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LETTERATURA ITALIANA

Dalla letteratura romanza al dolce stil novo

Le letterature europee si sviluppano intorno ai secoli XII e XIII, in questo periodo le lingue
nate dalla trasformazione del latino parlato – lingue romanze – trovano per la prima volta un
impiego letterario. Questa produzione letteraria, si definisce Letteratura Romanza.
Proprio in questi anni si ha una sorta di Unità culturale europea (che sarà recisa solamente
dalla nascita delle letterature europee moderne): una civiltà omogenea e unita da un solo
concetto di spiritualità e “romanità”; grazie a questi fattori, i contatti tra l’uno e l’altro paese
assicurarono una circolazione di cultura sufficiente per mantenere uno stesso livello in tutte
le terre.
Successivamente assistiamo a un processo epocale: il passaggio dal latino ai volgari
nazionali che saranno scelti come lingue della scrittura (fino all’XI secolo gli intellettuali e i
poeti esprimevano i loro testi in latino). In questo momento gli intellettuali sono frati – Commented [Office1]: Quando crebbero le differenze tra
chierici – e i centri culturali sono abbazie, monasteri e vescovati. Le figure di maggior rilievo il latino classico (mantenuto dalla chiesa) e il volgare si
dovette iniziare a scriver ein volgare, i quanto il latino
sono Francesco d’Assisi (che ha fatto il più antico componimento lirico in volgare, “il cantico non bastava più per tutte le funzioni comunicative del
delle creature”) e Jacopone da Todi. Non c’è ancora un volgare unico in Italia, ognuno usa una popolo che parlava volgare. I primi testi a subire ciò sono
lingua diversa in base alla sua origine regionale. Un problema che persisterà praticamente i testi religiosi, obbligarono la chiesa ad esprimersi in
volgare per raggiungere il popolo. Successivamente toccò
fino all’unità. anche ai testi politici.

La prima fioritura della letteratura in volgare si registra in Francia, attorno al Mille. Qui Commented [Office2]: “Poco dopo il Mille, nel Carmen ad
nell'ambiente ricco e raffinato delle corti (da cui deriva l'aggettivo cortese per indicare la Robertum regem (‘Poesia a re Roberto’), il vescovo
Adalberone di Laon formula una teoria della società del
produzione letteraria, i valori, la concezione amorosa fiorita nelle corti signorili del periodo), tempo, la cosiddetta teoria dei tre ordini, che disegna un
andò formandosi un pubblico interessato alla letteratura non più come mezzo d'istruzione ma ordine sociale che appare, a chi lo descrive, non solo
come libera forma d'intrattenimento. Un pubblico composto anche e soprattutto da donne. immutabile ma provvidenziale, necessario. La società,
spiega questa dottrina, si compone di tre ceti o classi:
Sono soprattutto le donne ad avere il tempo e il gusto necessari per apprezzare le opere coloro che pregano (orantores), coloro che combattono
letterarie; e sono loro le committenti che amano circondarsi di romanzieri e poeti. Anche in (bellatores) e coloro che lavorano (laboratores). Si tratta,
Italia la nascita della letteratura volgare è strettamente legata alla civiltà cortese. La prima osserva Adalberone, di una gerarchia fissata da Dio, e che
ha perfetta corrispondenza con la struttura del corpo
scuola poetica della nostra tradizione si riunisce infatti, nella prima metà del Duecento, umano: un corpo umano nel quale la testa è
attorno all'imperatore e re di Sicilia Federico II. rappresentata dagli ecclesiastici, il ventre dai soldati, i
piedi dai contadini. Ognuno ha il suo ruolo e, come nel
corpo, il buon funzionamento dell’organismo dipende
La corte francese più importante è quella di Carlo Magno che con la cosiddetta “rinascita dallo zelo con cui ciascun membro svolge le proprie
carolina” fa sì che diventi naturale per i signori e per le dame attingere a un certo grado di mansioni. In questo modo si giustifica lo stato di cose
cultura attraverso la conoscenza di materie base come il galateo, l’etica, la fisica, la esistente e si esclude ogni forma di mobilità sociale, cioè
il passaggio da un ordine all’altro:”
grammatica latina. Carlo Magno voleva accentrare e mobilitare le migliori forze culturali
all’interno della sua corte per rialzare il livello di preparazione del clero francese. Alcuino Commented [Office3]: Sotto la sua guida, la Schola
(735-804) fu il cervello di questo rinnovamento. Carlo Magno ottenne un ritorno alla Palatina divenne ciò che Carlo aveva sognato: il centro
della conoscenza e della cultura per il regno e l'Europa
tradizione latina, ma bisognava rispondere alle richieste linguistiche di consumo quotidiano intera. Carlo Magno stesso, la sua regina, sua sorella, i tre
delle masse. Serviva il riconoscimento dell’autonomia del volgare che con la morte di Carlo figli e le due figlie studiarono presso la scuola: un
Magno, quando si passò dal centralismo al policentrismo, avvenne. esempio che il resto della nobiltà non mancò di imitare

In Francia attorno al Mille nasce la lirica in volgare provenzale o trobadorica: nel Sud,
nelle regioni della Provenza e della Lingua d’oc, il volgare è il dialetto occitano e chi compone
in questa lingua è detto trovatore. Molto più tardi, a partire dagli anni Settanta del XII secolo,
si svilupperà una produzione lirica anche nel Nord della Francia, in lingua d'oil. Proprio in
questa lingua fiorì la produzione di Chansons de geste, componimenti poetici che celebrano le
storie dell’Imperatore Carlo Magno, dei suoi leggendari paladini e le lotte contro l’invasore
musulmano. Tutte le Chanson de geste originano dalla storia nazionale che poi viene trasposta
in mito. “Il fondamento storico di questi racconti è dunque solido: i protagonisti sono spesso

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identificabili con personaggi della corte carolingia e gli episodi narrati, per quanto siano
trasfigurati dall’invenzione poetica, s’ispirano in genere a fatti realmente avvenuti.”
La Chanson de Roland, per esempio - la cui prima redazione attestata risale alla fine dell'XI
secolo - canta l’eroica morte del nipote e paladino prediletto di Carlo Magno, Orlando che
viene martirizzato nella gola di Roncisvalle, sui Pirenei, tra Spagna e Francia durante un aspro
combattimento contro gli arabi. È composta da una lunga serie di ripartizioni strofiche dette
lasse composte da versi decasillabi. Alla semplicità della trama corrisponde una schematica
visione del mondo: i Saraceni rappresentano il male, i cristiani rappresentano il bene, e i
feudatari e i cavalieri francesi sono i paladini di una fede che dev'essere difesa con la spada.
Anche i protagonisti sono, piuttosto che esseri umani in carne ed ossa, simboli della virtù o del
vizio: il prototipo dell'eroe prode e generoso -Orlando- contro il prototipo del traditore - il
conte Gano, che consegna l'esercito francese al nemico.

Affine, ma distinta, è la tradizione, sempre francese e in lingua d’oïl, dei romanzi cortesi.
Mentre le chansons de geste originano dalla storia nazionale, sia pure trasfigurata in mito, i
romanzi in versi dei secoli XII e XIII s’ispirano alla storia antica o sono narrazioni per lo più o
del tutto fantastiche. Nella seconda metà del XII secolo i romanzi storici veri e propri lasciano
il posto alle epopee dei cavalieri, che non attingono alle leggende greco-latine bensì alla
tradizione popolare, o nascono dalla libera fantasia degli autori. La cosiddetta materia
bretone, in cui si narrano le avventure leggendarie dei Celti che, sotto la guida di re Artù e dei
suoi cavalieri della Tavola Rotonda

I trovatori e i giullari sono figure molto attive:


- i primi sono attivi anche nelle corti dell’Italia settentrionale e sono poeti “regolari”
- i secondi sono decisamente “irregolari”, autori di facetiae e di componimenti scherzosi,
goliardici; si muovono a livello popolare – e non nelle corti – e prestano la loro voce
alla polemica politica cittadina.

L’amore è il tema principale della lirica provenzale: un tipo di amore, idealizzato e


immateriale - l'amore detto appunto cortese. L'amore dei trovatori non raggiunge mai il suo
scopo; il desiderio del poeta-amante non viene mai soddisfatto: egli ama, e perciò loda,
corteggia implora una donna che è già sposata; talvolta la donna amata (di cui è taciuta
l’identità) è l'irraggiungibile signora della corte presso la quale il poeta si trova. Il poeta si
offre a lei non come un amante all'amata ma come il vassallo al suo signore. (Vassallaggio
amoroso). Due caratteristiche sono importanti nella poesia trobadorica, il primo è che questo Commented [Office4]: Ma come è possibile che la
tipo di poesia è in origine pensata per essere recitata davanti ad una corte, il secondo devozione al signore feudale passi alla dama? È stato
ipotizzato che questo succedesse in quanto il signore
elemento è la musica. Parole e musica vanno insieme, analogamente a quanto avviene nelle feudale era assente per le guerre , tutti i suoi poteri
moderne canzoni. venivano trasferiti alla donna. Da qui il fatto che i poeti
cantassero lodi alla donna per lusingare la sua parte
(vanità) femminile.
I temi della lirica provenzale vengono importati in Italia dai poeti della scuola siciliana a
Palermo, voluta dal re Federico II e fu grazie a lui che nel XIII sec. l’Italia ebbe il primo stato
moderno europeo basato su un’organizzazione su un potere assolutamente personale e su
una efficiente rete burocratica ramificata nei vari territori. In Sicilia, questa corte accentrò in
sé tutte le risorse culturali creando la prima poesia italiana.
In questa lirica siciliana troviamo i modelli trobadorici: la concezione provenzale e cortigiana
del rapporto amoroso tra una donna fredda, superiore, distante e un servo – un vassallo
d’amore – vinto e che vive nella speranza di uno sguardo dell’amata. Lo stile è caratterizzato
da numerosi francesismi e da una lingua sovraregionale che abbandona il siciliano popolare e
che lo raffina con latinismi e tratti provenzali.

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“Il tema politico, già vivissimo fra i trovatori, è del tutto assente. Tale scelta tematica ha
probabilmente motivazioni di ordine linguistico e stilistico: sia che il volgare, lingua della
comunicazione privata, non ufficiale, venisse ritenuto inadatto ad esprimere contenuti di
rilievo pubblico; sia che il tema squisito ed eterno dell’amore avesse agli occhi dei funzionari-
poeti della cerchia di Federico un prestigio particolare, analogamente a ciò che avverrà mezzo
secolo dopo con i cosiddetti stilnovisti.
Alla tematica amorosa i siciliani accordano la loro esperienza scientifica e retorica creando un
modello di eleganza formale e di nobiltà stilistica. Rispetto ai provenzali, i siciliani strappano
ogni legame con la realtà, con la cronaca della vita e scrivono in una dimensione astratta dove Commented [Office5]: Pier Della Vigne e Guido delle
si risolve il fatto poetico in un’atmosfera elegante e aristocratica. La scelta di usare questo tipo Colonne minori
di siciliano è una scelta formale, anche Federico II che non è siciliano scrive in questa lingua:
tra i poeti della corte federiciana il più dotato è Giacomo Da Lentini. Commented [Office6]: “Vi è un gruppo di poeti che amplia
e rielabora il modello siciliano tenendone però ferme
“Tre sono, invece, le forme metriche adottate dalla poesia siciliana: la canzone (forma metrica alcune acquisizioni essenziali (fedeltà al codice
polistrofica) occupa di gran lunga il posto più importante, mentre fanno qualche rara dell’amore cortese, riluttanza a trasferire nella poesia i
apparizione il discordo (sorta di lunga canzone in versicoli fittamente rimati e schema metrico temi dell’attualità, ecc.); e vi è un gruppo di ‘rivoluzionari’
che rovescia quel modello non solo concedendo largo
irregolare) e il sonetto (componimento monostrofico, di solito suddiviso in due quartine e due spazio a motivi politici, etici e religiosi, ma soprattutto
terzine di versi endecasillabi). “Così come la gamma dei generi metrici, altrettanto povera e smascherando l’ideologia cortese nelle sue implicazioni
ristretta è quella dei motivi e del lessico poetico. All’interno del tema amoroso è infatti anticristiane: la fin’amor (in provenzale ‘amore fino,
perfetto’, ovvero la teoria dell’amore cortese), che
possibile isolare un numero di motivi ricorrenti tutto sommato piuttosto ridotto” costituiva per i provenzali e i federiciani, e costituirà poi
per buona parte dei lirici italiani dopo lo stilnovo, la
ragione prima del far poesia, diventa in costoro un idolo
da combattere in nome dei superiori valori della moralità
Il fenomeno sociale più significativo di questo periodo storico è lo sviluppo nell'Italia centro- e della fede. Il lucchese Bonagiunta Orbicciani e il
settentrionale dei Comuni, delle città che acquisiscono una fisionomia istituzionalmente bolognese Guido Guinizelli sono i rappresentanti più
riconosciuta indipendente dalle autorità superiori (papato e impero). Questo fenomeno ha insigni della prima maniera, quella che ripropone i valori
laico-cortesi dei lirici siciliani; Guittone d’Arezzo è il
riflessi importantissimi anche sul piano della produzione culturale. caposcuola indiscusso di questa seconda scuola di poeti-
moralisti.”.
E quindi si sviluppa una élite intermedia che rappresenta il nuovo produttore e consumatore Commented [Office7]: Con lo "stilnovo" si passa dalla
della letteratura. Non sono più i leader del mondo cortese, adesso si lascia spazio all’economia poesia come rituale mondano, alla poesia come esercizio
dello spirito, che comporta una concezione totale della
dei notai, giuristi, medici e mercanti. letteratura, in cui si fondono e si saldano dignità formale,
Dopo la morte di Federico II e la chiusura della scuola poetica siciliana che diede inizio a una dolcezza espressiva, elevazione dell'intelletto e dei
tradizione di poesia lirica in Italia, adesso è la Toscana – quella occidentale nella prima metà sentimenti.
Un’altra novità dello Stilnovo è la totale assenza di
del duecento, quella orientale nella seconda metà del duecento (Dante nacque nel 1265) – il riferimenti politici, storici, di cronaca o ambientali
centro culturale dell’Italia. all’interno dei canzonieri
Qui un gruppo di giovani intellettuali recupera i contenuti che erano stati propri dei poeti Commented [Office8]: “In molti dei suoi componimenti
provenzali e lo stile linguistico sovraregionale dei poeti siciliani e dà vita al Dolce Stil Novo. Guittone, pur restando poeta d’amore, corregge questa
Tra la scuola dei siciliani e lo stil novo si situa l’esperimento di Guittone d’Arezzo (1230-94): i tradizione cortese in due modi. Da un lato offre una
visione totalmente negativa dell’esperienza sentimentale,
suoi versi sono definiti enigmatici, ricchi di artifizi formali e tecnici ed ai nuovi poeti come considerata come una malattia dalla quale occorre
Dante, Guittone appariva condannabile proprio per l’inadeguatezza formale e l’immotivata guarire. Dall’altro lato Guittone demistifichi la finzione
esibizione di artifici retorici che sfioravano l’oscurità di comprensione e quindi il cattivo cortese dimostrando come essa sia soltanto un tenue velo
che cela il desiderio del possesso fisico.”
gusto. L’esperienza del Dolce Stil Novo è totalmente differente: come suggerisce Dante,
l’iniziatore di questa nuova scuola è il notaio bolognese Guido Guinizelli (1230-1276) e “La «seconda maniera», quella successiva alla
proseguito a Firenze da Guido Cavalcanti, Dante Alighieri e Lapo Gianni, anche lui notaio. conversione, è connotata in senso cristiano: le forme
metriche della lirica laica (sonetto e canzone) vengono
Secondo Dante la “novità” consiste nella scoperta di una nuova verità e autenticità psicologica usate come veicoli per contenuti etico-religiosi.”
sentimentale che va al di là degli artifici scolastici dei siciliani e di Guittone, riallacciandosi alla
grande esperienza spirituale dei provenzali ma evolvendo il concetto di amore cortese non Commented [Office9]: “Dante e i poeti della sua cerchia
più limitato al costume e alle maniere cavalleresche: in altre parole, con lo stil novo si passa scelgono una maniera leu (‘lieve, facile, comprensibile’)
dalla poesia come rituale d’intrattenimento raffinatissimo alla poesia come esercizio dello contro l’oscurità dei predecessori.”

spirito. La donna non è più soltanto la signora irraggiungibile della corte ma l’elemento di Commented [Office10]: “Per Guido l’amore non è come
sarà per il Dante della Vita nova e per Cino da Pistoia,
congiunzione tra il terreno e l’ultraterreno, strumento per elevare lo spirito del poeta. Adesso un’avventura positiva anche nei suoi risvolti dolorosi,
la gentilezza – il dolce – non è più esclusiva della classe aristocratica o dei cavalieri, ma bensì un’esperienza tragica, che confina con la morte.”

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diviene virtù del cuore di ogni uomo che va coltivata con l’assiduo esercizio dello spirito e
dell’intelletto, il risultato è la manifestazione di una superiorità individuale. L’amore è sempre
ossequio, devozione, vassallaggio – come nella lirica provenzale – ma in un senso spirituale,
non fisico. L’amore diventa il percorso necessario per perfezionare il proprio spirito ed è
ascesa verso il principio superiore che si esprime attraverso la donna e che allude ad una
superiore realtà angelica o addirittura divina. L’amore non più visto in maniera tradizionale,
ma in un modo nuovo – il novo – che volge l’attenzione alla conquista dell’amore per sé stesso
come termine di elevazione spirituale.
Il linguaggio poetico – lo stil - utilizzato si allontana dai modi quotidiani della lingua, si parla
di una dolcezza stilistica come tratto principale nell’espressione dei versi d’amore.
La definizione di Stil Novo è dantesca: il suo debutto nelle vesti di cantore d’amore della
nuova scuole avviene con l’operetta Vita Nova scritta in prosa e in versi (prosimetro) , dove la Commented [Office11]: Dante cerca nella scrittura una
prosa indica i significati delle poesie e quindi dei versi. La trama è legata all’incontro e consolazione per la morte di Beatrice.

l’innamoramento di Dante per una fanciulla di nome Beatrice (incontrata per la prima volta a
nove anni; poi una seconda volta dopo altri nove anni). Lui nasconde il suo amore per lei
facendo finta di mostrare interesse per un’altra donna ed è per questo che Beatrice toglie il
saluto a Dante che ne soffre mortalmente. Sognerà Beatrice morta e dopo qualche tempo la Commented [Office12]: “Ma a metà circa del libro noi
sua premonizione si avvererà. Dopo la morte di Beatrice, Dante promise che non ne avrebbe assistiamo a un importante cambio di materia. Dal
momento che Beatrice gli nega il saluto, Dante decide di
più parlato finché non sarebbe stato in grado di parlarne come nessuno prima di lui: e realizzò rinunciare alla poesia-preghiera e di rifugiarsi in ciò che
il suo intento quando fece di Beatrice, nella Divina Commedia, l’anello di congiunzione tra il mai «può venirgli meno»: la lode di Beatrice senza
terreno e l’ultraterreno, tra l’uomo e il divino. Per Vita Nova si intende una vita rinnovata tuttavia attendersi da lei alcuna ricompensa”.

dall’amore. Commented [Office13]: Tra sogni e premonizioni arriverà


in fine la morte di Beatrice, che Dante non narrerà
Quasi in risposta all’aristocratica ed elevata poesia che si svolge in questi decenni in Toscana direttamente, dando una connotazione di
troviamo la poesia borghese e comico-realista. Comico per il fine che si voleva raggiungere, predestinazione alla storia
realista per gli strumenti stilistici e linguistici vicini alla quotidianità e quindi grevi e sboccati;
borghese perché allude al contesto sociale in cui questa poesia più riccamente fiorì: quello
della borghesia comunale formata da banchieri e mercanti.
I tratti caratteristici di questa poesia in chiara contrapposizione con il Dolce Stil Novo sono
l’amore visto nei suoi aspetti più carnali, l’invettiva politica senza freni, la polemica sboccata e
sarcastica.

La prosa narrativa Commented [Office14]: “Con il titolo di Novellino viene


Il genere che nelle altre letterature romanze ha spesso una funzione fondatrice, la prosa indicata la raccolta di brevi racconti che, composta
nell’ultimo ventennio del secolo, getta le basi della nostra
narrativa, diede nel Duecento italiano frutti poverissimi. Suo carattere tipico è, nei primi prosa narrativa”
tempi, la fusione tra l’istanza narrativa e quella morale-religiosa. L’invenzione romanzesca ha “L’autore del Novellino chiarisce invece subito che il suo
bisogno di appoggiarsi all’autorità dei filosofi o della Chiesa: narrare è possibile, ma solo a impegno è di natura laica. L’inizio sul nome di «Nostro
Signore Gesù Cristo» adempie a un luogo comune della
patto che ciò serva all’edificazione del lettore. Le prime raccolte di novelle italiane riflettono trattatistica coeva, ma prelude a un libro in cui i valori
questa situazione di limitata autonomia tanto nel loro contenuto quanto nella loro struttura e della religione hanno una parte molto esigua. Le poche
genesi. Circa il contenuto esse mirano sempre a insegnare qualcosa” novelle ‘cristiane’ sono tra le meno felici della raccolta o
perché ricalcano con troppa passività la traccia
dell’exemplum o perché al piano della narrazione è
applicata in maniera troppo meccanica una coda
Dante, Petrarca e Boccaccio moralizzatrice. Invece gli spiriti antifrateschi, così diffusi
nella letteratura popolare del Medioevo, danno vita ad
alcuni quadretti non indegni del paragone con Boccaccio:
Dante (Durante) Alighieri nasce a Firenze tra il 14 maggio e il 13 giugno 1265 da Alighiero e di mentre la novella 54, ripresa infatti nel Decameron (I, 4),
donna Bella degli Abati. La famiglia è di origine nobile, ma a causa delle leggi del Comune mette in scena un «piovano Porcellino» che, accusato di
concubinaggio, si discolpa dimostrando che i costumi del
viene “borghesizzata”, il padre si piegò a fare il prestatore di denaro. Durante l’adolescenza suo censore, il vescovo, non sono migliori dei suoi, ben
Dante frequentò la facoltà di Legge dell’Università di Bologna e fu lì che conobbe i suoi amici, tre brevi novelle sfruttano, per scatenare l’effetto comico,
Brunetto Latini, Guido Cavalcanti e il notaio Lapo Gianni. Studiò anche la retorica alla poetica il momento del contatto, durante la confessione, tra laici
in buona fede e chierici lussuriosi (87), avidi (91) o
laica affiancò anche i testi religiosi come la Bibbia. Poi i testi classici di Virgilio, le dottrine di cialtroni (93”)
San Tommaso e di Aristotele. Nel 1277 la famiglia sottoscrive un contratto di matrimonio tra

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Dante e Gemma Donati, questo avverrà nel 1283 – quando il padre dell’autore sarà già morto
e Dante avrà preso sulle spalle le responsabilità del patrimonio familiare -, figli di questo
matrimonio sono Iacopo, Pietro, Antonia e forse Giovanni. I nobili non potevano accedere alle
cariche politiche a meno che fossero iscritti ad una delle Arti del tempo: così Dante si iscrisse
all’arte dei Medici e degli Speziali ed è grazie a questo che iniziò una carriera politica di
successo che lo vide nel 1300 raggiungere l’elezione a Priore. Dante era guelfo di parte bianca
(i Guelfi appoggiavano la chiesa che a sua volta favoriva la nascita e l’evoluzione dei Comuni, i
neri invece appoggiavano l’impero; per quanto riguarda i Bianchi e i Neri: i primi erano
seguaci della famiglia dei Cerchi e i secondi della famiglia dei Donati). Dante, ricoprendo la
carica di Priore, si trova a prendere una decisione molto importante a seguito di un tumulto
scoppiato in città, ovvero cacciare in esilio un gruppo di capi di parte nera e di parte bianca,
proprio fra questi lo stesso amico carissimo Guido Cavalcanti che fu confinato a Sarzana. Ma il
conflitto precipita. Dante è nel Consiglio dei cento che andranno a Roma a colloquio con Papa
Bonifacio VIII chiedendo che la Chiesa non si occupi delle vicende interne di Firenze.
Contemporaneamente il francese Carlo di Valois entra e rovescia il Governo, il suo primo atto
fu di condannare i sostenitori del vecchio ordine tra cui c’è anche il nome di Dante che in
principio fu interdetto dai pubblici uffici e multato di cinquemila fiorini, ma fu condannato al
rogo successivamente per non essersi presentato davanti ai giudici. Era il 10 marzo del 1302 e
da quel giorno per Dante iniziò un girovagare senza fine tra tutte le città italiane fino a
Ravenna dove morì il 14 settembre del 1321.

L’esilio è il giro di boa della produzione letteraria di Dante: prima si trovò a scrivere scritti di
gioventù come Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fino alla Vita Nuova che come abbiamo già Commented [Office15]: “Per quanto riguarda il tema
detto racconta dell’incontro con Beatrice ma è dopo l’esilio che Dante cambierà il suo ruolo trattato, a differenza di quanto accade nelle normali
autobiografie, l’io è in quest’opera, piuttosto che il
nella società. protagonista dell’azione, il testimone di eventi
“Le poesie giovanili non accolte nella Vita nova e le poesie della maturità formano il corpus memorabili: la vita e la morte di Beatrice. Perciò alcuni
delle rime. “Né la poesia d’amore cessa del tutto dopo la Vita nova, negli anni della maturità; studiosi hanno potuto chiamare «Leggenda di santa
Beatrice”
ma cambiano lo stile, il registro e la dedicataria del canto. Al contrario, una donna chiamata
col senhal (‘epiteto, soprannome’) di Petra, perché dura e crudele, ispira a Dante poco prima
dell’esilio alcune delle sue più celebri canzoni, definite «petrose». A unificare queste canzoni
petrose sono il motivo-base, costituito dalla sofferenza del poeta a causa dell’ostilità della
donna amata, e, soprattutto, l’estrema originalità dello stile utilizzato. L’invenzione di Dante
consiste infatti nel proiettare il tema sul linguaggio, facendo corrispondere alla durezza del
contenuto la durezza dell’espressione. Si osservi, per esempio, il lessico in rima dei primi versi
della canzone petrosa Così nel mio parlar: «Così nel mio parlar voglio esser aspro / com’è
negli atti questa bella petra, / la quale ognora impetra / maggior durezza e più natura cruda, /
e veste sua persona d’un diaspro...”

Adesso Dante è il letterato che ha il privilegio della dottrina e del sapere. Per questo tenterà la
strada delle opere di grande cultura come il Convivio e il De Vulgari Eloquentia: la prima è una
vera enciclopedia sui modelli medievali (scritta in volgare proprio per rivolgersi a quanti non
hanno potuto formarsi nell’ambito del latino). Il titolo allude a un banchetto dove si può
soddisfare la fame di cultura e l’opera si sarebbe dovuta comporre di quindici trattati, il primo
avrebbe fatto da introduzione. In realtà rimase incompiuta, ferma all’introduzione e ad altri
tre trattati dove i temi sono la configurazione dei cieli e dei loro motori, le intelligenze
angeliche, l’anima, l’amore, la filosofia, la nobiltà e l’impero; “Dante dimostra infatti qui come Commented [Office16]: “Il latino, osserva Dante, sarebbe
il volgare possa essere impiegato non solo per la poesia d’amore (come si diceva nella Vita stato compreso da pochi perché pochi sanno leggerlo: nel
momento in cui si spiegano testi poetici ardui da
nova) ma anche per affrontare temi e problemi di maggiore difficoltà e impegno: temi e decifrare, la lingua stessa del commento avrebbe
problemi che, sino ad allora, gli intellettuali del Medioevo avevano affrontato servendosi rappresentato, per il lettore, una nuova difficoltà.”
sempre e solo del latino, come la filosofia, la teologia, l’etica, la fisica, l’astronomia.”

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il De Vulgari Eloquentia invece fu scritto in latino – la lingua della comunicazione scientifica -
perché si rivolgeva a un pubblico di dotti. Anche questa è incompiuta. L’obiettivo dell’opera è
sostenere la legittimità dell’uso del volgare in letteratura e in poesia. “Quello che Dante cerca
di definire è anzitutto un volgare illustre, raffinato nella forma e nel lessico, che sia in grado di
competere con il latino come lingua della comunicazione colta. Dante fa uno studio dei volgari
d’Europa e afferma l’importanza del concetto di linguaggio che rende l’uomo superiore a tutti
gli altri esseri viventi. Cerca un linguaggio sovraregionale che si scolli dal linguaggio parlato,
rozzo e troppo comunale. Per questo lui distingue il volgare dalla grammatica, dove la prima è
la lingua che s’impara dalla balia quando si nasce e che non ha regole, la seconda è ridotta
sotto al dominio di regole fisse e quindi, solida e duratura. Per far sì che il volgare venga
legittimato deve elevarsi al livello della grammatica, quindi normato. Dante applicherà le
regole del De Vulgari Eloquentia nella Commedia dove è presente un plurilinguismo
eccezionale.

Nel De Monarchia Dante tratta il problema ideologico: “La Monarchia è un trattato di teoria Commented [Office17]: “E ciò spiega anche, d’altra parte,
politica il cui intento principale consiste nel difendere l’autorità dell’impero contro le pretese l’opposta reazione da parte ecclesiastica: la Monarchia fu
aspramente confutata (tra gli altri dal domenicano Guido
temporalistiche della Chiesa. Il primo libro della Monarchia risponde alla domanda: è Vernani), condannata al rogo come opera eretica dal
necessario l’impero per il ‘buon ordinamento del mondo’(I, iv, 2), cioè per quella pace cardinal Bertrando del Poggetto e – sino alle soglie del
universale che Dante afferma essere il sommo bene per l’umanità? La risposta è affermativa: Novecento – iscritta nell’Indice dei libri proibiti (l’elenco
delle pubblicazioni ritenute contrarie alla dottrina e alla
ma per argomentarla Dante deve procedere a una lunga serie di deduzioni logiche rafforzate morale cattolica voluto da papa Paolo IV nel 1559).”
dalle citazioni dei filosofi, Aristotele sopra tutti. Ma, prosegue Dante nel secondo libro, il
popolo romano ha assunto legittimamente il potere imperiale? La risposta è che l’Impero
romano prevalse non grazie alla forza bensì grazie a un disegno provvidenziale, per volontà
divina. La ragione e la fede concordano dunque nell’assegnare all’impero il pieno diritto sulle
cose terrene. Il terzo quesito, nel terzo libro, è il più delicato perché riguarda direttamente i
rapporti tra il papa e l’imperatore. Dante si chiede se l’autorità del monarca romano (ossia
dell’imperatore) dipenda immediatamente da Dio oppure derivi dal vicario di Dio, il papa (III,
i, 5). Vale a dire: l’imperatore è sottomesso al papa, e gli deve quindi obbedienza, oppure le
due autorità stanno sullo stesso piano?
Dante, in primo luogo, osserva come le tesi dei curialisti (i difensori, cioè, della Curia romana)
non trovino alcuna conferma nei testi sacri, né nell’Antico né nel Nuovo Testamento. In
secondo luogo affronta il problema della donazione di Costantino, il documento (dimostratosi
poi falso) col quale, secondo la tradizione medievale, l’imperatore Costantino I (IV secolo d.C.)
aveva lasciato la città di Roma e la parte occidentale dell’impero nelle mani di papa Silvestro:
al papa, dunque, sovrano di Roma, spettava il compito di conferire o di togliere l’autorità
imperiale. Ma, obietta Dante, tale donazione va considerata nulla dal punto di vista giuridico:
perché Costantino, come primo servitore dell’impero, non aveva il potere di disporne a suo
piacimento, come cosa sua; e perché il papa non aveva il potere di accettare beni terreni, per
una precisa proibizione evangelica.
Alla confutazione delle ragioni degli avversari segue l’esposizione delle proprie posizioni.
Dante sostiene che:
a) l’impero non può essere considerato soggetto alla Chiesa perché esso è nato prima della
Chiesa stessa: dunque quest’ultima non ne è stata la causa;
b) nulla e nessuno mai hanno dato alla Chiesa la «virtù di dare autorità al Principe romano»:
né le leggi di natura né Dio “Gesù ha affermato che il suo regno non è di questo mondo,
intendendo dire che ‘egli, in quanto esempio alla Chiesa, non aveva cura del regno di quaggiù’.
Per queste ragioni, conclude Dante, il potere dell’imperatore discende direttamente da Dio e
la sua sfera d’azione è autonoma rispetto a quella del papa: mentre a quest’ultimo spetta di

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guidare gli uomini verso la salvezza eterna, all’imperatore spetta di favorirli e guidarli nella
conquista della felicità terrena.”

Ma è con quella che Boccaccio definì “Divina” che Dante tocca l’apice della sua produzione
letteraria e forse della produzione letteraria italiana. Con la Commedia. Un poema scritto in
terzine, versi decasillabi con rime incatenate. La Divina Commedia: la struttura dell’opera Commented [Office18]: “Sulle ragioni di questo titolo si è
corrisponde alla struttura dell’oltretomba nella visione cristiana medievale dove il mondo si molto discusso: le due spiegazioni più accreditate
valorizzano l’una la forma, l’altra il contenuto dell’opera.
divide in tre regni, l’inferno quello dell’eterna perdizione; il purgatorio quello del pentimento La Commedia, secondo alcuni, si chiamerebbe così perché
e della purificazione; e il paradiso quello della salvazione eterna. Dante narra del viaggio che scritta in uno stile ‘medio’, quale quello consono alla
lui stesso immagina di compiere, in anima e in corpo, in questi tre regni all’età di trentacinque commedia, secondo la teoria dei generi medievale, non
sostenuto ed elegante come quello usato nel registro
anni (nel mezzo del cammin di nostra vita) l’8 aprile – venerdì santo - del 1300 anno in cui tragico (per esempio nell’Eneide di Virgilio). Secondo
Bonifacio VIII aveva proclamato un giubileo sotto il segno dell’ariete che è il segno della altri, la scelta del titolo è legata alla trama: nella tragedia
creazione. Il viaggio durerà sette giorni. A guidarlo Virgilio (che rappresenta la ragione le cose vanno bene all’inizio ma si complicano a mano a
mano che l’azione procede, e finiscono male; al contrario,
umana) per Inferno e Purgatorio e Beatrice (che rappresenta la fede e la scienza divina) per il nel genere ‘commedia’ (così come nella Commedia
Paradiso. La forma del poema è allegorica e tutto si muove nel genere “commedia” perché al dantesca), la situazione iniziale è di solito svantaggiosa
suo interno si utilizza un plurilinguismo (Dante utilizzerà provenzalismi, latinismi, sicilianismi per i personaggi ma migliora nel corso dell’opera, sino a
sfociare in un finale in cui tutti i problemi vengono
e il fiorentino popolare, oltre che il volgare toscano) e un polimorfismo: i toni cambiano in risolti.”
base al luogo in cui si trova Dante, dal più basso dell’inferno al più aulico del paradiso. I temi
sono molteplici, dai riferimenti classici, alla filosofia, alla teologia. È essenziale notare come la
commedia assume il tono della profezia: l’impero e la chiesa sono in decadenza, il Comune è
centro di corruzione di ogni tipo, l’uomo ha perso i suoi punti di riferimento; per cui è
necessario che ci si redima attraverso un percorso di espiazione dell’anima, Dante compie
questo percorso per se stesso, ma idealmente per tutta l’umanità che adesso sa quale strada
percorrere. Ci mostra che la caduta di un uomo non è mai irrimediabile. E Dante è un po’
spaesato quando si rende conto di vestire i panni del profeta, a Virgilio risponderà che non è
né il suo Enea né San Paolo e Virgilio lo accuserà di codardia. Dante prenderà coscienza della
sua missione soltanto quando tramite Virgilio verrà a sapere che quest’impresa gli è stata
concessa unicamente grazie a Beatrice che lo accoglierà in paradiso. Qui, Dante vince i suoi
dubbi e capisce che soltanto il suo grande amore gli permetterà di raggiungere la beatitudine
celeste. Dante combatte per la pace e la giustizia come Enea nella sfera temporale e come San
Paolo nella sfera spirituale.
E così inizia il suo viaggio: il poema inizia con lo smarrimento di Dante in una “selva oscura”.
Ha davanti a sé un colle che però non riesce a risalire perché ostacolato da tre fiere (una lonza
che rappresenta la lussuria, un leone che rappresenta la superbia e una lupa che rappresenta
l’avidità), così viene soccorso – per volere di Beatrice – da Virgilio che lo conduce all’inferno
attraverso una voragine nei pressi di Gerusalemme, una voragine che scende al centro della
terra dove è confinato Lucifero, conficcato nel ghiaccio: l’inferno è diviso in cerchi concentrici
o gironi che accolgono i dannati secondo la gravità dei peccati, più vicini alla contemplazione
eterna del diavolo, più gravi sono. I primi incontrati sulla strada sono gli ignavi che si trovano
nell’antinferno, uomini e donne che non hanno mai conosciuto né il bene né il male. Superato
l’Acheronte, traghettati da Caronte ci si imbatte nel limbo dove dimorano i bambini e i giusti
che non hanno ricevuto il battesimo. Via via si scende per dieci gironi incontrando gli
incontinenti gli eretici, i violenti, i fraudolenti e infine, i traditori che per Dante sono i peggiori.
Le pene sono distribuite per la legge di contrappasso: se ti sei tolto la vita, non avrai più il tuo
corpo. Sarai imprigionato negli alberi. Nell’inferno Dante incontrerà tanti personaggi celebri
come Ulisse, il conte Ugolino e Francesca.
Risaliti su per un condotto, Virgilio e Dante arrivano alla spiaggia di un’isola in mezzo
all’oceano agli antipodi di Gerusalemme. Lì, si erge la montagna del purgatorio. Dopo
l’antipurgatorio dove i pentiti a fine vita, ci sono sette gironi come i peccati capitali. Su, verso
l’alto, fino ad arrivare in cima dove c’è il paradiso terrestre dal basso verso l’alto in ordine di

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gravità decrescente (I peggiori alla base, i meno gravi vicino le porte del paradiso) a
differenza di ciò che avviene nell’inferno.

Quando si entra si riceve un marchio “7P”: di giorno si espieranno i propri peccati, passando
da un girone all’altro e di notte si verrà testati per vedere se si possa cadere nuovamente in
tentazione. Anche qui c’è la legge del contrappasso, ma le pene sono sopportate in serenità.
A un certo punto Virgilio scompare, Dante è arrivato nel paradiso terrestre e viene accolto da
Beatrice che lo guida attraverso nove cieli che circondano la terra, dopo averli attraversati e
dopo essere stato interrogato sulla sua fede, egli giunge nell’Empireo, sede di Dio e dei beati.
Qui chiederà l’intercessione di San Bernardo che chiederà alla Madonna il permesso di
concedere a Dante la possibilità di vedere Dio. Permesso accolto. Dante adesso è nella candida
rosa in contemplazione di Dio. Qui la scrittura di Dante raggiunge livelli meravigliosi, è il
trionfo. Ma Dante ripeterà nel testo, spesso, l’insostenibilità del proprio getto, l’impossibilità
nello spiegare, nel descrivere. Il viaggio è compiuto.

Epistole
“La lettera più importante e più controversa, perché alcuni negano che sia opera di Dante, è
senz’altro quella a Cangrande della Scala, alla cui corte, nella città di Verona, Dante soggiornò
nella seconda metà degli anni Dieci. La lunga lettera accompagna un dono, il Paradiso, che
Dante dedica al suo benefattore. Ben più di un «epigramma di dedica», come la definisce il suo
autore, la lettera fornisce un’interpretazione generale sia del Paradiso sia dell’intera
Commedia. Si comprende dunque l’importanza di questo documento: una lettura ‘d’autore’
della propria opera, se la lettera è di Dante; un saggio sulla Commedia scritto da un
sottilissimo critico del suo tempo, se la lettera non è dantesca. Quale che sia la soluzione di
questo dilemma, si tratta di una lettera in trentatré capitoli che presenta se stessa come
accessus (‘introduzione’) alla Commedia, e che distingue nel poema – così come si faceva
tradizionalmente per le Sacre Scritture – due livelli di significato: un primo significato
letterale, stando al quale l’opera parla dello ‘stato delle anime dopo la morte’; e un secondo
significato allegorico, alla luce del quale il poema parla dell’uomo, che per i meriti e i demeriti
acquisiti col libero arbitrio ha conseguito premi e “punizioni da parte della giustizia divina.
Restano fuori da una definizione così angusta molti degli aspetti più caratteristici e innovativi
della Commedia: e ciò è un serio argomento contro la paternità dantesca della lettera.”

Con il XIV secolo si assiste al declino dell’Impero e della Chiesa come poteri universali.
Gregorio XI riporterà la sede pontificia a Roma e in risposta i cardinali francesi eleggeranno
un antipapa che risiederà ad Avignone. Per quarant’anni avremo uno scisma d’occidente che
vedrà la contrapposizione di due papi. Questo tramonto delle istituzioni, vede il fiorire delle
monarchie nazionali. Si afferma la borghesia cittadina, le città si organizzano in Signorie e
affidano il loro governo a un Principe. Mentre in Spagna e in Francia si formano le monarchie
assolute, in Italia regna il policentrismo e un periodo di transizione che indebolisce tutto il
territorio. Gli intellettuali sono scettici nei confronti della chiesa, ci sono le guerre fra i
Comuni e una crescente anarchia. L’unico Comune che riesce a resistere è Firenze che ha
superato le crisi sociali ed economiche, mentre più a nord – le terre lontane dal Pontefice –
dominano i signori locali che istaurano le Signorie: abbiamo i Visconti a Milano, gli Scaligeri a
Verona, i Gonzaga a Mantova e tanti altri. Proprio con i Visconti comincia a verificarsi il
passaggio dalla Signoria al Principato: ovvero il potere ereditario dato a un principe.
All’interno delle signorie si formano centri di cultura dove domina la figura dell’intellettuale
che pone professionalmente la propria intelligenza al servizio del signore.

