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Abu Bakr Muhammad Ibn

Tufayl (ABUBACER)
IL FIGLIO VIVENTE DEL VIGILANTE (IL
FILOSOFO AUTODIDATTA)

Prologo

NEL NOME DI DIO CLEMENTE E MISERICORDIOSO

Il maestro, il giureconsulto, l'imam, il dotto, l'eccellente, il perfetto, l'illuminato Abu


Ja'far ibn Tufayl – sia su di lui la misericordia di Dio – ha detto: sia lode a Dio, l'elevato,
l'immenso, il preesistente, l'eterno, il conoscitore, l'onnisciente, il saggio, il più saggio, il
misericordioso, il più misericordioso, il generoso, il più generoso, il tollerante, il più
tollerante, "che ha insegnato all'uomo l'uso del calamo, ha insegnato all'uomo ciò che
non sapeva [Cor. 96,4-5]".

Il favore di Dio su di te sia grande; io Gli sono riconoscente per le gioie che Egli
concede, Gli rendo grazie per la continuità dei Suoi benefici. Attesto che non c'è Dio se
non l'unico Dio che non ha compagno, e che Muhammad è il Suo servo, e il Suo inviato,
dall'indole pura, dagli splendidi prodigi, dall'argomentazione irresistibile, dalla spada
sguainata; Dio lo benedica e gli dia pace, e benedica la sua famiglia, i suoi sostenitori
dalle aspirazioni elevate e dalle imprese significative, e tutti i suoi compagni e seguaci
fino al giorno del giudizio, e conceda loro molti riconoscimenti.

Mi hai chiesto, nobile fratello, puro amico, Dio ti conceda la vita eterna e ti renda felice
per sempre, di svelarti ciò che è giunto per divulgazione fino a me dei segreti della
filosofia orientale, di cui ha parlato il maestro principe Abû 'Alî ibn Sinâ; sappi che chi
vuole conoscere la Verità senza alcun velo, ha il dovere di ricercare quei segreti e di
sforzarsi di penetrarli. La tua domanda ha suscitato in me un elevato desiderio, mi ha
condotto – sia lode a Dio – a sperimentare uno stato che non avevo sperimentato prima,
mi ha portato all'estremo confine della più straordinaria esperienza, ed esso è tale che
non si può esprimere con la lingua, e non si può fare oggetto di esposizione, poiché
proviene da un altro piano di esistenza e da un altro universo. Tuttavia, chi giunge a
questo stato e perviene fino al suo ultimo limite, non è in grado, per la gioia, la soavità e
la dolcezza che lo inebriano, di nascondere ciò che la sua situazione gli detta, o di
celarne l'intimo segreto; ma si impadroniscono di lui l'ardore dell'estasi, la felicità, la
serenità, sì da spingerlo a manifestare il suo stato nella sua completezza, senza
particolari. Chi non è uomo di cultura, dice allora cose senza fondamento; così uno di
questi giunse a dire: – Gloria a Me, come è grande la Mia gloria! – e un altro disse: – Io
sono la Verità –, e un altro ancora: – Non c'è che Dio nei miei vestiti. – Il maestro Abû
Hâmid al-Gazâlî – sia su di lui la misericordia di Dio – quando giunse a tale stato citò
invece questo verso: "È quel che è, io non posso parlarne; pensane bene, e non chiedere
notizia". Ma disse così perché era uomo di solida cultura, valido nelle scienze.

Considera ora le parole di Abû Bakr ibn al-Sâ'ig che seguono il suo discorso sulla natura
dell'unione; egli dice che, se si comprende il concetto espresso da quel suo libro, appare
chiaro che non è possibile conoscere lo stato di unione tramite le scienze comunemente
in uso, ma che, qualora avvenga il suo manifestarsi, se ne comprende il significato in una
condizione in cui ci si vede separati da tutto ciò che precede, con idee diverse, che non
sono volte alla materia, troppo grandi per poter essere riferite alla vita naturale e liberate
dalla sua composizione. Ma questi sono stati di beatitudine, ed è giusto che si dica che
questi sono stati divini che Dio ispira a chi Egli vuole dei Suoi servi. A questo grado cui
accenna Abû Bakr si è condotti attraverso la via della filosofia speculativa e
dell'indagine intellettuale, e non c'è dubbio che egli lo raggiunse e non lo superò. Il
grado che abbiamo indicato prima, invece, è diverso da questo e da qualsiasi altro, e non
perché in esso si riveli qualcosa di diverso, ma solo ne differisce per maggiore chiarezza,
e la sua esperienza avviene per opera di qualcosa che non chiamiamo forza se non in
senso figurato, poiché non troviamo né nel linguaggio comune né nel linguaggio
propriamente tecnico degli specialisti denominazioni atte a spiegare ciò che risulta da
questa specie di contemplazioni.

Questo stato, di cui abbiamo parlato e che la tua domanda ci ha stimolato a gustare, è
uno degli stati su cui richiama l'attenzione il maestro Abû 'Alî, quando dice: "Poi,
quando la volontà e l'esercizio lo hanno condotto fino ad un certo limite, gli appaiono
alla mente fuggevoli bagliori della luce della Verità, incantevoli, come lampi che
balenano e subito dileguano; in seguito, se si dedica intensamente all'esercizio, queste
illuminazioni si moltiplicano, e si dedica a questo finché tali illuminazioni gli avvengono
senza bisogno dell'esercizio. Ogni volta che vede qualcosa da quella si volge ai Santi
Giardini: considera qualcosa di essa e gli sopraggiunge una subitanea illuminazione, ed è
sul punto di vedere il Vero in ogni cosa. Infine l'esercizio lo conduce ad un ultimo limite,
in cui il suo istante si muta nella santa stabilità. Il fuggevole diviene allora consueto, il
bagliore diviene fiamma viva, la sua conoscenza stabile come un'amicizia durevole". Poi
descrive il progredire dei gradi ed il loro completarsi con il conseguimento: "Allora il
suo intimo cuore diviene un limpido specchio con il quale si volge in direzione del Vero.
Fluiscono abbondanti a lui le dolcezze supreme, e si rallegra in se stesso di ciò che vede
delle tracce del Vero; ed ha, in questo grado, una vista rivolta verso il Vero e una vista
rivolta verso se stesso, e tra le due va e viene fluttuando; poi esce da sé e contempla
soltanto la sacra trascendenza e contempla se stesso nell'atto di contemplare e riconosce
finalmente di essere giunto".
Solo da questi stati che descrive [Abû 'Alî] vuole avere un'esperienza, non dalla
conoscenza speculativa che si ottiene scegliendo i criteri di giudizio, anteponendo le
premesse, producendo i risultati.

Se vuoi un esempio che ti faccia cogliere la differenza tra la percezione secondo questa
scuola filosofica e la percezione secondo gli altri, immagina lo stato di uno che sia nato
cieco, dotato però di buona indole, di idee geniali, di memoria eccellente, di animo
giusto, che, da quando venne al mondo, sia diventato adulto in un certo luogo: ha
continuato a conoscere persone di quel luogo, molte specie di animali e di oggetti
inanimati, le vie della città, i suoi vicoli, le sue case, i suoi mercati, secondo il suo modo
di percepire, finché ha cominciato a camminare in quella città senza bisogno di una
guida, e a riconoscere e a salutare immediatamente chiunque incontri. Soltanto i colori
ha conosciuto tramite le descrizioni dei loro nomi e alcune definizioni che gli sono state
fornite su di loro. Poi, dopo che si è abituato a percepire in questo modo, gli si apre la
vista e gli accade di vedere chiaramente; se cammina per la città e passeggia in essa, non
trova niente di diverso da ciò che si aspettava, né c'è cosa che non riconosca. Trova i
colori perfettamente corrispondenti alle rappresentazioni che di essi gli erano state date,
ma in tutto ciò gli accadono due cose straordinarie, una delle quali dipende dall'altra: la
maggiore chiarezza e luminosità e la gioia sublime. Lo stato degli studiosi che non sono
giunti al grado dell'amicizia [di Dio] è lo stato dell'uomo nel tempo in cui era cieco, e i
colori che in questo stato erano da lui conosciuti tramite le descrizioni dei loro nomi
sono quelle cose di cui Abû Bakr dice che sono troppo grandi per poter essere riferite
alla vita naturale, e che Dio concede a chi Egli vuole dei Suoi servi. La seconda
situazione [quella del cieco cui si sono aperti gli occhi] è lo stato degli studiosi che sono
giunti al grado dell'amicizia, ai quali Dio Altissimo concede quel dono di cui abbiamo
detto che non si chiama forza se non in senso figurato. C'è poi di rado qualcuno che è
sempre dotato di vista penetrante, di percezione acuta ed aperta, e di grandi capacità di
osservazione. Io non voglio intendere qui – Dio ti onori della Sua amicizia – con il
termine "percezione degli speculativi" ciò che essi percepiscono del mondo naturale, e
con il termine "percezione degli amici di Dio" ciò che essi percepiscono del
soprannaturale, poiché questi due oggetti sono molto diversi tra loro e non si confondono
l'uno con l'altro. Ma intendiamo con il termine "percezione degli speculativi" ciò che essi
percepiscono del soprannaturale, cioè quello che percepiva Abû Bakr. E condizione
necessaria per questa loro percezione è che sia assolutamente vera e corretta. In tal caso
si verifica una percezione che è intermedia tra quella comunemente ottenuta dagli
speculativi e quella degli amici di Dio, che rivolgono la loro attenzione a quelle stesse
cose con una chiarezza maggiore ed una gioia sublime.

Abû Bakr biasimò il modo di intendere questo godimento da parte dei mistici, e dichiarò
che esso doveva essere attribuito alla facoltà immaginativa; si ripromise anche di
descrivere convenientemente ciò che fosse lo stato dei beati nella contemplazione con un
discorso chiaro ed esplicativo. Ma conviene che gli si dica: – Non spiegare il sapore di
una cosa che non hai assaggiato, non scavalcare i colli degli uomini sinceri!– Abû Bakr
non fece niente di ciò che aveva annunciato, non mantenne questa promessa. Forse non
se ne occupò per mancanza di tempo, di cui egli stesso parlò, o forse ne fu distolto dal
suo soggiorno a Orano, oppure si accorse che, se avesse descritto quello stato, il discorso
lo avrebbe costretto ad affermare cose che sarebbero suonate come un biasimo per lui e
per il suo stesso sistema di vita, e come sconfessione di ciò che aveva dichiarato
sollecitando all'accrescimento della ricchezza ed al suo accumulo, e suggerendo la
condotta da seguire e gli espedienti da mettere in pratica per acquistarla.

Il discorso ci ha condotto, sviandoci più del necessario, a qualcosa di diverso da ciò a cui
ci aveva sollecitato la tua domanda; ma da quanto abbiamo sopra esposto appare chiaro
che la tua domanda non può raggiungere che uno dei due scopi che si prefigge:

1. Per prima cosa tu interroghi a proposito di ciò che vedono coloro che partecipano
della vista interiore, delle esperienze, e della presenza di Dio nel grado
dell'amicizia; ma questa è una cosa che non è possibile descrivere secondo verità
in un libro. E quando qualcuno si sforza di farlo, e si assume il compito di
parlarne o di scriverne, la realtà di questo modo di percepire si altera e si muta
nell'altro modo, quello degli speculativi, poiché si riveste di lettere e di suoni e si
avvicina così al mondo sensibile. E non è più ciò che era né nella apparenza né in
nessun altro aspetto, le interpretazioni che ne vengono date sono molte e
discordanti, e i piedi di alcuni si allontanano dal giusto sentiero, altri invece
pensano che i loro piedi siano scivolati, mentre non sono scivolati. Tutto ciò
avviene perché questa è una cosa che non ha confini, poiché circonda e non è
circondata.
2. Il secondo dei due scopi (abbiamo detto che la tua domanda non può raggiungerne
che uno) è questo: tu desideri informazioni su questo modo di conoscere
attraverso la via degli speculativi. Questa – Dio ti onori della Sua amicizia – è una
cosa che è possibile che sia scritta nei libri e che le parole la rappresentino
correttamente, ma è più difficile a trovarsi dello zolfo rosso, e non ce n'è traccia in
questa regione in cui noi ci troviamo, poiché per la sua singolarità non la
conquista facilmente se non un uomo alla volta [in ogni epoca], e chi conquista
una cosa come quella non parla alla gente se non per simboli: infatti la religione
islamica e la legge muhammadica ne scoraggiano l'approfondimento e ne
diffidano.

Non pensare che la filosofia che è giunta fino a noi nelle opere di Aristotele e di Abû
Nasr, e nel libro La guarigione, sia adeguata a questo scopo che tu vuoi raggiungere, né
che alcuno degli Spagnoli abbia scritto in modo esauriente su questo argomento: quelli
che nacquero in Spagna, dotati di ottime qualità naturali, prima della divulgazione della
logica e della filosofia, passarono la loro vita dedicandosi alle scienze sperimentali e
raggiunsero in esse una estrema elevatezza, ma non seppero fare più di questo. Quelli
che vennero dopo di loro li superarono un poco nella logica e specularono su questa
scienza, ma non arrivarono a penetrare la verità perfetta e ci fu tra loro qualcuno che
disse: "Mi tormenta il fatto che le conoscenze umane siano soltanto due: una vera che è
impossibile acquistare, è una falsa il cui acquisto non è utile". Seguirono altri più abili di
loro nella speculazione e più vicini alla verità, non dotati tuttavia di maggiore acutezza,
di speculazione più giusta, di vista più vera di quanto non lo fosse Abû Bakr ibn al-Sâ'ig.
Purtroppo egli, però, fu assorbito dalle cose del mondo a tal punto che il destino lo
travolse prima che giungesse al culmine lo splendore della sua scienza, e prima che
fossero svelati i segreti della sua saggezza. Le opere che di lui ci sono rimaste sono per
la maggior parte incomplete e prive delle parti finali, come i suoi libri Sull'anima, Il
regime del solitario e i suoi scritti di logica e di fisica. Quanto alle sue opere portate a
termine, si tratta di scritti concisi e di epistole ambigue. Lo riconosce egli stesso, e dice
che il significato della sua argomentazione nell'Epistola dell'unione non si offre come un
dono chiaro se non dopo un difficile e violento travaglio, che l'ordine della sua
esposizione in alcuni passi è tutt'altro che perfetto, e che, se avesse più tempo a
disposizione, sarebbe incline a modificarli. Dunque, questo è ciò che è giunto fino a noi
della scienza di quest'uomo; noi non lo abbiamo conosciuto personalmente. Dei
contemporanei di Abû Bakr, dei quali si è detto che non sono al suo livello, non abbiamo
visto alcuna opera. Quelli che vennero dopo di loro, a noi contemporanei, o sono lontani
(perché sono ancora nella fase dell'accrescimento graduale delle loro cognizioni, o
perché si sono fermati ad una conoscenza imperfetta) oppure non ci è giunto il reale
contenuto della loro opera.

Quanto a ciò che ci è pervenuto delle opere di Abû Nasr, la maggior parte di esse è sulla
logica, e nelle sue opere filosofiche molte cose sono da considerare con diffidenza. Così
nel suo libro La comunità religiosa ideale egli dà per certo che le anime cattive
permangono dopo la morte eternamente in sofferenze senza fine. Afferma poi, però, nel
Governo della città, che esse sono evanescenti e che evolvono verso il nulla, e che la
sopravvivenza è propria solo delle anime superiori e perfette. Ancora, nel Commento
all'etica esamina il problema della felicità umana, e dice che essa si trova in questa vita
di questo mondo; e aggiunge, subito dopo, un discorso il cui significato è il seguente:
"Tutto quello che si dice di diverso da ciò è vaneggiamento e superstizioni di vecchie".
Ora, una tale opinione fa si che le creature disperino di Dio Altissimo e riduce il buono
ed il cattivo ad uno stesso ed unico livello; poiché egli pone il procedere di tutto verso il
nulla. Che errore indicibile, che errore senza rimedio è questo! A ciò si aggiungano le
sue convinzioni errate a proposito della profezia, specialmente il suo attribuirla alla
facoltà immaginativa (le sue preferenze, infatti, piuttosto che alla profezia vanno alla
filosofia), ed altri errori che da parte nostra non c'è bisogno di enunciare.

Quanto ai libri di Aristotele, il maestro Abû 'Alî intraprende la loro interpretazione,


segue il suo metodo e percorre la strada della sua filosofia nel libro La guarigione.
Dichiara all'inizio del libro che le sue opinioni sono diverse da quelle che espone, ma
che ha scritto quel libro secondo il metodo dei Peripatetici, e che chi vuole la verità
senza velo alcuno deve cercarla nel suo libro La filosofia orientale. Se uno si preoccupa
di leggere il libro La guarigione e le opere di Aristotele, gli appare chiaro, nella maggior
parte dei casi, che essi sono in accordo, anche se nel libro La guarigione ci sono cose
che non sono giunte fino a noi sotto il nome di Aristotele. Ma se uno accoglie tutto ciò
che offrono manifestamente i libri di Aristotele ed il libro La guarigione senza
comprendere il loro segreto contenuto ed il loro senso esoterico, non può senz'altro
raggiungere la completezza della conoscenza, e su questo il maestro Abû 'Alî richiama
l'attenzione nel libro La guarigione.

Gli scritti del maestro Abû Hâmid al-Gazâlî, per il fatto che si rivolgono al grande
pubblico, sono più sintetici in una parte e si dilungano maggiormente in un'altra, e
negano cose cui poi fanno ricorso. Fra tutte le opinioni per cui accusa di infedeltà i
filosofi nel libro L'incoerenza sono: il loro negare la resurrezione della carne ed il loro
affermare la ricompensa e il castigo per le sole anime prive del corpo. E dice all'inizio
del libro La bilancia: "Questa convinzione è senza dubbio alcuno la convinzione dei
maestri delle confraternite mistiche". Ma nel libro La salvaguardia dall'errore dichiara
che la sua convinzione è come quella dei mistici, e che si è consolidato in essa dopo una
lunga ricerca. Nei suoi libri ci sono molte contraddizioni di questo genere, e ben se ne
accorge chi li esamina e li considera attentamente. Egli si scusa di questo alla fine del
libro La bilancia dell'azione, dove afferma che le opinioni sono di tre specie:

1. un'opinione conforme a quella della grande massa;


2. un'opinione atta alla discussione con tutti quelli che interrogano e si fanno
guidare;
3. un'opinione che è tra l'uomo e se stesso, e che non si comunica a nessuno se non a
chi partecipa della stessa opinione.

E continua dicendo: "Anche se queste parole non servissero ad altro che a suscitare
dubbi sulle convinzioni che hai ereditate, sarebbe già una cosa molto utile. Poiché chi
non dubita non ricerca, chi non ricerca non vede, e chi non vede rimane nella cecità e
nell'errore". Cita poi questo verso: "Ciò che vedesti accogli, ciò che udisti abbandona, al
sorgere del Sole non ti serve Saturno". Questo è il suo modo di procedere
nell'insegnamento: esso è per la maggior parte fatto di simboli e di accenni da cui non
può trarre profitto se non chi ci si è prima applicato con la sua propria vista interiore e
poi li ascolta da lui per la seconda volta, oppure chi è dotato di una comprensione non
comune e si accontenta del più piccolo accenno. Dichiara nel Libro dei gioielli di avere
scritto libri che rifiuta di comunicare a persone non degne e che in essi è contenuta la
verità pura. Ma in Spagna, alla nostra conoscenza, non è pervenuto nessuno di questi
libri; giunsero invece libri di cui alcuni affermano che sono quelli i libri
"incomunicabili", ma non è così. Essi sono: il libro Le conoscenze intellettuali, il libro
L'alito ed il completamento, questioni raccolte, ed altri dello stesso tipo. In questi libri ci
sono certamente delle indicazioni, ma esse non aggiungono molto alla ricerca, oltre a ciò
che egli ha svelato nei suoi libri noti. Nel libro Lo scopo supremo ci sono cose più
incomprensibili di ciò che è in quei libri ed egli dichiara apertamente che il libro Lo
scopo supremo non è un libro "incomunicabil"; bisogna quindi che i libri che ci sono
pervenuti non siano i libri cosiddetti "incomunicabili".Qualcuno dei moderni gli
attribuisce, dal suo discorso posto alla fine del Libro della nicchia [delle luci], una
opinione perniciosa che lo getterebbe in un baratro senza possibilità di salvezza. Dopo
avere menzionato categorie di uomini velati alla luce della conoscenza, passa a ricordare
quelli che vi giunsero: e dice che essi sono consolidati nella convinzione che questo
Essere sublime è dotato di un attributo in contraddizione con l'Unità Assoluta; per
questo, secondo i commentatori, Abû Hâmid sarebbe convinto che il Primo ed il Vero –
sia gloria a Lui – è nella sua essenza qualcosa di molteplice. Ma Dio è molto al di sopra
di ciò che dicono gli iniqui. Non vi è dubbio, secondo noi, che il maestro Abû Hâmid sia
di quelli che hanno meritato la più grande beatitudine e che raggiunsero quella unione
santa e sublime. Ma i suoi libri "non comunicabili" contenenti gli insegnamenti non
svelati non ci sono giunti.
Quanto a noi, la verità a cui siamo pervenuti, e che era il termine della nostra scienza, ci
si è offerta seguendo il suo discorso e quello del maestro Abû 'Alî, confrontando l'uno
con l'altro, e aggiungendo ciò alle opinioni che si sono segnalate in questo nostro tempo
ed espresse dai filosofi, finché la verità dapprima si è levata per noi attraverso la via
della ricerca e della speculazione, poi di qui abbiamo subito scoperto questo sottile gusto
per la contemplazione estatica. Allora ci siamo giudicati meritevoli di elaborare il
discorso che ora esponiamo, ed è nostro dovere vere affermare che tu che chiedi sarai il
primo di coloro cui faremo dono di ciò che abbiamo conquistato e a cui riveleremo ciò
che abbiamo conosciuto, per l'integrità della tua amicizia e per la purezza della tua
fedeltà. Tuttavia, se noi ti esponessimo tutto ciò a cui siamo giunti prima di avere
giudicato con te i suoi principi fondamentali, questo non ti porterebbe più giovamento
che un'opera tradizionale ed un riassunto. La stessa cosa accadrebbe se tu avessi una
buona opinione di noi e noi meritassimo l'accoglimento delle nostre parole per l'amicizia
e per la familiarità, e non per il significato.

