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LUNGO PERIODO BREVE PERIODO

𝑄 = 𝑓(𝐾, 𝐿) 𝑄 = 𝑓(𝐾, 𝐿)

min 𝐶𝑇 = 𝑝𝐾 𝐾 + 𝑝𝐿 𝐿 min 𝐶𝑇 = 𝑝𝐾 𝐾 + 𝑝𝐿 𝐿

L’ipotesi che facciamo è che l’impresa abbia un obiettivo di produzione e si domandi come produrlo in modo
ottimale.

Abbiamo ipotizzato che:


𝜕𝑄 𝜕𝑄
 𝜕𝐿
> 0, 𝜕𝐾 > 0
𝜕𝑄 2 𝜕𝑄 2
 𝜕2 𝐿
< 0, 𝜕2 𝐾
< 0 → rendimenti marginali decrescenti

Chiaramente, per decidere a che prezzo vendere, l’impresa parte dall’analisi di quella che è la struttura dei costi.

Come passare dalle funzioni di produzione a quelle di costo

Immaginiamo di avere la funzione di produzione:

𝑄 = 𝐾 1/4 𝐿1/2
Nelle funzioni Cobb-Douglass possiamo capire come sono fatti i cosiddetti “rendimenti di scala” (concetto che fa
riferimento al lungo periodo, perché prevede la modifica di tutti i fattori produttivi → non esistono i rendimenti di
scala nel breve periodo).

Per capire se i rendimenti sono costanti, crescenti o decrescenti, basta guardare alla somma degli esponenti della
funzione di produzione Cobb-Douglass:

𝑄 = 𝐾 𝛼 𝐿𝛽
Se 𝛼 + 𝛽 = 1 ho rendimenti costanti di scala, poiché aumentando ciascun fattore produttivo di 𝜆, la quantità
prodotta aumenta esattamente di 𝜆:

(𝜆𝐾)𝛼 (𝜆𝐿)𝛽 = 𝜆𝛼+𝛽 𝐾 𝛼 ∙ 𝐿𝛽

 Se 𝛼 + 𝛽 > 1, la produzione aumenta di un fattore 𝜆𝛼+𝛽 (cioè, di un numero maggiore di 𝜆: aumenta più
che proporzionalmente) → RENDIMENTI DI SCALA CRESCENTI
 Se 𝛼 + 𝛽 < 1, la produzione aumenta di un fattore 𝜆𝛼+𝛽 (cioè, di un numero minore di 𝜆: aumenta meno
che proporzionalmente) → RENDIMENTI DI SCALA DECRESCENTI

Se riprendiamo l’esempio di prima:

𝑸 = 𝑲𝟏/𝟒 𝑳𝟏/𝟐
𝟑
Vediamo che 𝛼 + 𝛽 = e perciò mi aspetto rendimenti di scala decrescenti (non mi conviene aumentare i fattori
𝟒
produttivi). Infatti, se raddoppio i fattori produttivi:
3 1 1
(2𝐾)1/4 (2𝐿)1/2 = 24 ∙ 𝐾 4 ∙ 𝐿2
3
Quindi avrei raddoppiato i costi di partenza, ma la quantità prodotta cresce solo di 24 (quindi è meno che
raddoppiata).
Com’è fatta la funzione di costo di un’impresa che opera con questa funzione di produzione?

La funzione di costo dipende dai prezzi dei fattori produttivi: per ottimizzare la scelta di come produrre 𝑄 l’impresa
deve sapere 𝑝𝐿 e 𝑝𝐾 . Immaginiamo di avere i seguenti prezzi:

 𝑝𝐾 = 100 𝑝𝐿 = 200

LUNGO PERIODO:
𝑝
In equilibrio, deve essere verificato che 𝑆𝑀𝑆𝑇 = 𝑝 𝐿 .
𝐾

𝜕𝑄 1 14 −12
𝐾 𝐿 𝐾
𝑆𝑀𝑆𝑇 = 𝜕𝐿 = 2 3 1 = 2
𝜕𝑄 1 − 𝐿
𝜕𝐾 4 𝐾 𝐿
4 2

Se io riduco di 1 unità il lavoro, per mantenere costante la produzione devo rimpiazzarla con 2 unità di K (si capiva
già guardando gli esponenti della funzione di produzione: uno era il doppio dell’altro).
𝑝
Impongo quindi che 𝑆𝑀𝑆𝑇 = 𝑝 𝐿 :
𝐾

𝐾 200
2 = ⟹ 𝑲=𝑳
𝐿 100
(condizione di equilibrio)

Abbiamo che L costa il doppio di K (ma contribuisce il doppio alla produzione), mentre K costa la metà (ma
contribuisce la metà): quindi in questo caso ha senso utilizzare nella stessa proporzione i 2 fattori K e L.