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Questa premessa storica è importante per comprendere la figura di Francesco Petrarca che
nasce ad Arezzo 1304 figlio di Ser Petracco esule ad Carpentras dalla sua città per gli stessi
contrasti che due anni prima portarono all’esilio di Dante. Petrarca studiò legge a Montpellier
e a Bologna. Cresce ad Avignone qui respira un’aria cosmopolita che lo rende lontano dalla
società comunale e dal localismo politico che affliggeva molti dei suoi contemporanei.
Francesco aveva già una visione sovranazionale, viaggiava spesso per tutta la Francia e più
volte scese in Italia: la prima volta a Roma nel 1336 dove rimase conquistato dallo spettacolo Commented [Office19]: “I soggiorni in Italia, frattanto, lo
della città eterna, poi nel 1341 per essere incoronato poeta in Campidoglio dopo essere stato portano a riflettere con amarezza sulle disastrose
condizioni politiche in cui versa la penisola. Nel 1334
esaminato a Napoli dal “dotto” Re Roberto d’Angiò con cui strinse un ottimo rapporto di scrive a papa Benedetto XII esortandolo a riportare la
amicizia. È giusto ricordare che Petrarca prese gli ordini minori, questa condizione all’interno sede pontificia da Avignone a Roma. È questo un cruccio
dello Stato Ecclesiastico gli dava la possibilità di vivere la cultura senza problemi di denaro. costante per il poeta, tant’è vero che trent’anni dopo
rivolgerà la stessa preghiera a Urbano V”
Da allora Petrarca fu ospite ricercato ed ammirato dalle famiglie più potenti dell’Italia. Eccolo,
Commented [Office20]: “Nei primi anni Quaranta segue
l’intellettuale che poneva al servizio dei signori, la sua cultura. Si specializzò negli studi di con favore l’impresa di Cola di Rienzo”. “Cola – dirà più
letteratura e fu anche inventore della “filologia”. Gli ultimi anni li trascorse ad Arquà sui Colli tardi Petrarca – non prevalse perché non seppe agire:
Euganei dove morì il 19 luglio 1374. cioè non fu abbastanza risoluto nella lotta contro le
grandi dinastie romane”

L’idea di Petrarca era quella di tornare alla classicità, spinto dall’esigenza di sistemare i
Commented [Office21]: “Sempre più sfiduciato circa la
modelli già formati. “Il confronto con gli autori latini e greci fu una costante della vita di possibilità che l’Italia trovi da sola un equilibrio politico,
Petrarca.” Anche nella lingua da usare per i suoi scritti, Petrarca si chiese quale tipo di latino confida, come Dante (e come Dante invano), nell’azione
usare – quello moderno o quello classico? – perché per lui, come per noi le tre corone sono il dell’imperatore: e nel 1351 scrive a Carlo IV di Boemia
invitandolo a scendere, da pacificatore, nella penisola”
modello della lingua italiana, per lui lo erano gli scrittori latini classici. “Imita i classici nello
stile, restituendo loro quella purezza e quella eleganza che – come egli afferma – si era
perduta nel ‘barbarico’ latino degli scolastici.”
“Il culto dell’antichità greco-latina implica anche un giudizio molto severo nei confronti della
cultura del proprio tempo. L’idea di cultura di Petrarca si fonda su due elementi:
a) la lezione umanistica dei classici, il recupero dei valori civili e morali della classicità, della
sapienza antica, del piacere dell’eloquenza e della letteratura;
b) la dottrina cristiana così come l’aveva codificata il Padre della Chiesa che rappresenterà
sempre per Petrarca un ideale di intellettuale e di uomo, Agostino, attento agli aspetti
dogmatici ma anche a quelli etici e psicologico-interiori.”

Per Petrarca il latino è la lingua di tutti i giorni, appunti e testi venivano scritti in latino e per
quanto riguarda il volgare – al contrario di Dante che lo identificava come strumento
d’integrazione – non era altro che un simpatico ricamo, un gioco della scrittura. Più una cosa
per facetiae che per altro. Il sogno della restaurazione della classicità è presente nel poema
storico in lingua latina Africa che Petrarca dedicò a Roberto D’Angiò. In Africa, Petrarca Commented [Office22]: Narra le leggende della 2° Guerra
esprime la sua ammirazione per Roma e per la sua grandezza così come viene raccontata nei punica (sul modello dell’Eneide) con l’intenzione di
esaltare la grandezza della Roma Repubblicana e
testi storici classici. Per l’autore il recupero della tradizione classica rappresentava la dell’eroe di questa guerra, Scipione L’africano. La
riconquista di una cultura autonoma senza le influenze di chiesa o impero. Altre opere scritte narrazione è frammentaria.
in latino elegante sono quelle composte tra il 1340 e il 1350: il secretum, il de vita solitaria e il “Per farlo, sceglie di narrare non di eventi contemporanei
bensì di un episodio glorioso della storia romana: la
de otio religioso. vittoriosa guerra di Scipione contro i Cartaginesi (III
“Il De viris illustribus doveva essere, nel progetto originale, databile alla fine degli anni secolo a.C.), dalla prima spedizione in Africa alla battaglia
Trenta, una raccolta di biografie dedicate ai grandi personaggi della storia romana, da Romolo di Zama al rientro trionfale a Roma”

a Tito”
Nel De Otio Religioso Petrarca si sofferma a riflettere sui benefici che all’animo umano porta
una vita chiusa all’interno di un monastero, senza altre preoccupazioni che non siano la
preghiera.
Nel De Vita Solitaria si parla di una serena meditazione sulla vita lontana dalle lusinghe
mondane, coltivando l’ideale di un ascetismo cristiano, matrice d’elevazione e concentrazione
intellettuale.

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Ma l’opera di gran lunga più importante è senza dubbio il Secretum che è divisa in tre libri e
che presenta una struttura dialogica fra Petrarca e Sant’Agostino, in silenzio e in disparte una
donna che rappresenta la verità e lei a certificare che quanto si diranno i due, non sarà
menzognero. Nella prosa latina del Secretum (intitolato in effetti De secreto conflictu curarum
mearum, ‘Il segreto conflitto delle mie angustie’), Petrarca si ispira per il contenuto alle
Confessioni di sant’Agostino e per la forma ai dialoghi ciceroniani, e mette in scena una
conversazione immaginaria tra se stesso e Agostino al cospetto della Verità. Nel primo libro,
che funge da introduzione, Agostino esorta Francesco a riflettere sulla morte e a orientare la
sua vita al bene: nessuno – sostiene infatti il maestro – può essere infelice contro la propria
volontà. Nel secondo libro Agostino passa in rassegna i peccati capitali richiamando
l’attenzione di Francesco su quelli che più lo affliggono: e mentre egli può dirsi immune
dall’invidia, dalla gola o dall’avarizia, non altrettanto si può dire della lussuria, o di peccati
tipici degli intellettuali come l’ambizione e l’accidia, una sorta di debolezza della volontà che
gli impedisce di scegliere la strada del bene. Proprio sulle tentazioni della carne “e sulla fama
terrena Agostino insiste nel terzo libro: l’amore per Laura, sostiene Agostino, ha allontanato,
non avvicinato, Francesco a Dio: la devozione per una creatura terrena è d’ostacolo a una
condotta autenticamente cristiana. Quanto alla letteratura, è tempo che Francesco abbandoni
le opere laiche che gli avevano dato la laurea poetica e passi a meditare sui testi sacri e sul
destino della sua anima: la morte – e in ciò il Secretum si avvicina a quelle opere della
tradizione cristiana dedicate al contemptus mundi (‘il disprezzo delle cose mondane’) – non è
lontana.”
In queste tre opere si nota il conflitto psicologico che caratterizzerà Francesco Petrarca nel
mondo della letteratura: da un lato le ambizioni mondane e gli affetti, dall’altro l’aspirazione
ad una vita morale pura e regolata.
Abbiamo parlato dell’importanza del latino per Petrarca, ma è in volgare che l’autore
raggiunse il vertice della sua produzione letteraria: con il canzoniere. Dopo I trionfi che Commented [Office23]: “una visione nella quale Petrarca
riprendono il metro della Commedia dantesca, in volgare viene scritto il Rerum vulgarium da un lato passa in rassegna i grandi spiriti del passato,
dall’altro riflette sul suo amore per Laura e sul suo
fragmenta (Frammenti di componimenti scritti in lingua volgare, meglio conosciuto come il destino ultraterreno”
canzoniere). Una raccolta di 366 componimenti tra sonetti, canzoni, sestine, ballate e Si tratta di una struttura molto statica. Il primo trionfo è
madrigali. Al suo interno vi sono liriche di carattere politico, civile e religioso. L’architettura quello dell’amore umano: Triumphus Cupidinis (amore-
amanti, 4 canti), su cui poi incombe la morte: Triumphus
del Canzoniere organizza e descrive la storia dell’amore del poeta per Laura, una giovane Mortis (morte, 2 canti), la morte viene superata dalla
incontrata in una chiesa d’Avignone il 6 aprile 1327, morta ventuno anni più tardi e da lui fama: Triumphus Famae (Fama, 3 canti), il tempo
cantata, in vita e in morte, come meta inesauribile della propria passione. Lo stile è sconfigge la fama e fa dimenticare: Triumphus Temporis
(tempo 1 canto), alla fine di ciò arriva l’eternità e la
rivoluzionario, raffinatissimo e frutto del concetto di selettività dell’autore, pochi sicilianismi certezza dell’eterno Triumpus Eternitatis (eternità, 1
e francesismi, ma buoni. Il Canzoniere è l’anima di Petrarca, frammentata in 366 canto) in cui si annulla ogni turbamento
componimenti. La forma-libro iniziale è stata abbandonata, nel cod. Vaticano latino 3195 il
Canzoniere sembra come diviso in due parti, la prima che inizia con Voi ch’ascoltate e la
seconda che inizia con I’ vo pensando. “Canzoniere non è però scandito in sezioni metriche
così come lo erano i libri di poesia nella tradizione anteriore a Petrarca: i generi metrici vi si
alternano liberamente. È invece diviso in due parti, separate nell’originale da alcune carte
lasciate in bianco: 263 testi in vita di Laura e 103 in morte di Laura.”

“Il Canzoniere è soprattutto il diario dell’amore di Petrarca per Laura, diario che ha una svolta
in corrispondenza di un evento tragico: la morte di Laura nella peste del 1348. Se perciò nei
primi due terzi del libro si leggono testi che pregano, celebrano, riflettono su Laura viva,
l’ultimo terzo del libro è dedicato al compianto su Laura morta, e a una più generale
meditazione sulla transitorietà delle cose terrene. “Il Canzoniere è così un libro di poesie
d’amore le quali vennero però raccolte e ordinate da un autore che – ormai maturo – ha
allontanato da sé l’amore per le creature terrene, o meglio lo ha sublimato nell’amore di Dio.”

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“il Canzoniere è, altrettanto certamente, un racconto dotato di un inizio, una fine e un
riconoscibile svolgimento; a rendere più visibile questa ‘trama’ concorrono i cosiddetti ‘testi
di anniversario’, scritti di anno in anno nella ricorrenza del primo incontro tra il poeta e la
donna amata”. “Il Canzoniere ha insomma anche una componente ‘militante’, e lo si vede con
particolare chiarezza sia nei tre sonetti 136, 137 e 138, noti come sonetti «anti-avignonesi»
perché scritti contro la corruzione della Curia papale che aveva sede ad Avignone, sia nella
celebre canzone all’Italia (128: Italia mia, benché ’l parlar sia indarno), in cui Petrarca deplora
Commented [Office24]: “Filocolo (1336-38: il titolo
l’uso delle milizie mercenarie da parte dei principi italiani e invita questi ultimi, in perenne significa ‘fatica d’amore’, secondo l’errata etimologia dal
lotta tra di loro, alla pace.” “L’amore dei trovatori e dei poeti del Duecento era un sentimento greco immaginata dall’autore) Boccaccio narra,
recitato in pubblico, una sorta di rappresentazione delle convenzioni cortesi in cui i attingendola dalla tradizione letteraria francese, la
vicenda di Florio e Biancifiore: storia dell’amore
sentimenti e i pensieri dell’autore avevano poca parte. Petrarca interpreta invece la lirica contrastato tra i due giovani; dell’allontanamento di
d’amore nel modo che ancor oggi ci è famigliare: si confessa, narra una reale esperienza Biancifiore da parte dei genitori di Florio, preoccupati
d’amore in totale solitudine, senza porsi il problema del pubblico e limitando al massimo la che, lui di stirpe regale, s’innamori di una fanciulla di
bassa condizione; della lunga quête (‘ricerca’) condotta
ripetizione dei cliché cortesi. da Florio per ritrovare l’amata; del ricongiungimento tra i
due amanti e della scoperta che anche Biancifiore ha
È il 1313 quando a Certaldo oppure a Firenze, da madre ignota, nasce Giovanni Boccaccio che origini nobili; del matrimonio finale e dell’ascesa al trono
di Florio.
viene avviato immediatamente dal padre all’esercizio del commercio, prima a Firenze e poi a Particolarmente importante è il cosiddetto episodio delle
Napoli. Dopo pochi anni studierà legge: ma in ambedue carriere ebbe risultati mediocri. questioni d’amore, nel quarto libro. Si tratta di tredici
L’esperienza di Napoli cambia radicalmente la vita di Giovanni che trova un ambiente dilemmi di casistica amorosa che gli ospiti napoletani di
Filocolo dibattono affidandosi alla fine al responso della
stimolante che riesce ad elevarlo intellettualmente. Si esercitava a scrivere e il suo obiettivo «regina della brigata» Fiammetta.
era superare le esperienze aristocratiche e di tono elevato del dolce stil novo. Renderà
Commented [Office25]: “il Filostrato è un poema che
moderno e concreto il discorso, giocando su toni popolari e di tono medio e basso e narra dell’amore di Troiolo e Criseida sullo sfondo della
rivoluzionerà la prosa: un settore della letteratura italiana in netto ritardo rispetto alla guerra di Troia: amore tragico, perché Troiolo, tradito, si
lirica e alle altre nazioni europee. In prosa a Napoli scrisse il Filocolo che racconta della getta in un duello disperato con Achille e ne viene ucciso.
A ragione, il Filostrato è stato definito un contro-Filocolo
storia di due amanti in epoca romana e il Filostrato, amori e sofferenze di un gruppo di (Surdich): se il Filocolo è il romanzo dell’amore saldo, che
giovani al seguito di Teseo nella guerra di troia e Teseide. Ma il 1340 fallisce la compagnia dei vince ogni ostacolo, il Filostrato è il romanzo del
Bardi, lui è costretto a tornare a Firenze lasciando Napoli e la corte del Re dove c’era – forse – tradimento, ovvero dell’amore che scende a compromessi
con la realtà (l’amata Criseida, prigioniera dei Greci, si
una figlia illegittima di D’Angiò che si chiamava Maria d’Aquino, donna che lui ribattezza concede a Diomede); e se Florio è il prototipo dell’eroe
Fiammetta, di cui si innamorerà e a cui dedicherà Elegia di Madonna Fiammetta. che agisce, Troiolo è l’innamorato elegiaco che
A Firenze scrive: Commedia delle Ninfe fiorentine: 41-42. Poesia e Prosa. Costituisce un contempla, riflettendo sull’amore, scrivendo lettere,
piangendo.”
omaggio a firenze e alle sue donne. Boccaccio trasferisce gli schemi di rappresentazione del
mondo pastorale dalla “natura gradevole” (paesaggi, boschi, pastori e ninfe) alle colline di
Commented [Office26]: “Teseida. Come Petrarca, che
firenze. Ameto, pastore rozzo, si imbatte per caso in un gruppo di 7 ninfe, e si innamora di lavora in questi anni all’Africa, egli intende rinnovare la
colei che le guida, Lia. Un giorno, per la festa di venere, le ninfe si siedono intorno ad ameto e tradizione dell’epica. Ma lo fa in volgare e scegliendo
narrano i loro amori, dopo ameto riceve un bagno purificatore. Da qui lui capisci che le 7 ninfe come soggetto non un grande tema della storia romana
ma un oscuro episodio della mitologia greca: le gesta di
rappresentano le 7 virtu e che l’incontro con loro lo ha trasformato da animale a uomo che Teseo, duca di Atene, e le avventure dei due nobili tebani
può accedere alla conoscenza di Dio. Arcita e Palemone, entrambi innamorati dell’amazzone
Emilia. Così come nel Filostrato, il tema epico si rivela
Il Boccaccio sovrappone quindi gli schemi allegorici della tradizione medioevale e quelli anche qui un puro pretesto, perché la gran parte
pastorali, ma la novità sta nel fatto che il tutto venga trasposto in un orizzonde mondano e dell’opera è dedicata alla storia d’amore e al duello tra
cortese, molto raffinato. Arcita e Palemone per Emilia, mentre la figura del
condottiero Teseo scivola in secondo piano.”
- L’Elegia di Madonna Fiammetta: 43-44. Lettera in Prosa. La novità più sorprendente di
quest’opera è il fatto che sia una donna, Fiammetta, a parlare. La donna non appare più come
Commented [Office27]: “l’Ameto nasconde – come spesso
oggetto dell’amore ma come soggetto che parla come amante abbandonata che si manifesta ad accade nel Medioevo, e in Boccaccio in special modo –
altre donne per consolarsi. Anche qui sono presenti i tipici schemi autobiografici tipici due possibili chiavi di lettura allegorica. Da una parte è
dell’autore, e con questa struttura si costruisce il primo “romanzo psicologico” della nostra stato osservato che la storia del rozzo pastore ingentilito
da Amore prefigurerebbe quella dell’umanità, passata
letteratura, in quanto Fiammetta non racconta di eventi ma di sentimenti che l’amore suscita dalla barbarie primitiva alla civiltà grazie alla virtù e
in lei. La letterarietà di Fiammetta filtra una concezione dell’amore concreta e carnale (totale all’amore. Dall’altra parte, così come in altre sue opere,
opposto rispetto a Beatrice e Laura). In quest’opera Boccaccio porta ai massimi livelli il suo Boccaccio si compiace di dare ai personaggi del racconto
fattezze e caratteri propri di altrettanti reali cittadini di
ruolo di latinizzatore del volgare creando un ritmo avvolgente , pieno di pause ed incisi, ma Firenze: sicché la lettura dell’opera avrà dato, ai
sempre preciso e misurato. contemporanei che fossero in grado di afferrare le
allusioni, il piacere del riconoscimento.”

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Boccaccio adorava Dante – di lui provò a scrivere anche una biografia – e fu lui a definire
Divina la commedia del fiorentino. Per Petrarca aveva una grande ammirazione, Giovanni
Boccaccio lo identificò come suo magister, aveva provato a contattarlo già a Napoli quando
seppe per la prima volta del mito di Petrarca, ma lo incontrò soltanto nel 1350 durante il
giubileo a Firenze. Iniziò fra di loro un rapporto vivacissimo, Boccaccio chiese a Petrarca di
venire a Firenze per far parte di un suo Studio appena fondato e nonostante disappunto per il
rifiuto di Francesco che scelse di alloggiare dai Visconti di Milano, nemici giurati di Firenze,
egli continuò a intrattenere rapporti molto stretti. Come Petrarca prese gli ordini minori. Ebbe
cinque figli illegittimi e nel 48’ ci fu la peste che uccise il padre e la matrigna, questo evento
colpì la sua immaginazione e lo ispirò nella scrittura del Decameron (nome da lui stesso
inventato unendo due parole greche: dieci giornate): cento novelle scritte tra il 1348 e il 1353.
L’episodio della peste si offre come sfondo, al centro un gruppo di dieci ragazzi (sette donne e
tre uomini) che si incontrano nella Chiesa di Santa Maria Novella a Firenze durante l’infuriare
del morbo. Allora, decidono di ritirarsi in una località fuori Firenze e di trascorrere il tempo
narrando delle novelle: ogni giorno, per dieci giorni, verrà scelto un re e una regina fra di loro
che scelgano un tema si cui raccontare le novelle (il primo giorno e il nono, il tema è libero),
risolvano i problemi e diano ordini alla servitù. Alla fine della decima giornata, l’allegra
brigata si scioglie e rientra a Firenze.
Per Boccaccio la peste nel Decameron rappresenta lo sfacelo e la dissoluzione del mondo. La
varietà dei temi trattati nelle novelle rispecchia le mille pieghe dell’eterna commedia umana:
gli amori, le tragedie, gli scherzi, le peregrinazioni… “Una parte considerevole delle novelle
decameroniane – e tra queste alcune delle più famose – è scritta infatti col principale scopo di
far ridere, e ciò avviene o per l’uso pronto e arguto della parola da parte dei protagonisti o per
il genio da essi dimostrato nel mettere nel sacco i loro interlocutori. “Il Cinquecento apprezzò
e promosse a norma per tutti i prosatori soprattutto il puro ed elegantissimo fiorentino che
Boccaccio adopera nella cornice, quando parla in prima persona: una prosa elaborata,
sintatticamente complessa, incline a sigillare i periodi con particolari figure ritmiche (quello
che nella prosa latina viene definito cursus). Al polo diametralmente opposto, lo stile delle
novelle ‘comiche’ (per esempio quelle della sesta giornata) ebbe grande influenza sui
novellieri eredi di Boccaccio”. Grande merito fu quello di utilizzare il dialetto per
caratterizzare I pensaggi. E la novella è la forma più giusta per questo tipo di linguaggio.
Quando invece Boccaccio descrive la peste utilizza un linguaggio distaccato, scientifico, lucido.
Nella seconda giornata del Decameron il tema sarà “i ragionamenti del domani”; la terza
giornata “le beffe tra uomo e donna”; la quarta “gli amori infelici”; la quinta “gli amori a lieto
fine”.
“Ma l’importanza del Decameron risiede soprattutto nelle novelle sui costumi contemporanei.
Attraverso di esse entra nella letteratura italiana la realtà umana nelle sue più varie
manifestazioni: veri cittadini, veri borghesi, donne e uomini reali sono i protagonisti della
narrazione, e le loro non sono le sublimi passioni che erano state cantate nell’epica o nei
romanzi cavallereschi, ma le comuni passioni che sono proprie di ogni essere umano”

Dopo il Decameron La satira misogina, ovvero antifemminile, è un tema caratteristico della


letteratura medievale: manuali che insegnano a resistere alle tentazioni delle donne, o che ne
svelano gli inganni e i difetti, sono diffusi nel mondo romanzo. Boccaccio paga il suo tributo a
questa tradizione nel racconto intitolato Corbaccio (forse dal nome di quello che era ritenuto
il più vile degli uccelli), databile probabilmente al 1365. L’autore – questa la semplice trama
del libro – ama una vedova che non lo corrisponde. Fa un sogno: in una valle incontra il
defunto marito della donna amata, che lo ammonisce: l’amore – egli sostiene – non fa per lui, e
la donna che ha scelto è ricolma di tutti i vizi e i difetti del suo sesso. Udito l’elenco di questi

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vizi e difetti, l’autore-protagonista rimane convinto e, guarito dalla sua infatuazione, esce dalla
valle. Pochi anni prima aveva scritto De mulieribus claris (biografie donne famose)

L’Umanesimo

Per Umanesimo s’intende quel periodo racchiuso tra il 1396 e il 1492.

Nel 1396 l’umanista Coluccio Salutati invitò Manuele Crisolora di Costantinopoli a Firenze per
insegnare la letteratura greco: un gesto simbolico che conferma la voglia di riunire la cultura
classica e la cultura contemporanea che si realizzava a Firenze, la città erede dell’antica Roma.
Nel 1492 – oltre ad essere l’anno della scoperta dell’America – muore Lorenzo de’ Medici, con
la sua morte simbolicamente finisce l’epoca umanista e si entra nel Rinascimento.

“In questa sezione tratteremo di un periodo lungo quasi centoventi anni, considerando il
Quattrocento incluso tra due date emblematiche: il 1375 e il 1494. Il 1375 è l’anno della morte
di Giovanni Boccaccio (il 21 dicembre); un anno prima (il 19 luglio) era morto Francesco
Petrarca. Con la scomparsa dei due grandi scrittori toscani si consuma la fine di una fase della
storia della letteratura italiana. Il 1494 è invece l’anno in cui il re di Francia Carlo VIII scende
con il suo esercito in Italia alla conquista del Regno di Napoli: la conquista sarà effimera, ma il
fatto in sé segnerà l’inizio di una lunga serie di campagne militari sul territorio della penisola
e porrà fine, di fatto, all’autonomia e alla libertà dei singoli Stati italiani.”

Alla disgregazione sociale che aveva raggiunto il suo culmine intorno al 1380 succede un
periodo di ricostruzione e di riorganizzazione, in italia questo processo è molto più svelto che
nel resto d’Europa. Il commercio ritrova il suo vigore, e la produzione agricola aumenta grazie
a nuove tecniche agricole, per tal ragione molti mercanti investono i loro soldi nella
campagna, e a loro volta i guadagni vengono spesi nelle città in opere artistiche e
architettoniche con le quali le famiglie mettono in mostra la loro magnificenza. Ci si distacca
dai grandi valori medioevali, ormai decaduti, e si affermà la “virtù” dell’uomo. In questo
ambiente si radica il sistema delle Signorie. Le signorie sono delle famiglie che garantiscono la
pace in città tra le varie famiglie minori e le classi e protezione ai cittadini dalle altre signorie.
In italia però questo sviluppo avviene portando con se una maggiore distinzione tra le classi
Commented [Office28]: “Una funzione specifica degli
sociali (ricche e povere) e mancanza di coesione sociale. artisti e dei letterati era quella di nobilitare le origini dei
signori, creando genealogie più o meno false, scrivendo
I regimi accolgono come protetti o assumono a cariche pubbliche i vari umanisti, e questo è un opere encomiastiche oppure realizzando opere d’arte
nelle quali il nuovo nobile veniva rappresentato nella
motivo di prestigio per il regime. Firenze mantiene l’indiscusso primato culturale, grazie alla foggia di un sovrano antico.”
sua cultura volgare e agli umanisti molto attivi. “La prima codificazione autorevole della vita di corte e
del ruolo specifico dei cortigiani – gentiluomini e/o
letterati – si avrà nel periodo del pieno Rinascimento con
Letteratura umanistica: il trattato di Baldassarre Castiglione, Il libro del
Il nuovo modello umanistico si poggia in primo luogo sulla volontà di riscoprire la cultura Cortegiano (1528), destinato a una grande fortuna
antica nei suoi valori originari. Porta quindi ad una maggiore conoscenza della lingua dei europea: in questa opera vengono esaltati i valori
culturali, fondati su una raffinatezza prima sconosciuta,
classici e a un modo di scrivere in latino più vicino agli antichi scrittori. Il termine Umanista, in raggiunti nelle corti del primo Cinquecento”
senso stretto, indica ogni uomo di cultura che si dedica alla attività letteraria in latino. “Il libro del Cortegiano (o semplicemente Il cortegiano,
“Nel Prologo delle Elegantiarum linguae latinae (Eleganze della lingua latina, note anche 1513-18, pubblicato nel 1528) le qualità del perfetto
uomo di corte rinascimentale: nobile di stirpe, esperto di
semplicemente come Eleganze) dell’umanista Lorenzo Valla (1405-1457) si legge armi, musicista, amante delle arti figurative, compositore
un’esaltazione della lingua di Roma, la quale, scrive Valla, ha dato i contributi più importanti al di versi, abile conversatore e affabulatore.
bene dell’umanità: il latino ha educato i popoli e li ha dotati delle leggi migliori, ha aperto loro Intellettualmente, egli deve possedere il «bon giudicio»,
per poter intrattenere stabili rapporti sociali al di là della
la strada a ogni sapienza e li ha liberati dalla barbarie. Il latino non si è imposto sui popoli mutevolezza delle «opinioni»; deve inoltre saper
conquistati con la forza delle armi, ma con quella dei valori, dell’amore, dell’amicizia, della dissimulare ogni artificio con un particolare tipo di
disinvoltura che Castiglione chiama «sprezzatura”.

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pace, perché in latino sono tutte le scienze e le arti proprie dell’uomo libero, di modo che,
quando il latino fiorisce, tutti i saperi fioriscono con esso, e al contrario, quando il latino
decade, con esso decade ogni sapere. La lezione di Valla, unitamente a quella di Petrarca, fece
scuola e ben presto il latino fu considerato la lingua della cultura e divenne per molti umanisti
l’unica impiegabile.”
“Il culto del greco e del latino si associava al bisogno di conoscere i testi che in quelle lingue
erano stati scritti: testi che, in larga parte, giacevano chiusi e dimenticati – in ‘ergastolo’,
dicevano gli umanisti – nelle biblioteche e nei conventi delle grandi abbazie in tutta Europa.
“La riscoperta delle opere della classicità costituì solo il primo passo: il secondo fu
interrogarsi se il testo delle opere appena uscite dall’oblio di secoli fosse quello originale o
fosse stato alterato nel tempo da errori, aggiunte, modifiche, omissioni effettuate dai copisti
nelle successive trascrizioni o dai traduttori, e come fosse possibile rimediare alle numerose
lacune che spesso caratterizzavano i manoscritti. Nasceva così la filologia, ossia la disciplina
che si occupa della ricostruzione del testo originale di un’opera”
La visuale umanistica attribuisce tutto un nuovo valore all’individuo e alla vita mondana,
ponendo in primo piano la letteratura. La conoscenza della letteratura viene interpretata
come una conoscenza storica, che pone l’uomo in contatto con passato e futuro. Nella lingua
scritta assumono un grande peso la perfezione formale e l’eleganza, e ciò viene inteso come
espressione morale dell’individuo, “virtù”. In questo periodo la poesia viene considerata la
più nobile delle discipline, anche se ha fini puramente retorici, essa viene intesa come
ornamento, esaltazione della virtù e dispensatrice di gloria. “Secondo gli umanisti la cultura
ha come scopo la formazione dell’uomo nella sua interezza, deve cioè tendere a sviluppare
armonicamente tutte le sue facoltà e virtù morali, intellettuali, civili, per creare un individuo
aperto sia alla vita attiva, sia alla riflessione e alla meditazione spirituale: non si trattava
quindi di un completo rifiuto della tradizione cristiana, ma di certo, rispetto alla teologia e alla
morale medievali, l’interesse per le caratteristiche proprie dell’essere umano aumenta in
modo sensibile.”

Questo distacco dalla tradizione medioevale porta gli umanisti a ricercare nuove istituzioni
capaci di trasmettere i nuovi modelli culturali.. Altro punto fondamentale è l’invenzione della
stampa a caretteri mobili (Gutemberg 1450), che modificò oltre alla scrittura il concetto di
cultura stesso. Fino a quel momento i libri venivano prodotti con la vecchia tecnica della
copiatura, erano molto costosi e la diffusione era molto bassa. Ma con l’arrivo della stampa le
cose cambiano. Vengono messi in circolazione, oltre ai testi religiosi, le letterature del 1300
(dante petrarca boccaccio) a costi molto più bassi rispetto al passato. Per tutta la seconda
metà del 400 la stampa e la copiatura convivranno.
L’umanesimo sarà forte il bilinguismo. A Firenze, ad esempio, in cui vive forte la tradizione del
volgare Alberti “nel 1441 si fa promotore dell’importante Certame coronario, una gara di
poesia volgare.”

Due esempi di queste letterature sono le “stanze” di Poliziano, e l’Arcadia di Sannazzaro.


-Le stanze per la Giostra (1475-78. Poemetto in Ottave. Volgare.): “stanze”
Nelle “Le stanze per la Giostra del magnifico Giuliano De Medici” Poliziano intreccia la volontà
di rilanciare la letteratura Volgare con una celebrazione del dei Medici. Il poemetto, la cui
realizzazione iniziò nel 1475, consta di due libri: il primo di centoventicinque ottave, il
secondo di sole quarantasei; la composizione fu infatti interrotta, con tutta probabilità, a
causa della morte di Giuliano e del ferimento di Lorenzo nella sollevazione seguita alla
congiura dei Pazzi, il 26 aprile 1478. Qui il poeta celebra firenze, i medici e Lorenzo e
successivamente entra in scena Giuliano (Iulo), descritto come giovane ed ancora estraneo ad
ogni esperienza amorosa. Il Dio Amore conduce giuliano all’incontro con simonetta durante

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una battuta di caccia, il giovane si innamora. Venere dispone che Iulo per conquistare l’amore
di simonetta dia prova del suo valore nelle armi. Lo stile ed il linguaggio delle stanze muovono
verso una cultura classica del tutto nuove per il volgare, molto lontana dal classicismo di
Petrarca. Questa compresenza di elementi linguistici eterogenei da al volgare di poliziano toni
preziosi e splendenti. A questa poesia più che l’umanesimo i adatta il concetto di rinascimento

-Arcadia. 1483-85. Prosimetro Pastorale. Prosa e Versi.


Narra le vicende di Sincero, un pastore sotto le cui vesti si nasconde il poeta, che a causa di
una delusione amorosa e politica si allontana dalla città (Napoli) per vivere in un'Arcadia
idealizzata tra i pastori-poeti, come negli Idilli del poeta greco Teocrito. Ma un sogno
spaventoso (allegoria della caduta di Napoli) lo induce a tornare a Napoli. Attraversando
grotte e antri, giunge in città dove viene a conoscenza della morte della donna amata.
L’opera avrà un grandissimo successo fino al 700. L’opera diventa la base per tutta
l’ambientazione e i temi della letteratura pastorale europea.. Si tratta di un’opera molto
ambigua ed enigmatica, piena di allusioni difficilmente decifrabili, e quindi è un’opera di
complessa interpretazione che però diventa punto cardine per il futuro.

La poesia
“Nel periodo umanistico si sviluppano numerosi filoni nell’ambito della poesia lirica, sia in
latino sia in volgare: si riscontrano i primi tentativi di imitazione del modello petrarchesco, Commented [Office29]: “Il Morgante prende il titolo da
peraltro con molte differenze tematiche e stilistiche; anche la poesia pastorale gode di un quello che senza dubbio è il personaggio più
caratteristico della prima parte del poema: si tratta di un
notevole successo. Molto popolare è poi un genere narrativo, ma per lo più scritto in versi: gigante pagano, a suo tempo sconfitto dal paladino di
quello del poema cavalleresco” Carlo Magno, Orlando, e quindi convertito al
cristianesimo. Divenuto fedele scudiero del paladino,
Morgante gira armato di un batacchio di campana e va
La prosa incontro a una lunga serie di avventure che si pongono
Si copia il decameron. Salernitano “Il Novellino fu stampato postumo, a Napoli, nel 1476, ma le tutte all’insegna del divertimento parodico”
singole novelle circolarono a lungo sparse. La raccolta risente della lezione boccacciana per “Il Morgante è stato, a ragione, definito il «poema della
dismisura». E una dismisura si accerta a tutti i livelli:
almeno due aspetti: l’architettura dell’opera è rigorosa: il Novellino si apre con un Prologo e si – dismisura per il modo dispersivo e disorganico in cui la
chiude con un Parlamento de l’autore al libro suo ed è composto da cinque parti, ognuna materia degli scontri tra cristiani e musulmani è trattata:
dedicata a un argomento e formata da dieci novelle; tutte le novelle sono precedute da un è quasi impossibile seguire gli innumerevoli fili del
racconto pulciano;
esordio e sono chiuse da un commento dell’autore. La differenza più forte rispetto al modello – dismisura dello stesso protagonista, il gigante
boccacciano è rappresentata invece dal fatto che non esiste alcuna occasione eccezionale per Morgante, tanto che anche la sua morte è nel segno della
la narrazione, e quindi non c’è una vera cornice. Il legame che unisce le novelle è il giudizio sproporzione. Dopo avere salvato i paladini da un
naufragio sostituendosi all’albero della nave e dopo avere
dell’autore, espresso di volta in volta nel commento conclusivo.” ucciso una balena, Morgante morirà, paradossalmente,
per la puntura di un minuscolo granchio (cfr. Morgante,
Teatro XX, 49-52);
– dismisura, sotto la cui cifra si colloca l’episodio più
“Si cominciò presto a tradurre le commedie di Plauto e di Terenzio, i più grandi celebre del poema (cantari XVIII e XIX), quello
commediografi latini, e a portarle sulle scene. “Ma nel Quattrocento, e in particolare a Firenze, dell’incontro tra il gigante Morgante e il mezzo gigante
è diffusa anche un’altra forma di allestimento, quella della sacra rappresentazione, cioè la Margutte. I due, qui veri e propri ribaldi e truffatori,
vivono avventure dominate dalla voracità alimentare,
messa in scena di episodi della Bibbia o della vita dei santi, del dialogo tra Cristo e la Vergine e vagando per le strade del mondo fino alla morte di
tra Cristo e i suoi discepoli. Margutte, provocata da un attacco di riso alla vista di una
Spetta invece ad Angelo Poliziano il merito di avere segnato una svolta decisiva, ossia il scimmia che si è impadronita dei suoi stivali (cfr.
Morgante, XVIII, 112-120 e 138-147).
passaggio da una letteratura teatrale religiosa a una profana. Il testo che segna la nascita del “I primi due testi che meritano menzione sono due lessici,
teatro profano è la Favola di Orfeo, che Poliziano compose forse tra il 1479 e il 1480 e che prodotto di un Pulci curioso delle parole e del loro
andò in scena a Mantova. Ma bisogna ricordare anche la Fabula di Cefalo, dramma tratto da un significato: il Vocabulista, una raccolta di circa 900 voci
divise in due sezioni, ciascuna corredata di una
episodio delle Metamorfosi di Ovidio, rappresentato a Ferrara nel 1487 e composto dal poeta spiegazione (la funzione di questa raccolta era
Niccolò da Correggio. Una menzione infine meritano le farse (brevi rappresentazioni eminentemente pratica, tant’è vero che la maggior parte
allegoriche popolareggianti e comiche che facevano da riempitivo tra una rappresentazione delle parole del Vocabulista si ritrova nel Morgante); il
glossario intitolato Vocabolarietto di lingua furbesca, un
sacra e l’altra) e gli spettacoli mitologici (allestimenti che allietavano le feste di corte o della piccolo repertorio di voci gergali dove sono registrate
città).” parole inventate, il cui senso era capito solo all’interno
della brigata medicea”

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Rinascimento

Per Rinascimento s’intende quel lasso di tempo compreso tra il 1492, la morte di Lorenzo il Commented [Office30]: “Prima ancora che un concetto
Magnifico e il consolidamento definitivo del dominio spagnolo in Italia con la pace di Cambrai espresso da una precisa parola il Rinascimento è un vero
e proprio mito, quello di una presunta ‘rinascita’ dopo un
del 1529. In questo frangente crolla l’equilibrio politico, l’Italia diviene campo di battaglia del periodo di ‘decadenza’ e di ‘buio’, identificato con il
primo grande conflitto fra gli Stati unitari moderni: la Francia e la Spagna. Nel giro di pochi Medioevo”
decenni l’Italia cede il suo primato economico e viene tagliata fuori dal commercio mondiale,
adesso in mano alla Spagna. Ma nonostante ciò si affermano le maggiori personalità sia nel
campo artistico che in quello scientifico, da Machiavelli e Ariosto, fino a Michelangelo e
Leonardo.
Nel 1494 il re di Francia Carlo VIII si impadronì della penisola dalle Alpi fino a Napoli, nel
1503 Spagna e Francia si dividono i territori: Milano ai francesi, Napoli agli spagnoli. Formano
insieme la Lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia che viene sconfitta, anche l’ultima
struttura statale italiana è caduta. La morte di Lorenzo il Magnifico segna la fine di
quella
politica di equilibrio che aveva assicurato il clima
indispensabile per lo sviluppo
delle attività economiche e culturali.

La riforma.
“La Chiesa era, già da tempo, screditata per la condotta scandalosa e immorale di parte del
clero, e in particolare per alcune pratiche diffuse, come la vendita delle cariche ecclesiastiche
e quella delle indulgenze”. Esistevano dunque tutte le premesse per una protesta, che esplose
clamorosa nel 1517, quando il monaco agostiniano tedesco Martin Lutero (1483-1546) rese
pubbliche 95 tesi religiose che condannavano l’operato della Chiesa cattolica e ne criticavano
alcuni fondamenti teologici. Lutero si scagliava contro il fasto della Chiesa, ormai lontanissima
dalla povertà e austerità predicate dai Vangeli, contro la pratica delle indulgenze, che trovava
oltre che scandalosa assurda da un punto di vista teologico, e in generale non condivideva le
risposte che la Chiesa dava al problema della salvezza eterna.” “I cattolici romani sostenevano
che l’uomo può conquistarsi la salvezza per mezzo di opere, ma questo per Lutero era in
evidente contrasto con quei passi delle Sacre Scritture dove si legge che Dio dona la grazia
gratuitamente e non come una ricompensa per buone azioni.”

Alla intransigente risposta del papato, la propaganda luterana acquisisce nuova forza. La
Riforma protestante ebbe conseguenze sconvolgenti, non solo sul piano politico, economico e
sociale ma anche sul piano culturale. Infatti, la Riforma viene indicata come un possente
volano dello sviluppo della borghesia e del capitalismo segnando, in definitiva, l'inizio della
civiltà moderna.
Grande fu, in questa circostanza, l'opera della Controriforma, la Riforma cattolica, che
rappresenta una fase di riorganizzazione delle basi politiche e culturali della società italiana, a
partire dalla fine del XVI secolo (Concilio di Trento, 1545-1563). Ma gran parte dell’Europa si
sottrasse all'influenza spirituale della Chiesa cattolica. “La Riforma cattolica, spesso definita
con il termine di Controriforma, favorì in pochi anni un forte cambiamento di clima socio-
culturale. Sebbene la situazione risulti molto differenziata a seconda dei paesi europei, in
generale il controllo sempre più capillare e repressivo della gerarchia ecclesiastica nei
confronti del libero pensiero fece sì che molti movimenti ereticali, riformatori o comunque
non ortodossi venissero repressi sia nel campo religioso sia in quello culturale. A questo
scopo vennero creati specifici strumenti di controllo, repressione e censura, primo fra tutti la
Congregazione del Santo Uffizio, organizzata nel 1542 per coordinare l’attività del tribunale
dell’Inquisizione contro le eresie. Preparazione clero.