Noi non ci contenteremo per te di questo livello, noi non saremo soddisfatti per te di
questo grado, non ci contenteremo per te se non di quanto c'è di più elevato, poiché
questo livello non assicura né la salvezza nè il raggiungimento dei gradi mistici. Noi
vogliamo condurti sui sen-tieri sui quali abbiamo camminato, noi nuoteremo con te nel
mare che prima attraversammo, finché tu giunga a ciò cui noi siamo giunti, e veda con i
tuoi occhi ciò che noi abbiamo veduto, e tu possa verificare con la tua vista interiore
tutto ciò che noi abbiamo verificato, e tu possa fare a meno di conoscere tramite ciò che
noi abbiamo conosciuto. Ma perché tutto questo avvenga c'è bisogno di un periodo di
tempo non trascurabile, di libertà da ogni altra occupazione, e di impegno
nell'intraprendere tutte quelle cose che riguardano questa ricerca. Se da parte tua questo
proposito è affermato con sincerità, e se è vera la tua determinazione di applicarti con
zelo a questo studio, loderai al mattino il tuo viaggio notturno, riceverai la ricompensa
delle tue fatiche; avrai soddisfatto il tuo Signore ed Egli ti avrà soddisfatto e ti avrà
accordato la ricompensa, perché tu Lo avrai desiderato con il tuo sforzo ed a Lui avrai
aspirato con l'anelito di tutto il tuo essere. Ed io spero di camminare con te attraverso la
via più breve e più sicura dalle insidie e dalle sventure, anche se io ora mi apro appena
ad un baluginare insignificante, stimolo ed incitamento ad entrare nella Via. Ti
racconterò la storia di Hayy ibn Yaqzân, e di Asâl, e di Salâmân, cui diede i nomi il
maestro Abû 'Alî. Le loro storie sono esempio per chi sa intendere e "un monito per chi
possiede un cuore, per chi presta ascolto e vede".

Dalla nascita ai sette anni

Narrano i nostri virtuosi progenitori - Dio sia soddisfatto di loro - che c'è un'isola
dell'India ~, sotto l'equatore, in cui l'uomo viene al mondo senza bisogno di padre né
madre, poiché quell'isola, quanto al clima, è il più equilibrato ed il più perfetto dei luoghi
della terra su di essa infatti la luce che sorge culmina nel punto più alto [del cielo]. Ciò è
in contrasto con l'opinione di tutti i filosofi e di grandi medici, per i quali ciò che è più
equilibrato è il quarto clima nel mondo abitato ~ Se hanno detto questo perché secondo
loro non c'è terra abitata presso l'equatore a causa di qualche impedimento del suolo, il
loro discorso, che il quarto clima è il più equilibrato di tutti i luoghi della terra, ha un
fondamento.

Ma se con questo hanno voluto solo affermare che ciò che è presso l'equatore è molto
caldo, come afferma la maggior parte di loro, è un errore di cui è possibile dimostrare il
contrario. È provato nelle scienze fisiche che non ci sono altre cause per la formazione
del calore se non il movimento, il contatto dei corpi caldi, o l'azione della luce ~ Ed
appare anche chiaro, in queste scienze, che il sole di per sé non è caldo, e non è
modificato da nessuna di queste cause naturali, che i corpi che ricevono l'azione della
luce nel modo più perfetto sono i corpi levigati non trasparenti, e che subito dopo di essi
nel ricevere l'azione della luce vengono i corpi opachi non levigati. I corpi trasparenti
che non hanno traccia di opacità non accolgono la luce con la superficie. Dimostrò
questo in particolare solo il maestro Abu Ali: chi lo ha preceduto non ne parla. Se ora
queste premesse sono perfette e vere, ne consegue necessariamente che il sole non
riscalda la terra come i corpi caldi riscaldano altri corpi che sono a contatto con loro,
perché il sole di per sé non è caldo; e, neppure, la terra è calda per il movimento, poiché
essa è in quiete ed in un solo stato, nel momento in cui il sole si leva su di essa e nel
momento in cui ad essa si nasconde, anche se le sue condizioni di riscaldamento e di
raffreddamento appaiono diverse al senso in questi due momenti. E, neanche, il sole
riscalda dapprima l'aria, e poi riscalda dopo di essa la terra tramite il riscaldamento
dell'aria. Come infatti potrebbe avvenire questo, se noi troviamo che l'aria che è vicino
alla terra nel tempo della calura è molto più calda dell'aria che la segue in altezza?
Rimane solo che il riscaldamento della terra da parte del sole avvenga per azione della
luce. Dall'illuminazione consegue sempre il calore, al punto che, se la luce è eccessiva
nello specchio concavo, incendia ciò che si trova di fronte ad esso. t provato nelle
scienze sperimentali con argomenti decisivi che il sole è di forma sferica ~, e così pure la
terra, che il sole è molto più grande della terra' e che la parte della terra che è illuminata
dal sole è sempre più grande della sua metà; che questa metà illuminata della terra è, in
ogni momento, illuminata più intensamente al centro, poiché i luoghi sono più lontani
dalle tenebre che si trovano presso la circonferenza della zona illuminata e poiché più
parti di essa sono esposte al sole; ciò che si avvicina alla circonferenza riceve via via
meno luce, finché si giunge alle tenebre presso la circonferenza del cerchio, che non
sono mai illuminate. Solo nel luogo al centro della zona illuminata il sole è allo zenit su
coloro che vi abitano, e quindi in quel luogo il caldo è più intenso che altrove. Nel luogo
in cui il sole è lontano dallo zenit sui suoi abitanti, il freddo è molto intenso, mentre nel
luogo su cui si prolunga la culminazione è intenso il caldo. ~ dimostrato in astronomia
che sui luoghi della terra che sono presso l'equatore il sole non è al culmine che due
volte l'anno: quando entra nel segno dell'Ariete e quando entra nel segno della Bilancia
Nel suo giro annuale, per sei mesi è a sud di quei luoghi e per sei mesi è a nord di essi.
Quindi in quei luoghi non c'è un caldo eccessivo né un freddo eccessivo, e le loro
condizioni climatiche sono uniformi. Questo discorso richiederebbe una esposizione più
estesa di questa [che abbiamo ora dato], ma non si addice al cammino che noi stiamo
seguendo; abbiamo solo richiamato su di esso la tua attenzione perché è di quelle cose
che attestano la verità di ciò che si narra della possibilità che l'uomo in quel luogo si
generi senza bisogno di madre né padre.
Tra i nostri progenitori, ce ne sono alcuni che sentenziano ed affermano categoricamente
che [Hayy ibn Yaqzàn] è uno di quelli che si generarono in quel luogo, senza madre né
padre. Altri invece lo negano, e raccontano, da parte loro, una storia che ti riferiremo.
Dicono che davanti a quell'isola c'era un'isola stupenda, ampia di confini, ricca e
popolosa, su cui regnava un uomo di quella gente, molto superbo e fiero. Aveva una
sorella dotata di bellezza e di meravigliosa bontà, e le impediva di sposarsi: la rifiutava
ai pretendenti, poiché non trovava uno adatto a lei. Un suo parente che si chiamava
Yaqzan la sposò in segreto in un modo permesso nella loro fede. Poi essa rimase incinta
di lui e diede alla luce un bambino. Poiché temeva che la sua vicenda fosse scoperta e
che il suo segreto fosse rivelato, dopo averlo allattato lo mise in una cassetta, la legò
saldamente con cinghie, e uscì con essa sul far della notte, accompagnata da un gruppo
di serve e di persone degne della sua fiducia, dirigendosi verso la riva del mare mentre il
suo cuore si struggeva d'amore e di timore per lui. Poi si congedò da lui dicendo: - Mio
Dio, Tu hai creato questo bambino, ed era una cosa insignificante ~, hai provveduto a lui
nelle tenebre delle mie viscere e ti sei preso cura di lui finché è divenuto completo e si è
maturato. Io l'ho affidato alla Tua benevolenza e ho desiderato per lui la Tua grazia, per
paura di questo re tiranno, prevaricatore e inflessibile. Sii con lui e non abbandonarlo, Tu
che sei il più misericordioso dei misericordiosi. - Poi spinse la cassetta in mare aperto. E
quella incontrò una corrente d'acqua con la forza dell'alta marea> che la portò quella
notte alla riva dell'altra isola menzionata prima. La marea giungeva in quel, tempo fino
ad un luogo cui non giungeva che una volta l'anno. L'acqua con la sua forza la fece
entrare in un bosco fittissimo di alberi> dal terreno soffice e vellutato, protetto dai venti
e dalla pioggia, riparato dal sole: deviava da esso quando sorgeva, e declinava [su di
esso] al tramonto. Poi l'acqua prese a decrescere, e la cassa rimase in quel luogo. In
seguito le sabbie si innalzarono fino a chiudere l'ingresso dell'acqua in quel bosco> e
così la corrente non vi giungeva.

I chiodi della cassa erano divenuti vacillanti, poiché le sue tavole avevano urtato nel
momento in cui l'acqua l'aveva scaraventata nel bosco. Quando a quel bimbo si fece
intensa la fame, pianse, chiamò aiuto, e si sforzò di muoversi; la sua voce giunse
all'orecchio di una gazzella che aveva perduto il suo piccolo> che era uscito dalla tana e
l'aquila lo aveva preso. Udendo la voce, la gazzella pensò che fosse di suo figlio. Segui
la voce, immaginando il suo piccolo, finché giunse alla cassetta, la esplorò con i suoi
zoccoli, ed essa cedeva, mentre si lamentava chi vi era dentro, finché volò in pezzi una
tavola della parte superiore della cassa: la gazzella si intenerì, si chinò su di lui, lo
vezzeggiò, gli porse la sua mammella, gli diede da bere latte gustoso e continuò ad aver
cura di lui> ad allevarlo e a difenderlo dal pericolo.

Questa è l'origine della sua vicenda secondo chi nega la sua generazione senza padre né
madre. Noi qui descriviamo come si è evoluto nei suoi stati, finché pervenne al
conseguimento sublime. Quanto a coloro che sostengono che si generò dalla terra, essi
dicono che in quell'isola c'era una valle in cui l'argilla fermentava con il passare degli
anni e degli anni, così che il caldo si mescolava al freddo, e l'umido al secco in parti
uguali ed in equilibrio di forza; questa argilla che fermentava era molto abbondante, ed
una parte di essa era migliore dell'altra per la giusta proporzione della miscela e per la
predisposizione all'ulteriore sviluppo dei miscugli, ed il suo centro era la sua parte più
equilibrata e perfetta, simile alla costituzione umorale dell'uomo. Quella creta si scosse
fortemente ed apparvero in essa bolle simili a quelle dell'ebollizione, per la violenza del
moto e per la sua viscosità. Apparve al centro di essa, per la viscosità, una bolla
piccolissima divisa in due parti da un sottile diaframma, piena di un corpo fine ed
aeriforme nelle condizioni del massimo equilibrio a lui connaturale. In quel mentre, si
unì ad esso il soffio che proviene da Dio Altissimo e gli aderì di un'aderenza tale che la
sensibilità e l'intelletto solo a fatica possono separarsene.

Ed appare chiaro che questo soffio spira incessante e sovrabbondante da presso Dio -
Egli è potente ed eccelso - e che esso è come la luce del sole che è incessante e
sovrabbondante sul mondo.

Ora, dei corpi, quello che non riceve la luce è l'aria molto trasparente, quelli che
ricevono in parte la luce sono i corpi opachi non levigati, e questi ricevono la luce in
modi diversi, e a seconda dei modi i loro colori sono differenti ~. Quelli che ricevono la
luce nel più alto grado sono i corpi levigati, come lo specchio e simili. Se questo
specchio è concavo, di una forma particolare, appare in esso il fuoco per l'eccesso della
luce.

Così il soffio che viene da Dio Altissimo è sempre sovrabbondante su tutte le creature.
Di esse, quelle in cui non si manifesta la sua impronta per mancanza di attitudine sono i
corpi solidi che non hanno vita> e questi sono come l'aria nell'esempio precedente.
Quelle in cui si manifesta la sua impronta secondo la loro attitudine sono i vegetali.
Questi sono simili ai corpi opachi nell'esempio precedente. Quelle in cui si manifesta la
sua impronta in modo molto evidente sono gli animali, ed essi sono come corpi levigati
nell'esempio precedente. Di questi corpi levigati, quelli che ricevono la luce nel più alto
grado riproducono l'immagine del sole e la sua figura; così anche, degli animali, quello
che accoglie il soffio divino nel più alto grado riproduce il soffio divino ed è modellato a
sua immagine; esso è l'uomo in particolare. A lui si riferisce l'accenno nelle parole del
Profeta, Dio lo benedica e gli dia pace: " Dio ha creato l'uomo a Sua immagine " ~
Questa immagine prende forza in lui al punto che si annulla ogni altra, immagine nella
sua realtà, ed essa sola rimane, ed il sublime splendore della sua luce divora con la sua
vampa tutto ciò che raggiunge, e allora è come lo specchio concavo che si riflette in se
stesso ed incendia tutte le altre cose; ma questo non avviene che ai Profeti, Dio li
benedica. Tutto ciò è esposto chiaramente nei testi appropriati.

Ma concludiamo il racconto di coloro che descrivono questo modo di generazione.


Dicono: quando questo soffio divino aderì a quell'intimo> ogni forza si sottomise a lui, e
gli si prosternò, e fu asservita per ordine di Dio Altissimo nella sua totalità. Si formò, di
fronte a quella bolla, un'altra bolla divisa in tre cavità, tra le quali erano sottili diaframmi
e vie di comunicazione, piene di un corpo simile a quel corpo aeriforme di cui era piena
la prima bolla, ma più sottile. Risiedeva in queste tre cavità, frazioni di una sola, parte di
quella forza sottomessa al soffio di Dio, e si incaricava di custodirle e di sostenerle e di
comunicare al soffio primo, unito alla prima bolla, ciò che accadeva in esse, fosse cosa
di piccola o di grande importanza. Si formò anche, di fronte a questa bolla, dalla parte
opposta alla seconda, una terza bolla, piena di un corpo aeriforme, ma più denso di
quello contenuto nelle prime due. Anche in questo intimo risiedeva parte di quella forza
obbediente al soffio divino, e si incaricava di custodirlo e di sostenerlo. Questi tre
ricettacoli furono la prima cosa che si creò da quella grande quantità di argilla in
fermento, nell'ordine citato. C'era tra essi un rapporto di interdipendenza: il primo aveva
bisogno che gli altri due lo servissero e fossero ad esso sottoposti, gli altri due avevano
bisogno del primo come coloro che dipendono hanno bisogno di chi li diriga, e come
coloro che sono guidati di chi li guidi, ma, quanto agli organi che si sarebbero generati
dopo di essi, entrambi erano capi, non sottoposti. Uno dei due, il secondo, era più
perfetto del terzo nel sovraintendere, ma il primo era più perfetto degli altri due, poiché
gli si era unito il soffio divino. Il suo calore divampò, ed esso prese la forma conica del
fuoco ~ si modellò secondo la sua forma anche la sostanza spessa che lo circondava, e si
formò una carne solida sulla quale si costituì un rivestimento compatto che la
proteggeva. Questo organo nella sua totalità si chiamava " cuore ". Poiché il suo calore
proveniva dalla scomposizione e dall'annientamento degli umori , aveva bisogno di
qualcosa che gli fornisse sostegno e nutrimento e che reintegrasse ciò che di lui si
dissolveva continuamente, altrimenti non sarebbe sopravvissuto a lungo; aveva bisogno
anche di percepire ciò che gli era benefico e di attrarlo, e ciò che gli era incompatibile e
di rifiutarlo Uno degli organi, con quella forza che era in esso e che traeva la sua origine
dal cuore, si incaricò per lui di provvedere alla prima necessità, l'altro organo alla
seconda. Il responsabile della percezione era il cervello, il responsabile
dell'alimentazione era il fegato. Entrambi avevano bisogno del cuore, che li soccorresse
con il suo calore e con la forza particolare che da lui aveva origine. Per tutti questi
motivi si intrecciavano, tra i due organi e il cuore, sentieri e passaggi ~, alcuni dei quali
erano più spaziosi di altri, a seconda di ciò che la necessità richiedeva, ed erano le arterie
e le vene. Continuano poi a descrivere tutta la generazione e gli organi nella loro totalità,
in accordo con ciò che descrivono gli studiosi di scienze naturali a proposito della
creazione dell'embrione nell'utero senza discostarsene minimamente, finché la sua
formazione divenne perfetta, furono completate le sue membra, e giunse al grado di
sviluppo in cui si trova l'embrione pronto a nascere. Ricorrono, nel descrivere quel
completamento, a quella grande argilla che fermentava, e sostengono che essa era
predisposta in modo che si producesse da essa tutto ciò che era necessario a formare
1'organismo umano, dalle membrane di rivestimento a tutto il suo corpo, e così via.
Quando il suo sviluppo giunse al termine, si staccarono da lui quelle membrane, come
avviene nel parto, e l'argilla rimanente si spaccò, essendosi prosciugata. Poi quel bimbo
invocò aiuto, quando si esaurì la sostanza che Io nutriva e la sua fame si fece intensa, e
una gazzella che aveva perduto il suo piccolo accorse al suo grido. Da questo punto in
poi, è uguale ciò che descrivono questi e ciò che descrive il primo gruppo [di cui
abbiamo parlato il, a proposito della sua educazione, e dicono tutti:

la gazzella che lo aveva adottato prese a frequentare un luogo fertile ed un pascolo


rigoglioso, le sue carni si fecero più fiorenti, il suo latte fluì in abbondanza, in modo che
provvide al nutrimento di quel bimbo nel migliore dei modi. Non si allontanava da lui se
non per la necessità del pascolo. Il bimbo si affezionò a quella gazzella al punto che
quando essa tardava a venire si faceva violento il suo pianto, ed essa accorreva presso di
lui. In quell'isola non c'erano animali feroci: il bimbo fu allevato, crebbe e fu nutrito dal
latte di quella gazzella finché ebbe compiuto i due anni: fece progressi nel camminare,
gli spuntarono i denti, e andava dietro a quella gazzella; essa era gentile e indulgente con
lui, e Io conduceva in luoghi in cui erano alberi colmi di frutti. Gli dava da mangiare
quei frutti che faceva cadere, dolci e maturi; e se qualche frutto aveva il guscio
resistente, lo rompeva per lui con i suoi denti. Quando tornava a succhiare il latte, lo
saziava, quando aveva sete d'acqua, Io conduceva all'acqua, quando appariva il sole, gli
Faceva ombra, quando soffriva il freddo, lo riscaldava. Quando la notte diventava scura,
lo faceva volgere al luogo in cui lo aveva trovato, e lo ricopriva con il suo corpo e con
piume che erano là, di cui era stata un tempo riempita la cassetta quando il bimbo vi era
stato posto. Nell'andare al pascolo al mattino e nel tornare la sera, era solito
accompagnarsi a loro un branco di gazzelle che con loro pascolava e con loro trascorreva
la notte Il bimbo continuò a vivere con le gazzelle in quel modo, ed imitava con la voce
il loro verso ~, al punto che quasi non c'era distinzione tra lui e loro. Così pure
riproduceva con una grande efficacia i versi di tutti gli uccelli e degli altri animali che
sentiva. Ma, più di ogni altra cosa, imitava i versi delle gazzelle nel chiedere aiuto, nel
chiamare, nel cercare compagnia, nel difendersi: poiché gli animali in queste diverse
situazioni si esprimono in modi differenti Fraternizzavano con lui gli animali selvatici,
ed egli con loro, non Io respingevano e non li respingeva. Quando fissava nella sua
mente le immagini delle cose dopo che si erano nascoste alla sua osservazione, gli
avveniva di provare inclinazione per alcune di esse e avversione per altre In tutto quel
tempo guardava tutti gli animali e li vedeva rivestiti di peli, di pellicce e di piume.
Vedeva la velocità che avevano nella corsa, la forza del loro assalire, e le armi di cui
erano forniti per difendersi nella lotta, come le corna, le zanne, gli zoccoli, gli aculei e
gli artigli. Poi tornava ad esaminare se stesso> e si vedeva nudo, privo di difese, debole
nella corsa> inadeguato nell'assalto Quando gli animali selvatici gli contendevano i frutti
di cui si nutriva, li prendevano tutti per sé escludendolo, glieli strappavano con la forza>
e non poteva né scacciarli né. sfuggire loro in qualche modo. Vedeva che ai piccoli delle
gazzelle, suoi coetanei, erano già spuntate le corna che prima non avevano e che erano
diventati forti, mentre prima erano deboli nella corsa. Non riscontrava in se stesso niente
di tutto ciò, rifletteva su questo e non ne comprendeva il motivo,. Guardava le creature
inferme e menomate, ma tra loro non ne trovava nessuna simile a lui. Osservava anche
gli orifizi di uscita degli escrementi di tutti gli animali e li vedeva nascosti e protetti,
quello delle deiezioni solide dalla coda e quello delle deiezioni liquide dai peli: egli non
era simile a loro, e inoltre essi avevano anche il pene più nascosto rispetto a lui. Tutto
questo lo inquietava e lo addolorava.