Ricavare una funzione di costo da una di produzione, richiede di tenere conto del livello dei prezzi. Non posso avere
una funzione di costo generica: ma la essa dipende appunto da quanto costano i fattori produttivi.

Per passare alla funzione di costo (relazione tra livello dei costi e livello di produzione):

Questa relazione è indiretta (dipende da L e da K che a loro volta dipendono da Q):

𝐶𝑇 = 𝑝𝐿 𝐿(𝑄) + 𝑝𝐾 𝐾(𝑄)
Voglio ottenere un’espressione che mi lega direttamente i costi alla quantità che voglio produrre: 𝑪𝑻(𝑸).

Per farlo, sostituisco nella mia funzione di produzione la condizione di equilibrio trovata:
𝐾=𝐿 𝟏 𝟏 𝟑
{ 1 1 ⟹ 𝑸 = 𝑳𝟒 ∙ 𝑳𝟐 = 𝑳𝟒
𝑄= 𝐿4 ∙ 𝐾2
Invertendo ottengo che:
4
𝐿 = 𝑄3
E, sempre dalla mia condizione di equilibrio, ricavo anche che:
4
𝐾 = 𝐿 = 𝑄3
Sostituendo:
4 4 4
𝐶𝑇(𝑄) = 𝑝𝐿 𝑄 3 + 𝑝𝐾 𝑄 3 = 300𝑄 3
(funzione di costo di lungo periodo)
Osserviamo che questo è coerente con quanto ci aspettavamo: dagli esponenti sapevamo che avevamo rendimenti
di scala decrescenti e, di conseguenza, sappiamo che a rendimenti di scala decrescenti corrispondono costi totali
che crescono più che linearmente.

BREVE PERIODO:

Nel breve periodo, trovare la funzione di costo è ancora più semplice, poiché il capitale K è fissato:

𝑄 = 𝑓(𝐾, 𝐿)
min 𝐶𝑇 = 𝑝𝐾 𝐾 + 𝑝𝐿 𝐿
Ho quindi che:
1 1
𝑄 = 𝐾 4 ∙ 𝐿2
Da questa funzione è immediato trovare l’inversa (dato che la prima quantità è fissa):
2
1 1 1 𝑄 𝑄
𝑄= 𝐾4 ∙ 𝐿2 ⟹ 𝐿2 = 1 ⟹𝐿=( 1)
4 4
𝐾 𝐾
N.B: tenendo fisso il capitale produrre di più significa aumentare il lavoro molto più che linearmente: se voglio
raddoppiare la quantità prodotta dovrò quadruplicare il lavoro che utilizzo (c’è una relazione quadratica).
2
𝑄
𝐶𝑇(𝑄) = 100 ∙ 𝐾 + 200 ( 1)
4
𝐾
(funzione di costo di breve periodo)

N.B: La funzione di costo di breve periodo cresce, al crescere di Q, più velocemente che non nel lungo periodo.

Se immaginiamo di avere un obiettivo di produzione: 𝑄 = 10.


4
Nel lungo periodo, per calcolare i costi, basta sostituire 10 nell’espressione 𝐶𝑇 = 300𝑄 3 = 𝟔𝟒𝟔𝟑, 𝟑 (minor costo
possibile per produrre 10 unità)

Nel breve periodo, se continuo a produrre 10 unità, avrò esattamente lo stesso livello di costo. Perché posso trovare
quanto capitale ho installato e posso trovare quanto lavoro sto utilizzando per raggiungere quel livello di produzione.
Quindi, nel breve periodo, per produrre 10 unità con quei prezzi, per me sarà ottimo usare 21,544 unità di capitale
4 4
(𝐾 = 103 = 21,544) e una quantità analoga di lavoro (𝐿 = 103 = 21,544).