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Aspetti linguistici
“Rispetto a molti artisti e intellettuali del Quattrocento, quelli del Rinascimento maturo sono
in genere più consapevoli dell’impossibilità di ricostruire integralmente il mondo greco-
latino, essendo ormai modificati in modo irreversibile troppi aspetti sociali e culturali. Non a
caso, molti dei nuovi scrittori riducono o addirittura abbandonano la produzione in latino”

-La questione della lingua Commented [Office31]: le Prose sono un trattato in forma
Tra le varie tesi riguardo l’adozione di una lingua della letteratura la tesi sostenuta da Pietro di dialogo ambientato a Venezia in un periodo
Bembo nelle sue Prose della volgar lingua (1525) dove viene proposta la lingua di Petrarca e antecedente al 1503, tra Federico Fregoso, Giuliano de'
Medici, Ercole Strozzi e Carlo Bembo, preceduto da una
Boccaccio, rispettivamente per la poesia e per la prosa sarà quella di maggior successo. Questi dedica al cardinale Giulio de' Medici. L'opera è suddivisa
modelli costituiranno i punti di riferimento obbligati per la produzione letteraria dell'intero in tre libri: il primo tratta delle origini del volgare e dei
secolo.
La proposta del Bembo possedeva una implicita forza normativa che le proveniva suoi legami con il latino e il provenzale; in questa prima
sezione vengono meglio definite le caratteristiche del
dalla evidenza dell'esemplificazione. I testi di riferimento costituivano un vertice talmente volgare italiano e viene confutata la tesi della lingua
indiscutibile da rivelare una capacità unitaria certamente superiore alle altre coeve teorie cortigiana (sostenuta ad esempio dal Castiglione), a
favore della teoria arcaizzante, dell'eccellenza del toscano
linguistiche. letterario e dell'imitazione di Boccaccio per la prosa e di
La questione della lingua è una discussione clamorosa tra diversi intellettuali del tempo che si Petrarca per la poesia. Nel secondo libro, vengono
interrogano su quale sia la lingua giusta da adottare. Queste le posizioni: trattate le tesi già citate della gravità e della piacevolezza,
oltre a quella della variatio, esposta attraverso le parole
di Federico Fregoso. In questa parte, Bembo mette in atto
- Fiorentini come Machiavelli e Giuliano De’ Medici che vedevano nel fiorentino un confronto stilistico tra Dante e Petrarca, a favore di
parlato la lingua perfetta. Più utile del fiorentino dei modelli delle tre corone perché quest'ultimo. Nel terzo libro è contenuta la descrizione di
una lingua stabile e depurata, e cioè una vera e propria
è una lingua moderna e si rivolge ai vivi, all’attualità. grammatica della lingua toscana letteraria, esposta
- La lingua cortigiana, ovvero quella usata nelle corti d’Italia. Lingua colta e raffinata attraverso numerosi esempi.
formata da parole prese dai vari dialetti. Ai cortigiani, Bembo criticava che la lingua
respinge il modello di Dante della Commedia, poiché
non avesse una sua letteratura. “i fautori della lingua «cortigiana» o «italiana», una nella sua opera si ritrovano i registri più disparati, da
lingua cioè che prende a modello quella effettivamente parlata nelle corti italiane, quelli alti e tragici alle voci «rozze e disonorate». Secondo
unendo gli apporti diversi dei vari volgari. Tra i fautori della lingua cortigiana o Bembo la lingua letteraria non deve necessariamente
essere la lingua parlata da un popolo; al contrario, deve
italiana, sia pure con motivazioni diverse, troviamo Baldassarre Castiglione, Giovan tenersi il più lontano possibile da ogni rozzezza popolare
Giorgio Trissino e Mario Equicola. Questi proposero l’adozione di quella lingua e può quindi rifarsi a una lingua elaborata due secoli
parlata normalmente nelle corti dagli uomini istruiti e di buon gusto: una lingua in prima senza dover concedere nulla al parlato”
.
cui la base del lessico è toscana ma non mancano altri apporti, ricavati da tutte le
varietà linguistiche italiane” Commented [Office32]: “Un particolare filone
cinquecentesco è quello della poesia maccheronica o
- Chi proponeva ancora il latino. macaronica. Il termine ‘maccheronico’ deriva da
- ‘maccarone’, cioè, alla lettera, cibo grossolano e, in senso
“Molti letterati si mostrarono estranei o addirittura ostili a questo classicismo restrittivo. traslato, ‘persona sciocca’. In letteratura ‘maccheronico’
indica quella parodia del latino creata in ambito
Scrittori come Pietro Aretino o poeti come Francesco Berni preferirono sfruttare la lingua a studentesco e dotto come reazione al crescente
vari livelli di espressività, compresi quelli più triviali. Altri come Teofilo Folengo coltivarono formalismo classicistico oppure come puro
quel ‘linguaggio maccheronico” divertissement.
Alla contestazione della lingua letteraria allora
dominante corrisponde intimamente una contestazione
-Petrarchismo della civiltà cittadina: mentre la campagna costituisce per
Il petrarchismo nasce già sul finire del Trecento, per assumere sempre maggiore importanza Folengo una forza vitale vergine e priva di limiti,
caratterizzata da violenza incontrollata e anarchica
nel Quattrocento e soprattutto nel Cinquecento. È un fenomeno di diffusione europea, Nel ribellione, ma anche da senso di giustizia (almeno
Cinquecento invece si verifica una cristallizzazione e codificazione del modello petrarchesco secondo alcuni passi, mentre altrove l’ingiustizia non
presentato come esempio perfetto, soprattutto grazie all'opera di Pietro Bembo, nel quadro di viene risarcita), la città rappresenta invece il dominio
delle convenzioni artificiali, dell’ipocrisia, del privilegio
una complessiva teorizzazione dei generi letterari. spesso immeritato.”
Poeta ben più robusto si rivela il pur petrarchista Giovanni Della Casa (1503-1556), per le
Commented [Office33]: “L’intera opera si risolve in una
Rime, noto anche come autore del trattato intitolato Galateo. In esse non dominano tanto i serie di osservazioni sulla buona creanza, minute e vivaci,
motivi amorosi quanto il contrasto tra il quotidiano e l’ideale. ma anche rese piacevoli da una bonaria ironia e da un
discreto senso dell’umorismo. Le norme di
comportamento che Della Casa raccomanda non danno
La musica e la letteratura spazio all’affettazione, e sono invece pensate per
condurre a un vivere civile improntato dal ‘piacevole’ e
dal ‘famigliare”

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“La più tipica forma musicale del Cinquecento italiano è quella del madrigale, un canto a più
voci composto su testi poetici di argomento amoroso o anche burlesco.
Altra capitale novità della musica italiana cinquecentesca è la nascita del melodramma, a
opera di un gruppo di musicisti e letterati fiorentini raccoltisi nel 1579 in casa del conte
Giovanni Bardi di Vernio, e detto pertanto «Camerata dei Bardi» o «Camerata fiorentina».
Questi musicisti e letterati cercarono di far rivivere l’autentica tragedia greca, cioè un genere
in cui sono unite musica e recitazione, per mezzo del cosiddetto ‘recitar cantando’, basato
sulla monodia.”

Teatro
“La nascita della Commedia dell’Arte. Alla metà del Cinquecento viene fatta risalire la
nascita della Commedia dell’Arte, un genere di rappresentazione teatrale in cui diminuisce
l’importanza del testo: esso alla fine si ridurrà a un semplice canovaccio che indica, per grandi
linee, lo svolgimento della vicenda, lasciando all’abilità e alla verve degli attori il compito di
improvvisare dialoghi e battute. La prima compagnia di comici professionisti nasce a Padova
nel 1545 e il professionismo sarà uno dei caratteri fondamentali del genere.”

Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto

Cresce Ferrara dalla seconda metà del quattrocento affidata agli Estensi. Qui i romanzi
francesi circolano liberamente e insieme ai classici e ai nuovi testi umanistici, si forma un
gusto che riprende lo stile cavalleresco. Anche Bembo frequentò questa corte, ma i più grandi
intellettuali di quella zona sono Matteo Maria Boiardo e Ludovico Ariosto.

Boiardo nasce nel 1441 nel castello di Scandiano da una famiglia molto vicina agli Estensi. Commented [Office34]: A Boiardo “Gli Amorum libri tres
Tradusse testi latini e greci e adottò il modello del Petrarca che però stemperò con una lingua o Amores (‘I tre libri degli Amori’ o ‘Gli Amori’) sono il
più bel canzoniere di rime in volgare (ma con titolo
media cortigiana e con un po’ di dialetto padano. Produsse anche delle opere teatrali, ma la latino) del XV secolo. Essi narrano la storia d’amore di
sua più grande fatica è il poema narrativo in ottave chiamato L’Orlando Innamorato che Boiardo con Antonia Caprara, una storia prima felice e
iniziò a comporre nel 1476 e che fu stampato per la prima volta nel 1483, Boiardo però poi infelice, iniziata nella primavera del 1469, finita nella
primavera del 1471 e scandita in fasi: quella di
continuava lentamente la sua opera aggiungendo sempre nuovi capitoli: una seconda edizione esaltazione (di «zoglia», cioè di ‘gioia’ e di appagamento),
venne pubblicata nel 1487 e una nel 1491. Il poeta morì e non riuscì a terminare il terzo libro quella del rifiuto (Antonia si nega al poeta) e quindi
di cui era composta l’opera. E in tre libri, a Scandiano nel 1495, apparve l’opera definita quella del tradimento della donna. Il poeta, afflitto, si
rifugia tra i monti per sfuggire alle pene d’amore (si apre
completa in 69 canti che presentano momenti di discorsi “recitato” tanto da suggerire che la qui una sezione bucolica della raccolta); il suo ritorno in
natura del poema voleva essere di un testo letto a un pubblico. città provoca una ripresa della storia d’amore, ma il
Il tema principale dell’Orlando Innamorato sono le gesta dei Paladini di Francia, ma per la viaggio a Roma del poeta introduce un cambiamento. A
poco a poco si fa strada il pentimento, che esplode nel
prima volta – ed è questo che costituisce il tratto innovativo rispetto ai precedenti romanzi testo conclusivo e che segna la fine della vicenda
bretoni – è la tematica amorosa che sì è tipica dei romanzi arturiani, ma che questa volta amorosa”
avvolge l’eroe epico per eccellenza, il più forte dei paladini di Carlo Magno, simbolo della fede,
Orlando che da nessuno mai era stato rappresentato in preda alla passione d’amore. Per
Boiardo amore è lo spirito vitale che muove l’universo e che si esprime in Angelica, il Commented [Office35]: “Nel primo libro l’azione è
personaggio più nuovo introdotto da Boiardo che comunque aveva ripreso i principali ambientata a Parigi, dove si svolge una giostra alla corte
di Carlo Magno. Durante questa giostra, alla quale
personaggi dei romanzi bretoni. In Angelica l’autore concentra tutto il fascino inafferrabile, partecipano cavalieri cristiani e pagani, fa la sua
magico e irrazionale della bellezza femminile. Lei non è la Beatrice di Dante e neanche Laura comparsa la bella Angelica. Di lei si innamorano quasi
per Petrarca, lei viene cercata e desiderata per la sua fisicità, per la sua bellezza corporea che tutti, compresi Orlando e suo cugino Ranaldo (ossia
Rinaldo). Quando Angelica lascia la corte, inizia una lunga
si esprime nei sensi di chi ha davanti e che vengono inebriati. Non si lascia mai afferrare e il serie di peripezie: i cavalieri innamorati lasciano Parigi e
desiderio che suscita negli altri, spinge i personaggi in luoghi lontani, a cercare attraverso il ciascuno intraprende la propria personale ricerca di
desiderio sempre qualcosa che sta al di là della condizione presente. Angelica. I diversi itinerari convergono tutti su Albracà,
patria di Angelica. Il libro si chiude con il duello,
Altri nuovi personaggi introdotti sono Rugiero e Bradamante. interrotto da Angelica, tra Ranaldo e Orlando”.

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A differenza degli atteggiamenti umanistici non c’è la volontà di attribuire a ogni parola un
valore culturale, storico e ideologico attraverso la filologia, ma si tende a rendere il testo più
familiare attraverso la varietà dei toni comici, malinconici, magici e meravigliosi. Nei canti si
alternano gli episodi e i personaggi, creando una suspense tra una storia e l’altra nel moderno
stile dei romanzi a puntate o telenovelas.

L’Orlando Innamorato diede l’ispirazione a un altro grande scrittore della corte di Ferrara,
Ludovico Ariosto che nasce a Reggio Emilia l’8 settembre 1474 (morirà nel 1533). Il suo
impegno civile si limita allo svolgimento di compiti amministrativi, non poteva aspirare a
qualcosa di più visto che la sua famiglia faceva parte della piccola nobiltà senza possedimenti.
Ma Ariosto ha la passione per le lettere, studierà Legge che però abbandonerà per diventare
allievo di Gregorio da Spoleto che orienterà il suo gusto. Fondamentali i suoi viaggi nella corte
romana di papa Leone X presso il quale si recò nel 1513 sperando di ricevere un incarico. Fino
al 1525 svolse degli incarichi per ecclesiastici e poi ritornò a Ferrara dove trascorse gli ultimi
anni con il figlio Virginio, il fratello Gabriele e allietato dall’amore di Alessandre Benucci con
cui si sposò in segreto nel 1527.
Lo abbiamo già detto L’Orlando Innamorato non ha una vera e propria fine, anche data
dall’impossibilità di scriverla a causa della morte dell’autore e così a continuare la tradizione
ci pensa Ludovico Ariosto che compone L’Orlando Furioso, il cui inizio avviene proprio nel Commented [Office36]: Il Furioso è la prima grande opera
momento s’interrompe l’opera di Boiardo. La prima edizione è del 1516, nel 1521 la seconda e pensata e composta in vista di una grande diffusione via
stampa
nel 1532 l’edizione definitiva in 46 canti in ottave. L’opera è definita “aperta”: non ha né un “Orlando, protagonista – almeno secondo il titolo – del
inizio né una fine che l’autore abbia scelto. Ma Ariosto introduce un punto di svolta poema, compare in scena solo nel canto VIII, e ciò può
rappresentato dalla sua ineguagliabile capacità inventiva e dall’infaticabile esercizio essere letto come un sintomo del suo ‘spiazzamento’
rispetto all’antico ruolo di eroe”
d’immaginazione creativa, abbandonando così il mondo della sola ragione ed esplorando altri
domini mai percorsi. Il poema inizia con la fuga di Angelica dal campo cristiano di Parigi, nel
quale la fanciulla era rinchiusa per volere di Carlo Magno che voleva risolvere così la contesa
fra i due paladini, Orlando e Rinaldo, entrambi innamorati di lei.
Sono tre i principali nuclei narrativi:
 L’invasione dei saraceni in Francia e dei musulmani in Spagna: dalla cavalcata di
Angelica fino al suo ritorno a Parigi, quando sarà assediata e ci sarà una grande
battaglia decisiva per le sorti della guerra in favore della cristianità.
 La storia di Angelica: nucleo erotico del poema che influenza la storia di Orlando che
riempirà il mondo delle sue gesta folli e per restituire il senno a Orlando, il paladino
inglese Astolfo volerà con un ippogrifo fino alla luna dove si trova la ragione di tutti i
folli che popolano il mondo.
 Infine, la storia tra Ruggiero e bradamante, l’uno musulmano l’altra cristiana.

La protasi (la parte introduttiva di un poema) si ispira a Virgilio, Dante e Boiardo: Dirò
d’Orlando (…) cosa non detta né in prosa né in rima. In questo poema vengono messe a punto
strutture narrative mai provate come la dilatazione dei periodi. A differenza del poema di
Boiardo, quello di Ariosto non si configura come una libera narrazione di avventure ma si Commented [Office37]: La ragazza durante la fuga
incontra un giovane saraceno, Medoro, di cui si innamora
organizza in un accurato disegno globale. Tutti gli episodi si intrecciano tra loro secondo delle
e con il quale scappa. I due innamorati incidono su di un
sottili rispondenze. Il Boiardo era solito interrompere improvvisamente la narrazione per albero i loro nomi e, quando Orlando arriva nel luogo in
passare ad un'altra (suspance), Ariosto crea invece un vero e proprio sistema di incastri cui la coppia aveva posto l’incisione, rimane sconvolto e
(organico. Quadro unico e ben definito). impazzisce. Con la mente offuscata dalla pazzia, Orlando
si aggira per la Francia e la Spagna, fino ad attraversare lo
Se in Boiardo il tema era l’amore, in Ariosto è l’amore da cui scaturisce la follia e le altre stretto di Gibilterra a nuoto.
passioni (coraggio, gentilezza, ira). Nell’Orlando Furioso ogni personaggio rappresenta un Nel frattempo il guerriero Astolfo, dopo aver domato
aspetto della natura umana – per esempio Angelica è la bellezza e Rodomonte la forza – ma il l'ippogrifo, un cavallo alato, vola sulla luna, dove si trova
il senno di Orlando. Recatosi in Africa, fa odorare
personaggio più complesso è senz’altro Orlando che muta la sua personalità cadendo nella l’ampolla, in cui è contenuto il senno, ad Orlando, che
follia (dopo aver scoperto che la sua amata si è sposata con Medoro). L’amore, qui, è ritrova la ragione. Angelica e Medoro, invece, fuggono in
Catai.

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rappresentato come passione che domina su tutti i cavalieri e che è in grado di stravolgere la
personalità dei personaggi. Ma amore in tutte le sue sfaccettature: quello sensuale, quello
patetico, quello riservato, libero o costante. Altri temi sono la bellezza, l’amicizia, la magia. La
catena degli eventi nell’Orlando Furioso è inesauribile, c’è sempre un nuovo inizio, le passioni
sono costanti e sfuggono a qualunque regola o legge. Neanche la natura riesce a ripararsi dalla
follia di Orlando. La fuga sulla luna di Astolfo, i viaggi lontani, in realtà non sono che una sorta
di “satira” della realtà: è la fuga stessa di Ariosto che viene sedotto da un mondo fantastico
proprio per il rifiuto del suo tempo.

Opere:
-Satire:
-Le Satire di Ariosto in esse domina l'elemento autobiografico e moralistico, alcune volte più
leggero, altre volte più aggressivo e risentito. I temi delle satire sono la condizione
dell'intellettuale cortigiano ,i limiti e gli ostacoli che essa pone alla libertà dell'individuo,
l'aspirazione ad una vita quieta e appartata, lontana dalle ambizioni e dalle invidie della realtà
di corte, una vita dedicata agli studi e agli affetti familiari .Appaiono anche il fastidio per le
incombenze pratiche che costituiscono un ostacolo all'esercizio pratico, la follia degli uomini
che inseguono la fama, il successo e la ricchezza.
-La Lena:
E’ la commedia più felice di Ariosto. La storia è improntata su una fabula amorosa a lieto fine.
La protagonista è una mezzana, Lena, donna cinica e arrivista, sposata con Pacifico, ma ha
come amante il ricco e avaro Fazio, la cui figlia Licinia apprende l'arte del ricamo da Lena.
Il giovane Flavio, figlio del rivale di Fazio, ama la ragazza e dopo alcune peripezie e con l'aiuto
di Lena i due riescono a coronare il loro sogno d'amore.
-Il Negromante
Narra le vicende di un mago, un impostore ovviamente e degli espedienti impiegati da un
giovane per penetrare nella casa dell'amata. Ma al centro della trama è un praticone di arti
magiche che si prende gioco della credulità del prossimo. L'unico scopo è di prendere in giro i
costumi popolari e le tradizioni legate ai tarocchi.
-Gli Studenti:
Nella storia, ambientata a Ferrara, i protagonisti sono due giovani scolari, i quali per arrivare
al loro oggetto del desiderio, la bella Ippolita, sono costretti ad ordire un inganno ai danni del
padre, Bonifazio. Infatti fortunatamente i due studenti possiedono due servitori astuti che
usano per scambiare i loro ruoli: i due giovani si spacceranno per due grezzi contadini che si
faranno assumere da Bonifazio, mentre i servitori prenderanno il posto dei padroni come
scolari. Tuttavia l'illusione dei quattro personaggi di poter interpretare alla perfezione i nuovi
costumi sarà impossibile e l'inganno presto verrà a galla.

“Il teatro costituì una passione di Ariosto fin dai tempi della sua giovinezza, quando fece parte
della compagnia teatrale creata dagli Estensi per gli spettacoli di corte. In seguito egli si rivelò
un abile organizzatore di spettacoli per la corte ferrarese, ma soprattutto si distinse come
autore di commedie in versi e in prosa. Ariosto fonda la commedia ‘regolare’ (ossia basata sui
modelli classici latini e composta da cinque atti, in genere preceduti da un prologo).

Macchiavelli

fioritura degli scrittori politici e storici. Firenze e Venezia rappresentano in questo senso i
centri in cui si concentra questa acuta capacità di analisi, avevano anche goduto a lungo di un
grande sviluppo economico e commerciale che aveva garantito una politica di intense

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relazioni a livello internazionale, legate essenzialmente alla tutela dei relativi traffici.
Entrambe avevano maturato ed affinato le tecniche politiche nazionali ed internazionali.
Nasce da questa esperienza una fioritura di scritti storici e di riflessioni teoriche sulla natura e
le forme della politica in quanto tale. Sia Firenze che Venezia soffrono in questo secolo di
svariati sconvolgimenti politici a Firenze iniziano con la cacciata dei medici a seguito del
passaggio di Carlo VIII (1494), e dopo un susseguirsi di eventi nel 1569 Cosimo il giovane sarà
nominato Granduca di Toscana. Venezia nel 1609 è reduce di una dura sconfitta ad opera di
Giulio II, e sarà costretta ad una politica di astensione. Ciò segna un forte indebolimento
politico e militare tuttavia, Venezia non rinuncia ad affermare la propria indipendenza da
Roma.
Questo è il contesto in cui si colloca Machiavelli, la nascita della scienza politica che si realizza
in questi decenni, rappresenta il risultato di quel processo di specializzazione del pensiero che
venne inaugurato dal movimento umanistico italiano.

Insomma è in questo ambiente di tumulti che si sviluppa una riflessione sul potere. E il
contributo più famoso viene dato da Niccolò Machiavelli che nacque a Firenze il 3 maggio
1469 da famiglia antica e benestante. L’autore studiò Dante, Petrarca e Boccaccio e subito
dopo l’esecuzione del Savonarola, fu chiamato alla carica di Segretario della seconda
cancelleria. Per lo Stato di Firenze assolveva compiti diplomatici. Dal 1498 al 1512 svolse
importanti missioni che formarono la sua esperienza politica e diplomatica. Ma nel 1512, i
Medici tornarono a Firenze e lui fu accusato – ingiustamente – di un tentativo di congiura. Così
gli furono tolti gli incarichi, imprigionato e sottoposto a tortura. Quando venne liberato un
anno dopo, ogni ideale era svanito e si ritirò a San Casciano, detto l’Albergaccio dove di giorno
si dedicava alle attività mondane, all’ozio, alle cose vane e leggere e di sera cambiava abito
ritirandosi in solitudine e studiando i classici. Commented [Office38]: Con quest’opera Machiavelli, che
viveva un periodo di ingiusta prigionia lontano dai suoi
Proprio in questi momenti scrisse il De Principatibus, meglio conosciuto come Il Principe, un incarichi politici, voleva mostrare ai nuovi signori la
propria competenza e la propria disponibilità
trattato sul potere in 26 capitoli che dedicò inizialmente a Giuliano De’ Medici, fratello del
papa, che però morì e allora la dedica venne cambiata al nipote del papa, Lorenzo che aveva Commented [Office39]: “A questo punto Machiavelli
introduce un’analisi del rapporto tra virtù di colui che
ricevuto la responsabilità del potere mediceo a Firenze. Per Machiavelli, l’attività politica di un aspira a essere principe e fortuna. Senza fortuna o
principe è basata sull’osservazione della realtà. occasione favorevole la virtù dell’uomo si esercita
inutilmente, tuttavia non è detto che l’occasione
E in questi 26 capitoli denominati da un titolino latino per ogni capitolo, Machiavelli esamina: favorevole consista in una condizione oggettiva ottimale:
 Nei primi dodici la diversa natura e la genesi dei principati e studia le grandi monarchie per esempio, Mosè costruì il dominio d’Israele partendo
(Spagna e Francia). Inoltre dice che un principe deve studiare il passato perché i percorsi dalla condizione di schiavitù degli ebrei. Machiavelli
dedica il VII capitolo della sua opera all’azione di un
che affronterà sono già battuti (Imitatione): principe a cui non mancarono le virtù politiche e in
- Quelli ereditari e quelli nuovi qualche modo dispose anche della forza, ma a cui fece
- Quelli conquistati con le armi e con le proprie virtù difetto, nel finale, la fortuna.”
- Quelli civili (conquistati con il sostegno del popolo) Commented [Office40]: “Un principe che giunge al potere
- Quelli ecclesiastici (in cui il potere si identifica con l’autorità religiosa) in tal modo non può essere considerato un principe
ideale poiché il mezzo che ha usato (il delitto) può far
 Nei capitoli tredici e quattordici si discute dell’organizzazione della milizia: Machiavelli conquistare il potere ma non la gloria. Tuttavia in certi
esprime un giudizio molto aspro sulle truppe mercenarie che sarebbero la causa della crisi momenti, per assicurarsi il potere o per mantenerlo, può
dell’Italia del XVI sec. essere necessario usare la violenza. In tal caso però
bisogna infliggere la violenza tutta in una volta, come fece
 Dal capitolo quindici fino al ventitré si affrontano le qualità che un principe deve avere: il tiranno di Siracusa Agatocle che si liberò in una sola
- Deve essere leone (per la forza delle sue armi) e allo stesso tempo volpe (perché deve occasione di tutti i possibili oppositori, e non trascinarla
ingannare e simulare le virtù che non possiede). Saper usare sentimenti opposti (l’ira e in lungo, perché questo rende insicuri i sudditi neutrali e
persino gli amici e li induce a complottare per rovesciare
la bontà; la cattiveria e la pietà; la violenza e la cortesia) e adeguarsi alle esigenze del il principe. A questa osservazione ne va accompagnata
momento; “Ci sono due modi per combattere: l’uno con le leggi e l’altro con la forza. un’altra fra le più disincantate delle tante che Machiavelli
Pertanto il principe deve essere come il centauro e saper usare la bestia e l’uomo che sono propone sulla natura umana: gli uomini dimenticano più
facilmente la morte (anche per assassinio) del padre che
dentro di lui”. Essere solamente buono può provocare la rovina del principe, al la confisca del patrimonio e di questo devono tenere
contrario mancare di parola, ingannare, assassinare spesso può salvare uno Stato – per conto i principi quando intendono colpire i loro
oppositori o rendere giustizia.”

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questa affermazione l’autore viene considerato immorale – molto spesso chi acquista il
principato con difficoltà, poi facilmente lo mantiene. Bisogna subito mostrare la
propria reputazione al popolo. E se ci si chiede quale strategia il proprio Stato debba
avere, se quella di mantenimento o quella di espansione, allora che si scelga la seconda
come fece l’Impero Romano che visse una situazione di guerra perenne che però unì il
popolo contro nemici esterni, facendogli dimenticare i dissidi interni. Servono buone
leggi e buone armi, soprattutto la seconda. Se ci sono solo buone leggi, conviene
certamente creare buone armi; se ci sono buone armi, non per forza bisogna avere
buone leggi. Un principe che vuole governare bene, deve supporre che tutti gli uomini
sono tendenzialmente cattivi e che lavorino con malignità per il loro fine. Così è stato e
sempre sarà. E sulla religione dice: “non professatene alcuna, ammiratele tutte e
dichiarate che le sole leggi al mondo sono quelle del paese che vi ospita”.
 Nel capitolo ventiquattro ripercorre le cause che hanno compromesso l’indipendenza della
penisola.
 Nel capitolo venticinque viene esposta la teoria sulla fortuna e sulla sua influenza sugli Commented [Office41]: “Dovremmo pertanto concludere
che contro il caso non c’è possibilità di difesa? No, perché
essere umani: se è vero che il caso può essere paragonato a un fiume in
- In questo periodo si dibatte molto su termini come fortuna, caso, fato e destino. Molti piena che tutto travolge davanti a sé, è anche vero che gli
credevano che le cose in questo mondo fossero irrazionalmente governate dalla uomini hanno imparato che contro le piene dei fiumi
possono essere eretti argini per limitare i danni: a una
fortuna. Machiavelli credeva che la fortuna avesse un ruolo importante: ella governa mutazione delle condizioni deve perciò corrispondere un
metà delle nostre azioni, l’altra metà ci permette di farla governare a noi. Lui non la rapido riscontro, un cambiamento di strategia da parte
concepisce come un agente sovrannaturale, ma come la somma di tutti gli elementi del principe. La riflessione politica ha proprio lo scopo di
aiutare i governanti a erigere argini contro le piene della
imprevedibili presenti nella vita dell’uomo. Inoltre, aggiunge che è impossibile, però, fortuna, la quale, essendo donna, va sottomessa con
per l’uomo raggiungere il suo scopo se non ottiene l’aiuto della fortuna. È tutto merito l’impeto e con l’astuzia.”
della fortuna. E allora come acquistare il favore della fortuna? Con le virtù dell’uomo –
per Machiavelli le principali sono astuzia e coraggio.
 E nell’ultimo capitolo, Machiavelli prende le redini del discorso ed esorta i principi a
prendere le armi e a liberare l’Italia dai “barbari”.

Molti dei suoi contemporanei reagirono contro di lui e le sue idee, soprattutto quelle legate
alla morale pubblica dei governanti e della morale privata. Il fine giustifica i mezzi.
Gli umanisti cristiani erano indignati dei princìpi machiavellici. Per loro, il successo di uno
Stato non valeva il superamento delle leggi divine e naturali – della giustizia naturale – da
parte di un principe. Questo tipo di uomo per loro era solo un arrivista di bassa estrazione.

“Parole da dirle sopra la provisione del danaio, in cui egli distingue già tra il campo del
diritto e quello della politica. Il primo, con le sue leggi volte ad assicurare una pacifica
convivenza tra i membri di una comunità, può applicarsi solo ai privati cittadini; il secondo si
applica ai principi e agli Stati e non comporta punizioni per quanti tra loro vengono meno a
eventuali patti, se chi li viola non risulta militarmente inferiore”

“Gastigo [che] si doveva dare alla città d’Arezzo per aiutare il governo fiorentino nella
scelta di un’eventuale punizione da infliggere a quella città ribelle. Machiavelli propone di
rifarsi all’esempio di comportamento offerto dai Romani in casi analoghi e motiva questo
consiglio con l’osservazione che il trascorrere del tempo non muta la natura umana e dunque
è sensato il confronto tra due periodi storici come l’epoca romana e il XVI secolo. I popoli
sottomessi devono essere trattati con indulgenza per conquistarne la fedeltà o annientati per
evitare ribellioni o tradimenti futuri: sono le circostanze particolari poi, e l’interesse del
vincitore, che devono indurre a scegliere tra l’uno o l’altro trattamento. Ciò che comunque il
potere dominante deve evitare sono le mezze misure, cioè un’oscillazione tra indulgenza e

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rudezza nel trattare i sottomessi, perché tale strada è dannosa e fa crescere nei sottomessi sia
il rancore sia l’idea che chi lo domina sia debole.”

Machiavelli compose un’altra opera politica: I discorsi sulla prima deca di Tito Livio un
trattato per commentare i primi dieci libri della storia di Roma di Titolo Livio. Rispetto al
Principe, la trattazione qui è concentrata sulla forma di governo repubblicana, tuttavia le due
opere hanno in comune la preoccupazione per la gestione e la sopravvivenza dello Stato. In
particolare tratta il problema della durata e della felicità dello Stato repubblicano. Come un
principe nuovo riesce a costruire uno Stato soprattutto grazie alla propria virtù, così anche
all'atto di uno Stato repubblicano dovrebbe intervenire una virtù collettiva in grado di
permeare gli ordini. Tuttavia la rovina dello Stato, come quella di un organismo biologico, è
inevitabilmente destinata al deperimento nonostante tutti i tentativi di rifondazione e quelli
di recuperare la virtù delle origini.

Scrisse anche un’opera teatrale La Mandragola. “Capolavoro del teatro comico italiano del
Cinquecento, la Mandragola mette efficacemente in scena i vari appetiti per i quali gli esseri
umani sono disposti a tutto. Come nel Principe, anche in questa commedia le relazioni umane
sono quindi segnate dall’astuzia e dalla forza, dalla stupidità o dall’ingordigia”

Contemporaneo e amico di Machiavelli è Francesco Guicciardini che nacque a Firenze il 6


marzo 1483 appartenendo a una delle principali famiglie nobili della città. Era legato alla
politica per tradizione familiare e nel 1512 la Repubblica fiorentina lo nominò ambasciatore
in Spagna dove regnava Ferdinando il Cattolico. Nel 1516 papa Leone X membro della famiglia
dei Medici, lo nominò governatore di Modena; l'anno successivo il papa gli affidò anche il
governatorato di Reggio Emilia. Conobbe Machiavelli, i due statisti e teorici ebbero modo di
instaurare un buon rapporto, sebbene non mancassero divergenze di opinioni.
Tra il 1525 e il 1527 Guicciardini divenne un influente consigliere del papa: la sua mediazione
sarà decisiva nella stipula dell'alleanza del papato con la Francia, antica nemica, al fine di
ridimensionare il potere dell'imperatore Carlo V. Tuttavia questa alleanza sarà caratterizzata
da una maldestra condotta militare, che consentirà ai terribili lanzichenecchi di saccheggiare
Roma nel 1527. A Firenze intanto cade il governo dei Medici, e lui viene allontanato da tutti gli
incarichi. Si ritira nella sua villa e con il ritorno dei Medici al governo nel 1531, ottiene di
nuovo la fiducia del papa che lo nomina governatore di Bologna. Con l'arrivo del nuovo papa
Paolo III viene esonerato da tutti gli incarichi e si ritira ad ozio politico forzato sino al 1535.
La teoria politica del Guicciardini è incardinata sul concetto del “particulare”, cioè della difesa
del proprio interesse personale individuata come principale movente delle azioni umane,
quindi l’identificazione della propria fortuna con quella della parte con cui ci si schiera. Per
Guicciardini – al contrario di Machiavelli – la virtù del principe è l’onore: seguendo il rispetto
di questo principio che risponde all’onore, non si avrà paura di fare mai cose brutte e
deprecabili. Per Guicciardini è importante conoscere l’uomo e saperlo usare. Bisogna
applicare il principio della discrezione: la capacità di adattarsi, in base alla propria esperienza,
agli infiniti casi proposti dalla vita di un uomo.
L'opera di Guicciardini si apre nel 1512 durante il periodo dell'ambasciata in Spagna,
compose il Dialogo del reggimento di Firenze ovvero un esame della situazione dello Stato
fiorentino, in pericolo per due diverse ragioni: la prima, che un principe avrebbe potuto
trovare la forza di elevarsi al di sopra degli altri e farsi signore di tutta Italia, limitando quindi
l'autonomia di Firenze; la seconda, che le istituzioni della Stessa Firenze erano tali da non
poter garantire un ordinamento civile di tipo repubblicano. Anche se a malincuore Si rende
conto della necessità di coinvolgere il popolo nel governo: auspica quindi, per assicurare
prontezza e autorità delle decisioni, l'elezione a vita di un gonfaloniere, la cui attività sia però

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controllata da un consiglio grande, espressione del popolo, e da un consiglio ristretto,
espressione degli aristocratici.
Anche per Guicciardi ha un grande posto il tema della fortuna. Come Machiavelli, ritiene che
l'uomo possa costruire argini contro l'avversa fortuna, e che però essi talvolta non bastino. Ma
diversamente da Machiavelli, Guicciardini non pensa affatto che possano essere ricavate
regole generali per la politica, sulla base dell'andamento storico.
Guicciardini ancora permeato di uno spirito municipale tipico dei membri delle oligarchie
cittadine italiane, respinge come utopico il disegno machiavelliano di un'unità italiana,
aggiungendovi la considerazione che l'unità politica non è una condizione migliore della
divisione in tanti Stati, soprattutto in un paese come l'Italia dove era sempre stato molto vivo
il senso dell'autonomia cittadina e regionale. Però, come Machiavelli pensa che l’osservazione
e lo studio della storia sia la base fondamentale da cui partire per interpretare la realtà.
Guicciardini pubblicò una sola opera durante la sua vita: Storie d’Italia, che è il suo
capolavoro, ambiziosa cronistoria degli avvenimenti accaduti tra il 1492 (anno della morte di
Lorenzo il Magnifico) e il 1534 (anno della morte di Papa Clemente VII).

Crisi del Rinascimento, Manierismo e Controriforma

Decade l’autonomia politica con il Sacco di Roma del 1527, matura la crisi del ruolo centrale
della cultura italiana a livello europeo e la Chiesa non ha più una funzione “laica” rispetto allo
Stato; al contrario la Chiesa diventa il simbolo di uno Stato monarchico e assoluto grazie
anche all’appoggio militare della Spagna – la cultura classica dopo un’instancabile ripetizione
dei modelli perde il principio ispiratore (i modelli classici) e tutto si riduce al semplice
rispetto di un gioco formale, privo di concetto.

Ecco, il Manierismo: il termine ‘maniera’ indicava semplicemente, nell’uso quattro-


cinquecentesco, quel concetto che noi oggi esprimiamo con la parola ‘stile’. Secondo il Vasari,
gli artisti suoi contemporanei fondavano il loro stile sull’imitazione dei grandi artisti
rinascimentali (in particolare Michelangelo e Raffaello), ma integrando l’imitazione con un
uso accentuato del virtuosismo tecnico e con licenze più o meno ardite che consentivano di
superare, in modo consapevole ed elegante, le regole stabilite dai classici stessi. A partire dal
tardo Settecento i critici e gli storici dell’arte hanno attribuito al termine manierismo una
connotazione dispregiativa. Invece di natura imitazione dei predecessori.
“le tendenze manieriste implicano in letteratura un’eversione non aperta, ma sensibile, contro
i modelli e le regole formali sempre più ferree sancite nel corso del Cinquecento; tale
eversione divenne, per molti autori, indispensabile per sfuggire agli stereotipi (per esempio il
petrarchismo inteso come imitazione pedante di Petrarca nella lirica), una volta che le regole
linguistiche e stilistiche ebbero preso sempre più piede, diventando per molti aspetti
vincolanti, come accadde riguardo all’uso del toscano letterario propugnato da Bembo. Anni
40 si riaprì il dibattito sul famoso trattato di Poetica scritto dal filosofo greco Aristotele. I
precetti (in realtà non espliciti nel testo originale) desunti dal trattato diventarono un punto
di riferimento per le nuove teorie sui generi letterari, sugli stili da adottare in ciascuno di essi
e in generale sulle questioni relative alla composizione dei testi.”

In Italia è crisi politica, crisi religiosa, crisi economica e letteraria. Sì, ci sarà la pace
determinata dal patto di Cateau-Cambrésis (1559), tuttavia si assisterà a un evento di portata
storica come il Concilio di Trento (1545-1563) che diede il via alla Controriforma. Il Concilio
con la Controriforma da una parte ridusse gli esempi di evidente corruzione, ma dall’altra

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ribadì con fermezza l’unità della Chiesa e l’indiscutibilità dei proprio dogmi, questa era la
risposta alla Riforma Protestante. Limita la mondanità. Inizia una grande opera di
ristrutturazione dove la Chiesa mira a controllare ogni settore della vita sociale e imporre i
propri principi cattolici con un assolutismo spietato. Bisognava regolare la condotta esteriore
e tutte le forme di espressione: letteratura, teatro, pittura, scultura…
All’ordine dei Gesuiti con la Compagnia di Gesù il ruolo-guida di questa ristrutturazione e al
Tribunale dell’Inquisizione lo strumento per un’accanita persecuzione degli atteggiamenti
eterodossi. (Indice dei libri e roghi). La Controriforma e le sue regole attecchirono in tutti gli
Stati Italiani, l’unica a fare resistenza fu la Repubblica di Venezia, l’ultima ad avere un
Tribunale dell’Inquisizione, città in cui era possibile trovare una letteratura clandestina
d’opposizione con tutti quei testi come il Decameron di Boccaccio, Il Principe di Machiavelli,
L’Orlando Furioso di Ariosto che erano stati inseriti nell’indice - Rifugio per gli intellettuali
costretti a fare molta attenzione alla forma e alla scrittura secondo le regole della Chiesa.
(Letteratura di viaggio) - Proprio a Venezia uno dei più grandi esempi di opposizione alla
Controriforma e certamente il più grande storico dell’epoca, Pietro Paolo Sarpi chierico
insoddisfatto del risultato del Concilio di Trento, in quanto sperava in una riforma più
profonda della Chiesa e di una pacificazione con il mondo protestante. La sua opera più
grande, pubblicata clandestinamente a Londra sotto pseudonimo, è L’istoria del concilio
tridentino dove, appunto, racconta le reazioni della Chiesa contro la riforma protestante e si
addentra nelle vicende del Concilio, descrivendone le sedute estenuanti, gli intrighi politici
fino alla condanna dei propositi di mediazione con la Riforma. Lui rivendicò i valori del
Cristianesimo delle origini. Il risultato? Venne scomunicato e su di lui si abbatté la vendetta
ecclesiastica quando fu ferito da tre pugnalate in un attentato. Ma sopravvisse e si rifugiò a
Venezia, dove ebbe il sostegno di buona parte dell’Europa.
Giordano Bruno, Tommaso Campanella e Galileo Galilei: furono chiamati dall'Inquisizione

Torquato Tasso

L’influenza della Chiesa colpì anche la corte di Ferrara, colpevole di aver ospitato Calvino in
alcune occasioni. E in quel periodo a Ferrara c’era un altro grande scrittore: Torquato Tasso
che arrivò a Ferrara ad appena 21 anni – lui nacque a Sorrento nel 1544 – e ci restò fino all’età
di 35 anni. Per uno come Tasso che abbandonò casa quando era molto giovane, la corte di
Ferrara rappresentava il luogo ideale, ricco di stimoli, il proprio posto nel mondo dove
crescere e realizzarsi (a differenza di Ariosto che di questa corte conosceva vizi e virtù e ne
era disincantato). Ma il clima rigoristico della Controriforma causò delle incertezze creative
nel poeta che lo portò ad avere una vera e propria crisi esistenziale, tanto da essere rinchiuso
(1579) nell’Ospedale di Sant’Anna dove vi rimase per ben sette anni (1586). Morì nove anni
dopo essere stato liberato e dopo un lungo peregrinare tra varie città come Napoli e Roma Commented [Office42]: “Tasso interviene nel dibattito
incentrato sul problema dell’unità d’azione e su come
dove spirò il 25 aprile 1595. La sua mente era decisamente labile: non si sentiva sicuro della superare le supposte incongruenze compositive
sua fede; si sentiva spiato; spesso in colpa con se stesso, il suo stesso successo era fonte di dell’Orlando furioso cercando di definire i canoni
insicurezza e di ansia, così subentrava la voglia di andarsene via, di fuggire, ritrovare le compositivi per quello che egli chiama poema eroico, un
genere narrativo che egli intenderebbe inaugurare.
proprie radici per cercare di colmare un altro complesso, quello della perdita prematura della “l’abilità del poeta narrativo moderno dovrebbe essere
madre e gli spostamenti infiniti del padre che lo resero un uomo senza patria. quella di introdurre nella sua opera la varietà senza
Ma prima che tutto questo accadesse, Torquato compose le sue opere maggiori: L’Aminta, distruggerne l’unità”
Tasso, in altre parole, è convinto che sia necessario
raffinata favola pastorale e il poema epico cavalleresco Gerusalemme liberata (1575) con il basare il poema su fatti accertati storicamente ma nello
quale prosegue la tradizione culturale ferrarese, terzo autore, dopo Boiardo e Ariosto, nello stesso tempo afferma che si deve lasciar spazio a episodi
sviluppo del poema cavalleresco italiano. ‘plausibili’, che catturino l’attenzione del lettore; perciò
può essere impiegato anche il meraviglioso, purché
Una prima edizione cominciò a uscire nel 1581 con grande successo. Paradossalmente, il più rientri negli ambiti accettati dalla religione cristiana, non
scontento del successo di pubblico fu proprio l’autore, il quale continuò a ritenere il suo sia cioè contrario ai dogmi religiosi.”

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poema per vari aspetti non conforme alla temperie morale-religiosa che si stava affermando a
seguito della Controriforma: anche per questo, Tasso non licenziò mai una redazione
definitiva della Liberata e si accinse a un lavoro di riscrittura che portò alla Gerusalemme
conquistata, opera pubblicata a Roma nel 1593 ma senza grande successo.”

secondo tasso per stupire il pubblico era necessario ciò che lui stesso definiva uno “stile
magnifico e sublime”. Il linguaggio della liberata realizza la magnificenza attraverso l’uso di
figure retoriche, vari calchi letterari classici, una continua frattura del ritmo metrico e
sintattico. Questo per Tasso era il tanto ambito “Parlar Disgiunto”, che porta il linguaggio fuori
dalla dimensione comune, suscitando la meraviglia e diventando “locuzione artificiosa”,
caratterizzata da un infinito legame tra disgiunzione e ripetizione. Rompe con Petrarca.