Dopo che a lungo si fu protratto il suo cruccio per tutto ciò, era già vicino ai sette anni,
non sperò più che si rimediasse quella imperfezione e che gli giungessero a
completamento quelle qualità la cui carenza lo aveva danneggiato.

Prese delle foglie larghe degli alberi e se ne mise alcune dietro e altre davanti, ricavò
dalle foglie di palma e di alfa una cintura intorno alla vita e ad essa legò quelle foglie.
Non rimase a lungo vestito di quelle foglie: esse infatti appassirono, si seccarono e gli
caddero. Continuò a prenderne altre e ad appuntarle le une alle altre in più strati: spesso
questo fu più duraturo, ma ad ogni modo fu di breve durata. Dai rami degli alberi trasse
dei bastoni, levigò le loro estremità> ne aggiustò il corpo; con essi scacciava gli animali
selvatici che contendevano con lui, attaccava chi di loro era debole e teneva testa a chi
era forte. Si rese conto così in qualche modo delle sue capacità: vide che la sua mano era
molto superiore rispetto alle loro zampe infatti poteva con essa coprire i suoi genitali e
afferrare i bastoni con i quali difendeva il possesso di ciò che aveva e di ciò che
desiderava ottenere, meglio che con la coda e con l'arma naturale.

Dai sette ai ventuno anni

Intanto crebbe e superò i sette anni ~ gli prendeva molto tempo e fatica il rinnovare le
foglie di cui si ricopriva. Cominciò allora a strappare le code degli animali morti per
mettersele addosso. Ma, vedendo che gli animali selvatici vivi si astenevano dai morti
della loro specie, e lo sfuggivano, non osava farlo; finché un giorno trovò un'aquila
morta e riuscì a procurarsi da essa ciò che sperava e a cogliere l'occasione che con essa
gli si offriva: poiché vide che gli animali selvatici non la sfuggivano Si accinse all'opera
su di essa: le tagliò le ali e la coda, intere come erano, dischiuse il loro piumaggio e lo
livellò; le staccò tutta la pelle e la divise in due parti, se ne legò una sulla schiena e l'altra
sull'ombelico e ciò che è sotto di esso; si attaccò la coda dietro e le due ali sulle spalle.
Ciò gli procurò copertura, calore e rispetto presso tutti gli animali, al punto che non ci fu
più né contesa né opposizione nei suoi confronti. Avvenne che nessuno di loro gli si
avvicinava eccetto la gazzella che lo aveva nutrito e allevato; essa non si separò da lui né
egli da lei, finché divenne vecchia e debole: allora cercava per lei il fertile pascolo,
coglieva per lei i dolci frutti e la nutriva. Continuò a deperire e a indebolirsi sempre di
più, finché la morte la colse. Allora si quietarono tutti i suoi movimenti, cessarono tutte
le sue funzioni. Quando il fanciullo la vide in quello stato, fu preso da una sofferenza
insopportabile, e il suo cuore fu sul punto di essere sommerso dal dolore per lei; la
chiamava con la voce cui essa era solita rispondere, e gridava più forte che poteva ma
non vedeva in lei, mentre faceva questo, né movimento né variazione. Guardava le sue
orecchie e i suoi occhi e non vi scorgeva nessuna infermità visibile, guardava tutte le sue
membra e non vedeva infermità in nessuna di esse. Desiderava trovare il luogo in cui era
l'infermità e allontanarla da lei, così essa sarebbe tornata ad essere quella che era, ma
non gli riusciva, non poteva farlo. Lo guidava a questo pensiero ciò che aveva imparato
su se stesso, poiché vedeva che se copriva i suoi occhi o li velava entrambi con qualche
cosa, non vedeva niente finché non toglieva quell'impedimento. Così anche vedeva che,
se introduceva due dita nelle orecchie e le tappava, non sentiva niente finché non
toglieva quell'impedimento. Se si comprimeva il naso con la mano, non percepiva alcun
odore finché non apriva il naso. Si convinse perciò che tutti i movimenti e le funzioni
della gazzella erano ostacolati da impedimenti, e che se quegli impedimenti fossero stati
rimossi le funzioni sarebbero tornate. Esaminando tutti gli organi visibili e non
scorgendo in essi infermità apparente, vedeva tuttavia che l'inazione si era impadronita
di lei e che non si poteva attribuire a nessun organo: si consolidò così nella convinzione
che l'infermità che l'aveva colpita fosse soltanto in un organo nascosto alla vista, posto
all'interno del corpo, e che nessuno degli organi visibili potesse, nello svolgimento delle
sue funzioni, fare a meno di lui. Quando lo colpiva l'infermità, il danno si diffondeva
dovunque e l'inazione diventava generale. Pensò, pieno di speranza, che se avesse
trovato quell'organo e avesse allontanato da lui il male che lo aveva colpito, le sue
condizioni sarebbero tornate alla normalità, il suo benessere avrebbe inondato tutto
l'organismo, e in virtù di esso le funzioni si sarebbero riattivate.
Aveva osservato in precedenza sui cadaveri degli animali selvatici e di altri animali che
tutte le loro membra erano compatte e che non erano cavi che il cranio, il petto e il
ventre, e pensò che l'organo che aveva quella caratteristica non poteva trovarsi che in
uno di questi tre luoghi. Prevaleva di gran lunga, tra le sue congetture, questa: che esso
poteva trovarsi solo nel luogo posto al centro di questi tre luoghi; si era infatti
saldamente radicata in lui la convinzione che tutti gli organi ne avevano bisogno e che
era necessario perciò che fosse posto al centro. Se tornava a se stesso, sentiva qualcosa
di simile a questo organo nel suo petto: infatti poteva ostacolare tutti i suoi organi, come
la mano, il piede, l'orecchio, il naso, e l'occhio, poteva separarsene e riusciva a fare a
meno di loro. Lo stesso riusciva a fare con la sua testa, pensava infatti di poter fare a
meno di essa, ma se rivolgeva il pensiero alla cosa che sentiva nel suo petto, non gli
riusciva di fare a meno di essa per un solo istante. Così, ugualmente, quando lottava con
gli animali selvatici, difendeva soprattutto il suo petto dai loro aculei91, per il pensiero
di quella cosa che era in esso. Quando decise che l'organo colpito dall'infermità. era
quello che si trovava nel petto della gazzella, decise di esaminarlo e di forarlo; forse
avrebbe riportato la vittoria su di lui, avrebbe visto la sua infermità e l'avrebbe
allontanata. Temeva però che il fare questo potesse essere più dannoso dell'infermità che
l'aveva colpita. Ma poi pensò: degli animali selvatici e degli altri animali, vi è forse
qualcuno che dopo essere giunto a uno stato simile a quello ritorna poi allo stato che
aveva prima? E non ne trovava nessuno. Risultava da ciò che se l'avesse abbandonata
non ci sarebbero state speranze del suo ritorno al suo stato precedente, mentre gli
sarebbe rimasta qualche speranza del suo ritorno a quello stato se avesse trovato
quell'organo e avesse allontanato da lui l'infermità.

Decise di aprirle il petto e di esplorare ciò che era in esso: prese schegge di pietre dure e
frammenti di canne rigide a guisa di coltelli, e con essi praticò un incisione, finché tagliò
la carne che era tra le costole e giunse all'involucro posto all'interno di esse 92: lo vide
resistente e si consolidò nell'idea che un involucro di tal genere non poteva che
appartenere ad un organo come quello che cercava. Pensò, con speranza, che se lo avesse
oltrepassato avrebbe trovato l'oggetto della sua indagine. Si sforzò di lacerarlo, ma gli
era difficile per l'inconsistenza degli strumenti, essi non erano infatti che pietre e canne.
Ne prese di nuovi, li affilò, e si adoperò con delicatezza a bucare l'involucro, finché lo
bucò e giunse al polmone; pensò dapprima che fosse quello l'organo che cercava e
continuò ad esaminarlo e a cercare il luogo della sua infermità.

In un primo tempo aveva trovato, del polmone, solo la metà che si trova da una parte,
ma, poiché la vide inclinata da un lato, mentre era convinto che quell'organo si trovasse
al centro del corpo nel senso della larghezza come era al centro di esso nel senso della
lunghezza, non cessò di esplorare in mezzo al petto, finché trovò il cuore.

Era rivestito della membrana più resistente ~ legato dai legamenti più saldi, e il polmone
appariva presso di lui dal lato da cui aveva iniziato a incidere. Si disse: " Se questo
organo avesse dall'altra parte qualcosa di simile a ciò che è da questa parte, si troverebbe
dunque proprio al centro, e non ci sarebbe dubbio che è quello che sto cercando, senza
contare che vedo anche l'eccellenza della sua posizione, la bellezza della sua forma, il
suo essere compatto, la robustezza della sua carne, e il fatto che è nascosto da questo
involucro, tale che non ne ho visto a nessun organo uno simie. Frugò dall'altra parte del
petto e vi trovò l'involucro E posto] all'interno delle costole, trovò il polmone secondo
ciò che aveva trovato da questa parte, e si convinse che quello era l'organo che cercava.
Si sforzò di lacerare il suo rivestimento e di incidere la sua membrana, e con pena e
lavoro riuscì in questo dopo avere compiuto ogni sforzo e fatica. Mise a nudo il cuore, e
lo vide compatto da ogni parte. Guardò se in esso ci fosse infermità apparente, ma non ci
vide nulla. Lo strinse nella sua mano, e gli apparve chiaro che in esso vi era una cavità. E
disse: " Forse ciò che io cerco, l'ultima cosa cui voglio giungere, è solo all'interno di
quest'organo, e io ancora non vi sono giunto ". Lo apri, e in esso trovò due cavità, l'una a
destra, l'altra a sinistra. Quella di destra era piena di grumi di sangue coagulato, quella di
sinistra era vuota, in essa non c'era ~ Disse: " Ciò che io cerco è soltanto ciò che risiede
in uno di questi due ricettacoli ". Poi disse: " In questo ricettacolo di destra non vedo che
questo sangue coagulato, e non vi è dubbio che esso non coagula finché tutto il corpo
non giunge a questo stato ". Aveva infatti osservato che tutti i tipi di sangue, quando
scorrevano e uscivano, si coagulavano e si rapprendevano, e questo non era che sangue
come gli altri tipi di sangue. " Io vedo che questo sangue è in tutti gli organi e non lo
possiede di preferenza un organo piuttosto che un altro, mentre quello che io cerco non
ha affatto questa caratteristica. Quello che io cerco è la cosa che spetta di preferenza a
questo luogo di cui io trovo che non posso fare a meno per un solo istante, e ad esso
infatti mi sono indirizzato fin dall'inizio. Quanto a questo sangue, quante volte gli
animali selvatici e la pietra mi hanno ferito, e da me ne è sgorgato molto, ma ciò non mi
ha portato danno, né mi ha privato in alcun modo delle mie funzioni. Dunque, ciò che io
cerco non si trova in questo ricettacolo. Quanto a questo ricettacolo di sinistra, lo vedo
vuoto, in esso non vi è nulla: a quel che vedo, dunque, è inutile. Ma se io vedo che
ognuno degli organi nelle sue funzioni si riferisce a lui, come può essere inutile questo
ricettacolo, di cui ho constatato la dignità? Che cosa vedo, se non che quello che io cerco
era in esso, e ne è partito, lasciandolo vuoto? Allora l'inazione ha colto questo corpo, e
ha perduto la percezione e il movimento. "

Quando vide che l'abitante di quella casa era partito prima che fosse stata aperta e
l'aveva abbandonata quando era ancora intatta, fu sicuro che non vi avrebbe fatto ritorno
dopo ciò che era accaduto in essa di danneggiamento e di lacerazione. Allora tutto il
corpo divenne miserevole ai suoi occhi, e di nessuna importanza rispetto a quella cosa
che, ne era convinto, vi abitava un tempo e poi ne era partita. Concentrò il suo pensiero
su quella cosa: che cosa era? come era? e che cosa l'aveva congiunta a questo corpo? ~ e
verso dove era partita? e da quale parte era uscita al suo uscire dal corpo? e qual era la
causa che l'aveva scacciata se era uscita riluttante? oppure, se era uscita di sua volontà,
qual era la causa che le aveva reso disgustoso il corpo; al punto che se ne era separata?
Su tutto ciò il suo pensiero si disperse; non pensò più a quel corpo, e anzi lo rinnegò, e
comprese che sua madre, che aveva avuto affetto per lui e lo aveva allattato, era soltanto
quella cosa che era partita e da cui provenivano tutte quelle funzioni, non questo corpo
ozioso, e che questo corpo, nel suo complesso, era solo come lo strumento97 di cui
quella cosa si serviva, come il bastone che egli aveva preso per combattere gli animali
selvatici. Il suo affetto si trasferì allora dal corpo al padrone e al motore del corpo, e non
gli rimase desiderio che di lui.
Frattanto quel corpo si decompose, ed emanavano da esso odori nauseanti; aumentò la
sua avversione per esso e desiderò di non vederlo. Poi si offrirono al suo sguardo due
corvi che lottavano tra loro, finché uno di essi fece stramazzare l'altro morto. Ed ecco,
quello vivo prese a scavare nella terra, finché scavò una fossa ed in essa seppellì il morto
con la terra ~. Disse tra sé: " Che buona cosa ha fatto questo corvo nel seppellire il
cadavere del suo compagno, anche se si è comportato male uccidendolo. Io sono più
degno di essere guidato a questo nei confronti di mia madre ".

Scavò una fossa e vi gettò il corpo di sua madre, sparse su di esso la terra, e continuò a
pensare a quella cosa che si serviva del corpo, e non capiva che cosa fosse. Volgeva lo
sguardo a tutte le gazzelle, e le vedeva nella forma di sua madre, e fatte a sua immagine.
Era probabile, secondo lui, che ognuna di esse fosse animata e " usata " da una cosa
simile a quella che aveva animato sua madre e che si era " servita " di lei. Aveva
dimestichezza con le gazzelle, e le ricercava con desiderio a causa della somiglianza.

Continuò per qualche tempo ad esaminare le specie degli animali e dei vegetali; si
aggirava sulla spiaggia di quell'isola, e indagava se vedesse o trovasse qualcuno simile a
lui, analogamente a ciò che vedeva per gli animali e per le piante, di cui ognuno aveva
molti simili. Ma non trovava nessuno simile a lui. Vedeva che il mare circondava l'isola
da ogni lato, ed era convinto che al mondo non ci fosse che quell'isola.

Accadde un giorno che si producesse fuoco in un canneto, per sfregamento. Quando lo


scorse vide uno spettacolo che lo impauriva, una creatura che prima non aveva
considerato. Si fermò a lungo a contemplarlo, stupefatto, e continuò ad avvicinarglisi
passo dopo passo. Vide la luce, la brillantezza, l'azione misteriosa del fuoco, tale che non
si comunicava a nessuna cosa senza consumarla e trasformarla in se stesso. Si impadronì
di lui l'ammirazione per il fuoco, e per l'audacia e la forza che Dio Altissimo aveva
infuso nella sua natura, e volle prenderne. Ma quando lo toccò, gli bruciò la mano e non
poté acchiapparlo; così si risolse a prendere un tizzone di cui il fuoco non si era
completamente impadronito. Lo prese dalla parte integra, mentre il fuoco ardeva
dall'altra parte, e questo gli fu facile, e lo portò al luogo in cui trovava ricovero; aveva
infatti preso a vivere da solo in una tana, che aveva trovato adatta per abitarci. Continuò
ad alimentare quel fuoco con erba e legna abbondante, lo apprezzava e lo ammirava e ne
aveva cura notte e giorno. Di notte poi, la sua familiarità con il fuoco era più grande,
poiché assolveva per lui le funzioni del sole, con la sua luce e con il suo calore.
L'entusiasmo per il fuoco divenne immenso, e si persuase che esso era la cosa migliore
che aveva. Lo vedeva sempre levarsi verso l'alto, cercando di innalzarsi, e si convinse
che faceva parte di quei corpi che osservava nel cielo '~. Sperimentava la sua forza su
tutte le cose gettandole in esso, e vedeva che se ne impadroniva, ora velocemente, ora
con lentezza, a seconda della forza dell'attitudine del corpo che gettava nelle fiamme, o
della sua debolezza.

Tra tutte le cose che gettò in esso per esaminare la sua forza, vi fu un animale marino
che il mare aveva gettato sulla sua spiaggia; quando quell'animale fu cotto e si diffuse il
suo odore di arrosto, gli venne voglia di esso. Ne mangiò e gli piacque. Si abituò così a
mangiare la carne, e adoperò l'astuzia nella caccia e nella pesca, finché fu abile in
questo. Il suo amore per il fuoco si accrebbe, poiché con esso gli riusciva di trovare
gustoso il nutrirsi di qualcosa di cui prima non riusciva a nutrirsi. Quando il suo
entusiasmo per il fuoco si fece più grande al vedere l'eccellenza dei suoi effetti e la forza
delle sue facoltà, si convinse che la cosa che si era allontanata dal cuore di sua madre, la
gazzella che l'aveva allevato, era della sostanza di questa creatura o di una cosa simile ad
essa '~' Lo confermava nel suo pensiero il vedere che gli animali erano caldi durante la
loro vita ed erano invece freddi dopo la morte, ed era sempre così, senza eccezione, e il
calore intenso che trovava in se stesso, nel suo petto, in corrispondenza del luogo della
gazzella in cui aveva praticato l'incisione; e gli venne in mente che se avesse preso un
animale vivo, avesse aperto il suo cuore, e avesse guardato in quella cavità che aveva
trovato vuota quando l'aveva aperta nella gazzella sua madre, l'avrebbe vista, in questo
animale vivo, piena di quella cosa che abitava in essa, e avrebbe verificato se era della
sostanza del fuoco, e se era in qualche modo luminosa e calda, oppure no.

Si diresse verso un animale selvatico, lo legò saldamente, e lo apri nel modo in cui aveva
aperto la gazzella, finché giunse al cuore. Si volse in primo luogo al lato sinistro di esso
e l'apri. E vide quella cavità piena di aria fumante che somigliava alla bianca nebbia.
Introdusse in essa il dito e la trovò calda, tanto che quasi lo bruciava. E quell'animale
subito mori. Allora fu certo che era quel vapore caldo che faceva muovere questo
animale, e che era così in ogni organismo animale, e che quando abbandonava l'animale,
quello moriva.

Poi si destò in lui il desiderio di studiare tutti gli altri organi degli animali: la loro
collocazione, il loro modo di funzionare, la loro quantità, la qualità delle relazioni tra gli
uni e gli altri, come erano alimentati da questo vapore caldo finché rimanevano in vita in
grazia sua, e come avveniva il permanere di questo vapore durante il tempo in cui
permaneva, da dove era attinto, e come accadeva che il suo calore non si esauriva.
Persegui tutto ciò sezionando gli animali vivi e morti. Continuò ad esaminarli con
attenzione e ad approfondire le sue conoscenze, finché raggiunse su tutti questi
argomenti il grado di conoscenza dei più grandi naturalisti.

Gli apparve chiaro che ogni organismo animale, anche se era provvisto di molti organi e
di molteplici facoltà [percettive] e movimenti, era " uno " quanto a quel soffio che traeva
origine da una sola cavità e si distribuiva in tutti gli altri organi emanando da essa. Tutti
gli organi gli erano asserviti, o lavoravano per lui, e il modo in cui quel soffio operava
nella conduzione del corpo era come il modo in cui egli stesso utilizzava gli strumenti.
Con alcuni di essi combatteva gli animali, con altri li catturava, con altri ancora li
sezionava. Gli strumenti di cui si serviva per combattere si dividevano in quelli con cui
respingere il danno di un altro, e quelli con cui rovesciare un altro. Gli strumenti adatti
alla caccia si dividevano in quelli che andavano bene per gli animali marini e quelli che
andavano bene per gli animali terrestri. Così pure gli strumenti con cui li sezionava si
dividevano in quelli che servivano a lacerare, quelli che servivano a spezzare, e quelli
che servivano a bucare. Il corpo era uno solo, ma cambiava quegli strumenti a seconda
dell'uso a cui ogni strumento era adatto, e degli scopi che la sua azione si prefiggeva.
Analogamente, quel soffio animale era uno solo, e quando operava con lo strumento
occhio la sua azione era il vedere, quando operava con lo strumento orecchio la sua
azione era l'udire, quando operava con lo strumento naso la sua azione era il fiutare,
quando operava con lo strumento lingua la sua azione era il gustare, quando operava con
la pelle e con la carne la sua azione era il percepire con il tatto, quando operava con l'arto
la sua azione era il muovere, quando operava con il fegato la sua azione era il nutrire e
l'essere nutrito; per ognuna di queste funzioni c'erano organi che le svolgevano, ma
nessuna di queste funzioni si esplicava perfettamente se non in virtù di ciò che di quel
soffio giungeva agli organi, attraverso le vie chiamate nervi. Quando quelle vie erano
interrotte o erano ostruite, la funzione dell'organo corrispondente cessava. Questi nervi
attingevano il soffio dalle profondità del cervello, e il cervello attingeva il soffio dal
cuore. Nel cervello c'erano molti soffi, perché esso era il luogo in cui molte parti erano
divise. Ogni organo che fosse privo di questo soffio a causa dei motivi che impedivano
la sua azione, diveniva come lo strumento gettato via, che l'operatore non utilizza e di
cui non si giova. Se poi questo soffio usciva dal corpo nella sua totalità, o veniva meno,
o si dissolveva completamente, tutto il corpo si arrestava e giungeva alla condizione
della morte.