Sostituendo nella funzione di costo di breve periodo, trovo esattamente la stessa quantità prodotta:
2
𝑄
𝐶𝑇(𝑄) = 100 ∙ 21,544 + 200 ( 1 ) = 6463,3
21,544 4
La differenza rispetto al lungo periodo è che, se cambiano le condizioni (per cui, invece di 10 voglio produrre 12):

 Nel lungo periodo cambio la mia combinazione di fattori produttivi: i costi aumenteranno di una quantità
4
Δ𝑄 3 :
4
𝐶𝑇(𝑄) = 300𝑄 3

 Se nel breve periodo voglio produrre 12, posso farlo, ma dato che il capitale è fisso, devo aumentare tanto i
lavoratori e i miei costi cresceranno più velocemente (di una quantità Δ𝑄 2 )
2
𝑄
𝐶𝑇(𝑄) = 100 ∙ 𝐾 + 200 ( 1)
4
𝐾

Nel breve periodo è quindi evidente che le imprese non sono disponibili ad aumentare la produzione a meno di un
forte incentivo a farlo (es. aumento dei prezzi).

Come sono fatte le funzioni di costo nel breve periodo?

La funzione di costo ha un andamento con convessità simmetrica rispetto alla funzione di produzione.
In viola è la curva dei costi variabili (solo legati all’uso di lavoro), mentre quella rossa è quella effettiva dei costi
totali tenendo conto anche dei costi fissi (la curva è semplicemente traslata verso l’alto).
La pendenza delle due curve mi dice, se io aumento la quantità prodotta, come aumentano i miei costi (la pendenza
delle 2 curve è la stessa, poiché per definizione i costi fissi non cambiano al variare delle quantità prodotte).

Da quelle 2 curve posso ricavarne altre 2 che sono quelle fondamentali per l’impresa. Infatti quello che l’impresa
vuole sapere è come variano i suoi costi al variare di quanto produce, ma non solo a livello dei costi totali.
L’informazione rilevante per un’impresa è il costo per unità di prodotto.

𝑪𝑻 𝑪𝑭 𝑪𝑽
𝒄𝒐𝒔𝒕𝒐 𝒎𝒆𝒅𝒊𝒐 = 𝑸
= 𝑸
+ 𝑸
(pendenza del raggio che connette
l’origine con i punti della curva):
 Diminuisce fino ad arrivare al punto di tangenza (ottimale)
 Poi ricomincia ad aumentare

Esistono 2 tipologie di costi per unità di prodotto fondamentali per un’impresa:


𝐶𝑇
 Costo medio ( ): mi dice quanto costa un generico pezzo, su 100 pezzi che produco (è il costo totale diviso
𝑄
per la quantità). Geometricamente è l’inclinazione del raggio che esce dall’origine e tocca la mia funzione di
costo. Nel breve periodo i costi medi hanno una forma a “U” (hanno un tratto decrescente, un punto di
minimo, e un tratto crescente). Se rappresento la curva dei costi medi variabili, rispetto a quelli fissi, avranno
un andamento che tenderà, all’aumentare della quantità prodotta Q, a convergere sui costi medi totali
(aumentando Q, i costi fissi si spalmano su un numero maggiore di prodotti e la loro incidenza sui costi totali
diminuisce).
𝜕𝐶𝑇
 Costo marginale ( 𝜕𝑄 ): indicano quanto variano i miei costi ogni volta che aumento la quantità prodotta.
𝜕𝐶𝑇
Variano di una quantità che è la derivata della funzione di costo 𝜕𝑄
(è indifferente considerare la curva dei
costi totali, o solo quella dei costi variabili, perché sono parallele e la derivata è esattamente la stessa). La
curva di costo marginale (𝑪𝑴𝒂) mi dice quanto costa produrre un determinato pezzo (es. quanto mi costa
produrre specificamente il centunesimo pezzo di un certo prodotto)
Questa curva taglia i costi medi nel punto di minimo perché:
o se il costo medio sta scendendo, il costo marginale deve essere per forza inferiore al costo medio
o se il costo medio cresce, il costo marginale deve essere per forza superiore al costo medio.
Es. se noi calcoliamo la nostra media dei voti (es. 27). Cosa succede alla sua media se al prossimo esame
prende 28? Si alza (perché il voto al margine è superiore alla media). Se prende 25 invece la sua media
scende.

[Costi medi e il costo marginale in funzione della quantità Q]

𝐶𝑀𝑒𝑇𝑂𝑇 = 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑖 𝑚𝑒𝑑𝑖 𝑡𝑜𝑡𝑎𝑙𝑖


𝐶𝑀𝑒𝑉𝐴𝑅 = 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑖 𝑚𝑒𝑑𝑖 𝑣𝑎𝑟𝑖𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖
𝐶𝑀𝑎 = 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑖 𝑚𝑎𝑟𝑔𝑖𝑛𝑎𝑙𝑖
La struttura di costi appena vista, ci serve per capire se e quando a un’impresa conviene produrre, e quanto
produrrà.