Il protagonista collettivo del poema è l’esercito crociato, sostenuto dagli interventi divini, che
incarna tutti i valori in cui Tasso e il suo pubblico esplicitamente si identificano.
Contrapponendo il mondo cristiano a quello pagano, Tasso procede con notevole
schematismo ideologico, escludendo quei momenti di solidarietà tra gli schieramenti
frequenti nella poesia cavalleresca italiana fino ad Ariosto. Nella liberata, gli eroi si
trasformano in personaggi ricchi di incertezze e contraddizioni (abbandonando la vecchia
tradizione dell’eroe cristiano “paladino”), essi si distinguono dalle masse proprio per questi
nuovi aspetti psicologici, inquietudine e problematicità. Benchè profondamente diversi, sono
legati gli uni agli altri da corrispondenze che sembrano tradurre le diverse facce dell’”io del
poeta” impersonando i suoi fantasmi e desideri. Questa condizione è presente in tutti i
personaggi principali della liberata.
Rinaldo: Ispirato all’Enea incarna l’eroe controriformistico per eccellenza, la giovinezza e la
forza volti all’azione fisica e alla volontà di affermazione. In lui si affermano tutti gli ideali
positivi della tradizione.
Tancredi: è invece una figura malinconica e “notturna”, chiuso in un dramma interiore
generato dall’amore per la guerriera pagana Clorinda. E‘ questo amore a separarlo
dall’esercito cristiano e a distrarlo. Tancredi è il protagonista di un errore sconvolgente
quando dopo un lungo duello uccide proprio l’amata Clorinda, che gli rivela la sua identità
dopo la sconfitta chiedendogli di battezzarla in punto di morte. In Tancredi troviamo
l’immagine cortese dell’eroe vittima degli eventi causati dall’amore.
Gli eroi pagani: Tasso li descrive come possessori di una forza immane ma priva di
prospettive morali e razionali. Si distinguono Argante e Solimano, la cui forza smisurata è
volta ad impressionare il lettore.
Le figure femminili: Grande importanza hanno nell’opera anche le figure femminili,
incarnando varie proiezioni sociali della donna.
Clorinda è la donna guerriera, che però presenta un lato segreto.
Armida è la maga che travia con la sua bellezza i cavalieri cristiani, è un’immagine
esplicitamente erotica. Innamoratasi del prigioniero Rinaldo e da lui abbandonata essa cerca
un’improbabile vendetta amorosa fino a trasformarsi in una debole fanciulla che nel finale
Rinaldo decide di sposare.
Erminia è l’opposto di Armida, timida, ritrosa e segretamente innamorata di Tancredi. Il suo
desiderio più profondo, realizzato nel finale, è quello tutto materno di assistere e consolare
l’eroe ferito.
Tema: Il piccolo mondo rappresentato offre al lettore una varietà di situazioni: e la tensione
narrativa esibisce con chiarezza il proprio significato ideologico (bene vs male). “In primo
luogo pone l’intera vicenda sullo sfondo di una lotta soprannaturale tra Dio e il diavolo, i quali
intervengono in vario modo, anche col soccorso di angeli e demoni. Il diavolo tenta fra l’altro
di disgregare l’unità dell’esercito cristiano facendo leva su due passioni: l’orgoglio e l’amore.

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L’orgoglio rende alcuni guerrieri cristiani ribelli all’autorità di Goffredo. L’amore, incarnato
dalla bella e sensuale maga Armida, distoglie molti cristiani (tra i quali il valorosissimo
Rinaldo) dal loro sacro dovere. L’impresa di Goffredo non consiste quindi solo nel combattere
il nemico ma anche nel tenere unito il suo esercito: soltanto quando anche Rinaldo verrà
strappato ai piacevoli ma peccaminosi ozi nell’isola incantata, dove è stato condotto dalla
maga Armida, l’esercito cristiano potrà finalmente conquistare Gerusalemme.”
Siamo molto lontani dalla concezione che ha caratterizzato i paladini dalla tradizione fino ad
Ariosto. Qui le gesta eroiche sono segnate dallo sforzo fisico e insidiate dall’orrore della morte
e del sangue.
“Se si confronta la Gerusalemme liberata con l’Orlando furioso, si nota che le due strutture
sono assai diverse non solo per dimensione (venti canti contro quarantasei), ma anche per
l’assenza nella prima degli interventi espliciti del narratore. Per non turbare la
verosimiglianza del racconto, nella Liberata gli interventi sono in genere impliciti oppure si
configurano come esclamazioni patetiche, che accrescono l’effetto emotivo (un altro aspetto
del gusto manieristico). L’innovazione tonale più importante rispetto al poema di Ariosto sta
comunque nel fatto che Tasso rinuncia quasi a ogni traccia di comicità e ironia. Infine, al posto
dello stile ‘medio’ del Furioso, nella Liberata si trova il già citato stile ‘tragico’ o ‘magnifico’,
caratterizzato da una lingua insolita e suggestiva, con un lessico ricco di latinismi e arcaismi e
con una sintassi asimmetrica e frantumata.”

“La «Gerusalemme conquistata». Tasso arrivò a ripudiare la Gerusalemme liberata, e anzi


tentò inutilmente di sostituirla nei favori del pubblico con la Gerusalemme conquistata.
Quest’ultima si distingue dalla Liberata innanzitutto per una maggiore aderenza al modello
dei poemi epici classici: per esempio, il numero dei canti è aumentato a ventiquattro, per
conformarsi ai ventiquattro libri dei quali si compone l’Iliade di Omero. È stato osservato che
Goffredo e Rinaldo diventano quasi dei sosia di Agamennone e Achille, mentre l’assedio di
Gerusalemme è descritto come quello di Troia e vengono aggiunte molte scene di battaglie che
imitano quelle omeriche e virgiliane. Al tempo stesso cresce nella Conquistata l’importanza
dell’allegoria: vengono introdotti nel poema sogni, visioni, apparizioni per illustrare il
significato morale o metafisico dei fatti che il poema racconta.

Aminta: Favola pastorale


con quest’opera Tasso attua una sintesi tra dimensione pastorale e mondo cortigiano.
L’immagine provenzale ampiamente ritrovata da Sannazzaro nell’Arcadia qui si trasforma in
specchio dell’elegante vita di corte, imponendo un modello che sarà valido fino al 700.
“l’opera è infatti uno specchio della corte ferrarese. Significativamente, nel secondo atto Tirsi
(alter ego di Tasso) pronuncia un elogio del duca Alfonso II, munifico mecenate che permette
al poeta di godere dei suoi ‘ozii’ letterari; ma nel primo atto il personaggio di Mopso mette
pure in guardia sul fatto che la città e la corte sono luoghi nei quali dominano il lusso,
l’artificio, la maldicenza e tutto ciò che può pervertire la natura buona e schietta dell’uomo.
Insomma, il mondo dei pastori può essere inteso come un travestimento della corte, ma al
tempo stesso la semplicità ideale di questo mondo rappresenta anche l’opposto dei valori
cortigiani: si colgono cioè contraddizioni e contrasti di idee, caratteristici di tutta la
produzione tassiana.
La vicenda narra l’amore innocente di Aminta, un giovane pastore, per la bella e ritrosa ninfa
Silvia. Dafne e Trisi aiuteranno Aminta a farsi avanti ed inizierà un gioco di digressioni e morti
apparenti che si susseguono nei vari atti. La storia sfiora e respinge la tragedia. Il pubblico può
guardare all’innocenza (dei due giovani), al dolore (quando a turno si credono morti), e alla
gioia (quando si scoprono le morti apparenti e l’amore trionfa). Alla fine di ogni atto un Coro
offre un insegnamento di gaia sapienza mondana ed erotica

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Dal Manierismo al Barocco

Finisce il cinquecento e con l’arrivo del seicento, il freddo e intellettualistico stile del
Manierismo comincia a vacillare lasciando spazio al Barocco che nel settecento era il termine
con cui si identificano in maniera dispregiativa le forme bizzarre, distorte e irregolari che Commented [Office43]: “Alcuni studiosi ritengono che
caratterizzavano le produzioni artistiche del seicento; dall’ottocento, invece, viene utilizzato esso derivi dal portoghese barroco, termine che designa
un tipo particolare di perla, non sferica, ma di fattezze
come termine positivo. Il Barocco è uno stile di pittura nell’arte, ma è anche un termine esteso irregolari; altri (fra i quali Benedetto Croce) credono
al mondo della letteratura e della musica. invece che esso sia legato alla cultura filosofico-
A differenza del Manierismo che seguiva una “certa” maniera, il Barocco è lo stravolgimento scolastica, nella quale baroco definisce un genere di
ragionamento vuoto e tortuoso, un tipo di sillogismo,
degli schemi. Le differenze: logico solo in apparenza. In entrambi i casi il termine ha
 Il Manierismo è un’arte introversa che agisce nei limiti delle forme classiche esasperando una sfumatura negativa, che rimanda alla ‘irregolarità’ o
alla ‘vuotezza artificiosa’ del fenomeno che designa.”.
il fenomeno della ripetizione; Il Barocco tende a far esplodere verso l’esterno quelle forme,
variandole e moltiplicandole in una ricerca ossessiva del “nuovo”. Commented [Office44]: “Nate in un’epoca che ha stravolto
i fondamenti scientifici e filosofici antichi, le poetiche
 l’arte manierista privilegia il ripiegamento interiore e la raffinatezza, e si configura come barocche mirano al superamento dei vincoli e alla
un’arte elitaria, mentre l’arte barocca è spesso estroversa, spettacolare, anche popolare creazione di opere in cui risplenda l’abilità inventiva e la
(soprattutto nell’area ispanica): l’effetto ricercato da molti artisti barocchi è in primo raffinatezza intellettuale dell’artista, che deve cercare in
primo luogo l’originalità: per questo contro le opere
luogo la meraviglia, lo stupore suscitato dall’imprevisto, perciò le opere sono spesso barocche è stata spesso mossa l’accusa di ‘stravaganza’,
concepite come condensati di artifici estremi.” ovvero di estraneità ai canoni rinascimentali dell’armonia
e della misura.”
In questo periodo la Chiesa allenta la presa sui fedeli a cui inizia a perdonare qualche
trasgressione – questo non accade per gli eretici che sono ancora perseguitati e lo saranno per Commented [Office45]: “Una delle costanti più notevoli
un bel po’ – l’obiettivo adesso è fortificare la fede, parlando al popolo con un linguaggio chiaro della cultura ecclesiastica, ma anche laica, di primo
Seicento è l’antimachiavellismo. L’aperta condanna del
e che attiri la sua attenzione, ma senza mai abbassarsi al suo livello. Il Barocco, in questo pensiero machiavelliano, seguita alla precoce messa
senso , si connette all’azione della Controriforma: grazie a questo nuovo stile che cerca di all’Indice del Principe nel 1559, procedette di pari passo
suscitare sempre il piacere e la meraviglia del pubblico, la Chiesa può attrarre più fedeli e i con la riscoperta di Tacito (il cosiddetto tacitismo).”.
gesuiti si dimostrano particolarmente abili nell’impiegare le risorse visive del Barocco per Commented [Office46]: “il Barocco predilige le forme in
agire sulla coscienza popolare. Roma diventa la metropoli del mondo cattolico con tutte le sue movimento, indefinite, decentrate, trascoloranti, contorte
o mutanti che esprimono il senso della labilità delle cose,
opere d’arte. In Europa il potere passa alla Francia che ha la forma politica più progredita: la della frantumazione della realtà, del suo continuo
monarchia assoluta. trasformarsi e deperire”
Il tema principale del Barocco è la natura; nella letteratura ogni testo barocco tende a Commented [Office47]: “Da quanto detto, emerge come
moltiplicare le sue prospettive sorprendendo il lettore con giochi letterari e manipolando il tratto fondamentale del Barocco la volontà di non tentare
più di occultare le contraddizioni insite nell’animo umano
discorso arricchendolo di metafore. Nella poesia non c’era più quell’esigenza di trasporre le e nel rapporto fra uomo e natura, bensì di esibirle, in
proprie sensazioni attraverso i modelli ideali, come fu per Petrarca; adesso si scrive e si parla forme spettacolari”
di poesia per stupire il lettore. Commented [Office48]: “Il segretario di Vincenzo
Muta la situazione degli intellettuali nelle corti. In particolare, la svolta assolutista implica Gramigna (1620) e il Ritratto del «privato» politico
anche nelle piccole corti una riorganizzazione, che va verso una sempre maggiore cristiano (1635) di Virginio Malvezzi, dedicati alle nuove
strategie comportamentali in un ambiente in cui, sul
specializzazione dei ruoli: i letterati diventano impiegati. Alla figura del cortigiano ricco di piano del comportamento non meno che su quello del
cultura, che tratta alla pari con il principe, il cui modello era stato offerto da Castiglione, si linguaggio, sono necessarie l’obliquità, la dissimulazione
sostituisce ora quella del segretario, che impiega il suo ingegno per svolgere servizi e, in ogni caso, una notevole versatilità che consenta di
adeguarsi al continuo mutare dei contesti e delle
diplomatici e amministrativi”. situazioni, ormai difficilmente inquadrabili entro
casistiche definite.”
Il poeta principale di questo filone letterario fu Giovan Battista Marino, nato a Napoli nel
“La prudenza è alla base delle strategie comportamentali
1569. Finì due volte in carcere e fu liberato grazie alla raccomandazione di importanti signori, proposte da Torquato Accetto nel suo trattato – anch’esso
poi fuggì dalla città natale rifugiandosi a Roma presso la corte del cardinale Aldobrandini. dal titolo apparentemente ossimorico o comunque
Rientrerà a Napoli (1624) quasi sessant’anni dopo preceduto dal suo successo. Nel suo stile di paradossale – Della dissimulazione onesta (1641). Il suo
trattato muove dalla considerazione dell’importanza del
poesia c’è la ricerca di caricare qualsiasi oggetto di tutte le possibili parole preziose e di dissimulare in una società governata da «orrendi mostri».
ricamarvi sopra innumerevoli artifizi e sottigliezze – tipicamente barocco – tra le sue opere, la Mentre la simulazione è moralmente riprovevole, in
più importante è certamente L’Adone. Poema in venti canti composti da oltre cinquemila quanto menzogna, la dissimulazione può essere «onesta»,
perché consiste semplicemente nel non far trasparire un
ottave che racconta dell’amore di Venere per Adone, che susciterà gelosie ed ostacoli fino alla pensiero o un sentimento, nel «non fare veder le cose
morte del giovane, ferito da un cinghiale. Verrà pubblicato a Parigi nel 1623. l’Adone è come sono», in un’arte di «velare» la realtà che ha scopo
puramente difensivo

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mitologico e segue i costumi contemporanei. Al suo interno una curiosità infinita per gli
aspetti del mondo, per le forme artistiche e per le tecniche che l’uomo sovrappone alla natura.
L’esperienza di Marino ha un certo fascino sui poeti contemporanei e nonostante il marinismo
non sia l'unica corrente poetica del Seicento, tutta la poesia barocca ruota intorno
all'esperienza marinista. La lirica marinista si fonda su alcuni caratteri generali e comuni e
marcatamente antripetrarcheschi:
 il primo di tipo strutturale riguarda i modi di organizzazione: mentre il Canzoniere di
Petrarca si presentava come una struttura unitaria e compiuta, i poeti barocchi optano per
una organizzazione tematica in sezioni dei loro componimento. La poesia marinista si
sbizzarrisce nella ricerca del particolare inedito.
 Al canone unico e statico di bellezza femminile petrarchesco, i poeti marinisti
contrappongono una variegata casistica di bellezze, offrendo un modello più dinamico, di
figure in azione. Ma la bellezza femminile e i suoi attributi sono solo una piccola parte
dell'universo tematico marinista, che spazia dagli esseri deformi, agli oggetti prodigiosi o
quelli appena scoperti.

Ai marinisti si oppose un’altra idea di Barocco, anzi di Classicismo Barocco. L’idea di Gabriello
Chiabrera la cui qualità fu mantenere uno stretto legame contro i classici e non era semplice in
un’epoca che ricercava nuove forme, spettacolari ricami ritrovando il concetto e
abbandonando il rigore di uno stesso stile. Chiabrera trovò nuove forme – soprattutto
metriche – rielaborando lo stile dei classici greci e inserendo la metrica greca nella nuova
poesia.
Ma lo spirito antitradizionalista era forte nel ‘600 e si faceva di tutto per screditare la rigidità
degli stili passati, anche “prendere in giro” le opere tradizionali facendo delle vere e proprie
parodie. Uno dei filoni più attaccati – anche perché ormai era in forte declino – era il poema
cavalleresco: la sua parodia è il poema eroicomico che ebbe fortuna in tutta Europa e il suo
capolavoro venne scritto in Spagna da Cervantes, il Don Chisciotte. In Italia l’esempio più
famoso è quello di Alessandro Tassoni che scrisse La Secchia Rapita (Modenesi contro
Bolognesi in una guerra causata dal furto di una secchia da pozzo ad opera dei modenesi). In
alcuni casi il poema eroicomico era scritto in dialetto (La differenza tra dialetto e volgare sta
proprio nella posizione gerarchica delle due lingue: il dialetto è secondario e regionale
rispetto al volgare che è ormai lingua nazionale). E i dialetti delle regioni sono componenti
essenziali del linguaggio teatrale, soprattutto nell’ambito della Commedia dell’arte o
Commedia all’improvviso. Ma prima di parlare di questo tipo di commedia è giusto fare una
premessa:
Il Barocco e la sua grande capacità scenografica preparò il pubblico a preferire il teatro come
strumento spettacolare. Così in Europa il teatro tornò a diventare l’arte regina. In Francia
prendono campo le commedie di Moliere, in Spagna quelle di Racine e in Italia si diffondo due
nuove forme di teatro che rappresenteranno un’eccellenza per la nostra nazione: La
commedia dell’arte e il melodramma.
La prima spezza i rapporti con il passato. Non si usa più il copione, adesso serve solo un
canovaccio ovvero una scaletta con i temi principali del proprio personaggio, poi l’attore va in
scena e improvvisa. Il testo diventa secondario, conta l’aspetto scenico. Si formano le
compagnie teatrali e adesso recitano anche le donne. Molti impersoneranno sempre lo stesso
personaggio facendone il ruolo della loro vita e questi verranno chiamati maschere, proprio le
maschere reciteranno in dialetto quei personaggi famosi come Arlecchino, Pulcinella,
Brighella…
Il Melodramma, invece, recupera lo stile delle tragedie greche che erano rappresentate in
musica. C’è una necessità di trasporre la parola in musica e di trovare un equilibrio. Adesso
bisogna esaltare la voce dell’attore ed ecco che nasce il recitar cantando. Vincenzo Galilei,

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padre del grande Galileo, era un musicista e si deve anche a lui questa profonda ricerca nel
campo di quello che sarebbe diventato presto un simbolo italiano, il Melodramma. Dal punto
di vista letterario, questo è un momento storico, il testo deve necessariamente adattarsi al
canto e all’accompagnamento musicale. Per questo nascono i libretti che sono il risultato della
ricerca di nuove forme drammatiche in versi, una sorta di dialogo cantato.
“In altri centri la storia del melodramma presenta tratti assai diversi da quelli fiorentini e
cortigiani. A Roma, per esempio, sotto l’egida dei Barberini, l’esperienza teatrale nel suo
complesso fu sottoposta a più rigorose forme di controllo o utilizzata come potente mezzo di
politica culturale e religiosa.
Caratteri ancora diversi sono presenti nel dramma in musica veneziano, che esordisce più
tardi. Risale infatti al 1637 la messa in scena dell’Andromeda di Benedetto Ferrari (1600?-
1681), spettacolo aperto a un pubblico di paganti. Più aperto, perché chiunque, purché
pagante, poteva parteciparvi, lo spettacolo si trasformò da privilegio di una élite a oggetto di
mercato, la cui offerta era prolungata a seconda delle richieste e con fini esclusivamente
edonistici. Le rappresentazioni non erano più occasionali (per feste o eventi speciali), ma
ricorrenti, secondo un calendario”

Il romanzo
L’evoluzione interna del romanzo presenta due fasi: nei suoi esordi il genere risente
dell’influsso del poema epico e del romanzo cavalleresco, dai quali dipende direttamente, e
dunque tende alla scelta di un’ambientazione alta, antica e spesso esotica; in un secondo
momento, invece, manifesta un crescente interesse per tematiche più famigliari e per
l’introspezione psicologica. La parabola del romanzo tende cioè verso una maggiore aderenza
al reale, verso una forma di evasione non più garantita dalla diversità assoluta del mondo
rappresentato, ma dalla sua similarità, da una analogia che consente un tipo di piacere
fondato sul riconoscimento e sull’identificazione.”
“A differenza del romanzo, che si presenta come genere nuovo, la novellistica risulta ancorata
a una solida tradizione e in particolare allo schema narrativo e strutturale boccacciano. Ma si
tratta di un’adesione più apparente che reale, dal momento che, analogamente a quanto
accade per il romanzo, genere congenitamente ‘misto’, anche nella novella si verificano
fenomeni di contaminazione e di dilatazione contenutistica e formale: la cornice, infatti, tende
a diventare il contenitore di generi vari o a svilupparsi al punto da assumere una dimensione
autonoma di racconto rispetto al corpo narrativo”

Giordano Bruno compose il gruppo dei sei dialoghi «cosmologici» e «morali». La scelta del
volgare e l’impiego di toni comico-satirici per argomenti di tipo scientifico e filosofico segnano
un’importante acquisizione.”
“Sull’infinito verte anche il dialogo De l’infinito, universo e mondi, nel quale viene messa in
crisi l’idea stessa che nello spazio possa esistere un centro (secondo lo stesso Copernico, che
riteneva che l’universo fosse finito, esisteva un centro e quel centro era occupato dal Sole); nel
De causa, principio e uno Bruno affronta questioni metafisiche, quali l’esistenza di un’«Anima
del mondo» e l’eternità della materia, in continuo movimento e in perenne trasformazione. Lo
spaccio della bestia trionfante, primo dei dialoghi morali, è dedicato alla cacciata dei vizi dal
cielo. Nel dialogo Bruno introduce anche alcuni importanti spunti polemici in materia di fede:
il suo scetticismo riguardo alla doppia natura di Cristo, il rifiuto per il culto dei santi,
considerato idolatria, l’opposizione al dogma protestante della salvezza grazie alla sola fede.

Tommaso Campanella promosse una congiura antispagnola e antiecclesiastica, con il progetto


di dar vita a una nuova organizzazione sociale, sul modello poi descritto nella sua opera La
città del Sole. Scoperto e catturato, riuscì a salvarsi dalla pena di morte fingendosi pazzo.

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“Nella comunità ideale che il dialogo descrive ognuno opera secondo le sue virtù naturali, cioè
dando il meglio di sé in base alla sua naturale disposizione. Si tratta di una società
comunitaria, dove non esiste la proprietà privata, né dei beni, né delle donne; una società
razionalmente organizzata, proprio perché rispondente a natura, libera da tutti i tabù e da
tutte le degenerazioni che l’allontanamento dallo stato di natura ha prodotto. Il comando di
una tale città non può essere dunque attribuito che a un sapiente, a un filosofo. “Campanella si
pose concretamente il problema di una realizzazione effettiva del suo ideale, tanto che arrivò
a ipotizzare un coinvolgimento nei suoi progetti di riforma universale di quegli stessi poteri
che aveva apertamente osteggiato (la Chiesa e il governo spagnolo, in un secondo momento la
monarchia francese), piegando decisamente verso un’idea monarchica e assolutistica”

Galileo Galilei –

“Anche se risultava un valido appoggio alla teoria copernicana (che la Chiesa aveva ammesso
solo se presentata in veste di pura ipotesi), il Sidereus Nuncius ebbe buona accoglienza in
ambito ecclesiastico e contribuì a illudere Galilei che fosse possibile conciliare le sue scoperte
con i presupposti della fede cattolica.. Della questione specifica dei rapporti fra scienza e fede
egli si occupò direttamente nelle cosiddette «Lettere copernicane». Parlando del rapporto
fra le Sacre Scritture e i risultati delle ricerche scientifiche, Galilei sostiene con decisione che
la ricerca deve essere autonoma dalla fede: le osservazioni scientifiche, infatti, si traducono in
un linguaggio matematico e hanno dunque un grado di certezza che le Sacre Scritture, che si
servono di un linguaggio figurato e poetico, non hanno. Come spiega in seguito, le Scritture
devono infatti essere interpretate, non parlano alla lettera, ma usano un linguaggio adatto allo
scopo che si prefiggono – che è quello di parlare anche agli uomini semplici – sfruttando
metafore e immagini; il “linguaggio scientifico, al contrario, è oggettivo e non consente che
un’interpretazione univoca e precisa.”

Il Saggiatore - Composto in volgare e di taglio apertamente polemico prende posizione sul


dibattuto tema della natura delle comete, sul quale si era espresso il gesuita Orazio Grassi.
Questi aveva sostenuto che le comete sono corpi celesti e aveva poi attaccato, nella Libra
astronomica ac philosophica (‘Bilancia astronomica e filosofica’), la teoria galileiana, secondo
la quale le comete sono puri effetti ottici.
“Di fatto Galilei aveva torto in materia di comete, tuttavia la sua opera resta un esempio non
solo di vivacità polemica (qui, come altrove, Galilei usa le armi del comico, della messa in
ridicolo dell’avversario), cioè di abilità retorico-letteraria, ma anche e soprattutto di metodo e
rigore scientifico. La tesi centrale è la necessità, per lo scienziato, di leggere direttamente il
«grandissimo libro» della natura e di interpretare i suoi segni. Il che significa da un lato un
netto rifiuto di un tipo di conoscenza libresca, fondata esclusivamente sull’«autorità di molti
poeti» (qual è quella del Grassi), dall’altro la consapevolezza che la lettura del libro della
natura richiede una preliminare conoscenza del linguaggio «matematico» con il quale essa si
esprime. La pura osservazione empirica non basta e può trarre in inganno (perché la natura è
infinitamente varia), se non affiancata dal ragionamento.”

“il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo esibisce già nel titolo un tentativo di
compromesso. Per aggirare gli ostacoli della censura Galilei sostituì questo titolo Dialogo sulle
maree, che palesava subito la sua adesione al sistema copernicano. A una esigenza di
mediazione risponde anche la scelta del genere. Il dialogo consente infatti di mettere in campo
opinioni diverse e di attribuirle a vari personaggi senza coinvolgere direttamente l’autore, che
apparentemente non parteggia per nessuno. Questa forma letteraria permette in effetti non
solo di raggiungere più efficacemente gli intenti didattico-dimostrativi che il testo si prefigge,

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ma anche di divertire il lettore, mettendo in atto una vera e propria commedia di argomento Commented [Office49]: “Nella prima, che va grosso modo
filosofico, recitata da personaggi che acquisiscono progressivamente un loro spessore, un dall’ultimo decennio del Sei alla metà del Settecento, il
carattere specifico. recupero del classicismo avviene all’insegna di un
tentativo di restaurare il buon gusto (ovvero il senso
della grazia e della misura) da parte di una nuova
Il settecento generazione di intellettuali: è il caso dell’Accademia
dell’Arcadia, fondata nel 1690 a Roma, che propugnava il
ritorno a una poesia di argomento bucolico, leggera ed
Nel settecento il Barocco c’è l’evoluzione di un pensiero che predilige un ritorno elegante, praticata da una selezionata cerchia di letterati.
all’elaborazione di un gusto classico-razionale, specialmente in Italia dove nasce un rifiuto Nel contesto europeo, la temperie artistica è dominata
delle stravaganze e degli eccessi barocchi. In questo periodo storico tramonta la potenza dal Rococò, movimento nato alla corte del re di Francia
Luigi XIV (il «re Sole», che regna dal 1643 al 1715) e poi
spagnola, adesso la Francia è il centro d’Europa (in Italia è l’Austria ad avere il controllo) e si sviluppatosi nei primi decenni di regno di Luigi XV
assiste a una nuova trasformazione della società: da una divisa in ordini, a una divisa in classi (1715-1774). Si tratta di un movimento
e tra queste una che sta crescendo in ogni campo, la borghesia: scriveva e leggeva libri; preminentemente artistico, basato su un uso raffinato e
controllato di forme sinuose già care al Barocco, dalle
dipingeva e acquistava quadri. In campo economico in Inghilterra abbiamo la Rivoluzione proporzioni ridotte o addirittura minime: proprio la
Industriale con la macchina a vapore - Si diffonderà in Europa la moderna società capitalista - miniatura costituisce uno degli ideali del Rococò, arte per
mentre in Francia con la rivoluzione francese nascerà una società moderna con nuove certi aspetti volutamente ‘minore’. Va aggiunto che, in
questi anni ma anche in seguito, si assiste a una
strutture politiche e sociali: sono riconosciute l'uguaglianza degli uomini e l'esistenza di diritti divaricazione tra i gusti delle grandi corti e delle società
e doveri e dal concetto di suddito si passa a quello di cittadino. 
 in cui la borghesia “si è più sviluppata: per esempio, in
Inghilterra, dove è cresciuto l’interesse dei nuovi
borghesi per la cultura, si riscontrano non solo nuove
Il Settecento è anche il secolo della nascita delle scienze umana, dall'antropologa allo studio forme di comunicazione letterario-culturale (soprattutto
del linguaggio, all'indagine sull'origine della religione. Il mondo intellettuale europeo è attraverso i giornali e i dibattiti critici), ma anche generi
caratterizzato dal cosmopolitismo e dal senso di appartenenza a una universale Repubblica inediti o fortemente rinnovati: è il caso del romanzo, che
assume una nuova dimensione realistica a partire dal
delle lettere. Accanto al letterato di corte comincia a diffondersi la figura dell'intellettuale Robinson Crusoe (1719) di Daniel Defoe.
moderno che vive del proprio lavoro. L'organizzazione istituzionale del sapere si configura in A partire dalla fine degli anni Trenta e poi sempre più
forme rinnovate. In particolare conosce una grande espansione, accanto alle tradizionali intensamente nei decenni successivi, si sviluppa una
nuova corrente di pensiero, l’Illuminismo. Questo
università il fenomeno delle accademie scientifiche. Luoghi di organizzazione del sapere sono movimento, che nasce in Francia ma assume dimensioni
anche società e club nati spontaneamente e logge massoniche. Vero e proprio strumento europee, si fonda sul libero pensiero, ossia sulla volontà
privilegiato per la diffusione del sapere e per la costituzione di un'opinione pubblica sono i di servirsi della ragione per una conoscenza senza
limitazioni (sapere aude – ‘osa sapere’ – era il motto
giornali e le gazzette. Tra la nobiltà e la grande borghesia si diffonde infine la moda del grand dell’Illuminismo secondo il filosofo tedesco Immanuel
tour ovvero dei lunghi viaggi attraverso l'Europa a scopo culturale e formativo (Goethe in Kant). Fortemente contraria alle forme di assolutismo
Italia). 
 politico e religioso, la cultura illuministica favorisce nelle
arti una reinterpretazione del Bello, che inizia a essere
oggetto di una disciplina specifica, l’estetica. In
Adesso dal punto di vista letterario, bisogna tuttavia distinguere due fasi piuttosto diverse: particolare, l’Illuminismo si legò a un nuovo filone di
 Nella prima che va grosso modo dall'ultimo decennio del Seicento alla metà del interpretazione del classicismo, una rivisitazione
razionalistica della classicità, sentita però come ormai
Settecento, il recupero del classicismo avviene all'insegna di un tentativo di restaurare non recuperabile se non a livello ideale: il richiamo al
il buon gusto: è il caso dell'Accademia dell'Arcadia, fondata il 5 ottobre 1690 a Roma, mondo greco-latino era segnato cioè dalla
che propugnava il ritorno a una poesia di argomento razionale, leggera ed consapevolezza della distanza che “separava da quel ...
elegante.
Uno dei cofondatori dell’Accademia fu Gian Vincenzo Gravina. Questa Commented [Office50]: “Il movimento dell’Arcadia svolge
una funzione unificante per il ceto intellettuale della
accademia ottiene l’adesione di quasi tutti i maggiori scrittori italiani. Tratto penisola, che per la prima volta si trova riunito in un
caratteristico dell’accademia è il travestimento pastorale sia nella struttura del testo programma comune di rinnovamento e di valorizzazione
che ai sonetti preferiva le canzonette (la struttura metrica più diffusa nel settecento); della tradizione letteraria nazionale. I poeti italiani sono
apprezzati anche nelle grandi capitali europee.”.
sia nell’interpretazione dei ruoli all’interno dell’accademia: infatti ogni socio doveva
scegliere per sé uno pseudonimo pastorale greco. Il primo capo (custode generale) Commented [Office51]: “Nel 1655 la regina Cristina di
Svezia, dopo aver rinunciato al regno e alla fede luterana,
dell’accademia fu Giovan Mario Crescimbeni che rimase in carica fino alla morte. si trasferisce a Roma sotto la protezione del papa
L’accademia trasferisce il mondo dei salotti contemporanei in ambienti campestri e Alessandro VII. Cristina ricostituisce da subito
boscherecci, frequentati da pastori e pastorelle. Qui – per loro – si ha una società ideale l’Accademia Reale da lei precedentemente fondata a
Stoccolma, dandole degli indirizzi che tendono a
che prende il posto di quella reale e ne purifica le forme e le regole. Era un sogno promuovere una rinascita classicistica, con l’invito a
quello dell’Accademia, altro non era che un gioco della fantasia che permetteva imitare i secoli di Augusto e di Leone X. L’attività
l’evasione in un luogo in cui si poteva godere dei vantaggi della civiltà senza sottostare dell’Accademia Reale si interrompe con la morte della
regina nel 1689, ma il 5 ottobre 1690 un gruppo di
ai suoi vincoli, dove l’uomo è sottratto per pochi istanti alla realtà consueta e al quattordici letterati, riunito nei giardini di San Pietro in
quotidiano. Gli arcadaci furono protagonisti di una riforma – La riforma delle lettere - Montorio, sul Gianicolo, dà vita all’Accademia
dell’Arcadia.”.

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che voleva rilanciare la tradizione restaurandone i valori classici greci, la sua purezza e
lo stile “grazioso” con un testo chiaro, privo di metafore, un lessico antipetrarchesco di
facile struttura e decifrabile.
In questo periodo, oltre alla lirica, i generi teatrali finirono sotto osservazione. E anche
in questo campo, l’Accademia dell’Arcadia volle dire la sua: c’era il problema del
confronto infelice con la drammaturgia francese del seicento; l’Italia era famosa per il
melodramma che identificò in Europa l’italiano come lingua dell’amore, della passione,
degli slanci cavallereschi (e criticata per lo stesso motivo dai francesi perché troppo
aulica e finta). Gli accademici criticarono aspramente il melodramma perché lo
consideravano figlio di un testo troppo sacrificato alla musica, una sintesi del
“malgusto” barocco ovvero un semplice “piacere per le orecchie”, solo spettacolo e
niente contenuto.
Il primo riformatore, Apostolo Zeno, voleva sostituire un gusto severo ed eroico che
era il tentativo di riesumazione di antiche tragedie cinquecentesche, ma che per un
fastidioso e inadeguato linguaggio latineggiante e accademico fu respinto dal pubblico
che invece preferiva il gusto idilliaco del melodramma che esaltava e amplificava i Commented [Office52]: Furono comunque molte le
sentimenti. Le opere teatrali degli accademici finirono per suscitare un sentimento di riserve negative e le condanne espresse nei confronti del
melodramma da parte degli orientamenti razionalistici e
parodia nei loro confronti, troppo seri, troppo severi, troppo antichi. antibarocchi diffusi dall’inizio del 700: la prevalenza degli
Così la vera riforma di “buon senso” la fece Pietro Metastasio che fece mutare il elementi musicali e spettacolari e il rilievo delle
melodramma, dalle eccessive proporzioni barocche a misure più serene e temperate convenzioni e degli schemi teatrali apparivano
estremamente negativi. Alla comunicazione pura, nitida e
che tentarono di ricondurlo a un ordine e una misura. Riuscì a trasferire l’ideale trasparente della parola letteraria il melodramma
arcadico di semplicità e chiarezza e riuscì a diffonderlo in tutta Europa. Ridusse il sembrava opporre la deviazione e l’ambiguità, la
numero di arie e le collocò a fine scena; preferì uno schema settenario fisso con mescolanza tra linguaggi e tecniche, gli “effettacci” di cui
esso era pieno, sembravano renderlo qualcosa di
l’espressione di un solo affetto per dramma. E fece la sua battaglia contro gli abusi dei grossolano.
musicisti che deformavano i testi poetici a loro uso e consumo. Per lui sarebbe stato Commented [Office53]: L’opera di Metastasio porta a
molto meglio che i suoi testi venissero recitati da comici che non da cantanti. livello più alto la tendenza arcadica di un linguaggio
E così ci fu una reazione poetica, con gli stessi autori che fecero delle “autoparodie” chiaro e semplice, ha una simmetria sintattica ed un
graziosa cantabilità, ma nello stesso tempo supera lo
delle opere: Goldoni, per esempio, nella Bella Verità mandò in scena un personaggio schematismo delle formule arcadiche, grazie ad una
che lo raffigurava durante un periodo di composizione del testo, un periodo nuova capacità di movimento e di risonanza
tormentato dalle richieste dei cantanti. sentimentale.
Partendo da un vocabolario molto limitato, e ricorrendo
Ma chi era Pietro Metastasio (nato il 3 gennaio del 1698)? A scoprirlo all’età di dieci molto raramente all’uso della metafora, Metastasio si
anni quando si chiamava ancora Pietro Trapassi, fu Gian Vincenzo Gravina che lo prese serve di una sintassi limpida e simmetrica e crea un
come suo protetto e lo avviò all’apprendistato. Eccellenti erano le sue capacità di nuovo linguaggio sentimentale che rompe ogni legame
con la difficoltà petrarchesca restituendo al discorso
improvvisazione, infatti era richiesto nei salotti romani dove si esibiva. Gravina gli amoroso una vivace immediatezza.
diede il cognome grecizzato Metastasio e gli fece abbandonare l’improvvisazine per
Commented [Office54]: Nello spettacolo metastasiano la
penetrare nello studio della poesia dell’antica Grecia. Lo portò a Napoli dove lo avviò a poesia occupa una posizione di rilievo rispetto alle altre
studi filosofici ed è qui che pubblicò le prime opere Giustino e il Convito degli Dei. Ma componenti, ma ciò non va a scapito delle varie esigenze
nel 1718, quando Metastasio aveva 20 anni, muore Gravina che lo lascia erede della teatrali: la capacità organizzativa del poeta deve far si che
il libretto contenga già in se quei valori spettacolari e
sua biblioteca, contestualmente quello fu l’anno dell’ingresso di Metastasio musicali.
nell’Accademia dell’Arcadia che lo vide celebrare il suo maestro con l’elegia La strada
della gloria. A Napoli conobbe il compositore Nicola Porpora che lo iniziò nel campo
della poesia per musica e così compose la cantata Gli Orti Esperidi per il compleanno
dell’imperatrice d’Austria dove la parte di Venere venne affidata a Marianna Benti
Bulgarelli detta la “romanina”, già sposata a Giuseppe Bulgarelli. Proprio con la
romanina, Metastasio iniziò un’amicizia intima ed è a lei che lui dovette i primi
successi. Lei lo introdusse alla corte napoletana ed è qui che scrive l’opera più famosa
Didone abbandonata che lo consacrò in tutta Europa. Sostituì Apostolo Zeno a Vienna,
nella corte della contessa D’Althann, vedova del conte omonimo. A Vienna trascorse 52
anni sotto la sua protezione. Alla morte della romanina che gli aveva chiesto più volte

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di rientrare a Roma, lui ricevette in eredità tutti i suoi averi, che rifiutò in favore del Commented [Office55]: “In generale, le scienze vanno
incontro durante il Settecento a importantissimi
marito dell’amica. progressi: è l’intero sistema del sapere che trova una
 A partire dalla fine degli anni Trenta e poi sempre più intensamente nei decenni risistemazione che prelude a una visione globale della
successivi, si sviluppa una nuova corrente, l'Illuminismo. Questo movimento, che realtà di tipo scientifico-razionalista, nella quale la
religione e la metafisica trovano sempre meno spazio. Per
nasce in Francia ma assume dimensioni europee, si fonda sul libero pensiero, ossia esempio, nel corso del secolo, inizia a sfaldarsi la secolare
sulla volontà di servirsi della ragione per una conoscenza senza limitazioni. concezione che vedeva la Terra creata in origine da Dio e

Fortemente contraria alle forme di assolutismo politico e religioso, la cultura conservatasi senza cambiamenti nel tempo.”.
illuministica favorisce nelle arti una reinterpretazione del Bello, che inizia a essere Commented [Office56]: Il classicismo illuministico
oggetto di una disciplina specifica, l'estetica. 
 intendeva riattraversare le forme storiche e mitiche, i
modelli umani e morali, rappresentati dai classici antichi,
L'illuminismo si legò a un nuovo filone di interpretazione del classicismo, una ma sapeva anche riconoscerne la lontananza e diversità.
rivisitazione razionalistica della classicità, sentita però come ormai non recuperabile Commented [Office57]: “L’opera più nota di questo
se non a livello ideale. Si parla perciò di Neoclassicismo per l'arte e la letteratura della periodo è il poema in terzine In morte di Ugo Bassville
seconda metà del Settecento secolo, che sono investite da un nuovo interesse per le (1793), meglio noto come Bassvilliana: Monti immagina
che l’anima di Ugo Bassville, un diplomatico francese
forme armoniche e perfette, avviato anche dalla scoperta di opere antiche ancora arrivato a Roma per diffondere le idee rivoluzionarie e
sconosciute, come Pompei e Ercolano. Il modello del neoclassicismo è l’antica Grecia. fatto a pezzi dalla plebe romana, si penta di fronte a Dio
Attraverso la raffigurazione degli antichi eroi e dei, gli artisti neoclassici si degli orrori causati dalla Rivoluzione.”
“Nonostante questa sua presa di posizione
riappropriano dei valori e delle virtù proprie della classicità, tentandone una grandiosa antirivoluzionaria Monti inizia a essere sospettato di
trasposizione nel mondo moderno. Il Neoclassicismo si differenzia notevolmente dal giacobinismo e fugge nel marzo 1797 a Milano, allora
classicismo perché non poggia su una visione unilaterale e assoluta del passato classico capitale della Repubblica Cisalpina. Qui tenta di far
dimenticare l’episodio della Bassvilliana, che aveva avuto
da imitare, non pretende di affermare valori indiscutibili ed eterni, ma cerca nel grande notorietà, componendo inni e poemetti
passato per nostalgia e per ammirazione dei classici ed è molto influenzato rivoluzionari. “Durante il soggiorno parigino, causato dal
dall’Illuminismo. Sotto l'etichetta di Neoclassicismo si possono collocare le produzioni rientro degli austriaci a Milano nel 1799, Monti traduce in
ottave, secondo la tradizione della poesia eroicomica, la
di autori molto diversi che, in contemporanea o in rapida successione, sperimentano Pucelle d’Orléans (‘La pulzella d’Orléans’) di Voltaire (la
stili in apparenza contrastanti. traduzione rimane inedita ma testimonia la vis comica
Il poeta più esemplare nell'ambito del Neoclassicismo è Vincenzo Monti, nato ad del linguaggio montiano) e scrive la cantica In morte di
Lorenzo Mascheroni, che denuncia il malgoverno
Alfonsine Ravenna nel 1754 da una famiglia di proprietari terrieri. Entra in Arcadia e francese in Italia ma ribadisce la fiducia in Napoleone”
nel 1776 si trasferisce a roma. La sua poesia tocca temi cari al neoclassicismo come la “Definitivamente chiusa la parabola napoleonica, Monti
commemorazione dell'antico passato della classicità nella canzonetta “Prosopopea di festeggia il ritorno degli austriaci in Lombardia con Il
ritorno di Astrea (1816), senza per questo accomodarsi
Pericle”, scritta per il ritrovamento di un busto dellos tatista greco e la all’ideologia della Restaurazione e anzi restando legato a
rappresentazione in veste mitologica dei progressi della tecnica moderna nell'ode al un’idea illuministica della cultura”.
Signor Montgolfier. Commented [Office58]: la cultura del Parini È
Ma la migliore sintesi di un neoclassicismo con i principali caratteri della civiltà lontanissima dal cosmopolitismo degli illuministi, si basa
illuministica italiana è presente in Giuseppe Parini che nasce a Bosisio in Brianza nel sulla fedeltà alla tradizione classica greca e latina e all’uso
che di essa aveva fatto la letteratura del cinquecento.
1729 in una famiglia modesta che commerciava seta. A dieci anni si trasferì da una zia Quello di Parini, a differenza di quello dell’Arcadia, È un
a Milano che alla morte nel 1740 gli lasciò una magra eredità in cambio dell’avvio degli classicismo integrale, aperto l’analisi della realtà che
studi ecclesiastici che dopo tante difficoltà e assenze per la precaria condizione di intreccia strettamente la cura per la forma e l’equilibrio
espressivo con una forte tensione morale. L’autore vede
salute del Parini, gli permisero di diventare sacerdote pur senza una vocazione nell’Illuminismo, specialmente nella prima fase della sua
originale. attività, un valido strumento per il recupero
Parini era legato all’Arcadia, lo dimostra la sua prima opera Alcune poesie di Ripano dell’originaria razionalità della natura. Facendo
convergere tradizione classica e punto di vista illuminato,
Eupilino che gli permise di essere ammesso all’Accademia dei Trasformati, pur il Parini si pone come poeta “civile”. Parini si trova a
trovando una certa difficoltà di ambientamento per via delle sue umili origini e che continuamente verificare come la propria cultura sia
causò una sorta di distacco dalla società nobile che lui osservava dall’esterno e che sarà costretta subire il peso delle gerarchie sociali.
La sua situazione economica e le sue esperienze, creano
spesso oggetto di osservazione nelle sue opere. Nel 1754 viene assunto come in lui un’amara coscienza dei dislivelli sociali, a cui egli
precettore in casa dei conti Serbelloni, qui vivrà la vita di corte fino al 1762 quando si oppone una spontanea esigenza di eguaglianza naturale
licenzierà per iniziare delle collaborazioni con giornali e riviste. In questo periodo tra uomini. Egli non aspira alla distruzione della nobiltà,
ma alla critica del comportamento di quei nobili che dalla
muta la sua scrittura, passa dai modelli arcadici al confronto con le proposte propria superiorità sociale conducono una vita di mera
innovatrici dell’illuminismo. Egli tende al completo assorbimento della tradizione dissipazione, indifferenti a ogni attività utile alla
classica, ma lo irrobustisce con delle novità sintattiche e con le idee illuministe. Antichi collettività. A questa nobiltà parassitaria il poeta oppone
gli antichi modelli classici di severità. Nella sua ideologia
come modelli e maestri della scrittura sì, ma uniti al concetto della libertà di parola. La alle classi più umili resta il compito del lavoro manuale E
letteratura classica così come era stato nel cinquecento era un modello, ma non della fatica; la guida della società spetta ancora a quella
nobiltà che sappia darsi la nuova educazione che faccia ...

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astratto e formale, per Parini non conta il classicismo esteriore dell’Arcadia, ma quello
interiore fondato sull’identificazione tra Ragione e natura. Insomma, lui osserva la
tradizione classica dal punto di vista illuminista.
In questo periodo scriverà i primi poemetti “Il Mattino” e “Il Mezzogiorno” che faranno
parte di un progetto più grande chiamato “Il giorno” che però è rimasto incompiuto: un Commented [Office59]: “Secondo il progetto originario,
unico poema in endecasillabi sciolti articolato in quattro parti - Il Mattino, il Meriggio, avrebbe dovuto seguire un terzo poemetto intitolato La
Sera, ma Parini decide, successivamente, di farne un
Il Vespro e La Notte. Gli ultimi due furono pubblicati postumi, mentre i primi due unico poema, dal titolo Il Giorno”
furono pubblicati senza che l’autore si firmasse. Ma tutti sapevano che era lui il vero .
autore dei due poemetti e quest’opera portò un grande successo a Parini.
Parini si finge un «precettor d’amabil rito», cioè maestro di amabili costumi, che vuole
insegnare a un «giovin signore» aristocratico come debba trascorrere piacevolmente la
giornata. Attraverso questo escamotage Parini mette in rilievo, ridicolizzandoli e
censurandoli, tutti gli aspetti di vacuità e di parassitismo della nobiltà contemporanea,
priva ormai di una funzione sociale produttiva.”
Diresse la “Gazzetta di Milano”, poi divenne professore di “Belle lettere” nelle Scuole
Palatine e all’arrivo dei francesi a Milano lui fu chiamato per il suo prestigio e per la
sua fama a lavorare per la nuova municipalità, ma qui ogni autonomia era soffocato dal
controllo francese e ormai malato e cieco abbandonò l’incarico e quando tornarono gli
austriaci non fu toccato dalle persecuzioni che colpirono i collaboratori dei
rivoluzionari francesi. Morì 15 agosto 1799.
Ne “Il Giorno” lui descrive la finzione dell’ammaestramento del giovin signore svelando i
modi di vita e la decadenza della nobiltà contemporanea.
“Dialogo sopra la nobiltà (1757). Protagonisti sono i cadaveri di un poeta plebeo e di
un nobile che, ridotti ormai dalla morte a una condizione di totale uguaglianza,
discutono di ciò che renderebbe diversi i nobili dai plebei. Il nobile, dapprima
altezzoso, deve alla fine riconoscere, di fronte alle inoppugnabili argomentazioni del
poeta, l’assurdità delle distinzioni di sangue tra gli uomini.
Le odi Parini interviene sugli schemi della canzonetta arcadica rifuggendo la struttura
che le aveva caratterizzate in favore di un ritmo classico, latineggiante, che disegna
cose persone in modo fermo e definito. Siamo lontani dallo stile del Giorno: qui la
scrittura delinea in modo netto i pochi oggetti e personaggi, le odi costruiscono
un’immagine nobile del poeta, che vuol indicare valori positivi e caratteri negativi della
realtà, individuando la strada giusta per il raggiungimento del bene comune. Proprio in
questa figura di poeta educatore trova il suo punto di partenza. furono scritte da
Giuseppe Parini come poesia d'occasione in un ampio lasso di tempo sensibilità. La
prima fase, che giunge fino agli anni settanta, è caratterizzata da una forte componente
sociale, in cui la visione del Parini, fondamentalmente classicista, si fonde con
riflessioni sul "come" si vive. La seconda fase ha soprattutto un indirizzo educativo, e
possiamo collocare l'inizio di questa fase nel 1777 circa, con “La laurea”. Ma è “La
caduta” a rappresentare il vero emblema della poesia del Parini: il poeta vecchio e
malandato cade, un passante lo raccoglie e gli suggerisce di comportarsi più
servilmente con i potenti che lo hanno lasciato solo. Il poeta, sdegnato, rifiuta di
piegare la testa.
La terza fase è invece prettamente neoclassica, l'animo nobile e la dignità del ruolo del
poeta sono al centro delle odi, intrise di bellezza antica, erotismo, sentimenti, che
appaiono al poeta, illuminate da una luce calda e ferma che finalmente mostra al poeta
ciò che egli ama ma che non riesce a vivere fino in fondo. Qui, in questa fase, l'uomo
Parini, non solo poeta e sacerdote, educatore e giudice, esce fuori e si ritrova in tre odi
dedicate a tre donne amate dall'ormai vecchio poeta.

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Nella poesia europea del XVIII si colgono bene i due momenti principali che
contraddistinguono tutta la letteratura di questo secolo: nella prima metà prevalgono in
generale le opere di tipo rococò, elegantemente argute, allusive nel loro rapporto con i classici Commented [Office60]: “Nell’Ottocento passa a indicare lo
ma non prive di contatti con l’ingegnosità barocca. A partire dagli anni Sessanta e soprattutto stile artistico in cui vengono rielaborati elementi
dell’ultima fase barocca, mescolati con forme ornamentali
verso la fine del secolo, il gusto neoclassico, in contatto più o meno esplicito con il pensiero e preziose, a loro volta derivate da un classicismo pieno
illuminista, diventa invece dominante” di grazia e leggerezza.”.

 In Inghilterra la prima metà del secolo è dominata dalla poesia di Pope che esprime il
gusto rococò tipico del cosiddetto classicismo augusteo. A partire dai primi anni
Sessanta si diffonde un nuovo indirizzo poetico, che rimanda a un gusto per il primitivo
in genere considerato lontano dai vari classicismi e inserito nell'alveo dei filoni
protoromantici. Lo scozzese Macpherson pubblica libere versioni di canti tradizionali
gaelici, il cosiddetto ciclo di Ossian, leggendario poeta e guerriero del III secolo d.C,
rielaborandoli e interpolandovi episodi di sua invenzione. I Canti di Ossian conoscono
una grandissima fortuna anche in Italia. 
Va poi segnalato il filone della poesia
sepolcrale, un tipo di poesia che dà spazio ai sentimenti ispirati dalla visione della
natura e dalla contemplazione della morte. 

Ma nel corso del Settecento nasce in Europa un nuovo tipo di romanzo, che si rivela il
genere più adatto alla rappresentazione della nascente società borghese. Patria del
romanzo moderno è l'Inghilterra, che è anche il paese nel quale maggiormente si
sviluppa una moderna borghesia commerciale e industriale. La caratteristica di fondo
di questo filone narrativa è quella di proporre una forma di realismo molto più attenta
ai dettagli concreti e quotidiani rispetto al passato. Fra i primi artefici del nuovo
romanzo va citato Daniel Defoe, piccolo borghese, mercante e uomo politico
addirittura spregiudicato, attivo anche come giornalista. E' lui il primo a enunciare i
valori di operosità e sviluppo della nuova borghesia nel Robinson Crusoe, storia Commented [Office61]: “Nel rapporto tra Robinson e un
ricavata da eventi realmente accaduti. selvaggio incontrato sull’isola, da lui salvato e chiamato
Venerdì, educato ma anche impiegato ai propri scopi dal
 Nella Francia della prima metà del secolo domina la poetica classicistica di Boileau protagonista, secondo numerosi critici è simboleggiata
senza tuttavia dare risultati di originalità. Un vero rinnovamento si riscontra con il l’essenza del colonialismo europeo, sempre in bilico tra i
due poli della civilizzazione e dello sfruttamento.”.
neoclassicismo di Chenier, morto sulla ghigliottina durante il periodo del Terrore. 
In
Francia c’è anche il primo esempio di Romanzo Filosofico con “Le lettere persiane” di
Montesquieu che attraverso il racconto di due viaggiatori persiani in Europa,
sottopone a una graffiante analisi critica i costumi occidentali. Ma è con Voltaire che il
genere trova la sua forma tipica: al centro della narrazione "a tesi" vi è un problema
sociale o morale che viene affrontato con ironia e vivacità. L'opera più importante è
Candido, scritto dopo il terremoto di Lisbona del 1755 che ha come bersaglio
l'ottimismo finalistico della filosofia leibnziana. Il folosofo Leibnziz infatti, aveva
sostenuto che Dio, essere perfetto, ha creato fra tutti i possibili il mondo più perfetto e
che il male serve spesso per far gustare meglio il bene e qualche volta contribuisce a
una perfezione più grande di colui che lo soffre. Voltaire, con spirito ironico, ha buon
gioco a mostrare, attraverso tutte le disgrazie di cui è testimone Candido,
l'irragionevolezza di questa tesi.
Jean-Jacques Rousseau ottiene come narratore un grandissimo successo europeo con
Giulia o la nuova Eloisa (Julie ou la Nouvelle Héloïse, 1761). Storia di una passione
infelice, il romanzo si caratterizza per il forte lirismo e la rappresentazione
‘sentimentale’ della natura, cioè legata alla percezione che di essa ha il soggetto
singolo: una visione che eserciterà una grande influenza sulla letteratura successiva.
Ma il nome di Rousseau resta oggi ancor più legato a Le confessioni (Les confessions,
1782-89), pubblicate postume. Si tratta del primo esempio di autobiografia

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compiutamente moderna, che sin dalle pagine iniziali rivela l’intento innovativo di non
tacere nulla della vita dell’autore, nemmeno i lati più disonorevoli, e di dare spazio, con
effetto rivoluzionario, al sentimento, alla memoria e alla sfera più intima
dell’individualità”
 In Italia è Napoli a rappresentare uno dei poli della cultura più vivaci. Qui si sviluppa
un nuovo ceto economico e professionale caratterizzato dagli studi del diritto e
dall’esercizio dell’avvocatura. Da questi studi proveniva anche Giambattista Vico
(1668-1744) che è il rappresentante della filosofi italiana di questo periodo. La sua
opera più importante è Principi di una Scienza nuova intorno alla comune natura delle
nazioni. In quest’opera Vico pone l’uomo ancor al centro dell’universo e della
riflessione filosofica, un atteggiamento umanista che lo vedrà cozzare contro
l’orientamento contemporaneo. Per Vico – al contrario di Ludovico Antonio Muratori
che sosteneva che la il passato doveva essere la lezione per il futuro – la storia non è il
tentativo di trovare nelle vicende umane la presenza di leggi astratte riconducibili a
uno schema della ragione, ma proprio il contrario: per lui esiste un disegno
provvidenzialistico, ovvero c’è una volontà divina che agisce sull’uomo. E poi la
scoperta di ritmo costante della vita dell’uomo, riconduce a un ritmo costante della
storia (l’esperienza del singolo che disegna l’esperienza della storia). Come per l’uomo
il ritmo è sempre lo stesso e si ripete all’infinito (infanzia, adolescenza, maturità) lo è
anche per la storia (Età degli dei, età degli eroi, età degli uomini).
 In Germania il fenomeno più singolare e rilevante nella poesia tedesca è quello Sturm
und Drang (tempesta e impeto) secondo gli scritti teorici di Herder che propugna in Commented [Office62]: “Sturm und Drang (‘Tempesta e
opposizione al razionalismo illuminista una riscoperta dell'istintività e delle forze della impeto’), che viceversa sostiene l’eversione e il rifiuto dei
canoni, tanto da essere considerato una forma di
natura e ha i suoi maggiori esponenti in Schiller e Goethe. Con lo Sturm und Drang a protoromanticismo: ma proprio un giovane esponente di
fondamento dell'ispirazione poetica si colloca non una rielaborazione stilizzata di un questo movimento, Johann Wolfgang Goethe, sarà poi
patrimonio classico di temi, bensì il sentire del singolo in rapporto alle manifestazioni uno dei più grandi interpreti degli ideali classici nella
modernità, ponendo a continuo confronto il mondo
sublimi e trascendenti offerte dalla natura, concepita come il primo tramite fra l'uomo antico e quello contemporaneo”
e il divino. In area tedesca la narrativa trova un valido sviluppo soprattutto nell'ambito
dello Sturm und Drang: capolavoro indiscusso è il romanzo “I dolori del giovane
Werther” di Goethe.

Nella seconda metà del settecento in Italia è tempo di riforme. Riforme che sono favorite da
un periodo di pace che va dal 1748 al 1792 – in questo frangente molti sovrani agiranno sui
loro stati, anche quei sovrani entrati da poco nel gioco italiano come gli Asburgo in
Lombardia, gli Asburgo Lorena in Toscana e Borboni nel regno di Napoli.
Queste riforme nascono comunque da un impulso che viene dal resto dell’Europa, avanti
rispetto all’Italia, in cui il pensiero dominante era l’Illuminismo. I sovrani che governano in
Italia chiedono consiglio e danno ancora più importanza a tutti quegli intellettuali che nel
secolo precedente consigliavano i principi su come governare bene. A Milano sono
intellettuali di origine aristocratica; in Toscana sono proprietari terrieri ed a Napoli sono
avvocati e uomini di legge. Gli intellettuali si muovono ancora all’interno delle Accademie: a
Milano il gruppo di Pietro e Alessandro Verri si stacca dall’Accademia dei Trasformati per
crearne una nuova: l’Accademia dei Pugni al cui interno non si parlerà solo di letteratura, ma
di temi estesi all’economia, la storia, la fisica, l’idraulica. I nuovi mezzi di diffusione delle idee
sono i giornali e Il Caffè fondato proprio dai Verri è il primo giornale di dibattito economico,
politico, culturale e letterario in senso moderno. L’idea dell’Accademia dei Pugni era quella di
svecchiamento nei vari settori della letteratura, è importante in questo senso la polemica dei
Verri con l’Accademia della Crusca sul linguaggio da utilizzare e i modelli da seguire, troppo
aulici, troppo formali per una società che esalta il linguaggio dell’Illuminismo, quello francese

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adatto a ogni settore della società e a ogni livello, piuttosto che quello Italiano troppo
sdolcinato e legato alla fama del melodramma.
In questo periodo diminuisce anche l’influenza religiosa: si tenta di ridurre la manomorta (le
proprietà ecclesiastiche inalienabili e non tassabili ottenute con secoli di donazioni) e i
privilegi ecclesiastici per affermare l’autorità dello Stato sulla Chiesa in tutte le materie che
non riguardano la Fede. Si cerca di sottrarre ai Gesuiti il ruolo dell’insegnamento (La
compagnia di Gesù chiuderà nel 1773). E sul piano organizzativo si ha il primo censimento
generale, ossia nuovo Catasto di tutto lo Stato e vengono promosse opere di bonifica e di
ammodernamento tecnologico nelle campagna agevolando le prime industrie manufatturiere
in Italia. È in questo momento che l’Italia entra nel commercio internazionale e si deve
adeguare ai ritmi di sviluppo degli altri paesi. Il pensiero illuminista arrivò anche in Italia
influenzando diversi settori e creando delle riflessioni:
 Il pensiero economico: nel resto dell’Europa conta la capacità giuridica dell’individuo
proprietario, mentre in Italia si trasferisce la realizzazione dei fini individuali allo Stato
che è l’unico arbitro.
 Il problema etico-politico: la felicità individuale non è nient’altro che la piena
subordinazione dell’individuo al principio superiore di bene comune (Stato).
 Il problema giuridico-istituzionale: si raggiunge il massimo risultato della riflessione
illuminista con Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria che condanna ogni tipo di Commented [Office63]: Voltaire: “Ho vergogna di
tortura e quindi ogni forma di ostacolo ad un libero e sereno dispiegamento della intrattenermi ancora su questo argomento, dopo quello
che ha scritto in proposito l’autore del Trattato dei delitti
natura umana. “Dei delitti e delle pene (1764), nella quale dimostra come le torture e la e delle pene. Mi limiterò ad auspicare che si rilegga
pena di morte siano illegittime e inutili. Il principio dell’utilità sociale è posto qui come spesso l’opera di questo grande amatore dell’umanità».
base del sistema giudiziario che deve, più che reprimere, svolgere un’azione preventiva Le idee di Beccaria influenzarono anche la politica dei
sovrani: la Toscana di Pietro Leopoldo fu il primo Stato
nei confronti del crimine” europeo ad abolire la pena di morte nel 1786.”

Ma il settecento è anche il secolo della riforma del teatro comico ad opera di Carlo Goldoni,
nato a Venezia nel 1707 che dopo gli studi giuridici ha iniziato a comporre delle opere teatrali
destinate a un successo immortale. Nel 1738 rappresenta a Venezia la sua prima commedia
Momolo Cortesan che però era sullo stile da canovaccio della Commedia dell’Arte. Fu autore
per il teatro Sant’Angelo e per il San Luca per cui scrisse e fece recitare la sua più grande
opera La Locandiera –
 La storia si incentra sulle vicende di Mirandolina, un'attraente e astuta giovane donna
che possiede a Firenze una locanda ereditata dal padre e la amministra con l'aiuto del
cameriere Fabrizio. L’ultimo desiderio del padre prima di morire fu che la figlia
sposasse Fabrizio ma lei rifiutò. La locanda è molto frequentata, in particolare si
recano spesso alla locanda due nobili: Il Marchese di Forlipopoli che, innamorato di
Mirandolina, voleva dargli la sua protezione e il Conte di Albafiorita, anche lui
innamorato di Mirandolina, che le faceva continuamente regali. Mirandolina era un
donna molto graziosa e molti nobili le facevano la corte. Ma la donna era molto furba e
scura di sé, sapeva tenerli a bada ma ne andava fiera. Giunge alla locanda il Cavalier di
Ripafratta, burbero e misogino che dimostra distacco e disprezzo verso la bella
locandiera la quale ferita nell’orgoglio giura di farlo innamorare e inizia a dedicargli
particolari attenzioni, ad esempio gli da la biancheria migliore e si informa sui cibi che
preferisce; fino a quando Mirandolina riesce a farlo innamorare e questi cede fino ad
ammettere di amarla. E alla fine la bella borghese sposa Fabrizio, il cameriere, l’unico
che provasse davvero un sentimento per lei.
L’esperienza artistica di Goldoni è dominata dal tema della riforma del teatro comico. Solo
qualche anno prima Metastasio aveva portato avanti con grande determinazione la sua
radicale riforma del melodramma e come nel caso del Metastasia, anche il teatro comico

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vedeva l’asservimento del testo alla componente musicale. E Goldoni reagisce a questa
degenerazione della Commedia dell’Arte riformandola “gradualmente” toccando tutti i punti Commented [Office64]: “Goldoni ha rivoluzionato il teatro
fondamentali di un’opera: il testo, gli interpreti e i loro caratteri, il linguaggio, i temi. comico italiano sottraendolo all’improvvisazione delle
recite a soggetto, alla tradizione delle maschere della
 Per quanto riguarda il testo, iniziò a imporre dei copioni fissi per una buona metà Commedia dell’Arte e all’eclettismo dei temi, che
dell’opera agli attori che nell’altra metà poi potevano recitare improvvisando come spaziavano dall’antichità classica alle storie esotiche e
tendevano per lo più a ottenere una facile presa sullo
voleva la Commedia dell’Arte; poi dopo un buon periodo decise che sarebbe spettato spettatore a scapito della verosimiglianza e del realismo
all’autore e all’autore soltanto di scrivere per intero l’opera e di non lasciare spazio “La scrittura integrale dei testi, che sottrae le commedie
all’improvvisazione degli attori. Ed è qui che Goldoni oppone l’intransigente all’arbitrio degli attori, costituisce uno dei cardini della
riforma goldoniana del teatro comico. A ciò si aggiungono
rivendicazione del primato dell’autore sull’attore. l’istanza di realismo, lo sforzo di analisi critica della
 Nel caso del linguaggio, Goldoni si raccomanda la ricerca di un linguaggio in prosa che realtà sociale e la funzione etica della rappresentazione,
non abbia vincoli decorativi o estetici: una sorta di lingua media tra il sublime che si concretizzano nella scelta dei temi i quali,
contrastando il facile gusto dell’esotico e del mitologico,
aristocratico e il basso popolaresco. Perché con questa lingua, mix tra dialetti italiani e trattano di ambienti sociali e di situazioni ispirate alla
francese, che le sue commedie verranno comprese da più persone. Lui non cerca il contemporanea società borghese, ma anche popolare e
termine più elegante, ma quello più vero. Del resto scriverà in francese anche le sue nobiliare.”
memorie.
 Parlando invece dei temi: lui predilige un realismo della vita di tutti i giorni. Un mondo
naturale e la sua quotidianità, senza parodie o satire. Al centro, i personaggi della
realtà veneziana, i loro vizi e le loro virtù.
 E i personaggi? Beh, riguardo ai personaggi lui limita sempre più il ruolo delle
maschere e dei loro stereotipi tipici della commedia dell’arte preferendogli ruoli veri e
caratteri autentici senza finzione. Senza incentrare tutto su un solo sentimento che poi
era quello che caratterizzava le maschere, ma su sentimenti primari e sentimenti
secondari a loro collegati. In modo tale che risultassero veri e che il pubblico potesse
rispecchiarsi in loro.
Ma una poetica comica così nuova e rivoluzionaria più che spaventare il pubblico, lo provoca a
riconoscersi inadeguato o adeguato. Ed è critica! Goldoni finisce in una polemica senza fine
dove gli attori della vicenda sono sia gli spettatori che i colleghi autori, tra cui Carlo Gozzi che Commented [Office65]: “I primi anni Sessanta portano
lo ritrarrà in parodia all’interno di una sua fiaba: L’amore delle tre melarance. buoni successi per Goldoni, che deve però ancora
affrontare gli attacchi degli oppositori. Se l’abate Chiari, al
Così Goldoni lascia l’Italia per raggiungere la Francia nel 1762. Morirà a Parigi nel 1793. di là della rivalità, condivideva con lui la volontà
riformatrice, la polemica del nobile Carlo Gozzi si scaglia
Ma questo tra l’esaltazione dell’antico del Neoclassicismo e la voglia di svecchiamento proprio contro l’intento riformatore del nostro autore,
professando un forte conservatorismo ideologico e
linguistico dell’Illuminismo è un periodo di incertezza. Essenziale mediatore tra modernità e linguistico. Nell’Amore delle tre melarance (1761), che ha
tradizione è l’abate Melchiorre Cesarotti che aveva formazione classica, ma atteggiamento un successo clamoroso, Gozzi prende di mira sia Goldoni
illuminista e lo dimostra il rifacimento moderno dell’Iliade di cui si occupo. Convinto che per sia Chiari e ripropone con enfasi i vecchi modi della
Commedia dell’Arte.”
arricchire la lingua italiana servisse sì lo studio dei classici, ma anche l’apporto degli autori
stranieri. Commented [Office66R65]:

In questo periodo di incertezza agisce un altro grande scrittore, Vittorio Alfieri che nasce ad
Asti nel 1749 da una nobile famiglia il cui padre, però, muore quando Alfieri aveva appena un
anno. La madre si risposò e lo zio volle per il nipote, un’educazione militare. Alfieri entrò nel
1758 nella Reale Accademia di Torino dove trascorrerà otto anni, un periodo che lui identificò
come totale “ineducazione”. In questo tempo non curò lo studio delle lettere e anzi, nacque in
lui uno spirito ribelle, di intolleranza verso le costrizioni sociali, le gerarchie militari e
l’assolutismo monarchico. Alfieri fuggì da questa realtà e viaggiò in buona parte dell’Italia e
dell’Europa: dall’Inghilterra alla Russia, dalla Scandinavia al Portogallo, passando per Spagna,
Germania, Austria e Francia. A Lisbona conobbe il suo punto di riferimento, l’abate Tommaso
Valperga di Caluso che lo convinse a coltivare lo studio della letteratura e delle lettere.
Temperamento ardente e appassionato, Alfieri ha diverse relazioni amorose: la prima con
Gabriella Falletti, già moglie di un marchese. Quando questa relazione finì lui compose la sua
prima tragedia: Antonio e Cleopatra che ebbe un buon successo nonostante fosse solo il primo

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tentativo del giovane. Il successo lo convinse a iniziare questa strada di gloria e iniziò a
leggere gli scritti illuministi con scarso profitto e i classici italiani e latini, riscoprendo
Petrarca e cercò in Toscana la sua autentica patria umana e letteraria. A Firenze conobbe e si
lego sentimentalmente con la contessa d’Albany, Luisa Stolberg-Gedern che però era già
promessa al vecchio Carlo Eduardo Stuart che era il pretendente al trono inglese. Ma Alfieri
organizzò la fuga di lei a Roma dove la raggiunse e cercò di convince il Papa a concedere la
separazione della donna dal marito. Nel frattempo in Francia dove si era recato e in Italia
uscirono i primi due volumi delle Tragedie e quando ci fu la Rivoluzione Francese, Alfieri Commented [Office67]: La mirra: considerata la più
dedicò ai principi rivoluzionari l’ode Parigi sbastigliato e alla Rivoluzione Americana, l’ode perfetta tra le tragedie di Alfieri, priva di risvolti politici,
il cui dialogo incalzante non conosce momenti opachi o
L’America libera. Ma i moti rivoluzionari non furono come si aspettava l’autore che per il inessenziali. La vicenda si incentra sull’amore incestuoso
crescente clima di terrore, fuggì da Parigi maturando un personale sentimento antifrancese di mirra per il padre Ciniro, ma alfieri pone il nucleo
che caratterizzerà l’opera Misogallo. Tornò in Toscana, a Firenze dove morì l’8 ottobre 1803. drammatico nel silenzio di mirra, nel suo rifiuto di
ammettere persino a se stessa la vera ragione del
Alfieri divenne un modello per gli autori del futuro, questo perché si staccò dal pensiero dei turbamento che la possiede. Personaggio dolce e
contemporanei. Scelse di scrivere tragedie perché era uno stile che in Italia ancora non aveva remissivo senza nulla di eroico di violento, che non deve
avuto successo e i precedenti tentativi non erano riusciti a eguagliare le espressioni teatrali scontrarsi con l’ingiustizia, ma solo con il male che sorge
dal suo io più interno. L’amore incestuoso di mirra
francesi, così lui provò con un percorso inedito e originale. Componeva tragedie seguendo un emerge quasi come una sfida al padre tenero e buono
metodo preciso in tre fasi: l’ideazione, la stesura e il verseggiare. perché si trasformi in padre minaccioso e terribile.
Rivelerà al padre il proprio segreto nell’ultimo atto,
 L’ideazione comprende il distribuire il soggetto in atti e scene con piccoli riassunti questa confessione provoca la fine dell'affetto per la
scena per scena. fanciulla, che con un gesto fulmineo si suicida, muore in
 La stesura sono la composizione dei dialoghi desolata solitudine, mentre genitori, che tanto l’avevano
amata fino a pochi istanti prima, si allontanano alla fine
 Il verseggiare come suggerisce la parola stessa è la trasformazione dei dialoghi in versi inorriditi dalla scena.
endecasillabi sciolti (versi liberi)
“Saul, uno dei capolavori alfieriani. Dedicato all’abate
Tommaso Valperga di Caluso, dal 1783 segretario
“Il conflitto molto spesso scoppia tra il tiranno e l’uomo libero. Tutto parte da un elemento dell’Accademia delle Scienze di Torino e valente ebraista,
originario che è il motore della tragedia: il Fato. Che piega i personaggi un volere irrazionale il Saul si ispira alle vicende dell’Antico Testamento. La
ed è soltanto in un momento secondario che emerge il tratto del carattere dei personaggi. I scelta dell’argomento rientra nel gusto che in questi anni
riporta in voga la Bibbia, letta non come testo sacro ma
sentimenti e le particolarità dei personaggi sono generati dal contesto e dalla storia, non è il come testimonianza di un’antica civiltà, al pari di Omero
sentimento e il carattere che genera la storia. Alfieri inoltre sceglie di scrivere in una lingua e di Ossian. Il re Saul, invidioso di David – sposo della
morta e illustre. “Vivi e parla con i tuoi, ma scrivi come se dovessi essere letto dai grandi”. figlia Micol – si ribella alla volontà divina che lo vuole suo
successore e lo scaccia, andando incontro alla rovina. La
Ma Alfieri è famoso anche per la sua ideologia politica espressa in Della Tirannide è un breve tragedia è giocata in gran parte su atmosfere notturne,
trattato in prosa scritto nel 1777 e stampato nel 1789, che teorizza l’inconciliabilità dell’uomo specialmente il primo e l’ultimo atto, nel quale si compie
libero con il potere assoluto. Alfieri nega la possibilità di praticare la libertà nel mondo il destino del protagonista. In Saul, diviso tra gli impulsi
tirannici e l’affetto paterno per Micol, tra l’amore e
moderno, per cui l’unica soluzione è «morire da forti», respingendo ogni compromesso. l’invidia per David, Alfieri trova il personaggio ideale per
Cercare la libertà nel mondo è una scelta eroica per Alfieri che critica il dispotismo e crea una esprimere il proprio ambivalente atteggiamento nei
nuova figura di intellettuale, indipendente dalle corti. Lui è il primo in Italia sradicare il confronti del conflitto tra potere e libertà, che oscilla tra
la spinta di ribellione contro il tiranno e il fascino
modello di intellettuale cortigiano legato al potere del sovrano. Adesso lui è estraneo a ogni esercitato dal potere. Non potendo più vivere da re, Saul
connivenza con i poteri e con le istituzioni. Addirittura lui dona ogni suo bene piemontese alla sceglie di morire da re, sfidando lo stesso Dio: «Sei paga,
sorella – in cambio di alcuni vitalizi – per non aver alcun rapporto con il Regno. / d’inesorabil Dio terribil ira? / ... Empia Filiste, / me
troverai, ma almen da re, qui morto».”
“Nelle Rime, di tematica prevalentemente autobiografica, il poeta costruisce un’ideale
immagine di sé come uomo libero e sdegnoso che avrà grande fortuna nei decenni successivi.
La vena autobiografica alfieriana si esplica compiutamente nella scrittura della Vita di Vittorio
Alfieri scritta da esso.

Ugo Foscolo
Vita e formazione: l’infanzia di Foscolo é sotto il segno dell’instabilità, nasce a Zante (1778),
ma la morte improvvisa del padre (1788) causò alla famiglia gravi difficoltà e furono costretti
a trasferirsi a Venezia. Scontroso e aggressivo, come lui stesso si definisce, possedeva un
fascino singolare. A Venezia riuscì a farsi ammettere nei salotti dell’aristocrazia, dove conobbe
Pindemonte. In questo periodo si dedicava alla lettura dei classici greci, latini, italiani e
cominciava il proprio apprendistato poetico. La discesa dei francesi in Italia rafforza il suo

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orientamento rivoluzionario, E sotto l’influenza di idea giacobina, si impegnò nell’attività
politica. In questo periodo scrisse la tragedia “Tieste” che andò in scena nel 1797, piena di
furore libertario e costruita sui modelli dell’Alfieri, autore da lui amato come nemico di tutti i
tiranni. La tragedia ha un ottimo successo é costretto a lasciare la città per Bologna dove si
arruola nel corpo dei cacciatori a cavallo e pubblica l’ode A Bonaparte liberatore. Caduta
Venezia in mano ai rivoluzionari, Foscolo vi torna nel maggio del 1797 con un incarico
amministrativo, ma quando Napoleone, con il trattato di Campoformio, la cede all’Austria, si
sente tradito e abbandona la città. Visita a Milano, Dove conobbe Parini e Monti.
Le sue idee politiche rivoluzionarie definitivamente in crisi, nel 1802 pubblicò le ultime
lettere di Jacopo Ortis. Le sempre maggiori difficoltà economiche lo spinsero a viaggiare E
dopo un breve soggiorno a Parigi, Dove conobbe Alessandro Manzoni, si stabilì a Milano, Commented [Office68]: “La prima edizione (detta «primo
Dove però entra in contrasto con i personaggi più influenti del regno d’Italia. Quando gli Ortis» o «Ortis bolognese») è curata da Foscolo solo sino
alla lettera XLV, prima dell’improvvisa partenza al
austriaci entrarono a Milano ripartì per Londra, Inizialmente accolto con favore. Come vedere seguito del suo reggimento. L’editore Marsigli decide di
di tranquillità alienó anche le simpatie londinesi per colpa del suo temperamento. Muore a portare a termine la stampa del volume affidandola al
Londra nel 1827. bolognese Angelo Sassoli. L’opera esce nel giugno del
1799, con data 1798 e con il titolo di Ultime lettere di
La letteratura: Nella vita di Foscolo tutto pare provvisorio, egli è dominato dall’instabilità che Jacopo Ortis. Quest’edizione, che pare non essere stata
lo porta alla ricerca di situazioni sempre nuove e diverse. Vive sullo stile dei libertini conosciuta da Foscolo, è però bloccata dalla censura.
settecenteschi, Ma, rispetto al loro distaccato cinismo esso trova in Foscolo nuovi elementi: Rielaborata in modo da renderla accettabile, divisa in due
tomi e corredata di annotazioni che ne stravolgono il
morali, storici, passionali, sentimentali. L’attenzione alla condizione storica si lega in Foscolo senso, è pubblicata con il titolo Vera storia di due amanti
a una irriducibile volontà di intervenire sulla scena del presente, nel periodo rivoluzionario infelici ossia Ultime lettere di Jacopo Ortis e con data
giacobino, Foscolo avverte con forza la necessità di unire all’esperienza intellettuale l’azione 1799.
Foscolo, venuto a conoscenza di questa stampa diversi
politica anche quando più tardi si allontana dalle posizioni rivoluzionarie, aggiungendo una mesi dopo, si affretta a disconoscerne la paternità e a
visione pessimistica negativa della vita sociale, Egli resterà comunque fedele all’impiego procurarne una seconda edizione (nota come «secondo
libero scrittore. Ortis» o «Ortis milanese»), che esce a Milano nel 1802 per
i tipi del Genio Tipografico. La prima parte del libro
coincide sostanzialmente con le quarantacinque lettere
Opere-Le ultime lettere di Jacopo Ortis: si tratta di un romanzo epistolare, un’opera del primo Ortis, la seconda riprende brani della seconda
parzialmente aperta, Che accompagna Foscolo per gran parte della sua vita, impegnandolo in parte dell’edizione bolognese arricchita da stralci di
lettere realmente inviate da Foscolo e da pagine
varie revisioni. Tumultuosa la pubblicazione di quest’opera che impegna l’autore per autobiografiche. Una terza redazione dell’Ortis esce a
vent’anni. Nella figura del protagonista, Jacopo Ortis, Foscolo trasferisce molti aspetti della Zurigo “nel 1816 per i tipi di Orell e Füssli, con la data di
sua personalità, ad esempio le vibranti aspirazioni giovanili. Il nome del protagonista Londra 1814 e si presenta come la ristampa di una
inesistente editio princeps veneziana del 1802. Rispetto
riprendeva quello di uno studente friulano che si era ucciso senza lasciare alcuna all’Ortis milanese vi sono significative aggiunte che fanno
motivazione; riferimento criticamente agli anni dell’impero
La vicenda del romanzo assume così un carattere marcatamente autobiografico, sommando napoleonico, come la lettera del 17 marzo inserita ex
novo.”
però alla delusione politica il fallimento di un’esperienza amorosa. Il punto di vista si
concentra sul protagonista, come testimonia la stessa struttura del romanzo, composta dalle Commented [Office69]: “Il romanzo è costituito dalle
lettere inviate da Jacopo all’amico Lorenzo Alderani, che
lettere che egli indirizza all’amico Lorenzo Alderani, senza che vi sia l’intervento di altre voci, le pubblica corredandole di alcune note esplicative.
fa eccezione alcuni incisi narrativi Lorenzo Carlo scopo di colmare i vuoti tra una lettera Rifugiatosi sui Colli Euganei dopo il trattato di
Campoformio, Jacopo si innamora di Teresa, figlia del
dell’altra per dare unità alla trama. Jacopo è il centro indiscusso della vicenda. Egli è mosso conte T. e promessa in sposa a Odoardo, ricco e nobile ma
dal desiderio di valori assoluti in opposizione alla mediocrità della vita sociale, Ma nello stesso mediocre e insensibile. La giovane, benché ricambi
tempo una tensione distruttiva lo rende inquieto lo spinge verso la morte. Tuttavia il legame l’amore, decide di non contrapporsi alla volontà del padre
e a Jacopo non resta che allontanarsi da lei, viaggiando
che Foscolo mantenne con questo libro con la figura di Jacopo, È lo specchio di un per l’Italia. Tra le tappe più significative del viaggio, la
inadeguatezza che non trova soluzioni. Nella “natura” di quest’opera si coglie la presenza dal visita delle tombe dei grandi italiani in Santa Croce a
modello alfieriano, lo scontro astro tra la virtù individuale e limiti della realtà presente. Firenze, l’incontro con Parini a Milano, la riflessione a
Ventimiglia sui destini politici dell’Italia e la sosta a
Jacopo non può essere un eroe assoluto, il suo culto di valori alti e sublimi deve fare i conti Ravenna sul sepolcro di Dante. Venuto a conoscenza del
con un mondo borghese popolato di personaggi mediocri e fatti irrilevanti. Jacopo aspira matrimonio di Teresa, Jacopo torna ancora una volta sui
all’eroico, ma non trova spazio; incontro solo la meschinità sociale e il cieco silenzio della Colli Euganei e si toglie la vita.”
natura, indifferente alle vicende umane. Da un punto di vista ideologico, si può notare come Commented [Office70]: “Nel romanzo il tema politico, con
Jacopo abbia perso ogni fiducia illuministica del progresso.. Facendo proprie le posizioni più gli ideali di amor di patria e libertà, emerge fin dall’inizio
– «Il sacrificio della patria nostra è consumato» è l’attacco
radicali del materialismo settecentesco, Jacopo vede nella natura una forza cieca, che può della prima lettera – e si fonde con il tema amoroso.
conservarsi solo attraverso la distruzione dei singoli esseri. Questa visione così negativa e a Entrambi sono però destinati al fallimento e alla
disillusione, e portano Ortis alla decisione della morte.”

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lungo contrastata da una volontà totalmente opposta che resiste in Jacopo, il quale insiste nel
cercare valori positivi benché debba riconoscerli solo come illusioni. La figura di Teresa,
amore inafferrabile di Jacopo, rappresenta la sintesi di tutte le speranze che sembrano
rendere degna l’esistenza. La sua bellezza spirituale e fisica è il simulacro di una armonia
assoluta. Ma se Teresa è inafferrabile, diventare inafferrabili tutti I valori di cui lei
rappresenta la sintesi.

“Poesie di Ugo Foscolo. Con questa raccolta Foscolo rifiuta tutte le poesie composte
precedentemente, scegliendo con una selezione drastica pochissimi testi e presentandosi al
pubblico con un profilo estremamente netto e consapevole.”

-Dei Sepolcri: carme, premetto in endecasillabi sciolti. Indirizzato in forma di epistola a


Pindemonte.
in quest’opera Foscolo insegue una sintesi tra classico e moderno, mito e dimensione sociale.
Quest’opera raggiunge subito una forma definitiva, l’unica opera di Foscolo che non subisce
variazioni del tempo. L’opera nasce quando il poeta ripensa alle conversazioni avute sul tema
dei sepolcri con Pindemonte, che stava scrivendo un poemetto sull’argomento. Queste
conversazioni avevano preso spunto dall’editto napoleonico di Saint-Claude, che imponeva la
sepoltura fuori dalle mura e, per democraticità, decideva le lapidi. Sarà lo stesso autore a
suggerire di distinguere nel Carme quattro grandi parti.
1: si mostra come i monumenti siano inutili ai morti ma giovino ai vivi. Che si biasima la
nuova legge che accomuna le sepolture “degli illustri e degli infami”.
2: si susseguono varie immagini legate al culto dei morti lontane nel tempo dello spazio.
3: si celebra il valore civile ed educativo delle tombe dei “grandi”
4: si decanta il valore supremo della poesia che conserva che celebra la memoria degli eroi e
Risarcisce delle ingiustizie da loro subite in vita
“l’autore considera i sepolcri politicamente e ha per iscopo di animare l’emulazione politica
degli italiani con esempi delle nazioni che onorarono la memoria e i sepolcri degli uomini
grandi». Foscolo, cioè, celebra il valore delle sepolture in funzione civile e politica”

“In appendice alla traduzione Foscolo acclude una Notizia intorno a Didimo Chierico, nella
quale disegna la figura di un intellettuale ironico e disilluso, disgustato dalla vanità del mondo
letterario e approdato, dopo una giovinezza piena di passioni, a un atteggiamento di distacco e
di rinuncia. “Didimo Chierico, nel quale è stato visto un rovescio di Jacopo Ortis, è in sostanza
un alter ego di Foscolo, che lo nomina più volte in vari scritti e se ne serve anche in altre
occasioni, attribuendogli per esempio la paternità dell’Hypercalipseos liber singularis (‘Libro
unico dell’Ipercalisse’), un’operetta satirica in latino contro la Milano letteraria degli anni
napoleonici, data alle stampe durante l’esilio svizzero. Sotto la maschera di Didimo, Foscolo
sperimenta una scrittura di tipo umoristico, che molto deve alla lettura di Sterne e alla quale
si dedicherà anche negli anni dell’esilio con le incompiute Lettere dall’Inghilterra, che
svolgono un confronto tra la società italiana e quella anglosassone.”

Già, Ugo Foscolo. Inizialmente la famiglia si spostò a Spalato per seguire gli affari del padre
che però morì quando Foscolo aveva appena dieci anni. La madre decise di tornare con
Foscolo ed i suoi due fratelli a Venezia dove riuscirono ad andare avanti nonostante le gravi
difficoltà economiche. Foscolo conosce sia il greco che l’italiano. Studia i classici e gli
illuministi. Suo modello per le tragedie è Vittorio Alfieri. A Venezia Foscolo fa parte degli
ambienti culturali della città e la sua prima protettrice è Isabella Teotochi Albrizzi. In questi
ambienti coltiva il suo sentimento rivoluzionario e quando arrivano i francesi saluta
Napoleone con L’ode a Bonaparte liberatore. Ma la sua sensibilità politica gli fece capire

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immediatamente l’atteggiamento ambiguo dei liberatori francesi che con il Trattato di
Campoformio cedettero Venezia agli austriaci e questa fu la prima grande delusione di
Foscolo che senza attendere l’insediamento degli austriaci, scelse l’esilio. Raggiunse Milano
dove conobbe Parini e si innamorò della moglie di Monti, poi si andò a Bologna dove iniziò a
scrivere Ultime lettere a Jacopo Ortis – Sembra seguire il modello di Goethe con I dolori del
giovane Werther, ma come dirà lo stesso Foscolo si differenziano in quanto nelle lettere di
Ortis sono racchiuse delle vicende a sfondo politico legate agli eventi storici di quegli anni. Il
protagonista proprio come fa Werther racconta a un amico la sua travolgente passione per
una donna che poi sfocia nel suicidio, proprio come Werther. Ultime lettere a Jacopo Ortis è
un’opera aperta, fondamentale per scoprire l’evoluzione della scrittura di Foscolo appunto
perché scritta, corretta e riscritta fino alla morte - e si arruolò nella Guardia Nazionale per
spalleggiare i francesi contro gli attacchi degli austriaci (che stavano riprendendo campo,
quando Napoleone era impegnato in Egitto) ma fu ferito due volte: la prima a Cento e la
seconda a Genova. Non si fidava più di Napoleone Bonaparte, per questo mise
temporaneamente da parte l’azione militare e si occupò di filologia. Poi le crescenti difficoltà
economiche lo costrinsero a partecipare alla spedizione di Napoleone contro l’Inghilterra
(Proprio da una relazione con un’inglese nacque una figlia, Mary – che lui chiamerà sempre
con il nome di Floriana). Venezia viene liberata temporaneamente, questo gli dà l’occasione di
visitare la madre ed essere ispirato alla scrittura del carme Dei Sepolcri – carme in 295 versi
endecasillabi sciolti sullo spunto dell’editto napoleonico di Saint-Cloud. L'editto stabilì che le
tombe venissero poste al di fuori delle mura cittadine, in luoghi soleggiati e arieggiati, e che
fossero tutte uguali. Si volevano così evitare discriminazioni tra i morti. Per i defunti illustri,
invece, era una commissione di magistrati a decidere se far scolpire sulla tomba un epitaffio.
Foscolo divide idealmente l’opera in quattro parti: 1) i monumenti inutili ai morti che però
giovano ai vivi; 2) le immagini legate al culto dei morti; 3) il valore civile ed educativo delle
tombe; 4) il valore supremo della poesia che conserva e celebra la memoria degli eroi e
risarcisce delle ingiustizie subite durante la vita.
Foscolo inizialmente ribadisce l’inutilità della tomba perché la morte dissolve l’essere, ma
durante le altre parti supera la questione rivalutando il ruolo della tomba per i vivi e quindi la
sopravvivenza del defunto dopo la morte nel ricordo che gli altri hanno avuto di lui.
Nel 1808 gli viene affidata una cattedra all’Università di Pavia, ma gli viene immediatamente
tolta con la riconoscenza di un solo anno di stipendio. Torna a farsi sentire la crisi economica
dell’autore tornò a Milano dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia che causò l’ennesimo
ritorno degli austriaci. Questi offrirono a Foscolo di collaborare, ma lui rifiutò e si trasferì
prima in Svizzera e poi in Inghilterra dove il suo carattere orgoglioso e le difficoltà
economiche lo accompagnarono alla solitudine e alla morte, in compagnia soltanto delle cure
della figlia, Mary, il 10 settembre 1827. Pubblicherà anche alcuni sonetti tra cui In morte al
fratello Giovanni (sonetto dedicato al fratello Gian Dionisio, detto Giovanni, proprio l'8
dicembre era morto a Venezia, appena ventenne, forse suicidatosi con un colpo di pugnale in
seguito a un debito di gioco) e A Zacinto (Il componimento è dedicato all'isola del mar Ionio -
l'odierna Zante - dove Foscolo nacque, ed affronta il tema dell'esilio e della nostalgia della
terra natale. Il poeta paragona la sua condizione a quella di Ulisse, che però fu più fortunato di
lui in quanto riuscì a rimettere piede sulla sua amata Itaca, mentre Foscolo è condannato ad
una illacrimata sepoltura in terra straniera).

L’Ottocento

Dopo la Rivoluzione Francese (14 luglio 1789), l’Italia ha dovuto sopportare diversi cambi ai
vertici degli Stati Italiani. In un primo momento troviamo una penisola divisa tra Borboni
francesi e Asburgo austriaci con a margine i Savoia in Piemonte e in Sardegna; e il Governo

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oligarchico nella Repubblica di Venezia. Ma dal 1796 al 1799, dopo le campagne napoleoniche
in Italia, vedremo come tutti gli Stati verranno sconfitti e dalle loro ceneri nasceranno nuove
repubbliche come quella Cisalpina o la Repubblica Ligure e come quella napoletana. Ma
quando Napoleone si concentrò in una nuova campagna (quella d’Egitto), gli austriaci che già
avevano ottenuto Venezia con il Trattato di Campoformio ripresero gli Stati Italiani e
ristabilirono gli antichi ordini, prima di ricederli nuovamente ai francesi quando Napoleone
decide di ritornare in Italia, questa volta per diventare imperatore con il nome di Napoleone I,
cambiando così la natura della compagine territoriale da Repubblica Regno d’Italia il 17
marzo 1805. Ma questi assetti durarono appena un decennio perché Napoleone iniziò a
collezionare sconfitte in Europa e riaprì a un ritorno degli austriaci in Italia che restaurarono
ancora una volta i precedenti sovrani. Così gli Stati ricostituiti optarono per una nuova
alleanza con la chiesa. E vittime di questa situazione sono gli intellettuali che avevano
spalleggiato le imprese napoleoniche, ora costretti ad essere tagliati fuori dalla vita politica e
ad essere confinati in Club, circoli o società che vennero identificate come covi di cospiratori.
In quest’epoca il Neoclassicismo diventa un’arte ufficiale. Dopo aver accentuato, nelle prime
fasi della rivoluzione, i suoi aspetti più radicali, però, adesso inizia a sfociare in forme astratte
e prive di rilevanza. Per questo, la letteratura italiana in quegli anni dimostrò una ridotta
vivacità come fosse cristallizzata e imprigionata da una lunga tradizione che ha stancato un
po’ tutti.

Con la conclusione dei lavori del Congresso di Vienna il 9 giugno 1815 si restituisce all’Europa
la fisionomia che aveva prima della Rivoluzione Francese. La penisola italiana viene
smantellata e ridistribuita ai vecchi sovrani (tranne Venezia e Genova che adesso
appartengono rispettivamente ad Austria e Regno di Sardegna). Torna ad esserci la divisione
tra Nord e Sud e la frammentazione politica, ma il Governo napoleonico con tutti i suoi pro e i
suoi contro aveva mostrato quanto potesse essere utile vivere sotto un’unità politica. Il popolo
adesso sapeva quali erano i vantaggi prima e quali gli svantaggi come una crescita economica
stantia adesso. Così iniziano a svilupparsi moti indipendentisti e unificatori: in un primo
momento tra il 1820 e il 1831 le cospirazioni sono organizzate dalla Carboneria con un
programma che consisteva nel tentare di imporre ai sovrani con attività segreta e ribellione,
una costituzione che garantisse le libertà fondamentali. Ma questi furono oggetto di una
spietata repressione e di un rapporto di piena sfiducia da parte dei sovrani nei confronti del
moto indipendentista e nazionale. Questo atteggiamento dei sovrani causò la nascita di una
formazione di respiro democratico e repubblicano al cui vertice c’era Giuseppe Mazzini con la
sua organizzazione “Giovane Italia”. In tutti gli stati italiani fermentavano le idee
rivoluzionarie e tra il 1848 e il ’49 ci furono varie rivolte carbonare e mazziniane. A sostenere
questi sforzi anche il Piemonte con i Savoia che sfruttano il momento per tentare una politica
di allargamento dei confini. Si fanno apri-pista di questo movimento indipendentista e nel
1848 svelano le carte in tavola dichiarando guerra all’Austria dominatrice. Commented [Office71]: “I fiori del male rappresentano
un’effettiva rivoluzione nell’immaginario lirico europeo:
“In sostanza, per il poeta dei Fiori del male, esule nella
Romanticismo appunti Santagata società di massa, la lirica ha cessato di esprimere la
“il 1798, anno di pubblicazione della rivista tedesca «Athenäum», attorno a cui si raccolgono spontaneità dei sentimenti e l’autenticità della passione
per farsi prodotto della civiltà e dell’artificio; essa non è
filosofi e critici di ispirazione «romantica», e della contemporanea uscita in Inghilterra delle più in grado di comunicare atteggiamenti attivi ed eroici,
Ballate liriche (Lyrical Ballads) e il 1857, quando nell’orizzonte della cultura europea fa la sua ma soltanto un senso di ribellione impotente che si
comparsa un’opera fondamentale e dirompente (non a caso subito perseguita dall’autorità manifesta attraverso le tappe di un percorso
autodistruttivo. Attraverso l’estremizzazione e la
per oltraggio alla pubblica morale): la prima edizione della raccolta poetica I fiori del male sublimazione delle poetiche romantiche, Baudelaire
(Les fleurs du Mal) di Charles Baudelaire. Nello stesso anno la pubblicazione del romanzo giunge così a identificare il proprio dramma con la
Madame Bovary di Gustave Flaubert aprirà una nuova fase di quella tendenza al realismo, tragedia di tutti gli uomini, che egli inasprisce
nell’ostinato richiamo al mito cattolico del peccato
ossia alla rappresentazione ampia e seria del ‘quotidiano’, riscontrabile già nei romanzi scritti originale e della dannazione eterna incombente sulle
a partire dagli anni Trenta da autori quali Stendhal, Honoré de Balzac e Charles Dickens.” creature, sebbene la religione sia alla fine più
bestemmiata che adorata”

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“Il Romanticismo è caratterizzato da una dimensione prettamente europea, all’interno della
quale nascono e si evolvono correnti anche molto diversificate da paese a paese, le quali
tuttavia tendono a porre alla base della nuova poetica alcuni presupposti teorici comuni:
innanzitutto, la creazione artistica è vista come manifestazione di uno stato d’animo, di
un’individualità, di una vitalità e di una libertà assolute, svincolate dalla rigida
osservanza dei canoni di imitazione tradizionali, e rispondenti unicamente alla libera,
creativa originalità individuale.
A queste premesse di carattere estetico, si unisce – a livello ideologico-filosofico – la coscienza
di un’avvenuta, incolmabile scissione fra l’io e il mondo, che rende impossibile per i romantici
riprodurre i moduli armonici e sereni della poesia antica (in perfetta fusione con la natura) e
orienta tutte le esperienze artistiche di questo periodo almeno in due direzioni: o
proiettandole verso una inesausta tensione all’indefinito, all’indeterminato o ripiegandole
verso il rimpianto di una pienezza, di un’armonia, di un’ingenuità definitivamente perdute.
Inoltre, nell’esperienza artistica non si concentra soltanto il significato profondo e totalizzante
dell’esistenza del singolo, ma anche l’espressione di una coscienza comune, interpretata dallo
scrittore, che si fa portavoce.

“Il nuovo movimento si connota dunque per una forte identità antilluministica e
anticlassicistica: da un lato, cioè, esso rivaluta l’espressione di sentimenti e di stati emotivi che
sfuggono alla riflessione e che le poetiche del Settecento razionalista avevano ricondotto
nell’alveo di una spiegazione sensistica e materialistica (primato della percezione e
dell’esperienza); dall’altro individua i suoi riferimenti al passato non più verso la compostezza
e l’equilibrio formale del mondo classico, bensì verso un Medioevo mitizzato, caratterizzato
dal prorompere di uno spirito popolare fantastico, magico e irrazionale, ma per ciò stesso
suggestivo e affascinante.”
Gruppo di Jena: Romantik “Quest’ultimo, nel 1798, fissò l’uso della categoria «Romantik» per
distinguere la poesia inquieta e infinita («progressiva e universale») dei moderni da quella
compiuta e finita degli antichi”

L’artista “Da un punto di vista culturale quella dei romantici fu una rivendicazione di grande
estremismo. Essi asserirono infatti che gli artisti erano i portavoce del loro tempo, in virtù
della loro immaginazione creativa, mediante la quale potevano pervenire a un livello di
comprensione capace di trascendere ogni indagine razionale, e di dar voce alle istanze, ai
desideri, all’immaginario di un intero popolo.”

“Attorno agli anni Quaranta dell’Ottocento, sulla scia delle tensioni crescenti all’interno della
moderna civiltà capitalistica collegate a un processo di profonda trasformazione politica ed
economica (esplosione dell’urbanizzazione, dell’industrializzazione e dello sviluppo
tecnologico), l’arte e la letteratura abbandonano le poetiche dell’individualismo sentimentale
e si orientano decisamente verso la rappresentazione concreta, analitica e obiettiva della vita
contemporanea, colta nello sviluppo delle sue dinamiche sociali e politiche. Nasce così il filone
realistico. La scissione fra io e mondo, caratteristica dell’immaginario romantico, viene ora
interpretata dagli scrittori come contrasto fra ideale e reale, come denuncia della mancata
corrispondenza fra valori e società: il romanzo diviene il veicolo letterario privilegiato di
queste istanze, e l’uomo borghese, indagato a tutto tondo con le sue virtù, le sue storture e le
sue contraddizioni, ne è il nuovo protagonista oltre che il principale destinatario. Rispetto
all’ostentazione delle grandi idealità romantiche si impone una rappresentazione del mondo
meno eroica ma più vera, benché grigia e problematica in quanto condizionata dalla logica
dell’interesse e dal guadagno.

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“In antitesi al cosmopolitismo (che portava a considerare tutti gli uomini come ‘cittadini del
mondo’), proprio della cultura illuminista, si impone adesso con vigore l’idea di nazione, in
quanto comunità che comprende la totalità di un popolo che condivide radici, tradizioni,
lingua comuni. In ambito romantico le nazioni sono considerate «organismi viventi»
sviluppatisi sotto l’azione di una «forza superiore», il Volksgeist, lo ‘spirito del popolo’, quella
unità spirituale irripetibile che caratterizza il singolo popolo e si manifesta attraverso
particolari caratteri etnici, linguistici, culturali.”

“In questo nuovo contesto industriale e borghese, l’artista romantico, nello sforzo di
esprimere l’ideale nei termini del reale, sperimenta sia la circostanza euforica di agire come
un profeta, sia quella scoraggiante di dover venire a patti con la nuova situazione storico-
sociale. Ciò accentua una certa ambiguità nella posizione dell’artista quale portavoce dello
‘spirito dei tempi’, poiché non è chiaro se egli debba recitare il proprio ruolo appellandosi ai
contemporanei per muoverli all’azione oppure limitandosi a documentare la situazione
esistente.
Friedrich von Hardenberg, in arte Novalis (1772-1801), il poeta tedesco che più d’ogni altro
manifesta l’esigenza di ‘romanticizzare’ il mondo con le proprie facoltà creative, nella propria
vita professionale riesce singolarmente a combinare tale istanza con la condizione di
sovrintendente, ingegnere minerario e mineralogista, e nel capolavoro incompiuto Enrico di
Ofterdingen (Heinrich von Ofterdingen, 1802) scrive un elogio del minatore – lo scopritore dei Commented [Office72]: Zola. mentre nel 1885 uscì
tesori nascosti nelle viscere della terra – che non poteva non suonare ironico a chi avesse Germinale (Germinal), vicenda che portava in primo
piano le pesantissime condizioni di vita dei minatori della
conoscenza delle condizioni di abiezione cui erano sottoposti nella realtà i lavoratori delle regione di Lilla, la loro drammatica lotta sospesa tra una
cave.” solitudine esasperante e la nascita delle prime
organizzazioni sindacali. Un romanzo duro, anche nel
linguaggio, che denunciava lo sfascio morale e politico nei
“il romanzo storico, che mescola invenzione e fatti storici, s’innesta nel fecondo tronco della mesi immediatamente precedenti alla disfatta della
narrativa anglosassone gotica – o «nera» – del XVIII secolo, che già aveva mostrato una decisa Francia nella guerra con la Prussia.
preferenza verso l’ambientazione medievale (di solito italiana) quale scenario ideale per lo “Rosso Malpelo (1878) appare il documento maturo del
nuovo approdo poetico. Il racconto, innanzitutto, portava
svolgimento di vicende sinistre e terrifiche (nell’immaginario britannico l’Italia rappresenta il in primo piano uno spaccato di vita popolare e un
luogo antonomastico di passioni e di delitti). problema socio-economico di pressante attualità: il
lavoro minorile nelle cave, drammaticamente denunciato
anche in una sezione specifica dell’inchiesta di Franchetti
e Sonnino. Ma è soprattutto da un punto di vista stilistico
Ecco alcuni caratteri generali del romanticismo: che la novella segna uno spartiacque rispetto alla
precedente produzione verghiana. Con essa, infatti,
 Con l’Illuminismo presenta due analogie: l’ideale di libertà e la diffusione l’autore abbandona il ricorso a un narratore onnisciente
internazionale della cultura. per assumere l’ottica (e anche l’espressività) di un
 Le differenze però con l’illuminismo sono sostanziali: ipotetico narratore popolare che vede e giudica gli atti di
Malpelo: è questa la tecnica della regressione.
- Esaltazione della ragione per l’illuminismo, esaltazione del sentimento per i Diversamente da quanto aveva fatto nei confronti di
romantici Nedda, la voce narrante non può più simpatizzare con il
- Gli illuministi criticano la religione perché oppio dei popoli e disprezzano il piccolo protagonista, violento perché innanzitutto
vittima..
Medioevo perché periodo buio e plagiato dalla religione, in più disprezzano le
tradizioni e le superstizioni popolari; i romantici, al contrario, amano la storia e
soprattutto il medioevo perché periodo di grandi slanci religiosi e cavallereschi, per
loro la religiosità cristiana è fondamentale perché dà un senso non effimero alla
vita.
- Gli illuministi volevano creare una società cosmopolita, l’intellettuale doveva essere
formato per viaggiare in Europa ed essere cittadino del mondo. La cultura doveva
essere universale; i romantici invece credono in un forte nazionalismo e in una
cultura nazionale e popolare.

Ma il Romanticismo ha delle parole chiave che è importante conoscere:

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 Natura: il cui rapporto con l’uomo è fondamentale, per i romantici è un organismo
vivente di cui l’uomo è pienamente parte; la natura è lo specchio dei sentimenti e delle
passioni che agitano l’uomo perché anch’essa è animata da passioni e sentimenti. Per
gli illuministi è soltanto un meccanismo estraneo all’uomo.
 Genio: “inteso come esaltazione dell’unicità, libertà e infinita creatività dell’individuo,
che si esplicita negli slanci drammatici e sentimentali degli eroi romantici, molto
spesso avulsi dalla regolarità del contesto sociale e mossi da profonde e illimitate
idealità in contrasto con i ridotti confini dell’ideologia del proprio tempo. L’artista
moderno appare spesso in conflitto insanabile con la società; a questo dissidio, di
carattere storico-culturale, ne corrisponde uno più profondo tra io e mondo: l’unità fra
uomo e natura, che contraddistingueva la società arcaica, con l’avvento della
civilizzazione e della modernità è posta irrimediabilmente in scacco. La condizione di
moderno si identifica, dunque, con quella di sradicato, isolato, scisso.”

Per i romantici la massima espressione della sensibilità allo stato più puro la si ha nella
musica perché trasmette l’inesprimibile dei sensi e dei sentimenti. L’argomento principale del
romantico è l’amore e la donna viene ritratta nel suo quotidiano, ma si distingue da tutti gli
altri personaggi per la sua bellezza e dolcezza che dal sovrumano ed eterno. Il romanticismo
ama tutto ciò che è oscuro (la notte, i paesaggi lunari e tempestosi, i fantasmi del sogno) e
predilige gli eroi che portano dentro di sé distruzione e malattia, votati al fallimento, magari al
suicidio.

Fuori dall’Italia tra i maggiori poeti francesi abbiamo Victor Hugo con I Miserabili; in
Inghilterra John Keats e George Gordon Byron tra gli altri; in Germania Goethe. L’Italia, invece,
è vista come terra ideale perché “terra di morte” intesa come museo del patrimonio originario
della civiltà europea, poi dopo i moti del ’48 è vista come “terra di libertà”.

Il romanticismo cambia anche le strutture letterarie:


 La lirica chiude alle forme petrarchesche per lasciare spazio a forme libere, spesso
scelte o create dai singoli poeti in funzione delle loro esigenze.
 La narrativa affida il pieno controllo al Romanzo che riesce a cogliere gli aspetti e le
voci della storia, della realtà e della soggettività: nasce in Inghilterra il romanzo storico
e il romanzo di formazione. Un linguaggio diretto non soltanto ai dotti ma capace di
raggiungere i sentimenti del popolo che per i romantici è la borghesia.
 Per quanto riguarda il dramma, vanno in crisi le forme comico e si ripristina la tragedia
storica sul modello di Shakespeare.

In Italia
In pochi anni si sostituiscono i modelli classici moderni come Dante, Petrarca e Boccaccio
sostituendoli con modelli più recenti come Parini, Alfieri e Foscolo, riconosciuti come validi
per una letteratura civilmente impegnata da un punto di vista nazionale.

All’indomani del 1815, la cultura ufficiale italiana è ancora di impianto classicista, ma dopo
poco tempo il romanticismo si distinse consapevolmente dal classicismo “moderno”. Il
superamento della contrapposizione tra romantici e classicisti avviene con il convergere di un
vasto schieramento di forze intellettuali nel tema conduttore dell’unificazione nazionale. Si
riuscì a conciliare i vari schieramenti e non è un caso che una rivista dell’epoca milanese che
era riuscito ad avere le collaborazioni di intellettuali provenienti da tutta Italia, tra cui Silvio
Pellico, si chiamasse “Il Conciliatore” (nato nel 1818, chiuso nel 1819 quando a Pellico fu

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proibito di scrivere dal governo austriaco) – Silvio Pellico nasce a Saluzzo nel 1789 da una
famiglia della piccola borghesia, si trasferisce a Milano nel 1809 dove lega con Ugo Foscolo
una profonda amicizia. A Milano fu il più attivo per la rivista “il conciliatore” tanto da attirare
su di sé l’attenzione del governo austriaco che lo arresti nel 1820 per aver partecipato
all’azione della carboneria. Fu trasferito a Venezia e condannato a morte nel 1822, ma la sua
pena venne ridotta al carcere duro che scontò nella fortezza dello Spielberg in Moravia fino al
1830 quando fu graziato e liberato. Appena uscito pubblicò Le Mie prigioni a Torino nel 1832
e fu il libro italiano più letto nella prima metà dell’ottocento. Non era un libro di denuncia nei
confronti degli austriaci, ma racchiudeva tutte le sensazioni di Pellico durante la prigionia e in
particolare la perdita di ogni fiducia nella politica e il recupero di un cattolicesimo austero in
un mondo cattivo. Morì a Torino nel 1854

La contrapposizione tra classicisti e romantici nasce a Milano, quando era stata fondata
un’altra rivista che si chiamava “Biblioteca italiana” e che rappresentava l’organo culturale
ufficiale finanziato dal governo austriaco. In questa rivista, nel primo numero del gennaio
dell’anno della fondazione, uscì un articolo di Madame de Staël in cui si invitava il popolo
italiano a trovare nuovi modelli di letteratura fuori dai confini a nord. Quest’invito diede vita
alla discussione sul romanticismo che vide da una parte un gruppo operante a Milano che
adottò i suggerimenti della Staël e che erano i primi romantici italiani;
Rispetto alle linee generali del romanticismo europeo, il romanticismo italiano presenta
prospettive più limitate e caratteri del tutto particolari. Esso si distingue per la sua cautela e
moderazione: In Italia agisce ancora il peso della tradizione classica, Che allontana dalle
posizioni più radicali. Alle origini del nostro romanticismo c’è una continuità con diverse Commented [Office73]: “Concependo l’arte come
esperienze dell’ultimo settecento e del primo ottocento, che siano aperte a una nuova strumento di azione politica sulla vita presente, i
romantici italiani operano dunque una vistosa selezione
sensibilità, anticipando in parte tematiche romantiche, pur rimanendo all’interno della in senso razionalistico degli atteggiamenti e dei topoi del
tradizione classicistica: I nostri primi romantici si sentono legati a Parini e Alfieri; guardano, Romanticismo europeo, e ne escludono di fatto le varianti
come a maestri più vicini, ai Neoclassici Monti e Foscolo. Anche ideologicamente, Pur più estreme e dirompenti, come l’esasperato
individualismo, il sentimentalismo morboso, il gusto
distaccandosi degli aspetti più antireligiosi materialistici dell’illuminismo, Il romanticismo dell’orrido e del fantastico, il mito dell’artista quale
italiano, Soprattutto nelle fasi iniziali conserva una relativa continuità con gli aspetti ‘genio’, il misticismo estetico e il simbolismo”
dell’illuminismo.
“La poesia romantica italiana dunque, a differenza della
La particolare situazione politica pone in primo piano anche l’obiettivo patriottico e contemporanea esperienza europea, si caratterizza per
nazionale, quasi sempre all’insegna di un liberalismo moderato. All’arte vengono così un forte aggancio al repertorio stilistico-formale della
attribuiti compiti positivi, come la creazione di un’equilibrata bellezza, che abbia funzioni tradizione (anche classica): non è un caso che il maggior
poeta ‘romantico’ italiano, Giacomo Leopardi, che pure
morali ed educative. Il nostro romanticismo Evita l’estremismo di quello europeo. Mentre nel interpreta in chiave filosofico-esistenziale la coscienza
romanticismo europeo si verificano frequenti violente fratture tra l’arte è la società,.. dell’irreparabile frattura scavatasi tra l’uomo moderno e
“In definitiva nell’Italia dell’Ottocento l’orizzonte delle nuove poetiche appare circoscritto in la natura, in piena sintonia con i temi della lirica europea,
prenda posizione contro la poesia romantica. Nel
senso provincialistico dagli stessi ritardi economici, sociali e politici del paese, che piegano le Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica
potenzialità della letteratura e dell’arte moderne a un «ufficio medio» condizionato (1818) egli infatti attribuisce alla poesia classica quella
dall’assenza e quindi dall’urgenza di unità civile e culturale (nel passato alcuni studiosi si sono potenza dell’immaginazione, quel sentimentalismo
patetico che i romantici (anzitutto di Breme, al quale
spinti addirittura a mettere in discussione l’esistenza stessa di un Romanticismo italiano). Un Leopardi replicava) rivendicavano come loro prerogative
ruolo particolare è tuttavia ricoperto, anche in ambito letterario, dalla diffusione continentale esclusive.”
del melodramma italiano, in cui si riversa larga parte delle pulsioni più estreme
dell’immaginario, addomesticate o ripudiate dagli altri codici – lirica, romanzo, racconto e
teatro –, come il fascino dell’incredibile e dell’eroico, la seduzione dei grandi sentimenti e
delle passioni generose, il gusto per le storie terrificanti, sublimi e popolari.”

“La questione dell’uso moderno, realistico e popolare, del linguaggio poetico nell’età del
Romanticismo trova l’esito più efficace e artisticamente convincente nella copiosa produzione
in dialetto milanese di Carlo Porta (1775-1821) e in dialetto romanesco di Giuseppe

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Gioachino Belli (1791-1863), scrittori peraltro molto diversi anche a prescindere dalla
rispettiva collocazione anagrafica e geografica. “godono anzitutto di una differente condizione
economica: più stabile e benestante quella del primo, agevolata da una felice unione
matrimoniale che gli consente di condurre una vita agiata e di fare carriera persino negli anni
controversi della Restaurazione austriaca; precaria e tormentata quella del secondo, il quale
dopo aver superato una critica infanzia di orfano, nel 1837, con la scomparsa della moglie, si
ritrova di nuovo alle prese con gravi difficoltà materiali che lo costringono a mendicare
incarichi presso il mondo curiale e prelatizio.
Porta “storie popolari e concrete, comiche e patetiche, di angherie, di squallori e di miserie
narrate da prostitute di strada e da musicanti sciancati, nei quali l’umiliazione e l’offesa del
mondo presente comunque alimentano l’aspirazione profonda per un futuro più giusto e
meno oppressivo.
Belli “Alieno dalle sensibilità e dalle curiosità antropologiche, culturali e civili dei romantici,
Belli non insegue le orme di una lirica popolare che non esiste nella città dei papi, e sceglie
invece di ‘fotografare’ il carattere originale, cinico, impoetico, ignorante e crudele della plebe
della capitale, ovvero di «lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma», dei
suoi discorsi e del suo idioma.. Da queste premesse deriva una potente raffigurazione
realistica e grottesca della vita quotidiana (circa la metà dei sonetti ha valore documentario
delle tipologie, delle usanze e delle superstizioni popolari), del tutto priva di simpatia e di
solidarietà col mondo rappresentato: a differenza delle masse milanesi di Porta, Belli nega
ogni speranza di riscatto alla plebe romana, definitivamente «abbandonata senza
miglioramento» alla negatività assoluta”

“Fra il 1830 e il 1840 si assiste così a una vera e propria proliferazione di romanzi storici in
chiave civile e patriottica, secondo due sostanziali linee di tendenza lungo le quali si
dispongono i principali schieramenti ideologico-politici della stagione prerisorgimentale: lo
schieramento moderato, cattolico-liberale, e quello democratico, laico e mazziniano”

Ippolito Nievo. Ma contemporaneamente comincia a pubblicare su varie riviste i racconti che


costituiranno il Novelliere campagnolo, sul tema della povertà delle campagne. Il destinatario
ideale di queste opere è individuato nel lettore cittadino, esponente di quel ceto borghese che
Nievo riteneva politicamente fondamentale. Rispetto alla letteratura rusticale (la corrente
letteraria che aveva promosso – con volontà di denuncia ma in modo paternalistico – il tema
narrativo della dura vita nelle campagne) Nievo accentua proprio il tema delicatissimo della
estraneità alla storia del mondo contadino. In questa direzione si muove anche la stesura del
Conte pecoraio, romanzo fitto di richiami tematici e ideologici manzoniani. Al manzonismo è
estranea invece la cifra stilistica del Nievo «campagnolo», che fa ampio uso di una lingua
disomogenea, aperta ai dialettismi con funzione mimetica ed espressiva e all’ironia.”

“Nievo ebbe certamente presente l’opera di Rovani quando, fra il dicembre 1857 e l’agosto
1858, scrisse Le Confessioni d’un Italiano (il romanzo sarebbe uscito postumo, senza l’ultima
revisione dell’autore, nel 1867 con il titolo Le confessioni di un ottuagenario). Rispetto a
Cento anni, però, il vecchio ottantenne delle Confessioni non è più un semplice testimone che
racconta ciò che ha visto, ma diventa il narratore-protagonista, che ricostruisce in prima
persona le vicende della propria vita. “Costretto all’esilio a Londra, dopo i moti del 1821, solo
negli anni della vecchiezza Carlino potrà ritornare infine nel Veneto, consapevole ormai di
essere «italiano». Quello del protagonista, infatti, è un preciso percorso di maturazione, il cui
esito è enunciato programmaticamente all’inizio del romanzo («Io nacqui veneziano ai 18
d’ottobre del 1775 [...] e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella

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Provvidenza che governa misteriosamente il mondo»). “Su tutto emerge la consapevolezza
che la nuova istituzione nazionale avrebbe dovuto essere affidata a uomini appunto ‘nuovi”

“Le preoccupazioni urgenti riguardano la necessità di creare una lingua di conversazione e


d’uso comune che superi la parcellizzazione delle singole realtà dialettali, e l’esigenza di
disporre di una lingua letteraria meno astratta e artificiosa di quella ereditata dalla tradizione,
rigidamente difesa dalla scuola purista del primo Ottocento anche in funzione antifrancese.
“Sulle soluzioni i romantici italiani appaiono sostanzialmente divisi: mentre i «conciliatoristi»
milanesi (compreso Manzoni, fino al 1827), auspice il magistero di un classicista illuminato
come il poeta Vincenzo Monti, si dispongono ecletticamente per una potenziale accettazione
di tutti i vocaboli in uso fra le persone italofone istruite delle diverse regioni, il fronte degli
intellettuali moderati e cattolici toscani che ruota attorno all’«Antologia» (compreso Manzoni,
dopo il 1827) propone il fiorentino in uso presso la borghesia colta quale secca base comune
sia della lingua di conversazione sia di quella letteraria. Quest’ultima posizione coincide di
fatto con l’indirizzo programmatico della riforma scolastica varata dal governo italiano subito
dopo l’Unità (si ricordi che lo stesso Manzoni, eletto senatore del Regno, è autore di una
relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla)”
Commented [Office74]: “L’anima del dedicatario da poco
defunto viene immaginata apparire in sogno al poeta al
fine di consolarlo e di dettargli una precisa linea di
Nel 1785, precisamente il 15 marzo, nacque dal conte Pietro Manzoni e da Giulia Beccaria, condotta etica ed estetica, improntata allo sprezzo del
figlia di Cesare (Dei delitti e delle pene), Alessandro Manzoni. Quello dei genitori di Manzoni vizio, del compromesso e dell’ipocrisia e a uno stoico
è un matrimonio di convenienza volto a salvare le finanze della famiglia Beccaria – c’era pure dominio delle passioni, e alimentata da una rigida,
appassionata ma solitaria ricerca del vero («sentir... e
una voce che voleva Alessandro come il figlio di un’altra relazione tra Giulia e Giovanni Verri, meditar») e da una nozione utile e benefica dell’ufficio
fratello degli editori de “Il Caffè – tanto che nel 1792 si separano legalmente. La madre si della letteratura alla quale Manzoni resta
risposò con il Conte Carlo Imbonati che aveva avuto come precettore Parini e si trasferì prima sostanzialmente fedele anche dopo la duplice
in Inghilterra e poi a Parigi. Nel frattempo, Alessandro studiò in collegio fino al 1801. Il padre conversione al cristianesimo e al romanticismo.”

era oppressivo e fastidioso per il figlio che sfogò i suoi sentimenti partecipando alla vita Commented [Office75]: Nell’ardore della conversione,
Manzoni mette mano a una nuova poesia, Che abbandona
intellettuale di Milano, troppo mondana per il padre che lo spedì a Venezia per un certo di colpo i modelli neoclassici e gli schemi della letteratura
periodo. Alla morte del secondo marito della madre, Manzoni si trasferì a Parigi dove scrisse e italiana del primo ottocento: egli progetta infatti una
pubblicò il carme In morte di Carlo Imbonati. L’uomo aveva designato Giulia come erede serie di Inzaghi, Dedicati alle festività fondamentali della
liturgia cattolica. Tra il 1812 e il 1815 ne vennero
universale di tutti i suoi beni e il figlio rimase con lei. composte quattro: la resurrezione, Il nome di Maria, il
A Parigi Manzoni strinse amicizie con i maggiori intellettuali, sviluppò un anticlericalismo che Natale, La passione, a partire dal 1817 inizio la
però venne corrotto dall’amore per la sedicenne ginevrina Enrichetta Blondel che sposò nel composizione della Pentecoste. Le feste cattoliche
appaiono con il rinnovarsi di eventi sacri chiama
1808 e da cui ebbe dieci figli, la prima di nome Giulia già nel primo anno del matrimonio. La impresso un segno eterno Sulla mutevolezza della storia,
Blondel era Calvinista e aveva un rigorismo cattolico molto pronunciato che finì per investire la voce del poeta si merge in mezzo al popolo che vive il
anche il marito. rito, E partecipa allo scontro sempre nato tra il bene e
mal. Nel loro insieme, gli inni sacri cercano di imporsi
Manzoni si trasferì con la famiglia definitivamente a Milano nel 1810 e nel 1815 scrisse i primi con energia e vigore, ma conoscono momenti opachi,
quattro Inni sacri (in realtà dovevano essere dodici, uno “di componimenti dedicati alle troppo schematicamente ricalcati sulle forme rituali: da
festività maggiori del calendario liturgico”. lui pubblicò La Risurrezione nel 1812, Il Nome di una parte ardite innovazioni che si evidenziano
soprattutto nella sintassi dall’altra la sopravvivenza di
Maria 1812-1813, Il Natale 1813, La Passione 1814-15 e nel 1817 iniziò la scrittura de La ritenere movenze del linguaggio melodrammatico E gli
Pentecoste). Con i Manzoni viveva anche la severa guida spirituale monsignore Luigi Tosi. schemi classicistici, che pesano in primo luogo sul lessico.
Questo è un giro di boa della concezione letteraria di Manzoni: prima degli Inni Sacri aveva un Siamo comunque molto lontani dagli schemi idrici di
Petrarca, Manzoni ambisce a rielaborare in chiave
metro classico della scrittura, dopo è come se ci fosse un rifiuto del classicismo e la necessità moderna il linguaggio della poesia biblica, cercando di
di una letteratura guardi al “vero”. Si interessa alle tragedie e scrive Il Conte di Carmagnola trovarne la corposità; ma il linguaggio degli forgia appare
(questa tragedia si incentra sulla figura di un capitano di ventura del Quattrocento, Francesco artificiale e fittizio. L’inno più riuscito è forse proprio il
primo, la resurrezione, dal ritmo entusiastico e incalzante
Bussone: al servizio del Duca di Milano che lo fece Conte di Carmagnola ottiene molte vittorie basato su un sistema di immagini che affermano la gioia
e giunge a sposarne la figlia. Poi passa al servizio di Venezia con la promessa che avrebbe del risorgere della vita nel segno della risurrezione di
ottenuto una clamorosa vittoria nella battaglia di Maclodio, così fu, ma lui fu sospettato di Cristo. Il Natale, si svolge in modo più convenzionale
esaltando il contrasto che si manifesta in Cristo bambino,
tradimento da veneziani per la sua clemenza verso i prigionieri, viene incarcerato e tra regalità e umiltà. Il più opaco tra questi primi Inni È
condannato a morte. Manzoni era convinto dell’innocenza del Conte, oggi tesi confutata, ed è la passione composto stancamente nella fase della prima
caduta di Napoleone