Procedendo in tal modo, giunse a questo livello speculativo al compiersi di tre settenari
dalla sua nascita, cioè ventuno anni.

Durante questo periodo di cui abbiamo parlato, si era industriato in diversi modi. Si
vestiva con le pelli degli animali che sezionava, e se ne calzava, per cucire prendeva i fili
dalle pellicce, e scortecciava i fusti dell'altea, della malva, della canapa e di ogni pianta
'fibrosa. Quando si era indirizzato a far questo, aveva preso l'alfa, e aveva fabbricato
lesine da rovi resistenti e da canne affilate sulla pietra. Si era ispirato, nel costruire, a ciò
che vedeva fare alle rondini: si era fatto una casa e una dispensa per il cibo che aveva in
sovrappiù, e l'aveva munita di una porta di canne legate insieme affinché non ci
arrivassero animali mentre lui era lontano da quelle parti, occupato in qualche faccenda.
Aveva addomesticato uccelli rapaci per farsi aiutare nella caccia, si era procurato dei
polli per giovarsi delle loro uova e dei loro pulcini. Aveva preso corna di buoi selvatici
simili a rebbi e le aveva montate su canne resistenti e su bastoni di faggio o di altro
legno. Si era aiutato in questo con il fuoco e con pietre affilate, finché erano diventate
come lance. Aveva ricavato il suo scudo da pelli sovrapposte. Tutto questo perché si era
accorto che le sue armi naturali erano inadeguate, ma che la sua mano era in grado di
assicurargli tutte quelle difese che gli mancavano. Poiché nessun animale, a qualsiasi
specie appartenesse, gli teneva testa, ma lo evitava e gli si sottraeva con la fuga, aveva
meditato su come superare questa difficoltà, e non aveva visto niente di più vantaggioso
che attirare alcuni animali veloci nella corsa e offrire loro in abbondanza il cibo a loro
adatto, in modo che gli riuscisse di cavalcarli e di inseguire tutte le altre specie E di
animali]. In quell'isola c'erano cavalli e asini selvatici: aveva scelto, di essi, quelli che gli
sembravano adatti e li aveva addestrati, finché aveva raggiunto il suo scopo. Con lacci e
pelli aveva fatto per essi cose simili a morsi e a selle. Così fu in grado, come si era
ripromesso, di inseguire gli animali che gli era difficile prendere. Si era industriato in
tutte queste faccende nel tempo in cui si dedicava a sezionare gli animali e studiava con
passione le particolarità e le differenze dei loro organi. [Questo] nel periodo che terminò,
come abbiamo definito, all'età di ventuno anni.
Dai ventuno ai ventotto anni

In seguito, cominciò a dedicarsi ad altre ricerche: esaminò tutti i corpi che erano nel
mondo della generazione e della corruzione ~ gli animali secondo le loro differenti
specie, i vegetali, i minerali, e le specie della pietra, della terra, dell'acqua, del vapore,
della neve, della grandine, del fumo, del ghiaccio, della fiamma e della brace. Vide che
avevano molte caratteristiche e svariati comportamenti, e moti analoghi e diversi. Si
immerse nello studio di questo, considerando attentamente il problema.

Vide che essi erano simili in alcune proprietà e differivano in altre, e che per ciò in cui
erano simili erano una cosa sola, mentre per ciò in cui differivano erano diversi e
molteplici '~. Talvolta vedeva le proprietà specifiche delle cose e ciò per 'cui si
distinguevano le une dalle altre, e ai suoi occhi la molteplicità che ne risultava diventava
troppo grande perché egli la potesse abbracciare con la mente, e ciò che trovava gli si
disperdeva in modo che non riusciva a. metterci ordine. Vedeva molteplice anche se
stesso, poiché esaminava i suoi diversi organi, e ognuno di essi era distinto dagli altri per
una funzione ed una caratteristica che gli era propria. E se esaminava ognuno degli
organi, vedeva che poteva essere suddiviso in moltissime parti e giudicava se stesso
molteplice, e così ugualmente ogni cosa. Ma poi, se tornava a considerare ancora in un
secondo modo, vedeva che i suoi organi, anche se erano molti, erano tutti interdipendenti
l'uno dall'altro, non erano affatto separati, ed erano come una cosa sola, e non
differivano se non nella diversità delle loro funzioni, e che quella diversità derivava
soltanto da ciò che giungeva loro della forza del soffio animale, che egli aveva in
precedenza conosciuto, e che quel soffio dentro di lui era uno, e così anche la realtà del
suo essere, e tutti gli organi erano come gli arnesi '~. In questo modo nei suoi pensieri il
suo essere diveniva una cosa sola. Poi si volgeva a tutte le specie degli animali, e vedeva
che ogni individuo di esse, da questo punto di vista, era una cosa sola. Poi osservava una
specie di essi, come le gazzelle, i cavalli, gli asini e le specie degli uccelli, una per una. E
vedeva che gli individui di ogni specie assomigliavano gli uni agli altri negli organi
esterni ed interni, nelle percezioni, nei movimenti e nelle inclinazioni. E non vedeva tra
loro una diversità se non in cose trascurabili rispetto a tutte le cose in cui erano simili.
Giudicava che il soffio E spirito], per tutta quella specie, fosse uno solo, e che non
differisse se non per il fatto che era diviso in molti cuori, e che se fosse stato possibile
riunire tutto ciò che di lui era diviso in quei cuori e metterlo in un unico recipiente, esso
nella sua totalità sarebbe stato una cosa sola, come una sola massa di acqua o di vino,
che sia suddivisa in molti recipienti e in seguito venga riunita: essa, divisa o unita, è una
cosa sola, anche se in qualche modo le accade di divenire molteplice. E vedeva tutta la
specie, da questo punto di vista, come una cosa sola, e considerava la molteplicità dei
suoi individui, come la molteplicità degli organi del singolo individuo, che non era in
realtà una molteplicità. Poi, richiamando alla mente le specie di tutti gli animali e
riflettendoci sopra, vedeva che esse erano simili in quanto percepivano, si nutrivano, si
muovevano intenzionalmente in qualsiasi direzione volessero.
Si era accorto che queste funzioni erano le funzioni più proprie dello spirito animale, e
che tutte le cose in cui differivano, al di là di questa somiglianza, non erano molto
specifiche dello spirito animale. Attraverso questa riflessione gli apparve chiaro che lo
spirito animale per tutto il genere degli animali in realtà era uno, e che in esso c'era una
differenza insignificante per cui una specie si distingueva dall'altra, come una sola massa
d'acqua divisa in molti recipienti, di cui una parte è più fredda dell'altra, ma essa, nella
sua origine, è una sola. E tutto ciò che era in uno stesso grado di freschezza era come il
manifestarsi particolare di quello spirito animale in una sola specie. Ma oltre a ciò, come
tutta quell'acqua era una cosa sola, così anche lo spirito animale era uno solo, e in
qualche modo gli accadeva di divenire molteplice. E vedeva tutto il genere degli animali,
da questo punto di vista, come una cosa sola.

Poi prendeva in considerazione le diverse specie dei vegetali, e vedeva che gli individui
di ogni specie si assomigliavano tra loro nei rami, nelle foglie, nei fiori, nei frutti, nelle
funzioni. Li paragonava agli animali, e si accorgeva che essi avevano tutti in comune
una cosa sola, che era per loro come lo spirito animale, e che essi, quanto a questo, erano
una cosa sola. Così esaminava tutto il genere delle piante, e giudicava della sua unità,
per la somiglianza che vedeva [in tutte le specie] nelle funzioni della nutrizione e della
crescita.

Poi riuniva nel suo pensiero il genere degli animali e il genere dei vegetali, e li vedeva
insieme, simili nel fatto che si nutrivano e si accrescevano. Sennonché gli animali erano
superiori alle piante grazie al tatto, alla percezione e al movimento. Spesso tuttavia
appariva nei vegetali qualcosa di simile a questo, come il volgersi dei loro fiori in
direzione del sole, e il muoversi delle loro radici in direzione del cibo, e così via. Gli
apparve chiaro attraverso questa riflessione che i vegetali e gli animali erano una cosa
sola, poiché una cosa sola era comune ad entrambi, ed essa negli animali era più
completa e perfetta, mentre nelle piante la ostacolava un impedimento. E che questa cosa
era come una sola massa d'acqua divisa in due parti, di cui una è immobile e l'altra
corrente, ed ai suoi occhi i vegetali e gli animali divenivano una cosa sola.

Poi esaminava i corpi che non percepivano, non si nutrivano e non si accrescevano,
come la pietra, la terra, l'acqua, l'aria e la fiamma, e vedeva che essi erano corpi che
avevano una determinata lunghezza, larghezza, profondità, e che non differivano se non
per il fatto che alcuni erano colorati, e altri no, e alcuni erano caldi, e altri freddi, e altre
differenze di questo tipo. E vedeva che quello di essi che era caldo diveniva freddo, e
quello che era freddo diveniva caldo. Vedeva che l'acqua diveniva vapore, e il vapore
acqua, e che le cose che bruciavano divenivano brace e cenere, fiamma e fumo, e che se
il fumo, nel suo innalzarsi, aderiva alla volta di una caverna, si condensava su di essa e
diveniva come tutte le cose terrestri ~ E attraverso questa riflessione gli appariva chiaro
che tutte queste cose erano in realtà una cosa sola, anche se in generale ineriva ad esse la
molteplicità. E ciò analogamente alla molteplicità che ineriva agli animali e alle piante.

Esaminava poi ciò che rendeva una cosa sola ai suoi occhi i vegetali e gli animali, e
vedeva che era un corpo simile a questi corpi, che aveva una lunghezza, una larghezza e
una profondità, che era sia caldo sia freddo, come uno di questi corpi che non
percepivano e non si nutrivano, e differiva da essi soltanto per le funzioni che si
manifestavano per opera sua negli organi degli animali e dei vegetali, che erano come gli
arnesi. Non c'era altra differenza. Forse quelle funzioni non erano proprie della sua
essenza, ma gli si comunicavano provenienti da un'altra cosa, e, se si fossero comunicate
anche a questi corpi, questi sarebbero stati simili ad esso. Lo considerava, nella sua
essenza, privo di queste funzioni che apparivano a prima vista provenienti da lui, e
vedeva che non era che uno di questi corpi E gli appariva chiaro attraverso questa
riflessione che tutti i corpi erano una cosa sola: quelli animati e quelli inanimati, quelli
dotati di movimento e quelli immobili. Sennonché vedeva che alcuni di essi
producevano funzioni in organi, e non sapeva se queste funzioni fossero proprie della
loro essenza o si comunicassero loro provenienti da qualche altra cosa. In questa fase
non vedeva niente che non fossero i corpi; e con questo modo di procedere vedeva come
una cosa sola tutto ciò di cui scopriva l'esistenza, mentre a prima vista vedeva ciò che
esisteva come una molteplicità illimitata e infinita. Rimase per qualche tempo in questa
convinzione.

Poi considerò attentamente tutti i corpi, animati e inanimati, che a volte gli apparivano
come una cosa sola e a volte come una molteplicità senza fine. E vide che ognuno di essi
non mancava di una di queste due tendenze o si muoveva verso l'alto, come il fumo, la
fiamma e l'aria se veniva a trovarsi sotto l'acqua, oppure si muoveva in direzione
opposta, cioè verso il basso, come l'acqua, le parti della terra e le parti degli animali e dei
vegetali '~ ognuno di questi corpi non era privo di uno di questi due movimenti, e non si
arrestava a meno che un impedimento lo ostacolasse nel suo cammino, così come la
pietra che cade incontra una superficie terrestre che non le è possibile penetrare, ma se
ciò le fosse stato possibile, non avrebbe, evidentemente, rinunciato al suo movimento.

Per questo, se tu la sollevi verso l'alto '~, trovi che ti opprime con la sua inclinazione
verso il basso, cercando di scendere, e così il fumo che si innalza non rinuncia al suo
moto ascensionale, a meno che incontri una volta solida che lo trattenga; si piega poi a
destra e a sinistra, e poi ecco che si libera di quella volta, e irrompe nell'aria e si innalza,
poiché l'aria non può arrestarlo. E vedeva l'aria che, se si riempie con essa un otre di
pelle "~ e si chiude con lacci e poi si immerge sotto l'acqua, cerca di salire e contrasta
chi la trattiene sotto l'acqua, e non cessa di fare questo finché non giunge al luogo
dell'aria, uscendo da sotto l'acqua. Allora si ferma, e si allontanano da essa quella
resistenza e quella tensione verso l'alto che da essa emanavano prima. Esaminò se
potesse trovare un corpo che fosse in un tempo qualsiasi privo di questi due movimenti o
dell'inclinazione ad uno di essi, ma non lo trovò tra i corpi che poteva esaminare; allora
lo cercò avidamente poiché desiderava trovarlo e vedere la natura del corpo in quanto
corpo, senza che gli fosse unita nessuna di quelle proprietà che causavano il prodursi
della molteplicità.

Quando fu stanco di questa ricerca ed ebbe preso in considerazione i corpi che avevano
meno proprietà di tutti gli altri, giunse alla conclusione che essi non erano privi, in
qualche modo, di una di quelle due proprietà che sono designate come " pesantezza " e "
leggerezza ". Considerò la pesantezza e la leggerezza: un corpo le possedeva in quanto
corpo, oppure esse erano proprietà che si aggiungevano alla corporeità? Gli sembrò che
esse fossero proprietà che si aggiungevano alla corporeità, perché se un corpo le avesse
avute per il fatto di essere un corpo, non si sarebbe trovato nessun corpo che non le
avesse entram-be. Ma noi troviamo che il corpo pesante non ha in sé la leggerezza, e il
corpo leggero non ha in sé la pesantezza, ed essi sono senza dubbio due corpi, ognuno
dei quali ha una proprietà che lo distingue dall'altro in aggiunta alla sua corporeità, e
quella proprietà è ciò per cui ognuno dei due si differenzia dall'altro. Se quella proprietà
non ci fosse, i due corpi sarebbero una cosa sola sotto ogni riguardo. Gli fu chiaro allora
che l'essenza di ogni corpo pesante e leggero era composta di due proprietà: di cui una
era ciò che essi avevano in comune, ed era la corporeità, e l'altra era ciò per cui l'essenza
di uno dei due si distingueva dall'altro, ed era la pesantezza in uno di essi e la leggerezza
nell'altro; cioè la proprietà che faceva muovere uno dei due verso l'alto e l'altro verso il
basso.

Esaminò in questo modo tutti i corpi inanimati e animati, e vide che l'essenza di ognuno
di questi due tipi di corpi era composta dalla corporeità e da un'altra cosa che si
aggiungeva alla corporeità, e a volte era una cosa sola, a volte più di una. Gli apparvero
così le forme dei corpi nella loro diversità, e questa fu la prima cosa che gli apparve del
mondo spirituale: erano infatti forme che non era possibile cogliere con la percezione dei
sensi, ma solo con la speculazione dell'intelletto

Gli apparve tra l'altro che lo spirito animale che risiedeva nel cuore, di cui si è prima
parlato, doveva necessariamente avere, in aggiunta alla sua corporeità, anche una
proprietà in virtù della quale era in grado di compiere queste azioni singolari che gli
erano proprie, come i vari tipi di percezioni, di capacità intellettive e di movimenti.
Quella proprietà è la sua forma, la particolarità per cui si distingue da tutti gli altri corpi,
e ad essa accennano i filosofi con il termine di anima animale. Così anche ciò che nelle
piante occupa il posto del calore negli animali, ha una cosa sua propria, la sua
particolarità, e ad essa accennano i filosofi con il termine di anima vegetale. Così pure
tutti i corpi inanimati, cioè quelli che non sono nè animali nè piante, nel mondo della
generazione e della corruzione, hanno una cosa che è loro propria, per cui ognuno di essi
compie la funzione che gli è caratteristica, come i vari tipi di movimenti e le varie
modalità delle loro percezioni. Quella cosa è la particolarità di ognuno di essi, e i filosofi
vi accennano con il termine di natura.

Quando si fu convinto, attraverso questa speculazione, del fatto che l'essenza dello
spirito animale, a cui aveva sempre aspirato, era composta della corporeità e di un'altra
proprietà che si aggiungeva alla corporeità, e che questa corporeità era comune anche a
tutti gli altri corpi, mentre l'altra proprietà ad essa associata esso la possedeva da solo, la
corporeità divenne spregevole ai suoi occhi, e il suo pensiero si attaccò alla seconda
proprietà, cioè l'anima. Desideroso di conoscerla, continuò a rifletterci sopra e cominciò
ad osservare accuratamente tutti i corpi, non in quanto corpi, ma in quanto dotati di
forme da cui erano inseparabili le qualità particolari per le quali si distinguevano l'uno
dall'altro.

Seguì questo procedimento svolgendolo con ordine, e vide un insieme di corpi che
avevano in comune una certa forma, da cui si originavano una o più funzioni. E vide che
una parte di quell'insieme, sebbene avesse quella forma in comune con esso, aveva in
aggiunta un'altra forma da cui si originavano alcune funzioni. E vide che una parte di
quella parte che possedeva la prima e la seconda forma, aveva una terza forma da cui si
originavano certe funzioni; ad esempio, tutti i corpi terrestri come la terra, la pietra, i
metalli, le piante, gli animali e tutti i corpi pesanti, erano un solo insieme, che aveva in
comune una sola forma da cui scaturiva il movimento verso il basso, a meno che un
ostacolo impedisse loro di discendere. Quando, con la forza, erano fatti muovere verso
l'alto e poi si lasciavano andare, si muovevano verso il basso in virtù della loro forma.
Una parte di questo, insieme, cioè le piante e gli animali, che pure avevano in comune
quella forma con l'insieme precedente, avevano in più un'altra forma da cui si
originavano la nutrizione e la crescita. La nutrizione consisteva in questo: che colui che
si nutriva reintegrava ciò che del suo corpo si era dissolto, trasformando in materia
identica alla composizione del suo corpo una materia simile, con l'attirarla a sé. La
crescita era il movimento nelle tre direzioni, effettuato in modo da conservare la
proporzione dell'altezza, della larghezza e della profondità Queste due funzioni erano
comuni alle piante e agli animali, ed entrambe senza dubbio scaturivano da una forma ad
esse associata, che è quella cui si accenna con il termine di anima vegetale. Una parte di
questa parte, propriamente gli animali, che aveva in comune con la parte precedente la
prima e la seconda forma, aveva in aggiunta una terza forma da cui scaturivano le
capacità di percepire con i sensi e di spostarsi da un luogo ad un altro. Vide anche che
ogni specie di animali aveva una proprietà specifica per cui si distingueva dalle altre
specie, e si differenziava da esse, individualizzandosi. Seppe che ciò le derivava da una
forma sua particolare che si aggiungeva alla forma che essa e gli altri animali avevano in
comune; così era ugualmente per ogni specie di piante. Gli apparve chiaro che, di alcuni
corpi percepiti dai sensi che erano nel mondo della generazione e della corruzione,
l'essenza era composta di molte proprietà che si aggiungevano alla corporeità, mentre di
altri l'essenza era composta di un numero inferiore di proprietà, e scoprì che conoscere
quelli che avevano meno proprietà era più facile che conoscere quelli che ne avevano di
più. Cercò quindi di conoscere l'essenza della cosa che aveva meno proprietà di tutte le
altre. Vide che l'essenza degli animali e delle piante era composta di molte proprietà,
data la varietà delle loro funzioni, e decise di rimandare lo studio delle loro forme. Vide,
analogamente, che alcune parti della terra erano più semplici di altre e si propose di
studiare le più semplici tra quelle che poteva trovare. Vide pure che l'acqua era una cosa
di costituzione semplicedato il piccolo numero di funzioni che scaturivano dalla sua
forma. Così pure il fuoco e l'aria.