Ipotizziamo che un’impresa prenda per dati i prezzi di vendita (questo accade tipicamente in un mercato che è
fortemente concorrenziale).

Il mercato che cominciamo ad esaminare (caso limite) è quello di CONCORRENZA PERFETTA (la conseguenza di ciò
per l’impresa è che lei può vendere solo al prezzo al quale vendono tutti gli altri: al prezzo in vigore sul mercato).

Concorrenza perfetta (ipotesi):

 Sul mercato ci sono tante imprese piccole


 Queste imprese piccole, dal punto di vista del consumatore, vendono un bene identico (perfetti sostituti)
 Perché i beni siano identici, dobbiamo fare un ulteriore ipotesi ovvero che i consumatori abbiano perfetta
informazione (siano cioè in grado di valutare correttamente, a costo zero, il fatto che i beni siano davvero la
stessa cosa)

In un mercato così, l’unica informazione rilevante per un consumatore è il prezzo. Un’impresa che vuole vendere ad
un prezzo più elevato degli altri, non vende nulla (perché gli acquirenti andranno a comprare da chi vende un bene
identico ma a un prezzo più basso).

N.B: Il fatto che le imprese siano tante e piccole è importante perché se ci fosse un’impresa che fa prezzi più bassi
degli altri, tutti comprerebbero solo da lei. Dire che le imprese sono piccole, significa che nessuna impresa da sola ha
la capacità produttiva per soddisfare da sola tutta la domanda di mercato: quindi non ha interesse a vendere a un
prezzo minore delle altre.

In un mercato che ha tutte queste caratteristiche, il prezzo per l’impresa è dato.

A queste condizioni, è chiaro che per prezzi molti bassi l’impresa non ha convenienza a vendere su questo mercato
(perché non ricoprirebbe i costi di produzione).

Quindi abbiamo che:

𝑄 = 0, 𝑠𝑒 𝑝 < min 𝐶𝑀𝑒


(l’offerta dell’impresa è 0 per prezzi al di sotto del minimo dei costi medi di produzione)

L’ipotesi che facciamo, è che l’obiettivo dell’impreso (aldilà di minimizzare i costi) è massimizzare i suoi profitti,
definiti come (in concorrenza perfetta):

𝒑 ∙ 𝑸 − 𝑪𝑻(𝑸)
(differenza tra quanto incassa dalla vendita, cioè il fatturato, e quanto spende per produrre)
I costi totali devono includere il valore di tutti gli input utilizzati (non il costo monetario iscritto a bilancio). Devono
includere anche, ad esempio, il tempo lavorativo dell’imprenditore, i costi opportunità...

I costi totali sono quindi tutti i costi di tutti gli input (se uso un terreno che mi è stato regalato, anche se non ho
sborsato soldi per acquistare quel terreno devo tenere conto del suo valore, perché potrei ad esempio venderlo per un
certo valore: costo opportunità).

Per un’impresa vale la pena produrre solo se produce qualcosa che vale almeno il valore di tutti gli input utilizzati
per la produzione.

Supponiamo che l’impresa decida di produrre questa quantità 𝑸𝟎 :


CONDIZIONE DI EQUILIBRIO:

È possibile ricavare la condizione di equilibrio cercando il massimo della funzione di profitto:

𝒎𝒂𝒙(𝝅 = 𝒑 ∙ 𝑸 − 𝑪𝑻(𝑸))
𝝏𝝅
= 𝒑 − 𝑪𝑴𝒂 = 𝟎
𝝏𝑸

⟹ 𝒑 = 𝑪𝑴𝒂

Nel breve periodo, un’impresa potrebbe anche trovarsi in questo tipo di situazione:

Il prezzo dato per l’impresa si colloca tra i costi medi totali (𝑪𝑴𝒆𝑻𝑶𝑻) e i costi medi variabili (𝑪𝑴𝒆𝑽𝑨𝑹 ). Il meglio che
l’impresa può fare, secondo quanto appena visto, è produrre la quantità 𝑄𝐸 . Il profitto che l’impresa farà, se quello è
il prezzo a cui vende, sarà però un profitto sicuramente negativo (quindi possiamo vederla più come una
minimizzazione delle perdite, che come un massimo profitto).

All’impresa conviene comunque produrre? O non produrre?

I profitti per l’impresa sono:


𝝅 = 𝒑 ∙ 𝑸𝑬 − 𝑪𝑭 − 𝑪𝑴𝒆𝑽𝑨𝑹 ∙ 𝑸𝑬 = (𝒑 − 𝑪𝑴𝒆𝑽𝑨𝑹 )𝑸𝑬 − 𝑪𝑭

Se l’impresa può vendere ad un prezzo 𝒑 > 𝑪𝑴𝒆𝑽𝑨𝑹 (e quindi 𝒑 − 𝑪𝑴𝒆𝑽𝑨𝑹 > 𝟎), le conviene comunque produrre,
poiché riduce le perdite totali (se non producesse avrebbe un profitto 𝝅 = −𝑪𝑭, producendo va a ridurre questa
perdita). Perciò il prezzo minimo a cui l’impresa può vendere è il minimo dei i costi medi variabili: sopra quel prezzo,
all’impresa conviene cominciare a vendere.

𝑆𝑒 𝑝 < min 𝐶𝑀𝑒𝑣𝑎𝑟 ⟹ 𝑄 = 0


𝑆𝑒 𝑝 > min 𝐶𝑀𝑒𝑣𝑎𝑟 ⟹ 𝑄 > 0
Osserviamo che quanto vende l’impresa in corrispondenza di ciascun prezzo, se 𝒑 > 𝐦𝐢𝐧 𝑪𝑴𝒆𝒗𝒂𝒓 , corrisponde
all’andamento della curva di costo marginale (𝑪𝑴𝒂):

[CURVA DI OFFERTA DELL’IMPRESA]

LUNGO PERIODO

Dobbiamo aggiungere un’ipotesi al nostro modello di concorrenza perfetta:

 Libertà d’entrata e uscita dal mercato

In un mercato concorrenziale non ci sono barriere all’ingresso e all’uscita (questo vale solo nel lungo periodo e non
nel breve perché K è dato, quindi se non ce l’ha non può entrare sul mercato, mentre se ce l’ha non può smantellare il
capitale e uscire dal mercato).

N.B: Libertà di uscita significa che oltre a smettere di produrre e di utilizzare il capitale fisso, io posso venderlo e
ricavare del valore da questo (e non semplicemente smettere di produrre, cosa che si può fare anche nel breve
periodo).

Quello che accade è che, nel lungo periodo, per definizione, io non ho più costi medi variabili e costi medi totali, ma
nel lungo periodo le cose cambiano. Posso immaginare una struttura di costi costituita da una serie di curve di costi
medi totali di breve periodo (ricavate ipotizzando di avere una certa quantità di capitale fisso).

Quindi per ciascuna quantità Q, immagino di avere un impianto progettato specificamente per produrre quella
determinata quantità, al quale è associata una determinata funzione di costo di breve periodo che vado a
minimizzare.

La relazione di costo di breve periodo e di lungo periodo era che i costi di lungo periodo non possono mai essere
superiori a quelli di breve (poiché nel lungo periodo riesco a ottimizzare meglio).
Quindi le curve di costo di lungo periodo sono definite come l’inviluppo inferiore delle curve di costo di breve (è
tangente ai minimi delle curve di costo di breve periodo):

Se l’impresa è in perdita nel breve periodo, o esce dal mercato o cambia la quantità che sta producendo.

Se nel breve periodo i prezzi su un certo mercato sono alti, le imprese possono decidere o di produrre di più (quindi
di riottimizzare espandendo la produzione), o nuove imprese potrebbero entrare su questo mercato.

Quindi quanto si può produrre su questo mercato sul lungo periodo, dipende da cosa succedeva nel breve (se nel
breve c’erano perdite, un po’ di imprese usciranno dal mercato o ridurranno la capacità produttiva; se nel breve
periodo c’erano sono profitti, questo attirerà nel lungo periodo nuove imprese e la quantità che può essere venduta
su questo mercato tende ad aumentare).

Quindi: l’entrata o l’uscita dal mercato di nuove imprese che installano capacità produttiva ex-novo o di imprese
esistenti che decidono di aumentare la scala di produzione, dipende da quanto è profittevole/in perdita un mercato
nel breve periodo.

Quindi nel breve periodo il numero di imprese è dato, e la quantità totale che si può offrire sul mercato nel
complesso è data (dalla capacità produttiva installata), nel lungo periodo invece no.

Domani vedremo come passare dall’offerta della singola impresa all’offerta complessiva.