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per questo che incentra la tragedia sul conflitto tra l’uomo buono e la ragion di Stato che si
regge sugli intrighi machiavellici. Il punto più alto della tragedia È costituito dal coro sulla
battaglia di Maclodio, in strofe di decasillabi, alla funzione di introdurre un punto di vista
opposto a quello dell’eroe mostrando la profonda irrazionalità della stessa virtù militare) e
l’Adelchi (Stesso concetto della prima tragedia sullo sfondo dell’Adelchi che mette in scena il
crollo del regno longobardo in Italia nell’VIII secolo sotto le truppe franche di Carlo Magno: al
centro dell’azione Adelchi, figlio di Desiderio e principe ereditario del regno longobardo),
famose entrambe per la precisione dei tratti storici presenti al loro interno. Nello stesso anno
dell’Adelchi, il 1821, Manzoni pubblicò Il cinque maggio (Caso unico nell’attività letteraria di Commented [Office76]: caso unico nell’attività letteraria
Manzoni perché questo è stato scritto di getto quando a Luglio legge sulla “Gazzetta di Milano” di Manzoni, il 5 maggio fu composto di getto, alla notizia
della morte di Napoleone. La censura non ne permise la
della morte di Napoleone Bonaparte esiliato nell’isola di Sant’Elena, Manzoni celebra pubblicazione: ma essa circolò subito manoscritta, in
l’eroismo di uomo che vinto contro tutti, ma che alla fine è stato sconfitto dalla morte Italia e fuori, ed ebbe numerose edizioni non controllata
evidenziando la caducità delle cose terrene) Marzo 1821 e la prima stesura del suo capolavoro dall’autore. L’ode Manzoni aveva sempre guardato con
diffidenza e ostilità a Napoleone ma nella sconfitta viene
noto in quel periodo come Il Fermo e Lucia. Proprio la messa a punta della prosa di questo riscattato il suo eroismo E tutte le sue folgoranti imprese
romanzo lo portò a porsi dei quesiti linguistici: quale lingua utilizzare per raggiungere più inserendoli nel cambio piano della provvidenza.
lettori? . Nella prima versione erano tantissimi i lombardismi e i francesismi, nell’edizione del Commented [Office77]: “Per la prima volta in Italia lo
1827 – quando venne pubblicato con il nome I Promessi sposi - c’è un lavoro di selezione, ma sguardo di un narratore onnisciente s’introduce con
rispetto negli ‘interni’ delle povere case per registrare i
Manzoni non è certo dei vocaboli toscani utilizzati, forse obsoleti? Allora farà un vero e ritmi quotidiani e gli eventi eccezionali della vita di un
proprio viaggio di studio in Toscana dove imparò il toscano illustre ed è proprio con questa paese, oppure indugia attentamente nel tratteggiare i
lingua che pubblicò nel 1840 l’edizione definitiva dei Promessi sposi, molto toscanizzata (al particolari delle vie di una città in preda ai tumulti, alla
carestia o alla peste”
centro della vicenda dei Promessi Sposi, la storia di Lucia Mondella e Renzo Tramaglino, due
operai che si devono unire in matrimonio ma a Don Abbondio, il prete che deve celebrare il
loro matrimonio, viene ordinato di non farlo: Don Rodrigo infatti, signorotto locale, si è
invaghito di Lucia e non vuole che la giovane sposi Renzo. I due dopo varie vicissitudini sono
costretti a fuggire dal loro paese: Lucia andrà in un convento a Monza, mentre Renzo si
recherà a Milano, presso i frati cappuccini, sperando di trovare aiuto. A Monza Lucia verrà
presa sotto l'ala protettrice di Gertrude (la Monaca di Monza), mentre Renzo si troverà
coinvolto nei tumulti popolari di Milano, causati dall'aumento del prezzo del pane. Nel
frattempo Don Rodrigo, aiutato dalla Monaca di Monza, fa rapire Lucia dall'Innominato che la
porta nel suo castello. Quella stessa notte l'Innominato ha una fortissima crisi di coscienza e si
converte liberando Lucia. A questo punto della storia arrivano in Italia i Lanzichenecchi,
soldati mercenari che diffondono il morbo della peste: Don Abbondio, Agnese e altri trovano
rifugio proprio nel castello dell'Innominato che è diventato d'animo caritatevole. Renzo,
invece, come Don Rodrigo si ammala di peste. Ma, mentre Renzo guarisce, il signorotto
morirà. I due giovani infine si ritrovano e il matrimonio viene celebrato Ambientato tra 1628
e il 1630 in Lombardia durante il dominio spagnolo, fu il primo esempio di romanzo storico
della letteratura italiana. Secondo un'interpretazione risorgimentista il periodo storico era
stato scelto da Manzoni con l'intento di alludere al dominio austriaco sul nord Italia. Quella
che Manzoni vuole descrivere è la società italiana di tutti i tempi anche con le imperfezioni di
adesso). La sua battaglia in favore del toscano come lingua nazionale è fondamentale per la
storia della nostra lingua.
Nel frattempo, però, nel 1833 è morta la moglie Enrichetta e nel ’35 la figlia che aveva sposato
Massimo d’Azeglio; nel 1837 Manzoni sposa la vedova Stampa, Teresa Borri ed è l’inizio di
questa nuova relazione che dà brio al Manzoni che così potrà concludere i Promessi Sposi. Nel
1841 muore anche la madre Giulia e nel 1860 viene eletto da Vittorio Emanuele II senatore e
grazie al suo apporto l’Italia cambiò capitale, da Torino a Firenze e da Firenze a Roma, dopo
averla liberata dallo Stato della chiesa. Morì il 22 maggio 1873 dopo una caduta fatale
all’uscita di una chiesa, quasi novantenne. Ci furono i funerali di Stato e Giuseppe Verdi gli
dedicò la composizione della Messa di Requiem. “nel 1861 gli giunge la nomina a senatore del

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nuovo Regno d’Italia; nel 1872 è insignito della cittadinanza onoraria di Roma divenuta
capitale. Si configura così il mito risorgimentale, cattolico e liberale del «vate Manzoni”

Su Il Fermo e Lucia e i Promessi Sposi:


Abbiamo scritto poco sopra di differenze linguistiche legate alle riedizioni del 1821, 1827 e
1840. Ma non sono le sole differenze:
 Il Fermo e Lucia presenta una struttura che si basa su più blocchi narrativi compatti,
autonomi e sovrapposti (chiaramente la vicenda principale è quella dei due
innamorati, ma ci sono delle corpose “sottostorie” come quelle dell’Innominato – che
nella prima edizione si chiama conte del Sagrato – e di Gertrude – che nella prima
edizione si chiama Geltrude – inoltre, la storia è divisa in quattro tomi:
o Il primo dedicato agli ostacoli alle nozze
o Il secondo dedicato alle vicende di Lucia nel monastero della Monaca di Monza
o Il terzo dedicato alle vicissitudini di Fermo (conosciuto come Renzo nelle altre
edizioni) a Milano e la fuga nel bergamasco
o Il quarto è dominato dalla peste e dal ricongiungimento dei due innamorati
Nei Promessi sposi invece le sottostorie verranno ridotte notevolmente e la struttura
del romanzo sarà quella classica che ripercorre la storia principale dei due innamorati.
Una struttura, comunque, priva dei tratti tradizionali legati a risvolti erotici,
avventurosi o fantastici.
 Come abbiamo già detto cambia anche la lingua. Ne Il Fermo e Lucia c’è molto francese,
lombardo, poco toscano e poco latino, una sorta di lingua “sperimentale”. Nelle altre
edizioni la lingua sarà il toscano.
 Nel Fermo e Lucia più che nei Promessi Sposi c’è una contrapposizione tra bene e male
con personaggi ben definiti che rappresentano le due fazioni, mai mescolandosi. Da
una parte gli umili e i religiosi che li sostengono; dall’altra i potenti perversi e coloro
che cedono alla paura sostenendoli.
 In entrambe le edizioni sì c’è un lieto fine, ovvero il ricongiungimento e le nozze, ma i
personaggi principali devono rinunciare a qualcosa: la loro origine. I due si
sposeranno, ma metteranno una piccola attività tessile nel bergamasco, abbandonando
il loro mondo originale.
 I personaggi principali sono in entrambe le edizioni otto e definiscono pienamente i
due schieramenti: quattro laici e quattro ecclesiastici:
- Renzo, Lucia, Don Rodrigo e L’Innominato: i primi due rappresentano la forza
positiva dell’operosità e religiosità popolare; i secondi differiscono, Don Rodrigo è il
liberto capriccioso e l’Innominato muta improvvisamente posizione da aiutante
delle forze del male che rapisce Lucia, a quello delle forze del bene che la libera per
compassione.
- Don Abbondio, Padre Cristoforo, La monaca di Monza e Federigo Borromeo: un
forte equilibrio è dato da tutti e quattro, i primi due sono in forte contrapposizione
perché il primo è vigliacco e si piega al male, il secondo è aiutante degli innamorati;
i secondi sono due facce della gerarchia ecclesiastica: la monaca fa il percorso
inverso dell’innominato e Federico Borromeo è la parte positiva che rappresenta la
chiesa.
 Il narratore è onnisciente ed ha l’ampiezza dello sguardo divino.
 Agisce come forza elevata, la Provvidenza divina che muove i meccanismi e forza gli
eventi attraverso la peste per esempio. Si tratta di una forza superiore, divina, che
agisce e interviene in fatti e circostanze negativi per volgerli al bene. L’ episodio
provvidenziale per eccellenza è, tuttavia, quello della conversione dell’Innominato.

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Lucia, una volta rapita per ordine di quest’ultimo, viene portata al suo castello. Qui con
i suoi modi da creatura angelica, che rispecchiano le caratteristiche di Enrichetta
Blondel moglie di Manzoni, scatena un forte turbamento nell’animo crudele
dell’Innominato, che decide allora, di convertirsi e passare dalla parte dei più deboli. In
seguito a tale capovolgimento nella sua vita spirituale, l’Innominato, quasi convertito,
si reca dal cardinale Federigo Borromeo, esempio della religiosità sana nel romanzo.

Un altro autore romantico è Giacomo Leopardi, nato il 19 giugno 1798 a Recanati, cittadina
delle Marche annessa allo Stato Pontificio. I genitori sono il conte Monaldo e Adelaide Antici, il
primo è un uomo conservatore e con aspirazioni culturali insoddisfatte; la seconda invece è
una madre bigotta e austera, incapace di manifestazioni di affetto nei confronti dei figli, ne
avrà dieci compreso Giacomo.
La prima educazione di Leopardi è affidata a precettori ecclesiastici. Il padre, però, vedeva nel
figlio un talento precoce così gli mise a disposizione la sua biblioteca con i classici della storia
e già a quindici anni nel bel mezzo degli anni di quello che lo stesso Leopardi identifica come
“anni di studio matto e disperatissimo” – notti e giorni passati al tavolino a studiare, tanto da
rovinare definitivamente il suo fisico già gracile e deforme - Giacomo si fa notare per la sua
preparazione culturale in lingua latina e greca. Ma più la sua preparazione aumentava, più
sentiva come opprimente la natura provinciale di Recanati, chiusa alle idee di rinnovamento
nel confronto con Milano e la società post-napoleonica. Come troppo opprimente è la chiesa
nei confronti della cultura, la famiglia stessa quando applica il rigore nei rapporti con lui,
rapporti già molto rigidi. L’insoddisfazione e il bisogno di nuove esperienze lo spinsero a
un’immersione completa nell’attività letteraria che viene definita “conversione letteraria”.
Pubblica l’Orazione agl’italiani in occasione della liberazione di Piceno salutando con
entusiasmo il crollo del dominio napoleonico e la restaurazione dei sovrani precedenti.
Vengono già pubblicati alcuni suoi scritti come l’idillio Le Rimembranze e la cantica
Appressamento alla morte.

“Come i romantici, anch’egli registra un forte senso della discontinuità storico-culturale fra gli
antichi (felicemente legati alla vitalità della natura) e i moderni (compromessi
dall’insensibilità dell’incivilimento), ma proprio per questo, a differenza dei romantici, rifiuta
l’avvento di un’arte spirituale e consapevole, la quale cancelli le primigenie illusioni e il diletto
che da esse ancora deriva all’uomo contemporaneo nella stagione incontaminata dell’infanzia.
In questa fase (del cosiddetto pessimismo storico) la poesia ha piuttosto il compito di
salvaguardare il rapporto primitivo e diretto con la natura che la civiltà e la ragione
hanno guastato facendo prevalere il momento della riflessione su quello
dell’immaginazione: respinti i modi di sentire del tempo presente, occorre allora guardare
alle forme di rappresentazione dei classici, al fine di mantenerne desti i nobili ideali di virtù e
di gloria che possono ancora colmare di senso la vanità e la noia dell’esistenza.
“Negli idilli, brevi componimenti in endecasillabi sciolti che interpretano lo svolgersi di
sentimenti, di pensieri e di ricordi interni all’io poetico messo in raffronto con il mondo
esterno (la notte, la luna, l’universo, ecc.), Leopardi dà soprattutto voce al «piacere
dell’immaginazione» attraverso la ricerca di un’espressività polisemica, capace di rendere le
percezioni più vaghe e inafferrabili, quel senso di dolce indeterminatezza (si pensi all’Infinito,
1819) che soddisfa appunto l’istanza edonistica e irrazionale dell’uomo.
Contemporaneamente, la definitiva «conversione filosofica» induce una sfiducia crescente nei
confronti del potere consolatorio delle illusioni, e dunque nell’effettiva possibilità di
recuperare almeno la prospettiva storica della felicità naturale.”

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Siamo nel 1817 quando inizia la corrispondenza con Pietro Giordani – letterato piacentino che Commented [Office78]: già nel 1817 Leopardi elabora il
“pessimismo storico” che vede nella natura una fonte di
scoprì, aiuto e incoraggiò Leopardi alla realizzazione più completa della sua figura di scrittore
“vitalità” (voce del cuore e anima), produttrice di
– che accrebbe l’autostima dell’autore e contribuì ulteriormente al suo distacco dall’ideologia generose illusioni, a cui si oppone l’arido “vero”. Ma negli
della famiglia. Lo stesso anno cominciò a scrivere Lo Zibaldone - una raccolta di appunti e anni si registra un progressivo spostamento del giudizio
riflessioni in forma di diario di circa 4500 pagine che Leopardi stende fra l'estate del 1817 e il sulla natura e sul rapporto tra il vero e le illusioni:
Leopardi si accosta al “Meccanicismo materialistico” e
dicembre 1832. Il titolo scelto dallo stesso autore nell'atto di ordinare un indice analitico, fa intorno al 1823 elabora il suo concetto di pessimismo
riferimento a una parola impiegata per indicare una vivanda costituita da vari ingredienti, con cosmico, pienamente espresso nelle operette morali.
La natura non appare più come forza benigna e positiva,
allusione al carattere frammentario e provvisorio della scrittura, che accoglie i più diversi
ma come una forza cieca, “matrigna” e ostile all’uomo.
argomenti, dalla filosofia all'estetica, dalla letteratura alla linguistica e alla filologia. È una La teoria del piacere: ogni esistenza è guidata da una
sorta di laboratorio intellettuale su carta dove è presente il tentativo del poeta di trovare le aspirazione al piacere, che è qualcosa di illimitato che
non riesce mai a realizzarsi totalmente: il piacere si
risposte alle domande che assillano il genere umano: dalla concezione della natura come
risolve in un continuo desiderio o aspettazione del
principio di vitalità opposto al degrado della civilizzazione (pessimismo storico 1817-1819), piacere; il raggiungimento dell’oggetto del desiderio non
al tramonto della fiducia nella positività della natura percepita come forza cieca e matrigna e soddisfa mai veramente, risulta sempre inadeguato a ciò
nel valore consolatorio e puerile delle illusioni (pessimismo cosmico 1823-24) - e incontrò la che ci si aspettava. Il desiderio è infinito. Nello
svolgimento di questa teoria è importante il concetto di
cugina del padre Gertrude Cassi Lazzari che fu la prima esperienza amorosa che ispirò il “amor proprio”, con cui Leopardi definisce l’attaccamento
Diario del primo amore. naturale di ogni individuo a se stesso, che per lui è fonte
Nel 1819 si aggraverà la sua malattia agli occhi che lo terrà lontano dai libri per un bel po’. Nel di tutti gli affetti e di ogni desiderio di felicità. Sulla base
della propria esperienza personale di dolore ed infelicità
luglio dello stesso anno tentò una fuga da casa, ma il padre lo scoprì e di fronte alla dura Giacomo avverte l’impossibilità di conciliare natura e
reazione, Leopardi abbandonò ogni idea di fuga e ogni speranza di lasciare Recanati cadendo civiltà, giunge a considerare come soli elementi
veramente naturali della vita umana quelli fisici e
in forte depressione. Abbandonò la religione e abbracciò la filosofia materialistica nella biologici. Sulla spinta del meccanicismo materialistico,
cosiddetta “conversione filosofica”. Nel 1826 pubblicò a Bologna i Versi che comprendeva al nel 23-24 crolla definitivamente l’immagine positiva della
suo interno gli idilli e altri testi poetici. Finalmente poté raggiungere Roma grazie a un viaggio natura. Tutti i movimenti della natura tendono verso il
“nulla”, che è l’unico senso afferrabile dell’esistenza,
in compagnia degli zii, ma Roma lo deluse. Troppo mediocre e antiquato per lui, l’ambiente pertanto il vivere è dominato dalla noia.
letterario romano. Troppo diversi da lui e questa fu una consapevolezza che lo convinse
Commented [Office79]: In questi testi in prosa,
all’impossibilità di fuggire dalla propria condizione. Questo fu il momento del rafforzarsi di un relativamente brevi, egli si servì di miti filosofici in
sentimento di pessimismo nei confronti di una natura dal carattere negativo, il cosiddetto negativo, capaci di offrire immagini vive dell’infelicità,
Pessimismo cosmico. per indagare sul vero e criticare le illusioni: era un modo
di approfondire la conoscenza della radicale negatività
Nel 1824 elabora 20 operette contenute nelle Operette morali – l’edizione definitiva appare della condizione naturale attraverso l’immaginazione
solo postuma nel 1845, che consta di 24 operette. Leopardi si rivolge al proprio pubblico letteraria. Ne risultò un tipo originalissimo di prosa
come a un referente polemico, avvertito quale complice più o meno consapevole delle moderna, che sa essere misurata, nitida e carica di
tensione, con scatti taglienti, con momenti di impassibile
ideologie smascherate dalle Operette, dal mito della virtù a quello della felicità, dalla distruttività e di cupa amarezza, nel farsi negazione del
presunzione antropocentrica all'utopia del progresso, al finalismo religioso. Per realizzare il rifiuto. Le operette, alcune delle quali si svolgono come
suo fine lo scrittore si serve di miti filosofici in negativo, utilizzando figure appartenenti ora narrazioni o come riflessione di tipo teorico, altre come
veri e propri dialoghi, si servono di repertorio di
all'immaginario classico (Ercole, Atlante e Promete) e in una luce paradossale, amara e situazioni, di personaggi, di voci appartenenti
ironica, questi eroi vengono privati dei loro connotati originali e immersi nello stesso grigiore all’immaginario Classico, a tutta la storia della cultura
esistenziale che la natura destina agli uomini comuni. della letteratura. Ma questa materia è spesso sospesa in
una luce paradossale, filtrata da un occhio partecipe e
distaccato, che trova nel dolore la propria capacità di
“Tra il 1823 e il 1827 Leopardi abbandona programmaticamente la lirica per dedicarsi conoscenza. Tra i temi fondamentali delle operette c’è
all’elaborazione prosastica delle Operette morali, nelle quali approfondisce la propria filosofia indagine sulla felicità sull’infelicità, lo svelamento
dell’estraneità e dell’ostilità della natura. Lo scrittore dei
«negativa», fondata su una «teoria del piacere» che imputa, senza più distinzioni, la causa del suoi personaggi dialoganti guardano come da lontano al
dolore umano alla sproporzione tra l’illimitato bisogno di felicità dell’individuo e l’oggettiva vano affaccendarsi degli uomini, impegnati a raggiungere
scarsezza delle opportunità di soddisfacimento. L’esistenza stessa è causa di dolore, i loro piccoli obiettivi, accecati dalle loro illusioni; e alla
sciocca pretesa di un’umanità che crede che la natura sia
qualunque sia il tempo o il luogo toccatoci in sorte all’atto della nascita: si tratta della fase del sottoposta al suo dominio.
cosiddetto pessimismo cosmico. La crisi irreversibile della fiducia nella natura (non più madre “fra il 1819 e il 1820, anno, quest’ultimo, a cui risalgono
benigna, generatrice di benefiche illusioni, bensì «matrigna», fonte di danno e inganno vari abbozzi di prose di gusto aggressivo e paradossale
destinate a mettere in scena gli aspetti e le contraddizioni
perpetuo), unita alla parallela ridiscussione del ruolo della civiltà e dello sviluppo del pensiero della vita sociale, della filosofia e della morale. Il progetto
razionale, che hanno infine consentito di smascherare l’inganno di cui l’uomo è vittima, giunge a compimento nel periodo compreso tra il 1823 e
comporta il venir meno della teoria delle illusioni e quindi la perdita di funzione della stessa il 1827, che coincide significativamente con la rinuncia
alla scrittura poetica e con la contemporanea
poesia” affermazione della spinta materialistica e negativa del
pensiero leopardiano (‘pessimismo cosmico’)”

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Nel 1825 un editore milanese di nome Stella lo contatta e gli offre la direzione delle opere di
Cicerone. Nel 1826 raggiunse Bologna e poi Firenze, nel 1828 compose le poesie Il
risorgimento e A Silvia. Poi dovette tornare infelice a Recanati dove nel 1829 compose i suoi
canti più grandi: Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Il canto
notturno di un pastore errante dell’Asia.
Nel 1830 poté raggiungere Firenze grazie a una somma di denaro raccolta per lui dagli amici
intellettuali toscani, inizia un periodo di relazioni sociali anche nella casa di Antonio Ranieri,
un napoletano con cui vivrà fino alla fine dei suoi giorni. Viaggerà a Roma e a Napoli dove
comporrà La ginestra e Il tramonto della luna prima di morire il 14 giugno 1837, quando il
fisico beffato da ogni male, lo abbandona.

“sul piano ideologico il confronto a Napoli con le posizioni moderate, liberali, progressiste,
cattoliche e spiritualiste degli intellettuali del tempo acuisce nell’autore una più orgogliosa
coscienza della propria Weltanschauung (‘visione del mondo’) pessimistica e materialistica,
che si manifesta ora in chiave satirica e demistificante (come nella citata Palinodia al
marchese Gino Capponi), ora in chiave negativa e anti-idealistica (specie nelle cosiddette
canzoni sepolcrali del 1834-35 – Sopra un basso rilievo antico sepolcrale, dove una giovane
morta è rappresentata in atto di partire, accomiatandosi dai suoi, Sopra il ritratto di una bella
donna – e nel Tramonto della luna): una lucida sintesi estrema è La ginestra o il fiore del
deserto, in cui la denuncia si mescola alla proposta”

La produzione lirica di Leopardi è contenuta nei Canti la cui edizione postuma e definitiva è
curata da Antonio Ranieri sulla base di correzioni dell'autore, e annovera 41 liriche, ciascuna
contrassegnata da un titolo e da un numero d'ordine. La produzione poetica dell'autore e la
stessa raccolta sono divisi in tre fasi:
 la prima fase tratta di temi eroici, delle canzoni del suicidio, temi della natura e sul
senso della vita.
 la seconda fase è composta dai canti pisano-recanatesi.
 la terza fase è nominata ciclo di Aspasia ed è dedicata a Fanny Targioni Tozzetti
conosciuta a Firenze, di cui egli s'innamorò. Il nome Aspasia si riferisce ad Aspasia,
prostituta amata da Pericle, sovrano di Atene.
Tra i Canti più famosi troviamo i seguenti:
XI. Il passero solitario, canzone libera (59 versi) (Recanati, primavera 1829 o 1830):
Leopardi vede un passero sulla torre campanaria di Recanati e si identifica nel volatile:
entrambi sono esseri soli. Ma Leopardi lo è ancor di più, perché è solo a causa della situazione
di dolore esistenziale in cui versa. Dolore che il passero solitario, poiché desidera la solitudine
per natura, non percepisce e dunque non può provare, sentendosi sempre felice.
XII. L'infinito, endecasillabi sciolti (15 versi) (Recanati, 1819): è una delle liriche
fondamentali che il poeta scrive durante la sua giovinezza a Recanati. La siepe che impedisce
la vista dell’orizzonte allo stesso tempo è l’ostacolo che permette la fuga della mente: Al di là
della siepe si schiudono dunque spazi senza limite, silenzi profondi e pace assoluta, portatrice
di sgomento, e indizio di quell'eternità a cui l'improvviso stormire del vento tra le fronde
conduce il poeta, il cui io naufraga, cioè si annienta, fondendosi con l'universo. Ed ecco
l’infinito oltre la siepe - Con "infinito" il poeta si riferisce al futuro, che ci apparirà sempre
come una dolcissima illusione che non abbandonerà mai l'uomo. La siepe, invece, è il muro
che divide il presente dal futuro.
XIII. La sera del dì di festa, endecasillabi sciolti (46 versi) (Recanati, ottobre 1820): si apre
con l'immagine del paese di Recanati immerso nella quiete e illuminato dalla luna. Il sonno e
la quiete avvolgono tutti, compresa una donna che nella giornata festiva ha colpito il cuore del

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poeta. Egli invece è tormentato dal sapersi ignorato da lei. Mentre egli esprime la sua
disperazione, ode il "solitario canto" di un artigiano che ritorna a casa dopo la festa. "Tutto al
mondo passa", riflette il poeta, un giorno feriale succede al giorno festivo, un popolo succede
ad un altro, ed anche le realtà e le imprese più grandi sono sparite nel silenzio. La sensazione
di struggente malinconia che egli sta provando lo riporta a quando, da bambino, non riusciva
a dormire alla fine di un giorno festivo ed udiva un canto allontanarsi nella notte.
XIV. Alla luna, endecasillabi sciolti (16 versi) (Recanati, 1819): il paesaggio è lo stesso de
L’infinito. Il poeta è sul Monte Tabor e osserva la luna che è sua amica e confidente dei suoi
affanni. Già era stato su quel monte un anno prima e nonostante la luna sia positiva nei suoi
confronti, il poeta prova sempre la sensazione di sconforto di un anno prima. Neanche la luna
riesce a comprenderlo, anzi lo riconduce al ricordo di un anno prima e del terribile dolore che
lo affligge.
XXI. A Silvia, canzone libera (63 versi) (Pisa, 19-20 aprile 1828): la musa ispiratrice di questa
poesia è Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi a Recanati, morta di tisi a 21
anni. Le due figure, quella di Silvia e del poeta, sono accomunate dalla dolce stagione della
giovinezza, delle illusioni, della fiducia in un futuro vago, ovvero indeterminato e insieme
attraente che sembra promettere gioie. Lui, infatti, ricorda Silvia quando la sentiva cantare in
quello stesso periodo primaverile (era il maggio odoroso) e con quel canto lei esprimeva la
sua fiducia nell'avvenire.
XXIV. La quiete dopo la tempesta, canzone libera (54 versi) (Recanati, 17-20 settembre
1829): Se precedentemente il mancato raggiungimento della felicità trovava consolazione
nelle illusioni giovanili e nell'attesa di una apparenza di gioia, in questa poesia il rigore del
ragionamento porta ad una unica conclusione: il piacere non è più la proiezione nel passato o
nel futuro dei propri ricordi o delle proprie aspettative, ma è semplicemente il breve e
illusorio sollievo che l'uomo prova quando riesce a sfuggire a un dolore che gli appare
spaventoso. Ma pure questo è un inganno della natura: scampare ad un affanno significa
rischiare di esporsi ad essere costretti ad affrontarne tanti altri, per cui l'unica soluzione
definitiva al dramma dell'esistenza umana è la morte che "risana" ogni dolore, ogni
sofferenza.
XXV. Il sabato del villaggio, canzone libera (51 versi) (Recanati, finita il 29 settembre 1829):
Il canto si apre con la descrizione della vita del suo paese il sabato pomeriggio, quando gran
parte degli abitanti sono impegnati nei preparativi per la domenica, giorno festivo. La ragazza
porta i fiori per ornarsi i capelli, la vecchietta racconta della sua giovinezza mentre fila,
mentre viene la sera il contadino torna a casa, nella notte il falegname finisce il suo lavoro,
tutti pregustano la giornata di riposo a venire, ma il poeta ammonisce: è il sabato il giorno più
gradito della settimana, perché la felicità può risiedere solamente nell'attesa. La domenica,
infatti, non porterà la gioia tanto sperata ma porterà tristezza e noia, in quanto in essa
ognuno, non facendo nulla, finirà inevitabilmente per pensare agli impegni della settimana
successiva. Allo stesso modo, l'età adulta (a cui la domenica viene accostata) che tanto è
desiderata durante la giovinezza (a cui viene accostato il sabato pomeriggio) porterà con sé
delusione e dolore, pertanto il poeta rivolge un messaggio ai giovani, dicendo loro di non
preoccuparsi se l'età adulta tarda a sopraggiungere.
XXXIV. La ginestra o Il fiore del deserto, canzone libera (317 versi) (Villa Ferrigni, 1836): Il
vasto poemetto conclude (insieme a Il tramonto della luna) il suo complesso e prolifico
percorso poetico, tanto da essere considerato il testamento spirituale di Leopardi. Leopardi
inizia la poesia con la descrizione di un paesaggio desolato, quello del Vesuvio, rallegrato
solamente dall'"odorata ginestra, contenta dei deserti" e contempla in modo doloroso la
potenza di un fenomeno della natura, come l'eruzione di un vulcano, e ne analizza tutti gli
effetti di distruzione confermando la precarietà della condizione umana. il deserto non è
rallegrato da alcuna pianta e da alcun fiore ad eccezione dell'odorosa ginestra, che cresce

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persino nelle zone desertiche spargendo qua e là i propri cespi. Il poeta ricorda di aver visto la
ginestra abbellire con i suoi steli le campagne nei dintorni di Roma. La pietosa pianticella,
come se volesse commiserare le disgrazie altrui, esala al cielo un soave profumo che
addolcisce un po' la desolazione di quel deserto.

Infine, delle nozioni su che cosa è la ragione e la natura per Leopardi:

 Ragione: La ragione è nemica di ogni grandezza, è la nemica della natura; la natura è


grande, la ragione è piccola. Un uomo è tanto grande o tanto piccolo quanto più sarà
dominato dalla ragione perché pochi possono essere grandi se non sono dominati dalle
illusioni della natura. La ragione ha una duplice natura, buona e cattiva
contemporaneamente: che esalta l’uomo da un lato, ma che lo limita dall’altro.
 Natura: è la percezione. Il maggiore di tutti i mali è l’assenza di sensazioni, quindi,
persino la percezione del dolore è preferibile all’assenza di ogni sensazione. Contro
tutte le riduzioni della ragione e i limiti spirituali, è alla spinta istintiva della natura che
bisogna rivolgerci quando manca la forza di andare avanti e serve ispirazione per far
parlare il nostro dolore, e quindi addolcirlo parlandone.

Il Secondo Ottocento

L’espansione della società borghese e lo sviluppo di nuovi orizzonti culturali scientifici


trovano una singolare resistenza e contraddizione nell’atteggiamento degli artisti. Soprattutto
nei paesi dove è più forte lo sviluppo industriale e scientifico, l’artista sceglie sempre più
frequentemente una posizione radicale. L’arte si ostina a cercare valori che non possono
coincidere con i valori economici su cui è basata la società capitalistica e borghese:
solitamente, l’artista tende a porsi contro il senso pratico borghese, riallacciandosi alle forme
più diverse della tradizione o tentando esperienze nuove e sconvolgenti. In questo universo,
ogni esperienza artistica tende ad essere riassorbita entro i meccanismi del mercato del
consumo: l’artista deve constatare che la sua opera è ormai ridotta a “merce” e che la sua
esistenza è condizionata dai valori dominanti nella società, dall’attenzione di quei borghesi
tanto disprezzati. In questa fase si assiste ad una frattura tra società ed artisti. L’artista si
trova vivere come un estraneo in mezzo al frenetico movimento della società, può sentirsi e
vivere come una sorta di sacerdote dell’assoluto, di valori supremi ed essenziali, negati dalla
volontà della morale borghese: può assumere atteggiamenti irregolari e provocatori che
colpiscono e scandalizzano i borghesi, vivendo la sua esistenza senza alcun ordine
consumandone ogni attimo in pericolose esperienza (droga, alcool, libertinismo erotico), in
una dissipazione quotidiana che spesso porta alla distruzione fisica e psichica. In questi casi
estremi l’artista si presenta come “maledetto”.
È necessario comunque tener presente che il contrapporsi dell’arte alla società
contemporanea può assumere forme molto varie: nella maggior parte dei casi il rifiuto del
presente assume forme moderate. La negazione del mondo presente può generare
prospettive rivoluzionarie l’attesa di una nuova società senza sfruttamento e senza
distinzione di classi; ma in molti altri casi lo spirito antiborghese assume connotati di tipo
reazionario, sfinge al recupero di antichi valori tradizionali, ad atteggiamenti aristocratici È
nazionalistici, violentemente ostili al liberalismo e alla democrazia. Questa opposizione porta
alla scoperta di nuovi territori esperienza, nuovi linguaggi, nuove forme espressive, che
rompono l’orizzonte tradizionale della comunicazione artistica.

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La Scapigliatura
le tendenze critiche negative della nuova arte europea penetrarono in Italia con notevole
ritardo, a causa della particolare situazione dei nostri intellettuali, impegnati nella lotta
dell’unità, e dall’arretratezza del nostro sviluppo borghese capitalistico. Aspetti più
esplicitamente decadenti si manifestarono in Italia a partire dagli anni 80 anche se già nei
primi anni dopo l’unità si è osservato un tentativo di uscire dai limiti provinciali della nostra
letteratura, di accostarsi alle nuove esperienze europee. Ad operare questo tentativo fu un
gruppo di scrittori milanesi. Questi scrittori erano animati da uno spirito di ribellione contro
la cultura tradizionale e contro il buonsenso borghese: per definirli fu usato il termine ti
“scapigliatura”, con cui gli storici della rete natura designano tutte le forme di ribellione agli Commented [Office80]: “deriva da un romanzo di Cletto
equilibri culturali dominanti nell’Italia degli anni 60 e 70. Uno dei primi obbiettivi della lotta Arrighi (pseudonimo e anagramma di Carlo Righetti,
1830-1906), autore del romanzo La Scapigliatura e il 6
degli scapigliati fu il moderatismo del romanticismo italiano: essi cercarono di recuperare febbraio (1862), storia di sei giovani intellettuali dalla
alla nostra cultura gli aspetti più negativi ed estremi della tradizione romantica E nello stesso vita ‘irregolare’, antiaustriaci, portatori di uno spirito di
tempo si scagliarono contro il provincialismo. Sentirono il bisogno di guardare alla realtà ribellione sullo sfondo di una fallita rivolta mazziniana,
nella Milano del 1853”
concreta del mondo circostante conocchia lucido è spregiudicato. Ma quest’esigenza li indusse
vale la realtà in modo diverso a percepirla come frantumato e contraddittoria, in continua
rovinosa trasformazione, insidiata dal male e dal caos. La realtà fisica veniva confrontata con
quella psichica: l’osservazione del nuovo mondo cittadino si intrecciava alla rivelazione del
fantastico, all’emergere di casi strani, bizzarri, inquietanti. Al fondo di tutto ciò c’era la
convinzione che l’arte e l’artista fossero estranei ai cani borghesi, gli scapigliati rispondevano
negando il valore della tradizione della bellezza rivendicando scandalosamente il legame del
bello con “l’orrendo”, consumando le proprie stessa esistenza in esperienze nuove e
sconcertanti, vivendo spesso alla giornata, minati dall’alcol e dalle malattie, senza nessuna
cura di sé, nelle osterie e nei luoghi di ritrovo. L’artista scapigliato mostrava cinicamente “la
miseria della poesia” ma allo stesso tempo provava un’ostinata nostalgia di valori E di forza
ideale, di qualcosa di grande che purificasse tutta quella misera esperienza.
“L’anticonformismo, l’esaltazione dello spirito libero, l’anticlericalismo, l’antimilitarismo
(come si vede tutte definizioni in negativo) caratterizzano la loro condotta di vita e le loro Commented [Office81]: Turchetti
manifestazioni artistiche. Contro la civiltà del denaro e il dominio sull’arte delle «banche e
delle imprese» (così scriverà Verga nella Prefazione al romanzo Eva, di atmosfera scapigliata e In Paolina (1866) si raccontano le vicende di una
fanciulla costretta a prostituirsi per fame e a vivere (e
non a caso scritto a Milano), essi propongono un’estetica svincolata da ogni costrizione morire) in una soffitta del Coperto Figini, il complesso
sentimentale e convenzionalità borghese. Gli scapigliati ricercano il «vero», ma sono convinti abitativo riservato alle famiglie proletarie, abbattuto
che la realtà si manifesti soprattutto nelle situazioni estreme, non a caso occultate con proprio in quegli anni per far posto alla Galleria di
Milano. Una vivace polemica antimilitarista, ma anche la
ipocrisia nelle opere dei loro contemporanei” rappresentazione della patologia psichica prodotta dalla
La scapigliatura non si tradusse in un bere proprio gruppo organizzato: il suo momento più violenza bellica, sono al centro di Una nobile follia
intenso, nella Milano degli anni 70, coincise con una serie di spontanei contatti e scambi (Drammi della vita militare), uscito nel 1867.
Il romanzo più importante di Tarchetti è certamente
personali tra alcuni giovani scrittori. Essi migrarono tenacemente a elaborare un linguaggio Fosca, apparso a puntate sul «Pungolo» e portato a
che rispecchi la contraddizione in cui essi si sentono presi; esplorano ambiti rimasti fino termine, dopo la morte dell’autore, dall’amico Salvatore
allora estranei alla letteratura italiana; E operano un nuovo confronto con la letteratura Farina (1869). La vicenda mette in primo piano la storia
di Giorgio, un uomo destinato a vivere inseguendo
europea. Ma questo tentativo viene frustrato dall’insufficiente approfondimento stilistico, dal «passioni eccezionali», che divide il proprio amore tra
persistere nel loro linguaggio di residui della tradizione romantica italiana. Lo spirito due donne: Clara, positiva, bella, vivace e Fosca, orrenda e
antiborghese della scapigliatura e la sua curiosità per le trasformazioni sociali fecero sì che soprattutto segnata anche fisicamente dalla malattia e
dalla nevrosi, che la deturpano senza tuttavia cancellare
molti dei suoi esponenti si accostassero a posizioni politiche di tipo democratico: Milano fu il in lei le tracce di un ingegno eccezionale e di una
punto di riferimento di una “scapigliatura democratica”, che alimentò nuove tendenze passionalità quasi violenta. Giorgio verrà attratto
radicali, anarchiche, socialiste, E che dal punto di vista letterario ebbe una funzione essenziale irresistibilmente da Fosca, finendo con l’essere anch’egli
contagiato, dopo la morte di lei, dal male di vivere che la
per lo sviluppo del verismo. donna portava con sé. Il romanzo è incentrato dunque sul
rapporto tra amore e “e morte, antico tema
Decadentismo: particolarmente caro alla sensibilità romantica, ma qui
spinto alle sue estreme conseguenze e radicalizzato in
le nuove tendenze dell’arte europea si affermano a partire dalle 50, specialmente dopo il una opposizione ‘dualistica’, tipicamente scapigliata,
riflusso dell’onda rivoluzionaria del 48. Lo spirito radicalmente negativo delle nuove forme emblematizzata dalla polarità (anche onomastica) tra
Clara e Fosca.”

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artistiche mostra molti punti di contatto con la cultura romantica: esse però non vanno
considerate come un semplice prolungamento del romanticismo, perché incarnano un culto
dell’arte assai più totalizzante, concentrato sulla solitudine e la libertà dell’artista, non sui suoi
legami con la comunità con i valori nazionali. Ora si dà voce a esperienze eccezionali E si
individuano nuovi territori conoscenza. Un termine che serve a definire I caratteri particolari
di gran parte dell’arte della seconda metà dell’ottocento e del primo novecento è
“decadentismo”: esso esclude l’idea di una troppo stretta continuità con il romanticismo e
sottolinea la novità di contenuti forme, registrando la “decadenza”, ovvero la consunzione di
un’intera civiltà. Il termine viene usato per definire tutte le nuove esperienze che tra la
seconda metà dell’ottocento e il primo novecento fanno dell’arte e della poesia un valore
supremo, si oppongono alla razionalità borghese è positivistico E manifestano in forme
diverse e contrastanti la crisi degli equilibri su cui si costruiva lo sconvolgente sviluppo della
moderna società industriale. Gli artisti di questo periodo oppongono ogni progresso positivo
razionale, a ogni senso pratico e costruttivo, il culto dell’irrazionale, dell’inutile, della
raffinatezza senza scopo, o dei valori più intimi segreti.
La poesia di Baudelaire costituisce il maggiore punto di riferimento per tutte le esperienze di
tipo decadente, dalla sua rivoluzionaria esperienza che intreccia in modo originale di te
poesia, si svolge in Francia tutta nuova serie di tendenze: da quella dei parnassiani a quella
dei simbolisti. La concezione di un’arte inutile, raffinata, costruita sulle sensazioni più sottili e
segreti, su complicate sfumature psicologiche, sulle inquietudini malsane, investe anche forme
diverse da quelle poetiche, si impadronisce anche dei generi narrativi. La scandalosa esistenza
E alcune opere di Oscar Wilde diffondono in tutta Europa una sensibilità ambigua estenuata,
pronto a trasformare qualsiasi elemento di vite di cultura in oggetto di raffinato e cinico gioco
intellettuale. Una superba sintesi di tante tendenze artistiche del secondo ottocento, che mira
a un’arte totale, capace di combinare ogni sorta di sensazione e di tecnica, e di agire
fisicamente intellettualmente sullo spettatore, è data dall’opera del grande musicista tedesco
Richard Wagner, che crea una nuova forma di opera in musica.

Verismo

Il periodo che va dal 1857 (data della pubblicazione di Madame Bovary di Gustave Flaubert) Commented [Office82]: “Il romanzo è incentrato sulla
agli anni Ottanta dell'Ottocento, è caratterizzato in tutta Europa dall'affermazione di tendenze figura di una giovane donna, Emma Bovary, moglie di un
gretto medico di provincia, da lei sposato solo perché il
realiste nell'arte. Abbiamo parlato di tendenze, impiegando il plurale, perché il dibattito su matrimonio le appare come un espediente per sfuggire
come rappresentare il vero in letteratura e nelle arti figurative fu allora molto vivace, e alla monotonia della vita quotidiana. I suoi sogni
diversissime le poetiche realiste che si imposero. Il linguaggio critico utilizza al proposito ingenuamente romantici si infrangono contro la volgarità
del marito e dell’ambiente meschino di un paese di
almeno tre termini - Realismo, Naturalismo e Verismo - che alludono infatti a sensibilità e provincia. Nella sua insoddisfazione esistenziale Emma
movimenti artistici distinti, secondo varie accezioni e sfumature di significato. non riesce però a uscire dagli schemi, ma resta anch’essa
ancorata a un codice comportamentale borghese. Si
innamora di un giovane apparentemente sensibile e
 Realismo: è il termine più generico che sottolinea la volontà dell'autore di inetto, Léon, ma finisce per essere l’amante di un uomo
rappresentare gli avvenimenti naturali. Il realismo, in contrasto con i canoni del violento (Rodolphe). Quando finalmente potrà allacciare
una relazione con Léon, Emma condurrà una vita al di
linguaggio accademico e con gli eccessi tipicamente romantici, tentò di cogliere la sopra delle sue possibilità economiche. Pressata dagli
realtà sociale in un'epoca di profonde trasformazioni. Ma con il termine la critica si è usurai, e ormai definitivamente delusa, troverà nel
riferita soprattutto a una vasta corrente letteraria e artistica della prima metà suicidio l’ultima disperata via di uscita. L’argomento, di
per sé scandaloso (si pensi al tema – delicato a quei tempi
dell’Ottocento, che ebbe nell’opera pittorica di Courbet e soprattutto nella narrativa di – del tradimento femminile), per il crudo realismo e la
Balzac le sue espressioni più consapevoli; finalmente aperte, queste ultime, anche alla resa psicologica dei personaggi attirò su Flaubert, oltre a
rappresentazione degli aspetti minuti e prosaici della vita quotidiana, vissuti sullo un grande successo di pubblico, anche un processo per
oltraggio alla morale”
sfondo dei grandi movimenti economico-sociali dell’Europa post-napoleonica. Nel giro
di pochi anni, poi, e soprattutto dopo i moti del 1848, il rapido dissolversi degli ideali
ancora vivi presso gli artisti che avevano attraversato la stagione rivoluzionaria
contribuì all’affermazione di una forma di realismo diversa e più moderna. Entrò in

59
crisi, infatti, il modello letterario – soprattutto romanzesco – basato sulla presenza di
un narratore onnisciente, alter ego dell’autore, pronto a intervenire per organizzare e
commentare il racconto. Contro l’invadenza del narratore, cominciò a imporsi l’ideale
di una narrazione ‘oggettiva’, ossia priva di giudizi espliciti sulle vicende e sui
comportamenti dei personaggi, e molto attenta alla precisione dei dettagli. Manifesto
di questa tendenza viene unanimemente considerato il romanzo di Gustave Flaubert
Madame Bovary. L’opera, infatti, non solo si allontana dal soggettivismo esasperato e
dal sentimentalismo tipici delle tarde manifestazioni romantiche, ma respinge anche
l’idea “che la storia possa essere rappresentata nella sua interezza narrando vicende
esemplari di una situazione storico-sociale. Con Flaubert, il romanzo si fa in primo
luogo racconto dell’esistenza dei singoli individui: un’esistenza, per lo più, né eroica né
degna di nota, ma anzi banale e determinata da desideri indotti”

 Naturalismo: è un movimento letterario che nasce in Francia come applicazione


diretta del pensiero positivista, applicando il metodo scientifico sperimentale alla
letteratura (Ovvero il tentativo di riprodurre i metodi di analisi della medicina
moderna e della fisiologia nello studio della società, al fine di dare una
rappresentazione letteraria il più possibile oggettiva). Termine impiegato per la prima
volta in Francia e che esprime un rapporto diretto tra la narrazione e la realtà
quotidiana. Flaubert influenzerà anche questa tendenza. Il romanziere, dunque, come il
medico, deve essere considerato uno «scienziato»: anch’egli scandisce il suo lavoro in
tempi e modi definiti: prima con l’osservazione dei fatti e dei dati, e quindi formulando
un’ipotesi, che deve essere verificata facendo agire coerentemente i personaggi in un
contesto ambientale, senza la mediazione (sentimentale e ideologica) dello scrittore. Il
lettore dovrebbe così avere l’impressione che il romanzo si sia fatto da sé, secondo un
metodo impersonale affine a quello già proposto da Flaubert (che però era meno rigido
nella sua applicazione) e viceversa molto lontano da quello dei narratori della prima
metà dell’Ottocento. Ciò non comporta, tuttavia, una totale indifferenza dell’autore alla
materia trattata, o comunque un’assenza di contenuti ideologici nelle opere, che anzi a
volte veicolarono istanze sociali di cambiamento e di denuncia, suscitando scandalo nei
lettori dell’epoca: è il caso di alcuni romanzi di Zola – come Germinale (Germinal,
1885), una vicenda drammatica incentrata sul lavoro in miniera – che diventano grandi
affreschi della vita del popolo e soprattutto delle sue aspirazioni a un miglioramento
sociale.”

 Verismo: è la corrente letteraria che si sviluppa in Italia intorno al 1875 e che si ispira
proprio al Naturalismo francese. Massimi esponenti sono Luigi Capuana e Giovanni
Verga. Secondo il naturalismo, lo scrittore deve scrivere della realtà oggettivamente,
non deve né inventarla, né metterci del suo, mentre i veristi denunciano la miseria dei
più poveri, che resteranno sempre poveri, ma cercano di far capire al lettore il proprio
punto di vista, anche se in modo molto sottile, quasi impercettibilmente.

Il Verismo, abbiamo detto, prende spunto dal filone naturalista francese e così via il
naturalismo applica nella letteratura, la corrente filosofica del positivismo. Ma all’arrivo del
positivismo in Italia bisogna tener conto dei fattori che ne hanno permesso la diffusione:
Dall’ultimo ventennio dell’ottocento alla prima guerra mondiale, l’Italia vive un periodo di
difficoltà sia sul piano interno che su quello della politica estera. Fallisce il tentativo di
espansione coloniale in Eritrea con Francesco Crispi. Si diffonde l’emigrazione e bisogna
accelerare lo sviluppo economico. Quest’accelerazione coinvolge anche il piano culturale che
sfocia nel Positivismo: una fiducia illimitata nel progresso, l’applicazione del metodo

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scientifico all’osservazione dei fenomeni naturali e della società (nasce la sociologia). Il
positivismo sostiene una stretta identificazione tra uomo e ambiente che a sua volta è
regolato da leggi meccaniche immodificabili. Possiamo dire che il positivismo incarna alla
perfezione una fase di sviluppo della borghesia, legata al trionfo della scienza e delle sue
applicazioni tecnologiche. Ma il positivismo fallirà quando fallirà l’idea che le sorti dell’Italia
potessero essere affidate solo ed esclusivamente a un gioco automatico di progresso, concetto
reputato insufficiente. Si arriva quindi alla letteratura dove permane per un ventennio la
corrente che deriva dal positivismo definita Naturalismo, Realismo o Verismo (noi la
chiameremo Verismo).
“Il mito dello scrittore costretto all’esilio (si pensi a Foscolo), o duramente incarcerato
(Pellico, Maroncelli) aveva contribuito a sedimentare l’idea della funzione ‘sociale’ del
letterato, il cui ruolo era dunque riconosciuto e rispettato. In questo contesto si era formato
anche il garibaldino Ippolito Nievo, la cui opera fondamentale (Le Confessioni d’un Italiano)
esce postuma nel 1867. Il quadro muta molto dopo il 1861. Non solo si esaurisce rapidamente
la finalità politico-patriottica dell’impegno letterario, ma gli esiti del processo unitario,
guidato da un blocco sociale essenzialmente settentrionale e alto-borghese, attento a
difendere gli elementi di continuità con il passato, producono tra gli intellettuali un senso
diffuso di delusione, vissuta assai spesso come un vero e proprio tradimento degli ideali
risorgimentali.
“Se nella contemporaneità non si riconoscono i segni di trasformazioni positive, allora il culto
letterario della classicità e del pensiero razionalista settecentesco assume un valore di
polemica ideologica contro il presente. È questa la strada che caratterizza almeno la prima
stagione dell’attività poetica di Giosue Carducci e poi di altri letterati a lui vicini. Non a caso
Carducci si propone da subito come «scudiero dei classici»: intendendo come tali i padri della
tradizione non solo greca e latina, ma italiana, da proporre come esempi anche morali per la
contemporaneità.”

Il verismo muove a una nuova attenzione della realtà e quindi del vero. All’eccezionalità
privilegiata dal romanticismo si contrappone la normalità del quotidiano del Verismo. C’è Commented [Office83]: “Sono le correnti che si muovono
un’attenzione spasmodica per le condizioni locali di quelle classi contadine che erano rimaste nel solco del rinnovamento antiromantico ad
appropriarsene, per alludere a manifestazioni letterarie
ai margini e che stavano sopportando sulla propria pelle, il peso del processo di sviluppo del che si aprono alla rappresentazione degli aspetti meno
paese avviato dall’unificazione. Il Verismo, inoltre, sviluppa una lingua letteraria vicina al raffigurati e più umili della realtà.
parlato, alla lingua della quotidianità. Mentre i naturalisti francesi raccontavano una civiltà “Alla ricerca di oggettività tipica del Naturalismo il
Verismo italiano diede un’impronta più legata agli aspetti
ormai industrialmente sviluppata in cui prevale la rappresentazione di ambienti urbani e di regionalistici, mentre fu meno disponibile ad accogliere
classi sociali legate all’alta borghesia; i veristi racconta la società contadina che rappresenta gli elementi di polemica progressista e di denuncia
gli ambienti provinciali in cui agiscono protagonisti appartenenti alla piccola borghesia. sociale, largamente diffusi, per esempio, nell’opera di
Zola”
“La città, oltre che mantenere il suo ruolo tradizionale di centro propulsore culturale e
letterario (rafforzato ora dalla presenza di un’editoria più radicata e consapevole), diviene
oggetto della rappresentazione degli artisti, in quanto luogo per eccellenza della vita moderna
e sede della celebrazione del progresso. “Protagonista della vita cittadina è una massa sempre
più anonima ma pervasiva, portatrice di istanze sociali e di bisogni culturali con cui
intellettuali e letterati devono ormai fare i conti: questa dimensione ‘di massa’ coinvolge
settori importanti come quello della stampa (con la crescente domanda di informazione di
un’opinione pubblica sia pure ancora embrionale), dell’editoria (che si rivolge alle esigenze
diversificate, di istruzione ma anche di evasione, di un pubblico più ampio) e della scuola (cui
si impone primariamente la questione della formazione culturale e dell’unificazione
linguistica degli italiani).”

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Comunque, il Verismo si basa sulla teoria sperimentale di Emile Zola, il quale sosteneva che lo
scrittore doveva riprodurre sulla pagina scritta le condizioni della vita vissuta come fosse
un’esperienza di laboratorio, attenendosi quindi alle leggi scientifiche.

Tra i veristi più famosi i due siciliani, anzi i due catanesi: Luigi Capuana e Giovanni Verga.
 Luigi Capuana è più moderato, accetta i principi del naturalismo e ne fu un forte
sostenitore. Nasce a Mineo nel 1839 (in provincia di Catania) da una famiglia della
borghesia agraria. Si trasferisce a Firenze dove abbandona gli studi sul teatro per
cimentarsi in narrativa con la sua prima novella Il dottor Cymbalus, 1867. La sua prima
opera di forte impegno però è Giacinta che scriverà nel 1879 (L’opera viene dedicata a
Zola e racconta la storia di un personaggio femminile stuprato in gioventù e che vive
priva di affetti familiari e con il peso dei pregiudizi della società. Cercherà di reagire
vivendo una vita fuori dal comune, ma poi crollerà fatalmente e si suiciderà). Capuana
tornerà a Mineo dove si occuperà dei beni familiari e della politica locale. Nel 1902
insegnò all’università, prima di morire nel 1915.

 Giovanni Verga, invece, è il più grande rappresentante del Verismo. Anche lui catanese
e di famiglia legata alla borghesia agraria, nasce il 2 settembre 1840. Studia legge
all’università di Catania, ma vuole cimentarsi nella letteratura e la famiglia lo lascia
fare. Lascia la Sicilia per Firenze che era la capitale culturale – lui ha una formazione di
tipo romantico e patriottico, considerando che si arruolò nella Guardia Nazionale e le
sue prime opere sono romanzi patriottici – quando si inserì nei salotti intellettuali
fiorentini comprese la vita elegante e mondana, tanto diversa dalla società esclusa
siciliana. Ma nonostante cercasse un pubblico nazionale e un ambiente elevato,
paradossalmente fuori dalla Sicilia riscoprì il suo amore per le radici. Toccò il successo
con Storia di una capinera nel 1866 (romanzo in parte autobiografico che prende
spunto, infatti, da una vicenda vissuta in prima persona da Giovanni Verga in età
giovanile. Verga, all'epoca quindicenne, si innamora di Rosalia, giovane educanda del
Commented [Office84]: “Nel protagonista, Enrico, si
monastero di San Sebastiano (a Vizzini, dove i genitori di Verga avevano delle rispecchiano tutti i canoni dell’artista bohémien:
proprietà), dove è monaca anche sua zia. Il personaggio principale, infatti, è una donna l’impossibilità di controllare i sentimenti, sempre
che subisce una monacazione forzata, unita drammaticamente ad un amore infelice). estremizzati, l’assenza di calcolo economico, il rifiuto
delle convenzioni borghesi, la spinta a dissiparsi come
Eva si avvicina alla scapigliatura. In questo romanzo “Verga si oppone innanzitutto a atto di estrema quanto inutile protesta. L’amore
una concezione dell’arte intesa solo come ‘lusso’, condizionata dalle regole del mercato. romantico, che Enrico ricerca, è infatti impossibile in una
Tutto è mercificato – questa la tesi sostenuta – e anche la letteratura soggiace al greve società che è fatta solo di apparenze e di miserie
quotidiane. Più consapevole appare invece il personaggio
materialismo di un’epoca dominata da «un’atmosfera di Banche e di Imprese». La di Eva, la ballerina che è conscia di poter vivere il suo
modernità è travolta dalle regole del profitto e quindi non è più capace di espressione successo solo nel travestimento del palcoscenico. Il
artistica, mentre la morale borghese zittisce chi ha il coraggio di denunciare senza romanzo comunque fece scalpore e fu considerato
‘osceno’. Infastidiva la morale borghese il crudo realismo
infingimenti la realtà. ma è con Nedda, pubblicata in opuscolo nel 1874 che Verga tenta nell’analisi dei rapporti umani e l’accusa rivolta alla
di rappresentare per la prima volta il mondo contadino siciliano narrando le disgrazie volgarità violenta della civiltà del denaro, contrapposta
di una raccoglitrice di olive. agli ideali astratti del protagonista. Il quale, è bene
notarlo, è un provinciale (viene dalla Sicilia) che non
conosce e non riesce ad adeguarsi allo stile ‘falso’ della
La svolta verista si ebbe a Milano con I discorsi con Capuana, gli scapigliati e l’incontro grande città industriale.”.
con le opere di Zola. Verga vi sottolineava innanzitutto l’esigenza di una scrittura Commented [Office85]: “La storia di una raccoglitrice di
condotta «con scrupolo scientifico», in ciò mostrandosi profondamente legato ai olive, oppressa dalla miseria, dalla violenza e dalla morte
dettami del Naturalismo. Ma con questo testo egli espose anche la sua teoria dei suoi cari, non si lega in effetti a novità stilistiche
importanti. Il racconto resta anzi ancorato ai modi della
dell’impersonalità, legata a un’eclissi radicale dell’autore, che non doveva solo narrativa rusticale, da cui derivano anche il tono patetico
mantenere, come nel Naturalismo, un atteggiamento neutrale da ‘scienziato’, ma e l’atteggiamento del narratore, che, lungi dall’essere
mimetizzarsi fino ad assumere il carattere di voce narrante popolare, o comunque impersonale, simpatizza evidentemente (dall’alto della
sua condizione di intellettuale) per la protagonista. La
adeguarsi al punto di vista ‘basso’ dei personaggi: si è parlato al proposito di tecnica novella risulta così stilisticamente e linguisticamente
della regressione.” sdoppiata tra il registro popolare di Nedda e quello più
controllato del narratore.”

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“Con Vita dei campi Verga si allontana infatti nettamente dai soggetti e dalla sintassi
narrativa della sua precedente produzione. La Sicilia povera e contadina diventa il
grande tema di tutte le novelle. Con il riferimento a quel mondo Verga dava infine voce
e tratti ‘reali’ a personaggi sopraffatti dalla miseria e dalla violenza. Non si tratta di una
vera e propria novità tematica, eppure va segnalato lo sforzo di sottrarre il soggetto
alla convenzionale propensione pietistica, tipica, per esempio, della letteratura
rusticale. “Ma le particolari condizioni di arretratezza della Sicilia permettevano anche
di ritrarre un mondo escluso dal progresso tecnologico, ancorato a ritmi di vita
ancestrali, almeno in apparenza fuori dalla storia. Al popolo siciliano si poteva dunque
applicare quella morale di vita che Verga definisce l’«ideale dell’ostrica» (nella novella
Fantasticheria, che anticipa temi e personaggi dei Malavoglia): la salvezza come premio
all’immobilità, alla caparbia lotta per restare attaccato a uno scoglio (la famiglia, il
lavoro quotidiano) che rappresenta l’unica garanzia di sopravvivenza.
Qui inizia il filone dei vinti con la pubblicazione de I Malavoglia (1881) e Mastro Don Commented [Office86]: “L’articolazione del progetto
Gesualdo (1889): il primo romanzo narra la storia di una famiglia di pescatori che vive appare infatti incentrata sull’insorgere dei «desideri»,
diversi a seconda della classe sociale di appartenenza: da
e lavora ad Aci Trezza, un piccolo paese siciliano nei pressi di Catania. Il romanzo ha quello più basso dei Malavoglia (la «lotta pei bisogni
un'impostazione corale, e rappresenta personaggi uniti dalla stessa cultura ma divisi materiali»), all’«avidità» di Mastro-don Gesualdo e alla
dalle loro diverse scelte di vita, soverchiate comunque da un destino inevitabile; il «vanità» della Duchessa di Leyra, fino all’«ambizione»
degli ultimi protagonisti, nell’Onorevole Scipioni (il
secondo romanzo tratta delle disavventure dell’omonimo personaggio ed è diviso in romanzo del parlamentare) e nell’Uomo di lusso (il
quattro parti. Nel libro vengono rappresentate varie classi sociali, le quali utilizzano romanzo dell’esteta, dell’artista raffinato, che riunisce
registri linguistici differenti. Per questo motivo il romanzo ha richiesto un grande «tutte codeste bramosie»). Di questi ultimi Verga riuscì
solo ad abbozzare La duchessa di Leyra. Verga non
impegno per Giovanni Verga, il quale ha lavorato a questo grande capolavoro per anni intendeva dunque circoscrivere la sua indagine verista a
e anni. Mastro Don Gesualdo è un uomo rifiutato da due società: lui è figlio di muratori una classe – quella popolare – e a una regione – la Sicilia”
ed è per questo che è Mastro, poi sposa una nobile e così si guadagna il Don; ma non “Per Verga il vero motore della storia è la spinta dei
bisogni materiali, la ricerca dell’utile. In base a questo
sarà né l’uno né l’altro. unico movente il forte è spinto sempre a schiacciare il più
In questi due romanzi l’autore adotta la tecnica dell’impersonalità (lasciare cioè che debole, secondo un principio che trasferiva in ambito
sia "il fatto nudo e schietto" e non le valutazioni dell'autore, il centro della narrazione) sociologico la legge darwiniana dell’evoluzionismo (e
infatti questa dottrina fu chiamata darwinismo sociale). Il
rinunciando così all'abituale mediazione del narratore. Queste due opere vanno progresso, infatti, produce per Verga risultati
inserite nel Ciclo dei vinti dove i Malavoglia e Mastro Don Gesualdo dovevano essere i «grandiosi», che tuttavia appaiono tali solo se visti da
primi due libri; del terzo solo un frammento: La duchessa de Leyra. Mentre gli ultimi lontano, senza valutare i costi umani e le contraddizioni
che essi portano con sé. La visione verghiana della storia
due previsti nel Ciclo (L'Onorevole Scipioni e L'uomo di lusso) non vennero neppure nega così ogni concreta possibilità di miglioramento, e
iniziati. soprattutto sposta l’attenzione – con un materialismo
Verga lasciò Firenze per Milano dove visse vent’anni ed entrò in contatto con gli amaro e assolutamente pessimista – sulle vittime di
questo processo, che sono appunto i «Vinti».”.
scapigliati. Viaggiò in Francia e in Germania, conobbe Zola e pubblicò le Novelle
Rusticane che ispirarono Mascagni per la Cavalleria Rusticana. Lottò con Mascagni per
aver riconosciuti i suoi diritti che vennero quantificati in 143.000 lire. Con questa cifra
si ritirò definitivamente a Catania dove visse fino alla morte per trombosi cerebrale il
17 giugno 1922.

In effetti c’è un altro autore del sud che merita di essere menzionato, questo è Federico De
Roberto, autore del celebre romanzo: I Viceré (Romanzo diviso in tre parti che narra la storia
di una famiglia nobile catanese di antica origine spagnola, gli Uzeda, principi di Francalanza e
antichi viceré di Sicilia sotto la dominazione spagnola. Descrive il decadimento fisico e morale
d'una stirpe esausta). Nasce a Napoli il 16 gennaio 1861: il padre è un ufficiale napoletano e
muore presto, la madre è una nobildonna siciliana che lo accudirà a Catania dove il figlio
inizierà una buona carriera giornalistica e dove riesce a entrare in contatto con Capuana e
Verga. Dal 1889 si trasferì a Milano grazie all’intercessione di Verga che lo introdusse alla vita
intellettuale. Esordì con una raccolta di novelle La Sorte nel 1887 e l’anno dopo un’altra dal
nome Documenti umani. Il primo romanzo viene pubblicato nel 1889, Ermanno Raeli e il
secondo nel 1891, L’illusione. Ma nel 1894 egli spese tutte le sue energie nervose ne I Viceré

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che però non ebbero il risultato sperato. La delusione lo vide tornare sui suoi passi, indietro
nella carriera giornalistica al Corriere della Sera e visse gli ultimi anni solo e dimenticato
dedicandosi all’assistenza della vecchia madre malata: pochi mesi dopo la morte di questa, si
spense a Catania il 26 luglio 1927.

Se da un lato il mondo della letteratura italiana verte per una concezione di tipo verista e
naturalista, dall’altro lato c’è ancora chi cerca di restaurare una forma di classicismo. Questa
era la missione di Giosuè Carducci che nasce il 27 luglio 1835 a Valdicastello, in Versilia.
Visse dal ’38 al ’49 in Maremma dove lavorava il padre come medico. Li fece i primi studi e le
prime letture stimolate da questo padre che aveva idee liberali e autoritarie. Proprio queste
idee gli costarono il posto di medico ed egli fu costretto con tutta la famiglia a trasferirsi a
Firenze. Qui frequentò le scuole dei padri scolopi e la Normale di Pisa dove si laureò in
Filosofia e Filologia nel ’56. L’anno successivo insegno a San Miniato dove gli amici lo
convinsero a pubblicare la sua prima raccolta di rime: Rime di San Miniato. Nel 1857 il fratello
Dante si suicida (si pensa per colpa del padre) e il padre muore nel 1858, adesso è Giosuè a
caricarsi sulle spalle la famiglia. Nel 1859 sposa Elvira Menicucci da cui avrà quattro figli, la
prima lo stesso anno: Beatrice. Nel 1860 diventa professore di Letteratura Italiana
nell’Università di Bologna ma Carducci aveva idee politiche estreme: era repubblicano,
polemico e anticlericale.
La simpatia giovanile che Carducci aveva nutrito per il programma unitario perseguito dai
Savoia si trasformò infatti, di fronte ai tatticismi della monarchia piemontese, in un
atteggiamento molto più laicista e fin radicale, di sostegno agli ideali mazziniani e alla
battaglia per Roma capitale. Vero manifesto dell’ideologia abbracciata in questi anni si può
considerare l’inno A Satana, pubblicato nel 1865 e poi di nuovo, provocatoriamente, in Commented [Office87]: “ode – come spiegò Carducci
coincidenza con l’apertura del Concilio Vaticano (1869)”. stesso – rivolta all’apologia di «tutto ciò che di nobile e
bello e grande hanno scomunicato gli asceti e i preti»: le
I suoi atteggiamenti furenti e viscerali lo misero in una brutta posizione: le autorità fecero per gioie del vino e la bellezza sensuale, la libertà della
reprimerlo, nel 1868 ottenne una sospensione dall’insegnamento per due mesi e mezzo. Nel ragione, la forza del progresso emblematizzata, nel finale,
1870 morirà la madre e anche il figlio maschio Dante, a cui dedicherà l’elegia: Pianto Antico. dalla locomotiva a vapore
Suscitò molto scandalo e polemiche, ha la forma di un ode
classicheggiante ma è un’esaltazione del libero pensiero
L'albero a cui tendevi laico, libero dai vincoli della superstizione religiosa esso
la pargoletta mano, si muove versi il futuro assumendo l’immagine simbolica
del treno. Nel suo violento anticlericalismo, nella sua
il verde melograno identificazione di satana con tutte le forme di progresso,
Dà bei vermigli fiori questo inno ha una forza ingenua, una scattante volontà
Nel muto orto solingo di conquista del mondo moderno attraverso una forma e
una morale antica. Qui si evince una prima fase del
Rinverdì tutto or ora, realismo classicistico di Carducci.
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l'inutil vita
Estremo unico fior,
Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol piú ti rallegra
Né ti risveglia amor.

Nel 1876 si candida alle elezioni parlamentari. Ma con la liberazione di Roma accade uno
spettacolare cambiamento di posizione politica: si iscrisse alla Massoneria e iniziò ad
apprezzare il regno dei Savoia. “Il corso delle vicende nazionali, del resto, favorì un parallelo
smorzarsi del ribellismo giacobino, e il ritorno alla fiducia nei Savoia e nel loro ruolo di

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garanti dei valori risorgimentali di unità e stabilità. Così fu proprio il successo della poesia
‘barbara’ a favorire la consacrazione di Carducci come poeta ‘gradito’ alla corona, la sua
integrazione rispetto alla cultura di governo che lo portò a essere considerato il vero
interprete del nuovo spirito unitario (il «poeta-vate» della «Terza Italia»). Pur senza
abbandonare lo schieramento di sinistra (nel ’76 era stato eletto deputato, ma restò escluso
nel sorteggio dei professori universitari), egli si avvicinò sempre più alla monarchia, e
l’incontro ufficiale con Umberto I e Margherita, in visita all’Università di Bologna nel 1878, gli
offrì l’occasione per comporre la prima di una lunga serie di liriche celebrative.
Provava fascino nei confronti della regina Margherita – che era intellettuale e apprezzava la
sua poesia – a lei dedicò un’ode nel 1878: Alla regina d’Italia e fino al 1890 quando fu
nominato senatore del Regno, Carducci cercò ogni modo per esaltare l’opera della monarchia.
Ormai Carducci era una celebrità, ma nonostante questo status visse tetramente gli ultimi
anni. Curò la raccolta completa dei suoi scritti e pubblicò le Opere; nel 1904 lasciò
l’insegnamento e nel 1906 ottenne il Nobel per la letteratura, morì l’anno seguente, il 16
febbraio 1907.

Nell’opera di Carducci troviamo di tutto: contributi storico-critici, filologici, scritti giornalistici


e interventi polemici, moltissime lettere, ma tuttavia il suo nome è profondamente legato
all'opera poetica. Se si guarda alla produzione lirica complessiva, e alle diverse date di
edizione delle singole raccolte, è evidente fin dagli esordi la tendenza di Carducci a utilizzare
in parallelo registri stilistici diversi. Schematizzando possiamo ridurre questi modi a tre, che
chiameremo:
 Giambico: questo registro si avvale di una forma metrica classica con un ritmo breve e
incalzante, perfetto per contenuti polemici. È il modello che Carducci preferisce negli
anni giovanili. “critico feroce, almeno fino ai primi anni Settanta, della classe di
governo e della borghesia avida e incolta, corteggiata dai giornalisti alla moda. Basterà
ricordare, in proposito, la caricatura impietosa della patria male in arnese (nel Canto
dell’Italia che va in Campidoglio, 1871-72), costretta a entrare in Roma col favore delle
tenebre e a «sbarcare il lunario» sbilanciandosi ora a destra ora a sinistra (una chiara
allusione al trasformismo parlamentare); o la satira delle signore della buona società
romana, moraliste e corrotte, morbosamente appassionate ai più torbidi fatti di
cronaca come le loro ave ai giochi del circo (A proposito del processo Fadda, 1879). In
una fase più tarda, con la rinuncia progressiva agli atteggiamenti ‘rivoluzionari’,
l’energia polemica di Carducci finì invece per riversarsi soprattutto contro gli epigoni
del sentimentalismo romantico (esemplare il caso di Classicismo e romanticismo,
1869-73), già oggetto di fiere battaglie condotte, negli anni, sul piano critico e teorico.

 Elegiaco: un registro che caratterizza molte celebri poesie carducciane, a cominciare


da quelle dedicate alla memoria del fratello e del figlioletto Dante (Funere mersit
acerbo e Pianto Antico entrambe raccolte in Rime nuove) dove lo strazio personale si
riverse di uno stile classicheggiante. I versi sono modulati su questo registro che
scivola nell’elegia.

 Celebrativo: Il filone celebrativo è naturalmente quello in cui si rispecchia con


maggiore evidenza la svolta ideologica del Carducci maturo, disposto, a sciogliere
un'ode Alla regina d'Italia (1878).

I due motivi di ispirazione di Carducci sono:


 La storia: da Classicista coniuga un interesse profondo per le età antiche e che queste
possano partecipare alla costruzione del presente e di progettare il futuro. Egli mostrò

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una predilezione decisa per le epoche storiche nelle quali gli pareva manifestarsi nel
modo più chiaro lo spirito nazionale. La Roma repubblicana, l'Italia dei comuni, la
Firenze quattrocentesca e la Francia rivoluzionaria.
 Il paesaggio: dal quello maremmano che viene visto con un accento nostalgico, al
paesaggio toscano e quello urbano che diventa oggetto di poesia. A questo ricco filone
appartengono per esempio le Odi barbare che utilizzano, appunto, una metrica barbara
(perché barbari (cioè stranieri) a giudizio di Carducci, sarebbero certo sembrati ai
Greci e ai Latini i versi attraverso i quali egli aveva cercato di tradurre i metri della
poesia classica in forme moderne).

“Quando si parla del classicismo di Carducci si fa riferimento – oltre che a tante dichiarazioni
di poetica e ad alcune costanti tematico-stilistiche individuabili nella sua opera – a una ricerca
formale protratta negli anni, e rispecchiata soprattutto dalla sperimentazione dei metri
cosiddetti barbari appunto delle Odi barbare, la raccolta più celebre e significativa, per gli
influssi sulla poesia successiva, di Carducci. «Barbari» (cioè «stranieri» e di qui «rozzi,
incivili»), a giudizio di Carducci, sarebbero certo sembrati ai Greci e ai Latini i versi attraverso
i quali egli aveva cercato di tradurre i metri della poesia classica in forme moderne”

E Carducci era per Gabriele D’Annunzio, il punto di partenza della poesia moderna. Maestro di
una forma robusta e cantante di tono alto e sublime. Negli anni ’80 quando il naturalismo, il
positivismo e il verismo sembrano aver raggiunto la massima espressione cominciano a
diffondersi nuove tendenze legate a un nuovo fenomeno: l’estetismo (termine generico con cui
si indica il culto dell’arte, fare della vita stessa un’opera d’arte con tutti i suoi aspetti
esteriori). L’estetismo propone modelli eccezionali, ha il gusto del prezioso, del sofisticato e
raffinato e odia e critica la volgarità, la folla del popolo a cui contrappone una vita frivola e
mondana. (Una sorta di Dolce Vita di Fellini). Si diffuse uno stile Liberty nell’arte diffondendo
la bellezza in qualsiasi oggetto di consumo. E analizzando la vita di Gabriele D’Annunzio
troviamo una buona parte legata ai propositi dell’estetismo:
 Da un lato D’Annunzio è un esteta che esalta l’aspetto formale dell’arte
 Dall’altro segue un individualismo soggettivistico, cioè l’esaltazione dell’uomo come
eroe nella figura del poeta che però non sta rinchiuso nella torre, ma scende in campo e
combatte per distinguersi seguendo la teoria del Superuomo di Nietzsche.
E la vita stessa di D’Annunzio è vissuta come fosse un romanzo o un’opera d’arte. Nasce a
Pescara il 12 marzo 1863 da una famiglia borghese di modeste origini che viveva grazie
all’eredità di uno zio. D’Annunzio era indisciplinato e brillante (genio e sregolatezza) che dal
collegio fino alla licenza liceale ebbe risultati sorprendenti. Aveva la passione per la
letteratura e un’incontenibile smania di primeggiare, di imporsi e di distinguersi tanto da far
pubblicare a spese del padre già in tenera età, la prima raccolta di poesie Primo Vere (1879).
La pubblicò sotto pseudonimo, ma ebbe successo e grazie a questo slancio strinse rapporti
con dei giornali. Si trasferì a Roma e si iscrisse alla facoltà di Lettere che però non concluse
mai. Ma è a Roma che inizia a fondersi negli ambienti della letteratura e nella vita frivola e
mondana dove riesce a distinguersi e a farsi un nome. Per i giornali scriveva le cronache
mondane sotto pseudonimo ed è per questo che conquistò un ruolo di protagonista nella vita
culturale romana. Iniziano le numerose relazioni con donne, tra queste sposa la duchessina
Maria di Gallese da cui ebbe tre figli. Quest’unione durerà fino al 1890 quando Maria, stanca
dei continui tradimenti si separerà da lui. Tutta questa giovinezza dedicata al piacere e alla
conquista del successo porta al romanzo di grande successo Il Piacere, molto di Andrea
Sperelli che è il protagonista del romanzo lo si rivede nella vita di D’Annunzio (Andrea è
combattuto da due amori: Elena Heathfield e Maria Ferres. Con la prima la relazione è ormai

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finita e questa si sposa in seconde nozze, con la seconda – conosciuta in un periodo di
convalescenza per essere stato ferito in duello trascorso nel palazzo della cugina – Andrea ha
dovuto fare di tutto per convincerla ad innamorarsi di lui e proprio quando ella sembra
volersi concedere a lui, lui la chiama con il nome dell’altra e morirà solo avendole perse
entrambe). Continuano le numerose relazioni con le donne e le spese folli che causarono un
suo allontanamento da Roma, i creditori lo perseguitavano. Andò a Napoli dove stette due
anni ma poi fu costretto ad abbandonare anche Napoli per tornare in Abruzzo dove scrisse nel
1894 ll Trionfo della morte. Si spostò a Venezia dove istaurò una relazione con l’attrice
Eleonora Duse che seguì in tournee tra l’Egitto e la Grecia. Proprio alla Duse dedica la tragedia
moderna La Città morta ed è in questo periodo che inizia l’impegno politico. Nel 1897 con il
sostegno della destra viene nominato deputato al collegio di Ortona; Nel 1900 passa alla
sinistra e il nuovo secolo vedono il trionfo del D’Annunzio poeta con la conclusione dei tre
libri Laudi (la sua poesia più famosa è La pioggia nel pineto), ma lui è un pioniere non solo
nella letteratura, ma anche vita quotidiana tanto da imparare a utilizzare i primi mezzi di
trasporto: dall’automobile all’aeroplano. Si trasferirà in Francia e quando venne la prima
guerra mondiale tornò ad avere un ruolo di protagonista grazie alle sue innate capacità di
oratoria. Fu ferito a un occhio in audaci azioni belliche e nonostante la perdita di questo, guidò
l’impresa di Fiume alla testa di bande armate di legionari e volò sopra Vienna lanciando
volantini su tutta la città. Durante il periodo di convalescenza, al buio per preservare l’occhio,
scrisse Il Notturno. L’oratoria di questo tipo e le gesta audaci lo legarono al fascismo e alle sue
tecniche di piazza: ma Mussolini lo tagliò fuori “posteggiandolo” in una villa sul Lago di Garda,
conosciuta come “il vittoriale”. Morì lì il 1° marzo 1938 osannato come un eroe.
Quando diciamo che D’Annunzio è un pioniere, bisogna crederci: lui condusse la vita mondana
romana e ne fece romanzo e articolo giornalistico; scrisse per il cinema e prestò la sua
consulenza classica a registi che non sapevano come chiamare i propri personaggi, sua è l’idea
del nome Maciste che è entrato nel nostro vocabolario come termine che contraddistingue la
potenza muscolare di un uomo; sua è l’idea di chiamare l’emporio milanese rinato e
ricostruito dopo un incendio, La Rinascente; Partecipò anche agli scritti della pubblicità per i
biscotti Saiwa, nome che coniò lui stesso. E in più era insieme a Mussolini il più grande
rappresentante della retorica di quel periodo con le sue pause, i termini classicheggianti e
religiosi legati al martirio o al mondo equestre “afferrare le redini del nostro destino”.

E infine parliamo di Giovanni Pascoli, che a differenza di D’Annunzio vive una vita in fuga da
ogni gesto avventuroso e spettacolare. Solitario e chiuso nella carriera di professore, alla
ricerca di uno spazio nascosto per proteggersi dal ricordo di una tragedia familiare avvenuta
nell’infanzia. Una condizione simile a quella di Carducci del poeta-professore di cui era allievo,
ma i due hanno tendenze davvero diverse.
Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855, è il quarto di dieci figli. Buona
situazione economica e splendida infanzia. Ad Urbino, è iscritto al collegio dei padri scolopi e
tutto andare per il verso giusto, quando nel 1867, esattamente il 10 agosto, venne assassinato
il padre probabilmente per questioni di interesse, assassinio che rimase impunito; l’anno
seguente morì la madre, una sorella e un fratello. Questo distrusse la psicologia di Pascoli e la
sua infanzia. Si trasferirono a Rimini, lui ottenne una borsa di studio per la facoltà di Lettere di
Bologna dove aveva come maestro Giosuè Carducci. Era molto seguito da lui, ma i numerosi
atti di ribellione, la vita povera e l’accettazione della politica socialista lo portarono a mesi di
carcere che piegarono ancora una volta il suo carattere portandolo alla depressione:
abbandonò l’azione politica e costruì un’idea di pace e bontà, di sostegno degli uomini nel
dolore. Si laureò in Lettere e insegnò latino e greco in diverse scuole. Si trasferì a vivere con
due sorelle, Ida e Maria. Con loro cercò di restaurare il concetto di famiglia che gli era stato
tolto durante l’infanzia. Nei loro confronti aveva un rapporto morboso, per lui non esisteva né

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amore né sesso nei confronti della donna, ma soltanto un affetto familiare che doveva
svilupparsi all’interno di un “nido”, ambiente protetto dalla mondanità e dalla pericolosità dei
rapporti esterni che lui considerava un male, purtroppo, a volte necessario. Dopo la prima
depressione per il carcere, adesso una nuova per l’addio di Ida che si sposerà e abbandonerà
la casa familiare. Lui ne fu colpito profondamente e Maria, l’altra sorella promise di non
abbandonarlo mai e rinunciò ad ogni aspettativa di vita per accudirlo fino alla fine. E così fu.
Nel frattempo pubblicò la sua prima raccolta di poesie, Myricae, nel 1891 (prima edizione a
Livorno, ultima edizione, quella completa nel 1900). Opera che venne recensita positivamente
da D’Annunzio con cui strinse un’amicizia epistolare, opera che gli valse il premio di miglior
poeta latino moderno. Venne nominato professore di grammatica greca e latina all’Università
di Bologna; poi trasferito come ordinario a Messina; poi ancora a Pisa e infine, il ritorno a
Bologna in sostituzione del suo grande maestro Carducci. E Pascoli sentiva la grande
responsabilità, ma accettò l’onore e cominciò a vivere una vita diversa fatta di discorsi
celebrativi e compiti ufficiali che piegarono il suo socialismo giovanile all’accettazione
dell’Italia giolittiana. Morì per un cancro al fegato e allo stomaco, il 6 aprile 1912.
In Myricae c’è tutto lo stile di Pascoli: una poesia nuova e semplice che proprio dal titolo
(“arboscelli e umili tamerici” ) suggerisce una poesia di breve respiro dedicata ai più semplici
aspetti della vita della natura, a un mondo campestre fatto di piccole cose. Utilizza il verso
novenario che non è frequente in letteratura e utilizza termini precisi per descrivere le piccole
cose dell’umile realtà. È chiaro l’intento dell’autore di ritrovare il mondo dell’infanzia con
tutte le sue immagini e il suo simbolismo legato alle figure dei morti. Egli è un poeta che ha
bisogno di memoria e la memoria è per lui, il mezzo per rivivere quello che fu.
Ecco perché alla teoria del superuomo di Nietzsche utilizzata da D’Annunzio lui contrappone
la teoria del Fanciullino. Lui pensa che dentro ogni uomo ci sia un fanciullino capace di vedere
tutto con meraviglia, tutto come fosse la prima volta con occhi intatti e non corrotti. Per lui –
ed è qui la principale differenza con D’Annunzio – il poeta non è quello che scende in campo e
neanche quello che foggia parole come fossero spade per polemica – e qui la principale
differenza con Carducci - , ma colui che sa dar voce a questo fanciullino. Tra le sue poesie più
famose troviamo:

 X agosto: in memoria del padre Ruggero, assassinato in circostanze misteriose il 10


agosto 1867, giorno di San Lorenzo. Nella poesia lui ammette di sapere il perché
cadono le stelle durante la notte di San Lorenzo. Sa perché il cielo piange: paragona il
padre a una rondine che sta portando da mangiare ai suoi piccoli e che viene uccisa. Il
padre stava portando due bambole in dono ai figli. E alla fine si chiede il perché del
male.
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.
Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.
Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono.
Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita

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le bambole al cielo lontano.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

 La cavalla storna: Il poeta rammenta la tragedia della sua famiglia, quando morì
assassinato il padre. Ci presenta sua madre che si reca nelle stalle a trovare la cavalla
storna che aveva riportato a casa il corpo del marito senza vita. La donna parla alla
cavalla, come se potesse capirla; le chiede anzi di parlare, come se fosse un essere
umano. Le dà una carezza sulla criniera e la cavalla volge il capo verso di lei, attenta,
come se ascoltasse. La donna le parla come a un membro della famiglia, le ricorda
l'affiatamento che aveva col suo padrone, le ricorda i figli piccoli rimasti orfani; poi
vuole da lei una conferma. La famiglia Pascoli era convinta di sapere chi fosse l'autore
del delitto, anche se la giustizia umana non era riuscita, o non aveva voluto trovarlo. La
donna interroga la cavalla, che aveva compiuto la pietosa opera di riportare a casa il
suo padrone morente, e le sussurra un nome, quel nome, il nome dell'assassino. Nel
silenzio l'animale fa risuonare un alto nitrito, confermando i sospetti della donna e
mostrandosi umanamente partecipe al dolore dei suoi padroni.
Nella Torre il silenzio era già alto. sentendo lasso nella bocca il morso
Sussurravano i pioppi del Rio Salto. nel cuor veloce tu premesti il corso:
I cavalli normanni alle lor poste adagio seguitasti la tua via,
frangean la biada con rumor di croste. perché facesse in pace l’agonia...”
Là in fondo la cavalla era, selvaggia, La scarna lunga testa era daccanto
nata tra i pini su la salsa spiaggia; al dolce viso di mia madre in pianto.
che nelle froge avea del mar gli spruzzi “O cavallina, cavallina storna,
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. che portavi colui che non ritorna;
Con su la greppia un gomito, da essa oh! due parole egli dové pur dire!
era mia madre; e le dicea sommessa: E tu capisci, ma non sai ridire.
“O cavallina, cavallina storna, Tu con le briglie sciolte tra le zampe,
che portavi colui che non ritorna; con dentro gli occhi il fuoco delle vampe,
tu capivi il suo cenno ed il suo detto! con negli orecchi l’eco degli scoppi,
Egli ha lasciato un figlio giovinetto; seguitasti la via tra gli alti pioppi:
il primo d’otto tra miei figli e figlie; lo riportavi tra il morir del sole,
e la sua mano non toccò mai briglie. perché udissimo noi le sue parole”.
Tu che ti senti ai fianchi l’uragano, Stava attenta la lunga testa fiera.
tu dài retta alla sua piccola mano. Mia madre l’abbracciò su la criniera
Tu ch’hai nel cuore la marina brulla, “O cavallina, cavallina storna,
tu dài retta alla sua voce fanciulla”. portavi a casa sua chi non ritorna!
La cavalla volgea la scarna testa a me, chi non ritornerà più mai!
verso mia madre, che dicea più mesta: Tu fosti buona... Ma parlar non sai!
“O cavallina, cavallina storna, Tu non sai, poverina; altri non osa.
che portavi colui che non ritorna; Oh! ma tu devi dirmi una una cosa!
lo so, lo so, che tu l’amavi forte! Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise:
Con lui c’eri tu sola e la sua morte. esso t’è qui nelle pupille fise.
O nata in selve tra l’ondate e il vento, Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome.
tu tenesti nel cuore il tuo spavento; E tu fa cenno. Dio t’insegni, come”.
Ora, i cavalli non frangean la biada:
dormian sognando il bianco della strada.
La paglia non battean con l’unghie vuote:
dormian sognando il rullo delle ruote.
Mia madre alzò nel gran silenzio un dito:
disse un nome... Sonò alto un nitrito.

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