Era giunto in precedenza alla convinzione che questi quattrq corpi si trasformavano l'uno
nell'altro, che avevano in comune una sola cosa, la corporeità, e che quella cosa doveva
essere priva delle proprietà per cui ognuno di questi si distingueva dall'altro. Non era
possibile che si muovesse verso l'alto nè verso il basso, né che fosse calda nè che fosse
umida o secca, poiché ognuna di queste qualità non era comune a tutti i corpi, e un corpo
non la possedeva per il fatto di essere un corpo. Se fosse stato possibile trovare un corpo
che non avesse una forma in aggiunta alla corporeità, esso non avrebbe avuto nessuna di
queste qualità, e non avrebbe potuto avere altra qualità che quella che era comune a tutti
i corpi dotati di forme diverse. Considerò se potesse trovare una qualità che fosse
comune a tutti i corpi animati e inanimati, e trovò che l'unica cosa che tutti i corpi
avevano in comune era il fatto che si estendevano tutti nelle tre direzioni, cui si accenna
con i termini di altezza, larghezza, profondità. Seppe così che il corpo aveva questa
proprietà in quanto corpo; ma non gli riuscì di percepire un corpo dotato di questa sola
proprietà, in modo che non avesse nessuna proprietà oltre l'estendersi menzionato, e
fosse insomma privo di tutte le forme. Meditò poi su questa estensione nelle tre
direzioni: era la proprietà che definisce un corpo e non ce n'era un'altra, oppure non era
così? Vide che dietro questa estensione c'era un'altra proprietà, che era ciò a cui si
applicava questa estensione, che non poteva sussistere di per sé, come pure quella cosa
che si estendeva non poteva sussistere senza l'estensione Imparò questo dall'esame di
alcuni di questi corpi percepibili dai sensi, dotati di forme, come l'argilla. Vide che se la
si modellava ad esempio in modo da farne una sfera, aveva una altezza, una larghezza e
una profondità di una certa entità. Se poi quella stessa sfera veniva presa e trasformata in
un cubo o in una figura ovoidale, quell'altezza, quella larghezza e quella profondità
cambiavano e assumevano nuove misure, diverse da quelle che aveva prima. L'argilla in
se stessa era una sola e non si trasformava, ma non poteva fare a meno di un'altezza,
larghezza, profondità, di qualunque grandezza esse fossero, e non poteva esserne priva;
per il loro continuo variare nel. l'argilla gli apparve chiaro che esse erano una proprietà
applicata ad essa, e per il fatto che essa non ne era mai assolutamente priva gli apparve
chiaro che facevano parte della sua essenza. Gli apparve da queste considerazioni che il
corpo era composto nell'essenza di due proprietà: una delle quali era come l'argilla nella
sfera in questo esempio, e l'altra era come l'altezza, la larghezza e la profondità della
sfera, del cubo, o di qualunque altra configurazione che l'argilla potesse assumere. Non
poteva concepire un corpo che non fosse composto di queste due proprietà, ognuna delle
quali non era separabile dall'altra. Quella che poteva cambiare e presentarsi
successivamente sotto molti aspetti diversi - ed era l'estensione - corrispondeva alla
forma che avevano tutti i corpi dotati di forme, quella che si presentava sempre in un
solo stato corrispondeva alla corporeità che hanno tutti i corpi dotati di forme. Questa
cosa che era come l'argilla in questo esempio, era ciò che i filosofi chiamano " materia
prima ", ed è assolutamente priva di ogni forma.

Quando la sua speculazione fu giunta a questo grado, e si fu staccato un poco dal


sensibile, e si fu affacciato ai confini del mondo dell'intelletto, si senti intimorito, e
desiderò rivolgersi alle cose del mondo sensibile che gli erano familiari. Allora si ritrasse
un poco, e abbandonò lo studio del corpo in sé: infatti i sensi non potevano arrivare a
questo concetto, nè erano in grado di comprenderlo.

Prese in considerazione i corpi più semplici percettibili ai sensi che avesse osservato, ed
erano quei quattro corpi su cui si era fermata precedentemente la sua attenzione. Il primo
che esaminò fu l'acqua, e vide che essa, se era lasciata nello stato che la sua forma
comportava, appariva fredda al tatto e manifestava la tendenza a muoversi verso il basso.
Se era riscaldata dal fuoco o dal calore del sole, in un primo tempo il freddo
l'abbandonava, ma rimaneva in essa la tendenza a muoversi verso il basso. Se poi il
riscaldamento diventava eccessivo, l'abbandonava la tendenza a muoversi verso il basso,
e cominciava a cercare di salire verso l'alto: e l'abbandonavano così completamente le
due qualità che sempre le derivavano dalla sua forma. Egli conosceva della sua forma
solo queste due funzioni che si originavano da essa. Quando queste due funzioni
l'abbandonavano, il concetto di forma diveniva vuoto, e la forma dell'acqua si
allontanava da questo corpo, mentre apparivano in esso funzioni che gli derivavano da
un'altra forma di cui erano proprie. Subentrava alla prima forma un'altra forma che prima
non c'era e derivavano per essa al corpo delle funzioni che non gli spettavano quando era
nella prima forma. Riconobbe necessariamente che ogni cosa che si produceva aveva
bisogno di una causa attraverso questa riflessione, si delineò quindi in lui in modo
assolutamente generale un Autore della forma. Esaminò le forme che aveva conosciuto
in precedenza, forma per forma, e vide che esse erano tutte prodotte e che
necessariamente dovevano avere una causa. Considerò poi le essenze delle forme, e vide
che esse non erano niente di più che l'inclinazione del corpo a che si originasse da lui
quella funzione, come l'acqua, che, se il calore diveniva eccessivo, era incline a
muoversi verso l'alto ed era adatta a questo movimento. Questa inclinazione era la sua
forma. Ed ecco, non c'era altro che un corpo e cose che di esso si potevano percepire con
i sensi e che prima non c'erano, come le qualità e i movimenti, e un principio agente che
le poneva in esistenza dopo che non erano. L'attitudine del corpo ad alcuni movimenti e
non ad altri era la sua inclinazione e la sua forma. Per tutte le forme gli sembrò essere lo
stesso, e gli apparve chiaro che le forme non possedevano in realtà le funzioni che
scaturivano da esse, ma le possedeva una Causa che produceva per mezzo loro le
funzioni ad esse relative. Questo concetto che gli si manifestò è contenuto nelle parole
dell'Inviato di Dio - Dio preghi per lui e gli dia pace -: " Io sono l'orecchio con cui ode, e
l'occhio con cui vede " e nel versetto esplicito del Libro Rivelato: " Non voi li avete
uccisi, ma Dio li ha uccisi, e se hai colpito, non tu hai colpito, ma Dio ha colpito "
Quando ebbe intuito vagamente qualcosa a proposito di questa Causa, lo prese un
desiderio intenso di conoscerLa nei particolari, ma, dato che non si era ancora staccato
dal mondo sensibile, si mise a cercare questa Causa tra le cose sensibili, né sapeva
ancora se fosse una sola o fossero molte. Considerò tutti i corpi che erano intorno a lui, a
cui aveva sempre rivolto la sua riflessione, e vide che tutti ora si generavano ora si
corrompevano. E quelli che non erano soggetti alla corruzione nella loro interezza, erano
soggetti alla corruzione nelle loro parti, come l'acqua e la terra: vide infatti che le loro
parti erano corrotte dal fuoco. Ugualmente vide che l'aria era corrotta dal freddo intenso,
così che diventava neve ed acqua. Così pure vide che di tutti i corpi che aveva a
disposizione nessuno era privo di origine, e dunque nessuno poteva fare a meno della
Causa. Li respinse tutti e rivolse il proprio interesse ai corpi celesti.

Giunse a queste considerazioni al compiersi del quarto settenario della sua esistenza, e
cioè all'età di ventotto anni.

Dai ventotto ai trentacinque anni

Comprese che il cielo e gli astri che erano in esso erano corpi, poiché si estendevano
nelle tre direzioni, altezza, larghezza, profondità '~ nessuno di essi infatti era privo di
questa proprietà, e tutto ciò che non era privo di questa proprietà era un corpo. Dunque
essi erano tutti dei corpi. Poi rifletté: si estendevano all'infinito continuando a spingersi
sempre in altezza, larghezza, profondità? oppure erano finiti, delimitati da confini presso
i quali cessavano, e non era possibile che dietro di essi ci fosse una qualche estensione?
Si domandò per qualche tempo come stessero le cose. Poi, con la sua capacità
speculativa e con la perspicacia della sua mente, vide che un corpo infinito è una cosa
vana che non può esistere e un concetto che non è comprensibile. Si rafforzò in lui
questa opinione con molti argomenti che gli si presentavano alla mente; e diceva infatti:
questo corpo celeste è limitato dalla parte che volge verso di me nella direzione in cui io
lo percepisco, e su questo non ho dubbi, poiché io lo vedo con i miei occhi. Quanto alla
direzione opposta a questa, su di essa potrei avere dei dubbi, ma io so anche che è
impossibile che si estenda all'infinito; poiché, se immagino che due linee abbiano inizio
da questa parte finita e attraversino lo spessore del corpo all'infinito, seguendo
l'estendersi del corpo, poi immagino che di una di queste due linee si tagli una gran parte
dal lato finito, poi si prenda ciò che ne rimane e si congiunga l'estremità che è stata
tagliata con la estremità della linea che non ha subito alcun taglio, e il pensiero le
accompagni nella direzione in cui si dice che esse non hanno fine, o troviamo che le due
linee si estendono sempre all'infinito, e nessuna delle due è più corta dell'altra, e quella
da cui è stata tagliata una parte è uguale a quella che non ha subito alcun taglio, e questo
è impossibile; oppure E troviamo che] quella che manca di una parte non procede
sempre a fianco dell'altra ma si interrompe senza proseguire, cessando di estendersi a
fianco dell'altra e diviene finita; se ora le si restituisce la parte che le si era tagliata
prima, per cui era diventata finita, essa, .tutta intera, è ancora una linea finita, che non è
più corta della linea che non aveva subito alcun taglio, né più 'lunga, ma diviene uguale
ad essa, ed è finita. Allora anche l'altra linea è finita, ed è finito il corpo in cui vengono
immaginate queste due linee, e in ogni corpo è possibile immaginare queste linee. Ogni
corpo dunque è finito, e se ipotizziamo un corpo infinito, ipotizziamo una cosa vana e
impossibile.

Quando, con quelle doti eccellenti che gli avevano permesso di giungere a questa
dimostrazione, ebbe verificato che il corpo del cielo era finito, volle conoscere di quale
forma fosse e in che modo fosse interrotta la sua continuità dalle superfici che lo
delimitavano. Considerò dapprima il sole, la luna e tutti gli astri. Vide che tutti
sorgevano da oriente e tramontavano ad occidente; quelli di essi che transitavano allo
zenit su di lui, descrivevano una circonferenza più grande mentre quelli che erano
inclinati rispetto allo zenit su di lui verso nord o verso sud, li vedeva descrivere una
circonferenza minore. La circonferenza descritta da quelli che erano più lontani dallo
zenit verso uno dei due lati era sempre minore della circonferenza descritta da quelli che
erano più vicini, finché si giungeva alle due circonferenze più piccole fra quelle su cui si
muovevano gli astri: una di esse era intorno al polo l'altra era sud ed era l'orbita di
Canopo e intorno al polo nord ed era l'orbita delle stelle dell'Orsa Minore Per chi si
trovasse all'equatore, di cui abbiamo trattato prima, tutte queste circonferenze si
levavano sopra la superficie del suo orizzonte, il loro susseguirsi era simmetrico a sud e
a nord e i due poli gli erano entrambi visibili, e se vedeva sorgere contemporaneamente
un astro su una circonferenza grande e un altro su una circonferenza piccola, li vedeva
tramontare contemporaneamente. Questo gli si manifestò per tutti gli astri ed in ogni
tempo, e gli apparve chiaro da ciò che il cielo era di forma sferica Lo confermò nella sua
convinzione il vedere che il sole, la luna e tutti gli astri ritornavano a oriente dopo il loro
tramonto ad occidente, e anche il fatto che apparivano ai suoi occhi della stessa
grandezza quando sorgevano, quando culminavano e quando tramontavano, mentre se
essi si fossero mossi su un'orbita di forma diversa da quella di una sfera, inevitabilmente
in qualche tempo sarebbero stati più vicini ai suoi occhi che in un altro tempo; in tal caso
le loro grandezze sarebbero apparse differenti ai suoi occhi, e li avrebbe visti, quando
erano vicini, più grandi di come li vedeva quando erano lontani, per la differenza delle
loro distanze dal suo punto di osservazione, quindi in modo diverso rispetto a prima.
Poiché non vedeva niente di tutto ciò, fu verificata secondo lui la sfericità del cielo.
Continuò ad esaminare il movimento della luna, e vedeva che avveniva da occidente a
oriente, e ugualmente avveniva dei movimenti dei pianeti finché gli fu chiara una gran
parte dell'astronomia, e gli fu manifesto che i loro movimenti avvenivano per opera di
molte sfere, tutte contenute in un unica sfera, ed essa era la più alta, ed era quella che
muoveva la totalità delle sfere da oriente a occidente, di giorno e di notte; ma spiegare il
modo in cui avviene il suo spostamento sarebbe troppo lungo, e dato che si trova nei libri
non è necessario parlarne per ciò che ci proponiamo se non nella misura in cui l'abbiamo
fatto.

Quando fu giunto a questa conoscenza, si convinse che la sfera del cielo tutta intera, e
ciò che essa conteneva, era come una cosa sola strettamente connessa in ogni sua parte, e
che tutti i corpi che prima osservava in essa, come la terra, l'acqua, l'aria, le piante, gli
animali e simili, erano tutti nel suo interno e non fuori di essa, e che essa nel suo insieme
era simile ad un individuo animale e che gli astri risplendenti che erano in essa erano
simili ai sensi dell'animale, e che le varie sfere celesti che erano in essa, strettamente
connesse le une alle altre, erano simili agli organi dell'animale, e che il mondo della
generazione e della corruzione che era nel suo interno era simile, nel ventre dell'animale,
ai vari tipi di escrementi e di umori in cui spesso si formavano anche animali, come nel
macrocosmo.

Quando gli apparve chiaro che essa nella sua totalità era in realtà come un solo individuo
che aveva bisogno di una Causa e divennero una cosa sola ai suoi occhi le sue molte
parti, come erano diventati per lui una cosa sola tutti i corpi del mondo della generazione
e della corruzione, rifletté sul mondo nel suo insieme: era una cosa che era venuta
all'esistenza dopo che non era, e si era aperta all'essere dopo il non-essere, oppure era
una cosa che era sempre esistita, il cui essere non era stato preceduto dal non-essere? Si
pose questo problema, ma nessuna delle due opinioni gli sembrò più valida dell'altra. Se
infatti adottava il partito dell'eternità del mondo, gli si presentavano molti ostacoli, per
l'impossibilità di concepire un'esistenza eterna, per un ragionamento simile a quello per
cui era impossibile ai suoi occhi l'esistenza di un corpo infinito. Così pure vedeva che
questo essere non era privo di cose prodotte cui non poteva essere antecedente, e ciò che
non può precedere nel tempo le cose .prodotte è anch'esso prodotto. Se d'altra parte
decideva che il mondo era venuto all'esistenza, gli si presentavano altri ostacoli: Vedeva
infatti che il concetto della produzione del mondo dopo che non era non si poteva
comprendere se non si possedeva il concetto del tempo ad essa antecedente; ma il tempo
faceva parte del mondo e non era separato da esso. Ed ecco, non si comprendeva che il
mondo venisse dopo il tempo. Diceva inoltre: " Se è prodotto, ha senz'altro bisogno di un
Produttore; e se questo Produttore che io ha prodotto non lo ha fatto ora, perché avrebbe
dovuto farlo prima? Lo ha colto il desiderio improvviso, quando Egli solo esisteva?
Oppure è sopraggiunto un cambiamento nella Sua essenza? ".

Continuò a rifletterci sopra per molti anni, mentre in lui gli argomenti si contrastavano
senza che nessuno dei due prevalesse sull'altro. Quando fu stanco di questa riflessione, si
mise ad analizzare ciò che conseguiva necessariamente da ognuna delle due opinioni:
forse avevano entrambe una sola conseguenza.

Vide che, se ammetteva che il mondo aveva cominciato ad essere dopo il non-essere,
conseguiva necessariamente da questo che non poteva venire all'esistenza da solo, ma
che aveva bisogno di un Agente che lo avesse fatto esistere. E questo Agente non poteva
essere raggiunto da nessuno dei sensi, poiché se fosse stato colto dai sensi sarebbe stato
un corpo, se fosse stato un corpo sarebbe appartenuto al mondo, sarebbe stato prodotto, e
avrebbe avuto bisogno di un produttore. E se anche questo secondo produttore fosse
stato un corpo, avrebbe bisogno di un terzo produttore, e il terzo di un quarto, e ciò
sarebbe continuato all'infinito. Dunque il mondo aveva bisogno di un Agente che non
fosse un corpo. Se non era un corpo, non era percettibile ai sensi, perché i cinque sensi
non percepivano che i corpi o ciò che era inerente ai corpi. E se non poteva essere
percepito dai sensi, non poteva neppure essere immaginato, poiché la facoltà
immaginativa non era altro che il richiamare alla mente le immagini delle cose sensibili
dopo che si erano nascoste [alla vista]. Se non era un corpo, erano impensabili per Lui
tutte le proprietà dei corpi. Ora, la prima proprietà dei corpi era l'estensione in altezza,
larghezza e profondità: Egli era immune da questa e da tutte le proprietà dei corpi che ne
conseguivano. Se era il Creatore del mondo, senza dubbio aveva potere su di esso, e lo
conosceva: " Non conosce forse, Colui che ha creato? Egli è il sottile e il ben Informato "
[Cor. 67,14]. Vide anche che, se concludeva che il mondo era eterno, che il non-essere
non lo aveva preceduto e che non aveva mai cessato di essere come era, era necessario
per questo che il suo movimento fosse eterno e senza principio, a meno che non lo
avesse preceduto uno stato di quiete da cui aveva avuto inizio. Ora, ogni movimento
aveva bisogno necessariamente di un motore. E il motore, o era una forza che si
diffondeva in un corpo, sia un corpo che si muoveva da solo, sia un altro corpo esterno
ad esso, oppure era una forza che non si diffondeva e si propagava in un corpo. Ogni
forza che si diffondeva e non si propagava in un corpo si divideva al suo dividersi, si
raddoppiava al suo raddoppiarsi, come ad esempio nella pietra la pesantezza che la
faceva muovere verso il basso: se si fosse tagliata a metà la pietra, si sarebbe dimezzata
la sua pesantezza, se le si fosse aggiunta un'altra pietra della stessa pesantezza, la
pesantezza sarebbe aumentata di una quantità pari alla sua pesantezza; se fosse stato
possibile che la pietra si accrescesse all'infinito, questa pesantezza si sarebbe accresciuta
all'infinito, se la pietra fosse giunta ad un limite nell'accrescimento e poi si fosse fermata,
la pesantezza sarebbe giunta a questo limite e si sarebbe fermata. Ma aveva dimostrato
che ogni corpo era necessariamente limitato, quindi ogni forza in un corpo doveva
necessariamente essere limitata. Se dunque noi troviamo una forza che compie un'azione
infinita, essa è una forza che non è in un corpo. Ora, abbiamo trovato che la sfera celeste
si muove sempre di un movimento infinito e ininterrotto, e la abbiamo ipotizzata eterna,
senza un principio; ed è necessario per questo che la forza che la muove non sia nel suo
corpo, né in un corpo esterno ad essa. Essa quindi è una cosa che sussiste
indipendentemente dai corpi e che non è caratterizzata dalle qualità proprie dei corpi.
Aveva intuito, al suo primo osservare il mondo della generazione e della corruzione, che
la realtà dell'essere di ogni corpo era costituita solo dalla sua forma, che era la sua
inclinazione a compiere determinati movimenti, e che la realtà che aveva in quanto
costituito di materia era un essere debole, che a malapena si poteva percepire. L'esistenza
di tutto il mondo era dunque solo quella che gli proveniva dalla sua inclinazione a
muoversi per opera di questo Motore esente dalla materia, dalle proprietà dei corpi,
irraggiungibile da parte dei sensi e della facoltà immaginativa - sia gloria a Lui -' e se era
Causa dei diversi movimenti della sfera celeste, in realtà non c era in Lui cambiamento
né interruzione, ed era senza dubbio potente su di essa e la conosceva. La sua
speculazione giunse per questa via a ciò cui era giunto attraverso la prima via, e non gli
fu di danno in questo il suo essere in dubbio sull'eternità del mondo o sul suo essere
prodotto. Verificò in entrambi i casi, infatti, l'esistenza di un Agente che non era un
corpo, né era congiunto ad un corpo ne separato da esso, né era interno a un corpo né
esterno; poiché l'essere congiunto, l'essere separato, l'essere interno e l'essere esterno
erano tutte proprietà nei corpi; ed Egli ne era privo. Poiché la materia di ogni corpo
aveva bisogno della forma e non sussisteva che per essa, né le rimaneva una realtà senza
di essa, e l'esistenza della forma non si verificava che per opera di questo Autore, gli
apparve chiaro che tutte le cose che esistevano avevano bisogno di un Autore e che
nessuna di esse sussisteva se non per Lui Egli era la loro Causa, ed esse i Suoi effetti, sia
che fossero venute all'esistenza dopo che le aveva precedute il non-essere, sia che non
avessero inizio nel tempo e non le avesse mai precedute il non-essere. In entrambi i casi
esse erano effetti, e avevano bisogno dell'Autore che producesse in loro l'esistenza; se
non fosse durato non sarebbero durate, se non fosse esistito non sarebbero esistite, se
n6n fosse stato preeterno non sarebbero state preeterne. Egli invece, per esistere, non
aveva bisogno di esse e ne era immune: e come sarebbe potuto essere diversamente? Era
stato dimostrato infatti che la Sua potenza e la Sua forza erano infinite, mentre tutti i
corpi e ciò che ad essi era congiunto e connesso in qualche modo erano finiti e limitati.
Ed ecco, tutto il mondo, con i corpi celesti, la terra e gli astri che erano in esso, e ciò che
era tra loro e sopra e sotto di loro era opera Sua e creazione Sua, posteriore a Lui per
essenza, anche se non posteriore a Lui nel tempo.

Analogamente, se tu prendessi in mano un corpo, e poi muovessi la tua mano: quel corpo
senza dubbio si muoverebbe, seguendo il movimento della mano, di un movimento che
sarebbe posteriore al movimento della mano, posteriore per essenza, ma non posteriore
ad esso nel tempo, poiché i due movimenti sarebbero cominciati insieme. Così tutto il
mondo è causato e creato, fuori del tempo, per opera di questo Autore, ed Egli " se vuole
una cosa non fa che dire ad essa "sii" ed essa è" [Cor. 36,82].

Quando vide che tutte le cose esistenti erano opera Sua, le esaminò in modo diverso da
prima, per riconoscere in esse la potenza del loro Autore, la meraviglia del Suo operato,
la sottigliezza della Sua sapienza, l'acume della Sua scienza. Gli apparvero chiaramente
nelle cose più piccole come nelle più grandi, tra quelle che esistevano, tracce della
sapienza e delle meraviglie del creato, tali da suscitare la sua ammirazione; e fu certo
che ciò poteva avere origine solo da un Autore al massimo grado della perfezione, e oltre
la perfezione stessa " cui non sfugge il peso di un atomo, nei cieli e sulla terra, né una
cosa più piccola o più grande " Poi considerò, per tutte le specie animali, in che modo "
dà ad ogni, cosa la sua conformazione, e poi la guida " alla sua utilizzazione. Se Egli non
avesse guidato gli animali all'utilizzazione di quegli organi che erano stati creati loro
affinché se ne avvantaggiassero e se ne servissero per i loro fini, gli animali non se ne
sarebbero serviti, e quegli organi sarebbero stati loro di peso. Seppe con questo che Egli
era il più generoso dei generosi ed il più misericordioso dei misericordiosi. Poi, ogni
volta che vedeva una creatura che era bella o splendente o perfetta o forte o dotata di
grandi virtù - che era cioè eccellente - meditava e scopriva che essa era dono della
generosità spontanea di quell'Autore, della Sua munificenza e del Suo operare Comprese
che Egli era, nella Sua essenza, più grande, più perfetto, più completo, più buono, più
splendente, più bello e più duraturo di tutte le creature, e che, quanto a questo, non c'era
confronto tra Lui e le creature. Continuò ad esaminare tutti i modi in cui la perfezione
poteva manifestarsi, e vedeva che Egli li possedeva e da Lui avevano origine, e vedeva
che Egli ne era più degno di qualsiasi creatura. Esaminò tutti i modi in cui poteva
manifestarsi l'imperfezione, e vide che Egli ne era esente e privo E come avrebbe potuto
non esserne privo, dato che il concetto dell'imperfezione non era che il puro non-essere o
ciò che era connesso al non-essere? E come avrebbe potuto il non-essere aderire o
mescolarsi a Colui che era l'Essere puro e necessario, esistente di per sé, che donava
l'esistenza ad ogni esistente? Nulla esisteva all'infuori di Lui: ed Egli era l'esistenza, la
perfezione, la completezza, la bontà, lo splendore, la potenza, la scienza, ed era Lui e "
ogni cosa perisce tranne il Suo Volto "[Cor. 28,88].

Giunse a questo grado di conoscenza al compiersi del quinto settenario della sua vita, e
cioè all'età di trentacinque anni. Ciò che dell'Agente si era instillato nel suo cuore, lo
distoglieva dal pensare a qualsiasi cosa che non fosse Lui Non si preoccupò più di
esaminare e di studiare le creature, finché giunse al punto che il suo sguardo non si
posava su nessuna cosa senza che vi vedesse ogni volta l'impronta della Creazione, e
senza volgersi col suo pensiero all'Artefice, dimenticando il creato; e si fece intensa la
sua brama di Lui, ed il suo cuore nella sua totalità si distolse dal mondo inferiore
sensibile, e aderì al mondo superiore intelligibile.

Dai trentacinque ai quarantanove anni

Quando gli avvenne di conoscere questo Essere superiore, che esisteva sicuramente, e
che, non causato, era Causa dell'esistenza di tutte le cose, volle scoprire per quale via gli
fosse sopravvenuta questa conoscenza e con quale facoltà fosse diventato consapevole di
questo Essere. Esaminò con cura tutti i suoi sensi: l'udito, la vista, l'odorato; il gusto e il
tatto, e. vide che essi tutti erano in grado di percepire solo un corpo o ciò che era in un
corpo. L'udito percepiva solo i suoni, che erano le vibrazioni che si producevano nell'aria
quando i corpi si urtavano vista percepiva solo i colori, l'odorato gli odori, il gusto i
sapori. Il tatto percepiva i miscugli, la durezza, la morbidezza, la ruvidità, la levigatezza.
così pure la facoltà immaginativa non percepiva niente che non avesse lunghezza,
larghezza e profondità. Tutti questi oggetti di percezione erano proprietà dei corpi, e
questi sensi non potevano giungere ad altro, poiché erano facoltà che si diffondevano nei
corpi e si dividevano al loro dividersi. Per questo non percepivano che un corpo
suscettibile di divisione: poiché una tale facoltà, se si diffondeva in un corpo divisibile,
era anch'essa divisibile, e di conseguenza non poteva percepire che un oggetto divisibile.
Quindi ogni facoltà che era in un corpo, senza dubbio percepiva solo un corpo o ciò che
era in un corpo.

Gli era già apparso chiaro che questo Essere necessario era privo delle proprietà dei
corpi, sotto ogni aspetto; era dunque possibile coglierLo solo tramite una cosa che non
fosse un corpo, né una facoltà in un corpo, né fosse connessa in qualche modo ai corpi,
né fosse interna, né esterna, né congiunta ad essi, né separata. Aveva già compreso che
egli Lo percepiva con la sua essenza e che la Sua conoscenza era impressa in lui, e gli fu
manifesto che la sua essenza con cui Lo percepiva non era corporea, e non possedeva
nessuna delle proprietà dei corpi, e che tutto ciò che percepiva di corporeo nella
esteriorità della sua essenza, non era la sua essenza reale; ma la sua essenza reale era
solo quella cosa con cui poteva percepire l'Essere assoluto e necessario Quando si rese
conto che la sua essenza non era queste cose corporee che percepiva con i suoi sensi e
che la sua pelle circondava, il suo corpo gli sembrò del tutto insignificante'43 e si mise a
meditare su quell'essenza nobile con cui percepiva quell'Essere nobile e necessario.

Rifletté su questa nobile essenza: era possibile che perisse o si corrompesse ~ si


dissolvesse, oppure permaneva in eterno? Vide che la corruzione e il dissolvimento
erano. qualità proprie solo dei corpi: essi, infatti, si spogliavano di una forma e si
rivestivano di un'altra, come l'acqua se diveniva aria, e l'aria se diveniva acqua, la pianta
se diveniva terra o cenere, e la terra se diveniva pianta. Questo era il concetto della
corruzione. Quanto alla cosa che non era un corpo, che non aveva bisogno del corpo per
sussistere, e che era assolutamente priva delle proprietà dei corpi, non riusciva
assolutamente ad immaginare la sua corruzione. Quando fu certo che la sua essenza reale
non poteva essere corruttibile, volle conoscere come sarebbe stata se si fosse liberata del
corpo e lo avesse abbandonato. Si era già convinto che essa lo avrebbe abbandonato solo
nel caso che non le fosse andato bene come strumento. Considerò attentamente tutte le
facoltà percettive, e vide che ognuna di esse ora percepiva in potenza ora in atto. Ad
esempio l'occhio, quando è chiuso o si distoglie dall'oggetto, percepisce in potenza: il
significato di " percezione in potenza " è che esso non percepisce ora, ma percepirà in
futuro. Quando invece è aperto, e rivolto verso l'oggetto, percepisce in atto. Il significato
di " percezione in atto " è che percepisce ora. Così ognuna di queste facoltà può essere in
potenza o in atto. Ora, ognuna di queste facoltà, se non è mai stata in atto, continua a
rimanere in potenza, e non avverte il desiderio di percepire l'oggetto specifico della sua
speculazione, .poiché ancora non lo conosce, come colui che è nato cieco. Se però ha
percepito in atto una volta, e poi è passata a percepire in potenza, continua, mentre è in
potenza, a desiderare la percezione in atto, perché ha già conosciuto quell'oggetto, gli si
è attaccata e si strugge per esso, come colui che vedeva e poi è divenuto cieco continua a
desiderare di rivedere le cose che ha visto. Quanto più è perfetta, splendente, buona la
cosa che si può percepire, tanto più intense e più grandi sono la brama di essa e la
sofferenza per la sua privazione. Chi ha perso la vista dopo avere veduto, prova un
desiderio maggiore di quello che prova chi ha perso l'odorato, poiché le cose che avverte
la vista sono più perfette e migliori di quelle che avverte l'odorato. Ora, tra le cose ce n'è
una di perfezione infinita e di illimitata bontà, bellezza e splendore, ed è oltre la stessa
perfezione, splendore e bontà, e non c'è al mondo perfezione, bontà, splendore, bellezza
che non provenga e non fluisca abbondante da essa; chi perde la percezione di quella
cosa dopo averla conosciuta, finché ne è privo si trova certamente in un dolore senza
fine, come pure, se la percepisce in continuazione, è in una gioia senza incrinature, in
una beatitudine senza limiti, e in una felicità e allegria infinite. Gli era già apparso
chiaramente che l'Essere necessario era dotato di ogni genere di perfezione, ed esente e
immune da ogni genere di imperfezione; e fu certo che la cosa attraverso cui giungeva
alla Sua percezione era una cosa che non era simile ai corpi e non si corrompeva.
Comprese così che chi aveva un'essenza simile a questa, adatta ad una tale percezione, e
gettava via il corpo con la morte, se prima - nel tempo in cui disponeva del corpo-non
aveva mai conosciuto questo Essere! necessario, non si era congiunto a Lui e non Gli
aveva prestato ascolto, quando si separava dal corpo non aveva desiderio di quell'Essere
e non soffriva per 'la Sua privazione. Quanto a tutte le facoltà del corpo, esse erano
scomparse per la scomparsa del corpo, e non aveva neanche il desiderio delle cose
percepite da quelle facoltà, né si struggeva per esse, né soffriva per la loro mancanza.
Questa era la situazione di tutti i ·bruti, non' dotati di ragione, che avessero forma umana
oppure no ~ Se prima [di morire), nel tempo in cui disponeva del corpo, aveva
conosciuto questo Essere, e. aveva conosciuto la Sua perfezione, la Sua grandezza, la
Sua autorità, la Sua potenza e la Sua bontà, ma si era allontanato da Lui per seguire il
suo capriccio, finché lo aveva colto la morte mentre era in quello stato, era privato della
visione dell'Essere necessario, ed avendo il desiderio di essa rimaneva in una lunga
sofferenza e in un dolore infinito. Allora, i casi erano due: o si liberava di quelle
sofferenze dopo un lungo sforzo, e contemplava ciò che desiderava prima, oppure
rimaneva nel suo dolore in eterno, secondo la tendenza a ognuna di queste due
conclusioni che aveva durante la vita corporea. Chi aveva conosciuto questo Essere
necessario prima di separarsi dal corpo e si era dedicato a Lui con tutto se stesso e si era
applicato con costanza alla meditazione sulla Sua potenza, sulla Sua bontà, e sul Suo
splendore, e non si era allontanato da Lui finché la morte lo aveva colto mentre era nello
stato dell'attenzione e della visione in atto, questi, se si separava dal corpo, rimaneva in
una dolcezza infinita, e in una gioia, una letizia, una felicità permanenti poiché la sua
visione era congiunta, a quell'Essere necessario, ed era immune da turbamenti e difetti; e
lo abbandonavano le sensazioni connesse a queste facoltà corporee, sensazioni che, in
confronto con questo stato, erano dolori, malanni e ostacoli. Allora gli fu. manifesto che
la perfezione della sua essenza e la sua dolcezza erano solo nella visione di quell'Essere
necessario ed eterno, visione sempre in atto, tale che non si allontanasse da Lui per un
solo istante, affinché la morte lo cogliesse nello stato della visione in atto e la sua
dolcezza fosse continua senza che sopraggiungesse dolore. Si mise ad esaminare come
gli fosse possibile raggiungere il permanere della visione in atto, in modo che non se ne
allontanasse, e il pensiero fosse costantemente immerso in quell'Essere in ogni
momento. Ma, o qualche cosa sensibile si presentava alla sua vista, o giungeva al suo
orecchio il verso di qualche animale, o lo distoglieva una fantasticheria, oppure lo
coglieva un dolore in qualche parte del corpo, o lo prendeva la fame, o la sete, o il
freddo, o il caldo, o aveva bisogno di provvedere alle sue necessità corporali: il suo
pensiero si turbava e si allontanava dal suo oggetto, e solo a fatica gli era possibile
tornare allo stato della visione ~ La sua situazione era questa e gli era impossibile porci
rimedio. Cominciò ad esaminare tutte le specie degli animali e ad osservare le loro
azioni e le loro aspirazioni: forse in qualcuno di essi avrebbe visto che aveva conosciuto
questo Essere e si era messo a ricercarLo, e da lui avrebbe imparato ciò che sarebbe stato
causa della sua salvezza. Ma vide che tutti si sforzavano solo di procurarsi il cibo ed il
necessario a soddisfare gli istinti di mangiare, di bere, di accoppiarsi, di ripararsi dal sole
e di riscaldarsi, e li trovava occupati in queste cose notte e giorno, fino a quando
morivano ed il loro tempo finiva. Non vide nessuno di essi discostarsi da questo
comportamento o ricercare di quando in quando qualche altra cosa; concluse perciò che
essi non conoscevano questo Essere, non aspiravano a Lui e non cercavano affatto di
conoscerLo, e che essi evolvevano tutti verso il non-essere, o uno stato simile al non-
essere ~ Quando giunse a questa opinione a proposito degli animali, comprese che
questa sua opinione si applicava a maggior ragione alle piante, infatti le piante non
avevano che alcune facoltà degli animali. Se gli organismi dotati di percezione più
perfetta non giungevano a questa conoscenza, a maggior ragione gli organismi inferiori
non avrebbero potuto raggiungerla. Vide infatti che tutto quello che le piante facevano
era ricercare il cibo e riprodursi. Considerò in seguito gli astri e le sfere celesti, e li vide
tutti uniformi e concordi nei loro movimenti. Li vide diafani e luminosi, lontani
dall'essere disposti al mutamento e alla corruzione, e ritenne molto probabile che
avessero essenze '~ altre dai loro corpi, che conoscevano quell'Essere necessario, e che
quelle essenze dotate di conoscenza non fossero corporee e non fossero impresse in
corpi, come la sua essenza dotata di conoscenza. E come avrebbero potuto non avere
quelle essenze incorporee, mentre ne aveva una lui, che era così debole ed aveva tanto
bisogno delle cose sensibili, e faceva parte dei corpi destinati alla corruzione? Eppure il
suo essere imperfetto non gli impediva di avere un'essenza incorporea e incorruttibile.
Gli sembrò quindi che a maggior ragione dovessero possedere essenze incorruttibili i
corpi celesti. Scoprì che esse conoscevano quell'Essere necessario e Ne avevano la
visione perpetuamente in atto; poiché gli ostacoli che impedivano a lui la continuità della
visione provenivano da accidenti sensibili '~, mentre non c'erano ostacoli di questo tipo
per i corpi celesti. Poi rifletté: perché lui si distingueva fra tutte le specie di animali per
quell'essenza che lo rendeva simile ai corpi celesti? Aveva già compreso in precedenza,
a proposito dei quattro elementi e della trasformazione di una cosa in un'altra, che tutto
ciò che era sulla faccia della terra non rimaneva sempre nella stessa forma, ma la
generazione e la corruzione si susseguivano ininterrottamente; che la maggior parte di
questi corpi erano misti, composti di cose contrarie, e per questo erano destinati alla
corruzione; che nessun corpo era semplice; che quei corpi che erano più vicini ad essere
semplici, puri, e non vi era in essi mescolanza, erano molto lontani dalla corruzione,
come l'oro e il rubino; e che i corpi celesti erano semplici e puri , e per questo erano
lontani dalla corruzione e le loro forme non si alteravano. Gli apparve chiaramente,
allora, che, tra i corpi del mondo della generazione e della corruzione, vi erano quelli la
cui essenza reale era costituita da una sola forma che si aggiungeva al concetto di
corporeità, e questi erano i quattro elementi, e quelli la cui essenza era costituita da più
di una forma, come gli animali e le piante. Quei corpi la cui essenza era costituita da un
minor numero di forme avevano un numero minore di funzioni, ed erano più lontani
dalla vita. Se non avevano nessuna forma, era loro preclusa ogni via verso la vita, e si
trovavano in uno stato simile al non-essere. Quelli la cui essenza era costituita da un
maggior numero di forme avevano un maggior numero di funzioni, e riuscivano ad
entrare nello stato della vita; e se quelle forme erano inseparabili dalla materia che era
loro propria, allora la vita si manifestava al massimo grado della durata e dell'intensità.
La cosa priva di forma era la materia prima: in essa non c'era vita, ed era simile al non-
essere. Le cose dotate di una sola forma erano i quattro elementi: erano nel primo grado
dell'essere nel mondo della generazione e della corruzione, e di essi erano costituite le
cose dotate di molte forme. Questi elementi avevano una vita molto debole, poiché non
avevano che un solo movimento; la loro vita era debole perché ognuno di essi aveva un
contrario che gli opponeva resistenza, lo contrastava nella tendenza della sua natura, e lo
costringeva a. cambiare la sua forma. Per questo la sua esistenza non aveva stabilità e la
sua vita era debole. Le piante avevano una vita più forte, e più ancora gli animali. Vi
erano, tra questi corpi composti, quelli in cui predominava la natura di un solo elemento:
in essi questo elemento, per la sua forza, prevaleva sulle nature degli altri, annullando le
loro forze; quei composti venivano ad essere simili all'elemento predominante e non
erano degni della vita, se non poco e debolmente. Nei corpi composti in cui non
prevaleva la natura di un solo elemento, gli elementi erano invece equilibrati ed
equivalenti: nessuno di essi annullava la forza dell'altro più di quanto l'altro annullasse la
sua stessa forza, ma anzi facevano azione equilibrante gli uni sugli altri. In questi corpi
non appariva con maggiore evidenza la facoltà propria di uno solo degli elementi, né
alcuno di essi prevaleva, ed essendo lontani dal somigliare ad uno degli elementi, era
come se la loro forma non avesse opposizione: per questo erano degni della vita. Quanto
più questo equilibrio era grande, completo e stabile, tanto più erano lontani dall'avere un
contrario, e la loro vita era più perfetta.

Quanto allo spirito animale che risiedeva nel cuore, era dotato di grande equilibrio,
poiché era più sottile della terra e dell'acqua, e più denso del 'fuoco e dell'aria, ed era
come il centro, e nessuno degli elementi prevaleva in esso visibilmente; per questo era
adatto alla forma animale. Vide che di qui conseguiva necessariamente che il più
equilibrato di questi spiriti animali era adatto alla forma di vita più perfetta che era nel
mondo della generazione e della corruzione, e che di quello spirito si poteva quasi dire
che la sua forma non aveva un contrario. Gli somigliavano i corpi celesti, le cui forme
non avevano un contrario. Lo spirito di un tale animale, essendo in realtà il centro tra gli
elementi, non si muoveva verso l'alto o verso il basso in ogni circostanza, e se fosse stato
possibile che fosse posto nel punto intermedio della distanza tra il centro [del mondo] e
il limite più alto cui giungeva il fuoco, senza che si corrompesse, sarebbe rimasto fermo
dove si trovava e non avrebbe cercato né di salire né di scendere. Se si fosse mosso in
quel luogo, avrebbe girato intorno al punto intermedio come i corpi celesti, se si fosse
mosso sulla sua posizione avrebbe girato su se stesso; e sarebbe stato di forma sferica, né
avrebbe potuto essere altrimenti. Ed ecco, era molto simile ai corpi celesti.

Quando aveva esaminato le situazioni degli animali, non ne aveva visto nessuno di cui
potesse pensare che conosceva l'Essere necessario, mentre aveva scoperto che la sua
essenza Lo conosceva: concluse, allora, che era lui l'animale equilibrato e spirituale,
simile ai corpi celesti, e gli apparve chiaro che lui era una specie diversa da tutte le
specie animali, e che lui solo era creato per un'altra meta e destinato a qualcosa di grande
cui nessuna specie animale era destinata.
Per affermare la sua superiorità gli era sufficiente il fatto che la più vile delle due parti di
cui era costituito - quella corporea - era la cosa che più di ogni altra era simile alle
sostanze celesti, esterne al mondo della generazione e della corruzione, prive di
imperfezione, di trasformazione e di alterazione. Quanto alla più nobile delle sue due
parti, essa era la cosa attraverso cui conosceva l'Essere necessario; e questa cosa in grado
di conoscere era un'entità trascendente e divina, che non si trasformava, non la toccava la
corruzione, non era descrivibile con niente di ciò con cui si descrivevano i corpi, non si
percepiva né tramite i sensi né tramite la facoltà immaginativa, né si giungeva alla sua
conoscenza con uno strumento che non fosse essa stessa: ed era l'intelligente, l'intelletto
e l'intelligenza, il conoscente, il conosciuto e la conoscenza, e tuttavia da questo non le
derivava alcuna pluralità, poiché pluralità e distinzione erano proprietà dei corpi e dei
loro annessi, mentre essa non era un corpo, non aveva le proprietà dei corpi, né era
associata ad un corpo.

Quando gli apparve chiaro il motivo per cui, distinguendosi tra tutti i tipi di animali, era
simile ai corpi celesti, pensò che fosse suo dovere esaminarli, imitare le loro azioni e fare
tutto il possibile per conformarsi ad essi. Vide inoltre che la sua parte più nobile, con la
quale conosceva l'Essere necessario, aveva in sé qualcosa di simile a Lui, per il fatto che
era priva delle qualità dei corpi, e l'Essere necessario ne era privo. Pensò quindi che
fosse suo dovere anche sforzarsi per acquistare le Sue qualità in qualunque modo fosse
possibile, conformarsi alla Sua condotta, imitare le Sue azioni, adoperarsi a compiere il
Suo volere, affidarsi a Lui e accettare con gioia ogni Sua disposizione, con tutto il cuore,
esteriormente ed interiormente, anche se fosse stato causa di dolore e di danno per il suo
corpo, anche se lo avesse distrutto nella sua totalità. Vide pure che in lui c'era qualcosa
di simile a tutte le specie animali nella sua parte vile che apparteneva al mondo della
generazione e. della corruzione, ed era il corpo oscuro e denso che chiedeva a questo
mondo le varie sensazioni del mangiare, del bere e dell'accoppiarsi. Vide che quel corpo
non gli era stato creato per scherzo, né gli era stato congiunto inutilmente, e che era suo
dovere studiarlo e provvedere ad esso; e poteva occuparsi del suo corpo solo con azioni
simili a quelle di tutti gli animali.

A suo parere, dunque, le azioni che doveva compiere miravano a tre scopi, ed erano: 1)
azioni per cui si rendesse simile agli animali privi di ragione; 2) azioni per cui si
rendesse simile ai corpi celesti; 3) azioni per cui si rendesse simile all'Essere necessario.
La prima assimilazione gli competeva perché aveva il corpo oscuro, dotato di organi
differenziati, di diverse facoltà e inclinazioni. La seconda assimilazione gli competeva
perché aveva lo spirito animale che risiedeva nel cuore e che era origine a tutto il corpo e
alle sue facoltà. La terza assimilazione gli competeva perché lui era lui, cioè perché lui
era l'essenza con la quale conosceva quell'Essere necessario. Aveva compreso
precedentemente che la sua felicità e la sua salvezza dalla sofferenza erano solo nella
continuità della visione di questo Essere necessario, al punto che non se ne allontanasse
per un solo istante. Meditando, poi, sul modo in cui potesse riuscire ad ottenere questa
continuità, gli venne il pensiero che fosse suo dovere applicarsi a questi tre tipi di
assimilazione. Quanto alla prima assimilazione, da essa non gli sarebbe derivata neanche
in minima parte questa contemplazione, ma anzi lo avrebbe distolto da essa e l'avrebbe
ostacolata, escludendola; poiché. era volta alle cose sensibili, e tutte le cose sensibili
erano veli che impedivano quella contemplazione. Ma aveva bisogno di quella
assimilazione per mantenere in vita questo spirito animale attraverso cui gli sarebbe
avvenuta la seconda assimilazione, quella ai corpi celesti. La necessità lo induceva a
seguire questa via, anche se non era priva di quel difetto. Quanto alla seconda
assimilazione, per essa gli sarebbe accaduta una gran parte della visione continua; ma a
questa visione si sarebbe mescolato un certo intorbidamento: se infatti uno contemplava
per quella via, conservava in quella visione la consapevolezza della sua propria essenza
e rivolgeva ad essa lo sguardo, come sarà chiarito in seguito. Quanto alla terza
assimilazione, per essa gli sarebbe accaduta la contemplazione pura e l'assorbimento
assoluto in cui il suo essere non si sarebbe volto a considerare se non l'Essere necessario.
L'essenza di colui che contemplava secondo questa via scompariva, si annullava e veniva
meno, e così pure scomparivano tutte le essenze, fossero molte o poche, ad eccezione
dell'Essenza dell'Uno, del Vero, del Necessario, Egli è eccelso, altissimo e potente.
Quando gli apparve chiaro che l'estremo oggetto della sua ricerca era questa terza
assimilazione e che essa non gli sarebbe avvenuta se non dopo essersi esercitato ed
essersi applicato per lungo tempo alla seconda assimilazione, e che questo periodo di
tempo non gli sarebbe stato 'fornito se non tramite la prima assimilazione, comprese che
la prima assimilazione (che pure era necessaria), anche se accidentalmente era un aiuto,
era un ostacolo per essenza, e si impose di attribuirsi, di questa assimilazione, solo lo
stretto necessario, cioè quel tanto che fosse sufficiente ad assicurare la sopravvivenza
dello spirito animale.

Trovò che le cose necessarie alla sopravvivenza dello spirito animale erano due: 1) ciò
che lo sostenesse all'interno e gli restituisse l'equivalente di ciò che di 'lui si dissolveva,
ed era il cibo; 2) ciò che lo proteggesse all'esterno ed allontanasse da lui i danni che
potevano essere causati dal freddo, dal caldo, dalla pioggia, dal calore del sole, dagli
animali nocivi, e così via. Vide che se si procurava queste cose necessarie
sconsideratamente, come capitava, spesso si trovava ad eccedere, prendeva oltre il
sufficiente, e, senza accorgersene, agiva contro se stesso. Decise di prescriversi dei limiti
da non oltrepassare, e delle quantità da non superare, e gli sembrò che la prescrizione
dovesse riguardare il genere di ciò di cui si nutriva ~, che cosa fosse, la sua quantità e il
tempo tra i pasti. Considerò dapprima le varie cose di cui si nutriva, e vide che erano di
tre specie: 1) le piante che non erano ancora giunte a maturazione e non erano pervenute
all'estremo limite del loro completamento, ed erano i diversi tipi di legumi verdi di cui si
poteva cibare; 2) i frutti delle piante che, già mature e giunte al completo sviluppo,
facevano uscire il seme affinché da esso si generassero altre piante a conservazione della
loro specie ~ ed erano i diversi tipi di frutti freschi o secchi; 3) gli animali di cui si
nutriva, sia terrestri che marini. Aveva già compreso che queste specie esistevano tutte
per opera di quell'Essere necessario, tale che nell'esserGli vicino e nel divenire simile a
Lui era la sua felicità. Ora, non c'era dubbio che il fatto che se ne cibava impediva ad
esse di giungere al completamento, e si frapponeva tra esse e il fine ultimo da esse
perseguito. Questo significava ostacolare l'opera del Creatore, e questo fare ostacolo era
in contraddizione con il suo cercare di esserGli vicino e di divenire simile a Lui. Vide
che sarebbe stato nel giusto se avesse potuto tutto d'un tratto astenersi dal cibo. Ma non
gli fu possibile, poiché vide che, se si fosse astenuto dal cibo, questo lo avrebbe portato
alla corruzione del corpo, e questo avrebbe voluto dire ostacolare ancora di più il
Creatore, poiché egli era più nobile di quelle altre cose la cui corruzione era causa della
sua sopravvivenza. Cedette al minore dei mali, accondiscese alla più lieve delle due
opposizioni: decise di prendere di queste specie, se fossero venute a mancare, quelle che
gli fosse facile prendere, nella quantità che in seguito gli sarebbe apparsa essere quella
giusta. Quanto a quelle che erano a sua disposizione, conveniva che considerasse
attentamente e scegliesse quelle tali che il prenderle non costituisse un grande ostacolo
all'opera del Creatore, come la polpa dei frutti che erano già pervenuti al culmine della
dolcezza, i cui semi servivano alla generazione del simile; a condizione che avesse cura
di quei semi, che non li mangiasse, non li facesse corrompere e non li gettasse in un
luogo non adatto alle piante, come la pietra, la palude e simili. Se gli fosse stato difficile
trovare di questi frutti, dotati di polpa commestibile, come le mele, le pere, le prugne e
simili, avrebbe potuto prendere o i frutti di cui non poteva mangiare che il cuore del
seme, come le noci e le castagne, oppure i legumi che non erano giunti all'estremo limite
della loro maturazione; a condizione, in questi due casi, che cercasse quelle specie che
erano reperibili in maggiore quantità e le più forti nel riprodursi, che non estirpasse le
loro radici e non distruggesse i loro semi. In mancanza di queste, avrebbe potuto
prendere gli animali o le loro uova, a condizione, quanto agli animali, che prendesse
quelli che si trovavano più facilmente e che non facesse estinguere completamente
nessuna loro specie. Questo fu ciò che decise a proposito delle specie di cui si cibava.
Riguardo alla [giusta] quantità, decise che era quel tanto che placasse lo stimolo della
fame, e non di più. Quanto al tempo che doveva intercorrere tra due pasti, decise che,
preso cibo a sufficienza, se ne sarebbe astenuto e non vi avrebbe badato finché non lo
avesse colto una debolezza che gli impedisse di compiere alcune azioni necessarie alla
seconda assimilazione, azioni che ricorderemo in seguito. Quanto alle cose necessarie
alla sopravvivenza dello spirito animale che lo proteggevano all'esterno, a questo
proposito non aveva problemi: infatti era rivestito di pelli e si era fatto un'abitazione che
lo riparava da ciò che gli proveniva dall'esterno. Si contentò di questo, e non vide la
necessità di occuparsene, e si impegnò ad osservare nel suo cibo le leggi che si era
imposto, quelle di cui abbiamo trattato prima.

Poi prese in considerazione la seconda cosa da fare, cioè il rendersi simile ai corpi
celesti, il seguire il loro esempio, l'acquisire le loro qualità. Studiò attentamente le loro
qualità, che gli sembrò di poter riassumere in tre generi: 1) essi avevano qualità per cui
erano in relazione con il mondo sottostante della generazione e della corruzione, erano
infatti responsabili del riscaldamento per essenza, del raffreddamento per accidente,
dell'illuminazione, della rarefazione e della condensazione, di tutte le cose, insomma,
che producevano in esso, grazie alle quali era adatto ad accogliere le numerose forme
spirituali che emanavano dal Creatore, l'Agente necessario; 2) essi avevano qualità per
essenza, conformi alla loro natura, come semi-trasparenza, luminosità e purezza,
immunità dall'offuscamento e da ogni tipo di contaminazione, e si muovevano di moto
circolare, alcuni su se stessi, alcuni intorno ad altri corpi celesti; 3) avevano qualità
simili a quelle dell'Essere necessario, come il fatto che Lo contemplavano senza
interruzione, senza allontanarsene, partecipavano della Sua sapienza, si adoperavano a
compiere la Sua volontà e non si muovevano se non per il Suo volere e affidandosi a
Lui. Si mise a sforzarsi per rendersi simile ad essi in ognuno di questi tre generi di
qualità.
Quanto al primo genere, la sua assimilazione ad essi consisteva in questo: si imponeva di
non vedere un animale (o una pianta) tormentato da una necessità o una malattia o una
mancanza o un impedimento che era in suo potere eliminare, senza che li eliminasse.
Quando il suo sguardo si posava su una pianta cui qualcosa aveva nascosto il sole,
oppure a cui si era attaccata un'altra pianta che le recava danno, o che languiva per
un'arsura che quasi la faceva morire, allontanava da essa quell'impedimento, se era di
quelli che si potevano rimuovere, separava quella pianta e la pianta ad essa nociva con
un'operazione che non danneggiasse la pianta nociva, e aveva cura di essa innaffiandola
più che poteva. Quando il suo sguardo si posava su un animale incalzato da una belva, o
che si era impigliato in un laccio, o gli si era conficcata una spina, o gli era penetrato
qualcosa di nocivo nell'occhio o nell'orecchio, oppure era tormentato dalla sete o dalla
fame, si incaricava di metter fine a tutto ciò e gli dava da mangiare e da bere. Quando il
suo sguardo si posava su un'acqua che, scorrendo, avrebbe dissetato una pianta o un
animale, ma era ostacolata nel suo fluire da un impedimento, una pietra che vi era caduta
dentro, o uno sbarramento [di fiume] che le si opponeva, allontanava da essa tutto ciò.
Continuò a dedicarsi a questo genere di assimilazione, finché raggiunse in esso il
massimo grado di perfezione. Quanto al secondo genere, la sua assimilazione ad essi
consisteva in questo: si imponeva di conservarsi sempre pulito, di allontanare dal suo
corpo l'impurità e la turpitudine, di lavarsi frequentemente con acqua, di pulirsi le
unghie, i denti e le pieghe del corpo, si profumava come con il profumo delle piante e
con i vari tipi di oli aromatici, aveva cura dei suoi abiti, li puliva e li profumava; finché
divenne risplendente di leggiadria e bellezza, di pulizia e di profumo.
Contemporaneamente si applicava ai vari tipi di movimento circolare: ora girava intorno
all'isola e percorreva in circolo la spiaggia viaggiando sui suoi lati, ora girava più volte
intorno alla sua abitazione e intorno a qual. che roccia, o camminando oppure a passo
spedito. Ora girava su se stesso finché perdeva i sensi. Quanto al terzo genere, la sua
assimilazione ad essi consisteva in questo: si imponeva di pensare intensamente a
quell'essere necessario, poi interrompeva ogni contatto con le cose sensibili, chiudendo
gli occhi, tappandosi le orecchie, cercando di non correre dietro all'immaginazione, e si
sforzava di raggiungere la capacità di non pensare .che a Lui e di non associarGli alcun
altro; otteneva ciò girando intorno a se stesso e accelerando il suo movimento. Se infatti
aumentava il ritmo della rotazione, svanivano dalla sua mente tutti gli oggetti sensibili, si
indebolivano l'immaginazione e tutte le facoltà che avevano bisogno di strumenti
corporei, e diventavano forti le azioni della sua essenza, che era priva di corpo. A volte il
suo pensiero era puro da ogni contaminazione, e con esso contemplava l'Essere
necessario; ma poi le facoltà corporee lo assalivano e il suo stato si alterava, lo
riducevano al livello più basso'" e tornava allo stato precedente. Se lo coglieva un
indebolimento che lo distraeva dall'attenzione, prendeva un po' di cibo, alle condizioni
ricordate prima, poi di nuovo si volgeva alla sua attività di rendersi simile ai corpi celesti
quanto ai tre generi ricordati.

Si dedicò a questo per un certo tempo: combatteva le sue facoltà' corporee ed esse
combattevano lui, lottava con esse ed esse con lui; quando aveva la meglio, il suo
pensiero era puro da ogni intorbidamento e gli balenava qualcosa degli stati di coloro
che sono giunti al terzo tipo di assimilazione.
Si mise infine a cercare la terza assimilazione, e aspirò al suo conseguimento.
Riflettendo sulle qualità dell'Essere necessario, gli era apparso chiaro nel corso delle sue
argomentazioni teoriche, .prima di mettersi al lavoro, che esse erano di due generi:
qualità positive, come la scienza, la potenza e la sapienza, e qualità negative, come il
Suo essere privo di corporeità e di ciò che era inerente ad essa o ne conseguiva, anche da
lontano. Nelle qualità positive si presupponeva l'assenza di ogni elemento
antropomorfico, così che tra esse non si trovava alcuna qualità dei corpi, in particolare la
loro molteplicità. Attraverso queste qualità positive la Sua Essenza non diveniva
molteplice, ma si riconducevano tutte ad un solo concetto, che era la Sua Essenza stessa.
Si mise a cercare come sarebbe potuto divenire simile a Lui in ognuno di questi due
generi [di qualità]. Quanto alle qualità positive, sapeva che esse si riconducevano tutte
alla Sua Essenza stessa, e che non vi era in esse molteplicità sotto nessun aspetto, infatti
la molteplicità era una qualità dei corpi; sapeva inoltre che la conoscenza che Egli aveva
di Sé non era un concetto che si aggiungeva alla Sua Essenza, ma la Sua Essenza era il
Suo stesso conoscersi, e il Suo conoscersi era la Sua Essenza'. Gli fu dunque chiaro che
se gli fosse stato possibile conoscere la Sua Essenza, quella scienza con cui Lo avrebbe
conosciuto non sarebbe stata un concetto aggiunto alla Sua Essenza ma sarebbe stata
Egli stesso. Vide che il diventare simile a Lui nelle qualità affermative consisteva in
questo: che conoscesse Lui solo senza associarGli nessuna qualità dei corpi. Si applicò a
questo. Anche le qualità negative si riconducevano tutte all'assenza di ogni corporeità: si
mise quindi a scacciare da sé le qualità corporee. Ne aveva già eliminate molte nel suo
esercizio precedente, con il quale si era diretto all'assimilazione ai corpi celesti. Ma ne
aveva conservate molte altre, come il movimento circolare che è una delle qualità più
caratteristiche dei corpi, la cura degli animali e delle piante, la misericordia per loro e la
sollecitudine nel rimuovere i loro impedimenti. Anche queste erano qualità proprie dei
corpi: infatti in un primo tempo li vedeva grazie ad una facoltà esclusivamente corporea,
e poi si dedicava ad essi con una facoltà anch'essa esclusivamente corporea. Si dedicò ad
allontanare da se stesso tutto ciò, poiché queste cose nel loro insieme non .si addicevano
a questa condizione che ora ricercava.

Continuò ad accontentarsi di stare quieto nella sua piccola caverna ", in silenzio, a testa
bassa, disperdendo lo sguardo, allontanandosi da tutte le cose sensibili e da tutte le
facoltà corporee, concentrando l'interesse e il pensiero sul solo Essere necessario, senza
associarGli nessuna altra cosa. Quando si presentava alla sua immaginazione un oggetto
che non 'era Lui, lo scacciava a forza e lo respingeva. Si esercitò in questo e vi si applicò
per lungo tempo, in modo che passavano su di lui molti giorni in cui non mangiava e non
si muoveva. Durante questa sua lotta violenta, a volte svanivano dalla sua memoria e dal
suo pensiero tutte le cose, tranne la sua propria essenza. Essa non gli si sottraeva nel
tempo in cui era assorto nella contemplazione dell'Essere primo, vero e necessario.
Questo gli dispiaceva, poiché sapeva che era un intorbidamento nella contemplazione
perfetta e un associare qualcosa a quell'Essere nell'attenzione. Non cessò di ricercare
l'annullamento della sua essenza, la purificazione nella visione del Vero, finché gli riuscì
e svanirono dalla sua memoria e dal suo pensiero i cieli, la terra e ciò che è tra loro, e
tutte le forme spirituali e le facoltà corporee, e tutte le facoltà separate dalla materia, cioè
le essenze che conoscevano l'Essere necessario; e assieme a quelle essenze scomparve la
sua stessa essenza, dileguò il tutto, si dissolse e divenne pulviscolo che si alza, e non
rimase che l'Uno, il Vero, l'Essere permanente. E parlava con parole che non erano un
concetto aggiunto alla Sua Essenza: " A chi appartiene la sovranità, oggi? A Dio, l'Uno,
l'Irresistibile "[Cor. 40,16]. Comprese il Suo linguaggio, ascoltò il Suo invito, non
conosceva il linguaggio, non era in grado di parlare e tuttavia lo comprendeva. Si
immerse in questa sua condizione e contemplò ciò che nessun occhio ha visto, né alcun
orecchio ha ascoltato, né mai è balenato ad un cuore umano.

Non attaccare il tuo cuore alla descrizione di una cosa che un cuore umano non ha mai
potuto intuire: se infatti è difficile descrivere molte cose che i cuori umani hanno potuto
intuire, come si riuscirà a descrivere una cosa che il cuore non può intuire e non è del
suo mondo né del suo livello? Con la parola " cuore " non intendo il cuore corporeo né lo
spirito che risiede nella sua cavità, ma intendo con questa parola la forma di quello
spirito, forma che si diffonde con le sue facoltà nel corpo dell'uomo. Ognuno di questi
tre viene detto in realtà " cuore ", ma nessuno dei tre ha la possibilità di intuire questa
cosa, né si riesce ad esprimere ciò che si è ad essi manifestato. Chi desidera
ardentemente spiegare questo stato, desidera una cosa impossibile, ed è come quello che
voglia gustare i colori dipinti in quanto colori, cercando ad esempio se il nero sia dolce o
amaro. Con questo tuttavia non ti priveremo di allusioni con cui accenneremo alle
meraviglie che egli contemplò in quello stato; a titolo di esempio, però, non con la
pretesa di battere alla porta della verità; infatti non è possibile accedere alla verità su ciò
che avviene in quello stato se non si giunge ad esso. Ora ascolta con l'orecchio dei cuore,
e guarda con l'occhio dell'intelletto ciò a cui' si accenna: forse vi troverai una guida che ti
permetterà di trovare 'la Via. Ti pongo come condizione che tu non mi chieda ora a voce
ulteriori informazioni oltre quelle che affido a questi 'fogli; infatti il campo è limitato, e
voler definire con parole una cosa che non è per sua natura esprimibile è pericoloso.

Dunque: quando venne meno alla sua essenza e a tutte le essenze, non vide al mondo se
non l'Uno, il Vivente, l'Eterno, e contemplò ciò che contemplò; poi tornò all'attenzione
delle altre cose. Quando si destò da quello stato simile all'ebbrezza, apparve alla sua
mente che lui non aveva un 'essenza per cui si distingueva dall'Essenza del Vero,
dell'Altissimo, e che la sua stessa essenza era l'Essenza del Vero, e che la cosa che prima
pensava che fosse la sua essenza diversa dall'Essenza del Vero, non era niente in realtà,
anzi non era nient'altro che lo stesso Vero, ed Egli era come la luce del sole che si posa
sui corpi compatti e la vedi apparire in essi. Ma essa, anche se si attribuisce al corpo in
cui appare, non è in realtà nient'altro che la luce del sole. Se quel corpo scompare,
scompare la sua luce, mentre la luce del sole rimane inalterata; non diminuisce quando
quel corpo è presente, né aumenta quando quel corpo scompare. Quando c'è un corpo
adatto ad accogliere quella luce si verifica l'accoglimento, se il corpo non c'è
quell'accoglimento manca e non ha significato. Si rafforzò in lui questa opinione, poiché
gli era apparso chiaro che l'Essenza del Vero - Egli è potente ed eccelso - non era in
alcun modo molteplice e che la conoscenza che Egli aveva di Sé era la Sua stessa
Essenza. Da questo, a suo parere, conseguiva necessariamente che colui che giungeva a
conoscere la Sua Essenza, giungeva alla Sua Essenza. Ora, egli era giunto alla
conoscenza di Dio, e dunque era giunto alla Sua Essenza. Ma questa Essenza 'non si
comunicava che a Se stessa e il Suo stesso comunicarsi era l'Essenza, ed ecco egli era
l'Essenza stessa. Ugualmente tutte le essenze separate dalla materia che conoscevano
quell'Essenza vera, che prima vedeva molteplici, divennero nel suo pensiero una cosa
sola. Fu quasi sul punto di consolidarsi in questo errore, ma Dio nella Sua misericordia
lo evitò e vi pose riparo con la Sua guida: e comprese che questo errore gli si presentava
solo perché permanevano in lui le tenebre caratteristiche dei corpi e l'offuscamento
prodotto dalle cose sensibili, e che il molto e il poco, l'uno e l'unità, la pluralità, l'unione
e la separazione erano tutte qualità dei corpi. Di quelle essenze separate che
conoscevano l'Essenza del Vero - Egli è eccelso e potente - non si poteva dire né che
erano molte né che erano una sola, poiché erano molte solo se si consideravano separate
l'una dall'altra, ma, se considerate unite, erano anche una sola. Ma non poteva
comprendere nulla di ciò se non attraverso concetti contenuti nella materia e rivestiti di
essa.

La spiegazione è qui molto insufficiente; infatti, se tu alludi a quelle essenze separate al


plurale, secondo questo nostro modo di dire, si comunica falsamente loro il concetto
della molteplicità, mentre ne sono prive: se invece alludi a queste essenze al singolare, si
comunica loro il concetto dell'unità, e anche questo è impossibile.

Mi sembra che si levi qui uno di quei pipistrelli, agli occhi dei quali il sole è tenebra
fitta, che si agiti nei ceppi della sua ottenebrata follia, e dica: " Nel tuo argomentare
minuzioso hai passato i limiti, finché ti sei privato dell'acume dei saggi e hai
abbandonato la capacità di giudicare secondo ragione: è infatti una caratteristica propria
dell'intelletto il decidere se una cosa è una o molteplice ". Vada cauto nel suo
entusiasmo, freni la sua lingua, dubiti di se stesso e impari dal mondo sensibile e vile che
si offre alla sua osservazione, come ne trasse insegnamento Hayy ibn Yaqzan quando,
considerandolo da un certo punto di vista, lo vedeva molteplice, di una molteplicità che
non si poteva raccogliere né limitare, ma poi, considerandolo da un altro punto di vista,
lo vedeva uno, e rimaneva indeciso a questo proposito senza che gli fosse possibile
optare per una delle due soluzioni. Nel mondo sensibile traggono origine il plurale e il
singolare, in esso si comprende la loro vera essenza, in esso sono la separazione e il
congiungimento, l'unione e la diversificazione, l'incontro e la dispersione; quale sarà
allora il suo pensiero a proposito del mondo divino, in cui non si può parlare né di tutto
né di parte, per il quale non si può far uso dei termini che siamo soliti udire senza che gli
si comunichi qualcosa di falso, che non può conoscere se non chi lo contempla, né
accertarsi della sua essenza se non chi vi è giunto! Quanto alle sue parole: " ... finché ti
sei privato dell'acume dei saggi e hai abbandonato la capacità di giudicare secondo
ragione ", noi glielo concediamo, e lo abbandoniamo con la sua ragione e con i suoi
saggi, poiché la ragione che interessa a lui e ai suoi pari è solo la facoltà logica, con la
quale si considerano le cose sensibili una ad una per cogliere poi da esse il concetto
universale. E i saggi che gli interessano conducono con questo metodo la loro
speculazione.

Ma il modo in cui noi abbiamo 'parlato di questi argomenti è al di sopra di tutto ciò: non
gli presti orecchio chi non conosce altro che le cose sensibili e i loro universali, se ne
discostino coloro che " conoscono ciò che appare della vita di questo mondo, e, quanto
all'altro, se ne allontanano " [Cor. 30,7]. Ma se sei di coloro che si contentano di questo
tipo di allusione e di accenno a ciò che è nel mondo divino e non attribuisci ad
espressioni dei miei concetti ciò che suggerisce l'uso che comunemente ne viene fatto,
aggiungeremo per te qualche altra cosa su ciò che contemplò Hayy ibn Yaqzan nello
stato della verità che abbiamo ricordato prima, e diciamo: dopo l'assorbimento perfetto
ed il completo annullarsi nella realtà del conseguimento, contemplò la sfera più alta oltre
la quale non vi è alcun corpo, e vide un'essenza priva di materia che non era l'essenza
dell'Uno, del Vero, né la stessa sfera del cielo, né qualcosa di diverso da esse; ed era
come l'immagine del sole che risplende in uno specchio levigato, e non è il sole, né lo
specchio, né una cosa diversa dal sole e dallo specchio. Vide che l'essenza separata di
quella sfera aveva una perfezione, una luminosità, una bellezza così grandi che non si
possono esprimere con la lingua, tanto sarebbe difficile rivestirle di 'parole o di suoni, e
la vide al grado più perfetto della dolcezza e della gioia, della 'beatitudine e della felicità,
per la contemplazione dell'Essenza del Vero, grande è la Sua gloria. Vide che anche la
sfera [ad essa] sottostante, cioè 'la sfera delle stelle fisse, aveva una essenza priva di
materia, che' non era l'essenza dell'Uno, del Vero, né l'essenza separata della sfera più
alta, né la stessa sfera, né qualcosa di diverso da esse. Ed era come l'immagine del sole
che risplende in uno specchio in cui si riflette l'immagine 'proveniente da un altro
specchio, posto di fronte al sole. Vide che anche questa essenza aveva luminosità,
bellezza e dolcezza come quella della sfera più alta. Vide che anche la sfera sottostante a
questa, cioè 'la sfera di Saturno, aveva un essenza separata dalla materia, che non era
nessuna delle essenze che aveva contemplato prima, e non era diversa da esse, ed era
come l'immagine del sole che appare in uno specchio in cui si riflette l'immagine che
proviene da uno specchio 'in cui si riflette l'immagine che proviene da uno specchio
posto di fronte al sole. E vide che anche questa essenza aveva luminosità e dolcezza
come quelle che aveva visto prima. Continuò a vedere che tutte le sfere avevano una
essenza separata priva di materia che non era nessuna delle essenze che la precedevano,
né era diversa da esse. Ed era come l'immagine del sole che si riflette di specchio in
specchio, secondo l'ordine di dignità in cui si susseguivano le sfere. Vide che ognuna di
queste essenze aveva una bellezza,. una luminosità, una felicità che mai occhio ha visto,
né orecchio ascoltato, né cuore umano intuito, finché da ultimo giunse a contemplare il
mondo della generazione e della corruzione, che era contenuto nella sua totalità
all'interno della sfera della luna. Vide che aveva un'essenza priva di materia, che non era
nessuna delle essenze che aveva contemplato prima né era identica ad esse. Questa
essenza aveva settantamila volti, in ogni volto settantamila bocche, in ogni bocca
settantamila lingue con le quali lodava l'Essenza dell'Uno, del Vero, e La santificava e
La glorificava senza interrompersi. Vide che questa essenza in cui si poteva supporre la
molteplicità, mentre non era molteplice, aveva perfezione e dolcezza come le essenze
che la precedevano. E questa essenza era come l'immagine del sole che risplende in un
acqua tremolante in cui si riflette l'immagine proveniente dall'ultimo degli specchi a cui
giunge il raggio riflesso, secondo l'ordine che procede dal primo specchio che è posto di
fronte al sole stesso. Poi vide che egli stesso aveva un'essenza separata: se fosse stato
possibile che si dividesse in parti l'essenza dai settantamila volti, avremmo potuto dire
che essa era una sua parte. Se non fosse stato che questa essenza era venuta ad essere
'dopo che non era, avremmo potuto dire che essa era quell'essenza; e se non fosse stata
legata a quel suo corpo fin dal suo apparire, avremmo potuto dire che essa non aveva
origine.
Contemplò in questo ordine essenze simili alla sua essenza, che erano appartenute a
corpi che poi s erano dissolti e a corpi che si trovavano nell'esistenza
contemporaneamente a lui, ed esse erano una moltitudine senza fine, se si poteva dire
che erano molte, oppure confluivano tutte in un solo individuo, se si poteva dire che
erano una essenza sola. Vide che la sua essenza e quelle che erano nel suo stesso ordine
avevano una bellezza, una luminosità, una felicità infinite, che occhio non ha veduto né
orecchio ascoltato, né cuore umano intuito, che non può descrivere chi vuol descrivere,
né può comprendere se non chi vi giunge e conosce. E vide molte essenze separate dalla
materia che erano come specchi coperti di ruggine sopraffatti dalle scorie, che, pur
essendo rivolti verso gli specchi levigati in cui si delineava l'immagine del sole, si
sottraevano ad essa con le loro superfici. Vide che queste essenze erano di una tale
bruttezza e imperfezione che non avrebbe mai potuto immaginare. Le vide [immerse] in
una sofferenza senza fine, in dolori inestinguibili, circondate da cortine di sofferenza,
divorate dal fuoco della separazione, combattute e divise tra la repulsione e l'attrazione.
Oltre queste essenze tormentate vide qui delle essenze che apparivano e poi dileguavano,
si condensavano e divenivano scarne, e le esaminò con cura. Osservandole attentamente,
vide poteri grandissimi, situazioni importanti, invenzioni rapide, saggezze profonde,
accomodamenti e presunzioni, formazioni e annullamenti. Ed ecco che ristette un poco,
poi tornò in sé, si ridestò da quel suo stato simile allo svenimento; il suo piede ne scivolò
via, gli apparve il mondo sensibile e si nascose a lui il mondo divino.

Non può avvenire infatti che i due mondi confluiscano in uno: e questo mondo e l'altro
sono come due concubine che, se ne soddisfi una, scontenti l'altra.

Ora tu potresti osservare: da ciò che hai detto di questa contemplazione, appare che le
essenze separate, se appartengono ad un corpo eterno ed incorruttibile, come 'le sfere
celesti, sono anch'esse eterne; se invece appartengono ad un corpo che evolve verso la
corruzione, come gli animali dotati di ragione, si corrompono, scompaiono e dileguano;
e ciò può risultare dal tuo paragone della riflessione degli specchi. Se infatti la
sussistenza dell'immagine è affidata alla sussistenza dello specchio, se lo specchio si
corrompe, si corrompe l'immagine, e scompare. E io ti rispondo: come in fretta hai
'dimenticato il nostro patto e ti sei sciolto dal nostro vincolo! Non ti abbiamo forse
premesso che l'ampiezza della spiegazione qui è limitata e che le parole usate per
descrivere gli stati fanno credere cose che non sono la verità? Tu sei giunto a questa
convinzione solo perché hai considerato simili sotto ogni riguardo il modello e il SUO
ritratto. Ora, già non conviene che si faccia questo nei vari tipi di discorsi abituali; e
dunque tanto meno qui. Infatti il sole e la sua luce, la sua immagine e la formazione di
essa, gli specchi e le immagini che vi appaiono, sono tutte cose non separate dai corpi e
che non hanno fondamento se non per essi e in essi. Ne hanno quindi bisogno durante la
loro esistenza, e scompaiono al loro scomparire. Ma le essenze divine e gli spiriti
trascendenti sono tutti privi dei corpi e delle qualità ad essi inerenti, e ne sono privi nel
modo più assoluto, né hanno con essi relazione o legame, ed è sbagliato attribuire loro la
caducità o la durevolezza dei corpi, l'esistenza o la non-esistenza dei corpi, poiché sono
legati e uniti solo all'Essenza dell'Uno, del Vero, del Necessario, che è il primo di loro, la
loro origine e la loro causa, colui che li pone in esistenza, che dona loro di continuare ad
esistere e li provvede di permanenza ed eternità, e non hanno bisogno dei corpi, ma al
contrario i corpi hanno 'bisogno di loro. E se fosse concepibile la loro inesistenza, i corpi
non esisterebbero, poiché essi ne sono i principi; ugualmente se fosse concepibile
l'inesistenza dell'Essenza dell'Uno, del Vero -Egli è bene al di sopra nella Sua santità di
una tale supposizione -, tutte queste essenze non esisterebbero, verrebbero meno i corpi,
scomparirebbe il mondo sensibile nella 'sua totalità, e non rimarrebbe nessuna cosa,
poiché il tutto è legato in ogni sua parte. Il mondo sensibile, anche se è subordinato al
mondo divino, gli è simile come la sua ombra ', il mondo divino non ne ha 'bisogno e ne
è indipendente; tuttavia l'ipotesi della sua non-esistenza è improponibile poiché viene
dietro al mondo divino e la sua corruzione può consistere solo in una trasformazione,
non in una scomparsa totale. Questo esprime il Libro Venerabile ovunque si incontri
questo concetto: i monti scompariranno e diverranno come lana , e gli uomini come
farfalle, e il sole e la luna si oscureranno, e i mari si prosciugheranno " il giorno in cui la
terra si trasformerà in qualcosa di diverso dalla terra e dai cieli ". Questo è quanto mi è
possibile ora accennarti di ciò che contemplò Hayy ibn Yaqzan in quello stato sublime, e
non chiedere che io vi aggiunga qualcosa a parole, poiché questo è impossibile. Quanto
alla conclusione della sua storia, te 'la riferirò, se vuole Dio Altissimo, ed è questa:
quando tornò al mondo sensibile, e ciò avvenne dopo le sue varie peregrinazioni, provò
disgusto per la vita di questo mondo e si fece più intensa la sua sete della vita più alta. Si
mise dunque a cercare di ritornare a quello stato, secondo il metodo che aveva seguito in
precedenza, finché vi giunse in modo più semplice di come vi era giunto la prima volta,
e vi si trattenne, la seconda volta, per un tempo più lungo della prima. Poi tornò al
mondo sensibile. In seguito, si impose di giungere a quel suo stato, e gli fu più facile
della prima e della seconda volta, e la sua permanenza in esso fu più lunga. Continuò a
giungere a quello stato con una facilità sempre maggiore e vi si tratteneva ogni volta più
a lungo, finché giunse a pervenire ad esso quando voleva e a staccarsene quando voleva.
Non si separava da quel suo stato e non vi rinunciava se non per provvedere alle
necessità del suo corpo, che aveva diminuito finché non erano giunte al minimo
possibile. Desiderava, allo stesso tempo, che Dio lo liberasse completamente dal suo
corpo, che era causa della sua ricorrente separazione da quel suo stato, di disfarsene per
volgersi alla dolcezza eterna, e di non provare più il dolore della lontananza da quel suo
stato per provvedere alle necessità del corpo.

Rimase in questa situazione finché superò il settimo settenario della sua esistenza, e cioè
i cinquant'anni. Allora gli sopraggiunse la compagnia di Asal, e il seguito della sua
storia, se vuole Dio Altissimo, tratterà di ciò che gli avvenne con lui.

In società

Narrano che su un'isola vicina a quella in cui era nato Hayy ibn Yaqzan, secondo una
delle due versioni sul modo in cui avvenne la sua origine, si era trasferita una comunità
religiosa esente da errore, istruita da alcuni profeti precedenti, Dio, li benedica. Era una
comunità che esprimeva tutte le verità di fede tramite simboli stabiliti, che consentivano
di immaginare quelle cose e consolidavano le loro rappresentazioni nelle anime, come è
d'uso nel discorso rivolto alla grande massa. Quella comunità continuò a diffondersi in
quell'isola, e prese vigore e splendore finché il suo re entrò a farne parte e vi aderì
insieme con il suo popolo. Vivevano in quell'isola due giovani di buona cultura e
interessati al bene, uno dei quali si chiamava Asa1 e l'altro Sa1mn. Aderirono a quella
comunità e consentirono ad essa con la migliore disposizione, presero su di sé come un
dovere tutte le sue leggi e la perseveranza in tutte le opere che essa raccomandava, ed
erano compagni in questo. Di quando in quando si dedicavano allo studio di ciò che
quella legge enunciava a proposito di Dio e dei Suoi angeli, della vita futura, della
ricompensa e della punizione. Asa1 era più portato ad immergersi nell'esoterico, più
valido nello scoprire i significati spirituali, e più desideroso di far ricorso
all'interpretazione simbolica [del testo sacro]. Sa1mn, il suo compagno, era più valido
nel conservare il senso letterale, più portato ad allontanarsi dall'interpretazione
simbolica, più alieno dall'azione individuale e dalla contemplazione. Ma entrambi erano
diligenti e scrupolosi nelle opere esteriori, nell'esame di Coscienza e nella lotta contro le
passioni '. Ora, in quella legge si trovavano espressioni che inducevano alla solitudine e
alla vita appartata, e indicavano che il conseguimento e la salvezza erano in esse; e altre
espressioni che inducevano alla compagnia e all'adesione alla vita comunitaria. As1 fu
per la ricerca della solitudine e scelse quella parte dell'insegnamento che la consigliava,
secondo le sue inclinazioni naturali che lo portavano a perseverare nella meditazione, ad
essere assiduo nell'interpretazione simbolica e ad immergersi nei significati. Si aspettava
dalla solitudine la maggior parte di ciò che avrebbe conseguito. Sa1mn, invece, fu per
l'adesione alla vita comunitaria e scelse quella parte dell'insegnamento 'che la
consigliava, secondo le sue inclinazioni naturali che lo portavano ad astenersi dalla
meditazione e da11'azion individuale. A suo parere l'adesione alla vita comunitaria
allontanava il bisbiglio del tentatore, disperdeva i pensieri che erano di ostacolo e
proteggeva dalle suggestioni diaboliche '. Fu il loro differire, a questo proposito la causa
della loro separazione. As1 aveva sentito parlare dell'isola su cui si è detto che si era
originato Hayy ibn Yaqzan. Ne conosceva la fertilità, le risorse, il clima equilibrato: di
certo il vivere su di essa in solitudine avrebbe fatto al caso suo. Decise di andarci e di
isolarsi dagli uomini per il resto della sua vita. Raccolse le sue ricchezze; con una parte
di esse noleggiò un'imbarcazione che lo portasse a quell'isola, divise il resto tra i poveri,
si congedò dal suo compagno Sa1mn, e prese la via del mare. I marinai lo portarono a
quell'isola, lo deposero sulla sua spiaggia e se ne partirono. As1 rimase su quell'isola a
servire Dio - Egli è potente ed eccelso -, ad esaltarLo, ad adorarLo, a meditare sui Suoi
nomi più belli e sulle Sue nobili qualità, e non cessava il suo pensiero né si turbava la
sua meditazione. Se aveva bisogno di cibo, prendeva, dei frutti di quell'isola e degli
animali che cacciava, quel tanto che bastava a placare la sua fame.

Rimase in quello stato per un certo tempo, ed era nella felicità più completa e nella gioia
più grande, poiché si intratteneva con il suo Signore. Ogni giorno sperimentava i Suoi
favori e i Suoi doni, e come gli rendesse facile provvedersi del necessario e del cibo, e
tutto questo confermava la sua certezza e lo rallegrava.

In quel periodo Hayy ibn Yaqzan era completamente assorbito nella sua condizione
sublime. Non abbandonava la sua caverna che una volta ogni sette giorni per prendere il
cibo che gli capitava di trovare. Per questo As1 in un primo tempo non lo incontrò, ma
anzi si aggirava per i lati di quell'isola e si spostava in lungo e in largo senza vedere
nessuno né osservare tracce. La sua gioia si faceva più grande e la sua anima si
rallegrava, poiché aveva deciso di giungere all'estremo nella ricerca della vita appartata e
della solitudine: finché accadde un giorno che Hayy ibn Yaqzan uscisse per andare in
cerca di cibo mentre Asal sopraggiungeva da quella parte. E ognuno dei due posò lo
sguardo sull'altro. Quanto ad Asal, non dubitò che [Hayy ibn Yaqzan] fosse un eremita
che era giunto a quell'isola per cercarvi l'isolamento dagli uomini, come egli stesso vi era
giunto. Temette che gli si facesse incontro e che tentasse di fare conoscenza; questo
infatti sarebbe stato causa della corruzione del suo stato e un ostacolo tra lui e ciò a cui
aspirava. Quanto a Hayy ibn Yaqzan, non capì che cosa [Asal] fosse, poiché vide che
non aveva l'aspetto di uno degli animali che aveva visto prima di allora: aveva su di sé
una veste nera di pelo e di lana, e pensò che quello fosse il suo abito naturale. Rimase a
meravigliarsene a lungo. Poi Asal si volse fuggendo da lui per timore che lo distogliesse
dal suo stato, e Hayy ibn Yaqzan seguì le sue orme, perché era nella sua inclinazione
ricercare la verità delle cose. Quando lo vide farsi più veloce nella fuga, gli tenne dietro
a distanza, finché Asal pensò che si era distolto da lui e che era ormai lontano da quel
luogo. Allora As1 incominciò a pregare, a recitare, a supplicare, a piangere, a implorare,
a compiere slanci d'amore, finché tutto ciò lo distolse da ogni cosa. Hayy ibn Yaqzan
prese ad avvicinarglisi a poco a poco, mentre Asal non si accorgeva di lui, finché gli fu
vicino tanto da sentire la sua recitazione e il suo lodare Dio, e da vedere la sua
sottomissione e il suo pianto. