve­
spri; ossia al sabato si fa della Domenica anticipa­
ta anche se in esso occorre una festa dii rito doppio
maggiore. L’Ufficio è del sabato e ai primi Vespri è
della feria sesta precedente, l’Orazione, le Lezioni,
PAntifona al Benedictus e Magnificat sono dèlia
146 Capo 1.

Domenica; così pure la Messa è della Domenica.


Dopo Nona nulla si fa della Domenica anticipata.
Quando le Domeniche dopo Pentecoste sono ap­
pena ventitré si anticipa nella settimana preceden­
te quella che per ordine è segnata la XXIII, lascian­
do sempre per Fultiima quella che è segnata come
XXIV nell’ordine. La Domenica XXIII poi si anti­
cipa al sabato e si regola come è detto più sopra
per la Domenica II dopo l’Epifania; che se il sa­
bato fosse impedito da un doppio classico, della Do­
menica si fa solo commemoratione ai primi Vespri,
alile Lodi e nella Messa.

68. La prima Domenica del mese.


In generale Ile Domeniche si computano per or­
dine in un mese, come occorrono nel calendario ca­
vile. Però questo computo soffre una eccezione pei
mesi dall’agosto al novembre inclusive. In questi
mesi sono disposte nel Proprio del Tempo le Le­
zioni scritturali secondo un computo particolare.
Per cui importa conoscere quale sia la prima Do­
menica del mese.
Ora per conoscere quale sia la prima Domenica
dii un mese, nella quale sii suole mettere il prin­
cipio di un Libro scritturale, che poi si prosegue
nelle Ferie, si osserva in quale giorno della settima­
na incomincia il1 mese, poiché la prima Do­
menica si ritiene sempre quella più pros­
sima al primo giorno del mese. Adunque se il
mese incomincia in lunedì, martedì o mercoledì, la
prima del mese liturgico sarà la Domenica prece­
Ufficio della domenica 147

dente, se invece il mese incomincia in giovedì, ve­


nerdì o sabato, Ita prima Domenica del mese sarà
quelìlla che tosto succede, ossia veramente Ila prima
del! mese civile. Che se poi ili mese incomincia in
Domenica, questa, naturalmente, è anche la prima
del mese.
La Domenica póma d’Avvento, è sempre la più
prossima alla Festa di S. Andrea, o quella in cui
cade questa Festa.
La prima Domenica liturgica del mese serve per
conoscere quali siano le Lezioni della Sacra Scrit­
tura nel primo Notturno per gli Uffici occorrenti;
non però per determinare quando si debba cele­
brare una festa fissata ad una Domenica dici mese.
In questo caso si segue il' computo civile. Così, per
es., per la Festa dei Sette Dolori di M. V., che si
può celebrare col rito esterno alla Dom. III. di Set­
tembre, non s’intende la Domenica del mese litur­
gico, ma quella che. è terza secondo il calendario
civile.

69. Ufficiatura della Domenica.


Per l’Ufficiatura della Domenica valgono le se­
guenti regole:
1. Delle Domeniche maggiori di prima classe si
deve sempre fare Ufficio, qualunque Festa occorra
in esse. Le Feste quindi che occorrono in una Do­
menica maggiore di prima classe si trasferiscono.
2. Delle Domeniche maggiori di seconda classe
si fa Ufficio doppio di prima classe; in questo caso
si fa della Festa colla commemorazione della Dome­
148 Capo t.

nica al due Vespri, alile Lodi» e colla IX Lezione


defFOmeliia della Domenica, al Mattutino.
3. Delle Domeniche minori o fra Vanno, si fa
sempre Ufficio, eccetto che occorra in esse una festa
dì risto doppio di I o II classe, o altra festa die! Si­
gnore di nove Lezioni, non però il loro gior­
no Ottavo il quaJJe perciò anche la Festa del Si­
gnore deve cedere luogo alla Domenica. Occorren­
do in Domenica minore tali Festte, della Domenica,
si fa commemorazione ai due Vespri alle Lodi e coli­
la IX Lezione a Mattutino.
Fanno eccezione: a) le Domeniche fra le Ottave
privilegiate, nelle quali non si fa Ufficio di quelle
Feste che sono proibite nelle loro Ottave p. es. la
Domenica fra l’Ottava del Corpus Domini.
b) Le Domeniche correnti dal 25 ai 28 dicem­
bre e nel giorno della Epifania.
c) Le Domeniche anticipate delle quali s’è det­
to dianzi*.
d) La domenica che occorre dal 1 al 6 gennaio
o il giorno 7, impedita dalla sopravveniente ottava
dell’Epifania. Il suo Ufficio si fa nella Vigilia del­
la Epifania, e in essa si celebra la Festa del SS. No­
me di Gesù se non è impedita da Officio più nobile.
Delle Domeniche minori che occorrono fra una
Ottava si fa Ufficio colila Commemorazione dell’Ot­
tava.
La Domenica appartiene al Tempo liturgica­
mente inteso; pur tuttavia sotto un aspetto diver­
so va considerata come Festa.
L’Ufficio domenicale sta come di mezzo' tra il fe­
ritale ed il festivo, perchè ha disposto le Antifone
Ufficio della Domenica 140

come il primo e come il secondo ha nove Lezioni


e quindi si annovera tra gli Uffici di nove Lezisani.
(1). Si fa semidoppio ed incomincia ai Vespri dtel
sabato (e coi Salmi diéi sabato) ed ha tutto l’Uffi­
cio intero fino a Compieta della Domenica indù-
divamente, qualora non concorra con altro Ufficio
di rito maggiore.
Ali Mattutino si dicono tre Notturni con nove
Salmi, come nel Salterio e si leggono nove Lezioni,
come nel Proprio del Tempo.1

(1) S. R. C, d. 360. I.
CAPO II

U fficio d e lla F e ria .

70. Che cosa è la Feria ' Divisione delle Ferie.


Feria, nonne sacro, già in uso nelllia Sacra Scrit­
tura (1) e presso i gentili, dinotava un giorno, nel
quale cessavano alcune opere. Quindi passò nell’u­
so criisftiiano e liturgico a indicane i giorni d'dlilJa set­
timana, in moidb però (Diverso da quello che faceva
no glli ebrei ed i gentili-
Così mentre quelli, incominciando dal Sabato,
numeravano i giorno seguenti chiamandoli primo
del sabato, secondo del sabato ecc., i cristiani li chia­
marono ferie, iabborrendo 'dal nominarli col nome
della divinità a cui erano sacri. La prima feria e più
solenne era la Domenica, la seconda il lunedì ecc.
(2); conservarono però il proprio nome al' sabato,
per l’uso che se ne fa nella S. Scrittura e per ricor­
dare il riposo sabbatico dopo la creazione del mon­
do; per quali ragioni poi la Domenica si acquistò
il suo nome fu detto più sopra.
Tale uso cristiano fu confermato dall’autorità del
Pontefice San Silvestro (31.5 - 336), come si legge
nel Breviario al 31 dicembre, nelle Lezioni del San­
to. In esse si riferisce anche la ragione d’una tale
denominazione : Sabbati et Dominici diéi nomine
retento, reliquos hebdomadae dies feriarum nomine

(1) Cfr. Levit XXm, ove occorre questo nome.


(2) Cfr. S. Aug-ust. In Psalm. XCI1I. 3; Clem. Alex. Stro­
mata, lib. VII, 7 ; Tertull. Adv. Psych., c. XIV.
Ufficio della feria 151

distinctos, ut jam ante in Ecclesia vocari coeperant,


appellari voluit, quo significaretur, quotidie cleri-
cos, abiecta coeterarum rerum cura, uni Deo pror­
sus vacare debere.
Le Ferie si dividono in maggiori e minori.
Sono maggiori le Ferie di Avvento, Quaresima,
Passione, Quattro tempi e seconda delle Rogazio-
ni e si chiamano così perchè non se ne omette mai
l’Ufficio, ma almeno se ne deve fare la commemo­
razione.
Queste si suddividono in privilegiate e non pri­
vilegiate. Sono privilegiate la Feria quarta delle
Ceneri, la seconda, terza e quarta della Settimana
santa. Queste si preferiscono in occorrenza a qual­
siasi Festa, qualunque ne 3Ìa il rito- e la classe.
Sono non privilegiate tutte le Ferie d’Avvento,
di Quaresima, dei Quattro Tempi di settembre e la
seconda feria delle Rogazioni. Si preferiscono sol­
tanto alle occorrenti feste semplici di tre lezioni
e alle vigilie e cedono a tutti i dopipi e i semidoppi.
Sono Ferie minori tutte le altre ferie che si tro­
vano nell’anno e distribuite per la settimana e del­
le quali, quando non si fa ufficio-, non si fa nemme­
no commemorazione e cedono a tutte le feste oc­
correnti, sia di nove come di tre lezioni, quantun­
que trasferite; così pure cedono all’Ufficio di S. Ma­
ria in Sabbato, alflie Vigilie e ad giorni infra Octa­
vam.
71. Ufficio feriale antico e odierno.
L’antica disciplina dell’Ufficio feriale è descritta
brevemente dal Fornici: «L’Ufficio feriale era an-
Copo 11.

ricamante distribuito, come cd attesta Amalario, nel­


lo stesso modo che al presente : vi era un unico Not­
turno, dodici Salmi con sei Antifone. Alle Lodi si
assegnava ogni giorno ili Salmo cinquantesimo, os­
sia il Miserere. Si recitava pure ogni giorno un can­
tico -tolte dai Profeti o da altri. Alle ore minori non
v’era Antifona, come si osserva ancora nel giorno
e fra l’Ottava di Pasqua. Si ripeteva spesso il Kyrie
eleison e le Preci in ginocchio, come oggi si fa nel­
le ferie maggiori. Ogni ora terminava col Pater no­
ster e il Miserére, che si diceva in ginocchio, come
ancora si usa nelle tre ultime ferie della Settimana
Santa» (1).
L’Ufficio feriale dopo la riforma piana del Bre­
viario (1914) è così disposto che in una settimana,
compresa la Domenica, si recita tutto il Salterio. —
Ma mentre l’Ufficio domenicale spira dovunque la
grandezza e maestà di Dio, nel feriale di alcuni tem­
pi, specialmente doipo la riforma, nelle Lodi, spira il
carattere di penitenza. Tale carattere appare d'ai sal­
mi1tra i quali si ripete spesso il1Miserere, dalle An­
tifone tolte dagli stessi Salmi, dalle Lezioni, spe­
cialmente quelle delle Ferite maggiori'. Non si reci­
ta il Te Deum, inno di gioia, e nei giorni del mag­
gior lutto e penitenza neppure gli Inni, nè il Gloria
Patri. Fanno solo eccezione le Ferie dell’Ottava di
Pasqua e di Pentecoste, ma esse assumono il carat­
tere di giorni fra l’Ottava. Le preci feriali, che si
aggiungono alle Lodi ed fd Vespri, compiono il ca­

(1) Fornici, c, I.
108

rattere d'i giorni di penitenza che ha n o queste fe­


rie, espresse al Divin Ufficio.
72. Quando si fa l’Ufficio della Feria.
L’Ufficio delle Feria, cioè semplice, del Tempo
occorrente, come si trova nel Salterio e nel Proprio
del Tempo, si fa sempre nell’Avvento, nella Quare­
sima, nelle Quattro Tempora, nelle Vigilie, nella
Feria seconda delle Rogazioni quando però fin essi
no<n occorra una Festa di rito doppio o semidoppio,
ovvero un giorno fra l’Ottava, perchè in tal caso
di queste Ferie si fa soltanto commemorazione. Se
poi in questo tempo occorresse una Festa sem­
plice, di essa si farà solo commemorazione. Fra
l’anno poi si farà Ufficio della Feria in quei giorni
nei quali il Calendario non stabilisce alcuna festa
sia pure da rito semplice, e non occorra qualche Ot­
tava o l’Ufficio di S. Maria in sabbato, oppure qual­
che Festa solenne, solita a celebrarsi nella Chiesa,
quantunque non segnata nel calendario del Brevia­
rio.
73. Ferie dalla Settuagesima alle Ceneri.
Le Ferie tra la Settuagesima e le Ceneri sono mi­
nori, e quanto all’Ufficio sono considerate come le
altre fra Tanno. Si distinguono per altro dalle Fe­
rie comuni in ciò, che hanno Antifone proprie al
Magnificat, eccettuate tutte le ferie VI, nelle quali
dal Capitolo si fa di S. Maria in sabbato (non oc­
correndo s’intende, altra Festa di nove Lezioni di
qualsiasi rito), e la Feria V della Settimana di Ses-
154 Cupo II.

sagesima* in cui si dice l’ultima Antifona, omessa


nelle Ferie della settimana precedente per qual­
che Festa in essa occorsa, e se tutte furono recita­
te si assume dal Salterio (1).
74. Parti dell’Ufficio della Feria.
L’Ufficio feriale dn Avvento, Quaresima, nei Quat­
tro Tempi, nelle Vigilie e nel primo giorno delle
Rogaziioni incomincia a Mattutino ; nelle altre Fe­
rie fra l’anno incomincia dove finisce l’Ufficio pre­
cedente, in modo che se nel giorno’precedente si è
fatto una Festa di rito doppio o semidoppio, l’Uffi­
cio feriale incomincia al' giorno seguente al Mattuti­
no; se nel precedente si è fatilo una Fasta semplice,
l’Ufficio feriale incomincia ai Vespri del giorno pre­
cedente. Così pure quando nella Feria quarta e se­
sta delle Tempora di settembre e nella Feria quar­
ta delle Ceneri e nelle Vigilie occorre una Festa sem­
plice, dii cui si deve fare commemorazione, allora nel
giorno precedente (se non occorre in esso una Festa
di nove Lezioni) ai Vespri si fa della Feria come
nel Salterio, senza le Preci, colla Orazione della
Domenica precedente e colla commemorazione della
festa di' tre Lezioni occorrente nella Feria seguen­
te.
L’Ufficio feriale termina a Nona, quando dopo
esso* al giorno seguente, succede un Ufficio di rito
doppio o semidoppio, se succede una Festa sempli­
ce di cui si fa Ufficio, l’Ufficio' feriale finisce al Ca*

(1) De Herdt, Voi. Ili n. 14.


Ufficio deMu ferie 165

pitolo diéi Vespri, perchè da esso in poi si fa della


Festa semplice, senza alcuna commemorazione dolila
Feria.
All Mattutino si: dice un solo Notturno con nove
Salmi, secondo Fordine delle Ferie nel Salterio le
tre Lezioni, come nel Proprio del Tempo.
Sdì eccettua da questo ordine delFUffioiio feriale
il Triduo della Settimana Santa, e le Ferie dell’Ot­
tava dii Pasqua e di Pentecoste, in cui si fa Ufficio
comie è notato all proprio luogo.
capo ni.

Ufficio della Vigilia.


75. Che cosa è la Vigilia - Antica discipli
Simbolismo.
La Vigilia, chiamata dai Greci Prefesta, si può
definire : una anticipazione della festa, come prepa­
razione a celebrarla col digiuno, od almeno col di­
vino Ufficilo (1). Venne così chiamata d'ai costume
introdotto nei primi secoli fra i cristiani di passare
la notte precedente alcune solennità vigilando e pre­
gando (2). Il qual costume non soltanto era già stato
praticato dal divin Redentore e dagli Apostoli, ma
anche dia celebri personaggi dell’antico Testamento
e dagli stessi gentili! (3).
Il modo però con cui anticamente si celebravano
le Vigilie era diverso dall’attuale. Nei primi tempi
si celebravano anche con digiuno, durante la notte
precedente le Domeniche e le Feste dei Martiri, os­
sia i giorni nei quali ricorreva ^anniversario del lo­
ro martirio.
L’ora nella quale si faceva la preghiera pubblica123
(1) De Hert, Voi. T. 24.
(2) Cfr. S. Basii. Homi! XII in ps. 114; Borgier: Diction. de
Théol. — Veille; - Bona, Divina psalmodia cap. IV.
(3) Che G. C. e gli Apostoli consacrassero parte della not­
te alla preghiera, ce lo attestano la storia evangelica c gli Atti
degli Apostoli. Gli ebrei pregavano spesso dà notte, come lo
prova la storia di Abramo, Giacobbe, Davide, Giuditta ecc. Pres­
so i gentili, i sacerdoti indiani a mezzanotte cantavano lode al
sole; gli Egiziani avevano pure feste notturne; i Romani ave-
van sacre le notti in onore degli Dei, e Seneca, per la stessa
ragione, encomiava le vestali. Bona1, 1. c.
^ {Ufficio della VigiUa 157

era diversa secondo i luoghi. Quando si recitava la


Salmodia lo si faceva a mezzanotte: ordinariamen­
te dividevasi la preghiera nelle tre vigilie della not­
te (1). H' luogo: dove si radunavano i fedeli coi sar
cerdoti era ordinariamente la chiesa <e, durante le
persecuzioni, le catacombe, intorno ai' sepolcri dei
Martiri.
Tale pratica andò scomparendo pel raffreddamen­
to del fervore dei cristiani, nei1secoli successivi, ed
in alcuni luoghi fu vietata da prescrizioni positive,
in causa degli abusi che s’erano introdotti. Un avan­
zo di questo costume si trova nell’Ufficiatura del
Natale e nella S. Messa che si celebra a mezzanot-
te (*!).
Oltre al fine principale, pel quale erano state
istituite le Vigilie, che era quello 'dii prepararsi a ce­
lebrare la solennità, esse, nella mente della Chie­
sa e dei1fedeli avevano anche un significato simbo­
lico. La pratica del' consiglio evangelico, vigilate et
orate; la memoria della Natività di G, C. avvenuta,
secondo una pia tradizione, verso la mezzanotte;
l’esempio delle vergini prudenti, che vegliavano in
aspettazione dello Sposo, certamente contribuì ad
introdurre un tal costume. La notte poi è il tempo12

(1) Dietro l’esempio degli Ebrei i primi cristiani divideva­


no la notte in tre Vigilie: la prima corrispondeva alle ore no­
ve circa pom., la seconda alla mezzanotte, e la terza alle ore
tre del mattino.
(2) Fornici, O. c., p. 144; Cfr. Durando, O. c., lib. VI. c. 7,
n. 8 ; Grancola», Comm. hist., 1. I, c. XX e XlV ; Duranti, De
rit. eccles. 1. III. c. 4; Gupet, 0.. c., 1. I. c. 17; Merati, in Rub.
Brev. de Vigil.
158 Capo IIÌ.

più opportuno per Ila preghiera perchè lo spi­


rito è più tranquillo, e l:a natura stessa ci invita ad
elevarsi all cielo (1).
76* Come si dividono le Vigilie.
Si dividano: 1. In Vigilia con digiuno e senza
digiuno. — Per sè, anticamente tutte le Vigilie
portavano anche ili! precetto del1digiuno ; coll’anidiar
del tempo fu dispensato ili 'digiuno di molte Vigi­
lie ritenendolo per le Feste più solenni, come Pen­
tecoste, S. Natale, Assunzione di M. SS. ed Ognis­
santi. Ciò però non ha nessuna relazione coll’Uffi­
cio.
2. In privilegiate e non privilegiate. Le Vigilie
privilegiate si suddividono in dlue classi : a) Quelle
di prima classe che si preferiscono a qualunque Fe­
sta occorrente, e sono due, cioè: la Vigilia del Na­
tale di G. C. e quella di Pentecoste; b) Sono privi­
legiate di seconda classe quelle che si preferiscono
alle Feste che non siano di irilto doppio di prima e
di seconda classe: tale è la Vigilia dell’Epifania.
Le non privilegiate sono tutte le altre che si pre­
feriscono soltanto alle feste semplici.
77. Vigilia non previlegiata occorrente fra una
ottava - In quaresima - In domenica - di una Festa
trasferita ecc.
Quando una Vigilia non privilegiata ocorre fra
un’Ottava, di essa si fa soltanto commemorazione.
Se occorre in Avvento, in Quaresima e nei Quat­

(1) Durando, Rationale div. o/ lc. Iib. V, c. 3.


Ufficio della Vigilia 169

tro Tempi, VUfficio si fa della Feria', senza alcuna


Lezione o commemorazione della Vigilia nell’Uffi­
cio.
Occorrendo una Vigilia in Domenica si anticipa
al Sabato, quando non è impedito da un Ufficio di
nove Lezioni, perché in questo caso della Vigilia
si fa soltanto commemorazione, pure al Sabato.
La ragione per pui non si celebra la Vigilia in
Domenica si è che questo giorno, consacrato al gau­
dio della risurrezione di G. C., non vuol1essere con­
vertito in giorno di penitenza.
Le Vigilie della Natività e dell’Epifania di N.
S. si fanno sempre iil giorno òhe cade perchè parte­
cipano della letizia duella Festa di cui sono prepara­
zione.
Quando’ l’Ufficio della Vigilia, a causa d’un Uf­
ficio di nove lezioni occorrente, non si può fare, se
ne fa la commemorazione alle Lodi prendendo l’an­
tifona dalla rispettiva Feria co1! versetto e l’orazio­
ne propria, previa l’omelia sul1relativo Vangelo per
la nona lezione.
Non si fa la commemorazione dèlia Vigilia in
una Festa di doppio di prima classe, in ragione del­
ia letizia dèi. giorno.
L’ufficio della Vigilia non si fa nelle Ferie, di
cui sopra, perchè esso è già Ufficio feriale.
Quando si trasferisce una Festa avente Vigilia,
questa non si trasporta mai, ma il suo Ufficio o com-
memorazione resta fisso al giorno in cui corre e vie­
ne assegnato nel Calendario. Tanto vale non solo
160 Capo Ili.

del trasferimento accidentale, ma anche della per-


petua rèposizione (1).
78. Parti dell'Ufficio della Vigilia.
L’Ufficio della Vigilia è in tutto simile a quello
della Feria, incomincia cioè a Mattutino e termiiina
sempre a Nona, perchè i Vespri sono dèlia Festa
seguente.
L’Ufficio della Vigilia, è quello della Feria cor­
rente, come nell Salterio; si leggono le tre Lezio­
ni dell’Omelia sul Vangelo della Vigilia, come si
nota al suo luogo, coi responsorii, della Feria cor­
rente secondo l’ordine descritto dalla Rubrica dei
Responsorii. Si recitano le Preci feriali, il Suffra­
gio dei Santi e tutto il resto come nelle Ferie d’Av-
vento, di Quaresima e dei Quattro Tempi.
Fanno però eccezione a questo ordine delle Vi­
gilile, nelle quali si digiuna, quella dii Pentecoste,
che ha tre Notturni, con rito semidoppio, e quella
dèi Natale che, eccettuato il Notturno feriale, nel
resto, cioè alile lodi e alle ore, è di rito doppio. Nel­
le Vigilie dell’Epifania e dell’Ascensione, che non
hanno digiuno, si fa l’Ufficio come in proprio luo­
go è notato (2).12

(1) S. R. C., d. 305ft ad I.


(2) Rubr. Gen. B. R., VI. 4, 5.
CAPO IV.

Ufficio di S. Maria in Sabato.


79. Origine e ragione dell’U fficio d i S. M aria
in sabato»
Fino dati primi secoli della Chiesa la pietà dei
fedeli aveva dedicato un giorno speciale al. culto
della Madre di Dio : questo giorno eira il Sabato (1)
Onde il Microllogo, parlando delle osservanze ec­
clesiastiche, dice che il sabato «per totum annum
venerationi S. Mariae solet obsecundare» (2). L’o­
rigine di una tale dedicazione è incerta, e lk>stesso
Suarez confessa di non aver potuto scoprirla (3) ;
ciò per non togliere la verità del fatto che il culto
della B. V. nd giorno di Sabato sia antichissimo ed
universale (4).
Nè questo era soltanto un pio costume dei fedeli,
ma presto il clero all’Ufficio divino aggiunse anche
quello della B. V., e lo prescrisse poi come obbli­
go al clero il Concilio Andtegavense sotto Urbano
V. (1361) (5).
Tale obbligo fu regoliate dal Pontefice S. Pio V*
colla Bolla Quod a Nobis, delFanmo 1568, premes-1

(1) Gavanto, para. I. Tit. IV, n. 1; Thomassin, p. lib. 2. c.


68, n. 8.
(2) Microi De obser. eccl., c. 48.
(3) Suarez, t. 2, p. 3 disp. 22 <s>ect. 1.
(4) Vicecom., lib. Ili, De miss, ritib., c. 21; Bened.XIV, XI,
IV, :t. 2 sez. 16.
(5) Gavanto, «ect 8 cap. 6, n. 2-3. Di questo parleremo a 6uo
tempo.
Capo IV.

sa al Breviario Romano. Questo Pontefice ne fede


comporre uno speciale da recitarsi ai sabbato, che
poi' fu (riveduto ed emendato dal Pontefice Clemen­
te Vili, Perciò questo Ufficio non è già votivo, ma
precettivo, cibò si fa sempre in ogni' sabato delil’an-
no, con quelle condizioni che diremo più avanti (1).
Che se dall’origine ed! antichità della dedicazio­
ne diéi Sabato alila Madre di Dio, passiamo a ricer­
carne .le ragioni, queste sono così descritte dal Du­
rando: «1. Quia Domino crucifixo et mortuo, et di­
scipulis fugientibus et de resurrectióne desperanti­
bus, in ea (Beata Virgine) sola tota fides in Sabba­
to illo remansit... Sciebat enim quomodo portaverat
eum sine labore et peperoni sine dolore et ideo
certa erat, quod si Filius Dei esset et a mortuis tér­
tia die resurgere debebat. 2. Quia dies sabbati est
jcmua et introitus ad dominicam diem. Unde cum
sumus in sabbato, sumus juxta Dominicam. Dies
autem dominica est dies requieit et significat vitam
aeternam. Unde cum sumus in gratia Domini nostri
sumus quasi janua Paradisi. Quia igitur ipsa est
nobis porta ad regnum coelorum, quod per diem do­
minicam figuratur, ideo de illa solemnizamus in sep­
tima feria, 'quae diem dominicam praecedit. 3. Ut
solemnitas Matris solemnkas Filii continuetur. 4.
Ut festivitas agatur in die in qua Deus ad omni o-
pere requievit » (2).

(1) Gavanto, 1. c., o. 3.


(2) Durando, O. c., lib. IV, c. I. n. 51 e seg. ; Ctr. Fornici,
O. c. pagina 148-150.
Ufficio di S. Muria in Subato 163

80. Quando e come si fa l’Ufficio di S. Maria


in Sabato.
L’Ufficio di S. Marita in Sabbato _si fa in tutti i
Sabbati che non cadono in Avvento, in quaresima,
nei quattro Tempi o in una Vigilia, e quando in
essi non si dovetsse fare o l’Ufficio della Feria, per
Tanticipazione d’una domenica da collocarsi al sa­
bato, o un Ufficio di nove Lezioni o dell’Ottava....
della Festa Semplice poi che occorresse in tale sa­
bato si fa soltanto commemorazione.
Quando poi non si può fare Ufficio di Santa Ma»
ria, non se ne fa neppuire commemorazione, per ra­
gione del Sabbato.
L’Ufficio di S. Maria in Sabbato, per se, incomin­
cia al Capitolo dei Vespri della Feria VI, come il
Semplice, e termina a Nona del Sabbato stesso. Se
nella Feria VI occorre un Ufficio di nove Lezioni,
nei Vespri si fa solo commemorazione della B. V.
coll’Antifona, Verso e Orazione che si trovano neh
l’Ufficio dii S. Maria in sabbato, eccetto il caso che
il detto Ufficio (della Feria VI) fosse della B. V.
perchè allora non si farebbe alcuna commemorazio­
ne.
A Mattutino, dopo l’Invitatorio e l’inno di S. Ma­
ria, si recita un isolo Notturno coi nove Salmi fe­
ritali, come nejl Salterio; il Verso è della B. V.; la
prima e seconda Lezione è della Scrittura occor­
rente; la terza Lezione e tutto il rimanente come si
segna nell’Ufficio proprio di S. Maria in sabbato se­
condo i diversi mesi; i Responsorii, che prima della
riforma di' Pio X erano proprii, ora sono della Fe­
164 Capo IV.

ria corrente ; le Assoluzioni e lie Benedizioni sono


proprie.
AUle Lodi, le Antifone coi Salimi diéi Sabbato, co­
me nel Salterio, ili Capitolo, PInno come nelle fe­
ste, dleiUla B. V. per annum (1).
Si dicono le Preci domenicali a Prima ed1a Com­
pieta, e si recita il Suffragio Sancti omnes. Dopo
Nona l’Ufficio cessa.

(1) Rubr. novi»», in 1: S. C. R. 26 genn. 1912.


P A R T E IV.

Delle relazioni tra i vari uffici


CAPO I.
Della preminenza delle Feste*
81. Premesse.
Fin qui abbiamo considerato l’Ufficio in sè stes-
so: oira dobbiamo considerare le relazioni che pos­
sono esservi tra f vari) Uffici.
Duplice è il rapporto che gli Uffici possono ave­
re tra di loro : 1. Quando entrambi1occorrono nel
medesimo giorno; 2. quando uno succede ad un
altro, in modo che i secondi Vespri dèi precedente
vengono in contatto coi primi delPUfficio seguente.
Nel primo caso abbiamo il conflitto di' due Uffici
che i liturgisti chiamano occorrenza, nel secondo
quello che chiamano concorrenza.
La occorrenza è di due sorta: una chiamasi in­
clusiva, ed avviene quando i due Uffici si combina­
no per modo, che rimangono nel medesimo1gior­
no, e di uno si l’intero Ufficio, dell’altro o degli
altri soltanto la commemorazione l’altra si di­
ce esclusiva, e si ha quando gli uffici non s!( posso­
no combinare nello stesso giorno, ima uno di tessi
si deve trasportare ad altro giorno, nel qual caso si
ha lia traslazione.
Questa può essere perpetua od accidentale. Si
lia la traslazione perpetua o riposizione quando u-
na festa particolare di una Diocesi1o di' un Ordine
Religioso cadendo stabilmente in un giorno già oc­
cupato da altro officio nel Calendario universale,
dev’essere stabilmente collocata in altro giorno.
Si ha invece la traslazione accidentale quando u­
168 Capo I.

na festa in qualche anno viene a cadere in un gior­


no occupato da qualche festa m obile ; in questo
caso se il rito della festa lo loomporta, si trasferi­
sce ad altro giorno ; se no, di essa si fa commemo­
razione q la ed omette affatto.
' Siccome poi tutte le relazioni sóla di occorrenza
come di concorrenza che hamno tra loro le Feste
hanno..il loro fondamento su’! loro grado di nobil­
tà, cosi .prima, di parlarne è conveniente studiare
i . diversi caratteri di preminenza dellle Feste. In
questa parte quindi si tratterà :
Della/ Preminenza delle Feste.
2. DeirOcooirrenza accidentale e loro traslazione.
3. DelPOccorrenza perpetua e loro riposizione.
4. Delle Commemorazioni.

. 82. Concetto di preminenza. Caratteri distintivi.


Chiamasi preminenza o prestanza delle Feste il
grado della loro nobiltà in confronto alle altre.
Per questa ragione una Festa assume dei diritti
speciali riguardo, alle altre che possono occor­
rere nel medesimo giorno o precèderlo o seguirlo
come pure riguardo alla loro traslazione o riposi­
zione.
Peir ben conoscere quale tra le molte Feste sia la
più nobile e quindi preferibile nell’occorrenza e
nella concorrenza, nella traslazione o reposizione,
o semplice commemorazione, bisogna tener presen­
ti questi caratteri!:
t) Le Feste doppie di prima classe primarie, del­
la Chiesa universale si preferiscono a qualsiasi Fe­
Della preminenza delle Feste 169

sta particolare. Quindi occorrendo, p. es., FAnniv.


della Dedicazione della chiesa nella solennità dii tut­
ti i Santi (1 nov.) si farà di questa e si1trasferirà
l’Anniver. della Dedicazione, nonostante che questa
ultima sia festum Domini.
2) La Festa della Dedicazione, del Titolare dell
propria chiesa, e del Titolo o Fondatore dell’Ordi­
ne o Congregazione cedono, soltanto (die predette
Feste di rito doppio di prima classe della Chiesa u-
niversale.
3) Negli altri casi si preferisce la festa che
il rito più alto. Quindi una feria, p. es. doppia di
I. classe si preferirà ad altra dii II. classe, un dop­
pio maggiore ad un minore. Si' nota dalla rubrica
se non occorre in Domenica, Feria, Vigilia, od Ot­
tava Privilegiata, perchè le Domeniche, Vigilie^ ecc.
privilegiate escludono le Feste come si è detto a
suo luogo.
4) A parità dii rito si preferisce la Festa che ha
maggior solennità, cioè se la festa si celebra con
feriazione, anche ridotta nel foro o tolta, o con Ot­
tava. La ragione péro che le deriva dalla Ot­
tava si considera soltanto nel giorno della festa e
nel giorno ottavo, non nei giorni fra l’Ottava (1).
5) Quando la solennità è pari, la festa primaria
si preferisce alla secondaria. Nella tabella d'elle Fe­

ti) Questa regole è alquanto diversa da quella antica; ei. tol­


se la parola esterna perchè la esteriorità dlella Festa nulla ag­
giunge dia sua nobiltà; mentre il carattere che assume dalla
feriamone e dall'Ottava costituisce veramente qualche cosa di
più solenne.
170 Capo /.

sle inserita nel Breviario e sopra riferita al Capo


in cui trattasi delle Feste sono descritte tutte le fe­
ste primarie e secondarie secondò il gradò del loro
rito.
6) Quando è pari il carattere di primario o di
secondario è una nota di preferenza la maggiore di­
gnità personate, secondo questo ordine : Feste del
Signore, della B. V. Maria, degli Angeli, di S. Gio­
vanni Battista, di S. Giuseppe, dei Santi Apostoli
cd Evangelisti. Quindi a parità di rito di solennità
e di' primarietà, le Feste del Signore si preferisco­
no a quelle delia B. V. M. e a tutte le altre, quelle
della B. V. M. a quelle degli Angeli, S. Giovanni
Batt. ecc. Gli allori! Santi Martiri, Confessori, e Ver­
gini e non Vergini non si diversificano per dignità
personale.
7) Coeteris paribus, vale la Proprietà delle Feste,
per cui la Festa strettamente propria di qualche
luogo si preferisce alle Feste della Chiesa Undver~
sale (però non doppie di I. citasse primarie)- Va­
le però unicamente per la occorrenza e quindi
per la traslazione, riposirione e commemorazióne
e non per la concorrenza.
Secondo la Rubrica «Si dice festa propria di
qualche luogo quando si tratta del titolo della Chie­
sa, del Patrono die! luogo anche secondario, di un
Santo (dòscritto nel Martirologio e nella sua Ap­
pendice approvata) di cui si ha il' corpo o qualche
Reliquia insigne autentica, o di un Santo che h«*
speciale relazione colla chiesa, luogo o persone.
Qualsiasi festa in questo modo propria coeteris pa~
Della preminenza dette Fette 171

ribus, si preferisce ad' una festa della Chiesa uni-


versalle».
La Festa però della Chiesa universale di- qual-
siasi ritto purché precettiva, ceteris paribus, si deve
preferire alle Feste concesse a qualche luogo per
semplice Indulto della S. Sede, senza che si possano
chiamare proprie nel isemso stretto. Di qui conse­
guo che quando si1celebra il santo Patrono o Tito­
lare in una Domenica, nella quali1© per tutta la
Diocesi è fissata la festa della dedicazione di
tutta la Chiesa, si preferisce la festa particolare della
Chiesa o della parrocchia e la festa della Dedi­
cazione si trasferisce (1).

83. Ordine di preminenza delle Feste in occorrenza


1. Domeniche di I. classe.
2. Circoncisione del' Signore — Giorno ottavo del­
l’Epifania e del Corpus Domini — feria IV del­
le Ceneri e ferie della Settimana santa — Gior­
ni fra FOttava di Pasqua e Pentecoste — Vi­
gilia di Pentecoste e del S. Natale.
3. Doppi di I. classe primari della Chiesa univer­
sale.
4. Dedicazione e Titolo della Chiesa propria — Pa­
trono principale del' luogo — Titolo e Fondato­
re dell’Ordine o Congregazione religiosa.
5. Gli altri doppi di I. classe.

(1) Quanto si è detto in questo numero è materia della Add.


et Variat, in Dubr. Brev. tit- II.
174 Capò I.

6; Domeniche di IL classe — Giorni fra FOttava


dell’Epifania e del Corpus Domini.
7. Doppi di II. classe.
8. Feste- del Signore, doppi maggiori e giorno Ot­
tavo delle Feste del Signore.
9. Domeniche minori.
10. Giorno Ottavo, dei Doppi .di I. classe.
I l/ Doppi maggiori che non sono della Festa del
Signore.
12. Doppi minori.
13. Semidoppi
14. Giorni' fra lattava dei Doppi di I, classe.
15. Ferie maggiori e Vigilie.
16. Semplici.
Tra gli Offici iscritti sotto il rrtedtasimo numero
si dlànrio ancora le note di1preferenza sopra espo­
ste (1).

(1) Mon?. P. Piacenza, Op. cit. p. 365.


CAPO IL

Della occorrenza accidentale e traslazione del­


le Feste.
84. Che cosa è la traslazione. Come si divide.
Quando due o più feste occorrono nel medesimo
giorno di una si fa FUfficilo e Faftra o le altre, se
sono trasferibili, si collocano in un giorno succes­
sivo. Questo trasferimento delle feste ad al­
tro giorno chiamasi traslazione ed è un effetto
deliToccorrenza. Le Feste non si anticipano mai, ma
quando non si possono celebrare nel giorno in cui
corrono, se hanno i debiti requisiti', si portano w
giorni successivi. Altro invece è a dirsi degli Uffici
delle Vigilie e delle Domeniche, i quali in alcuni'
casi si anticipano.
La traslazione si divide : a) In accidentale e per­
petuai. La prima si ha quando in un anno vengono
a trovarsi insieme due feste, per cui una in quél-
ranno va trasportata; la perpetua invece avviene
quando una festa è assegnata ad un giorno perpe­
tuamente impedito da altro Ufficio, b) In trasla­
zione a giorno fisso e a giorno libero. La prima si
ha quando l'a rubrica stesSia indica ili giorno in cui
va strasferita la festa : la seconda quando il giorno
di collocamento è libero secondo le rubriche.
85. Feste trasferibili e Feste inamovibili.
Il diritto dii traslazione FhamiQ solamente le Fe­
ste e non gli* Uffici del Tempo.
174 Capo //.

Tra le Feste solo quelle di prima e di seconda


classe die siano impedite da un Ufficilo più nobile.
Donde ne consegue che non si trasferiscono :
1. - Gli Uffici deli Tempo, come De Domeniche, le
Feste e le Vigilie. Fanno eccezione le Domeniche
dopo ^Epifania e la 23.a dbpo Pentecoste e le Vi­
gilie ricorrenti in Domenica.
2. - I giorni fra FOttava e il giorno Ottavo, che
si celebra quando corre o ri omette. Si eccettua
FOttava del SS. Nome di Gesù, dove la festa si ce­
lebra con Ottava, che si celebra per otto giorni co­
minciando dalla festa, anche se si celebra fuori
della Domenica, ili 2 gennaio.
3. - 1 Doppi maggiori e minori e le feste dei Dot-
lori; se impediti se ne fa la commemorazione o si
omettono, secando i cari.
Neppure si trasferiscono:
1. - Le Feste della B. V. o dei Santi che ri ce­
lebrano con riito doppio maggiore o minore nellìe
Domeniche ; ma o si omettono o se ne fa la comme-
morazione, tranne il caso di speciale Indulto.
2. - Le Feste mobili che ri celebrano nelle ferie
difilla settimana, come quelle dei misteri o strumen­
ti della Passione; se impedite, se ne fa la comme­
morazione.
86* Quando si devono trasferire le feste di pri­
ma e seconda classe*
Le feste di prima classe ri devono trasferire quan­
do cadono nelle Domeniche maggiori di prima clas­
se, nel giorno Ottavo delirEpiifania e del Corpus Do­
Della occorrenza accidentale e traslazione delle Feste 175

mini1, nella Festa della Santissima Trinità, nella


vigilia di Natali e di Pentecoste, nella feria quarta
delle Ceneri, e fra le Ottave di Pasqua e di Pente­
coste, nelle ferale della Settimana santa e in tutte
le feste primarie di prima classe, che hanno sopra
di esse preminenza.
Le Feste di seconda classe si trasferiscono quan­
do cadono in uno dei suaccennati giorni che esclu­
dono le Feste di prima classe, in un giorno in cui
si celebra una Festa di rito doppilo di prima clas­
se, in una domenica di seconda classe, fra le Ottave
privilegiate di 2. Ordine.
Quando un doppio di seconda classe secondario
cade nello stesso giorno con un doppio di' seconda
classe primario, dev’essere trasferito il secondario.
87. Occorrenza di Feste ed Ottave della mede­
sima persona.
Quando nel medesimo giorno occorrono due Fe
ste o due Ottave in onore della medesima Persona,
ri fa Ufficio della Festa o dell’Ottava più nobile o-
mettendo, se non si tratta di diversi Misteri^ la Com­
memorazione dell’altra.
Così pure se La un’Ottava comune o nel giorno
Ottavo semplice, occorre una Festa dii. qualsiasi
rito della medesima Persona, si fa Ufficio della Fe­
sta., col rito e coi privilegi convenienti alla stessa
Ottava, eccetto che la festa si celebri con rito più
elevato, e1si omette la commemorazione dell’Ot­
tava.
Se occorre una festa fra un’Ottava privilegiata
176 Capo IL

della medesima Persona o nel giorno Ottavo, si fa


dall’Ufficio piu nobile secondo le rubriche e si fa
o si omette la commemorazione come si è detto
più sopra (1).

88« In quali giorni si ripongono le Feste trasferite.


I doppi dii prima e di seconda classe che sono im­
pediti1da un Ufficio più nobile, si devono trasferire
ned seguente giorno più vicino, il; quale sia libero
da un’altra festa di rito doppio di prima o seconda
classiei, da una Domenica occorrente, da una Vigi­
lia privilegiata o da altri Uffici chie escludono ri­
spettivamente queste Feste (2), Non si possono tra­
sferire in Domenica, anche se la Domenica è delle
minori (3). Per giorno libero, secondo le nuove
rubriehe, si intende un giorno non occupato in
quell’anno da una Festa di rito doppio di prima e
di seconda classe. E non si deve intendere per pri­
mo giorno libero quello che corre dopo' i giorni
in cui possono cadere talli Ifeste o Uffici, ma quel­
lo in cui quell’anno, realmente non cadono (4).
Quindi’ per la collocazione dlelllle Feste trasferibi­
li sono liberi ii giorni in cui cadono altre Feste di
rito doppie maggiore e minore, dei Dottori, Bemi-
doppi eoe. Si dice ancora che tale giorno deve es­

ci) Addit, et Variat, in Addit, et Veniait. in Rubi*. lirev. Tit.


IV; 1
(2) Addit, et Variat, in Rub. Brev. Tit. IV. 3.
(3) S. R. C., 24 febbr. 1912, II, in Ephem. Lit. 1912.
(4) S. R. €., 24 febbr. 1912, III.
Della occorrenza accidentale e tradazione delle Feste .179

sere libero da Uffici che escludono le feste di pri­


ma e di seconda classe e tali* sono i giorni ricordati.

89. Traslazioni di Feste aventi commemorazio


Ottava, feriazione, indulgenze annesse.
1. Le commemorazioni annesse ad una Festa non
si trasferiscono con essa, ma si fanno nel giorno die
corre o si omettono del tutto se la Festa che corre
non le ammette : tranne il caso che la commemora­
zione faccia una sola cosa con la Festa, come av­
viene per le Feste dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo.
2. Quanto alla Ottava bisogna distinguere: a)
Se la Festa è impedita accidentalmente ed è trasfe­
rita dopo tutta l’Ottava oppure celebrata nel gior­
no Ottavo, in quell’anno si celebra senza Ottava,
tranne il caso di privilegio, b) Se Ila Festa è trasfe­
rita in perpetuo, le rubriche prescrivono quanto se­
gue: «Quando le Feste della Chiesa universale a-
vcnti l’Ottava per un impedimento perpetuo devo­
no essere riposte, secondo le rubriche nel giorno
seguente, non per questo vien riposto il suo gior­
no Ottavo, ma dev’essere celebrato in tutta la Chie­
sa nel giorno che corre. Si dica lo stesso diéi giorno
Ottavo d?una Festa propria dii qualche Nazione,
Diocesi, Ordine o Istituto che in qualche Chiesa
particolare debba riporsi in altro giorno. Al con­
trario se la Festa propria di qualche Nazione, Dio­
cesi Ordine, Istituto o Chiesa panicolare che si ce*
lehra con Ottava in tutta la Nazione, e rispettivamente
impedita in tutta la Nazione, Diocesi, Ordine, Istitu­
to o nella sua Chiesa particolare e perciò viene ripe­
178 Copo 11.

sta secondo le rubriche, ai ripone anche il giovano


Ottavo e quindi verrà celebrato otto giorni dopo Ila
Festa, coìrne se esso fosse celebrato nel suo stesso
giorno (1).
3. La feriazione non si trasferisce, ma si mantie­
ne nel giorno in cui ricorre la Festa.
4. Circa le indulgenze, il can. 922 del C. di D.
C. si esprime così : «Le indulgenze annesse alle Fe­
ste... si intedono trasferite nel giorno nel quale
sono legittimamente trasferite tali Feste, se della
Festa si trasferisce l’Ufficio con la Messa senza so­
lennità ed esterna celebrazione e ila traslazione av­
viene in perpetuo, oppure si trasferisce o tempora­
neamente od! in perpetuo, Ila solennità e l’esterna
celebrazione». Dunque l’Indulgenza rimane fissa al
suo giorno quando la Festa è trasferita solo tempo­
raneamente e senza solennità ed esterna celebrazio­
ne (2).

(1) Addit, et Variat, in Rubr. Brev., Tit. V, n. 6.


(2) Anche il decreto 9 Agosto 1852 della S. C. delle Indul­
genze stabilisce «ut omnes Indulgentiae.., quisdam festis conces­
sae... tranlatae intelligantur pro eo dia quo festa huiusmodi, e-
tiam quoad solemnUatem tantum et externam celebrationem (non
tamen quoad Officium et Missam) in aliquibus locis vel eccle­
siis paucisque orationis, sive in perpetuum sive aliqua occasio­
ne, sive ad tempu euque durante, legitime transferantur. Cum
liero transfertur tantum Officium cum Missa non autem solem-
mtas et exterior celebratio Festi, Indulgentiarum nullam fésti
translationem fieri decrevit». Cfr. Cavalieri. T. 2, dee. 118, n.
13; S. C. Indulg., 12 _genn. 1878 in Acta Sanctae Sedis, voi. X,
p. 521.
capo m.

Della occorrenza perpetua delle Feste


e loro riposizione.

90. Vari casi di occorrenza perpetua e riposizione


Colla riforma del Breviario venne data alla Do-
manica l’antico diiirittio e dia essa vennero tolte le
Feste che erano assegnate perpetuamente alla Do­
menica. Così si fece per la festa dell patrocinio ora
Solennità di S. Giuseppe, assegnata già alla IH Do­
menica dopo Pasqua ed ora alla feria IV dopo la II
Domenica dopo Pasqua, per Ila festa del S. Rosa­
rio collocata al 7 ottobre e per altre. Inoltre il Ca­
lendario delle singole Diocesi aveva i Santi proprii
fìssi a determinati giorni e questi! venivano perpe­
tuamente a impedire altre feste che secondo le
antiche regole si assegnavano perpetuamente ad
altro giorno. Colile nuove rubriche si vol­
le ovviare a questa alterazione delFOrdinario diéi
Santi e con ciò anche soddisfare alla pietà del po­
polo perchè in tali giorni si può celebrare la Mes­
sa del Santo semplificato o almeno se ne sente pro­
nunciare il nome nella Messa. Tale Messa si può
celebrare al proprio giorno, eccetto solo quando
cade in Domenica.
Ecco i vari casi contemplati dalle rubriche (1) :1

(1) Addit, et Variat, in Rubr. Brev., Tit V, .>


180 Capa ìli.

1. Pecte di rito doppie maggioro» minore e temidoppio.

Le feste dii rito maggiore, minore o semi-


doppio delia Chiesa universale, siano fìsse o
mobili, quando sono impedite perpetuamente in
qualche Chiesa non si trasferiscono, ma o se ne fa
l'a commemorazione o si omettono, come si dice nel
Titolo delle Commemorazioni,
Tanto si osserva per le Feste di qualche Nazione,
Diocesi od Ordine religioso o Istituto; che se in
qualche particolare chiesa sono impedite nel lo­
ro giOmo, sii fa di esse la commemorazione o si o-
mettono, come sopra.

2. Feste proprie.

La festa propria di rito minore si deve celebra­


re non colla sola commemorazione, ma colla recita
del suo Ufficio. Se questa è perpetuamente impedi­
ta da altra più nobile della Chiesa universale, si
dovrebbe sempre fare di essa soltanto la Comme­
morazione, ciò che non sarebbe giusto. Tale festa
adunque si ripone stabilmente nel giorno libero
più vicino, come in sede propria.

3. Fette di rito doppio di prima e di aeconda classe-

a) Le feste doppie di prima e seconda classe pe


petuamente impedite si ripongono, come in sede
propria, nel primo giorno libero da altra festa di
prima o seconda classe o da altri Uffici che esclu­
dono rispettivamente tali Feste. — Si osservi che
si parla di Feste fisse a giorni diéi Calendario dvi-
Della ricorrefuia perpetua delle Feste 181

1«, e la loro riposiizione è fatta ancora a giorni elei


Calendario.
b) I doppi di prima e seconda classe fissi a certe
ferie, so sono impesti perpetuamente, si ripongo­
no come in sede fissa1alla feria prossima perpetua-
mente libera. — Si noti, òhe per sè tutte le ferie
sono libere e non possono ricevere in modo fisso
che le feste mobili; per la riposizione adunque si
sceglie la feria prossima ohe non sia impedita per­
petuamente da una Festa mobile in essa collocata.
W 4. Domenica.
Le Domeniche maggiori e minori escludono Fas-
segnazione di qualsiasi festa. Fanno eccezione la
Festa del SS. Nome di Gesù che si fissò alla Dome­
nica corrente tra la Circoncisione e l’Epifania ; la
Festa della S. FamigKìa fissata nella Domenica fra
l’Ottava della Epifania: la Festa della SS. Trinità
posta niella 1. Domenica dopo Pentecoste e la Fe­
sta di Cristo Re assegnata all’ultima Domenica di
Ottobre. Però nelle Domeniche, ora fatte libere, si’
può celebrare la Messa o Ila solennità esterna della
festa, come si dirà parlando della Messa.
5. Commemorazione di tutti i Fedeli defunti*
Il giorno 2 novembre, sacro alla Commemorazio­
ne di tutti i Fedeli defunti1, esclude qualsiasi Festa
trasferita anche di I. classe, ed anche dì rito sem­
plice. Che se questa Commemorazione occorre m
Domenica si trasferisce al giorno 3, ossìa alla feria
seconda, sempre cogli stessi, diritti di esclusiloiie di
Feste.
182 Capa Ut*

6. Fette con Ottava.


Quando le Feste d'olla Chiesa universale, che si1
celebrano con Ottava, per un impedimento perpe­
tuo, si ripongono nel! giorno seguente non si ripone
per questo il l'oro giorno Ottavo, il! quale si d'ere
celebrare in tutta la Chiesa me! suo giorno, che re­
sta fisso, in modio che ITOttava avrà un gior­
no (meno, ossia* si escluderà iil (secondo giorno fira
l’Ottava. Altrettanto si deve diire dell’Ottava di una
Festa propria dii una Nazione, Diocesi1, Ordine od
Istituto l’a quale in qualche Chiesa particolare si de-
ve riporre in altro giorno.
Per contrario se urna Festa propria di Nazione,
Diocesi, Ordine, Istituto o Chiesa particolare che
si celebra con Ottava, in tutta la Nazione, Diocesi,
Ordine, Istituto o nella sua Chiesa particolare è ri­
spettivamente impedita in perpetuo, e quindi viene
riposta, giusta le rubriche, si ripone anche il gior­
no Ottavo che vilemie perciò celebrato il giorno ot­
tavo dopo la Festa come se questa si celebrasse il
proprio giorno. Con ciò si stabilisce che la Festa
avente ottava trasferita, se è propria, porta con sè
la sua Ottava integra che comincia quindi a decor­
rere dal giorno in cui vien celebrata la Festa ripo­
sta stabilmente.
91. Ordine nelle traslazioni e riposizioni.
Quando avviene di diover trasferire insieme più
Feste, sia accidentalmente sia ih perpetuo, si segue
quest’ordine :
1. Si trasferisce Ila Festa di rito o classe più alta,
Della ricorrenza perpetua detta Fétta ìas

purché non occorra la1Domenica o qualcuna delle


Ferie, Vigilie od! Ottave privilegiate.
2. In parità di rito si trasferisce prima dii tutto
la Festa che porta seco la solennità esterna, cioè la
feriamone, o l’Ottava.
3. In parità dii rito e di solennità, 'bisogna tener
conto del primario e secondario, e così si trasferi­
sce prima la Festa primaria, poi Ila secondaria.
4. In parità di rito, di1solennità e dii qualità, si
trasferisce prima la Festa più degna, poi la meno
degna, seconde quest’ordine : Feste dell1Sigonre, del­
la Madonna, degli Angeli, di S. Giovanni Battista,
di S. Giuseppe, dei SS. Apostoli ed Evangelisti.
5. In parità di tutto quanto precede, si trasferi­
sce prima la Festa più propria. In parità anche di
questo, le Feste si trasferiscono secondo Io stesso
ordine nel quale si dovevano celebrare nel loro
giorno proprio, in modo che abbia la precedenza la
Festa che da più lungo tempo si trova nel' Calen­
darie (1).

(1) P. a Gemei*, O. c. p. 45.


CAPO IV

Della cpncorrenza delle Feste.

92. Che cosa è concorrenza e come si divid


In quali, uffici può aver luogo.
Gli Uffici che cadono in ogni giorno civile od' ec­
clesiastico non. sono così rinchiusi nel! giorno stes'-
so da non avere alcuna relazione cogli altri che pre­
cedono o che seguono; ma sono come tra di loro
concatenati nella loro successione. Vi hanno pochi
Uffici che hanno solamente i primi o i secondi Ve­
spri, la maggior parte di essi hanno i primi ed i se­
condi Vespri. Ora, così stando Ile cose, i secondi Ve­
spri di una Festa celebrata in un giorno, verranno
per così dire a conflitto coi primi Vespri della Fe­
sta che sii dovrà celebrare il giorno successivo; la
risultanza di un tale conflitto dipenderà dal rito,
ossia dalla solennità degli Uffici. Tale conflitto è
precisamente quello che in Liturgia dicesi concor­
renza delle Feste.
Donde appare : a) che la concorrenza avviene ai
secondi Vespri e determina come si debba regolare
l’Ufficio con quello del1giorno seguente : b) che quan.
do si dice che un Ufficio concorre con un9altro,
s’intende dell’Ufficio precedente che nei suoi se­
condi' Vespri viene a conflitto coi primi Vespri del­
l’Ufficio seguente.
La1concorrenza si divide in attiva e passiva. E*
attiva quando i secondi Vespri della Festa prece­
dente prevalgono, per ragioni liturgiche, sui primi
DMn concorrenza delle Feste 186

della Festa seguente; è passiva' quando essi séno


assorbiti dai primi Vespri della Festa seguente, os­
sia, quando i primi Vespri della Festa seguente pre­
valgono sui secondi della precedente.
Se ia concorrenza come è detto, è il conflitto tra
i secondi Vespri delia Festa precedente coi primi1
della seguente, essa non potrà aver luogo che tra
gli Uffici che hanno i primi ed i secondi Vespri;
che se una Festa manca dei secondi Vespri, èssa
non potrà concorrere coi primi della Festa seguen­
te* Per questa ragione:
1. Non hanno, mai concorrenza le ferie, perchè
non hanno i secondi Vespri : il loro Ufficio comin­
cia e finisce dove finisce e comincia qualsiasi altro
Ufficio.
2. Non ha concorrenza, perchè non ha secondi
Vespri, FUfficio di S. Maria in Sabbato.
3. Le Feste semplici, come si vedrà, concorrono
soltanto ai primi Vespri, perchè esse pure manca­
no dei secondi.
4. Hanno concorrenza ai primi ed ai secondi Ve­
spri i Doppi, i Seimdbippi, il giorno Ottavo dolina
Festa, i giorni: fra FOttava e le Domeniche.

93. Regole generali per la concorrenza tra le Feste


Le regole generali, colle quali si possono deter­
minare i diversi casi di’ concorrenza, e quindi deci­
dere come si debbano regolare i Vespri sono queste :
1. Quando un Ufficio concorre con un altro di
rito ineguale, i Vespri saranno interi della Festa
Capo IV,

di rito supcriore, e delPaltra sii farà la commemora­


zione, o si ometterà secondo i casi (1).
2. Quando dine Feste hanno rito uguale, ma una
di esse è primaria, e l’altra secondaria, i Vespri «a-
ranno interi della Festa primaria e dell’altra si fa­
rà la Commemorazione. Così Ile Feste secondarie
diéi Signore, della B. V., degHi Angeli, degli Apostoli
e degli altri Santi a parità di rito e di classe9cedo­
no mi concorrenza (come si è visto in occorrenza)
colle Feste primarie anche dii minore dignità.
3. Quando due Feste sono uguali, ma di diversa
solennità, prevale la Festa chic ha maggior soilen-
nità; di essa si faranno i secondi Vespri interi e
dell’altra solo la commemorazione. Così dove S. Ga­
briele Arcangelo (di cui si fa l'a Festa il 24 marzo)
è Titolare o Patrono, ai secondi Vespri di concor­
renza coi primi delFAnnunciazione si fa solo
commemorazione di S. Gabriele ed i primi Vespri
interi della Madonna.
4. Quando il rito e la solennità sono eguali, ma
la dignità è diversa, i Vespri saranno della Festa,
i! cui oggetto è piu degno e dell’altra sì farà la com­
memorazione. Così dove S. Rocco è Titolare (16
agosto) della Chiesa, di esso si farà solo la comme­
morazione ai secondi Vespri della festa dell’As­
sunzione della B. Vergine (2).
Ed anche quando la B. Vergine Assunta fosse
il Titolar© e il giorno seguente occorresse la Festa

(lì S. C. R. d. 3694 III.


(2) S. R. C. d. 1695.
Della concorrenta delle Fette 187

della Dedicazione, di' questa non si farà che la com­


memorazione ai secondi Vespri dèlia Festa dell’As­
sunzione (1) perchè FAssunzione è Festa della Chie­
sa Universale.
Così nelle Feste secondarie in tutto eguali di ri­
to si attende alla dignità personale del loro ogget-
to (2).
Tale dignità della Festa si riflètte sul suo gior­
no Ottavo, se la festa ha Ottava. Così ceteris paribus.
il giorno Ottavo di una fèsta dii oggetto più degno
prevale ad un’altra di oggetto meno degno e di que­
sta sii fa la commemorazione.
La graduatoria nella dignità personale è quella
stessa riferita per l’occorrenza (n. 91,4°).
5. Quando due Feste concorrenti sono uguali d
rito, solennità, dignità, ed in tutto il resto, di re­
gola si dimezzano a Vespri, edoè si fa dèlia Festa
precedente fino al Capitolo escluso, e da questo in
avanti m fa dèlia Festa seguente coiUla commemora­
zione dèlia precèdente.
94. Regole particolari di concorrenza.
1. Domeniche.
Le Domeniche maggiori hanno i due Vespri' integri
in concorrenza a qualsiasi Festa, eccetto che siano Fe­
ste di prima o di seconda classe: quindi ai primi1

(1) S. R. C, d. 2053.
S. R. C. d. 3919 II.
m Capo IV.

Vespri della Domenica maggiore si assumono le


Antifone e i Salmi d'eli Sabato; e in Avvento, si di­
cono Ile Antifone dielle Lodi dolila Domenica ooii Sai-
mi del Sabato.
Le Domeniche minori cedono ! Vesipri tanto ai
doppi di prima e seconda classe come alle Feste
del Signore, alle loro Ottave se non sono priivile-
giatè; hanno i Vespri interi in concorso colle altre
Feste, assumendo ai primi Vespri le Antifone e i
Salmi del Sabbato, ovvero, fra le Ottave privilegia­
te, della Ottava corrente. Così avviene delle Dome­
niche occorrenti fra, l’Ottava del S. Natale, della E-
pdfania, dèlilAscensione, e del Corpus Domini.
Così pure le Feste del Signore, anche secondarie,
occorrenti in Domenica e nella Vigilia della Epi:-
fania hanno i Vespri interi in concorso coi doppi
maggiori e minori' che non siano del Signore.
Ciò posto quando al lunedì occorre una Festa
di rito doppio di prima o di seconda classe, i primi
Vespri saranno della Festa colla commemorazione
della Domenica; quando la Domenica ai secondi
Vespri concorre con qualunque altro Ufficio (come
un giorno Ottavo di rito maggiore o mitiore, una
Festa di rito doppio maggiore o minore!, o un semi-
doppio o un giorno fra l’Ottava o un semplice) si
faranno i secondi Vespri della Domenica colla com­
memorazione delia festa seguente.

2. Uffici della medesima persona.


Quando concorrono due Uffici della medesima
Persona, se sono di diverso rito o nobiltà si fa sol'-
Delia cornei lenza delle Feste 189

tanto del più nobile, omettendo, se non si tratta di


misteri diversi diéi Signore, la commemorazione del-
l’altro; a parità di rito e di nobiltà si fa tutto del
precedente, omesso o fatta la commemorazione del
seguente, come sii è detto sopra.

3. Feate doppie di prima classe.

Quando ai secondi Vespri una Festa doppia di


prima classe concorre con una Domenica maggiore
o minore, si fanno i secondi Vespai integri della
Festa colla commemorazione dolila Domenica ; se
concorre con un’altra Festa Doppia di prima classe
si dicono i Vespri della Festa più nobile; e si com­
memora l’altra. Se le Feste sono pari, si fa dal Ca­
pitolo del' seguente colla commem, del precedente.
Quando concorrono con un giorno fra VOttava
Comune, colVUffido di S. Maria in Sabbato o con
im semplice, ai secondi Vespri nulla si fa dell’Uf­
ficio seguente.
In ogni altra concorrenza si fa solamente la com­
memorazione della Festa seguente, eccetto le Feste
semplici, S. Maria in Sabbato e giorni fra l’Ottava
comune.

4. Fette doppie di seconda classe.

Quando una Festa di rito doppio di seconda clas­


se concorre:
a) Con una Domenica sia maggiore o minore, ov
vero con un giorno Ottavo di rito doppio maggiore,
si dicono i secondi Vespri del' Doppio di seconda
190 Capo IV.

class© colla commemorazione della Domenica o Fe­


sta. seguente.
b) Con un doppio di prima classe9ai fanno i pri­
mi Vespri della festa seguente con commemora'
zione del Doppio di seconda classe.
c) Con un altro doppio di seconda classe, si di­
cono i Vespri del1più degno colila commemorazio­
ne delPaltro e se pari in dignità si fa dlal Capitolo
del seguente.
In tutti gli altri casi si fa commemorazione della
Festa seguente, eccetto le feste semplici, S. Maria
in Sabbato, e giorni fra Ottava comune.
5. Giorno Ottavo non previlegiato.
Il giorno Ottavo di ogni Festa primaria dii rito
doppilo di prima classe è un Doppio maggiore pri­
mardio;, ora un tal' giorno Ottavo quando concorre;
a) Con una Domenica e con una Festa doppia di
seconda classe, si fanno i Vespri diéi seguente colla
commemorazione del giorno Ottavo.
b) Con un Doppio di prima classe, si fa tutto del
seguente e nulla del precedente.
c) Con un altro giorno Ottavo, pure Doppio mag­
giore, si fanno i Vespri' del giorno Ottavo che ba la
Festa più nobile colila commemorazione dellPalIltro;
a parità di nobiltà si* fa dal Capitolo del seguente.
d) In tutte le altre concorrenze con doppi mag­
giori, minori, semidoppi, giorni fra un’Ottava, S.
Maria in Sabato o semplici, o giorno Ottavo dop­
pio minore, si dicono i secondi Vespai diéi giorno
Ottavo doppio maggiore, colla commemorazione
defila Festa seguente.
O d ia concorrenza delle Feste Itti

6. Poppi maggiori.
Quando una Festa di rito maggiore concorre:
a) Con una Domenica, con un doppio di second
classe, un giorno Ottavo doppio maggiore, si fanno
i Vespri diéi seguente e commemorazione del dop­
pio maggiore precedente.
ò) Con un doppio di prima classe, i Vespri sono
del seguente e nulla si fa del precedente;
c) Con un Doppio maggiore, si fa tutto del più
nobile, colla commemorazione dell’altro; a pari no­
biltà si fa dal Capitolo del seguente e commemora­
zione del precedente.
— Per quest’ultima legge di concorrenza fra due
Doppi maggiori, una Festa del Signore di rito dop­
pio maggiore secondario cede i Vespri alle Feste
(Mio stesso rito òhe siano della B. V. o dei Santi
che sono primarie. Tuttavia quando una tale Fe­
sta del Signore di rito doppio maggiore secondario
occorre in giorno di Domenica e nel giorno seguen­
te corre una Festa di rito doppio maggiore prima­
rio della B. V., degli Angeli, o dei Santi, i Vespri
saranno della Festa precedente colila commemora­
zione della Festa seguente, perchè in tal caso l’Uf­
ficio della Festa del Signore è subrogato alPUfficio
domenicale (1).
7. Doppi minori.
Quando una Festa di rito doppio minore con­
corre :1

(1) S. R. C., 24 febbr. 1912, IV, in Ephem. Ut. 1912.


19* Capo IV.

a) Con una Domenica, un Doppio di seconda


classe, un giorno Ottavo doppio maggiore, un Dop­
pio maggiore, i Vespri sono dolila Festa seguentecol-
la commemorazione del1Doppio minore precedente.
b) Con un Doppio di prima classe, i Vespri sono
del seguente e nulla sii fa diéi precedente.
c) Con un semidoppio, un giorno fra VOttava, S.
Maria in sabbato od un semplice, i Vespri sono del
precedente doppio minore coilla commemorazione
dell’altro; a pari dignità si fa dal Capitolo del se­
guente, colla commemorazione del precedente.
8. Semidoppi.
Quando una Festa dii rito semildoppio concorre :
a) Con una Domenica, con un giorno Ottavo dop­
pio maggiore o minore, con un Doppio maggiore o
minore, i Vespri sono della Festa seguente colila
commemorazione del precedente Semidoppio;
b) Con un Doppio di prima o dii; seconda classe,
i Vespri sono della Festa seguente, senza alcuna
commemorazione del precedente Semidoppio ;
c) con un giorno fra POttaiva, S. Maria in sab­
bato, e Semplice, si dicono i Vespri del Semidoppio
colila amomemorazione del seguente.
9. Giorni fra le Ottave comuni,
I giorni fra un’Ottava comune possono concor­
rere unicamente colle Feste che si possono celebrare
nella Ottava stessa.. In concorrenza adunque:
a) Con una Domenica, con un giorno Ottavo dop­
piio maggiore o minore, un Doppio maggiore o mir
Della concorrenza dèlie Feste 193

nare, un semidoppio, si dicono i Vespri diéi) seguen­


te si fa la commemorazione delIFOttava.
6) Con un Doppio di prima o di seconda classe,
i Vespri sano del seguente senza commemorazione
dcllFOttava (se non privilegiata) (1).
c) Con un Semplice, i Vespri sono dall’Ottava col­
la commemorazione del Semplice.
Cal'FUfficio dii S. Maria in Sabibato non sii ha Con­
correnza perchè questo Ufficio non si può fare fra
le Ottave anche comuni.1

(1) Quindi fra le Ottave privilegiate non hanno luogo che le


concorrenze tra le Feste che sono permesse nelle Ottave privile*
grate.
194 Capo IV.

95. Tabella delle Occorrenze. (1)


Se occorre nello stesso giorno:

Doppio di I. classe 0 1 3 I 3 3 3 3 3 3 6 5 3 6 3 3 6

Doppio di II. classe 0 3 3 1 3 6 3 3 3 3 6 8 6 6 3 6 6

0 3 3 3 3 4 3 3 3 7 4 4 4 0 4 4 4
Giorno Ottavo comune

Doppio maggiore 0 3 3 3 3 4 3 3 7 4 4 4 4 4 4 4 4

Doppio minore 0 3 3 3 3 4 3 7 4 4 4 4 4 4 4 4 4

Semidoppio 0 3 3 3 4 7 4 4 4 4 4 4 4 4 4 4 4

Giorno fra Ottava com. 0 3 3 7 4 4 4 4 4 4 4 2 2 0 4 4 4

Vigilia 0 3 2 4 4 4 4 4 4 4 4 4 |2 2 0 0 0

Giorno Ottavo Semplice 0 7 4 4 4 4 4 |4 4 4 0 4 |2 0 4 4 4

Semplice 4 4 4 4 4 4 4 4 4 4 4 4 2 4 4 |4 4
I„
I„

1. Officio del 1, nulla del 2. s * s i J i * a


i> D o m e n ic a I I c la s s e .


o G io rn o f ra O tta v a I I O r d in e .

„ G io rn o O tta v o I I o r d in e .

*• D o m e n ic a m in o re o V ig ilia E p ii.

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G io rn o fra O ttav a

9.
G io rn o O tta v o S e m p lic e .

D o p p io I c la s s e

D o m e n ic a I e la ta e .

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2. Officio del 2, nulla del 1. © B H T3 H
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3. Officio del 1, com. del 2. s.
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4. Officio del 2, com. del 1. a D 0
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5. Officio del 1, traslaz. 2. cr 0 e 9
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1
|
1
1
1

(1). À complemento dei Capitoli sulla Occorrenza e la 'Con-


correnza, si pongono qui le due Tabelle con le Avvertenze date
dal Breviario e tradotte in italiano.
Ddla concorrane delle Ferte 105

96. Tabella delle Concorrenze.

Quando coacorre:

Pieoede
Domenica 4 0 44 4
I4
4 43 3 Q

Doppio I. Classe 2 2 2 4 4 4 4 4 45 4
Doppio II. Classe 2 2 2 4 4 4 4 4 53 4
Giorno Ottavo privilegiato 4 4 4 4 4 4 4 4 3 3 4

Giorno Ottavo comune 4 4 4 44 4 4 5 3 1 3

Doppio maggiore 4 4 4 4 4 4 5 3 3 1 3

Doppio minore 4 4 4 4 53 3 3 1 1 3

Semidoppio 4 0 0 0 33 3 3 3 3 3

Giorno fra Ottava privilegiata 4 0 0 0 3 3 3 3 1 1 3

Giorno fra Ottava comune 4 4 4 4 4 5 3 3 3 1 3


|
l

1. Tutto del seguente, nulla del pre­


cedente. 3
*a 1 1 * *
’OiotiPani oiddoQ “

3 P
n Gior.

• Doppio I elaaae.

2. Tutto del precedente, nulla del


2’ (O © CA
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B ?? e2H ? 0
2
seguente. © B
S
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3. Tutto del seguente, commem, del o •?B gA e 0
f r a O tt.

s m »5*
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precedente.
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©' P* A
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4. Tutto del precedente, commini, del CA
0 ? :
seguente. 7 •cr 3 *e
3
privileg.

5. Tutto del più nobile, commem, s • A


e • *S.
dell'altro; in parità a Capitolo del 7
B aB
sJS 9 t
segue:»;'*, commem, del procedente.
1

1
I
196 Capo IV.

97. Spiegazione delle due tabelle.


Niella prima, òhe si intitolila delle Occorrenze, si
può vedere di quale si deve celebrare l’Ufficio, se
nel medesimo giorno occorrono accidentalmente o
perpetuamlente più Fesite od Uffici; nella seconda co*
rne l’Ufficio precedente concorre nei Vespri coiTUf-
ficio diéi giorno seguente.
Circa l’uso delle Tabelle, per trovare quello che
si cerca, prima si cerca il numero posto nel quadra­
to, nel quale i due Uffici dì cui si tratta convengono
insieme, quindi si legge la regolila posta accanto' a
quél numero e da essa si vedrà ciò chie si deve fare.
Per es. il quadrato nel quale convengono insieme
nella prima Tabella il Doppio di I classe e la Do­
menica di 1 Classe è il n. 6 perchè ad esso i due
Uffici occorrono. AI n. 6 si trova questa regola : Uf­
ficio del secondo, traslazione diéi primo, cioè si fa
Ufficilo della Domenica e si trasferisce il doppio di
I classe secondo le rubriche, perchè quando in que­
ste regole si dice prima o precedente s’intende del-
l’Ufficio che si trova nella parte superiore della Ta­
bella come il Doppio predetto, e per secondo o se­
guente l’Ufficio posto nella parte inferiore, come
la détta Domenica.
In alcuni quadrangoli, si trova la cifra 0, e vuol
dire che tra gli uffici che si incontrano in quel qua­
drangolo non vi può essere nè occorrenza nè con­
correnza.
Or ecco le Avvertenze o Notanda del Breviario.
1. Quando nelle regole delle Tabelle si trova Uf
ficio del più nobile o tutto del più nobile s’inten-
Della concorrenza delle Fette 197

de ohe si' fa tutto di quella delle due Feste occor­


renti o concorrenti che si deve preferire secondo le
regole date riguardo la prestanza delle Feste.
2. Le Domeniche escludono qualsiasi assegnazio­
ne perpetua, eccetto la domenica fra la Circonci­
sione in cui si fa del SS. Nome di Gesù, la Dome­
nica' I. fra FOtlfiava dbB’Epifamiia in cui si fa
la festa dellla S. Famiglia, la Domenica prima
dopo la Pentecoste, in cui si fa la festa della SS.
Trinità, e l’ultima domenica di ottobre di Gesù) Cri­
sto Re.
3. Le Vigilie comuni quando cadono in Domeni­
ca si anticipano al sabbato, secondo le Rubriche. La
Vigilia privilegiata si celebra niella stessa Domenica,
come si nota al proprio luogo.
4. Delle Ottave ohe non sono nel1Breviario roma­
no nulla si fa dal 17 ai 24 dicembre, dia! mercoledì
delle Ceneri alla Domenica in Albis e dalla Vigi­
lia di Pentecoste alla Festa della SS. Trinità sempre
inclusive.
5. Di qualsiasi Doppio maggiore, minore, o se-
midoppio che è impedito da un Doppio di I. clas­
se primario del Signore della Chiesa universale non
si fa nulla; di questa Festa impedita dai doppi di'
I. classe, se non sono Feste del’ Signore occorrenti
in ima Domenica1qualunque o nella Vigilia dell’E­
pifania, si fa solo commemorazione alle Lodi.
6. Del giorno Ottavo semplice e della Festa sem-
plice impediti da un Doppio di II. classe occorren­
ti si fa solo alle Lodi, e delia Festa si legge anchei,
se si può, a Mattutino la Lezione storica o stretta­
mente propria.
198 Capo IV.

7. Però le Feste proprie di qualche Nazione, Dio­


cesi, Ordine, Istituto o di una Chiesa particolare
che sono impediti perpetuamente nella Nazione,
Diocesi, Ordine o Chiesa se si celebrano sotto ili ri­
to d'oppio maggiore, minore o semidbppio si ripon­
gono nel giorno prossimo seguente, che sia libero
da Ufficio doppiò, semidoppio, da Vigilia privile­
giata o Ottava di secondo ordine.
8. Se occorrono nel medesimo giorno due Uffi­
ci della medesima Persona si fa del più nobile, se­
condo le rubriche, e si omette la commemorazione
dell’altro, eccetto che si tratti di misteri diversi db!
Signore.
Altrettanto si osserva nella concorrenza e a pa­
rità di nobiltà i Vespri non si dimezzano, se non
si tratta ancora di diversi Misteri diéi Signore, ma
si dicono intieri del precedente senza commemora­
zione del seguente.
Se però qualche Pesta di rito doppio maggiore,
minore, semidoppie o semplice occorre fra una Ot­
tava comune della medesima Persona, o nello stes­
so giorno Ottavo, anche semplice, si fa Ufficio del­
la Festa col rito e coi privilegi convenienti alla stes­
sa Ottava, se la Festa non si deve celebrare con rito
più elevato, e si aggiunge o si omette la commemo­
razione dell’Ottava come sopra.
9. La Feria VI dopo VOttava dell’Ascensione in
occorrenza e concorrenza e la Vigilila di Penteco­
ste soltanto in concorrenza godono dei medesimi
privilegi dei giorni fra Ottava comune, ma q u e s ta si
preferisce a quelli.
Della cotto->mvisa delle Feste Ì99

10. Le Feste del Signore e i giorni dell’Ottava dbl


Signone che sono privilegiati in tutitai la Chiesa, itn
occorrenza accidentale e in concorrenza si preferì-
scono alla Domenica minore.
11. Del' VII giorno fra qualche Ottava nulla si
fa ai secondi Vespri se nel giorno seguente si1fa del
giorno Ottavo ; si dicono i Vespri interi o si fa com-
miemoraiziione, secondo le Rubriche, se nel giorno se­
guente nulla si fa dell’Ottava, secondo l’ordine pre­
scritto nel Titolo VII. n. 5 delle Commemorazioni,
si idleve preferire al giorno Ottavo dia commemo­
rarsi in un Ufficio più nobile.
12. Parimenti, ai II. Vespri nulla si fa delle Do•
meniche fra l’Ottava dell’Epifania o Pentecoste che
si sono dovute anticipare al Sabato, secondo le ru­
briche, quantunque si debba solamente commemo­
rare la Domenica seguente ; ad esse tuttavia restano
integri i privilegi della Domenica in occorrenza e
concorrenza ai Vespri.
13. Nella Natività del Signore e nei tre giorni se­
guenti, nella Circoncisione, nell’Ufficio del SS. No­
me di Gesù, nell’Epifania e suo giorno Ottavo, non
si fa alcuna Commemorazione della Domenica oc­
corrente, e neppure, eccetto ai Vespri dei SS. In­
nocenti e dell’Epifanìa e ai due Vespri del suo gior­
no Ottavo, della Domenica occorrente. Tuttavia la
Circoncisione del Signore si preferisce in occorren­
za a qualsiasi Pesta anche di rito doppio di I. clas­
se e in concorrenza non ammette commemorazione
dell’Ufficio precedente se non è doppio di II. clas­
se. Il giorno Ottavo del Corpus Domini cede nella
Capo IV.

concorrenza alile Feste doppie dìi prima classe pri­


marie della Chiesa Universale.
14. Fra VOttava della Natività del Signore, ec­
cetto nell’Ufficio della Circoncisione, i Vespri fino
al Capitolo si dicono sempre dell’Ottava, col rito dell-
l’Ufficio più nobile in concorrenza. Dal capi­
tolo poi gli stessi Vespri, secondo la norma consue­
ta si fanno dtell’Ufficio più nobile fra i concorrenti,
eccetto ai II. Vespri di S. Stefano Protomartire, col­
ila commemorazione dell’altro, se si deve fare giu­
sta le rubriche; ma a parità di nobiltà si fanno sem­
pre dlell’Ufficio precedente, colila commemorazione
del1seguente.
15. Delle Ferie d9Avvento e di Quaresima, quan­
do sono impedite da Ufficio più nobile, si fa sem­
pre commemorazione alile Lodi e ai Vespri ; delle
Ferie dei quattro tempi e della IL delle Rogazioni,
si fa alile Lodi solamente. Così pure soltanto alile
Lodi ri fa Ila commemorazione «Beffile Vigilie comuni,
quando si deve fare secondo la superiore Tabella.
E tanto della Feria quanto della Vigilia commemo­
rate, purché non1abbiano Io stesso Vangelo dell’Uf­
ficio corrente, si dice la IX Lezione dedl’Omelia, ec­
cetto nelle Ferie d’Avvento fuori dei quattro' Tempi
98. Ordine di preferenza degli Uffici in occ
renza (1).
1. Domeniche di' I. classe.
2. Circoncisione del Signore — Giorno Ottavo
dell’Epifania — Mercoledì delle Ceneri e Fe­
(1) Mona. Piacenza, O. e.
Della concorrenza dèlie Fette 201

rie dèlia Settimana Santa — Giorni; fra l’Ot­


tava di Pasqua e di Pentecoste — Vigilia di
Pentecoste e del S. Natale di N. S. G. C.
3. Doppi dii I. classe primarii idlell'a Chiesa u-
ndversale.
4. Dedicazione e Titolo delia Propria chiesa —
Patrono principale del Luogo — Titolo e Fon­
datore delFOrdine o Congregazione religiosa*
5. Altri Doppi di I. classe primarii che sii- cele­
brano in qualche luogo.
6. Doméniche di II. classe — Giorni fra l’Ofcita-
va dell’Epifania e del Corpus Domini.
7. Doppi di li. classe.
8. Feste del1Signore Doppi maggiori.
9. Domeniche minori e Vigilia dell’Epifania.
10. Giorno fra FOttava Doppio maggiore*
11. Doppi maggiori che non siano del Signore.
12. Doppi minori.
13. Semidoppi.
14. Giorni; fra FOttava del S. Natale, Ascensione
e S. Cuore.
15. Giorni fra Ottave comuni.
16. Ferie maggiori e Vigilile.
17. Giorno Ottavo semplice.
18. Feste semplici.
Gli Uffici che sono sotto il medesimo numero pos­
sono avere ragioni di preferenza sugli altri quandi
occorrono i noti titoli, maior solemnitas, qualitas
primarii, dignitas personalis, proprietas, praecep­
tum universale sdì. festum Ecclésiae universalis.
m Capo IV;

99. Ordine in preferenza degli Uffici in con


renza (1).
1. Doppi di prima classe universali
2. Dedicazione e Titolo della chiesa propria, Pa­
trono d'el Luogo, Titolo o Fondatore dlelFOr-
dinie o Congregazione religiosa.
3. Gli altri doppi dii I. classe.
4. Doppi di II. classe.
5. Domeniche maggiori.
6. Feste del Signore Doppi maggiori.
7. Domeniche minori.
8. Giorno Ottavo Doppio maggiore.
9. Doppi maggiori che non sono feste del' Signo-
re.
10. Doppi minori.
11. Semidoppl
12. Giorni fra IfOttava dei Doppi di I. classe.
13. Ferie maggiori
14. Giorno Ottavo semplice.
15. Semplici.1

(1) Moni- Piiaeeoa», O. «.


CAPO V.

Delle Commemorazioni

100. Che cosa è la commemorazione, in q


casi ha luogo e in quali parti del Divino Ufficio.
Dicesi commemorazione una piccola parte di un
Ufficio che è impedito, la quale sostituisce l’Ufficio
stesso impedito.
Essa può avere luogo in due casi, cioè : a) In ca­
so di occorrenza, quando cioè nel medesimo giorno
occorrono due Uffici' dei quali se oe celebra uno e
l’altro, non essendo tale da potersi trasferire, se ne
fa memoria colla commemorazione; b) In caso di
concorrenza, come si è detto, tra i secondi' Vespri
di una festa precedente e i primi' della seguente.
La Commemorazione si fa in due punti del! di­
vino Ufficio cioè: ai Vespri dopo l’Orazione del­
l’Ufficio del quale si sono detti i Vespri almeno dal
Capitolo in polii, e alle Lodi, pure dopo FOrazione
dell’Ufficio che si recita. Come è facile compren­
dere, in caso di occorrenza la commemorazione può
avere luogo alle Lodi e ai Vespri, in caso di con­
correnza solo ai Vespri.
Una specie di ricordo dell’Ufficio sostituito vi è
pure ali Mattutiiino, quando si legge la noma Lezio-'
ne storica dell’Ufficio di cui si fa poi la commemo­
razione propriamente detta. Dii questa si parlerà
trattando deEe Lezioni.
Capo V.

101. Commemorazione^nei doppi di prima e


seconda classe.

E’ principio generale che quanto più una Festa


è elevata in dignità più escludi, come l’Ufficio, cosi
anche la commemorazione di altre Feste occorrenti
o concorrenti'. Vi possono dunque essere delle Fe­
ste che cadendo nello stesso giorno- con un’altra dì
prima dignità, non hanno nemmeno la commemo­
razione. Ciò posto, vediamo quali! Commemorazio­
ni si ammettano ai primi e secondi Vespri e alle
Lodi nei diversi Uffici!.

1. Nei doppi di prima claaae.


a) All. Vespri si fa commemorazione: del Dop­
pio di prima classe precedente; — del Doppio di1
seconda classe pure precèdente — della Do­
menica quantunque precedènte ed occorrente (ec­
cetto ai primi Vespri del S. Natalie e dell’Epifania) ;
— del giorno precedente ottavo della Epifania,
Pasqua, Ascensione e Corpus Domini ; — della Fe­
ria maggiore d’Avvento e Quaresima. Delle altre
Feste doppie, maggiori, minori e semidoppie ai I.
Vespri non si fa commemorazione.
b) Alle Lodii della Domenica qualunque; —•del­
l’ottava privilegiata; — del dóppio-, semidoppio
semplificato; — della Feria maggiore d*Avvento o
Quaresima; e delle Ferie dedi Quattro Tempi e II.
dolile Rogazioni;
c) Ai1secondi Vespri : dii qualùnque Domenica
occorrente e seguente; — dell’Ottava privilegilata;
Delle Commemorazioni m

— della Feria maggiore d’Avvento e Quaresima;


— di qualunque doppio, semidoppiio seguente an­
che ridotto a rito semplice (semplificato).
Non si fa commemorazione dèi Semplici e diéi
gitomi fra Ottava semplice.
2. Nei doppi di seconda classe.
Si fanno le medesime commemorazioni che si
fanno nei Doppi di I. classe. Inoltre:
а) Ai primi Vespri: di qualunque Doppio ma
giore o minore precedente di qualunque giorno Ot­
tavo anche semplificato.
б) Alle Lodi:come nei doppi di I. classe, e inol­
tre: di qualsiasi doppio, semidoppio semplificato del­
la Vigìlia e del Semplice.
c) Ai secondi Vespri: si f a n u m , tutte Ile commemo­
razioni come nei doppi di 1. classe. Non si fa com­
memorazione del giorno fra Ottavia comune nè dèi
Semplice seguente.
102. Ordine delle commemorazioni.
Le commemorazioni si fanno con questo ordine:
1. Della Domenica, qualunque èssa sia ; 2. del gior­
no fra l’Ottava dell’Epifania e del Corpus Domini;
3. del giorno Ottavo doppio maggiore; 4. del dop­
pio maggiore; 5. del doppio minore; 6. del semi-
doppio ; 7. dèi giorno fra una Ottava comune; 8.
della Feria sesta dopo l’Ottava dell’Ascensione; 9.
della Feria maggiore; 10. dèlia Vigilia; 11. del Sem­
plice. c
La prima commemorazione adunque che si de­
206 Capo V.

ve fané ai Vespri è quella dell’Ufficio che concorre.


Ma oe al giorno seguente si fa un Ufficio col’ quale
il precedente non ha concorrenza, di esso si deve
omettere la coturniemorazione. Fanno eccezione le
commemorazioni dii S. Pietro e di S. Paolo nelle lo­
ro rispettive Feste, che precedono tutte le altre.

103. Come «i fanno le commemorazioni.


Le commemorazioni risultano di tre parti: An­
tifona, Verso e Orazione. 1)L’Antifona, e il Verso
si dicono proprii, se vi sono; altrimenti si assumo­
no dal1Comune dei Santi per le Feste dei Santi, e
dal Proprio del tempo se sono Uffici del Tempo. Si
assumeranno dai primi o dai secondi Vespri o dal­
le Lodi secondo il luogo in che si deve fare la com­
memorazione. Per i Vespri FAntifona è quella del
Magnificat, il Verso quello dopo l’inno del' Vespro
relativo ; per le Lodi FAntifona è quella dell Bene­
dictus e il Verso quello dopo Filino delle Lodi.
Quando 'occorresse di fare più commemorazioni
di Santi del medesimo Comune non si ripetono le
Antifone e i Versi ma, se altrimenti; non si nota
nel Breviario, si fanno col seguente ordine:
ai Vespri, dette le Antifone e i Versi dei primi
e dei secondi Vespri, Taltra Commemorazione si fa
con FAntifona e il Verso del1secondo Notturno.
Alle Lodi poi, detta Fantifona ed il) Verso dei pri­
mi Vespri;, per la seconda si dice lfAntifona diéi se­
condi Vespri e il Verso del secondo Notturno, per
la terza VAntifona e il Verso del terzo Notturno.
Si noti ohe FAntifona Euge serve bone al Bene-
Delhi CoThmemoTwtioni

dictus del Comune diéi Confessori Pontefici e dei


non Pontefici, come pure ili Verso Amavit dei
secondi Vespri dei CC. PP. e dei CC. con PP. so­
no ritenuti diversi (1).
2) L’Orazione che si dice nella commemorazione
è quella che si direbbe se si facesse l’Ufficio della
Festa o del giorno di cui si fa la commemorazione.
Quindi è propria o del Comune o die! Tempo.
Può occorrere che FOraziome del Santo di cui
si fa FUfficio sia uguale a quella di cui si deve fa­
re la commemorazione: allora bisogna multare PO"
razione della commemorazione.
Si ritengono uguali le Orazioni quando differi­
scono tra loro di una sola parola (v. Oraz. dei SS.
Filippo e Giacomo e quella di più Martiri), quan­
do la petizione è uguale (v. Orazione di S. Mattia
e di S. Giuseppe). Si ritengono invece diverse quan­
do la petizione è diversa, quantunque abbiano pa­
role somiglianti. — Occorrendo dunque di dover
recitare per commemorazione un’Orazione uguale
a quella dielFUfficio' o dii altra commemorazione, si
sceglie per commemorazione altra Orazione dello
stesso Comune, corrispondente alia qualità del San­
to e, se non vi è, si assume da altro Comune. Così
per un Dottore si assumerà quella di un Confesso­
re, omettendo le parole che non corrispondono ali­
la qualità del Santo.

(1* Cavanto, Let. 3, c. IX, n. ?9; Cavalieri, t. 11, d. 236, 3; De


Hferdt, Voi. II, n. 262.
PARTE V.

Delle Ore c a n o n i c h e
CAPO I.
D el Ma t t u t i n o
104. Premesse.
Studiato il' divino Ufficio nella sua natura ed o*
rigine, nelle sue specie, nel suo oggetto e nelle sue
relazioni, ci prepariamo a studiarlo nelle sue parti
organiche, ossia nelle Ore canoniche, delle quali
esso risulta.
Sotto questo aspetto il divino Ufficio si divide
in notturno e diurno. 11 primo ha piuttosto' un ca­
rattere contemplativo, tendle cioè a sollevare Fani­
ma a Dio, affine di meditarne le perfezioni e lei o-
pere; il secondo è prevalentemente attivo, ossia' è
ordinato ad ottenere i divini aiuti sulle operazioni
della vita secondo Ite varie parti della giornata.
Nel complesso dell’Ufficio divino alcuni ravvisa­
no la vita spirituale dell’anima, cioè la purificati­
va (Ore notturne e diurne), Ila illuminativa (Lodi
e Vespro) e la unitiva (Prima e Compieta) (1).
In questa parte si tratterà del Mattutino, delle
Lodi, delle Ore Minori, del Vespro e della Com­
pieta,
105. L’antica preghiera notturna - tempo in
•i faceva nella Chiesa - ragione di questo tempo.
La Chiesa cattolica, a somiglianza della celeste
Gerusalemme i cui custodi sciolgono incessanti lo-

(1) Probst. 0. c>, pag. 134; Amlrerger Pcstoraltheologie Voi.


II. pag. 408 e aeg.
(2) Onorio d’Atìtiun, llib. 2 coup. 1.
Capo 1.

di all’Altissimo (2), usò fino dai primi tempi la


preghiera pubblica durante la notte, già praticata
dai Santi dell’Antico Testamento (1), anzi dagli
stessi pagani (2). Ciò appare dagli Atti Apostolici
e dagli antichi scrittori ecclesiastici.
Uora della notte, nella quale si soleva fare la
preghiera pubblica, secondo il Card. Bona (3) era
diversa nelle varie chiese. In alcune i Notturni si
recitavano ad ore distinte, in altre tutti a mezza­
notte, in altre alla quarta vigilia dleillia notte stessa.
Secondo Beletli (4) ai primi tempi della Chiesa tre
volte si alzavano, dii notte per la recita del divino
Ufficio. Al primo Notturno interveniva soltanto il
dietro, al secondo (mezzanotte) chierici e laici, al
terzo (prima dello spuntare del giorno) ancora tut­
ti. Certo però anche qui la cosa non va presa let­
teralmente, e forse trattasi dii chiese a cui era uni­
to una specie di clero regolare.
A poco a poco, raffreddandosi Ilo zelo, si conti­
nuò la pratica dei tre Notturni ad ore distinte nel­
la notte avanti la Domenica e le principali solen­
nità, mentre nelle altre Ferie si ridusse l’Ufficio ad

(1) Isaia XXVI, 9; Psalm. CXVIII, 26; Geremia, Lanient. 19;


Paal. CXXXni, 1. 2.
(2) Platone, de Leg. c. Vili; Cicerone, de Log. c. II; Seneca,
de Provid. c. V; Bona O., c., cap. VI § 1; Amberger, O. c., p.
517.
(3) Op. c., loc< càt.
(4) Beleth, c. XX; Durando, cap. II.
Del Mattutino 213

un solo notturno che si recitava dal clero a mezza­


notte (1).
Ragioni mistiche poi dii questi tempii sacri alila
preghiera notturna, non me mancano e vengono e-
sposte dai Padri, d’ai sacri scrittori e dal Durando:
«Primo quia Aegyptii de nocte interfecti sunt et
primogenita ìsraelis servata; ut igitur servet no-
bis Dóminus primogenita nostra^ idest hereditatem
regni coeléstis,- quam nóbis primogenitus Dei acqui­
sivit, ideo canimus ei officium nocturnum... — Se­
rando, quia Filius Dei fuit media nocte natus...,
ut igitur ipsius nativitati grati simus, eum de nocte
laudamus et gratias de ipsius nativitate agimus. —
Tertio, quia Christus in nocte hac hora captus et
illusus est a Judaeis; ea hora etiam .spoliavit infer­
num, large noctem accipiendo seu ad iudicium ven­
turum asseritur... Quarto, ut noctes delictorum no­
strorum illuminarentur (2),. Quinto, propter carnis
illecebras psallendo et orando damnandas, quia si­
cut dicitur Eccl. XXXI domat carnes» (3).
Nel) mimerò poi diéi Notturni, dei quali consta or-
(linari'ainenjte l’Ufficio divino, i liturgisti ravvisano :
1. l’imitazilone degli Angeli che ripetono tre volte
Sanctus; 2. l'a lbde alla SS. Trinità; 3. i tre perio­
di della legge r legge naturale, legge scritta, e legge
di grazia.123

(1) Amberger, 0. c., pag. 477; Fornici, 0. c. Pars. II, c


XVIII ; ; Grancolas Comment. Star, del Brev. Rom : Azevedo, del
divino Ufficia.
(2) S. Io. Grisost. Homilia 26 in Act.
(3) Durando, 0* 0., 3ib. V. cap. IH. n. 2.
414 Capo /.

106. Quando l’Uff. notturno si chiamò Mattutino.


La parola Mattutino, iin origine fu applicata a
designare quella parte dell’Ufficio che si recitava
alla quarta vigilia della notte e terminata all’auro­
ra (matuta, aurora) (1), e conteneva 1 Salmi che
oggidì formano le Lodi. Quando, verso il1quinto
secolo l’Ufficio notturno si recitava tutto quanto in
sul far del giorno, esso prese il nome generale di
Mattutino (2).
107. Parte introduttorio del Mattutino.
li Mattutino ha principio colla recita dei1Pater,
Ave, Credo, reso obbligatorio dal Papa S. Pio V.
e coi versi : Domine, labia mea apéries ect. Deus
in adjutorium e Gloria Patri, che mettono chi pre­
ga in speciali relazioni con Dio.
Segue Yinvitatorio, che è come l’invito della
Chiesa a recitare in modo degno l’Ufficio divino
(2). Esso risulta di due parti: la prima è un ver­
setto che si cambia secondo la natura dell’Ufficio:
]!a seconda è formata dal1Salmo 94 che è comune
a tutti gli Uffici. Nell’Ufficio ordinario il Versetto
è tolto dal detto Salmo, e con esso si esaltano le
opere di Dio; nell’Ufficio dei Santi (comune) si
esalta Dio, re dei Santi: Regem Apostolórum, Mar-
tyrum etc. Dóminumvenite adoremus!123

(1) Cffr. Egidio Forcellini, Tot. Latin. Lexicon ad verbum


Matuda.
(2) Cfr. Mauitiiony, Dictionnarie die. «Office divin»; Sozom Higl.
Ecdes. III. 13; Fornici, I. c.
(3) Amberger, O. c., pag. 120; Bona, I. c. Cap. XYI § 8.
D el Mattutino filò

L’invitatorio si ometta : a) noi Triduo delia mor­


te di G. C. in segno di tristezza — b) nell’Ufficio
dei Defunti in segno di lutto. Si recita peraltro nel
giorno della Commemorazione di tutti i Defunti e
nel dì della deposizione, e anniversario perchè que­
sti giorni hanno una speciale solennità, quantun­
que mesta. — c) Nel giorno dell'Epifania si ornet,
te , ma si recita al principio del terzo Notturno fi).
Il Salmo 94, che forma la seconda parte dell’In­
vitatorio. contiene una ammirabile eoooea delle
opere di Dio. Se ne veda il commento fatto da S.
Agostino (2).
UInno del Mattutino è sempre in corrisponden­
za col1senso dell’Invitatorio', del crualie è come la
risnosta (3) e corrisponde pure semnre al carattere
dell’Ufficio, sia essa del Tempo o di un Santo (4).
108. Salmodia del Mattutino. Suo carattere s
ciale.
La Salmodia del Mattutino nelle Domeniche e
Feste di rito doppio e semidoppio si divide in tre1234

(1) A questo punto probabilmente in antico ai poneva l’Invi­


tatorio. Nel di dell’Epifania l’Invitatorio col relativo «almo si
trova nel Breviario seoomdn Ila versione Volgata, mentre comune­
mente il 9almo si recita secondo la versione itala.
(2) Il modo dii recitare il Verso col Salmo e la ragione di que­
sto modo è esposta dal Durando. O. c., lib. V. cap. 3.
(3) Si osservi tioknfe gli Inno dleflle Domieniche cornami (doUTE»
pifania alla Quaresima e dalla Trinità all’Avvento) e delle ferie
settimanali richiamano l’antica disciplina, specialmente la mona­
stica, quando si interrompeva il sonno per sorgere a recitare il
divino Ufficio. Essi sono certamente i più antichi.
(4) Cfr- Thial'bofeT O. c .; A m b erger, 1. c. pag. 534; Brobtìt, O .
c., pag. 144.
216 Capo I.

parti, dette Notturni. Ciascuni Notturno ha tre Sal­


imi, o parti di Salmi!, con altrettante Antifone e le­
zioni.
Que&to numero ternario, che si ripete sì spesso,
non è senza un significato come abbiamo già notato
(1). Ed è anzi importante osservare come nelle
Ufficiature del Comune prevale un pensiero che
traspare dalPInvitatorio, dall’Inno, dalle Antifone,
dai Salmi, dalle Lezioni, diai Responsorii, ecc. e
corrisponde perfettamente al carattere dell’Ufficio.
Cosi p. es. nel primo Notturno dell’Ufficio degli
Apostoli vi è Videa dell’apostolato, la sua missione
(Salmo 18), le fatiche e Ite opere (Salino 33), la
vittoria e la gloria (Salmo44). Nel secondo Not­
turno l’idea è compita nella vita dell’Apostolo di
cui si celebra la Festa. Egli esce a raccogliere i po­
poli nel seno di Abramo (Salmo 46), colle fatiche
e coll’aiuto di Dio procura l'a divina eredità (Sal­
mo (6), riporta il trionfo sulle potenze nemiche
(Salmo 63). Nel terzo notturno (appare la gloria
delVApostolo e del Santo di cui si celebra la Festa :
la sua esaltazione davanti a Dio (Salmo 74), la
beatificazione in Dio e con Dio (Salmo 96), iti re­
gno e le opere gloriose con 'G. C. nella perfetta
giustizia (Salmo 98). Questo carattere appare nel
Mattutino dei’ martiri cioè Videa del! Martirio, il
fatto del Martirio, la gloria sua; in quella dei Con­
fessori vi ha Pidea del Santo che confessa la fede,1

(1) Cfr. inoltre Thalhofer, I. c.; Amberg, I. c. pag. 534; Probst.


O.c. pag. 144.
Del Mattutàtto 217

la vita del Confessore e la sua glorila*; in quello del­


le Vergimi l’id'ea della verginità, in quella della De­
dicazione delle chiese appare la natura della de­
dicazione, il fatto, la chiesa dedicata, che rappre­
senta il regno di Dio (1).
Questa ufficiatura del Comune peraltro in segui­
lo alla riforma piana non si recita più se non nel­
le Fes/te della B. V., di S. Giovanni, dii S. Giusep­
pe, dei Santi Apostoli e nei doppi di prima e di
seconda classe, se non hanno ufficiatura propria.
Per tutti gli altri1Uffici i Salmi del Mattutino si db-
sumono ordinariamente dal Salterio, secondo la
Feria corrente.
109. Conclusione del Mattutino.
La conclusione naturale del Mattutino sarebbe
il nono Responsorio od il Te Deum, che si recita
in sua vece. Questa parte deilFUfficiio peraltro va
naturalmente unita alle Lodi e quindi non, ha con­
clusione propria.
Nella recita privata il Mattutino si può separare
dalle Lodi, e in questo caso dopo il Dóminus Vo­
biscum coll’Orazione delle Lodi. Dopo l’Orazione
si aggiunge il Dóminus vobiscum, Benedicamus Do-
mino, Fidelium animae, quindi si dice in segreto
il Pater noster (2).12

(1) Veda sviluppato ampiamente questo pensiero dall’Àmberg.


D. c., pag. 535 e seg.
(2) Rubr. OircKliawi ddv. Officii.
CAPO IL
Delle Lodi .
110* Ragione del nome Lodi, Come si incomin­
ciano le Lodi.
La seconda parte dteliPUfficio si chiama col nome
di Lodi o Lodi mattutine, perchè contiene in modo
più speciale le lodi di Dio. Le Lodi hanno per isco-
po di continuare spiritualmente il sacrificio mattu­
tino che s’immolava dagli Ebrei' per ordine di Dio:
sono certamente, quanto alla sostanza, di istituzio­
ne Apostolica e sono una delle due parti delFUffi-
cio che si cantano pubblicamente con maggiore so­
lennità (1). ‘Sono il saluto che la!Chiesa dà non so­
lo alia luce solare ma. a Colui che è la luce vera,
che illumina ogni uomo che viene al mondo (2).
Quando le lodi, fuori del coro, si separano dal
Mattutino si premette il Pater, Ave; altrimenti, se
vanno unite al Mattutino, si incominciano imme­
diatamente col Deus in adiutorium ecc. come le al­
tre Ore (3).
111. Salmodia delle Lodi.
Le Lodi hanno quattro Salmi e un Cantico, quasi
a consacrare a Dio i nostri cinque sensi, a rappre­
sentare le vittime del sacrificio mattutino offerto da­
gli ebrei. Nel nuovo Salterio per ogni giorno della
settimana, compresa la Domenica, si trovano due
schemi di Salmi per le Lodi.123
(1) Caerem. Episcopi lib. IL cap. VII.
(2) Joann, I.
(3) Bubr. Ord. dir. off.
DelU Lodi

II primo schema delle Lodi domenicali si recita :


a) nelle Domeniche di tutto l’anno; eccetto que
le che decorrono dalla \Settuagesima, alia Domenica
delle Palme, inclusive; b) inoltre si recita, colle ri­
spettive Antifone, nelle Vigilie di Natale, dell’E­
pifania, di Pentecoste, nella Feria VI dopo l’Otta­
va dell’Ascensione, nei doppi di I e II classe, nel­
le feste del' Signore, della B. V., dei Santi Angeli,
di S. Giovanni Battista, di S. Giuseppe e dei Santi
Apostoli: c) nelle Feste che hanno Antifone pro­
prie alle Lodi. II secondo schema delle Lodi dome­
nicali si recita solamente nelle Domeniche dalla
Settuagesima alle Palme inclusive.
Il primo schema delle Lodi poste nelle altre Fe­
rie della settimana si recita: a) nelle Ferie delVanr
no, eccetto quelle che occorrono nelle settimane
della Settuagesima, Sessagesima, Quinquagesima, o
nelle Vigilie comuni; b) nelle Ferie del Tempo pa­
squale; c) nelle Feste che occorrono in qualsiasi
tempo dell’anno (eccetto quelle inditate più sopra)
— H secondo schema delle Lodi feriali si usa: a)
nelle Ferie d*Avvento o in quelle che decorrono
dalla Feria II. dopo la Domenica di Settuagesima
fino al sabato della Settimana santa inclusive; b)
nelle Vigilie comuni, fuori del Tempo pasquale, e
nei quattro Tempi, quando si fa Ufficio della Feria
( 1). 1

(1) TihaUiofer, 0 . c. p . 453; Amberger, p. 563 ®eg. dove si tro­


va esposto il senso di tutti i Salmi delle Lodi, e delle Ore do­
menicali.
220 Capo IL

112. Altre parti delle Lodi.


Ai Salmi succede una breve lezione chiamata
Capitolo, che pure rappresenta un pensiero pro­
prio, secondo il Tempo o la Festa in cui si recita
il divino Ufficio. UInno delle Lodi ha sempre rela­
zione col Mattutino 'ed in -esso si ricorda la notte
che passa, la luce, il giorno, simbolo dii G. G. che
porta la vera luce alle anime. Hanno specialmen­
te questo- carattere gli Inni del Tempo.
Tra l’Inno ed il Cantico Benedictus•vi ha un Fez -
setto che pure riflette il carattere dell’Ufficio che
si recita^ Così per esempio, nelle Domeniche comu­
ni, il cui Ufficio esalta la risurrezione dì G. C., si
trova il Versetto : Dóminus regnavit, decorem in­
duit; col Responsorio Induit Dominus fortitudinem
et praecinxit se virtute.
Segue un*Antifona propria ed il' Cantico dì Zac­
caria,, del quale si parlerà a suo luogo.
Le Lodi si concludono finalmente coll’Orazione
délIlfUfficib o con altre più fervide e lunghe pre­
ghiere \Preci, Suffragio) secondo il Tempo o la na­
tura delFUfficilo.
L’Orazione si conclude col Benedicamus Domino
e Fidelium animae (1).
Segue quindi una Antifona detta finale che si
trova alla fine delFOrdSnario del divino Ufficio.1

(1) Quantunque nellia, recita -privata si possano separane le Lo­


di dall Mattutino, pure queste due Otre a! presente non sonot due
Ore distinte, ina due parti della stessa Ora, in modo che tutte
insieme le Ore dell’Ufficio divino formano il numero di sette.
CAPO IIL
Delle ore minori.

113. Le antiche S tation es e le ore diurne.


Ad esempio degli Apostoli, che avevano consa­
crato aillia preghiera alcune ore determinate del
giorno dette pereto dia Tertulliano horae apostoli-
eoe, solevano gli antichi cristiani, in unione col
clero:, assisterei, in dati tempi del giorno, alila pre­
ghiera pubblica. Queste adunanze erano chiamate
stationes, nonne che dalla milizia romana passò al­
la milizia cristiana. «Statio de militari exemplo no-
meri accépit, nam et militia Dei sumus». (1). Da
questo costume provvennero Ite Ore minori del di­
vino Ufficio, nella loro parte essenziale, cioè dii pre­
ghiera pubblica, composta di Salmi e di Inni e, di­
stribuita secondo le quattro principali divisioni del
giorno. Più. tardi furono ordinate dai monaci Cas­
cano, S. Basilio e S. Benedetto, e ridótte alla uni­
formità dal Pontefice S. Pio V.
114. Origine dell’ora e del nome di P rim a.
Ragione e carattere di questa parte del divino Ufficio
Non sono dfaccordo i liturgisti nell1’affermare
quiaì’e sia stata Forigine della prima delle Ore mi­
nori', chiamata perciò Prima. Vi ha chi attribuisce
alFabate Castellano, il quale afferma (2) averla or­
ci) Tertull. De Oratióne; De corona militis De jejunio.
(2) Cassiam. Kb. III. de diumis Oradon-, cap. 4; de imit., db.
III. 2.
Capo ili.

damata nel suo monastero di Betlemme, affine di


tenere occupati i monaci nel tempo che passa dal.l^
recita delle Lodi all’ora di Terza.
£ d’altra parte è certo ancora che nessuno dei
Padri anteriori a questo monaco fa menzione di
quest’ora diurna, mentre i pochi cenni che si tro­
vano nei lbro scritti (1) si vogliono' intendere piut­
tosto della preghiera mattutina dei cristiani o del­
le Lodi (2). Egli è certo ancora che questa pratica
passò tosto all’occidente, e che S. Benedetto la
prescrisse ai suoi monaci.
Si chiama anche Hora matutina (corrisponden­
do infatti ad un dipresso alle sei del mattino) e l’an­
tica sua struttura è brevemente riferita dal Fornir
ci : «Ratio persolvendae hujus Horae varia a variis
auctoribus refertur. Tres psalmos, temasque col­
lectas Primae tribuit Cassianus ; S. Aurelianus duo­
decim; S. Benedictus jubet (Gap. 16) dici initio
Deus in adiutorium, hymnum, tres psalmos cum
Gloria ad cujusque finem, Lectionem, Versiculum
Kyrie eleison, quibus finitis, abire licebat. Nullam
Prima habebat antipbonam, sicuti olim minores
Horae, ut constat ex Ordinibus Romanis et hodie
servatur tribus ante Pascha diebus et Paschatis
hebdomada» (3).
Le ragioni per cui la Chiesa prega a quest’ora123

(1) Constit Apost VEI. 4; S. Basii. In Reg. fus disp. inter


37. etc.
(2) Cfr. Thalhofer, O. c. pag. 458 e »eg. ; Amberg O. c, pag,
579. Durando O. c., lib. V. cap. 5.
(3) Fornici, O. c. p. 156.
DfiLi ore minori

sono ampiamente esposte dal Card. Bona (1) e dal


Durando (2) e sono; — 1. per offrire a Dio le
primizie della giornata; — 2. per domandargli la
grazia che ci conservi sani di corpo e dii spirito ; —
3. perchè ci preservi dai peccati, dalle vanità, dai*
le contese, dall’orgoglio, dall’impurità ; — 4. per
chiedere che la luce del sole di giustizia si levi ad
illuminare le anime nostre.
Quest’Ora ha un carattere generale e per essa
si invocano le divine benedizioni per tutta la gior­
nata e per la santificazione del lavoro quotidiano.
115. Salmodia di Prima.
Colla riforma del Salterio anche le Ore Minori
sono diverse nei diversi giorni della settimana»
L’Ora di Prima domenicale incomincia, dopo l’in­
troduzione e l’Inno, col Confitémini, che si omette
dalla^ Settuagesima alla Domenica delle Palme e si
dicono in suo luogo i Salmi Dóminus regnavit e
Jubilate che non si trovano nelle Lodi di questo
tempo. Il Confitemini si omette ancora negli uffici
nei quali' si dicono Ile Ore domenicali che sono
quelli accennati parlando delle Lodi. In questi' Uf­
fici, in luogo del Confitemini, si dice il Salmo;
Deus in nomine tuo.
Seguono due parti! del lunghissimo salmo 118
Beati immaculati, le cui- altre parti sono sparse nel­
le altre Ore minori' domenicali. Conclude Prima12

(1) Bona, O. c., cap. VI. §. 3, n. S.


(2) Durando, I. c. n. 13.
Capo HI.

della domenica ìli Simbolo AtamasIano. Si noti che


questo simbolo di dlilce solamente nelle Domeniche
minori dopo l’Epifania e dopo Pentecoste quando si
si fa Uffizio de Dominica, e non occorre in esse la
commemorazione di, un Ufficio doppio semplifica­
to o di' una Ottava. Si dlilce pierò nella festa della
SS. Trinità, contenendo esso la professione dii fede
in questo 'augusto mistero.
Nelle Ferie della settimana FOra di Prima, co­
me le altre minori, ha Salmi speciali per ogni feria
ed ha comune con Prima domenicale le parti che
si trovano nell’Ordinario delFUfficio.

116. Dal Capitolo alla Benedizione.


Il Capitolo di Prima è la risposta alila demanda
del1Salmo 118 «doce me justificationes tuas», ed e-
esprime il1fine -della Chiesa, che è di glorificare Id<*
diio. Oli Uffici feriali hanno un Capitolo' tolto dal-
PAntico Testamento* (Zacc. Vili. 19). H1Responso­
rio breve, del quale si parlerà più ampiamente a
suo luogo, è il grido dall’anima che invoca la divi­
na misericordia. Il Versetto esprime il pensiero
generale thè trovasi in quest’Ora: Exsurge Christe,
adiuva nos. La Orazione preoedhila dalie preci in
giorni speciali, è una invocazione fatta a Dio per­
chè oi salvi e ci diriga nella giornata.
A questo punto, nella recita corale dell’Ufficio,
si legge il Martirologio, nel modo ohe è prescritto
dalla rubrica del1Martirologio stesso. Il fiae di que­
sta lettura è di farci conoscere i nomi dei gloriosi
fratelli nostri che trionfarono del mondo e dei tor-
Delle ore minori

mentii per amar dii G. C., e per eccitarci ad imitar­


ne gli) esempi.
Ili Versetto che segue la lettura diéi Martirologio
e FOrazione sono diiretltd ad1invocare la protezione
dei Santi, dei quali si è narrata la morte preziosa.
L’Graziione non è preceduta dalia parola Oremus,
perdhè con essa qui si esprime piuttosto un voto
e non è diretta a Dio come le altre.
A questo punto, nelle case religiose, il1Superio­
re diava gli avvisi ed assegnava ai monaci gli uffici
del giorno, e questa è la ragione del Deus in adiu­
torium che tosto segue. Sài ripete tre volte dice il Du­
rando (1) : a) ad invocare le tre Persone della SS.
Trinità: - b) a difendersi contro i tre nemici spi­
rimali che sono il mondo, il demonio e la canne:
c) per detestare i peccati passati, presenti e futuri;
- d) ad imitazione di G. C. il quale nell*orto degli
ulivi pregò tre volte, dicendo la stessa parola; - e)
ad esprimere in fine l’ardente desiderio dii essere e-
sauditi.
Dopo questa preghiera si leggeva dai Regolari,
un capitolo dèlie Costituzioni, ora invece si legge
negli Uffici del tempo un Capitolo scritturale, pro­
pinilo dell tempo, ei negli Uffici dlellLe Feste del Capi­
tolo stesso di Nona*, che è qui dietto : Lezione bre­
ve. Finalmente il Superiore dava la benedizione, la
cui formula, tanto d’invocazione da parte dei mo­
naci quanto d’iìmparti'zione da parte die! Superio­
re, è rimasta ancora alla fine dii quest’Ora.

(1) Durando, I. c., n. 18, Gfr. Thalhofer, O. c., pag. 465.


Capo HI.

117. Le Ore minori di Terza, Sesta e Nona.


Le Ore di Terza, Sesta, Nona sono Ile partti, del di­
vino Ufficio ohe corrispondono alla relativa divi­
sione antica del giorno (1), e se si) considerano non
nella forma attuale ma come tempi di pubbliche
preghiere, risalgono certamente al tempo apostolico.
La Salmodila domenicale dii queste Ore, è unica
ed è Ila continuazione dii qneilllja di prima, cioè dici
Salmo 118, che è diviso in undici piarti, delle quali
due si recitano a Prima e le altre nove sono distri­
buite nelle altre Ore, tre per ciascuna. Ogni parte
podi composta dii sedici1Versetti, è chiusa dal Gloria
e corrisponde perfettamente alla fine per cui si pre­
ga a ciascuna di queste Ore. Queste ore domenicali
si recitano negli Uffici più volte editati- e segnati nel­
le nuove Rubriche diéi Salterio al Tit. n. 1.
La Salmodia feriale di queste Ore invece è diver­
sa per ciascuna Feria della settimana. Queste Ore
feriali si recitano ordinariamente nella Feria e nel­
le Fejste dei Santi, eccetto quelli che, come s’è iet­
to, esigono1le Ore domenicali1.
118. Perchè si prega in queste ore del giorno.
Il1fine generale pei quale si prega all’ora di Ter­
za, di Sesta e di Nona, è di elevare con brevi pre-
ghietre la mente a Dio durante il lavoro della gior­
nata conforme alllfiindloiHe delle varile ore del giorno.
Il fine speciale di cdlasicun’ora appare dalla l'oro stes­
sa struttura, specialmente dagli Inni.
A Terza si prega per onorare lo Spirito Santo e
(1) Cioè Terza dalle ore sei alle nove; Sesta’ dalle nove alle
dodici; Nona dalle dodici alle tre pomeridiane.
Dette ore minori

lo s’invoca sulle azioni della giornata. e «uUie nostre


potenze : Os, lingua, mens sensus, vigori in secon­
do luogo per onoiraire e ricordare la passione di N.
S. (dat causa, Tertia mortis. Di qui la ragione del
Capitolo comune domenicale: Deus caritas est, che
corrisponde perfettamente alla parte die! salmo In­
clina cor meum, e diéi feriale Sana me, Domine.
La Terza è la più solenne delle Ore, detta per­
ciò Hora aurea, Hora sacra e nelle chiese conven­
tuali va quasi sempre strettamente unita alla Messa.
L’ora di Sesta è ordinata a onorare la cr icifi.ssio­0

ne di G. C. (Sexta ertoci nectat). In essa sii invoca


Dio governatore degli elementi affinchè temperi i]
calore fìsico, onde non sia di nocumento ai corpi:
e ci dia la santità e la pace del! cuore. E’ ili pensie­
ro espresso dall’Inno : Atofer calorem noxium; e il
Capitolo, i Responsori anche nell’attuale struttura
corrispondono sempre a questo pensiero.
Nona venne istituita per 'Onorare la morte del
Divin Redentore (latus eius aperuit). In essa s’in­
voca Dio, lucis diurnae tempora successibus deter­
minans, a soccorrerci colla grazia alla fine della no­
stra vita e giornata (Largire lumen vespere). Tutte
le parti di quest’ora hanno relazione a questo
pensiero (1).
Tutte le Ore terminano col V. Fidélium animae,
che non si omette mai, eccetto dopo Terza che pre­
cede la Messa pontificale (2). ,12
(1) Cfr. Thalhofer, O. e. p. 466 e seg.; Amberg, O. c. pag. 588;
Martigny. Diction, eoe. «Office divin»', Bo-na, Divin PfktLm., cap.
VII; Fornici, O. c., pag. 156; Probat, 0. c., p. 150 e seg.; Du­
rando, lib. V, cap. 6-7-0.
(2) S.. R. C. d. 4219.
CAPO IV .

D el Vespro.

119. Vari nomi di questa parte dell’Ufficio.


La parte dlélLUfficilo devino ohe segue all’Ora
dai Noma chiamasi Vespro od Ora vespertina, dal
nome di quella stella che si’ rende visibile in un
dato tempo delFanno, in sulla aera (1).
Si chiama anche: 1. Lucernarium ovvero hora
lucernario, per indicare come, iln quei! tempo, al
principio dèi Vespri ai accendevano i lumi (2). Co­
sì la chiamano Samt’lsadoro dii Siviglia (3), S. Ba­
silio (4) e San Giovanni Crisostomo (5); 2. hora
duodecima, che serviva di quarta stazione dellFUf-
ficio dÉimo e dai conclusione diéi medesimo; 3. pres­
so gli orientali érciXtyvtov, (epilycnion) che si­
gnifica come questa parte deB’Uffidio corrisponde
al sacrificio vespertino, all”hora incensi, della li­
turgia ebraica; 4. 'da San Basilio è chiamata anche
eucharistia9 perchè è un ringraziamento pei divini
benefici' ricevuti melila giornata (6).123456

(1) «Vespertinum Officium e vespere stella nominatur, quae


in principio noctis oritur». (Dumaiiudlo^ O, c., cap. 9, a». 1 : S.
Isid. di '^vigliai, de eccl. Offo c- XXIU. Eltym., dtìib. VI, c; 35.
(2) Durando, 1. c. n. 9.
(3) S. Isid. Reg. Monadi., cap. VL
(4) S. Basii, ad Amphiloch. c. 29
(5) S. Io. Càys1. iExposit in psal. 48.
(6) S. Basii. Regni., c. 7.
Del Vespro

120. Antichità della preghiera vespertina - S


varia disciplina, sua ragione di essere.
Lai preghiera pubblica vespertina ha dunque la
sua erigine melila liturgia ebraica : gli Apostoli ne
diedero esempio e ne regolarono il medio, come ci
appare dagli Atti e dlalle Lettere degli Apostoli,
dalle Costituzioni apostoliche e dai Canoni di San
Ippolito. I cristiani vi intervenivano ed il clero vi
era obbligate (1). Ancora oggidì Ila Chilesa suole
anticipare le sue solennità, celebrandone i primi
Vespri (2).
Se però diali’antichità della preghiera vespertina
passiamo a ricercare il tempo preciso e U modo con
cui si faceva, o le parti delle quali risultava, non
troviamo sempre, 'come die!) reste naturale, unifor­
mità nella disciplina liturgica. Riguardlo infatti al­
l’ora del giorno, questa variava secondo le chiese
ed i tempi, pur reistamdo sempre in sulla scena. Co­
sì introdottasi FOra di Compieta, la preghiera ve­
spertina si trasportò più accanto all’Ora Nona (3).
E quando, iln conseguenza della limitazione del
tempo per la celebrazione della Messa dalFau-
roTa al mezzodì, le Ore minori 6Ì dovettero
recitare (in coro) prima dii mezzogiorno, il123

(1) S. Basii., 0. c.; Conc. di Laodicea Can XVIIII; S. Am­


brogio Lib. IH. Epist II; S. Gerolamo ad Eustoch. de custod.
virg.; Conum, in Ps. 118; Cfr. Grancolas Treddé de Off. divin.
pag. 348.
(2) Cfr. Caerem. Episc., lib. Il, c. 1.
(3) Thalliofm O. c. p- 470471.
230 Cupo IV.

Vespro venne pure) anticipato, fino alla moderna di­


sciplina di recitarlo nei giorni! di digiuno quaresi­
male ante comestionem, Ila quale, a tempi di S. To­
maso (1) era verso le tre pomeridiane ed 'orai si ri­
tiene a'mezzogiorno (2).
Anche la forma del Vespro e le sue parti' variano
seCcwndb i luoghi ed! i tempi. Cosi S. Benedetto ri­
dusse i Salmi dbl Vespro al1numero di quattro, ai1
quali aggiunse Plnno e il Cantico Magnificat (3).
I Padri ed i Iffiturgjiistli danno varie ragioni per le
quali) si prega in questo tempo» del giorno :
1. Ad! esempio degli Ebrei (e quorum fontibus
non pauci e nostris ritibus emanarunt) (4), che of­
frivano il' sacrificalo. vespertino.
2. Per onorare Pistituzione delia SS. Eucarestia
e la deposizione del’sacro1corpo del Redentore dal­
la croce;
4. Per prepararsi alla morte, figurata nella not-
te (5). !
121. Introduzione. Salmodia del Vespro.
Ri Ve»spro, come le Lodi, ha ili carattere di pre­
ghiera di Indie e dii' ringraziamento, tanto pedi hene-12345

(1) S. Thom. Swnm. theol. 2. 2. quaest. 147. 7.


(2) S. 'Cassiian. de Institi, coenob. HI. 3.
(3) Circa la disciplina del Vespro vedi l’opera più volte cita­
ta' diéi1 BauSner: Geischichte des Brevier» Freiburg! 1895 a paig
20, 34, 54, 59, 102, 107 e seg. 130, 175 e seg. 225, 242 e seg.;
Manòne, de <mt. Monach., rit., n. 10; Fornici, O. c., pag. 156.
(4) Durando O. c., lib. V, c. 9, n. 3, ove si espongono vari
altri sensi, secondo, il gusto delFautore, di eccessivamente sim­
bolizzare.
(5) Vedi Maugère, O. c., pag. 238: Amberger, pag. 595.
Del Vespro 231

fici della giornata, quanto e sopnatutto pei bene­


ficai della Redenzione; epperò esisto ha intima rela­
zione colla passione di G. C. (Vesperae deponunt).
Come preghiera dii lioidle tocca dii sublime ned1canti­
co Magnificat, dhe! Ito chiude.
Questa parte del divino Ufficio ha per introdu­
zione come Ito altre parti, il Pater, Ave, Deus in ad­
jutorium tote.; quindi seguono' cinque 'Salimi', nu­
mero che non è senza significato morale, perchè ci
insegna: <<ut defleamus et petamus veniam pecca­
torum, quae in die per, quinque sensus corporis com­
mittuntur et ad nos intrant» (1). Tali Salmi an­
ticamente erano i feriali.
I Salmi che occorrono nelle Domeniche e Feste
speciali sono :
1. Il Salmo Dixit Dominus (109), che narra le
glorile dell Messia, epperò il Salmo della Domenica
e diedi Santi', che dal Redtontore ebbero la gloria, il
Salmo della Regina diéi Santi, alla qualto G. G. ha
pur deltto: Sede a dextris meis.
2. Ili Confiteor (110) loda Diio dei benefici1com­
partiti al) popolo nell’A. T. ; e specialmente per a-
verlto nutrito della manna nel deserto, e condotto
alla terra promessa. E’ dunque il ringraziamento
a G. C. perchè istituì la SS. Eucaristia e ci intro­
dusse nella vita eterna; quindi1si recita nelle Felsite
del Signore e dei Santi più illustri, nei quali Dio
ha manifestato le sue meraviglie.
3. Il Beatus vir (111) esalta l’uomo che teme il

(1) Bona, 0. c., lib. II, cap. VII. 6.


Signore, osserva la divina legge; esalta G. C die
venne glorificato ; quindi è il Salmo delle Feste diéi
Redentore. I Saniti hanno camminato su questa via;
vernine glorificato ; quindi è ili Salmo delle Feste die!
Redentore. I Santi hanno camminato su questa via ;
epperò sono un semen potens, e la loro memorila è
eterna : anche ad! essi adunque ben si aggiusta que­
sto Salmo.
4. Il Laudate, pueri Dominum (112) è un tene­
ro invilo a lodare ili Signore che discese sino a noi
per collocarci «cum principibus populi sui» Sf ap­
plica stupendamente al Redentore, a Maria che è
la «madre dei figli esultanti» ed ai Santi.
5. Il salmo In exitu Israel de Aegypto (113) con­
tiene dlue parti : nella prima esalta Diio per l!e me­
raviglie operate nel1suo popolo ; nella seconda1Non
nobis, Domine etc. si contiene una fervida invo­
cazione perchè Ci premervi dalFidblatria e dallo sta­
to di peccato. Si recita perciò convenientemente per
l’Ottava dì Pasqua, dii Pentecoste, dèllTEpifania e
in tutte le Domeniche.
La salmodia del' Vespro secondo la riforma
piana, è diversa nelle varie Ferie della settimana.
Consta sempre di cinque salimi e si dicono tanto
nell Tempo pasquale come fuori di esso, tanto nel­
l’Ufficio feriale quanto al festivo di nove o tre le­
zioni ogni volta che si devono, secondo le Rubri­
che, recitare ì salmi dèlia Feria, come nel Salte­
rio, ossia nelFUffioio ordinario.
Del Vespro

122. Capitolo. Inno. Conclusione del Vespro.


Ai cinque Salmi' segue una breve Lezione della
sacra Scrittura detta Capitolo. La Domenica, le Fe­
rie, Ile Feìste hanno Capitoli il cui carattere, come
quelita dellllte Lodi, consuona perfettamente colFUf-
ciò. Così nelle Domeniche comuni e nelle Ferie
ehdomadali 'e il' Benedictus Deus (2 Cor. 3-4),
quello del1Sabbato ossia dei primi Vespri della
Domenica O altitudo (Rom. XI. 33). Quello del­
l’Avvento, di Quaresima, die! Tempo pasquale oor-
rilspondb perfettamente a quiesti templi-
La sacra poesia di questi Inni in generale è pie­
na dir sentimenti di lode a Dio, di invocazione, di
ringraziamento e di ammirazione. Bene spesso al­
ludono alle opere dolila creazione compiute da Dio
nell giiro di una settimana. Così nelle Domeniche
comuni abbiano l’Inno : «Lurìs creator optime»
che ci fa ammirare Dio creatore e invocare come
luce e viltà delle anime. Alfa Feria II l’Inno r «Im­
mense coeli Cónditor»' che esalta, la seconda! opera
della creazione «'firmans locum coelestibus» e ci fa
invocare la conferma della grazia nelle anime, per­
chè tutte le azioni siano ordinate. Quello della Fe­
ria UT: «Telluris alme Cónditor» esalta lia separa­
zione fatta da Diio della terra e delle acque e ci fa
invocare T’a grazia di separarci dal male. Quello d'ol­
la Feria IV: «Coeli Deus sanctissime» esalta la
creazione degli astri e ci fa invocare la luce della
grazia sulle anime nostre. Quello della Feria V :
«Magnae Deus potentiae», ricorda la fecondità co­
municata da Dìo agli elementi e ci fa invocare i
frutti’ diedi sangue dì Gesù Cristo : «Quos mundat
m Capo IV.

unda sanguinis». Queliti cfella Feria VI «Hominis


superne Cónditor» esalta la creazione dlegli anima­
li terrestri, dlelFuomo, ie ci fa invocane la grazia
di comprimere Ila cupidigia e di ottenere i beni spi­
rituali : «gratiarum munera... pacis foedera», Quel­
lo infine del Sabbato: «Jam sol recedit igneus»,
raccoglie le) Lodi giornaliere e domanda la grazia
di lodare Dio neLFeternità: «Laudémus inter eoe-
lites».
Corrisponde pure al Tempo quaresimale l’anno
vesperale: «Audi benigne conditor» al Tempo Pa­
squale quello che incomincia: «Ad regias Agni
dapes». Tutti questi inni formano un cielo stupen­
do.
Gli inni vesperali festivi sono in stretta relazio­
ne col fine dell’Ufficio, cioè di lodare e ringrazia­
re Dtiio, mirabile nei suoi Santi, come si può facil­
mente vedere a suo luogo nel Proprio e nel' Comu­
ne deii Santi.
131 Versetto che segue Filmo ne concentra sem­
pre in sè ili pensiero. Ad esso segue Fammirabile
Cantico Magnificat, di cui si parlerà a suo Itoogo,
e YOrazione, dhe in certi giorni è preceduta dal­
le preces feriales, colila conclusione sua, come alle
Lodi (1).
123. Alcune norme pel Vespro cantato. Paramenti
Quando si cantano i Vespri esposto il SS. Sacra­
mento, non si incensano gli altari fuori dell’Alta-

(1) Tihalhofer, 0 . c., pag. 475.


Dei Vespro 235

re «Davanti1al quale eli canta, nemmeno se in uno


di eslsi si conitjenèsse il' SS. Sacramento nel taber­
nacolo (1).
I Vespri che di' 'Cantano nella Chiesa ove non vi
è Pobbligo dèi! coro, essila nelle semplici chièse
parrocchiali e minori, possono essere di un uffi­
cio diverso dii quello prescritto nel Calendario, pur.
chè quteHi che sono obhigati alPUfficio recitino
quello corrente (2).
Nelle chièse parrocchiali ove non vi è ^obbligo
del coro, durante la Quaresima, nella Festa di S.
Giuseppe o dii alteri Santi, non si possono cantare
i Vespri dopo il mezzogiorno nemmeno a fomento
della divozione del' popolo (3).
Circa i parimenti, se i Vespri si cantano, come
di solito, davanti) all’aftiare, ai sedili, il Celebrante
indossa cotta e piviale ed anche la stola, se dopo
i Vespri segue altra funzione che l!a richiede; od
anche amitto, camice, cingolo, stola e piviale. I Mi­
nistri possono 'indossare la cotta e il piviale, ovve­
ro 1’amitto, ili camice co! cingolo, e il piviale. TI co-
loie dei paramenti è quello richiesto dall’Ufficio
che si canta. Non si possono adoperare e dalma­
tiche, e tunioeìPe d'ai Ministri, nemmeno se èspo-123

(1) S. R. C. d. 4271, III, IV.


(2) S. R. €. d'. 3624, XII.
(3) S R. C. d. 3675, II. Questa disposizione sembra però ri­
servata alle chiese ove vi è il Capitolo e si cantano i Vespri so­
lenni. E’ dubbio che si debba estendere a tutte quant le chiese,
massime se vi è la consuetudine diocesana contraria e il popolo
farebbe meraviglia se non ai seguisse.
Cwpo IV.

sto ili SS. Sacramento o se dopo i Vespri si dleve


fare Ita processione, o dare l'a benedizione, ma de­
vono; usare il piviale anche i ministri. Non vale
nemmeno l'a ragione della povertà della chiesa
mancante di piviale ; in questo caso devono assiste­
re in cotta e il Celebrante indossa solo cotta, stola
(se segue Ila Benedizione) col piviale. Così vale an­
che sie si cantano i Vespri subito dopo la Messa (1).
Quandb i Vespri si cantano coi paramenti dii co­
lor rosso., verde violaceo, questi si possono an­
01

che usare per là benedizione col SS. Sacramento


che segue immediatamente i Vespri, ma la contin­
genza, o vello omerale, dev’essere bianca, come si
nota altrove.1

(1) S. R. C. d. 2390, 6.
CAPO V.

Della Compieta.

124. Nomi. Origine. Ragione della Compieta


L’ultima parte dèi divino Ufficio chiamasi Com­
pieta (Completorium, Completio) ; sia perchè è il
termine, la corona, il compimento di tfutto l’Ufficio,
sia ancora : «quia in eo \completur communis usus
locuùonis, cibi et potus et aliorum, quae necessa­
rio pro corporis sustentatione sumuntur» (1)
Essa chiamasi ancora : Initium noctis, Prima noc­
tis hora9 perchè ista tra Ia preghiera diurna e la
notturna.
Circa Uorigine dii questa parte alcuni appoggiati
ad espressione diéi Padri, che parlano della preghiè­
ra, avanti il! riposo della notte, affermano essere
questa Ora dii antichissima e pressocchè apostolica
istituzione. Se ben si osserva però, le espressioni dei
Padri non hanno relazione col divino Ufficio, ma
colla preghiera privata che raccomandasi ai cristia­
ni dii' allora, come si raccomanda oiggiidl. Comune­
mente quindi l’origine della Compieta si ritiene di
istituzione monastica, e si fa risalire a S. Benedetto,
quantunque se ne trovino traccici nelle istituzioni
monastiche di S. Basilio. Recitavasi allora al termi­
ne dèi giorno, avanti il riposo, e le cose che prece1

(1) Amalar. de Off. eccles., Zib. IV, c. 8; Durando, lib. V., e.


10.
238 Capo V.

dono e concludono questa Ora rchiiamano ancora


abbastanza Ite istituzioni monatetiicibie.
La Ohiiefea ci fa poi pregare a questo tempo del
giorno per quesitie ragioni :
a) per imitare Ila preghiera dii G. C. neliporto che
si protrasse fino alia notte :
b) per consacrare a Dio il riposo notturno ;
c) Per ricordare il salutare pensiero della morte,
figurata nel sonno;
d) per ricordare la protezione divina contro le
insidile 'del demonio (1);
e) per onorare la sepoltura di G. C. (Tumulo
Completa reponit) e ricordare il termine di nostra
vita: «Noctem quietam et finem perféctum etc.».
125. Introduzione alla Compieta. Salmodia.
Dall' fine pel quale questa parte dell’Ufficio ven­
ne istituita, come prefazione al riposo notturno, e
dalle ragioni sopra accennate, dipende naturalmen­
te tutto il1suo organismo (2).
La salmodia di Compieta domenicale venne in­
trodotta nel Breviario Romano e proviene eviden­
temente dalla discipLina monastica corale (3). La123

(1) Dunamido, L V. c, 10. Maiugère, O. c., pag. 240:


(2) La recita del Pater, Ave, anche quando si separa il Vespro
da Compieta, non è prescritta come appare dalla lecente rubri­
ca nell’Ordinario. Cfr. Rub. gcn., tit. XVIII. 1; Tit. XXXII. 1.
(3) Su di essa qui non possiamo trattenerci. Chi volesse fare
uno studio su questo punto troverà moltissime opere che gli pre­
steranno sussidio. Così p. es. il Martène, che raccolse le antiche
discipline liturgiche.
Della Compieta

prima introduzione deililta Compieta colia lezione


Frates, sobrii estóte, preceduta dalla benedizione, è
tolta, dia San Pietro (I. cap. V 8) ed è una esorta­
zione alila vigilanza e alila sobrietà, per vincere le
insidie del' demonio; il Confiteor è la formola di
confessione liturgica, una preghiera, p^r ottenere
il perdono dei peccati della giornata ; è preceduta
dal versetto esprimente fiducia: Adiutorium no­
strum etc. col segno di croce, sotto la cui protezio­
ne ci mettiamo, e dalla recita, in silenzio, del Pa­
ter noster.
JJintroduzione propria di Compieta: è costitui­
ta dalle parole Converte nos Deus etc. che sii reci­
tano facendo, giusta una pia pratica approvata, il
segno di croce sul petto (1); è seguita dal Deus in
adjutorium, comune a tutte le altre Ore. Al Gloria
Patri si aggiunge sempre Alleluia o Laus tibi Do­
mine etc. come nelle altre Ore (2).
La salmodia dèlia Compieta domenicale risulta
di tre Salmi: il primo dei quali è il Salmo 4, Cum
invocarem, che contiene un ringraziamento per la
protezione di Dio nella giornata, una invocazione
di aiuto per l'a notte, ricorda con dolore come mol­
ti vivono trascuratili di Dio e vanno e ito cerca dèlia
menzogna e dèlia vanità. Il secondo: Qui habitat
(30) narra le meraviglile della divina protezione nei
pericoli del giorno e della notte, per condurre le
anime ad una lunga vita ed alla visione beatifica.12

(1) Thalhioifeir, 1. c. pag, 479 sfeg.; Barca O. c. cap. XI.


(2) S. R. C., d. 3214. III.
Capo V.

Il terzo Salmo : Ecce nunc benedicite (133), è una


esortazione ai figli della Chiesa militante e trion­
fante a benedire il Signore, anche nella notte, (Uf­
ficio notturno).
La Compieta Domenicale si recata in tuitjte le Do­
meniche, nel Triduo della Settimana Santa e per
tutta FOttava -dii Pasqua, e nei Doppi di I e II clas­
se, nelle feste/ideila B. V. del SS. Angeli, di S. Gio­
vanni Battista, di S. Giuseppe, diéi SS. Apostoli, fra
qualsiasi Ottava pirivilegiafca del Signore, se i primi
Vespri precedenti furono per intero di queste fe­
ste o almeno dal Capitolo e i secondi Vespri furono
per intero di queste feste o almeno dal Capitolo e
i secondi Vespri furono interi di essi (1).
Nelle Ferie i salmi dì Compieta, secondo il nuo­
vo Salterio, come quelli delle altre piarli dell’Uf­
ficio, variano ogni giorno, rimanendo stabiliti le
parti che si trovano nell’Ordinario a quest’Ora*
126. Parti finali.
Le parti finali dà Compieta sono FInno che è
invariabile ed ha una particolare relazione con quel­
lo dì Prima. Questo Inno non riceve altra con­
clusione che quella propria delle Feste del Signo­
re e della Beata- Vergine Maria (2).
II Capitolo, tfollto da Geremia (XTV, 6), è pure
invariabile ed è una invocazione a Dio, che è in12

(1) Rubr. Ord.. div. Officii.


(2) S. R. C. d. 2682. 5.
ì)dla Compieta 241

noi colla grazia santificante, perchè non abbia ad


abbandonarci. Il Responsorio che lo segue invaria­
bilmente, è un abbandono filiale, che la creatu­
ra fa nelle mani del suo Creatore, colle parole di
G. C. morente in croce. Anche il Versetto e rela­
tiva Antifona Salva nos invoca la protezione di Dio.
Al Cantico Nunc dimittis in certi giorni seguono
le Preci, quindi la Orazione, che anticamente dai
monaci sii recitava in dormitorio.
L’Ora di Compieta termina con la benedizione
che anticamente l’abate impartiva ai monaci; do­
po la quale si recita una delle Antifone finali del­
la B. V. secondo il1Tempo. Sii conclude il divino
Ufficio col' Pater, Ave, Credo.
La recita di Compieta non presenta alcuna dif­
ficoltà nulla essendovi di variabile se non 1”Anti­
fona iniziale nel Tempo Pasquale. La stessa rubri­
ca del Breviario non fa die enumerare le parti del­
le quali risulta (1).

(1) L’Ona di Prima* e di Compiega seoondlo ili nostro Bravia-


Tiito possiooruo coistiiituiine limai bellissima formulila di' preghAemai nieì
nnaitMno' e per la (aerai, non. ssoiLo per i saoendoiti e| chiiieriei, mai ai>
che per i ìaiei di una qualche lev.i‘ura. ori specialmente dio
vanno diffondendosi le versioni anche del Breviario.
PARTE VI

Delle parti delle Ore Canoniche


CAPO I.

Degli Inni

127. Premesse.
Il divino Ufficia è preghiera eccellente non solo
penòhè preghiera pubblica della Chiesa, che è san­
ta anche nella sua Liturgia, e perchè abbraccia tut­
to dir tempo e Ilo consacra a Dio, ma in modo spe­
ciale per le parti di cui risulta. Gli Inni, le Anti­
fone, i Salimi, ii Cantici, i Versetti, le Assoluzioni, le
Benedizioni), le Lezioni della Scrittura e dei Padri1,
i Responsori, Ite Orazioni:, le Professioni di fiedle,
le Plreci, e Invocazioni ai Santi, alla B. V., tutto
adattato a'1 Tempo* od! alla Festa che si celebra, for­
mano un mirabilie intreccio, pieno di una ricchez­
za inesauribile dà pensieri e di affetti i più santi
della religiionie. E’ dà queste parti, delle quali risul­
tano le Ore canoniche, che veniamo qui a parlare.
128. Che cosa è l’Inno sacro. Sua antichità. Prin.
cipali innografi sacri.
L’inno sacro in sensa ampio, èf definito da San
Agostino : «Cantus cum laude Dei». E spiegando
continua : «Si laudas Deum, et non cantas non di­
cis hymnum. Si laudas aliquid quod non pertinet
ad laudem Dèi etsi cantando laudes, non dicis hym­
num» (1). In questo senso anticamente e nel me­

ti) S. \ug»tin. in P*-. 72 e 148.


246 Capo I.

dfiio evo col nome di Inno si intendeva qualunque


canto in lode di (Dio, e così si chiamano Inni an­
che i; Salmi é i Cantici come pure il Te Deum, i’1
Gloria in excelsis ecc. In senso proprio però e più
ristretto, chiamasi Inno una Hódie di Dio scritta in
forma metrica: «Laus metrice scripta» come lo
chiama San Beda il Venerabile (1). — L’inno, già
in uso nei' primi secoli in oriente, fu' portato ini occi­
dente da S. Bario di Foitiers che fu esule in Asia ;
S. Ambrogio introdusse una forma propria di can­
tarlo a due con, detto perciò Inno antifonico.
L’Inno è la forma più antica presso tutti i popo­
li per cantare le lodlr di Dio. Nella Liturgia ebraica
si ricorda spesso gli Inni, almeno in senso ampie :
G. C. steteiso ne recitò uno, terminata l’ultiana cena
(Marc. XIV. 26), e l’Apostolo raccomandava ai pri­
mi cristiani d’onorare Dio con Salmi, Inni e Can­
tici. Dopo S. Ambrogio Paso degli Inni si estese
tosto per tutto Foocidente. Entrarono nelle regole
di San Benedetto e probabilmente tosto anche nel­
la liturgia romana, come nelle particolari diocevsi
(2), almeno' dove fiorirono gli innografi.
I primi innografi $ oriente furono indotti a com­
porre Inni da cantarsi dal! popolo onde contrappor­
li alPeresija. Così fece S. Efrem contro Armenio12

(1) Cfr. pure Valfrido Strabone, le reb. ecdes. «. 26; Con­


si t. Apost. \1?I. 474«.
(2) Thalhofer, 1. c», pag. 405.
Degli In n i 247

(1), S. Gregorio di Naziano contro Apollinare; co­


sì pinne S. Giovanni Grisostomo. Più tardi' fiorfiro-
no i poeti sacri, Antimo, Timocle, Anatolio, e i'1
diacono Romano. Disfatta l’eresia degli iconocla­
sti, niispliendletiteiro tra gli innografi S. Giovanni Da­
masceno, S. Metodio dii Costantinopoli, S. Teodo­
sio, S. Niilio ed altra molti, le composizioni dei qua­
li vennero poi mutilate da greci scismatici.' In occi­
dente, verso il quarto secolo, fiorì l’inno,grafia per
opera soprattutto di S. Dario di Poitìiers e dii S. Am­
brogio di' Milano (2). Questi due grandi furono poi
seguiti da molti altri innografi, come Aurelio Pru­
denzio (4- circa 410) detto l’Orazio cristiano, Ce­

fi') Armenio figli® di Bardesane, aveva ereditato dal padre


l’erudizione e l’eresia che era quella dei Valentiniani con altri
ernotrtii. Sortisse ì «noi (canuti im greco e vii mescolò ài suoi erroirà
sicché molti, tratti dalla melodia del canto e dalla dolcezza del
verso, facilmente li sorbivano. Quasi due secoli dopo scrisse S.
Efrem siro i suoi versi contenenti la pura dottrina e atti ad
ispirare vera pietà. Si cantavano nelle feste per renderle pii so­
lenni. Cfr. Rohrbacher, Storia d. Chiesa, Lib. 27, voi. 3, pag. 119.
(2) Ecco le parole di Rabano Mauro: «Ambrosius episcopus,
vir magnae gloriae dm Christo et in ecclesia clarissimus doctor,
copiosus in huiusmodi (scii, hymnorum) carmine floruisse co-
gnoiscilbuir atque ilnde; hymni ejus nomine Ambrosiani vocainltluir
quia ejus tempore primum in Ecclesia Mediolanensi celebrari
coeperunt, cujus celebritatis devotio dehinc per totius occidentis
ecclesiae observatur.S. Instit. derìc. II, c. 49. Dello «tesso pensie­
ro è Strabone de teb. eccles., c. 25. Quanto alle diocesi partico­
lari, solo uno studio profondo degli antichi Breviari potrà dare
una sicura risposta a questa importante questione. Thalhofer, 0.
r.. pag. 405. Su quiesNio punito defila ilmniollloigjla sii) pois&owol comstuI-
tare le opere pregiate di Daniel: Thesaurus hymnologicus; Ma­
rte®: LateUdsche Hymnem des MitteUdterst Dreves: Analecta hym-
nica: Piknont : Les hynvnes du Breviarie romain il quale dà una
esposizione storica, liturgica ed estetica degli Inni sacri. Easa è
però incompleta e mancano gli inni della B. V. e dei Santi.
948 Capo !•

Iio sedulio, (+ 430), Venanzio Fortunato (+ 802),


609) San Gregorio Magno (-j- 604), Paolo Dia­
cono (secolo Vili), Paolino da Aquileia ( -j- 802)
Rabano Mauro (-f- 856), S. Bernardo (+ 11531,
S. Tomaso d’Aquino (+ 1274), ed altri molti (1),
come potrà vedersi del sottoposto elenco. In tem­
pi più recenti, dopo istituita la S. C. dei Riti, fu
istituito pure presso di essa l’ufficio di innografo.
129. Correzione degli Inni antichi fatta da Ur
no Vili.
Nei1secoli XV e XVI la voga dell’umanesimo en­
trata pure nella liturgia aveva portato a un tenta­
tivo di correzione degli Inni sacri sotto Clemente
VH, per opera di-Zaccaria Ferreri. Già ne conoscia­
mo l’esito infelice. Papa Urbano Vili, chiamato l’ape
greca, ne intrapprese un nuovo e lo condusse a termi­
ne, giovandosi dell’opera di!illustri personaggi e se­
guendo criteri diversi, ch’egli espone così nella bolla
Divinam psalmodiam del 25 genn. 1631 : «In eo (cioè
nel Breviario da lui pubblicato con gli inni correnti)
hymnis (paucis exceptis) qui non metro, sed solu­
ta oratione, ctut etiam rhythmo constant, vel emen­
datioribus codicibus adhibitis, vel aliqua facta mu­
tatione, ad 'carminis et latinitatis leges, ubi fieri po­
tuit, revocati; ubi vero non potuit, de integro con­
diti sunt, eadem tamen, quoad licuit, servata senten­

ti) Vedi Jakob. UArte a servizio della Chiesa, Voi. 3, pag.


20 seg. Pavia, Artigianelli 1901, Versione Hai. del prof. Vene-
roni.
Degli Inni m

da». Tale correzione fu oggetto di, critiche jda parte


di molti autori anche recenti, e quando uscì diede
origine al! noto epigramma: «Accessit latmitais, re-
recessiit pietas» : ma a considerarla serenamente, es­
sa segna un vero miglioramento e progresso nella
forma degli Inni delia Chiesa. (1)

(1) A titolo di saggio, diamo per intero l’Inno dei Vespri del­
la Dedicazione della Chiesa nella sua forma antica e nella nuo­
va, secondo la correzione uirbaniiana.

INNO ANTICO INNO NUOVO

Urbs Jerusalem beata, Coelestis urb9 Jerusalem,


Dicta pacis VÌ Ì :
6 0
Beata pacis visio,
Quam supremo monte coeli Quae celsa de viventibus
Saxa viva construunt, Saxis ad aistona tolleris,
Angelorum more aponeae Spon/saeque nitou cingeris
Mille cinctam coetibus. Millle angelorum millibus.
Nupta Christo prodii omni 0 sorte nupta prospera,
Doite Piatoris inclyta: Dotata Patris gloria,
Prodit omni1 gnatoiiauiuir Respersa sponsi gratia
Cincta pulchritudine: Regina formosissima,
Fulget auro muruB omnis, Christo jugata principi,
Tota fulget civitas. Coeli corusca civitas.
Clausa nulli cuncta splendent Hic margaritis emicant,
Margaritis atria: Palenque cunctis ostia:
Omrniis illuc lolrbi toto Virtute namque praevia,
Civis introducitur, Mortalis illuc ducitur,
Quem premebant hic morantem Amore Christi percitus
Dura Christi nomine. Tormenta quisquis sustinet.
Saxa quotquot hic locantur Scalpri salubris ictibus
Tunsa ferri pondere, Et tunsione plurima,
250 Capo 1-

130. Elenco degli inni del Breviario Roman


loro autori. (1)

1. Nel Salterio
Domenica • '
A Mattutino: 1. Primo die (pio Trinitas. S. Gregorio M.
(t 604).
2. Nocte surgentes vigilemus omnes Id.
Alle Lodi: 3. Aeterne rerum cónditor. S. Ambrogio di Milano
(t 397).
4. Ecce iam noctis tenuatur umbra. Id.
A Vespro': 5. Lucis creator optime. S. Gregorio M.
A Prima: 6. Iam lucis orto sidere. S. Ambrogio.
A Terza: 7. Nunc sancte nobis Spiritus. Id.
Sesta: 8. Rector potens, verax Deus. Id.
A Nona: 9. Rerum, Deus, tenax vigor. Id.
Feria II.
A Mattutino : 10. Sommo refecti, artubus Id.
Alle Lodi: 11. Splendor paternae dexterae. Id.
A Vespro: 12. Immense coeli conditor. Id.
Feria III.
A Mattutino: 13. Consors paterni luminis. Id.
Alle Lodi: 14. Ales diéi nuntius. Prudemzilo (t 410).
A Vespro: 15. Telluris alme cónditor. S, Ambrogio.

Plurimisque puncta scalpris, Fabri polita malleo


Archi tectus expolit, Hanc saxa molem construunt,
Donec apta restitutam Aptisque juncta nexibus,
Cuncta sedem repleant. Locantur in fastigio.
Sempiterna 9it beatae Decus Parenti debitam
Trinitati gloria : Sit usquequaque Altissimo,
Aequa Patri Filioque, Natoque Patris unico,
Par decas Paraclito Et inclyto Patiacldffco
Nnnc sit et per cuncta semper Cui laus, potestas, gloria
Aeterna sit per saecula. Amen.1 Aeterna sit per saecula. Amen.

(1) Questo elenco c stato preso dall’opera, più volte citata,


di Mons. Piacenza, p. 70 sgg., coll’aggiunta degl’inni più recenti.
Degli Inni 251

Feria IV.
A Mattutino: 16. Rerum creator optime. Id.
Afille Lodi: 17. Nox et ténebrae et nubila• Prudenzio.
A Vespro: 18. Coeli Deus sanctissime. S. Ambrogio.
Feria V.
A Mattutino: 19. Nox atra rerum contegit. M.
Alle Lodi: 20. Lux ecce surgit aurea. Prudenzio.
A Vespro: 21. Magnae Deus potentiae. S. Ambrogio.
Feria VI.
A Mattutino : 22. Tu Trinitatis- Id.
Alle Lodi: 23. Aetérna coeli gloria. Id.
A Vespro: 24. Hóminis superne conditor Id.
Sabato
A Mattutino: 25. Summae Parens clementiae. Id.
Alle Lodi: 26. Aurora iam spargit polum Id.
A Vespro: 27. Iam sol recedit igneus. Id.
A Compieta: 28. Te lucis ante terminum. Id.
Alle Lodi: 29. Te Deum laudamus. Probab. Id.

II. Nel Proprio Tempo.

Avvento e Tempo Natalizio


A Vespro: 30. Creator alme siderum. S. Ambrogio.
A Mattutino: 31. Verbum supernum prodiens... sinu. Id.
Alle Lodi: 32. Eni dora vox redarguit. Id.
Natale di N. S.: 33. Jesu Redemptor... quem. Id.
Id. 34. A solis ortus cardine• Celilo Sedulio (t 430).
Ss. Innocenti: 35. Audit tyrannus anxius. Prudenzio.
Id. 36. Salvete, flores martyrum. Id.
Epifania: 37. Crudelis Herodes, Deum. Sedulio.
Id. 38. O sola magnarum urbium. Prudenzio.
S. Famiglila: 39. O lux beata caelitum. Leone XIII.
IkL 40. Sacra iam splendent. IdL
Id. 41 O gente felix hospita. Id.
Quaresima
A Vespro: 42. Audi, benigne cónditor S. Gregorio M.
A Mattutino: 43. Ex more docti mystico. Id.
Alile Lodi: 44. O sol salutis, intimis. Anonimo sec. IX.
Tempo di Passione
A Vespro: 45. Vexilla regis prodeunt. Venanzio Fortunato (t «■
609).
A Mattutino: 46. Pange lingualauream. Claudio Mamerto (t
c. 500).
Alile Lodi': 47. Lustra sex qui iam peregit. Id.
252 Capo I•

Tempo Pasquale e Feste prossime.


A Vespro: 48. Ad regiasAgni dapes. S. Ambrogio.
A Mattutino 49. Rex sempiterne caelitum. Id.
iAMe Lodi: 50. Aurora coelum purpurat■ Id!.
Ascensione: 51, Sahuìs! humanae sator. Id.
Id. 52. Aeterne Rex altissime. Id.
Pentecoste : 53. Veni creator Spiritus. Carlo Magno (t 814).
Id. 54. Jam Christus astra ascenderat. S. Ambrogio-
Id. 55. Beata nobis gaudia. S. Ilari© di Podiliicr (t
367).
SS.' Trinità : 56, Summae Parens clementiae Id-
Id. 57. Tu trinitatis Unitas. Idi.
Corpo del Signore
A Vespro: 58. Pangc lingua-.. Córporis. S. Tomaso’ ‘cFAquino.
( 11274).
Mattutino: 59. Sacris solemtis. Id.
Alle Lodi: 60. Verbum supernum... desteram. Id.
Sacro Cuore dfii Ge&ù: 61: Auctor beate saeculi. P* Filojppo Bruna
Scolopio (t 1771).
Id. 62. En ut superba criminum. Id.
Id. 63. Cor, arca legem continens. Idi.I.

III. Nel proprio dei Santi.


Concezione Imm. d. B. V. M. : 64. Praeclcra custos virginum.
Anonimo del aec. XVII.
SS. Nome di Gesù: 65. Iesu, dulcis memoria. Un’abbadessa O.
S. B. del sec. XIV.
Id. 66. Iesu, rex admirabilis. M
Id. 67. Iesu, decus angelicum. Id.
Galttòeidfaa di S. Piletrbi: 68.i Quodaanque in orbe, S. Patoliibo di
Aquilea 0. S. B. (1774). oppure Elpife, moiglile dii
Boezio ( f 526).
Id. 69. Beate Pastor Petre. Id.
Conversione di S. Paolo: 70. Egregie Doctor Paule. Id.
S. Martina V. M. 71. Martinae celebri. Urbano VIII (t 1644).
Id. 72. Tu natale solum. Id.
G. V. di Lourdes: 73. Te dicimus praeconio. Recente.
Id. 74. Aurora soli praevia. Id.
Id. 75. Omnis expertem maculate. Id.
Ss. VII Fondatori: 76: Bella dum late furerent P. Eugenio
Poletti, Q. S. M., con ritocchi di Mons. Vincenzo Ta­
rozzi, sec. XX.
Id. 77. Sic patres vitam, Id.
Id. 78. Matris sub almae numine. Anonimo del sec.
XVII con correzioni di Mons. V. Tarozzi.
Degli Inni

S. Giuseppe: 79. Te Joseph, celebrent. Anonimo, d. a. XVII.


Id. 80. Caelitum, Joseph, decus Id.
Id. 81. Iste quem laeti colimus. Id.
VII Dolori' d. B. V.. M.: 82 Stabat, Mater dolorosa. Iacopone dia
Todi O . F. M. (t 1306).
S. Ermenegildo M.: 83. Regali solio fortis. Urbano VIII.
Id. 84. Nullis te genitor. Id.
S. Venanzio M.: 85. Martyr Dei VenatUis. Anonimo del sec-
XVII.
Id. 86. Athleta Christi nobilis. Id.
Id. 87. Dum, nocte pulsa, lucifer. Id.
S. Giuliana Falconieri: 88. Caelestis Agni nuptias. Fr. Loren-
zini, fiorentino (t 1719).
S. Gdwvamni Battista : 89. Ut queant laxis. S Paolino iit Aqui-
leia O. S. B.
Id. 90. Antra deserti Id.
Id. 91. O nimis felix. Id.
SS. Pietro e Paolo: 92. Decora, lux aeternitatis. S. Paolino
od Elpite, moglie di Boezio.
Id. 93. Beate Pastor Petre. Id.
Preziosiss. Sangue di N. S. G. C. : 94. Festivis resonent com­
pita. Anonimo sec. XVIII.
Id. 95. Ira iusta Conditoris. Id.
Id. 96. Salvete Christi vulnera. Id.
Ss. Cirillo e Metodio: 97. Sedibus coeli nitidis. Leone XIII.
Id. 98. Lux o decora patriae. Id.
S. Elisabetta di Portogallo: 99. Domare cordis impetum. Ur­
bano Vili.
Id. 100. Opes decusque regium. Id.
S. Maria Maddalena: 101. Pater superni lumUUs. S. Roberto
Bellarmino (t 1621).
Id. 102. Maria castis oculis. S. Oddone di Cluny (t
942).
Id. 103. Summi Parentis Unice. Id.
S. Pietro in Vincoli: 104. Miris modis repente Uber. S. Pao­
lino di Aquileia od Elpide.
Id. 105. Quodcumque in orbe nexibus. Id.
Trasfigurazione di N. S.: 106. Quicumque Christum quaeritis.
Prudenzio.
Id. 107. Lux alma Jesu, cordium. S. Bernardo di
Chiaravalle (t 1152).
VII Dolori della B. V. M. 108. O quot undis lacrimarum. A-
nonimo sec. XVII.
Id. 109. Iam toto subitus vesper. Id.
Id. 110. Summae Deus clementiae. Id.
Ss. Michele, Gabriele e Raffaele Arcangeli: 111. Te spléndor
virtus Patris. Rabano Mauro di Magonza (t 856).
m Capo b

Id. 112, Christe, Sanctorum decus. Id.


Id. 113. Placare, Christe servulis. Anonimo sec. IX
(Rabano Mauro ) accresciuto dal P. Pasquale firugna-
ni 0. F. M. sec. XX.
'S. Rosario della fi. V. M.: 114. Caelestis aulae nuntius. Fra
Tommaso Ricchini, O. P. (sec. XVIII).
Id. 115. In monte olivis consito. Id.
I<L 116. Iam morte, victor obruta. Id.
Id. 117. Te gestientem gaudiis. Fra Eustachio Si­
rena (sec. XVIII).
Maternità della fi. V. M.: 118. Coelo Redémptor praetulit. I.
gnoto.
Id. 119. Te, Mater alma Numinis. Anonimo sec.
xvi-xvni).
Ss. Angeli Custodi: 129. Custodes hominum psallimus. S. Ro­
berto Bellarmino ( 11612).
Id. 121. Aeterne rector siderum. Id.
S. Teresa di Gesù: 122. Haec est dies qua candidae. Urbano
VIII.
Id. 123. Regis superni nuntia. Id.
S. Giovanni Canzio 124. Gentis Polonae gloria. Anonimo sec.
xvm.
Id. 125. Corpus domas jeiuniis- Id
ld. 126. Te deprecante, córporum. Id.
Regalità di Cristo: 127. Te saeculorum Principem. P. Vittorio
Genovesi, S. I., vivente.
Id. 128. Aeterna imago Altissimi. Id.
Id. 129. Vexilla Christus esplicat. Id.
Ognissanti: 130. Placare, Christe, servulis. Anonimo sec. IX
(Rabano Mauro ).
Id. 131. Salutis aeternae dator. Id.IV.*X

IV. Nel Comune dei Santi.


Apostoli: 132. Exultet orbis gaudiis. Anonimo sec. IX-XIV.
Id. 133. Aeterna Christi munera. Anonimo sec. V.
Id. 134. Tristes erant Apostoli. S. Ambrogio
Id. 135. Paschale mundo gaudium. Id.
Un solo Martire: 136. Heus tuorum militum. Id.
Id. 137. Invicte martyr, unicum. Anonimo sec. IX-
XTV.
Più Martiri: 138. Sanctorum meritis inclyta. Anonimo sec. VL
IX.
A Più Martiri: 139. Christo profusum sanguinem. Anonimo
sec. V.
Degli Inni

Id 140. Rex gloriose martyrum. Aitomiimo sec. VI-


IX.
Confessori Pontefici: 142. Iesu Redémptor... perpes. Anonimo
sec, IX-XIV.
Confessori non Pontefici: 143. Iesu corona celsior. S. Ambrogio.
Vergini: 144. Iesu, corona virginum, Id.
Id. 145. Virginis proles opifexque. Card. Silvio An­
toniano (t 1603).
Dedicazione della Chiesa: 147. Caeléstis urbs lerusalem. Ano­
nimo eec. IX-XIV,1riformato soitHoi Urbano Vili,
Id. 148. Alto ex Olympi vertice. Id.
B. V. Maria: 149. Ave, maris stella. Venanzio Fortunato.
Id. 150. Quem terra, pontus, sidera. Id.
Id. 151. O gloriosa virginum. Id.
Più Confessori Pontefici: 152. Inclytas Christi, fanudos cana­
mus. P. Francesco Reuss, C. SS. B. sec. XX.
Id. 153. Plenis resultet vócibus. (Acrostico) Biagio
Verghetld, Innografo S. C. R., vivente.
Più Confessori Pontefici : 154. Inclytos Christi famulos cana,
mus. (Acrostico) Mons. Pietro Piacenza (t 1919).
Più Vergini: 155. Vox sonat Sponsi: diuturna cessit.P. F.
Reuss.
Più non Vergini: 156. Nóbiles Christi famulas deserta. Id.
Id. 157. Si, lege prisca, fortibus. Id.
Antifona Maggiore: 158. Salve, Regina. Ermanno Contratto (t
1054).
Id. 159. Ave, Regina coelorum.Continuazione del
n. 147, Caelestis urbs.
Id. 160. Regina coeli, laetare. Antico.
Id. 161. Alma Redemptoris Mater. E. Contratto.
Ringr. della Comunione: 162. Adoro te devote. S. Tommaso
d’Aqudtno_

V. Inni pro aliquibus locis. (1).


Fuga in Egitto: 163. Regem tremendae gloriae.
Id. 164. Veri Tonatis Unicum.
Orazione di N.S.G.C.: 165. Auspice ut Verbum Patris.
Id. 166. Venit e coelo mediator.

(1) Questi Inni esistevano nel Breviario Romano ediz.. Des-


clée) fino all’edizione tipica riformata di Pio X (1914). Quelli
di S. Emidio e di S. Tarcisio appartengono al Proprio del Clero
di Roma. Ci spiace non poterne indicare gli autori.
Capo h

Comm. della Passione di N. S.: 167. Meerentes óculi spargite.


ld. 168. Auspice, infami Deus ipse.
Id. 169. Saevo dolorum turbine.
Colonna della flagellazione: 170. Salve Columna nóbilis.
ld. 171. Adeste quotquot criminum.
Id. 172. Quae corda non emolliant.
Corona dii Spine: 173: Exite, Sion Filiae.
Id. 174. Legis figuris pingitur.
Sacra Lancia: 175. Quaenam tibi, o Lancea.
Id. 176. Salvete, Clavi et Lancea.
Id. 177. Tinctam ergo Christi sanguine.
S. Sindone : 178. Glóriam sacrae celebremus.
Id. 179. Mysterium mirabile.
Id. 180. Iesu, dulcis amor meus.
S. Caterina Fieschi, ved.: 181. Dum mente Christum concipis
Id. 182, Summis ad astra laudibus.
Id. 183. Turbam iacentvm pauperum.
B. V. del Buon Consiglio: 184. Plaude festivo, pia gens.
S. Giovanna d’Arco V.: 185. Stat cultrix vigilans.
Id. 186. Aureliani turribus.
Id. 187. Hostium victrix prosperante cursu.
Id. 188. Salve virilis pectoris.
S. Giovanni Nepumuceno M. : 189. Invictus heros Numinis.
Id. 190. In profunda noctis umbra.
Id. 191. Vix profunda noctis umbra.
Id. 192. Iam faces lictor ferat.
Si Rita di' Cai9ciia, ved.: 193 Solis obliquum peragrata gyrum
Id. 194. Quid noctes lacrimans.
Id. 195. Intactae adeste, virgines.
B. V. Ausiliatrice : 196. Saepe dum Christi pópulus cruentis.
Id. 197. Te Redemptoris Dominique géntium.
S. .Cfutome di' Gesù: 198.. Quicumque certum quaeritis.
Id. 199. Summi Parentis Filio.
BL V. dei Perpetuo Soccorso: 200. Maria, ■quae mortalium.
Purità della B. V. M.: 201. O stella lacob fulgida. Vedi n. 64,
Praeclara custos Virginum.
S. Vincenzo die’ Paoli C.: 202., Qui mutare solet grandibus in­
fima.
Id. 203. O qui supernae gaudia patriae.
Id. 204. Ut nunc ab alto praevia.
Id. 205. Quis novus coelis agitur triumphus.
S. Emidio Vesc. M.: 206. Audiat miras oriens.
Id. 207. Imperas saxo, latitans.
Id. 208. Iesu, corona Martyrum.
S. Tarcisio M. : 209. Quotquot ad sacras satiatis aras.
Medaglia miracolosa: 210. Tutela praesens omnium.
Degti limi 257

131. Modalità nella recita degli Inni.


1. - Tempo - Gli Inni si dicono sempre eccetto
nei' tre giorni avanti la Pasqua sino ai Vespri diéi
Sabbato in Albis, esclusivo, e nell’Ufficio dei Morti.
Nel triduo della morte di Gesù Cristo si tralasciano
parche la Chiesa si riveste di lutto, nella considera­
zione della Passione, mentre gl’inni esprimono gio­
ia e lode trionfale a Dio ed ai Santi : si tralasciano
nell’Ufficio da morto, che pure ha carattere di lut­
to, e nell’Ottava di' Pasqua, nella quale serve per in­
no YAlleluia, e tutto FUfficào è un continuo inno di
giubililo*
2. - Luogo nelle Ore - A Mattutino si dice l’Inno
dopo il Venite exultemus, alle Lodi ed ai Vespri
dopo il! Capitolo, (alle Ore minori innanzi i Salmi, a
Compieta dopo i Salimi e la Antifona.
A Mattutino si fa precedere l’Inno per scuotere
Panimo onde cantare le divine lodi; a Vespro ed
a Compieta è posto l ’In n o dopo i Salmi, onde pre­
pararci ad intendere il' cantico del Nuovo Testa­
mento; nelle Ore minori l’Inno precedei i Salmi
per raccogliere Panima distratta dalle cure della
vita, alla recita conveniente dei Salmi (1).
Generalmente sdì dicono o si cantano stando in1

(1) «In Matutinis, hymnus statim ponitur in principio, ut exci­


tet isaia moidiulatikmte «ondai torpentia; in Prima elt ceteris H°ti$
diurnis, ut ad divini amoris dulcedinem retrahat corda curis co­
tidianis occupata. In Vv&pris modulatione hymni excitamur ad in-
ticliligeinSiaim canitdicum beatae Maritae Virginiis, din matutinis Laudi-
bus ad canticum Zachariae praeparemur» Hugo a S. Viet, de off.
ecdes. 11, c. 8.
Capo b

piedi, tranne alcune strofe che si recitano in ginoc­


chio (in coro), o perchè esprimono adorazione di
un Mistero, (Tantum ergo — O salutaris hostia —
O crux, ave spes unica) ovvero perchè contengono
limai diretta invocazione) (Veni, Creator Spiritus).
3. - Quali Inni si dicono. - Negli Uffici del Tem
po sai dicono giti Inni come nell?Ordinario o Sal­
terio, quando non ve ne siano propri. E questi In­
ni (MI Salterio per le Domeniche e Ferie si dicono
dallFOttava dii Pentecoste fino all’Avvento (eccetto
la Domenica fra FOttava del Corpus Domini e del
Sacro Cuore e daMFOttava delPEpifania sino alla
Domenica prima di Quaresima esclusa). Nel tempo
d’Avvento, di Quaresima di Passione, e nel Tem­
po Pasquale si dicono come nell’Ordinario. Nel'-
i’Ufficiio dei Santi si dicono quelli del Comune,
quando la' Festa non ne abbia di proprii (1).
132. Quando e come gl’inni si riuniscono.
Alcuni Inni sono comuni, altri proprii. Tutti gli
Inni proprii, che non appartengono necessariamen­
te aJll’integrità della storia (come è l’Inno Te ge­
stientem gaudiis ai II. Vespri della festa dell SS.
Rosario che è come un sommario e ripetizione de­
gli altri) se non si possono recitare in quelle Ore
per le quali sono designati, per precetto si recita­
no' in altre Ore del medesimo giorno nelle quali si1

(1) Per questi numeri e pei seguenti crf. Rubr. gen. Rom.,
Tit.. XX; S. R. C., d. 4262 ; 4078
Degli Inni 259

dovrebbe usare altro inno o tolto dal Comune o


già recitato nell’Ufficio, anzi quando qualche Inno
proprio non fu recitato in altra Ora del giorno, si
può senza alcuna unione di Inni rimandarlo a qual­
che Ora antecedente o seguente. Se poi aJl’integri-
tà storica non 6Ì possono recitare se non unendoli, in
questo caso si possono unire alla recita privata
gli inni che hanno il medesimo metro, coi più
prossimi, come concedono le Rubriche per le Le­
zioni nella recita privata dlelFUfficdo; perchè nella
pubblica celebrazione fdelI’Ufficiio, non si deve im­
porre un onere arbitrario, ma isolo ciò che è neces­
sario dia osservarsi e si deve notare nei Calendarii
annuali.
Non si riuniscono fra FOttava e nel giorno Ot­
tavo, se la festa ha l’ottava. Quando si uniscono si
pone Ila idosSologiia dii uno solo.
L’uilltima strofa degjPInni, che sleirve da conclu­
sione è detta dossologia, e realmente è una glorifi­
cazione della SS. Trinità.
133. Conclusione degli Inni - Loro mutazioni.
In alcuni tempi dell’anno ed in alcune Feste gli
Inni hanno una propria conclusione, nella quale si
nominano quasi sempre le tre Persone e talora han­
no forma invocativa (Praesta,, Pater piissime). Dal
Natale sino alFEpifania, nella Festa del' Corpus
Domini, e per tutta la sua Ottava, e ogni qualvol­
ta si fa PUfficio delta B. Vergine tanto di nove quan­
to di tre Lezioni, anche nel tempo Pasquale, alla
ine di tutti gli Inni (fuorché dél^Ave, matis steU
Capo L

la, e di quello alle Lodi del Corpus Domini, non­


ché della Festa deii Sette Dolori della B. V. in set­
tembre, i quali hanno l’ultimo Versetto proprio) si
dice: Jesu tibi sit gloria, Qui natus les de Virgine,
come nel suo Ufficio durante Fanno ancorché si di­
cano gli Inni del Santo, ohe si celebrano fra le pre­
diente Ottave; purché questi Inni siano di un mede­
simo metro, nè abbiano l’ultima strofa propria, co­
me sarebbe quello della S. Croce ai Vespri, e quel­
lo del Comune plurimorum Martyrum al Mattu­
tino.
Nella Festa dell’Epifania e per tutta l’Ottava, al­
la fine di tutti gli Inni si dice: Jesu, tib%sit gloria,
Qui apparuisti gentibus.
Dalla Domenica in Albis fino alPAlscensione nella
Pentecoste é per tutta l’Ottava, nella! fine idi tutti gli
Inni si dice :Deo Patri sit gloria, et Filio qui a mor­
tuis ecc., eziandio nelle Feste dei Santi, che nel det­
to Tempo occorrono purché gl’inni siano dello stes­
so metro'dell’Inno a cui si aggiunge, ossia giambieo-
dimetro, come sopra.
Dail’Asicensione poi fino alla Pentecoste (fuor­
ché all’Inno Salutis humanae sator) si dice Jesu,
tibi sit, gloria, Qui victor in coelum redis, anche
nelle Feste che occorrono.
Nella Trasfigurazione del1Signore si dice: Iesu
tibi sit gloria, Qui te revelas parvulis. In altri tem­
pi pod si tarmiinaino gFInni, come si pome ai suoi

Come dunque sembra le condizioni che si esigo-


Degli Inni

no per cambiare la conclusione di un Inno sono


irò:
a) dii© la conclusione sia del medesimo metro
delFInno a cui sii aggiunge ossia giambico-dimetro,
comi© sono gflrnii alle Ore minori.
b) Che lia conclusione esprima con proprio no­
me oidi equivalente le Persone ideila SS. Trinità e
sia' diretta al loro onore.
c) Che sii tratti dii Inni del Tempo, delle. Feiste
deli Signore o delia B. V. solamente e non dei San-
ti (i).
SS) noti ancora :
1. - «Quando1nieUlio stesso giorno occorrono più
Uffici che hanno conclusione propria agli Inni... la
conclusione sarà quella dell’Ufficio recitato. — Che
se l’Ufficio del giorno non ha conclusione, si pren­
de !l)ai conclusione deM’Ufficio primo commentato
della conclusione propria, in modo che ai primi
e secondi Vespri' o a Compieta non si farà la Con-
clulslione di una festa, se di questa si omette la Com-
mtemoraziiione negli stesisi Vespri. — Mancando an­
che la conclusione propria nell’Ufficio commemora­
to si dira la conclusione dell’occorrente 'Ottava co­
mune o del Tempe.
Pierò negli Uffici del Tempo in Avvento, quan­
tunque non vi sia conclusione propria degli Inni,

(1) Del resto il Breviario riformato molto 'opportunamente a


proprio nome segna le conclusioni che non si possono mutare
ossia sostituire eoa altre.
Capo L

non si reediterà miai la conclusione propria degli In­


ni, nion si reciterà mai1Ia conclusione Iesu Hbl sii
gloria, Qui natus es de Virgine» (1). Quindi nella
Domenica fra l’Ottava Jdell’lmmacolata Concez. del­
la B. V,. M. la conclusione degli Inni e il Versetto
di Prima non sono dell’Ottava, ma del Tempo.
2. UInno di Compieta assuma la conclusione pro­
pria dell’Ufficio di cui nei Vespri n è fatti almeno
commemorazione (2).
Però quando l’Ufficio precedente ha propria; con­
clusione àgli Inni, ma di esso ai secondi Vespri non
si fa la commemorazione perche l’Ufficio seguente
ha lo stesso oggetto, si fa la conclusione propria
degli Inni dell’Ufficio12345precedente ed( ai Vespri ed a
Compieta quantunque dii essa non siasi fatta la com­
memorazione (3).
L’Inno di Compieta non assume la conclusione
propria dègli Inni di feste particolari, ma solamen­
te quella delle feste del Signore (quindi! anche del
Tempo) e della B. V. Maria (4).
3. Durante un’Ottava od un Tempo si dà agli
Inni la conclusione propria della Festa o del Tem­
po anche quando dell’Ottava o dèi Tempo non si
fa commemorazione (5). Nella Domenica HI. di
Avvento occorrente fra POttava dèlia Festa dèlia

(1) Addit, et Variat, in Rubr. Br. Tit. Vili.


(2) Rub. ad Complet, in Off. B‘. V. M. in Sabato; S. R. C.,
d. 3241, 1; d. 4078. Rub. Brev.. R. Tit. XX, n. 4.
(3) S. R. C., d 3844 VI.
(4) S. R. C., d. 2682, 5.
(5) S R. C., d. 2439, 2.
Degli Inni m

Immacolata (1), si ha la conclusione «del Tempo e


non della Ottava.
4. NelFUfficio del1S. Cuore che corrisponde al­
ila Metesia Cogitationes si concludono gli Inni colila
dossologia: Jesu tibi sit gloria, Qui corde fundis
gratiam.
5. U Veni Creator Una per conclusione : Deo Pa­
tri sit gloria - Et Filio qui a mortuis - Surrexit ac
Paraclito - In saeculorum saecula; e questa si deve
sempre ritenerle qualunque Tempo o Festa occor­
ra (2).
6. La Festa di Cristo Re e quella dei Sette Dolo­
ri -dii M. SS. in settembre, hanno conclusione parti­
colare (3).
7. Non si può dare, ad un Inno altra conclusione
che quella propria, se Pha, del Tempo o dell’Ot­
tava (4).
8. Fuori del divino Ufficio ili nessun tempo dei-
ranno si cambia lai conclusione dellTnno : quelli del­
le Feste che hanno propria conclusione la ritengo­
no- anche fuori ddlPUfficio.
9. Quando in Domenica cade una fostia della B.
V. M. sempiificata anche in perpetuo dalPOrdina-1234

(1) S. R. C., d. 3924, XL


(2) S. R. -C., d. 4036.
(3) S. R. C.,, d. 1404. La Festa dei Sette dolori di M. SS. che
concorre la (Feria VI dopo la Domenica di Passione ha la solita
conclusione: Iesu tibi... Qui natus es de Virgine a Compieta e
nelle Ore. Vedi Brev. Rom. ediz. tipica.
(4) S. R. C., d. 2059, 3.
Capo /-

rio, se idi essa sii fa commemorazione si conserva la


conclusione propria del tempo (1).
19. L’Inno Iste Confessor ha mutabili le paro
della prima strofa... meruit beatas scandere sedes.
Queisitie isi recitano quando si fa Ufficio del Santo
nel giorno della sua morte e durante l’Ottava. Ma
se esso viene trasferito, anche in perpetuo, si dice :
Meruit sunremos Laudis honores. Ouesta mutazione
è indiVntq dal Bredario col seen-o m. t. v. (muta-
tur terdus versus). Se però Ila festa è trasferita di
un sol giorno, in modo che i primi Vespri cadono
nel giorno proprio non si muta il Verso (2). Così
pure se si trasporta in un giorno entro la sua Ot­
tava (se il Santo ha Ottavaì : «Quia tota Octava
n'hil aliud est nisi extensio Festi, et ideo Versus
ìdnm dmr reliquos Octavae dies qui forte supere­
runt, retinebitur (3).
11. Quando la Festa delle Stimmate di S. Fran
cesca si avesse da trasferire, non si fà alcuna muta­
zione neil’Inino Iste confessor e Jesu corona cel­
sior (4).1234

(1) S. R. d. 4283, 1.
(2) S. R. C., d. 4033. Così nell’Ufficio di S. Carlo a Mattutino
è ai' Vespri dà giamo 4, che è ig/ijomo' assegnato^, si mut» il tea>
zo verso. Rubr. Brev. 4 nov.
(3) S. R. C., d. 2365. 3. .
(4) S. R. d. 2365, 3.
CAPO TI.

Dei Salmi e dei Cantici.


134 Che cosa è il Salmo - Antico uso liturgico
dei Salmi.
Chiamasi Salmo un’orazione fatta a Dio ed ac­
compagnata dai musici istrumenti v-psalle-
r?^ e differisce dal Cantico in ciò che questo si
cantava! senza istrumenti (canere). I Salmi ebbero
la loro consacrazione al culto divino del tempio di
Gerusalemme per opera dii Davide, autore della
masisima parte del Salterio; e gli Ebrei nei loro Uf-
TW Ti reritan" ancora tanto al mattutino (schar-
cherit = preghiera mattutina), come alla sera (Min*
che = preghiera serotina).
Che Gesù Cristo ne facesse ubo, e gli Apostoli la
abbiano tosto introdotti nella sacra liturgia, lo ab­
biamo più volte accennato (1). E la Chiesa ne ha
pure fatto il più grande uso. Ancora prima che
l’Ufficio divino venisse costituito come si trova
oggidì, il libro dei Salmi stava nelle mani non so­
lo del clero, che lo recitava per dovere, ma anche
dei fedeli che lo recitavano per divozione. S. A-
r*o«vVio diceva non meritare il nome di prete chi
non Io sapeva a memoria. Tanto era richiesto dal
Concilio dì ToToisa e da S. Gregorio Magno.
S. Agostino ricorda pure il costume della chìie-1

(1) Cfr. Malth. XXVI, 30; XXVII 46; ;Luc. XXII 41; Manuale
per io/ studilo eiod. Voi. 1. n. 14.
Capo IL

sa milanese dii cantare i salimi al modo degli orien­


tali (1). E S. Basilio nelle sue Regole aveva pre-
scrliltto ohe si 'Cantasse il Salterio.
Aslsai per tempo si introdusse anche il costume
di' recitare il Salterio nel corso della settimana e ta­
le prescrizione la si trova nelle Regole di S. Bene­
detto (2); lo stesso Venne disposto anche nella ri­
forma del Breviario fatta da S. Pio V. — Solo ned
tempi seguenti ili numero straordinario delle Feste
con Ufficiatura del Comune fecero quasi mettere
in dimenticanza la recita del Salterio nella setti­
mana, come già isi è osservato, finché la riforma di
Pio X richiamò alt’antiico onore la recita del Sal­
terilo nella settimana.
135. I Salmi, convenientissima’preghiera pubblica
della Chiesa.
Con quanta convenienza i Salmi entrino nella
pubblica preghiera della Chiesa, si' vede tosto ap­
pena si consideri la loro forma ed ispirazione poe­
tica e più ancora si osservino i sensi che conten­
gono lai loro elevatezza, la santità che ispirano. «In
nome di' Cristo e dolila Chiesa, in intima unione
coi fedeltìi, dice il Thalhofer, nel divino Ufficio si
devono innalzare a Dio lodi, ringraziamenti, invo­
cazioni) incessanti'. Ora a tanto servono eccellente­
mente i Salmi pel loro carattere universale, come
scrissero i Padri della Chilesa... Non vi ha senthnen-

(1) Lib. Confess. IX, 7, n. 1.


(2) Regula I, le. 18.
Dei Salmi e dei Cantici mi

timento religioso che non trovi la sua più bella e-


spressione in qualche Salmo: nessuna circostanza
deflilta viltà, tanto inidiiviidluale che Sociale della Chiesa,
che non convenga con qualche Saltalo. I Salini so­
no, come le .più eccèllenti poesie, espressioni del
sentimento umano universale, e perciò! specialmente
adatti per ili diviino Ufficio, in cui trovano posto tut­
ti i possibili bisogni religiosi, essila devono essere
di carattere universale. Ma i Salmi sono anche divi­
namente itepiiraiti, e perù contengono verità sopran­
naturali, sono in relazione diretta io tipitea con G.
C., la sua passione, la sua opera, la sua gloria (1),
che sono l’oggetto' del divino Ufficio, ovvero colllìa
Chiesa, nella mistica unione che ha con Cristo suo
Sposo e Capo ed infine nella unione dei fedeli con
G. C.» (.2).
Secondo S. Ambrogio i Salmi sono : «benedictio
popullli, Dei laus, plebiis laudatio, plausus omnium,
sermo universorum, vox Ecclesiae, fidei canora! con­
fessio, auctoritatis plena devotio, libertatis laetitóia,
clamor Jucunditatis, laetitiae exsultatio» (3).123

(1) «Omnes paene Psalmi Christi personam sustinent, Filium


ad Patrem, idest Christum ad Deum, verba facientem repraesen­
tant». Tertull. ad Prax eam, c. 11.
(2) Talhofer, 0. c., pag. 393. Si veda quanto scrisse 6ulla ec­
cellenza dei Salmi S. Alfonso, ed il commento magistrale che ne
lasciò S. Bellarmino. Lo studio dei Salmi dovrebbe essere lo sta-
dio prediletto del clero, il quale dalla loro cognizione ricavereb­
be sentimenti di pietà e di raccoglimento nella recita- del divino
Ufficio, pensieri sacri c sublimi per la predicazione. Pur troppo
questo è un tesoro che sta in mezzo a noi, appartiene a Jnoi, e
dai tanta è ttgnomiKo!
(3) S. Ambras. Enmr. m Pd, 1, n. 9.
Capo IL

«I Salimi non sii devono considerare nel divino


Ufficilo secondo ili’ senso puramente letterale delil’A.
T., ma si devono considerare o recitare col concet­
to cristiano, col: senso e collo spirito della Chiesa e
della liturgia, il (piale è sempre un senso feconde e
ricchissimo e spesso accomodato (1). Nei Salini
inessiemici o profetici riguardiamo Cristo già venuto
e precisamente con quei caratteri, sotto i quali la
Chiesa lo festeggia in quella diaita1siolennità e con
quell’ufficio. Così nel Salmo 44, Eructavit cor
meum: nella festa del' S. Natale ricorda lo sposa­
lizio del divin Verbo ool'l’Umanità e colla Chiesa
per mezzo del suo ingresso nel mondo colla nasci­
ta; nella Festa del S. Nome di Gesù è come giura­
mento di fedeltà a questo Sposo divino, pel suo
nome grande e consolante; e così pure nelle Feste
della Trasfigurazione di Gesù C. e del S. Cuore;
nella festa degli Apostoli eòi ricorda le relazioni dì
G. C. colla Chiesa fondata dagli Apostoli. Così sii
dica degli altri Salmi messianici... Nei Salmi si lo­
da Dio nella sua maestà come re dell’universo (Sal­
mo 92), giudice (Salmo 96); in altri si loda per la
sua grandezza come creatore, conservatore del mon­
do e legislatore (Salino 18, 103), in altri si porgo­
no ringraziamenti pei benefici fatta al popolo ebreo

(1) Quindi il medesimo Salmo, secondo che si adopera in u-


no od in altroUfficio, assume nuoVo spirito, nuovo senso litur­
gico, Si confronti il Salmo 2. Quare fremuerunt gentes, secondo
che si recita nel Mattutino Domenicale. I. Nott.: nel Comune dei
Martiri; dei Confessori. I. Nott.: nell’Ufficio della Passione e del­
la B. V, Addolorata.
Dei Salmi e dei Cantici 269

(Salimi 32, 65, 75, 95, 97, 99, 102, 116, 147, 150).
Con questi, evid^teruente, chii recita il Breviiaiiio
non ringrazila sollo Dio per quegli antichi benefici,
ma primariamente per quelli che in G. C. e nella
Chiesa ha fatto a tutta l’umanità. Molti Salmi con*
tengono vive preghiere di tutta la nazione giudaica
quando stava nell’esilio odi in 'altre necessità, ove
confessa i propri peccati edl invoca il divino aiuto
(Salimi 79, 82, 101, 105, 131); altri1contengono in­
vocazioni di persone particolari per ottenere perda­
no ed aiuto (Salmi 6, 37, 50) o liberazione, da uo­
mini' iniqui e persecutori (Saiimo 3, 4, 5, 7, 10,
30, 34, 35, 36, 51, 108 eoe.) ; altri sono fervidi rin­
graziamenti di speciali persone per Faiuto divino
ottenuto (Salmo 17). Tutti questi Salimi si recitano
nel Breviario in senso specificamente cristiano,\ in
senso accomodato, che viene espresso o dallo stato
generale della Chiesa o !da quello di particolari mem­
bri» (1).

(1) Thalhofer, O. c., p. 395. Il medesimo autore risponde in


seguito ad una obbiezione dei protestanti, i quali dicono che il
saicieindloitie ctatliofllico recditanidlo ì Salimi si aittlrilmiiiisoe una giustizia
individuale (in innocentia mea ingressus swn). La risposta è fa­
cile: L La preghiera del sacerdote non è individuale, come la
intemdlemo i proiCeatiainitd1, ma pubbllilca fatica1 a nome della Chiesa,
la quale è pura, innocente, santa. 2. Anche la giustizia di G. C.,
può essere titolo per ottenere i divini aiuti; Davide ricordava
a Dio la propria innocenza, affinchè Tavesse a liberare diai ne­
mici. 3. La preghiera del sacerdote è la preghiera di G. C. stes­
so, al quale il sacerdote presta la voce, epperò i meriti di G.
C., la sua santità, sono ricordati nella preghiera al Padre, come
ttUtoli per essere esauditoli.
270 Capo IL

136* Distribuzione dei salmi nel divino Ufficio*

H! nuovo Salterio piano è distribuito per modo


che in ogni settimana si recitino tutti' e centocdin-
quamta i stallimi.
A questo fine vennero diìlstrdibuiti i «alimi pei seft-
te igilorni xleldiai settimana. Occorrevano per quesito
due cose: a) Che il1mattutino feriale non conte­
nesse" nei suoi tre Notturni più di nove salmi, Ile
Lodii ne avessero' per ogni giorno quattro, non con-
tanidio iill Cantico, le otre minori complessivamente
dodici, ossia tre per ciascuna (1), il Vespro cinque
e 'Hai Compieta tre. Erano dùnque necessari a com­
pletane la sialimodia quotidiana n. 33 salmi ogni
giorno, ossia per tutti i giorni della settimana oc*
correvano 231 salimi. Di conseguenza o si doveva­
no ripetere i Salimi o si dovevano dimezzare. Col­
la ripetizione si aggravava il! peso della recita dlel-
l’Ufficdlo, quindi: b) Si divisero i Salimi più lunghi
in due o più, parti, come prima della riforma si era
già fatto pel1Saltmo Beati immaculali che serviva
nelle sue partii per tutte le Ore minori, e così si ot­
tenne il! numero richiesto per distribuirne la recita
nei giorni della settimana.
Questi Salmi poi entrano pure a formare il Pro­
prium ed il Comune Sanctórum, ed altri1costitui­
scono FUfficiatura dii particolari solennità.

(1) Come già detto, la salmodia domenicale di Terza, Sesta


e Nona è ima continuazione del Beati immaculati, la cui prima
parte si dice a Prima.
Dei Salmi e dei Cantici 271

137« Che cos’è il Cantico, Uso liturgico antico


ed attuale.

In intima relazione Coi Salmi scanno i Cantici•


Chiamasi Cantico (da canere) una composizione
presa dialia S. Scrittura (esclusi i Salmi) e che ha ]jo
scopo idi lodare Dio, « aopratutto di ringraziarlo per
qualche insigne Beneficio ricevuto. Tutti i Cantici
dilatiti dell?A. e del N. Testamento non sono altro
che una espressione di ringraziamento fatto a Diito
dia una o più pensione iin occasioni particolari straior.
dinariie.
L’uso dei Cantici' nella sacra liturgi^ andò sempre
unito a quello diéi Salimi. S. Ambrogio ricorda co*
me nellfUffioio mattutino si cantava il Cantico diéi
tre fanciulli (Benedicite) e dalle Costituzioni Apo­
stoliche appare come nell’Ufficio vesperale si dice­
va il Nunc dimittis. Al tempo di S. Benedetto già
parecchi Cantici erano entrati nel Breviario.
138. Come sono distribuiti i Cantici nel div
Ufficio.
Mentre prima della riforma piana del Salterio,
la Chiesa romana faceva uso solamente di diiiejcn
Canitiei, nel1nuovo: Salterio se ne trovano diciasset­
te. La ragione di questo aumento consiste nel fatto
che ad ogni giorno della settimana, compresa la
Domenica, alile Lodi, si ha un dioppio schema di
Salimi col loro cantico speciale, schema che serve
neUle circostanze ivi notate. Così alle Lodi :
a) Nella Domenica si trova il Cantico dei tre
m Capo IL

fanciullii niella fornace, coiFaggiunta di alcuni ver*


setti adì onore della SS. Trinità, che servono di dos­
sologia, in vece del1Gloria Patri. Nel secondo sche­
ma delle Lodi domenicali si è aggiunto una parte
diéi medesimo Cantico.
b) Nella Feria 11, nel primo schema di Lodi, si
è posto il Cantico di Davide: Benedictus esf Do­
mine. Nel secondo schema si è conservato il Can­
tico dii Isiaàa: Confitebor tibi.
c) Nella Feria 111 nel primo schema alle Lodi
sii è aggiunto al Cantico dii1Tohia : Magnus es, Do­
mine. Nell secondo schema si è conservato il canti­
co dii Ezechia: Ego dixi.
d) Nella Feria IV nel primo schema si è intro­
dotto il1Cantico dii Giuditta: Hymnum cantemus.
Nel1secondo schema sii è conservato quello di An­
na : Exultavit cor meum.
e) Nella Feria V nel1primo schema si è posto il
Cantico dii Geremia.: Audite verbum Domini. Nel
seconde si conservò quello di Mosè : Cantemus Do­
mino.
/) Nella feria VI nel' primo schema si introdus­
se il Cantico di Isaia: Vere tu es Deus absconditus.
Nel secondo si conservò quello di Habacuc: Domi­
ne audivi.
g) Al Sabbato, si introdusse nel primo schema i
Canto dell’Ecclesiastico : Miserere nostri. Nel secon­
de sii conservò quello di Mosè : Audite coeli.
Tutti questi cantici! appartengono al Vecchio' Te­
stamento ed alcuni vantano un’antichità superiore
a quella dei salimi
Ùei Salmi a dei Cantici 973

139. I Cantici del nuovo Testamento.

Oltre al loro senso storico, quesiti tre Cantici ne


hanno pure uno per ehi recita1l’Ufficio, anzi per
tutti) i fedeli.
Il Benedictus è una lode sublime all Sole di vita
soprannaturale, a G. C., venuto dal cielo nella car­
ne (oriens ex alto) : una invocazione perchè si com­
pia Ila promessa di salvarci datila morte per mezzo
di G. C. (cornu salutis nobis), come Lui ha incomin-
ciafto, col Battesimo, la nostra vita. Contiene pure
una lìodO a San Giovanni Battista (et tu puer).
Hi Magnificat, che si recita a Vespro, introdotto
nel Breviario ida S. Gregorio M., è il' più hello led
ispirato dei Cantici. Contiene un sublime ringrazia­
mento a Dio pei benefìci e ben s’addice a questo
punto del divino Ufficio, onde ringraziare Dio an­
che dei benefici della giornata.
D Nunc dimittis, probabilmente introdotto pure
nell’Ufficio da S. Gregorio M., è una invocazione a
Dio che ci dispensi dal lodarlo durante la notte e
ci conceda un riposo in pace; è un ringraziamento
per le manifestazioni delle grandezze di Dio avute
nella preghiera (vidérunt óculi mei etc.) e nel S.
Sacrificio.
Secondo la rubrica questi tre Cantici si recitano
in piedi. Di più al principio si fa il segno della
Croce, sia per rispetto al Vangelo, da cui sono Doli­
ti, sia per animarci alla recita con maggior spirito
di fede in G. C.
E si deve fare dia tutti, tanto' in coro come fuori,
974 Capo IL

gi/usita Ila lodevole consuetudine osservata special-


mente in Roma: e anche negli Uffici da morto (1).
140. Conclusione dei Salmi e dei Cantici.
1 Salmi ed' ii Cantici terminano colla dossologia
Gloria Patri etic. Già nell’Antico Testamento i Sal­
mi avevano una specie di dossologia (Beracha), qua­
le appare ancora nei primi quattro Salmi del Salte­
rio daviditeo. Anche le lettere Apostoliche che ter­
minano coi nominare ili Padre (2) il Figlio (o) od
entrambi (4) facendo cenno della eternità. Di quii
provenne la ofdiiema dossologia, nella quale si no­
minano distintamente le tre divine Persone, e che
si [attribuisce a S. Damaso, come appare dalle Le­
zioni dlellla sua festa (11 die.).
La dossologia alla fine dei Salmi e dei Cantici
come alla fine degli Inni,.' è insieme una professione
di fede « una lode che si tributa jàlle Persone del­
la SS. Trinità. E ciò molto giustamente; poiché in
tali modo è spesso richiamato al pensiero il fine di
tutto l’Opus Dei, cioè la gloria e là lode di Dio u-
noi «e trino pel quale si è cominciato l’Ufficio.
Si omette però ali cantico Benedicite perche in es­
so il fine dèlia glorificazione è già abbastanza e-
spnesiso dal' versetto :Benedicamus Patrem et Filium
cum S. Spiritu; non ha luogo nel triduo della Set­

ti) Oaierem. Episc-, Ièb. II. c. I. n,. 14; c. (VII, n. 3• S. R. C.


3126; 3127, I.
(2) Rem. XI, 36. Gal., I. 5; Ephes. IIL 21.
(3) Rom. XVI.27 ; Hebr. XIII. 21.
(4) Aet. Apost. V. 13.
Dei Salmi e dei Cantici 275

«ImaiiLfl Santa in ragione dei misteri clie si ricorda­


no; e neppure nell’Ufficio dei defunti perchè è
Ufficio di lutto, sostituendovi invece il Requiem
per ottenere suffragi più copiosi in piro delle san­
te Anime.

141. Quali Salmi e Cantici si dicono nel div


Ufficio. Come si devono recitare in coro.
Colla riforma, del salterio Fuso dei salmi del di­
vino Ufficio è cambiato. I Salmi distribuiti nelle
Ferie della settimana (esclusa la Domenica) nel
Mattutino, Lodi, Ore, Vespro e Compieta nel nuo­
vo Salterio servono anche, fatte poche eccezioni,
per le feste ohe cadono nei rispettivi giorni.
I Salimi del mattutino e dei Vespri domenicali si
dicono esclusivamente nelle Domeniche, quando si
fa ufficilo di essa. In generale in tutti gli Uffici dop­
pi o semidoppi o feriali si dicono i Salimi delle par­
ti dell’Ufficio conte sono nel Salterio nuovo, secon­
do la feria nella quale cade la festa. ’
Fanno eccezione: 1) Le Feste che hanno Antifo­
ne proprie ad Vespri e alle Lodi ; 2) Le feste del; Si-
gnore, le Domeniche fra le Ottave del Natale, Epi­
fania, Ascensione, Corpus Domini e S. Cuore di G. la
vigilia dell’Epifania, se di essa si fa l’Ufficio, e Pente­
coste nonché tutte le feste della B. Vergine M., dei Ss.
Angeli, di S. Giovanni Battista, di iS. Giuseppe e dei
SS. Apostoli e deli doppi dii I. e dii II classe nei qua­
li isiil recitano a Mattutino e ai Vespri i Salmi come
nel Breviario del Proprio o del Comune o come
sono assegnati nel proprio calendario, alle Lodi e
276 Capo Ih

alle Ore si recitano ai Saltili della Domenica (li


1 Cantici nuovi assegnati alle Lodi nel secondo
schema si recitano quando, seoondo le rubriche, si
recitano le Lodi smesse.
Sii dicono sempre nelVOrdinario i Cantici Bene­
dictus, Magnificat e Nunc dimittis.
Nella recita dei Salmi in coro si deve osservare
la pausa allPasterilsico, non ostante qualsiasi consue­
tudine in contrario (2). Si deve osservare il Ceri­
moniale dei Vescovi, e quando si suona l’organo aìL
ternaitivarnlentie si deve pronunciare con voce intelllli-
gihild quello che si figura cantato dall’organo (3)
anche da uno diéi Mansionari «dummodo organa
non sileant et insufficiens habeatur choralium nu­
merus». (4).1234

(1) Rubricae Psalterii.


(2) S. R. C., d. 3122 I. II; 4 marzo 1901, n. V.
(3) S. R. C. 2 maggio 1900. n, IX.
(4) S. R. C. 4 marzo 1901, II.
capo ni.
Delle Antifone.

142. Che cosa sono le Antifone. - Come si


stinguono.
Coi salmi e coi cantici stanno in stretta relazione
le Antifone. Antifona dal greco àvrfywvor vale al­
trettanto che voce reciproca, controsonante, alterna,
ed è quella breve «sentenza o proposizione che pre­
cede e segue i Salimi e i Cantici.
Si distinguono tre specie di1Antifone :
1. Scritturali, che sono prese per intiero dalla Sa­
cra Sordittiira e per lo' più dal Salmo o dal Canti­
co (psalteritali) cui vanno <id aggiùngersi. Tali sono
le Antifone per annum poste nel nuovo Salterio;
2. Storiche, e sono quelle prese dalla storia
■’d Santo, o del Mistero, o della Festa che si cele­
brai. Tali sono quelle dii molte Feste del Signore,
deHai Festa dei SS. Pietro e Paolo, di S. Stefano, dii
S. Agata, di. S. Cecdfliilai ecc.;
3. Miste, quainido sono tolte dlaUla sacra Scrittu­
ra, mai modificate dlalll'a Chiiesa ed adattate al Mi­
stero o 'alla Festa che si celebra. Tali sono quelle
dei Vespri del Natale, quelle del Corpus Domini,
del S. Cuore, dii 'S. Stefano, alcune dii S. Lorenzo
eoe. (1).

(1) Gavawto, Lib. 5, c. VII, n. 1 ; Fornici, O, c., p. 167.


278 Capo III•

143. Origine delle Antifone.

L’origine delllle Antìfone del divino Ufficio da al'-


cumii sol fa risalire fino a S. Ignazio M. Comunemen­
te penò isi ritiene esserne stato Sanit*Ambrogio ad i)n-
trodiurle per primo fra i Ilatini nella liturgia railLa-
nesìe, donde tosto* passarono nella romana sotto S.
DamasO', e si estesero in tutto Foecidente Ce ne
fa feidle S. Agostino nel1libro delle Confessioni (1),
e più esplicitamente ancora S. Isidoro dii Siviglliìa
(2). Esse avevano lo scopo «li indicare in qual to­
no si doveva cantare 11' Salmo. Infatti in questo
tempo si usava cantare alternativamente i Verset­
ti dei Salmi; al principiare adunque di un nuovo
Salmo si poneva una sentenza che veniva pure can­
tata sulla melodia colla quale si doveva cantali e II'
Salmo sieguente e spesso la sii ripeteva ad ogni ver­
setto d'el Salmo. Onde Amalairio : «ad. eius sympho­
niam. psalmus cantatur per duos choros, ipsa enim,
idest Antiphona. coniuguntur simul duo chori» (3).
E Durando: «Ad Antiphonae tonum melodia psal­
mi informatur» (4). Dopo S. Ambrogio troviamo
le Antifone nelle RegoMe di S. Benedetto e neìPAn-
trfonariò di S. Gregorio M.
Oltre a questo scopo, diremo così, originario, le
Antifone, nel divino Ufficio, servono ancora: 1. À
farci' intendere iili Salmo, cui vanno aggiunte, se-1234

(1) Confessa Lib. IX, c. 7.


(2) De Offic. acci. Lib. I, c, 7; Cfr. Jakob, 0. c. Voi. 3, § 8.
(3) Amalar, De Offià, eccles. IV. 7.
(4) Durando, 0. c., lib. V., ip. 2, 27.
De)lle Antifone 279

coridlo Ita illazione liturgico-màstica ed il Senso die


gii annette la Chiesa. Ciò appare specialmente ne­
gli Uffici del'l'e Feste nel Comune e proprie ; 2. Ser­
vono a ricreare glli animi: «Antiphonae sunt quasi
cantilenai ad animorum recreationem, divinis lau­
dibus insertae» (1). 3. Alcuni autori del medio e-
vo (tira i quali' il Durando) paragonano Ile Antifo­
ne alila carità, Ila quale unisce, ed è principio diéi
valore soprannaturale delle opere (2).

144. Dove si trovano le Antifone - Quali si dicono.


De Antifone sii trovano apposte ai Salimi, una o
più, in tutte le Ore maggiori e minori del diviiino
Ufficilo. In alcuni Uffici sono proprie, altri hanno
antifone dei Comune coi relativi salmi; in genera­
le Ile antifone sono quelle dlella Feria, niella qualie
occorre la festa dà ouì> si recita FUfficio. De Anltà-
fomle diéi Comune colila nuova riforma si recitano
solamente coi rispettivi Salmi cornei si nota al tit. I.
n. 2. delle nuove Rubriche.
Nel Tempo pasquale si dice una sola antifona
per Notturno (e quindi nell’Ufficio di feria una so­
la Antifona) come è notato a suo luogo nel Salte­
rio. Quando si dicono le Antifone proprie o die!
Comune in questo tempo si aggiunge ad esse VAl­
leluja. Non e però precettivo fuori delFUfficio e non12

(1) Beleth, Explic. div. Off. 25.


(2) Dura-nulo, 1 c- ; Attn-adaT. 1, 4, le. 7, Cfr. Thaibofer, O. c,
p. 401.
280 Capo //I»

si aggiunge nel Piccolo ufficio della B. V. M. (1).


Se alila antifona va aggiunto Valleluia si deve sem­
pre recitare, ecoetito dalla Settuagesima al Sabato
Santo (2).
Le Antìfone proprie, del1Comune o feriali, po­
ste al Benedictus e al Magnificat si recitano per Ile
commemorazioni, come si è detto.
Quandlo le Antìfone proprie dei primi Vespri non
si possono recitare si dicono ai secondi Vespri (3).
145* Come si recitano le Antifone.
In origine nella recita delle Antifone e nel can­
to non sii- faceva alcuna distinzione secondo Ta di­
gnità o la qualità 'dhll’Uffirio, si recitavano cioè in­
teramente prima e si ripetevano per intero dopo il
Salmo, come Io dimostra evidentemente, il Card.
Tommasi. Ma nell’odierna disciplina duplice è il
modo di recitarle : >
r
1. Negli Uffici Doppi, si duplicano (cioè recitano
intere prima e dopo il Saiimo) ai Vespri, ali Mattu­
tino, alile Lodi ed ai Cantóri:
2. In tutti gli altri Uffici (Semidloppi, Senqdìici,
del Tempo) come pure alle Ore minori ed a Oom- ■!
pietà, iniziano soltanto prima dei Salmi e si dicono
intere dopo di essi. ;
Quella parte però riie, in quest’ultimo caso, si
recita davanti ai' Salmi, non dev’essere solo un mo­

d i S. R. C. & 1384. 6.
(2) S. R. C. d 3780. 1.
(3) S. R. C., d. 4141, 1.
Dello Antifone

nosdillabo e non deve contenere un cattivo senso.


(Cfr. per es. Antitf. a Prima «Iella Domenica di Pas­
sione). Ordinariamente si recita la parte elie si e-
stende fino alPasterisco, olle si trova nelle edizioni
tipiche.
Circa la disciplina corale si noti : I. «Antiphonas
in choro, noimisi stando esse intonandas a quibu­
scumque Beneficiattiiis amt Mansionariàs seu Ca­
nonicis». II. «Si ah uno ex Canonicis intonantur,
omnibus esse surgendhim in Choro praesentibus,
Hebdbmadariio excepto, si sit paratus, vd ah una
illius qui intonat parte, vel ah utraque, justa eccle­
siarum consuetudinem». IIT. «Si vero Antiphona
ab uno ex Beneficiatis aut Mansionariis intonetur,
omnes, Canonicis exceptis, surgere debere, vel ab
una tantum parte, ut supra vel ab utraque,
prouti Ecclesiarum fert consuetudo» (1).
146. Recita delle Antifone contenenti il pri
versetto del Salmo.
Fra le antifone scritturali psalteriali, si trovano
di quelle òhe sono formate dal' primo Versetto die!
Salmo stesso od almeno cominciano colle stesse pa­
role. Circa la recita di queste Antifone si osservi:
1. Se l’Antifona' 'contiene intero il1primo Verset
to e non altro, il Salmo si incomincia dal secondo
Versetto e non si ripete il primo (2).12

(1) S. R. C., d. 3781.


(2) Cfr. Rub. locale avanti il Salmo 90; Qui habitat nel Co­
mune della Dedicazione della Chiesa. III. Notturno.
Capo III-

2. Quando però FAntifona contiene quasiché pa­


rola dii più, e nel tempo pasquale ha aggiunto Val­
leluja, il Saltato eli deve cominciare dal principilo
perchè queste aggiunte tolgono la continuazione (1).
3. Neghi Uffici Semidoppi, Semplici ecc. e in tut­
te le parti dell’Ufficio FAntifona prima del Salme
in cuòi si incomincia soltanllo quando le parole deh
le Antifone che sai (recitano sono le medesime colle
quali inoomiiincia ili Salmo, questo si incomincia col­
le parole che susseguono, senza ripetere quelle delh
FAntifona (2).
4. Tanto si deve dire ancora quando FAntifona
contiene scita metà del1primo Versetto o una parte
recdltaitìa coIlFAnltifona, purché non vi' sia VAlleluja
come si è detto.12

(1) Cavalieri 0 . c. t. 2., dee. 299 n. 2.


(2) Cfr. la Rubr. premessa al Salmo 17. DUigam, al H. Noti
dell’Ufficio della Domenica nel Salterio.
CAPO IV .

Dei Versi, Assoluzioni, Benedizioni*

147. Che cosa sono i Vera1 nel divino Uffici


quale scopo hanno.
Chiamansi Versi o Versetti quelle brevi sentenze
seguine da una riposta, che sono ordinariamenite
prima o d)op'o De Antifone dei Salimi, Cantici od 0-
razionl.
Lo scopo del Versetto è duplice: 1. Raccogliere
lo spirito alla recitai della parte importante5dell’Uf-
ficaJo che segue (Lezioni, Cantini, Orazioni). Di qui
la pratica dì volgersi verso l’altare nella recita diéi
Versetto dalla quale pratica esso trae il nome
(vertere) (1). 2. Nel' Mattutino specialmente, il
Versetto serve a concentrare in sè, in modo più
conciso che non It’Antìfona, il senso mistico liturgi­
co deli notturno : nelle altre ore si riferisce talora
al tempo del giorno in cui si recita quell’Ora (Ve­
spertina oratio etc. — Repleti sumus mane etc.) ;1

(1) «Versus a reversione noumeni tònalhit... let «Ulta <e(t acuita vone
diciUur 'aldi exditamdium pigros qui in laudando Denum «WinteMIiigienido
divina fcolrpetrtt, revertantur ad cor odt vildelliiiciet, eo audito om­
nis cogitatio, quac forte videndo temporalia foras exiit, reduca­
tur intra nos». Durando (X c. lib. V. c. I. n. 40 «Ante cantica
evangelica in Laudibus, Vesperis et Completorio excitamur Ver­
sibus ad intelligentiam eórum et ad orationem et in commemora­
tionibus sempre adhibetur Versus ut oratio ferveat» Gavantto S.
V. c. X. n. 2; Cfr. pure Bona 0 . c. Cap. XV. §‘. 13.
Capo IV.

più spesso hanno relaziono al Tempo dell’Anno od


alla Festa spedalo che si celebra (1).
Nella recita corale i Versetti si devono cantare da
due cantori (2).
148. Dove si recitano i Versetti.
1. Sempre si dicono; i!Versetti al Mattutino, dopo
l’ultimo Salmo e l’Antifona dei Notturni, o si de­
cano tre Notturni, o uno solo. Alle (Ore si dice nel
Responsorio breve dopo la ripetizione della patite
diéi' Responsorio' detto il Gloria Patri.
2. Nella Pasqua di Risurrezione e per tutta la
sua Ottava fino ai Vespri del Sabbato in Albis ex­
clusive nel Notturno soltanto si dice il Versetto, ma
non nelle altre Ore, come viene notato nel proprio
luogo. ! i'HTl
3. Quando si fa qualche commemorazione, dopo
la Antifona si dice sempre il Versetto, che si pone
nell’Ufficio dopo l’Inno dei Vespri e dielle Lodi,
purché non venga segnato diversamente.
4. Ai predetti Versetti del Tempo Pasquale si
aggiungerà sempre 1’Alleluja; non però ai Versetti
dielle Pred, nè a quelli dei Responsori del Mattu­
tino.
5. Nell’Ufficio dì una Festa dì tre Lezioni alila
fine di' tutti i Salma feriali con le Antifone si dirà12

(1) Si noti la relazione tra i Versetti dei Notturni ed i Re­


sponsori >brevi delle Ore. Il Versetto del I. Notturno e il Respon­
sorio di Terza, il Versetto del' II. Notturno è il Responsorio di
Sesta, e quello del IH . è il Responsorio di Nona.
(2) S. C. R. 19 maggio 1607 n. 235. 17.
Dei Versi .Assoluzioni ■Benedizioni

il Versetto come nel Salterio... ossia quello posto


a'HUa fine dei Salmi del1Terzo Notturno.
6. I Versetti posti nel Salterio alile Lodi ed a
Vespri, si dicono sempre quando non ne vengono
assegnati altri proprii nel Proprio de Tempore (1).
149. Che cosa sono le A sso lu zio n i e B enedi­
zio n i . Loro origine, loro scopo.
Nell’Ufficio notturno all Versetto tengono dietro,
prima «della recita delie Lezioni, lìe Assoluzioni e
Benedizioni. Chiamasi Assoluzione, quella breve
preghiera^ che si recita dopo il Pater noster ed avan­
ti Ila (lettura delle Lezioni a Mattutino o del Capi­
tolio finale di Prima. Secondo alcuni essa chiamasi
con questo nome, perchè compie, termina, (absol­
vit) la Salmodia. Secondo altri, più probabilmente,
essa trae il suo nome dalla formula di assoluzione del
Terzo Notturno: A vinculis... absolvat, ed include
urna invocazione per ottenere il perdono dei peccati
vemàìailii.
Le Benedizioni sono invocazioni speciali fatte in
ceriti punti del Divino Ufficio. Esse risultano di due
partii, cioè della petizione deli Lettore, die domanda
al Superiore il permesso di leggere lia Lezione, e
della concessione, in forma di invocazione che fa
il Superiore.
Le Assoluzioni e Benedizioni nei Divino Ufficio
sono di antica origine. H lettore prima di leggere

(1) Rubr. Gen. Br. Ro, Tit. XXIV.


Capo IV•

pubblicamente He sacre Lezioni, si raccoglieva ad


ima prossima preparazione, quindi chiedeva il per­
messo ali Superiore. Di questa antica disciplina ci
parlano Ile regole dii S. Benedetto, si trovano traccie
nelle opere dii S. Efrem, di S. Gregorio dii Tours,
e sdì fa cenno nella vita di S. Ambrogio. Pero neIta
forma odierna esse risalgono al eccolo nono (1).
Lo scopo poi delle' Benedizioni è evidente. Con
esse, recitate in numero plurale, si invoca la grazia
della SS. Trinità sul Lettore, perchè conveniente­
mente annunci la parola di Dio, e sugli uditori, af­
finchè, ripieni diesi divino Spirito, valgano ad inten­
derla ed a praticarla.
150. Quali Assoluzioni e Benedizioni si dicono
nei vari Uffici. Loro spirito.
1. NeWUfficio di nove Lezioni si dicono le As­
soluzioni e la Benedizione prima delle Lezioni coi­
rne si pongono neWOrdinario, cioè dopo il Versetto
detto il1Pater noster ecc. ai dicono le Assoluzioni
e Benedizioni come si trovano, fuorché nei Mat­
tutini delle tenebre della Settimana Santa e neh
l’Ufficio dei defunti, in cui non si dicono nè Asso­
luzioni, nè Benedizioni (2).
Le Assoluzioni sono in modo speciale dirette a
G. C. adì ottenere Ila sua misericordia, il perdono
dei peccati. Le Benedizioni del primo e del accon­

ti) Amai ar, de Off. ecd. E. IV. c. a.


(2) Per questo numero e pei seguenti cfr. Rubr. Gen. Br. Ro.,
Tit. XXV.
Dei Versi -Assoluzioni -Benedizioni 287

do Notturno sii rivolgono alle persone della SS, Tri­


nità e precisamente per ciascuno Notturno la pri­
ma Benedizione è una invocazione al Padre (Be­
nedictione perpetua — Deus Pater Omnipotens) la se­
conda al Figlio (Unigenitus Dei Filius) — Chri­
stus perpetuae), Ila terza alio S. Santo (Spiritus
Sancti grada — Ignem sui amoris). Le Benedizioni
d'eli Terzo Notturno invece hanno carattere lutto
speciale: colla prima s’invoca sulle animle lia divina
efficacia della parola del Vangelo che sii legge; (rol­
la seconda s’implora il divino aiuto (Divinum au­
xilium) e nelle Feste dei Santi s’invoca lia' loro in­
tercessione (Cuius festum colintìus... intercedat) ;
la terza è un voto che si fa a Dio, perchè eòi ammet­
ta nella società dei cittadini del Cielo (Ad socie­
tatem civium supernorum).
2. N&WUfficio di tre Lezioni, se è della Feria in
cui Ile Lezioni sono della Scrittura le Assoluzioni
e Benedizioni si assumono ancora dall’Ordinario e
servono per le Ferie della settimana con questo or­
dine : nella Feria II e V si dicono quelle del primo
Notturno: nella Feria III e VI si dicono quelle
dell secondo Notturno, melila Feria IV ed' al Sabba-
toi si dicono come nel terzo Notturno.
3. Se poi le Lezioni sono rii qualche Omelia sul-
FEvangielo del giorno, allora le Assoluzioni si re­
citano' nelle diverse Ferie secondo che si è detto
più sopra, ma le Benedizioni saranno per ordine:
Evangelica lectio. Divinum auxilium. Ad societa­
tem.
Capo IV-

Quando ad fa invece Ufficio di un Santo di tr<e


Lezioni, ossia Semplice, si dice FAssoluzione .se­
condo Ila Feria come sopra e le Benedizioni sono
sempre come nei terzo Notturno, in questo modo :
la 1. Ille nos benedicat; la 2. Cuius (ovvero quorum
o quorum) Festum colimus ; la 3. Ad societatem.
4. Quando si fa FUfficio di S. M. in Sabbato I
Assoluzioni e le Benedizioni si dicono come nel!
Piccolo Ufficio» della B. V. in fine’del Breviario.
In queste regole della Rubrica del Breviario
non si deve riguardare semplicemente un vero mec­
canismo. Vi è qualche cosa di ben più' elevato: è
un organismo pieno di profondo oonce’to e dello
Spirito dblla Chiesa. La Domenica è il dies Domi-
ni, e Ile Ferie della settimana non sono destinate
ad altro scopo pel clero, che a continuare le lodi
a Dio: or anche Ile Assoluzioni e Benedizioni do­
menicali si estendono alle Ferie. Si osservi poi co­
me sono coordinate e vanno sempre crescendo i
pensieri delle Assoluzioni e delle Benedizioni co­
me sono connesse, specialmente le Benedizioni del
terzo Notturno. Si invoca la virtù del Vangelo,
l’aiuto di Dio (nella Domenica) o la intercessione del
Santo per imitarlo (nelle feste dei Santi) ed infine
le promesse ai custodi fedeli e operatori della paro­
la di Dio.

151. Questione sul Jube, dom ne , benedicere.

Gi rimane a toccare una questione che si fa dai


cilroa il Jube, domne, benedicere. Nella
Dei Versi • Assoluzióni - Benedizioni

recita pubblica dieli divino Ufficio od in compagnia


di altri, il Lettore rivolgendosi a chi presiede 'dice
sempre : Jube, domne. Solo il Vescovo leggendo le
lezioni, rivolgendosi a Dio, perchè in coro non ha
altri Superiori, dice: Jube9Domine (1) .
Nclllla recita privata si dice sempre, tanto per le
lezioni del Mattutino quanto per quelle brevi di
Prima e dii Compieta: Iube Domine benedicere, co»
me è stabilito dallttla rubrica del Breviario nel f Ordi.
narro del Divino Ufficio al Mattutino.1

(1) Caerem. Episc. lib. II c. V. 9.


CAPO V.
Delle Lezioni
152. Antico costume delle Lezioni scritturali e
patristiche nella recita del divino Ufficio.
E’ fuori d’ogni dubbio ohe la Chiesa, tanto nel'
S. Sacrificio della Messa come nella liturgia die! di­
vino Ufficio, fino diai primi tempi abbia usato leg­
gere dei tratti dellia Sacra Scrittura. Tali Lezioni
non furono una introduzione fatta dal monacheSi­
mo nel Breviario, come pensava FAbate Teodloma-
ro, scrivendo a Carle Magno ; esse risalgono ai pri­
mi secoli. S. Giustino, infatti afferma : «Die solis
coetus fiunt, ubi Apostolorum, Prophetarumque lit­
terae, quoad fieri potest, Praeleguntur». Tertulliano
dice: «Convenimiis ad divinas Scripturas legen­
das»; ii1Concilio di Laodicea (a. 320) can. 17, vuo­
le che similii Lezioni si facciano insieme ad Salimi:
«In conventu fidelium nequaquam Psalmos conve­
nit continJuare sed per intervallum, idest per Psal­
mos singulos recenseri debent Lectiones». Proba-
billmente sotto S. Diamaso per opera dii S. Gerola­
mo, certamente sotto S. Gregorio Magno per opera
dei Benedettini, (avvenne già una distribuzione del­
la Sacra Scrittura da leggersi nel divino Ufficio, e
si conosce un ordine scritturale, che è forse ili più
antico ed è attribuito a S. Gelasio, o ad un Conci­
lio tenutosi durante il suo pontificato (1).
(1) Decr. diet. 15; Cfr. su di e99o Amalario, de Ordin. Antiphon
pa'/oloig. ; Rainke, Dos Kirchlicke Perikopensytem pag. 22 ®eg. Dal­
l’uso liturgico dei sacri libri proviene una conferma del loro ca­
rattere inspirato e della loro canonicità.
Delle Lezioni

Le vite o storie dei Martiri in origine si leggeva­


no durante il S. Sacrificio, quindi il Vescovo tene­
va FOmelia. Dalla Meissa simili lezioni] passarono
airUfficio e si recitavano in origine solitanto nelle
chiese ove erano sepolti i Martiri. «Passiones San­
ctórum vel gesta ipsorum ad Adriani tempora tan­
tummodo ibi legebantur ubi Ecclesia ipsius Sancti,
vel titulus erat... Ipse vero a tempore suo recitari
jussit, et in Ecclesia S. Peltri legendas esse consti­
tuit» (1). La proibizione emanata dal Concilio di
Laodicea di leggere in chiosa le produzioni popo­
lari: «nihil a plebe editum legatur in Ecclesia»,
non valse a trattenere gli abusi che provennero,
appena fu permessa la lettura delle vite dei Santi.
Presso alcune chiese e monasteri le Lezioni scrittu­
rali erano scomparse per lasciar luogo ad una pro­
lissa vita idei Santo. Così' i monaci di S. Benedetto
avevano dodici Lezioni della sua viltà, i dionisiani
nej avevano pure dodici del martirio (di S. Ippolito.
Ai togliere cotesti abusi la Chiesa ordinò che della
vita del Santo non si leggessero piu Idi tre Lezioni
e vietò che tutte ile Lezioni dell’Ufficio si toglies-
seros della vita del Santo (2) come prescrisse che
le Lezioni dei Santi fossero prima approvate dalla
S. Sede (3). Quando non si celebrava la festa di123

(1) Fornici, O. c. pag. 174.


(2) Fornici, I . o .
(3) Anche «otto il pontificato di Leone XIII furono emenda­
te parecchie lezioni della vita dei Santa. Tuttora pero si sente
il bisogno che Ife lezioni storiche vengano criticamente rivedute,
miiiglllimiraitiPi e po&sibilWeiiitie abbreviarne. Gomme «ionio splendide le
antiche!
Capo V-

un. Santo le Lezioni del secondo Notturno erano


tolte da un Padre il quale aveva commenitaito ìQl li­
bro scritturale lento nel' primo Notturno.
Le Omelie dei Padri sul Vangelo, al III. Notturno
vennero naturalmente introdotte più tardi; in ori­
gliare, alla fine 'deli' Notturni, si leggeva per intero il
Vangelo della Messa del giorno o della Festa (1).
153- Distribuzione delle Lezioni scritturali nell’an­
no liturgico.
Come 'già appare dal sopra accennato ordine li-
tnurgiioo delle Lezioni scritturali nel1divino Ufficio,
la Chiesa niellila lettura dea. sacri Libri, non seguì
l’ordine del canone biblico, bensì un piano, che
aveva per baise Fanno liturgico e, secondo l’indole
dei diversi tempi, il! pensiero che esisa voleva far
conoscere ai fedelli.
Goìsì ebbe origine quella sapiente ed ammirabi­
le disposizione dei libri scritturali nelle Lezioni
deiM’anno liturgico che abbiamo oggidì, e che pro­
viene dal Pontefice S. Geliamo.
Nell^Avvento fino al Natale si legge il profeta
Isaia, il quale parlò chiaramente della nascita diéi
Messia.
Dal Natale alla Settuagesima si leggono Ile Episto­
le di S. Paolo, nelle quali l’Apostolo descrisse i
frutti delle virtù che deve portare nelle anime là
venuta del1Salvatore. Essi sono i migliori omaggi
che la Chiesa desideri presentare al Dio fatto uomo.
Dalla Settuagesima alla Passione si legge il pro­
feta Geremia, iìli quale, più (chiaramente degli altri,
(1) ThaUiofer, O. c. p. 415.
Delle Lezioni 293

descrive i dollari dell Redentore e Ilo rappresentò


melila sua vita, per la quale il Santo Profeta è all ti­
po deli'’addolorato Messia.
Nel Tempo Pasquale si leggono gli Atti Aposto­
lici die contengono la -storia e gli effetti della ri­
surrezione di G. C., il fervore dei primi cristiani ;
VApocalisse che descrive il risuscitato Redentore
nel regno della gloria celeste; le Epistole dei SS.
Giacomo, Pietro, Giovanni e Giuda, che furono i
testimoni della risurrezione di G. C. e della poten­
za della sua grazila.
Dopo la Festa della SS. Trinità, fino al mese di
agosto, si1leggono i quattro libri dei Re, iì quali con­
tinuano il filo storico e rappresentano, con le pro­
ve idei popolo ebreo, i tempi che attraversò la Chie­
sa. (Davide perseguitato e poi vittorioso — e la
Chiesa perseguitata vince la sinagoga. Divisioni deli
regno — scismi nella Chiesa).
Ih' seguito la Sacra Scrittura è distribuita secon­
do i mesi. Nell mese di’ Agosto si leggono i libri Sa­
pienziali, che contengono una profonda dottrina
mortale e fanno- ricordare Ile epoche dei Dottori ; in
Settembre si legge Giobbe, Tobia; Giuditta, Ester,
rappresentanti le virtù cardinali (Giobbe la giu­
stizia; Tobia la prudenza; Giuditta la fortezza;
Ester la temperanza). Con essi la Chiesa invita alla
pratica delle virtù, e ce ne addita i premi: in Otto­
bre si leggono i due libri dei Maccabei, òhe con­
tengano le aspre lotte sostenute dal popolo giudai­
co per difendere' la religione, e ci insegnano a com­
battere il male dietro Feseimpdo e la condotta di Ge­
994 Capo V•

sù Cristo. In Novembre si riprende la lettura dei


Profeti e prima di Ezechiele e di Daniele, e poi
degli altri dodici Profeti Minori, fino all’Avvento.
154. Lezioni della S. Scrittura al primo Notturno
Secondo le nuove rubriche (1) le; Lezioni al Mat­
tutino nei Lo Notturno si dovranno sempre leggere
della Scrittura corrente, anche quando si trovano
assegnate nel Breviario lezioni del1Comune,
Fanno eccezione: a) lie feste che hanno Lezioni
proprie, non nel Comune; c) le feste che occor­
rono nelle Ferie che non hanno Lezioni della S.
Scrittura e per le quali le Lezioni al I.o Notturno
si dovranno necessariamente assumere dal Comu­
ne ; d) le feste che avevano fin qui Lezioni del Co­
mune ma Responsori propri, le quali conservano la
loro Lezione del Comune, se detti Responsori non
sono aggiunti alle Lezioni del ILo Notturno.
Andhe nelle feste dei Dottori, se non cadono nel­
le ferie che non hanno Lezioni scritturali, al I.o
Notturno si leggono le Lezioni defilila Scrittura oc­
corrente.
Si osservi però (2) : a) Quando taccone una fe­
sta' di nove Lezioni nelle ferie II e IV) delle Roga-
zioni, dei quattro Tempi d’Avvento e di settembre
si può e si deve leggere le Lezioni scritturali! che
furono impedite nel giorno precedente o lo garan­

ti) Addit, et Variai, in R. B. R. Tit. I. 4.


(2. S. R. C. d. 4289, VI. aeqq.
Delle Lesioni m

no nell seguente, quando Ila festa non eriga lezioni


del Comune o non le abbia proprie; ri deve, però
preferire quelle del giorno precedente.
b) Le Lezioni della Scrittura occorrente ri posso­
no trasferire dalle loro ferie in quelle ohe ne man­
cano perché hanno le Omelie, e così sii leggono nel­
le feste che occorrono nelle ferie mancanti dii lezio­
ni1scritturaiii.
c) Quando le Lezioni del1Lo Notturno poste nel­
le Domeniche II, m e IV di Quaresima non si pos­
sono leggere in es&e per la occorrenza d’una festa
doppia dii prima classe, si l'egggomo nella feria IL
Altrettanto si dovrà fare per altre Lezioni che non
si potessero leggere nelle Domeniche di seconda
classe in Quaresima.

155. Principiofdei Libri scritturali.


I Libri scritturali sono così distribuiti nel Pro­
prio del1Tempo deliFanno ecClbsiastìco che dii tutti
se ne debba leggere alhneno una parte. Le lezioni
però che nelle Ferie o nelle Domeniche non ri pos­
sono leggere peròhè occorrono feste speciali, ri o-
mettono e non si riassumono che nei' cari1sopra ri­
feriti. Non così delle lezioni che incominciano i
Libri sacri; queste Lezioni se non si possono leg­
gere in quella Feria o Domenica, per la quale so­
no assegnate, si leggono nella prima feria seguente,
omettendo quelle ad1essa assegniate, anzi se occor­
re, si devono collocare anche dine o tre principii del­
le Lezioni niellai medesima feria, come può acca­
dere per Ile Lezioni dei Profeti minori. I principii
Capo V’

dei Libri scritturali che non si possono collocare al­


trimenti, non si possono assegnare ad una festa che
al Lo Notturno ha vere lezioni proprie storiche; si
possono però assegnare ai giorni nei quah corri* li­
na festa con lezioni (appropriate come sarebbe la
Dedicazione delle Arcibasiltiche dea SS. Pietro e
Paolo, di S. Maria Maggiore t simili (1).
II principio dii qualsiasi Lettera dìi S. Paolo as­
segnato ad una Feria melila quale si anticipa PUffi-
cio di Domenica dopo FEpifania, come pure i prin­
cipii assegnati ad' altre ferie antecedenti, quando so­
no impediti nel loro giorno, si devono recitare nel­
la feria antecedente o anche nella Domenica, seb­
bene sia necessario assegnare a qualche festa di rito
semidoppio tanto minore che maggiore proprie del
Comune. In questo caso i principii dei libri stessi
si 'collocheranno nella feste 'suddette con questa re­
gola si leggeranno i principii dei libri nella festa
che ha Lezioni del Comune a !preferenza di quelle
(die le ha proprie o che in occorrenza si deve po­
sporre aPfa/ltra, ovvero Che cade itn una ferita alila
quale è assegnato un principio d!’un libro, ovvero
edile occorre in tempo posteriore, te ise nemmeno a
questa condizione si possono recitare O'riporre tut­
ti i principia della Epistola, in quelFanno sii omet­
tono quelli che si dovrebbero leggere dopo, se cioè
per flutti i principii vi fossero giorni liberi da feste
di rito doppio di' prima o seconda cllalsse. In fine
i principii che occorrono dopo quella feria nella qua-1

(1) S. R. C., d. 4289. Vili. IX.


Delle Lezioni 297

le 'Sii è recitato tuitto l’Ufficio deMa Domenica .anti­


cipata in quell’anno si devono affaltto omettere se­
condo le rubriche dell Breviario Romano Tilt. XXVI,
n. 8; perchè coll’Ufficio celebrato dii una Domeniica
anticipata si incomincia una nuova settimana nel­
la quale non sii possono riporre i principiai.
Il principio di qualunque lettera dii S. Paolo as­
segnato al sabato nel) quale si anticipa tuitto L’Uffi­
cio dii una Domenica dopo FEpiifamia, si deve leg­
gere in una feria della settimana precedente, conte
si è detto, non ostante ili Decreto 28 marzo 1775,
1. n. 2503; e in quel sabato si recitano ile Lezioni
della Domenica anticipata. Se però si celebra una
festa ed Ufficio doppio di prima o di seconda clas­
se, ili principio della Domenica anticipata in quel-
l’anno si omette affatto, anche qualora nelle ferie
precedenti il' sabato vi hanno dei giorni Hiberi per­
chè i principii impediti non possono anticipare nel­
la precedente settimana (1).
La parte dellFEpi'stoIa dà S. Paolo posta nelle
Domeniche dopo l’Epifania che non si può leggere
per Pamtioipazione della Settuage&hna si omette.
Così puire quella che rimane del Libro dei Re al
sopraggiungere della prima Domenica di Agosto e
di quelle dei Maccabei nel1mese di Ottobre, come
è detto a suo luogo.
156. Lezioni proprie e del Comune
Sono conservate alle Feste ed1agli Uffici, sotto
qualsiasi rito si celebrano', le lezioni della S. Scriit-1

(1) S. R. G, d. 4262.
Capo V•

tura assegnate come proprie quando hanno Respon­


sorii propri, altrimenti si devono leggere della Scrit-
tura corrente.
Le Leziioni del Comune sono conservate solamen­
te per le feste che sono dii rito doppio dii prima o
dii seconda classe. Così pure per tutte le feste che
cadono in giorni, nei quali mancano Ile lezioni scrit­
turali, come in Quaresima e ned quattro Tempi dii
astiate e di autunno.
157. Lezioni del secondo e terzo Notturno.
Nel secondo Notturno 1) per le feste di ri­
to doppio o semidoppio si leggono le Lezioni sto­
riche dJeJla vita del Santo e qualche volta un tratto
di un ©acro scrittore riguardante la festa stessa. 2)
Negli Uffici; della1Domenica si trovano Ile Lezioni di
un sacro scrittore che sono un commento del libro
scritturale che si legge in quel tempo.
Qualche volta le lezioni storiche dei Santi sono
solamente due o anche una sola (quando special-
mente il Santo è descritto nel Calendario sotto ri­
to semplice, mentre in qualche Diocesi od Ordine
religioso si celebra con rito doppio) e in questo ca­
so si assumono le rimanenti lezioni dal Comune, co­
me viene indicato nel Calendario particolare.
Le Leziioni del Terzo Notturno risultano sempre
di un brano di Omelia dii un Padre della Chilesa sul
Vangelo che si legge nella Messa. — I Padri e i
sacri Scrittori sono i migliori interpreti della S.
Scrittura, coloro che la esposero secondo la mente
della Chiesa, quindi, nel divino Ufficio, si leggono
i Ibro scritti. ! -, >3 - LT :
Delle Lesioni m
158. Elenco dei Ss. Padri e scrittori dai q
vennero tolte le Lezioni del IL e III. Notturno. (I)1

NOME E SECOLO DELL’AUTORE Xe o


CM m
S. Agostino, Vesc. dflpponia seic. IV-V 56 74
S. Am brosio, Vesc. di Mìlaino » IV 24 39
S.‘Atanasio, Vaso. dii Alessandria » IV 2 1
S. Basilio Vesc. d i Cesarea » 4 —

S. Bedlai, 0 . S. B. m onaco iln^Ileee » v ii- v m 4 21


S. Bernardino) dia Silena, O. F. M. » XIV-XV 2 1
S. Bernardo, Ab. d i ChiaravaEe » XII 15 8
S. Bomvenibuira, Veec. 0 . F. M. » xm 2 2
S. Cipriano, Vesc. di Cartagine » m 4 -

S. C irillo, Veec. di Alessandria » IV-V 1 1


S. C irillo, "Veec. idi Gerusalemme » IV-V 1 —

S. E pifanio V. dii Salam ina a Cipro » IV-V 1 1


S. Felice IV, Papa » VI 1 —

S. Fulgenzio, V. dii Ruspe in A frica » VI 3 —


S. Germano P atr. dì Costantinopoli. » v u - v n i — 1
S. Giovanni Damasceno, monaco » v n -v m 2 2
S. Giov. Griisosit|omo, P atr. d ì Cpoli » IV-V 25 19
S. Girolam o dì Stridlonie, prete » IV-V 15 27
S. Gregoriio M agno, Papa » VI-VII 16 58
S. Gregorio, Nazilan., Patir, d ì Cpiolì » IV 3 —
S. Gregorio, Vescovo dì Nilesa » IV 1—
S. Ireneo, Vescovo d ì Lione » II 1 1
S. B ario, Vesc. dì Poiltilex» » IV — 12
S. Isidbro, Vesc. di Siviigfia » vi-vn — 1

(1) Qui si rifieiràscomlo' solitanto le Leziomil .del Breviatio <Ml)ai


CMiesa tmiivtefrsiallse te jnloin deflie Chie'se pairtiileolliarfu Non si tìlen-
conltloi <MI« voilfe che urna medesima Legione viem lilpetutia) du­
rante Tanno, come avviene spesso nel 3. Notturno.
800 Capo V>

2 Nott. 1
3 Notti
NOME E SECOLO DELL’AUTORE

S. Leone Magno, Papa sec. V 27 3


Leone X III, Papa » XIX-XX 2 _,
S. Lorenzo Gduist., Patir, d i Venezia » XV 1
S. Maissimo, Veso. d i Torino » V 4 1
S. Paolino, Vesc. di Noia » IV-V I
S. Pietro- Camdsio, P rete S. I. » XX 1
Pio. IX, Papa » XVI / 6_
Pio XI, P apa » XIX 8 _
S. Pietro Grisol1., Are. d i Ravenna » VI-VII _ 3
S. Roberto Bellarm ino, Vose. S. I. » XVI-XVII — i
S. Sofronào, Patir, di Gerusaleimme » V — 2
S. Taraisiiio, Patr. di' C.poli » VIII-IX — 1
S. Tomaso- d’Aquilno, 0 . P. » xm 2—
159. Nona Lezione dell'Omelia.
Quando una festa cade in. una Domenica maggio­
re o minore, in, una Feria maggiore, od in una Vi­
gilia lie quali invece della lezione scritturale del!
tempo hanno una Oimiellia sul1Vangelo, e la festa per
dignità prevale agli uffici soipradetti del tempo, que­
sti- Uffici, non solamente hanno la commemorazione
solita nell’Ufficio della festa, mia vi portano anche
la nona Lezione. Ossia si omette la nona (Lezione
della festa e in suo luogo si pone la prima -delle
tre sull’Omeliia della feria o della Domenica.
Dii qui consegue che : a) La nona Lezione delil’O-
mellia si recita appena negli Uffici De Sancto e non
in quelli de Tempore : b) La nona Lezione della
Omiellia della Domenica feria o Vigilia impeditia da
una festa si legge sempre; c) La Omelia della Fe­
ria maggiore in cui cade pure la Vigilia si legge
Delle Lezioni 301

nelFUfficiio diéi Santo come nona Lezione e si omet­


te quellia della Vigilia.
Fa solo eccezione una Festa di prima classe che
cade in una vigilia, nel quale caso non si legge la
nona Lezione della Vigilia.
160. Nona lezione storica del Santo.
Quando un Ufficio de Sancto dii rito doppio o
semildoppio occorre con una Festa dii un Santo sem­
plice o semplificato avente una o più Lezioni vera­
mente storiche, ogni volta che di quesito si deve fa­
re commemorazione alle Lodi, si legge anche a Ma/fc
tubino la nona Lezione storica delia sua vita.
Per questa nona Lezione storica si composero
ufficialmente le Lectiones breviatae e sono sempre
ridotte ad una sola.
Eccezioni. Non si legge mai la nona Lezione sto­
rica dii un Santo : 1) Nelle Domeniche dii qualun­
que grado siano, maggiori o minori (1); 2) Nelle
Vigilie e Ferie che hanno omelia sul Vangelo, la
quale prevale alle lezioni del Santo. 3) Negli Uf­
fici di' tre Lezioni : 4) Nelle Feste di ritto doppio dii
prima classe; 5) Nel 'giorno Ottavo o in quelli fra
FOttava impediti da festa di rito superiore (2).
La nona Lezione del Santo si legge senza titolo.
(3).123

(1) Rub. Paalt. Tit. I. n. 5.


(2) Rub. Brev. Tit. IX, 10.
(3) S. R. C., d. 199. 2.
302 Capo V.

161. Numero delle Lezioni nei diversi Uffici.

NteWUfficio feriale si dicono tre Lezioni della


S. Scrittura corrente, eccetto òhe Ila feria abbia Fo-
meiliia, nel quali caso si diranno le tre lezioni della
Omelia. — NelFUfficio di un Santo di rito sempli­
ce si leggono tre lezioni, e precisamente la prima e
seconda lezione della S. Scrittura corrente, la terza
della festa, riunendole in una se vi1sono due lezio*
ni storiche. Così pure nell’Ufficio dii S. Maria in
Sabato (1). — Negli altri Uffici cioè della Dome­
nica dell’Ottava, dei Santi doppi e! semidoppi si leg­
gono nove Lezioni.

162. Come si incominciano e terminano le Lezioni


a) Le Lezioni della S. Scrittura, siano del Tem
po ohe proprie o del Comune, si incominciano col
titolo del libro da cui si prendono se non è notato
altrimenti. La prima Lezione che isi legge di un li­
bro ha per titolo: Incipit eoe., le altre De libro....
o De Epistola... 6) Quelle die! secondo Notturno,
pure tolte da qualche sermone o Trattato, si leggo­
no col titolo o nome dello scrittore; quelle storiche
si leggono senza titolo ; c) Nel terzo Notturno si pre­
pone il nonne dell’autore delFOmelia: Homilia S.
Augustini etc.
In fine di ogni Lezione si dice : Tu autem Do-

(1) Rubr. Psali. Tit. I. no. 6.


Delle Lezioni 303

mine miserere nobis f eccetto nelle Lezioni del Triduo


della Settimana santa e in quelle dellfUfficio diéi de­
funti
Nelle lezioni del1 Triduo dela Settimana santa
si devono leggere anche le lettere iniziali ebraiche
(D-

(1) S. R. C. 23 sett. 1885. n. VI. Per la parte rubricale di que­


sto capo cfr. Rubr. Gen. Br. Ro. Tit. XXVI.
CAPO V I.
Dei Capitoli
163. Che cosa è il Capitolo - Origine.
Il Capitolo, detto anche: collectio, lectiuncula,
lectio, capitellum, è una breve lezione scritturale
ohe sdì fa alle Lodi, al Vespro, a Compieta e melle
One immoti.
ET chiamato con questo nome, perchè, come dice
S. Anseimo; «est brevis multorum collectio, et per
hoc quod venit a capite vel capio, summam capit
multorum quae late diffunduntur (1).
Il tempo in cui si incominciò ad introdurre i Ca­
pitoli nel divino Ufficilo non si può precisarne. E’
certo ohe nei secoli sesto e settimo essi erano già in
uso. Nella Regola idi S. Benedetto (Caip. XII e XIII)
si ondina la lettura dei Capitoli. Essi erano tolti dal­
le Lettere apostoliche, dai profeti o dall’Apocalis­
se, e precisamente da quella parte che formava FE-
pistolla defila Messa come si osserva ancora al pre­
sente in molte officiature (2). Il loro uso liturgi­
co fu consacrato dai Canoni die! Concilio di Agde
(a. 506).
164. Carattere speciale dei Capitoli nelle diverse
parti dell’Ufficio.
Queste brevi lezioni scritturali, hanno carattere
speciale slecondlo le diverse Ore canonildhe, nelle12
(1) Comment. in Ep. ad Hebr. cap. Vili.
(2) Baumer, O. e. p. 258. Nel rimale del Durhain (see. VII-
VIII) si trovano numerosa Capitoli. Esso 9egue in tutto l’uso
liturgico romano.
Dei Capitoli 306

quali sono collocate. Così il Capitolo delle Lodi è


appropriato per eccitare il nostro spirito a fare il
bene, a combattere ili demonio. Talvolta ili Capito*
lo ci esorta alla fermezza nella fede, talvolta a com­
piere le opere dii misericordia, sovente a rivestirci,
come guerrieri, delle armi della luce (1). E9 dun­
que un breve eccitamento a passare il giorno se­
condo ili pensiero della Chiesa (2).
A Prima il Capitolo festivo è formato dalle pa­
role colle quali l’Apostolo glorifica Dio, ricordando
le misericordie ricevute : Regi saeculorum etc. e che
riassumono l’opera incessante della Chiesa e delle
anione, che è queillla di dare gloria a Dio. Anche il
Capitolo feriale di quest’ora è un eccitamento ad
amare la pace e Ila verità ed a rivestirci della cristia­
na giustizia.
A Terza, si ripete nelle Feste, il Capitolo dei Ve­
spri (3) e negli Uffici domenicali spesso si trova un
Capitolo proprio. La relazione di questo Capitolo,
come di quello di Sesta e dii Nona, colle stesse Ore,
è pure evidente.
A Vespro il Capitolo delle Domeniche minori è
tolto dall’Epistola di S. Paolo agli Efesini: Bene­
dictus Deus, e contiene tuia lode a Dio per Fopera
defila nostra Redenzione; nelle Feste dei Santi è
sempre quello delle Lodi, perchè ha lo stesso scopo.
La ragione della loro brevità, in confronto alle

(1) Gamme, Catech. di perseveranza Farisei IV Lez. 8.)


(2) Amberger, Pastoraltheologie,, Voi. II pag. 567.
(3) S. R. C. d. 3060, I.
Cupo VI,

Lezioni dei Notturni, è pìercihiè durante il giorno, lo


spirito è ameno atto che non alla notte, a prestare at­
tenzione alla Lezione scritturale (1), od anche
perché, durante la giornata incombono altri llaivori
( 2 )-
Qua e là i Capitoli trovanti alquanto differenti
dalFedizione volgatia, seguita attualmente dalia
Ghieisa, e la ragione si è che in essi si segue la ver­
sione italica antica.
165. Capitoli dell’ufficio domenicale, feriale e
stivo.
1. I Capitoli si dicono sempre (eccettotìhè nel
Giovedì Santo fino ai Vespri del Sabihato in Albis
esicliulsivamente e alFUfficio dei Morti) ai Vespri, al­
le iodi, èd alile ore dopo che si sono detti i Salimi e
le Antifone; solamente a Compieta si dice dopo l’In­
no.
2. I Capitoli Domenicali posti nei Vespri, alle
Lodi e alle Ore si dicono dalla Domenica terza, do­
po Pentecoste fino all'’Avvento : e dalla seconda
dopo l’Epifania sino a Settuagesimà. Maj i capitoli
feriali si dicono dopo l’Ottava di Pentecoste fino
all’Avvento, e dall’Ottava dell’Epifania insino alla
Prima Domenica di Quaresima. In altri tempi
si dicono come nell’Ordwiario : se si fa dei
Santi ut in Proprio de Sanctis, quando sono proprii,
altrimenti si dicono quell! del Comune dei Santi.12

(1) Durando, O. c. lib. V. cap. 2.


(2) Probst. O. c. pag. 110.
Dei Capitoli 307

I Capitoli dii Prima e Compieta (quando isti dicono


i Capitoli) non si mutano mai, ma sdì (recitano come
sono nelll’Ordmario.
3. Nelle Domeniche del!5Avvento fino alilfOttava
dell’Epifania e della Settuiagesima finto alila Dome­
nica terza dlopo Pentecoste, nelle Ferie dlell Tempo
pasquale, ed1in tutte le Feste regolarmente si dice
il. Capitolo posto nei primi Vespri anche nelle Lodi,
a Terza ed ai secondi Vespri, salivo alcune eccezioni
segnate nei propri! luoghi? come nelPOrdinario.
4. Nelle Ferie del Tempo Pasquale si dice a Pri­
ma il Capitolo !Regi saeculórum, come nelle Dome­
niche e nelle Feste. In fine del Capitolo si rispon­
de sempre Deo gratias. (1).
166. Osservazioni circa il modo di recitare i C
pitoli.
1. Innanzi alla lettura non si domanda la Bene­
dizione, perchè si recitano (in coro almeno) diadi Su­
periore, ebdomadario, il quale rappresenta la per­
sona di G. C. (2);
2. Si recitano senza titolo, perchè anticamente
non erano altro che il seguito delie Lezioni scrittu­
rali die! Mattutino, ovvero perchè tolti dah’Epistolà
della Messa, alla quale è già preposto il titolo (3);
3. Durante le lettura del Capitolo in corso Si sta
in piedi per rispetto alla parola di Dio e per la123

(1) Cfr. Rubr. Gen. Brev. Ro., Tit. XXIX.


(2) Amalar, 0. c. IV. c. 3; Beleth. 0. c., ic. 30.
(3) GavanJto-Merati, L. V. ©. XII, n. l ì ,
Capo VI

brevità (1), mentre si siede alle lezioni, perchè so­


no lunghe ; ed ancora per rispetto al Superiore che
legge stando in piedi (2).
4. Non si concludono, come le Lezioni col Tu
autem, perché non si è detto Jube domne; in se­
condo luogo perchè essendo brevi, è facile leggerli
senza distrazioni, molto più che sono letti dal Su­
periore (3).
5. Si risponde però: Deo gratias: «ut pro sin­
gulis donis gratias agentes, locum gratiae faciamus
in nobis, et cum gratiarum actione petitiones no­
strae innotescant apud Deum» (4).123

(1) Gavanto-Merati ibid.


(2) Caerem. Epi9c. lib. II. c. S; Gavanto S. 5 c. IS n. 3.
(3) Tranne la Lesione finale di Prima che è detta dal lettore.
(4/ Fornici, O. c., pag. 179; Gavanto, 1>. fc. n. 9.
CAPO VII.

Dei Responsorii

167. Che cosa sono i R esp o n so rii - speci


antichità.
I Responsori nel divino Ufficio, sono quei canti­
ci spirituali òhe seguono immedìatamenitfe le Lezio­
ni ed! i Capitoli afille Ore edl a Comptileita. Secondo al­
cuni, essi portano questo nonale, perchè stanno in
intima corrispondenza colile Lezioni, e suonano tri­
stezza o letizia, conforme al carattere della Lezio­
ne stessa (1); secondo altri!, e forsie più propria*
mente, perchè sono come la risposta del coro ai can­
tori: «vocata hoc nomine, quod, uno canente, cho­
rus consonando respondet» (2).
Essi sono dì due specie, quelli cioè che seguono
il Capitolo alle Ore minori e a Compieta.
Chi sia stato il primo autore diéi Responsorii si
ignora affatto ; comunemente però si fanno risalire
al secolo quarto. S. Isidoro di Siviglia, con altri,
non dubita di attribuirne la invenzione agli Italia­
ni: «Responsoria ab Italis longe ante tempora sunt
reperta, et invocatd hoc nomine, quod, 'uno caneni
te chorus consonando respondet. Ante autem id tem-1

(1) «Responsorium appellatum est, quia respondet Lectionibus,


ti-iifetóilai, tristibus leiaita liaiettite succiinenlte choro» Rupertoi, lib. L oap.
25. Quest» etimologia, come si vedrà tosto, noti è del tutto e-
satta.
(2) S. Isidoro di Siviglia, de divini. Ojfic. Lib. I. cap. 8
310 Capo VII•

pus solus quisque (scii, praeceptor) agebat, nunc


unus interdum, et interdum duo9 vel tres cantores,
choro in plurimis respondente» (1). DaUFTtaliia poi
si diffusero nella Gallia e niellila Spagina, finché S.
Benedetto ordinò nella sina Regola che in fine diéi
Responsorio di ogni Notturno, si recitasse il Gloria
Patri, la quale pratica divenne dì uso comune.
Questi Responsori vennero istituiti, secondo ili P.
Azevedo, affine dii concederne un breve riposo al
Lettore, un tempo da meditare le cose lette, ed una
santa ricreazione dello spirito, e perciò si cantava­
no.
168. R esp o n so ri delle L e s io n i - loro partì e
relazioni colle Lezioni.
I Responsori d'elle Lezioni risultano dii due par­
ti: la prima, detta responsum in senso stretto, per­
chè, anticamente, era cantata da uno, dluie o più
cantori, e ripetuta dal coro; la seconda, detta ver­
sus, perchè veniva ancora recitata /diali cantore vol­
gendosi' all’altare, mentre il coro rispondeva ancora
col respónsum.
II loro carattere è quello dì preghiera dì Ioide,
di ringraziamento e di invocazione, di pia medita­
zione e di sollievo per Fanimo, già illuminato dalla
parola di Dio che ha ascoltato, e dalle meraviglie
di Dio operate ned! Santi.
Di qui l'a ragione per orni gli scrittori medSìoevali
chiamano i responsori eco delle Lezioni, perchè1

(1) S. Isidoro Loc. cit.


Dei Responsorii 311

corrispondono al concetto delle Lezioni stesse. Tale


carattere però non risulta diai Responsorii, almeno
quali sii trovano oggidì nel Breviario, specialmente
melile maggior parte delie Feste dei Santi. Essi non
stanino in corrispondenza con Lezioni particolari,
mia in generale coll libro scritturale dhe sii legge, o
col Tempo (Responsorii idei Tempo), o tool canaltte-
re del Santo o della solennità che sii celebra.
I Responsorii delle Leziioni così si distinguono:
a) storici, cbe si trovano appositi alile Leziioni tol­
te dai libri storici;
b) Sapienziali, proprii delie Lezioni che sono
tratte dai libri sapienziali;
c) salmodici, perchè tolti dai Salmi, sono apposti
spiecàialimemte alle legioni delle lettere apostoliche;
d) profetici, i quali sono apposti ale Lezioni dei
Profeti, quantunque contengano spesso tratti del
Nuovo Testamento, nei' quiaili sii vede avverata la
profezia antica (1).
169. Quali Responsorii si dicono dopo le Lezioni
nei vari Uffici - donde si desumono - come si recitano.
1. Negli Offici tanto di nove quanto dii tre Le
zioni, ogni volita che isi leggono le Lezioni dlelllla
Sarilttura occorrente, con esse sii recitano anche i
Responsori del Tempo, in modo però che le Le­
zioni di qualsiasi Domenica anche se si ripongono
fra la settimana e si uniscono a quelle della Feria,1

(1) Veggansi i Responsori appositi alle Lezioni di Isaia in Av­


vento.
312 Capo VII.

hanno sempre i Responsorii del I. Notturno della


medesima Domenica ; Ile Lezioni poi della feria se
si trasferiscono o si anticipano, purché non si di­
cano insieme alle Lezioni della Domenica, hanno i
Responsorii della Feria corrente, dhe dovranno es­
sere nuovamente disposti nelle ferie del Tempo pa­
squale.
Si eccettuano però:
a) Le Lezioni della Scrittura occorrente che si
devono recitare fra le Ottave privilegiate dlell'a
Chiesa universale, le quali Si dicono coi Responso-
ri dell’Ottava.
b) Lé lezioni di qualche principio della Scrittura
occorrente, le quali si devono porre necessariamen­
te, secondo le Rubriche, negli Offici che hanno Le­
zioni proprie assegnate dal Comune, le quali si di­
cono coi Responsorii proprii di quiesti Offici se vi
sono, altrimenti con quelli del Tempo, non mai pe­
rò del Comune.
c) Le Lezioni della Scrittura poste nella Dome­
nica dopo l’Epifania, le quali se si trasferiscono fra
la settimana, si1dicono coi Responsori della Feria
corrente.
d) I Responsori della Fenda II fra la settimana I
dopo l’Ottava di Pentecoste, i quali se sono impe­
diti nel loro giorno, non si trasferiscono più, secon­
do le Rubriche.
2. Nelle feste di S. Lucia V. e M.; dei Ss. Gio
vanni e Paolo Mm. e di S. Clemente Pp. e M., i
Responsori proprii che sono dopo le Lezioni dell
I Notturno si dovranno porre nel II Notturno, in­
Dei Responsorii 313

vece diéi Responsori diéi Comune e nell I Notturno


si diranno le Lezioni della Scrittura occorrente coi
Responsori pure del Tempo.
3. Similmente secondo l’a riforma piana, le parti
che si trovano nella festa di S. Elisabetta Reg. Ved.
eccetto Flnvitatorio, le Lezioni dèi II Notturno, i
Versi ai due Vespri e alile Lodi, le Antifone al Ma­
gnificat e al Benedictus e FOrazione sono state tol­
te e nel I Notturno si dicono le Lezioni della Scrit­
tura occorrente coi Responsori pure del Tempo.
4. Nel giorno della Commemorazione di tutti i
fedeli defunti i salmi a compieta1e nelle ore minori
non si desumono dal1giorno corrente della settima­
na, mia sono assegnati proprii (1).
5. Nel comune degli Apostoli, degli Evangelisti
e 'dei Martiri nel Tempo pasquale, invece del VII
Resp. Ego sum vitis, (Ri dice Tristitia vestra, quan­
do al I Notturno si sono recitate ile Lezioni della
Scrittura occorrente coi relativi Responsori feriali,
la Feria III e VI fra la settimana I e II dopo FOt-
tava di Pasqua. ’
6. Nel comune degli Apostoli ed Evangelisti in
Tempo pasquale, invece del Resp. V. Virtute ma­
gna si dice Pretiosa in conspectu Domini quando nel
I Notturno si sono lette le Lezioni della Scrittura
codi loro Responsorii del Tempo la feria IV e V fra
la settimana e I e II dopo Pasqua. Quindi nelle re­
centi edizioni dell Breviario dopo il V Resp. si tro­
va inserita la Rubrica relativa.

(1) S. R. C. 28 Ott 1913.


314 Capo VII

La prima parte del Responsori» (responso) è di­


visa da un asterisco, spesso anche da dite, che indi­
cano le partii da ripetersi dopo 111Verso ed il Gloria
Patri. Onde Se vi sono dine asterischi «Prima vice
integrum legendum Responsorium; post versum us­
que ad secundum asteriscum; post Gloria Patri a
secundo asterisco ad finem» la prima ripetizione do­
po id Verso, si fa di quel tratto che è dal secondo
asterisco all) Verso (1). Se ve ne sono tre, per cia­
scuna ripetizione isti recita il tratto che è tra un aste­
risco a Fallirò (2). H Gloria Patri si dice in fine del-
Fnilthno Responsorio dii ciascun Notturno e quando
ed recita il Te Deum in fine del secondo Respon­
sorio del terzo Notturno. Nell’Ufficio idi tre Lezio­
ni, quando si recita il Te Deum, si dlilce il Gloria
Patri ali secondo Responsorio (3).
170. R esp o n so rii b revi d e lle Ore. Quando si
dicono - come si recitano nel tempo ordinario e nel
tempo pasquale.
I Responsorii ideile Ore sono chiamati brevi per­
chè sono più brevi di quelli delie Lezioni, oom’è
più breve la Lezione scritturale che li precede (4).1234

(1) 3. R. C. d. 2872 III; 2718. E* precisamente la regola che si


segue mei Responsorio nono dell’Ufficilo dei defunti: Libera me,
Domine)-
(2) Rubr. gen. Brev. Ro. Tit. XXVII; De Herdt I. c. n. 351
(3) Per tutto quanto s’è detto in questa parte del capo, cfr. Ru­
br. Gen. Br. Ro. Tit. XXVII.
(4) Const. Apost. lib. VII. cap. 35 seg.: Cassiano, de insiti,
coesnob. IL c. 7 10; Cfn Pffiedtbnir Aelteste Geschichte des Bre.
viersgebets Kempten. 1887; Thalhofer, 0. c. Voi. I. pag. 337 e II.
421.
Dei Responsorii 315

Si recitano dopo* il Capitolo di Prima, Terza, Se­


sta e Nona, ed a Compieta* fuorché nel triduo avan­
ti Paisqua fino al Sabbato in afibis ainclusivamente.
I Responsorii dii Prima e di Compieta si dicono sem­
pre nello stesso moidlo come neWOrdinario : nelle
altre Ore, quando si fa Ufficio della Domenica o del­
la Feria fra Fanno, si dicono come nelFOrdinario.
In Avvento, in Quaresima, nel Tempo di Passione e
Pasquale si dicono pnopni, come si trovano pure
nelFOrdmario. Quando si fa di una Festa, se non
vi siono proprii, si dicono ded Comune.
Alla fine dì ogni Responsorio breve si dice il Glo­
ria Patri, e si ripete quella parte diedi Responsorio
che incomincia ctolFaisterisoa, fuorché nel1Tempo di
Passione, nel quale, nell’Ufficio del Tempo tei trala­
scia il Gloria, e si ripete solo la prima parte del Re­
sponsorio.
Nel tempo Pasquale, dalla Domenica in Albis
giorno Ottavo di Pasqua, fino al1Sabbato dopo la
Pentecoste inclusivo, in fine idei Responsorio breve,
prima del Verso si aggiungono due Alleluja; che si
ripetono invece della parte del Responsorio; e in
fine del secondo Verso si dice un solo Alleluja tan­
to nel'FUfficio del Tempo come in quello delle Fe­
ste, come si legge nella rubrica diéi Sabbato in Ai-
bis. — Fuori del tempo Pasquale, quantunque in
qualche Festa a Terza, Sesita e Nona sii aggiungano
ai Responsori brevi gli Alleluja non si aggiungono
però nè a Prima nè a Compieta.
316 Capo VII

171. Osservazione circa il Responsorio di Pri


e delle altre Ore minori.
Nell Responsorio breve a Prima in luogo diéi pri­
mo verseti» Qui sedes etc. nell’Avvento si diete :
Qui venturus es in mundum tanto nelle Domeni­
che quando nelle Ferie o Feste. Dal1gioirne di Na­
tale sino affEpifania, eziandio nelle Feste occor­
renti, e niella Pesta dèi Corpus Domini con rispetti­
va Ottava come puire in ogni ufficio della B. V. M. ;
tanto dii nove quanto dii tre lezioni, ancorché fra
le suie ottave si faccia di qualche Santo o della Do­
menica, e nelle feste della B. V. assegnate a qual­
che Domenica e ora semplificate (1) si dice sempre :
Qui natus es de Maria Virgine. Dall’Epifania e fra
FOttava, e melila Festa della Trasfigurazione si di­
ce Qui apparuisti hódie. Dalla Domenica in Albis
inclusive fino allFAscensiome exclusive, tanto mel-
l’Ufficio de tempore ohe dei Santi (eccettuato l’Uf­
ficio di Maria SS.), sempre si dice: Qui surrexisti
a mortuis. Dall’Ascensione fino alla Pentecoste ex­
clusive si dice : Qui scandis super sidera. Nel rima­
nente dell’anno tanto nell’Ufficio feriale, quanto
in quello diéi Santa si dice : Qui sedes ad déxteram
Patris, come nel Salterio. Inoltre vi sono versetti
proprii in alcuni Uffici occorrenti fra l’anno, come
quello del Preziosissimo Sangue, del Cuore dii Gesù
e diéi Sette dbllori delia B. V. M., canne si nota al
proprio luogo.

(1) S. C. R. 9 febbr. 1921. II.


Dei Responsorii 817

I Responsori brevi cibile altre Ore, due si pongo­


no neWOrdinario, si dicono per tutto quiel tempo
quando si fa l’Officio della Feria. Similmente quelli
die netlll''Ordinario si pongono prima della Dome­
nica di Quaresima, si dicono fino alla Domenica dii
Passione exclusive, e quelli che si (pongono in que­
sta Domenica, si dicono fino al Giovedì Santo exclu­
sive, Così pure quelli della Domenica in Albis si di­
cono fine all’Ascensione exclusive. Quelli poi che si
pongono in qualche festa avente Ottava, 6Ì dicono
per tutta l’Ottava, quando si faccia di essa. NetFXJf-
ficio della B. V. tanto di nove quanto dì tre Lezioni
(eccettuate le Feste che li hanno proprii) si dicono
sempre i Responsori brevi del Comune delle Vergi­
ni (1).1

(1) Cfr. Rubr. Gen. Brev. Ro., Tit. XXVIII.


CAPO Vili.

Delle Orazioni
Orazione domenicale e Salutazione Angelica

172. Orazioni propriamente dette del Divino


ficio - loro carattere e relazione colla Messa.
Quantunque il divino Ufficio sita -una continua
preghiera, vi hanno tuttavia delie partii che, non so­
lo pel centenuto, ma anche per la forma, presenta­
no il carattere dii speciali Orazioni. Queste si pos­
sono definire: brevi formule istituite dalla Chiesa,
eolie quali si loda, si ringrazia Dio e si domanda
qualche grazia, per Ila mediazione di Gesù Cristo e
dei Santi.
Sii chiamano anche : 1.collette, perchè si recitano
col popolo unito (collectus), e perchè raccolgono
tutti i bisogni e li presentano a Dio; 2. benedizioni
perchè sono destinate a far discendere le divine be­
nedizioni
ET fuori dubbio che fin dal tempo Apostolico si
usava concludere la recita dei Salmi e le Lezioni,
che facevano parte della Liturgia, con qualche spe­
ciale Orazione. Ed è ancora certo che la principale
e più comuni orazioni era la Domenicale, la pre*
ghiera più eccellente. Le Orazioni speciali, propria­
mente dette, prima che nell’Ufficio s’introdussero
nella Messa, eld1è incerto il tempio, nel quale pas­
sarono anche al divino Ufficio. Si vuole che le ah-
Delle Orazioni 319

biano ordinate i Pontefici S. Damaso e S. Gregorio


M. (1).
Tutte ile orazioni della nostra Liturgia hanno il
carattere fondamentale di preghiera, di domanda.
Fra' le Ore, eolio prima e Compieta hanno Orazioni
specificamente mattutinali e serotine, tmtte ile altre
Ore hanno sempre la colletta dèlia Messa die! gior­
no o della Festa, nella quale regolarmente dal teso­
ro del S. Sacrificio si domanda una grazia relativa
alla feria od alla festa che si celebra. Questa gra­
zia, che proviene dia! S. Sacrificio si invoca in anti­
cipazione, ossia prima del Sacrificio stesso, al Ve­
spro ed alle Lodi. [Tale Orazione o colletta è ordi­
nata a domandare la grazia pel clero e pel popolò
e ad ottenerla è ordinato tutto FUfficdio, quindi si
recita in fine di ciascuna Ora, alila quale serve co­
me di corona e) perfezionamento (2).
173. Luogo delle Orazioni nell’Ufficio.
Ai Vespri ed alle Lodi POrazione si dice imme­
diatamente dopo le Antifone dell Magnificat e del
Benedictus purché non si abbiano a recitare le Pre­
ci; perchè allora queste si dicono dopo l’Antifona,
e in seguito l’Orazione. A prima ed alle altre Ore
l’Orazione si dice dopo il) Responsorio breve, qualo­
ra non si abbiano a recitare Ile Preci, perchè allora
l’Orazione sì dice dopo le preci. A Compieta POra-
zione si dice dopo FAntifona Salva nos, purché non12

(1) Thalhofer O. c. pag. 422.


(2) . Thaìholer, I. c.
Capo V ili .

si debbano dire le Preci, le quali debbono precede­


re immediatamente FOrazione.
A Prima ed a Compieta non si multano mai le
Orazioni che si trovano nel Salterio:, fuorché nel
triduo ìTinanri la Pasqua, in cui a tutte le Ore fino
a nona del1Sabato Santo inclusive si dice POrazione
del giorno! dopo il Salmo Miserére, come si pone a
suo luogo. Nelle altre Ore regolàrmente si dice Fo­
nazione, che sii è detta ai primi Vespri. Nella Qua­
resima poi, nelle Qutltro Tempora, nelle Vigilie e
nella Feria 11 delle Rotazioni, a Terza, Sesta e No­
na soltanto si dice quelFOraziane che si è detta al­
le Lodi. Nei Vespri seguenti, se si fa della Feria,
si dirà o un’altra Orazione, come in Quaresima o
quella della Domenica precedente come nelle laltre
Ferie. Questa Orazione si dice sempre nelPUffìcdo
feriale, che si fa entro la settimana, quando non
gli venga assegnata una propria. Fra le Ottave si di­
ce quella del giorno festivo e similmente nel dì Ot­
tavo, purché non venga assegnata un’Oraziione pro­
pria.
174* Introduzione e conclusione delle Orazioni.
Innanzi alFOrazione, benché si recita! da solo FUf-
fidilo, si dice sempre il versetto Dóminus vobiscum
con la risposta: Et cum spiritu tuo. Questo verseti-
to non si dirà da colui che non é insignito nell’or­
dine del Diaconato, nè si dirà dal diacono in pre­
senza di un sacerdote, senza la sua licenza., Que­
gli adunque che non è ancor diacono, in luogo del
predetto versetto, dica: Domine, exaudi oratiónem
Delie Orazioni 381

meam, don la risposta: Et clamor meus ad te Vé­


niat. Indi si dice Oremus e dopo VOrazione, se ve
ne sòia una soda., appena terminata si risponde: A-
men; si ripete if Versetto Dóminus Vobiscum o Do­
mine, exaudi orationem meam. Se si debbano poi
dime più Orazioni, innanzi a qualunque di esse, si
ilice FAntifona ed il proprio Versetto, in seguito
Oremus e dopo l’ultima e poi si dice Benedicamus
Domino, a cui si risponde Deo gratias; finalmente
si dirà il versetto Fidélium animae ette., il quale
non si dirà dopo il Benedicamus Domino, a Prima
innanzi all Pretiosa, nè a Compieta prima del Ver­
setto Benedicat, nè quando dopo qualche Ora se­
gue immediatamente l’Ufficio piccolo della B. V.
M. o quello dei defunti, o i Sette salimi Peniten­
ziali, od anche le sole Litanie»
Se l’Orazione è diretta al Padre si conclude di­
cendo Per Dominum nostrum; se al Figlio, qui
vivis et regnas; se nel' principio dell’Orazione si
fa menzione del Figlio di dirà Per eundem; se in
fine dell’Orazione: Qui tecum vivh et regnat; se
si nomina lo Spirito Santo si dica : In unitate eju­
sdem Spiritus Sancti.
Quando poi si dicono più Orazioni si dice sol­
tanto la prima sotto la sua conclusione: Per Do­
minum nostrum; o altrimenti come sopra. Le al­
tre non si concludono se non che neU’ultima, ed
a qualunque Orazione sempre si premette Oremus :
fuorché nelFUff. diéi Defunti, nel quale si chiude
l’Orazione in modo diverso dia quello sopra. Pa­
rimenti nelle Litanie tutte le Orazioni si dicono
322 Capa Vili

uniitamieinlte sortito un solo Oremus, codine s’inidlica


a suo luogo (1).
175. Titoli e qualifiche dei Santi nelle Orazioni.
Nelle Orazioni dei Santi si esprime il nome ma
non il cognome o la patria dei Santi, come si trova
in alcuni Breviari o Messali antichi errati. Si accen­
tuano, peraltro quei titoli onorifici,* che esprimono un
singolare favore da Dio concesso al Santo. Così si re­
citano i titoli di Crisostomo applicato a San Gio­
vanni, di Crisologo applicato a S. Pietro (2) e si
aggiunge la qualifica di Celestino ai S. Pietro, e a
S. Isidoro si aggiunge Agricola (3).
176. & or unione Domenieale e le Salutanio-
ne Angelica. Quando e come si recitano nell'Ufficio.
1. L’Orazione Domenicale Pater noster e la Sa
lutazione angelica Ave Maria si dicono sempre se­
gretamente'in principio di tutte Ile Ore, eccettuata
Compieta, nel principio della quale dopo la lezio­
ne breve Fratres, sobrii estote ect., -detto il Versetto
Adiutorium nostrum, si dirà segretamente La sola
Orazione domenicale, poscia il Confiteor e al ter­
mine di Compieta, subito dopo l’Orazione della Bea­
ta Vergine Maria si dice ili Pater noster, VA-
ve Maria e il Credo, ma sempre segretamente. Fi­
nite le Oire, detto idi versetto Fidélium animae etc.
si dice similmente il Pater noster, soltanto qualora
non segue l’Ufficio ideila B. V., perchè in questo- ca­

ti) Gfr. su quanto tfè detto Rubr. Gen. Rrev. Ro. Tìt. XXX.
(2) S. R. C. d. 2637.
(3) S. R. C. d. 3642 I.
Delle Orazioni 333

so dopo dii esso sii dice il' Pater noster con VAve Ma­
ria per il principilo delPOra seguente : finita la qua*-
le si dice Pater Noster, dmguisa che sia sempre diet­
to in fine dielPulttima Ora. Se poi dopo il Vespro se­
gue immediatamente Compieta, detto il Fidélium
animae, si dice il1Versetto : Jube domne benedicere.
2. Quando alla fine dtelfli’O'razione domenicale si
deve proferire a chiara voce Et ne nos inducas etc.
nel principio, con la medesima voce si proferiranno
sempre queste parole Pater noster, come si suol1fa­
re alle Preci, ed in altre occasioni consimili; altri­
menti mai non si proferiranno, ma si dirà tutto in
segreto. Alle Lodi poi e ai Vespri, quando neliPUf-
ficdo feriale si dicono Ite Preci, il Pater noster si
dice tutto a chiara voce dall’Ebdomadario.
3. La salutazione Angelica si dice avanti l’Ufficio
della B. V., quando non si oongiunge eoi divino
Ufficio, perché allora basta averla detta nel princi­
pio ooli’Orazione domenicale (1).
Il modo poi di recitare l’Orazione domenicale
nel divino Ufficio è triplice cioè :
a) tutto in segreto, come in fine dii Compieta, in
principio ideile altre Ore, prima dello Lezioni nel-
l’Ufficio dei defunti; e durante il Triduo avanti Pa­
squa, prima del Miserére;
b) a voce alta, come nelle preci feriali alle Lodi
ed ai Vespri;
c) parte in segreto parte a voce alita, cioè a voce

(1) Cfi Bubr. Gen. Brev. Ro., Tit. XXXII.


alta le prime parole e le ultime, a modo dii Verset­
to col Responsorio, e tutto il resto in segreto come
avaniti alle Lezioni del Mattutino, a Prima e nelle
brevi Preci feriali dlallle Ore, quando si recita PUf-
fico della Feria (1).1

(1) Cf:. le rubriche locali.


CAPO IX .

Dell’inno Te D eum e dei Simboli di Fede

177. Origine del Te Deum - quando venne


trodotto nell’Ufficio - sue parti - carattere speciale.
AlUa fine delle Lezioni del terzo Notturno, inve­
ce del nono Responsorio, quando lo permettono le
Rubriche si recita 1’Inno Te Deum.
Circa l’origine dì esso non sono d’accordo i cri­
tici; chi col Cavante, ne fa autore S. Ambrogio, chi
vuole ne siano staiti autori S. Ambrogio e S. Agosti­
no, come riferisce il cronista Dacio ( 1 ). Alitrd lb ri­
feriscono ad un S. Abbondio, ma non è provato dalr
la critica. Natale Alessandro, appoggiato da un an­
tico codice cassinese, lo dice opera dii un monaco
benedettino di' nome Sisebato. Si attribuisce pure ad
un tal Ni-ceta del quale ed ignora la. vita, ed a S.
Ilario di Poitiers. (2). Il Daniel (3) vuole! che que-
inno sia una traduzione fatta db S. Ambrogio
di un altro grande/ inno greco, del quale arrivarono
fino a noi solo dei frammenti. S. Agostino avrebbe

(Il La cronaca di Dacio (lih. I. c. 10), riferita Jal Card Bona,


vuole ebe questo Inno sia stato composto, direno meglio impn v-
vi. ato, (1? S. Ambogio e da S. Agostino, qua i to s'incontrprono la
prima volto dopo che questi ebbe ricevuto il Battesimo. Lo stes­
so Card. Bona avverte con Ugo Menardo, che à caratteri interni
di aditelitàcita ntanonniO' a queistai monacai e conitdlenie molile cose fal­
se. Bona. I. cap. XVI. §. 12.
(2) Vedi Bona, L c.
(3 ) : Thesaurus hymnolog. I I . 298 e aeg.
Capo IX'

portato e diffuso nell’Africa questa versione ambro­


siana. Tra queste incertezze l’argomento più valido
è ancora quello dato dalla tradizione che lo chiamò
sempre inno ambrosiano, ed ha una conferma in­
diretta nella melodia nella quale è compost», per
cui può risalire al' tempo di S. Ambrogio.
L’antichità delìTuso liturgico di questo inno ed
il suo scopo è evidente. Esso si trova già prescrit­
to nelle Regole dii S. Cesario, di S. Aureliano e di
S. Benedetto. I Versetti: Per singulos dies.... Digna­
re,, Domine, die isto... lasciano arguire che esso ven­
ne scritto per servire di’conclusione all’Ufficio mat­
tutino.
Il Te Deum risulta evidentemente di due parti
ben distinte di valore e di contenuto delle quali la
prima è una professione di fede trinitaria di tono
molto solenne, la seconda un seguito di preci di an­
damento molto più modesto.
La prima parte si suddivide in due altre: La I.
incomincia con una dichiarazione di voler lodare
Dio e confessarlo supremo Signore. Quindi si rivol­
ge al Padre (v. 2), ad onorare il quale invita la
terra e il cielo (3*9) ed in modo speciale la Chiesa
militante (10), lo stesso divin Figliuolo e lo Spirito
Santo (12-13). La 2. (vedi 14-19) si stende a con­
fessare e lodare G. C., Verbo di Dio incarnato, Re
della gloria (14-15). Si ricorda la sua incarnazione
(16), la sua opera redentrice (17), la sua gloria al­
la destra del Padre (18).
La seconda parte (v. 20-29) è una continua in­
vocazione a G. C. per ottenere la salvezza eterna
Dell’Inno Te Deum « dei Simboli di Fede 317

e lie benedizioni nella vita. Si conclude col Verset­


to 13 del Salmo XXX In te Domine speravi ecc.
E’ dunque ili Te Deum un inno di gioia, di rin­
graziamento, di invocazione, ed un solenne atto di
fede a conclusione della preghiera notturna.
178. Quando si recita nel Divino Ufficio.
In conformità con questo carattere è ordinario
Fuso liturgico delirinolo ambrosiano. Esso si recita
(1 ):
1. In tutte le Feste fra Fanno tanto dii tre quanto
di nove Lezioni, e per tutte le loro Ottave, eccet­
tuata la festa degli Innocenti, quando non cade in
domenica; si dice però nel suo giorno Ottavo. Si di­
ce eziandio in tutte le Domeniche, dalla Pasqua dii
Risurrezione inclusive fino all?Avvento esclusive e
in tutte Ile Ferie del Tempo Pasquale, cioè dalla
Domenica in Albis fino ail!FAscensione, eccettuato
la Feria II delle Rogazioni, nella quale non si di­
ce se si fa Ufficio feriale.
2. Non si recita poi nelle Domeniche dell’Avven­
to, nè in quelle òhe passano dalla Settuagesima fi­
no alla Domenica delle Palme, inclusive, e nemme­
no nelle Ferie fuori del Tempo Pasquale.
3. Quando si dice, si omette sempre il nono Re­
sponsorio (od il terzo negli Uffici di tre Lezioni) e
si dice subito dopo l’ultima Lezione.
4. Quando poi noe si dice, si pone in suo luogo1

(1) Rubr. Gen Brev. Ro. Tit. XXXI.


318 Capo IX’

il marno (o il terzo) Responsorio, diétto il’ quale s’in-


oommciano Le Lodi; il che sii fa pure quando si di'
ce il Te Deum, fuorché nella notte diéi S. Natale
in cui si dice subito IPOrazione e poscia si celebra
la I. Messia coinè è notato a suo luogo.
La Domenica è il giorno del1Signore per eccel­
lenza, ili Tempo Pasquale è tempo di esultanza. II
Te Deum, dhe esprime la gloria dii Dio e la gioia
della Chiesa si recita tutte le Domeniche e le Fe­
ste lungo Fanno tanto di tre che di nove Lezioni e
durante la loro Ottava, perchè i Santi hanno glo­
rificato Dio in terra, e la Chiesa si unisce ad essi,
nella loro Festa, a continuare la glorificazione dì
Dio in cielo.
Di' più non si recita: 1. Nella Festa dei SS. In-
niocenti (tranne ili caso in cui cade in Domenica) ;
perchè gMInnocenti fanciulli appartengono alFAn­
tico Testamento, tempo di' timore e di servitù, e
perchè quello è giorno di dolore per Ih Chiesa: si
recita però nel giorno Ottavo di questa Festa, per
indicare che i SS. Innocenti sono nel regno della
beatitudine eterna. — 2. Nelle Domeniche dì Av­
vento e dalla Settuagesima alila Domenica delle Pal­
me imclusiive, e nelle Ferie fuori del tempo Pasqua­
le, perchè giorni e tempi dii penitenza.
Col Te Deum termina il Mattutino e dopo di es­
so si incominciano tosto le Lodi, tranne la notte del
Natale, nella quale dopo il Te Deum si dice tosto
FOnazione e si celebra la S. Messa, come si è det­
to più sopra.
Dell'Inno Te Deum è dei Simboli di Fede 839

179. Simboli di Feda nel Divino Ufficio.


Il divino Ufficio essendo Ila preghiera pubblica
ufficiale delllla Chiesa, deve din modo speciale essere
animato dalla fede, senza della quale non si può
accostarsi a Dio. Quindi in esso occorre spesso una
farmela d(i fede, detta Simbolo.
Due specie dii Simboli occorrono nel' divin Uffi­
cio: IPuno detto apostolico, e f allirò chiamato comu­
nemente atanasiano.
1. Il Simbolo Apostolico nel divino Ufficio sii re­
citava anticamente, per ordine di S. Damaso, in
principilo di tutte He Ore. Nella odierna disciplina
si recita cinque volte, cioè : al principio diéi Mattu­
tino e di Prima, in fine di Compieta, nelle Preci,
quando si dicono, di' Prima e di Compieta. — Pri­
ma e 'dopo le Ore canoniche si dice tlutto in segreto,
nelle Preci si dicono ad alta voce le prime parole
Credo in Deum e le ultime Camis resurrectiónem
etc., Hresto in secreto (1).
2. Il Simbolo atanasiano, secondo alcuni, avrebbe
per autore il Santo stesso di cui porta il nome, se­
condo altri invece, e più probabilmente, serebbe stato
composto in occidente, non si sa da chi, verso la
fine della lotta eoiPeresia nestoriama monofisita (2).12

(1) Rubr. Gen .Brev. Ro., Tit. XXXII.


(2) Sostengono' la prima sentenza: Baronio, a. 340, Bellarmino e
P osbOvìoiio (Sacro Apparatio). Amato (lab. IV art. 7).
La seconda opinione poi è sostenuta da Natale Alessandro
(Hist. ecdes. Saec. V. c. 6, Chidiel (SuppL ad Bellarm. ad anni.
340). Montfaucon, editore ed iUlustmaltore delle opere di 9. Aitai*
mataio, e dia* quasi tuttà jl crMcdi1moderni. H mònne dii Simbolo àta-
330 Capo IX>

— Esso si recita a Prima dopo il Salmo Retribue :


1. In tutte le Domeniche minori fra Tanno, ossia in
quelle che sono dopo FEpifamia e dopo Pentecoste
quando si fa l’Ufficio della Domenica; 2. Nella Fe­
sta della SS. Trinità, come speciale professione di
fede in questo mistero.
Non si recita : a) nelle Domeniche nelle quali si
fa Commemorazione di un’Ottava o di un Doppio
semplificato anche in perpetuo; b) nelle Feste dei
Santi, che si celebrano in Domenica (1).
Dove la SS. Trinità è ili Titolare della Chiesa,
questo simbolo si recita soltanto nella Festa e nel
giorno Ottavo, ma non fra l’Ottava.
Alla fine del Simbolo si aggiunge il Gloria Pa­
tri (2).

nasitmo «he porta, gli fa dato nel secolo V, e per la «ua esattez­
za nelle espressioni ebbe sempre grande autorità. Per maggiori
notizie, vedi: Gavanto-Merati, Sect. V. c. 20.
(1) Rubr. Psalt. reform, in hoc. loco. S. R. C. 9 febbraio1 1912.
(2) S. R. C. d. 1918, 3; 2194, 1, Rubr. Gen. Brev. Ro., Tit.
XXXIII; Addit et Vanii, alni Rubr* Rrev. Rota:, Tilt. V ili, n: 2,2•
CAPO X

Delle Preci, Suffragio, e Commemorazione


della Croce.

180. Che cosa sono le preci • come si dividono*


Chiamami Preci alcuni Versetti e invocazioni che
sii dicono nel Divino Ufficio prima dell’Orazione ed
hanno lo scopo di preparare convenientementle allia
recita di essa (1).
Le Preci si dividono in domenicali e feriali: le
prime, così chiamate perchè si recitano specialmen­
te alila Domenica quando dif essa si fa FUfficio, sono
quelle che si trovano a Prima edl a Compieta : le se­
conde, così chiamate perchè si recitano in alcune
Ferie dii penitenza (d'ette perciò anche preci flebili)
alle Lodi, alle Ore minori ed a Vespro.
Sono certo dii uso antico nella liturgia, perché le
troviamo ricordate da Amallario, il; quale scrive:
«Ante orationem specialem sacerdotum necesse est
praecedere misericordiam Dei, ideo dicitur Kyrie
eleison» (2). Le stesse Costituzioni Apostoliche (sec.
IV) ricordano queste preghiere generali (3).12

(1) Durando I. c. V. n. 11
(2) Amalario, lij>. 3 e. 6. ^
(-3) Cfr. Baumer, Studien und Mittheilungen coi» dent Bonedv-
ctineordm, 1886 pa®. 28 «Big. j
332 Capo X •

181. Preci domenicali a Prima ed a Compiet


oro struttura - quando si recitano.
a) Le Preci domenicali a Prima incominciane col
Kyrie eleison, col quale si invoca la divina miseri-
cordila, quindi segue il! Pater noster ed il Credo on­
de armarci colo scudo della fede per vincere gli
assaliti del demonio. I Versetti che seguono sono in­
vocazioni per rendere la preghiera accetta a Diio,
onde ottenere la grazia di lodarlo convenientemen­
te nella giornata e per la purificazione del cuore
(1). Quindi si fa la confessione col Confiteor (2),
preceduto dal Versetto Adjutorium nostrum; se­
guono ancora dei Versetti, coi quali si invoca la di­
vina misericordia.
b) A Compieta le preci sono assai più brevi di
quelle di Prima. Incominciamo, come le altre, col
Kyrie eleison, quindi si recdita il Pctter ed1il Credo,
seguono diéi Versetti tolti in parte dal libro di Da­
niele (m. 29. 20. 26) i quali contengono un rin­
graziamento a Dio pei benefici ricevuti nella giorna­
ta, ed una invocazione di grazie per la notte.
Le Preci domenicali a) A Prima si recitano in
qualsiasi Ufficio, semidoppio, semplice e della Fe­

ci) Cfr« Durando! O. & 1Kb. V. c. 5 o. « seg.


(2) Circa la recita del Confiteor si noti: 1. Quando si recita
l’Ufficio da solo si dice una volta solamente, omettendo le parole
Ubi (te) Pater, vobis (vos) fratres; 2. Al Misereatur nostri..- pecca­
tis nostris..- perducat nos; 3. Recdtiamdo l’Uffiicdio ira dime o net
coro dieflUe monache ili Confiteor e il Misereatur si recita imaLemO
iumi sola volto, mutando/ le parode coime sopra (S. R. C. id. 2682.
39. Rubr. Ordinarii), I Regolatori, che hanno privilegio, possono
aggiungere il nome del loro Fondatore (S. R. C. d. 1518; 2166-
2; 2297; 22, 2587. 2).
Delle Preci, Suffragio, e Commemorazione della Croce 335

ria tanto fra Fauno quanto nel Tempo pasquale,


dopo il Responsorio breve. Non si recitano però:
nei Doppi, fra le Ottave comuni, nella Vigilia deb
la Epifania, nella Feria VI dopo FOttava delFA-
scemsdione e ili sabbato seguente, nelle Domeniche
nelldle quali occorre un Ufficio doppio semplificato,
o un giorno fra FOttava comune e neppure nel
giorno fra FOttava comune e neppure nel giorno
Ottavo di un’Ottava semplice. Si (recitano fra l’Ot­
tava semplice.
b) A Compieta si recitano in ogni Ufficio semi­
doppio e semplice e nelle Ferie tanto per annum
comuni, quanto del Tempo pasquale, dopo la ripe­
tizione dell’Antifona al Nunc dimittis, eccetto quan­
do ai Vespri si è fatto commemorazione di un Dop­
pio o di una Ottava e si dicono in ginocchio nelle
ferie nelle quali si sono dette lie preci feriali (1).
182. Preei Feriali - In qual parte dell'Uffi
si recitano - loro struttura.
Le preci feriali o flebili nel divino Ufficio si tro­
vano alle Lodi, a Prima a Vespro, e, più brevi, alile
Ore minori.
Incominciano coLFinvocazione Kyrie eleison e il
Pater noster. I Versetti poi, in corrispondenza al
tempo di penitenza, contengono invocazioni alla di­
vina misericordia, di perdono, di aiuto della divina
grazia. In queste Preci si ricordano i superiori, il
popolo, la comunità, i defunti, gli afflitti ed i pri-

(1) Rubr. Gen. Brev. Ro-, Tit. XXXIV.


334 Capo X •

gkxnieri. I Versetti sono tolti, por la maggior parte,


dai Salmi.
Le preci feriali alle Lodi e ai Vespri nedlTOrdi­
nario piano sono le medesime. Vennero tolti i Sal­
mi Miserére e De profundis e venne aggiunta una
preghiera invocativa speciale pel Papa e pel Vesco­
vo.
Nelle aitine Ore minori vennero conservate quel­
le che già si trovavano nel Breviario.
Le Preci Feriali si dicono: a) Alle Lodi: Nelle
ferie d’Avvento, di Quaresima, di Passione, (dei
quattro tempi e Vigilile (eccetto quella diéi Natalie,
della Epifania, dell’Ascensione e la feria VI dopo
l’Ottava dlelPAscensione e d quattro Tempi di Pen­
tecoste) quando si fa Ufficilo dJelia feria corrente,
anche quando in essa si dovesse fare commemora­
zione di un Doppilo o Semiidoppio semplificate. Si
dicono dopo ripetuta PAntifona del Benedictus, al­
le Lodi (1).
b) a Prima: quando si sono recitate le preci fe­
riali alle Lodi, si dicono quelle di Prima dopo il
Responsorio breve, come nidi’Ordinario. Esse sono
un seguito alle preci domenicali, poste a quiest’Ora.
c) Alle altre Ore minori si dicono le brevi preci
che si trovano nelFOrdinariio, quando si sono dette
alile Lodi e a Prima, dopo ili Responsorio breve di
ciascuna Ora.
d) A Vespro si dicono nelle ferie d’Avvento, di

(1) Rubr. Ordia. ad Laude*.


Dille Preci, Suffragiot e Commemorazione della Croce 386

Quanesima e di Passione, quando si fa Ufficio del­


ia Feiriia occorrente, quantunque si debba fare com­
memorazione idi un Doppio o Semidoppio sempli­
ficato. Si dicono ancora nella Feria 111 prima delle
Generi, se si è fatto Ufficio dii una Vigilia e nella
Feria1VI diéi quattro Tempi dii Settembre se tanto
in dettila feria quanto ad Sabbato seguente si fa Uf-
cdo delilla Feria diéi quattro tempi. Si dicono Ile pre­
ci vesperali dopo la ripetizione dell’Antifona del
Magnificat (1).
Le preci Feriali in qualunque parte deiE’Uffioio
in coro sii devono dire in ginocchio. Fluori del coro
taile rubrica non è precettiva.
Si noti che il nome del Vescovo che si recita nel­
le preci alle Lodi e ai Vespri è quello della Dioce­
si, 11 quale ha diritto di essere nominato nei Cano­
ne della Messa.
183. Suffragio dei Santi.
Le commemorazioni comuni dette anche Suffra­
gi dei Santi, che in certi casi si dovevano recitare
alile Lodi e ai Vespri, colla riforma del Salterio
venn«ro> abolite. In loro luogo si è posto un Suffra­
gio unico, il quale risulta dii un’Antifona, un Ver­
setto e una Orazione.
Quando si recita il Suffragio dei Santi?
La Rubrica ohe precede il Suffragio stesso al­
le Lodi stabilisce quanto segue : «Deinde (scil. post

(1) Rubr. Ordin. ad Veapera*.


336 Capo X)

Preces) extra Tempus paschale in Officio tam de


Tempore quam de Sanctis, excepto tamen tempore
Adventus, ac Passionis et exclusis diébus, in qui­
bus occurrat quodcumque Officium duplex aut in­
fra Octavam, aut Dominica in qua commemoretur
Duplex simpUficatum, fit sequens Suffragium de
omnibus Sanctis: Ant. Beata Dei Génitrix eitc.
Nelflforazione trova luogo il Titolane ideila chiesa
propria, significato colla lettiera N. Osserva la stes­
sa rubrica che i nomi dei SS. Angelli, dii S. Giovan­
ni. Battista, se sono Titolari, si prepongono al nome
di San Giuseppe.
La rubrica nota ancora : a) Sei il Titolare è un
Mistero, si tralascia nel Suffragio il suo nome b)
Si omette il Suffragio melila Vigilia di Tutti i San­
ti (31 ottobre) quando si fa Ufficio de Vigilia o dii
essa ai fa commemorazione in un Ufficio semidop­
pio. c) Quando si fa l’Ufficio di S. Maria in Sabba­
to l’Antifona è: Sancti omnes intercedant ect. e
mellTOrazione si tralascia il nome della B. V. Maria,
d) Non si fa il Suffragio quando occorre una Fe­
sta semplificata in perpetuo, come quelle della B.
V. che erano assegnate a speciali Domeniche e ora
sono semplice.
Il Suffragio si fa dopo le Commemorazioni.

184. Commemorazione della Croce.


Il Suffragio dei Santi, come si è visto, si omette
nel Tempo Pasquale. In questo tempo, ossia dalla
feria seconda dopo la Domenica in Albis fino alla
Vigilia dell’Ascensione inclusive, nell’Ufficio così del
Delle Preci, Suffragio, e Commemorazione della Croce 387

Tempo come diéi Santi, invece diéi Suffragio, si fa


la Commemorazione della Croce Crucifixus surrexit
etlc. Si omette la commemorazione dlella Croce nel
Tempo Pasquale nei medesimi casi ned quali si o-
mette il Suffragio (1).
La ragione per cui nel' Tempo pasquale si omet­
te il Suffragio' dei Santi, e m fa commemorazione
della croce si è ohie in questo Tempo si onora spe­
cialmente la Croce, simbolo e strumento diéi trion­
fo dii Cristo risuscitato.
La Commemorazione d'olla Croce che avanti la
riforma piana si faceva fuori diéi Tempo Pasquale
con l’Antifona e Orazione speciale, ora è abrogata
e non rimane die quella die! Tempo pasquale (2).1

(1) Rubr. Ordia, ad Laudes.


(2) Cfir. Rubr. Gen. Brev, Ro., Tit. XXXV
CAPO X I.

Antifone finali della B. V. Maria*


185. Uso di concludere il divino Ufficio con una
preghiera alla Vergine - ragione di tale uso.
Terminata la recita diéi divino Ufficio, Ila Chiesa
ordina di rivolgerai a Colei che è vaso insigne di 'di­
vozione, affinchè colla sua intercessione lo renda
accetto a Dio. Da questo pensiero provennero le
Antifone finali della B. V. Maria, che si recditsano
secondo i diversi tempi. Di esse si fa già menzione
in una lettera di Giovanni da Parma, Generale dei
Frati Minori, dell’anno 1249, e vennero prescritte
in un Capitolo generale di monaci dii Northampton
nell’anno 1444, ove si dà anche la ragione di una
tale recita: «Ne serperis versutus quos vigilantes
nequit subvertere, dormientes noctanter illudat,
opus esse sensemus ante somnium eius implorare
suffragium, per quam extitit caput ipsius serpen­
tis contritum; hinc est quod statuimus, ut singulis
diébus, statim post Completorium, ad honorem Bea­
tae Virginis, una cum Choro cantetur Antiphona...
post quam sequatur oratio de eadem» (1).
186. Antifone finali della B. V. - loro autore -
tempo in cui si recitano.
Quattro sono le Antifone della B. V. delle quali
si serve Fodiiierna Liturgia, secondo à 'diversi tempi,1

(1) Mortone, De Eocles. ritibus, c. XII, i- c., lib. VI,


c. 89, n. 3.
Antifon* finali della B. V. Maria 339

e cihe si trovano alila fine di Compieta nellPQrdiiiiia-


rio, sotto la rubrica : Post singulas Horas.
1. Alma Redemptoris Mater, Essa, secondo la o-
pdnione più comune, lia per autore Ermanno Con­
tratto (f 1054) monaco benedettino, e risulta di
versi esametri formati da parole tolte dagli an­
tichi Padri — Si recita dai Vespri del Sabbiato a-
vaniti la prima Domenica d’Avvento fino ai secondi
Vespri della Festa della Purificazione (2 febbraio)
inclusive. J)opo di essa trovamsi due orazioni coi ri­
spettivi versetti, una cioè per l’Avvento, Talitra dai
primi Vespri del Natale fino alila Festa deliba Puri­
ficazione. Quando la Festa deliba Purificazione cade
nella Domenica di Settuagesimia o in altra Dome»
niea privilegiata e la Festa con FUfficio si deve tra­
sferire, non si trasferisce la recita di questa Anti­
fona, ma il giorno 2 febbraio, dalia Compieta in­
clusive, si recita l’Antifona Ave Regina coelorum
( i) .
2. Ave Regina coelorum. Questa Antifona è an­
tica e dii ignoto autore. In essa si saluta Maria co­
me Regina del cielo, Madre del Redentore, Vergi­
ne gloriosa. — Si recita dalla fine di Compieta del­
la Festa della Puirificazioue di Maria SS. fino alia
Compieta della Feria IV della settimana santa in­
clusive. !
3. Regina coeli, laetare : è di origine antica. Si
attribuisce a S. Gregorio il Grande. — Si recita que­
sta Antifona dalla Compieta del Sabbato Santo fi-

fi) S. R. C. d. 1658; 1890, 3; 2152. 1.


340 Capo X I-

no a Nona del Sabbato dopo Pentecoste inclusive.


4. Salve Regina. E’ comunemente attribuita a
monaco Ermano Contratto. Nel1Choronicon Spiren­
se si dice che S. Bernardo, nell’occasione in cui pre­
dicava nella Cattedrale di Spira nel 1147, avendo
sentito il' canto della Salvei Regina, cadde in gi­
nocchio ed esclamò: O clémens, o pia, o dulds Vir­
go Maria! parole che vennero poi aggiunte alla Sai-
ve Regina prima dai cistercensi, poi da tutta lìa
Chiesa (1). — La Salve Regina si recita dai primi
Vespri della Festa della SS. Trinità fino a Noma del
Sabbato innanzi la prima Domenica dnAvvento in­
clusive.
Queste quattro Antifone che già si recitavamo mel­
le diverse diocesi e dagli Ordini religiosi, entrarono
nella edizione ufficiale del Breviario Romano pub­
blicato da S. Pio V, che le rese obbligatorie per. tut­
ta la Chiesa*
187. In qual luogo e come si recitano.
Le antifone finali della B. V. si dicono nel1(divi­
no Ufficio in due luoghi: cioè alila fine delle Lodi
e dii Compieta. Dopo Compieta si recitano sem­
pre, amébe quando si recita dii Mattutino del giorno
seguente subito dopo. Dopo le Lodi invece si recita­
no quando termina l’Ufficio, ossia si separano le

(1) Nella cattedrale di Spira si mostra ancora il luogo, -ora cip-


comdìaitjo dia cancelli! ovei sii itaginocchiò San Remardo a recitare
quelle parole che uscirono dal suo cuore così teneramente aman­
te di Maria SS.
Antifone finali della B. Vr Maria 341

Lodi dalle Ore ; se però alle Lodi si; fanno seguire le


Ore,, l’Antifona finale della Beata Vergine Ma­
ria si reciterà alla fine di quell’Ora, dopo la
quale ®i interrompe la recita diéi divino Ufficio. In
coro si dicono sempre ogni volita che terminata Ila
recita di una o più Ore, si deve partire dal coro (1).
Si recitano : 1. Stando in piedi, in tutto il tem­
po pasquale, e in tutte le Domeniclue dai primi Ve­
spri del Sabbato, anche se si recitano, come in Qua­
resima, prima de! mezzogiorno, fino alila sera della
Domenica, quantunque si reciti i! Vespro seguente
od lanche il Mattutino colle Lodi (2).
2. In ginocchio in tutti gli altri: giorni, anche s
in essi si anticipa lfUfficdo della Domenica. L’Eb-
domandario però dice l’Orazione stando in piedi, per
la ragione che abbiamo detto parlando dedl’Orazio-
nie del) divino Ufficio. — Questa Rubrica, circa il mo­
do dii recitare le Antifone finali, è prescritta soIu
tanto per il coro (3), è però cosa lodevole osservar­
la, potendosi comodamente, anche nella recita pri­
vata dell’Ufficio.12

(1) Rubr. Gen Brev. Ro., Tit. XXXVI.


(2) S. R. C. <L 3009. 8 ; 2682. 24; 2572. 1; 2587. 7.
<3) S R. C. d. 2682. 41.
Appendice del Breviario
II Breviario Romano* dopo il Comune dei Santi,
pone alcuni Uffici e preghiere liturgiche, le quali
non sono obbligatorie che per alcune persone od in
speciali circostanze. Tali sono FUfficio piccolo del­
la B. V., FUfficio dei Defunti, i Salmi graduali e pe­
nitenziali. Di queste parti veniamo ora a parlare.

CAPO I.

Del piccolo Ufficio della B. Vergine.

188. Origine e struttura del Piccolo Ufficio de


B. V. Maria.
La devozione alla gloriosa Regina del Cielo e Ma­
dre di Dio, nata colla religione cristiana, entrò to­
sto nella Liturgia e andò dii pari passo con questa
nel suo sviluppo. Fu però ndl medio evo che nell
raccoglimento dedi chiostri, andò formandosi, ald o-
nore ideila gran Madre di Dio, un piccolo Ufficio,
atteggiato nella sua forma e nelle sue parti' a quel­
lo maggiore. Secondo Pietro Diacono, il Pontefice
Gregorio II (714-731)1ne avrebbe ordinata la recita,
ma, come dimostra evidentemente il Card. Bona (1)
esso ebbe il suo ultimo perfezionamento nel secolo
XI per opera di S. Pier Damiani; mentre il Pana
Urbano II nel Concilio di Clermonl (1091) ne rao-

(1) Bona, I. c., cup. XII; P. Azevedo, Exerc. 17.


346 Capo I.

comandò la recita (1). Più tardi, nei secoli XII e


Xm, parecchi Sinodi particolari nc prescrissero la
recita al clero (2). S. Pio V colla Bolla Quod a
nobis, sciolse i privati dall’obbligo dii recitare que-
sto piccolo Ufficio.
Questo Pontefice curò ancora un’edizione uffi­
ciale diéi piccolo Ufficio della B. V. la cui struttura
è formata su quella del divino.
Il Vespro ha i Salimi delle feste1della B. V. e le
Antifone dell’Assunzione. H Capitolo, l’Inno, l’An­
tifona del Magnificat e TOrazione, trovasi pure nel­
l’Ufficio della festa della B. V.
Compieta invece ba una struttura tutta partico­
lare : in essa manca la Lezione breve, la confessio­
ne, e si introduce col versetto Converte nos, seguo­
no tre Salimi che nel Toro seneo lfitureieo trovano
una mirabile applicazione a Maria SS., cioè il Sal­
mo 128 Saepe expugnaverunt, il Salmo 129 De pro­
fundis, il 130 Domine, non est exaltatum. Ai Salmi
segue FInuo Memento rerum cónditor, il capitolo
Ego Mater. Dopo ii' Nunc dimittis colla relativa an­
tifona, si chiude FUffido coll’Orazione.
U Mattutino incomincila ooWAve Maria in segre­
to, ha Invitatorio ed Inno invariabili. Si recita un
solo Notturno tolto dalle Feste della B. V. nel Co­
mune, e precisamente alla Domenica, al lunedì ed12

(1) E' questo un punito controverso: chi vuole che Urbano


IL facesse vero obbligo' al clero di recitare il piccolo Ufficio,
chi vuole che appena lo raccomandasse alla loro divozione: Cfr.
Onomiioi d^Autun, Gemma anime liJb. IL oap. 63; Durando I. IV, c.
2, n. 7.
(2) Cfr. Hefele Condliengeschichte, V. 729-783.
Del piccolo Ufficio della B. Vergine 847

al giovedì si recita il primo Notturno; al martedì


e al venerdì il secondo ; al mereoledì ed al sabato
il terzo. Si leggono tre Lezioni che non si cambiano
se non nell’Avvento ; dopo la terza Lezione segue
il Te Deum.
Le Lodi hanno l’identica struttura da quelle del-
rUffioio delle Feste della B. V.
Le Ore minori hanno sempre il medesimo Inno
Memento rerum, tre Salmi per ciascuna, quindi il
Capitolo con un Versetto, invece del Responsorio
breve, il Kyrie eleison e l’Orazione. Alle Lodi ed
al Vespro si fa la commemorazione dei Santi con
una Antifona e due Orazioni. Nell’Avvento e dopo
il Natalie fino alla Purificazione vi è mutazione nelle
Antifone, nei Capitoli, Lezioni ecc.
189. Chi è tenuto a recitarlo - Come si recita.
Della recita privata di questo Ufficio non v’ha
nessun obbligo, per chi usa ili Breviario Romano,
come appare dalla Bolla di S. Pio V, premessa al­
l’Ufficio stesso. Vi sono però speciali e numerose in­
dulgenze a chi lo recita, concesse dal Pontefice Leo­
ne Xni il 17 nov. 1887 (1). In coro invece era ob­
bligatorio per quei' luoghi, dove, prima della Bol­
la dii S. Pio V, eravi consuetudine fosse stata inter-12

(1) Cioè: 1. Indulg. plen. per chi lo redta intero per un mese;
2. Indili, di 7 anni e 7 quarantenne in qualsiasi giorno in cui
9i recita l’intero Ufficio; 3. Indulg. di 300 giorni da lucrarsi una
volta sola al giorno, quando si recita il I Mattutino colle
9 0 0

Lodi. Tali indulgenze sono applicabili alle anime del Purgatorio.


(2) S. R. C. d. 356.
848 Capo h

rotta come per es. per la temporanea soppressione


del Capitolo (1). Colla riforma del Salterio venne
questo Ufficio abolito nel Coro, anche dove vi era
la consuetudine (2).
Circa il modó. di recitare questo Ufficio, si noti:
1. Si recita come nel Breviario senza alcuna mu­
tazione, tranne quelle che vi si notano per PAv­
vento e dopo il Natale. Quindi nel Tempo di Pas­
sione non si omette il Gloria Patri e nel) Tempo
pasquale non si aggiunge Alleluia alile Antifone,
Versetti e Responsorii (3).
2. Nella recita pubblica, separatamente diali di­
vino Ufficio, le Antifone si devono duplicare se si
recitano i tre Notturni ? altrimenti no (4). Nella
festa di San Giuseppe si recita il Te Deum (5).1

(1) S. R. C. d. 2658.
(2) Rubr Psalto. Tilt. V ili n. 3.
(3) Rub. gen. Ttit. XXXVII 2; S. R. C. d. 1334, .6.
(4) S. R. C. d. 3572.
(5) ' S. R. C. d. 3659.
CAPO IL

Dell’Ufficio dei defunti.

190. Le Vigilie dei Defunti e il loro Ufficio.


La pratica di fané preghiere intorno ai cadaveri
ed ai cimiteri, di uso universale presso i popoli, fu
dalla Chiesa consacrata sino dai primi tempi del Cri-
stianesimo. Le Costituzioni Apostoliche vogliono che
i fedeli col el'ero si raccolgano nei cimiteri onde
leggere i libri sacri, cantare i Salmi per i Martiri,
i Santi e i fratelli morti nel Signore^ e ricordano
la preghiera pei defunti alla fine delle Lodi e del
Vespro, (1) delle quali abbiamo un avanzo nel Ver­
setto: Fidelium animae. Queste radunanze si face­
vano anche intorno ai cadaveri, e sono chiamate qua
e là dagli iscrdlttari ecclesiastici vigilie dei' defunti
12). La pittura sacra delle catacombe ricorda la
commendatio animae con scene tolte dlalFA. Testa­
mento (3).
191. Forma attuale dell’Ufficio dei Defunti.
Da questa antichissima e pia pratica provenne
nella Liturgia l’U(fido dei Defunti, ili quale si tro­l)

ll) Lib. VI. 30; Vili. 40.


(2) Gfr. S. Gio. Crisostomo, Hom. ó. Hebr. I; S. Basii in
Vita S. Macrinae.
(3) Rapimento di Elia, Noè nell'arca, Giobbe, il sacrifizio di
Abramo, passaggio del Mar Rosso, <-fr. T’ulìi'.'cr, 0, c., p. 503.
360 Capti II.

va anche presso i Mellchiti, i Copti e gli altri Orien­


tali. Nel secolo XII gli furono aggiunte le Lodi ed
il Vespro. La riforma che ha attualmente provie­
ne da S. Pio V, il quale tolte le differenze che e-
ranvi nelle particolari diocesi, lo ridusse ad uni­
formità per la Chiesa.
Colla riforma diedi Salterio venne anche creato
un nuovo Ufficio dei Defunti da recitarsi il 2 No­
vembre, tolto Pobbligo della recita deirUfficio del­
l’Ottava d’Ognissanti. In questo nuovo ufficio ven­
nero conservati i Salimi dtel Vespro e dtei Mattutino,
riordinate le Lezioni del I Notturno, che sono com­
poste delle tre prime dei Notturni antichi, introdotte
le tre Lezioni proprie all Secondo tolte da San A-
gostino, e al III. Notturno assegnate tre Lezioni del­
l’Epistola di S. Paolo ai Corinti. I Salmi delle Lo­
di sono i medesimi colla 'esclusione del Misereatur
e del Laudate Dóminum de coelis e Cantate Domi­
no. Si aggiunge ancora lia parte delle Ore, per quel­
lo che si recita solamente in tal giorno. Fuori di
esso e in occasione di funeradii e Ufficio si recita l’an­
tico conservando le modificazdioini delle Lodi.
Quando nella recita privata, si separa ili Mattu­
tino dalle Lodi', si conclude col Dominus vobiscum,
YOrazione conveniente, quindi il Requiem aetér­
nam etc. e il Fidelium animae eltc. (1).
192. In quali giorni si può cantare o recita
pubblicamente extra chorum.
L’Ufficio dei Defunti si recita:

ÙJ Rubrica locale.
Dell'Ufficio dei Defunti 351

1. In tutti quei giorni ned quali è permessa la


Messa de requie relativa allFUfficio stesso die si de­
ve recitare.
2. Nel giorno della morte o della deposizione, an­
che se viene differita la Messa esequiale. Si eccet­
tua però : a) il Triduo sacro della Settimana Santa,
durante il quale si possono recitare solo privata-
mente le preci dei funerali e l’Ufficio dei defunti;
b) le Feste più solenni, nelle quali lodevolmente
si trasferisce l’Ufficio dei Defunti dopo i Vespri.
3. Nel giorno terzo, settimo, trigesimo ed anni­
versario si può recitare quando si può cantare la
Messa de requie; altrimenti, dovendosi differire la
Messa de requie, si trasferisce anche FUfficio, quan­
do si richiede l’uno e l’altro per fondazione o dai
dolenti.
4. Negli altri casi, nei quali occorre di cantare o
recitare FUfficio diéi Defunti o per fondazione o per
solla pietà, si può recitarlo anche nei giorni nei qua­
li non è permessa Ila Messa privata de requie, co­
me in un doppio minore o maggiore (1). Si può re­
citare o cantare anche melile Domeniche c Feste, ec­
cetto nelle maggiori solennità (2). Alcuni liturgisti
vorrebbero eccettuare ancora le Vigilie del Natale
e dìi Pentecoste e tutta la Settimana santa (3). Non
è però conveniente cantarlo nella chiesa ove è e-123

(1) S. R. C. d. 72; 2981. 5 ; 2915. 13.


(2) S R. C. 6 febb. 1900 in u. Novarien. ; GavantO’. Sect. 9 c.
2, n. 20; Merati ib., n. 8.
(3) Cavalieri, t. Ili, decr. 13 e 24.
352 Capo II,

sposto il SS. Sacramento; e ciò è assolutamente


proibito se si erige il tumulo nella Chiesa (1).

193. Come si recita.


Il Vespro incomincia assolutamente coIFainitifo-
na, senza il Versetto : Deus in adiutorium, si chiu­
de eoi Magnificat e le preci col Salmo 145 Lauda
anima mea die si omette nel giorno della Comme­
morazione diéi Defunti ed in die obitus seu depo­
sitionis, praesentei cadavere ; quindi segue l’orazio­
ne conveniente. — Il Mattutino ha tre Notturni con
tre Salmi, ciascuno dei quali ha una propria Anti­
fona, e si conclude col Requiem aetérnam e tre Le­
zioni. UInvitatorio si dice quando si duplicamo le
Antifone. Si recitano tutti e tre i Notturni del Mat­
tutino nel giorno della Commemorazione di tutti i
fedeli Defunti ed in quelli altri, nei quali, per con­
suetudine o per legge diocesana, si devono recita­
re. Quando si recita un solo Notturno, si recita
quello relativo al gnomo, eccetto il giorno della de­
posizione di un defunto, nel quale sii può recitare
sempre il primo Notturno coll’Invitatorio (2). Le
Antifone si duplicano nel gnomo 'della Commemo­
razione diéi fedeli defunti, della deposizione, anche
sie assente il corpo, nel1terzo, settimo', trigesimo ed
anniversario^ anche quando si recita un solo Not­

ti) S. R. C. d. 2513; De-Herdt, 0. c. voi. Ili, n. 127; For­


nici 0.. c., pag. 192; A Carpo, Comp. Bibl. Liturg. Part. Il, n.
223; Maugère 0. c., pag., 421.
(2) Rubr. Rituoi. Rom. de exsequiiis.
Dell’Ufficio dei Defunti 353

turno; negli allibri giorni si recitano al modo dtei Se­


midoppi (1). II Salmo, Lauda anima mea in fine
dei Vespri e il De profundis in fine delle Lodi si1o-
mieitte nel giorno della Commemorazione di1(tutti i
fedleilli Defunti, nel1giorno della morite e dolila depo­
sizione, e nell’Ufficio recitato in rito doppio (2) I ver­
setti dopo il De profundis si recitano in plurale od
in «ingollare secoudochè si recata FUffìcio per più
defunti o per uno solo, ma tutte le altre cose, conio
il Requiem aetérnam dopo i Salimi/, i Responsori e
i Versetti Requiem aeternam e Requiescant dopo
FOrazione si recitano invariabilmente in nu­
mero plurale (3). I Versetti che seguono l’Orazione
si tralasciano quando segue la celebrazione della
S. Messia ovvero sii fanno Ile esequie.
Quando si recitano uno o tre Notturni separata­
mente dalle Lodi si conclude come Isi è detto sopra ;
l’Orazione però o>le Orazioni sono quelle delle Lo-

194. Carattere e struttura.


L’Ufficio dei defunti presenta un carattere con­
temperato al suo fine, mesto e doloroso, quantunque
temperato alle consolanti verità della; religione cir­
ca la morte e la (espiazione futura : esso ritrae mol­
to da quello òhe si recita nell Triduo defila morte12

(1) Rubir. Ritual. Rom. itnd.


(2) Rubr. Rit. et Brev. Rom. ; S. R. C. d. 2877.
354 Capo II.

de! Redentore. Manca tutto (quelita che strettamente


tende alla glorificazione di Dio od alFinvocazione di
un aiuto speciale a chi Ita recita. Quindi il Vespro
si incomincia s/enza il Pater noster ed il Versetto
Deus in adjutorium; alla fine dei Salimi, non si dice
il Gloria Patri; il Capitolo e l’Inno non si- trovano
in esso; se <si recita, il Magnificat ed! il Benedictus
(1), si è perchè quelle .anime hanno speranza dii lo­
dare Dio nei cielli e dii essere visitate nelle pefre, iin
cui potrebbero trovarsi, dal1Dio della mosericoirdila,
invocato dalla Chiesa. Le Lezioni, senza Assoluzio­
ne e Benedizione, sono tolte dal! libro di Giobbe
(2) che rappresenta, nella isua persona addolorata,
lo stato., delle anime purganti. ;Sulla fine delle Lezio-
ni manca il Tu autem, perchè tutto FUfficio è di­
retto ad implorare la misericordia per le anime pur­
ganti. I Responsori richiamano ìil passo di S. Gio­
vanni (XI, 25-26), ove sii narra la risurrezione di
Lazzaro e il timore dell’estremo giudizio; sono pe­
rò una composizione ecclesiastica. Il senso (Liturgico
dei Salimi, dei Notturni e delle Lodi è facile ad in-
tendersi (3).123

(1) Facendo il setgoa (Dedita Grode S. R. C. <t. 3127.


(2) Belle queste lezioni, ohe contengono le parole di dolore
del Santo messe afflai prova, idaffl^awersità ed orna posite» dalla Orite­
sa sul labbro delle anime purganti!
(3) Cfr. Thalhofer, O. c., pag. 506 seg.
CAPO III.

Salmi Graduali, Salmi Penitenziali e Litanie


195. Che cosa sono i Salmi Graduali • perchè so­
no così chiamati.
Chiamatisi Graduali i Salmi Salteriali^ dal /119 al
133 die diai Settanta sono chiamati
e nella Volgata di dicono cantica graduum. Vogliono
albumi che quesiti Salimi siano così dhiamaiti perchè
esprimono i seultiimenti che giti ebrei provarono
quando dal luogo dell’esilio ritornavano o bramava­
no di ritoirnare lailQla patria. Altri invece, con maggio­
re probabilità, affermano che erano cantati diagli e-
hrei quando tre volti©alili1*arano, si recavano a. Geru­
salemme. Questa andata chiamavasi ascensione, feenza
dubbio per riguardo, aMa posizione di \quella città
collocata sul monte (1).
Esisti! sono iln numero dii quindici poiché altret­
tanti <erano in numero i gradini che mettevano al
tempiiloi dii Gerusalemme : «Septem porro, et octo,
quindecim sunt; tot sunt et cantica quae appellan­
tur graduum : quoniam totidem fuerunt templi (gra­
dus» (2).
196. Quando entrarono nella Liturgia. Loro reci­
ta - Loro struttura.
Dalla Liturgia ebraica essi passarono nella cri­
stiana, e si chiamarono pure canti graduali pec­
ti) Bibbia, Martini nota al Salmo 119.
(2) S. August. Pnaefat.. in Psalm. 150.
356 Capo III.

che sài recitavano mentirle ili Lettore e il Diacono sa­


livamo Pamhone o discendevano; nome che per ia
stessa ragione si conserva ancora al) tratto che è
dlopo 'FEfcaisfcoilJà neJila Meslsa (Gradunis). La recita
pubbtBca dii questi Salimi, uniti ul divino Ufficiò', feì
praticava diai Benedettini nei secollil dledilmo primo
e decimo secondo, ogni notte prima del1Mattutino ;
altri Ordini adottarono il pio uso,, menter il' clero
secolare li recitava nelle Ferie dei tempii «Hi digiu­
no. Di qui la ragione della rubrica che si trovava
nel Breviario alla Feria quarta delle Ceneri.
Nel pensiero dei Padri che esposero questi Sali­
mi, e quindi delia Chiesa che li usa, si annette ad
ossi un profondo simbolismo. Non è più il popolo
ebreo che si raduna nel tempio di' Gerusalemme
mentre i leviti cantavano i Salmi Graduali, ma h
il popolo di Dio che, per la bocca dei sacerdoti, pre­
para le mistiche ascensioni del proprio cuore, dal pec­
cato alila grazia, e della vita terrena alila eterna.
Quindi, secondo gli' ascetici, ciascuno di essi rap­
presenta un grado di virtù.
La recita dei Salmi Graduali, come aggiunta al
divinioi Ufficio, era obbligatoria in coro, per quei
luoghi ove vigeva la consuetudine di recitarli in
certi giorni, prima della Bolla di S. Pio V. più vol­
te citata. Tale obbligo venne tolto colia riforma del
Salterio.
Perciò sono state tolte le rubriche che erano
niellile ferie in cui anticamente si dovevano recitare
i Salmi Graduali. Ma essi vennero conservati nel
Salmi Graduali, Salmi Penitenza e Litanie 357

L’Appendice ,del Breviario, perchè potrebbero esse­


re obbligatori in virtù dii particolari disposizioni.
Qnilesti Salmi mantengono la loro antica parti­
zione che ebbero dai Benedettini di Cluny, cioè so­
no divisi in tre gruppi di cinque Salmi ciascuno.
Il primo gruppo sì incomincia assolutamente eoi
Saltai» 119 Ad Dóminum óum tribularer, in seguito
al quale sii recitano gli altri, senza alcuna dloesolb-
giiai. Alila fine diedi quinto Salmo si recita il Requiem
aeternam, il Pater noster, coi versetti finali delll’Uf-
ficdo dia morto e FOrazione pei Defunti: Absolve
quaesumus. Questo primo gruppo di Salmi adun­
que è ordinato al1suffragi» delle anime diéi! Purga­
torio*
Il secondo gruppo, che incomincia tosto dopo la
Orazione suddetta* alfa fine dii ogni Salmo hia la
dossologia comune e termitaia col Kyrie eleison, il!
Pater noster, alcune Preci ed un’Orazione, colla
quale si domanda il perdono dei peccata1.
Vultimo gruppo si (recita come il! precedente ed
è chiuso colle Predi e FOrazione, nella quale ai in­
voca il divino aiuto* (1).
197. Che cosa sono i Salmi Penitenziali * antic
del, loro uso - chi è tenuto a recitarli.
In istretta relazione coi Salmi Graduali stanno i
Penitenziali, seguiti dalle Litanie dei Santi. I Sal­

ti) Cfr. Bona, 0 . c., XV ; Gavanto, Comm. in Rubr. Brev. IX.


3; Thalhofer, Psalmenerklarung (Ediz, 4), pag. 761-762. Id O.
c., p 500i-502.
368 Capo HI.

mi penitenziali sono in numero di sette e sona:


Domine ne in furore (Salmo 6) Beati quorum (‘Sat-
ma 31), Domine ne in furore tuo.,. Quoniam (Salt­
ino 101), Miserere (50), Domine Exaudi (Salmo
101), De profundis (Salmo 142), eolllfantifona : Ne
reminiscaris.
Che la loro recita sia dii uso antico appare dia
Possidio ; il' quale narra che S. Agostino nella sua
ultima infermità aveva fatto ricopiare questi set­
te Salmi e se I teneva innanzi, recitandoli divota-
menile per prepararsi allia morte e per allontanare
i flagelli dalla sua città assalita dai- Vandali. An­
che Cassiodoro li ricorda e dà per ragione del l'oro
numero «quia "totidem modis rimittuntur pecacta
nostra : baptismo, passione martyrii, eleemosyna,
dimittendo aliis, convertendo alios, abundantia cha­
ritate, poenitentia» (2). I Padri li conoscono e' ne
danno profonde esposizioni, e negli Ordini religio­
si se ne praticò assai, per tempo la recita.
Come aggiunta al Divino Ufficio, i Salmi Peniten­
ziali dovevansi recitare, in coro, in quei' luoghi nei
quali vi era lia consuetudine anteriore a S. Pio V,
ma ora, Pobligo venne tolto per tutti,1come si è det­
to dei Salimi Graduali, salive speciali costituzioni.
198. Uso liturgico dei Salmi Penitenziali fuori
divino Ufficio.
La Liturgia romana fa uso in parecchie circostan­
ze dei' Salimi PeniteniziaE. 1. NellFammiOifetira^ioiie

(2) Presso Bona, 0. ic., c. XIV, ove si riferiscono altre cita


zioni importanti.
Salmi Graduali, Salmi Penitenz• e Litanie 359

delFEsitrernia Unzione, ove Ha loro recdlta, quantun­


que non preferitila, è pelrò raocomianidata ; — 2. Nel­
la consacrazione 'dii una Chiesa, di un allbaire e dìi un
cimitero ; — 3. Nella solenne espulsione e rieonei-
liairiione dbi penitenti': 4. — Nelìia assoluzione so­
lenne dfi uno scomunicato ; — 5. Nella bendedizio­
ne dìi un Abbatte.
La ragione di questo' uso liturgico diéi Salmi Pe­
nitenziali e evidente. Essi sono ordinati ad invoca­
re la divina misericordia, ed a preparare ili nostro
enotrie contrito, onde riceverne gli effetti1; ora Fiin-
fcrmio abbisogna della' divina miserilcordia ; Ila chie­
sa, Palmare, il cdmiltero, sono i lluoighi della divina
micenicordia ; FAbbate è Ii’uom!o della penitenza
quindi nella benedizione di queste persone, o di
questi luoghi si recitano tali salimi.

199. Litanie dei Santi - osservazioni ralative.


Aii Salini peniltenzialll van'no unite He Litanie dei
Santi, le quali si recitano insieme ad essi ed in qual­
che occasione anche separatamente. Litania è voce
greca che significa una seria ed airdenltle preghiera;
si una comunemente a denotare quella preghiera
colla quale si; invoca la misericordia tìi 'Dio o il’ Pa­
trocinio della B. V. e dei Santi. Talora si prende,
questa voce, nellrf liturgia, per indicare il solo Kyrie
eleison. — L’autore delle Litanie dei Santi! e ignoto ;
risalgono cerio a una grande antichità. Nei breviari
anteriori a S. Pio V ili numero diei 'Spanti; èi assai mi­
nare, ed è maggiore invece ili numero dìeìllHe invoca­
zioni che hanno per risposta il Te rogamus.
360 Capo HI.

Non si possono, recitare o cantare (in chiesa altre


Litanie che non sdiamo nel Breviario e RiituaiUe nelle
edizioni approvate dialia S. Sede (1). Non isi posso­
no aggiungere altre invocazioni alle Litanie diéi San­
ti (2), od alle Litanie della B.. V. (3). Il ‘Vescovo
può esaminare ed approvarne di nuove, è le può
permettere solo però nelFuBo privato e fuori delle
funzioni liturgiche (4).

200. Come si cantane le Litanie della B. V.


Rosario
In seguito all disposto del1Canone 934 §. 2 per
Facquisto delle S. Indulgenze venne domandato ali­
la S. Penitenziaria Ap. se si possono acquistare le
Indulgenze annesse alile Litanie lburetane canttan-
do come si è sempre costumato il Kyrie eleison (Ky­
rie eleison, Christe eleison ; Christe audi nos, Chri­
ste exaudi nos), riiunemdlo a tre a tre 'le invocazioni
manali colPunico ora pro nobis, e in fine cantando
un solo Agnus Dei,qui tollis paecata mundi unendo
le tre invocazioni Parce nobis Domine, Exuadi nos
Domine,\ Miserere nobis ed essa rispose che così non
si \possono {acquistare dai fedeli le Indulgenze annes­
se, aggiungeva: «praedictam consuetudinem non es­
se adprobandam, ideoquo ad Ordinariis prudenter cu-1234

(1) S. R, C. d. 248. 14; 3820. I. Le Litanie approvate sono quel­


le del SS. Nome, del Sacro Cuore. Lauretane e di S. Giuseppe.
(2) S. R. €., d., 380.
(3) S. R. G» d. 2791. 3.
(4) S. R. €., d. 3555.
Salmi Graduali, Salmi Penitenziali « Litanie 361

rtmdum, ut in locis ubi viget submoveatur», (1). Più


tardi interrogata la S. C. dei 'Riti «An attento de'
creto S. Pocnitentiariae Apost, diéi 12 julii 1919
circa Indulgentias Litaniis Marialibus adnexas, Li­
taniae Lauretanae cantari possint per trinas invo­
cationes, respondente quartam fideli plebe?», ri­
spose : «Affirmative, seu Litaniae Lauretanae can­
tari possunt per trinas invocationes cum singulis re­
spectivis ora pro nobis, populo quartam invocatio­
nem cum respectivo ora pro nobis respondente».
E ancora 10 nov. 1921 alile domlande : 1. melle
Litanie Lauretane si può cantare la prima tripla
invocazione alle persone dlella SS. Trinità e il po­
polo ripete Kyrie eleison, Christe eleison e poi il
Sacerdote prosegue Christe audi nos. Christe exaudi
no?! 2. Se invece di dire tre volte Agnus Dei in
fine delle Litanie si può dire una volta soia Agnus
Dei qui tollis peccata miumdli parce nobis Domine,
exaudi nos Domine, miserere nobis. Rispose : Negati-
ve, juxta Decreti et servetur \intererger ordo Litania-
rurrt cum Indulgentiis1adnexis approbatus, nempe
Kyrie eleison, Christe eleison, Kyrie eleison etc.
usque ad finem (2).

FINE DEL SECONDO VOLUME

(1) S- Peniten. 12 luglio 1919.


(-* Ognuno però comprende che, stando così le cose, il canto
delle Litanie richiede un tempo non indifferente, finche non si
troverà un modo di canto che io abbrevi,
REI MP RI MA. T UR
Can. Carlo Malocchi V- G.
Pavia, Ì0 Marzo 1937.XVII
INDICE

P A R T E 1.
Dell’Ufficio Divino in generale
Capo I. Natura e costituzione del Divino Ufficio pag- 7-15
1. Lai preghiera pubblica ned disegno di Gesù
Griislto — 2. Definizione deli Divino Ufficio —
3. Nomi! diedi Divino Ufficilo — 4. Eccedenza <M
Diivàinlo, Ufficilo — '5. L’Uffflcdlo 'Diilwiinoi preghiera
tdefli giamo — 6. L’Ufficio Divino preghiera
dedita Sdttlimiajua — 7, L’Uffiicioi Divino preghie­
ra dleE’aimoi.
Capo li. Breve storia dell’Ufficio Divino , 16-46
8- Periodi pritnoipali — 9. Il periodo da S. Pietro
a S. DanHaso (35-366) — IO. II. (periodo dia S.
Damalo a S. Gnegarilo M. (366-590) — 11. IH.
perijoido da S. Gregario. M. a S. Gregorio VII
(590-1072) — 12. IV. periodo da S- Gragouiiioi VII
» S. Pio V '.(1072-1506) — 13. V. periodo da
S. Pliio V a Pio X (1566-1903) — 14. La rifar-
nuai kii Fi)» X (1914L
Capo 111. Varietà dei riti nel Divino Ufficio , 47-52
1S. Ragione .dedita varietà diedi riti. — 16. Riitii io*-
rienttadli — 17. Riti oiediideintalli-
Capo IV. Recita dell’Ufficio Divino 53-61
18. Obbligo dlellai recita — 19. Gaiulse scusanti dalll-
B)a retali® — 20. Tempo dedla, recita '— 21. Luo­
go- dedla1rendita — 22. Modo dldUja recital — 23»
Recita pvivaitak
Capo V. Del computo Ecclesiastico. 62-76
24. Ghie cosa c e coirne sii dfflvàdie —1 25. Dedl’an-
ito £ «uà correritorte — 26. Il ciclo dei mumiero
«ureo — 27. L’epatBa — 28. La lieltltiera dloimelni-
,calia — 29. LTtafiaikune rottnaina — 30. La Pa-
eq.ua e le feste mobili.
364 INDICE

Capo VI. I libri dell'Ufficio Divino pag. 77*87


31. Il Rue.viajrio' e su» dilatirdlbuaix)ne — 32. Le
-hoUlle cdiefl. Bre-viario- — 33* D Marininologià — 34.
H Colendia-rilo —> 35. L’Olttavaria Romano- sedi alt*
tri libri.

P A R T E IL

Ufficio delle Feste


Capo I. Ufficio di rito doppio pag. 91*101
36. Origine delle Feste cristi/ame — 37. Ufffcàe
speciale dei Saniti. L’Ufficio di rito -doppio: o-
nigin-e ie signrifAcia-to- attuale — 38. Come si di­
vidono le Feste — 39. Catalogo delle Feste
principali e secondarie — 40. Condizioni per
recitare lun Uffiiei'o doppio ohe non si trova nel
Calendario romano — 41. Partì deH’Uffioio di
rito doppio.
Capo II. Ufficio di rito semidoppio , 102*105
42. Origine e significato dlellla parola- semidoppio
— 43. Quando si fa l’Ufficio semi-doppio —
44. Puniti d'accordo e dìi disaccordo dell'Uffi­
cio eemidbppio col dloppiio.
Capo III. Ufficio di rito semplice 106-108
45. Origine dagli Ufficd di olio semplice — 46,
Quando e come si fa l'Ufficio semplice —
47. Partii deil’UffiicdlO' semplice — 48. In che
l’Ufficio semplioe differisce -dal doppio e dal
semi-doppio.
Capo Iv. Ufficio dell’Ottava „ 109*120
49. Ohe) cosa è) l’Ofttaival - Origine - Rito- antico) —
50- Ragioni deM^istriltluziilone dell’OWaiva — 51.
Come si dilstiilnigujoino ilje Otltlaive — 52. Di'*ifeto
e -cieisisazionte dedlle Ottave — 63. Oeco-rrenaa sdf*
mjulitianela di1più Ottave — ‘54. Ufficio -dlelilie Ot­
tave comuni e del giorno Ottavo- ini -rapporo s .gli
-alimi Uffici decorrenti — 55. Goanle tei ordii i-a
l’Ufficio dfellFOWarva.
INDICE 365

Capo V. Dol Titolare e del Patrono pag. 121-129


56. Che cosa kttten.dlegi iper Tlijtofllaire » Paittoomo —
57. Come si coistóiCuiscie ':e quaili Ghiere hanno Ti-
follamoi e iPatfuontu) HiStungi/co — 58. Chi! è tettmiWo
alFIJffalcilo- deli FaSrono- o idei' Tiiltalliture: — 59.
PHumaiUità dt Paltromi) o Titolari. 'Casi speciali.
Quando notn sdì ha Ottfeuva' propria nielf Breviario.
Capo VI, Dedicazione della Chiesa e suo anniversario „ 130-133
60. Che costa è la dbdficazàoìnje. Ufficio ned gjfiotr-
ma dieJMJai dedatoarioirue — 61. Ufficio dbH’taninii-
veirisiario dìedlla detdì'icaziiotnte.
Capo VII. Ufficio per ragione delle Reliquie , 134-136
62. Reliquie! dei Saniti e loIrò culitjoi — 63. Condi­
zioni/ e litraiti. per ^Ufficilo delle ReOiiguie.

Pa r t e ih

Ufficio del Tempo


Capo I. Ufficio della Domenica pag. 139-149
64. La Dofmetnica. — Disciplina circa' la sua
ceUeibrtaatonie — 65. Conile ai dividono) Ib Domie-
uàche — 66. Distribuiionte dlelle Domeniche An»'
faro aiuninm — 67. Doonietnìidhie anltlilciipaiBe — 68.
La prima Doanendba1'del meste — 69. Uffieirotia-
da <MiLa DotmenSlca.
Capo 11. Ufficio della Feria , 150-155
70. Ghie doga è la Feria. Diivitsliloinie delie Ferite —
71. Ufficào' ferilalb antico e odierno —. 72. Quam-
dio tsd fa FUfficioi deMa Ferita — 73. Ferite dall-
Ila SetCuatgetslikua alile Genieri! — 74. Piarti dledl’Uf-
fildilo della Feria.
Capo 111. Ufficio della Vigilia n 156-160
75. Che cosa è la Vi^nUta. Antica disciplina. Simr
bolism o — 76, Conile «i idàvàdlotnio He Viigilllìfe —
77. Vdlgdilia non priivillegiatlai 1occorrente tfra un»
Oftaivay ini Quaresima, in Domemilcai, di una Fé-
. sua trasferita eoe. — 78. Parili dteH’Uffkio «Mila
366 INDICE

Capo IV. Ufficio di S. Maria in Sabato pag- 161'164


79. Orinimi ei'ragioni deHpUffilcdlo dii S- Miami» ibi
Sabato. Decreto -dd' Pio V — 80. Quando e co­
me >sfi< fa PUIfitiio di S. Maria in Sabatio.

PARTE IV.

Delle relazioni fra i vari Uffici

Capo I. Della preminenza delle Feste pag. 167-172


81. Po*.emesse — 82. Ootnioeitito dii ipremiineinzau Cai-
ratteni disfilnitivi — 83. Ordìime dii piwmiMemza
dettile Feste ibi otooortrentaal
Capo li. Della occorrenza accidentale e traslazione^del-
le Feste . 173-176
84. Gh<^ cosai è lia taaslaizdlome. Come si divide —
85. Feste tr|ai6f«rìbili e Feste inamovibilii! —>86.
Quando si devono trasferire Ite felste dii' primja
«/ eeconida classe — 87. Occorrenza dii Feste ed
Ottave della meidlesiilmla persona — 88. In tjuaili
gloriti si ripongono le Ferie trasferite — 89.
TnasflJazàJone dii Feste avanti1 comimemoirazdome,
oftltiaiviai, feriariiome, indbiDlgienze ammesse.
Capo 111. Della occorrenza perpetua delle Fette e loro
ripotizione „ 179-16
90. Viari rasi di oCcoinnenzai perpetua e riposdzào'-
mie — 91. Olndlilue idleOde tmatslariioni' e rilposizioitii.

Capo IV. Della concorrenza delle Fette . 184~2i


92. Ohe coiste è idotncoirrenza «{ come lai! idftvidie. In
quali Uffici può aver 'luogoi '— 93. Regole ge-
nemafli -per la co<n;0oirr9naa tuia le Feste — 94.
Regole particolari di eonlooftiianiza — 95. Ta­
bella delle occorrenze — 96. Tabella ideile con-
couuiemzie — 97. Spiegazione dettile due tabeflUe
— 98.. Ordine di! preferenza deglii Uffici ui ok>
currenzal — 99. Ordinile dai preferenza degli Uf>
fici, in coracorrenza.
INDICE 367

Capo V. Delle Commemorazioni pag. 203*207


100. Che cois» è Dal commieimioraziotne,, 'iirj quiala car­
si' hai Lungo e in quali «porti1ilei Divino Ufficilo
— 101. Chmmampnaailoind nei doppi di' prima
e di accendia classe — 102. Ordine delle cotm-
memoraziloinii — 103. Gamie si fanno Le comme*
morationi.

PARTE V.

Delie Ore Canoniche

Capo 1. Del Mattutino pag. 211*217


104. Premesse —i 105.Ì L’iantiiica preghiera raoMturmat
tempio in icui sdì faceva melila Chtetea; raigjione
idi questo' tempo — 106. Quando rUffioio morti-
turno sii chiamò iMattultìno — 107.. Parti intro*
dntCotnie dtel Maithlutimo — 108. Salmodiai del
Mailltutiho, Suo. cairaltìere (speciale — 109. Con*
cLusdlome' <M Mattutino.
Capo 11. Delle Lodi . 218*220
110.. Ragione >d)eil nome Lodi, come si iinctomiilnciia-
niov le Lodi — 111* Salmodila delle Lodi — 112.
Altre patti1dJeRle Lotdfi.
Capo IH. Delle Ore minori > 221*227
113. Le antiche Stationes « 'le Ore diurne — 114.
Oriigiine dleH’Ora e diéi Inome (dii Prima. Ragioni
e damatitene Idi qulesta parte dled Divino Ufficio
— 115. Salmodia di' Prima —< 116. Dal Capitolilo
alila! Benediaiane: — 117. Le Ore' minori di Ter­
za, Sesto e Nona — 118. Perché si (prega dir»
queìsJtieJ1onte del gilornio.

Capo IV- Del Vespro . 228*236


119. Vari nomi di questa parte dell’Ufficio — 120.
Antichità della preghiera vespertina, .sua varila
dfiscilpllilna, sua ragione dii essere — 121- Intro­
duzione. Salmodia'1del Vespro — 122. Capitolo,
Inno, ConcHulsàone diéi' Vespro — 123. Alcune
norme pel Vespro cantato. Faramemtiì.
368 INDICE

Capo V. Della Compieta pag. 237-241


124. Nomi, oiràgùrie, ragliarne dleiBa Compieta —
125- Introduzione deMa Compieta. Salmodila —
126. Partii fdmaMii.

PARTE VI
Delle parti delle Ore Canoniche
Capo 1. Degli Inni pag. 245-264
127. Premesse — 128. Che eolia è riamo sacro.
Sua antichità. Piitacrilpaii innografi «acni — 129.
Correzione /dogli Inni aitffrcihi fatta dia Urbano
V ili — 130. Ellenico dleglà Inni del Breviario
Romano e 'loro aaitorj) — -131. Modalità melila rie­
dita \ dleigiUii Inaili. — 132. Quando e icpmie
gTIniM, sii tàuniiiscamo — 133. Coinicibsifone dlegHi
Inaia. Loro inmtaizioaiiil.
Capo U. Dei Salmi e dei Cantici . 265-276
134. Che cosa è il Ballino. Antico uso liturgico
dedi Saloni — 135l I Safllnaii, convemienitiisdilmB, pre­
ghiera pubblica dlelfLa Chiesa — 136* DistrdhuziiiOK
ne iddi Salmi nel Dliiviln>oi Ufficio — 137. Ohe
cosa 'ci il Cantico. Uso liturgico antico e altfcuaiie
138« Colme sotto distinti i cantici ned Divino Uff.
139. I Cantici diéi Nuovo Te^tSamtenlto — 140.
Comcllusiond dleii Baimi e :Galn!tlici' — 141. Quali
Salimi e !Cantici si dicono nel Divino Ufficilo.
Come si dlevono recitatele iln coro.
Capo 111. Delle Antifone . 277-262
142. Che calda «orto le Antifone. Come sij id!idliin>
gnomo — 143. CXrdjgitne delle Antifone — 144.
Dove ai trovano le Antifone; quali ai dliooauo
— 145. Come si reciiiainio Ole AnltBlfolnie — 146.
Riedita dolile Antifone contenenti il primo ver­
setto diéi Salinioc
Capo IV. Dei Versi, Assoluzioni, Benedizioni . 283*289
147. Che cosa sono i Versi nel Divino Ufficilo.
Quiale scopol hanno — 148. Dove si recitano! £
Versetti: — 149. Che cosa sono ile lAsfloQiuziomà
INDICE 369

e BeUedizioml. Loro origine loiro 6-oopo> — 159.


Quali A^solliiLziioinii e BenneldMoiiii $ii dicom-o mei
vari U ffici — 161. Que^oone sull J<ube, domne,
beiiedHteerc:.

Capo V. Delle Lezioni pag. 290-303


152. Antico costumile dleQQie Lezioni scritturali e po-
itristiche nettila) (recita dei Divàrio U(ffiloio| — 153.
Distribuzione dettile Lezioni 'scritturali nell’aiunio
flliiurgijco- — 154 Lezioni -dettila S. Scrittura ad
L nolttumo. — 155. Principio 'ded Libri scritturali
— 166. lezioni proprie d detti Comune — 157.
Lezioni! diéi -secondo ie terzo Notturno — 158.
Elenco deijJ'Sa Pìadri e Scrittori dèi quatti ven­
nero tolte le Leziolni del 2.Jjle 3. Notturno —
159. Nona Lezione idlefll’OlneJiia — 160. Nona
Lezione atomica de]j Santo — 161. Numero «Mille
Lezùni nei dilvetai1 Uffi2oi| — 162. Come affi co»
mine «ano © ternilimano Ile/ Lezioni.

Capo VI. Dai Capitoli , 304-308


163. Che cosia è il Capitolo). Origine. — 164. Ca»
ralMtere speciale dei Capitoli nettile diverse 'parti
detttt’Uffilciio — 165. Capitoli dettFUffieio- dom©.
cale, feriale e festivo — 166. Osservazioni cir­
ca il modo di recitare i Gapiitofli.
Capo VII. Dei Responsorii , 309*317
167. Che colsa Sono, li) Responsorii - specie - amiti-
rinltài —1 168. Riespopsorifi ideile Lezioni- - loro
parti c relazioni codile Lezional — 169. Quali Re»
epoisorii rii idfficonoi dopo le Lezioni -nei vari Uf-
fied . donde ed desumono- • come si recitano
—' 170. Responsorii, brevi 'delle ,Ore. Quando- ri
dicono - colme <aii recdltamo nell tempo omdiriario
e nel 'tempo pasquale —- 171. Osservazione circa
il1 Responsorio di Prima/ e «Mile altre Ore mi­
nori.

Capo Vili. Delle Orazioni. Orazione domenicale e Sa­


lutazione angelica , 318-324
172. Orazioni propriamorite dette -del divinio- Uf­
ficio1 - loro icaralttere e redazione cottila Messa
—- 173. Luogo dettile Orazioni mlettlTUffiicà-o- — 174.
370 INDICE

Introduzione e c/oitdusioinie delle Orazioni —


175. TiMi) e qualifiche deli; Santi nelle Oro-
riomi — 176. L’iUradonie domeniloalef e Dia Salu­
tazione Angelica. Quando e come si recitano
nefllUffido.

Capo IX. Dell’inno To Deum e dei simboli di Fede pag. 325 330
177. Origine del' Te Deium - quando vanne In-
Itjroidloitnio rieOl’Ufficio! - siuie parili - oalria/tpfcbne spe­
d a le — 178. Q uiaindo si nelcilta nel1divino Uffildio
— 179. Simboli dii Fedle medi dirimo! Uiffficio.

Capo X. Delle Preci, Suffragio, e Commemorazione deb


la Croce , 33 1-337
180. Che cosa sono le Predi - come si dWildono
— >181. Preci domenicali a Prima1 ed a Com­
pacta - loiro sltlrrittrira - quando si recdtano —
182. Pred FeriaiLi - in qual (parte d ell’Ufficio
si; nedtaino - l’oro sJtmrittutra — 183'. Suffragio
dei Saniti ■— 184. Cotmmeimoiraziioiie della Cirio»
ce.
Capo XI. Antifone finali della B. V. Maria , 338*341
185. Uso dii comoDriderei ili dliviino Ufficio: >con una
'preghiera afilla Verigine - ragion! 'di’ Vale uso —
186. Antifone finali della! '£>. V. » flono antera -
tempo in cui ai redtamo — 187. Ini qual luogo
e come ai recitano.

Appendice del Breviario


Capo 1. Del piccolo Ufficio della B. Vergine pag. 345*348
188. Origine e ‘Itinritituira dell piccolo Ufficio della
B. V. Maria — 189. Ohi è temute ai neoiitaiifllo
- come sd recitai.
C apo II. Dell’Ufficio dei Defunti . 349*354
190. Le vigilile dei Defunti e mi (Loiro Ufficio —
191. Forma attuale dellUffìicdlo .dedi Defunioi —
192. In, ,quali igiomi sd può cantare o redtare
pubblicamente extra chorum — 193. Come si
recitai — 194. Carattere e struttura.
INDICE 371

Capo III. Salmi Graduali, Salmi Penitenziali e Litanie , 355.361


195. Ohe cosa sono i Salmi Graduai!]) - (perchè so­
no coisi (chiarmaitli — 196. Quando, entrano ned-
la Liturgia. Loro recita • ioxoi istSrulDtura — 197.
Che cosai sono i Salmi Pemitiemzilallli - «untilòhità
del loro melo - tdhd, è tenuto a recdtairlli — 198.
Uso liturgico dei Salimi Penitenziali fuori dell
Divino 'Ufficilo — 199. Litanie dei Santi - os-
aervaziani relative — 200. Come si cantano le
Litanie della B. V. dol Rosario.

ERRATA-CORRIGE
^ p a g . 97 - La festa del Preziosissimo Sangue -
fig u ra tra - i doppi d i 2. classe secondari invece è •
doppio di 1. classe secondari.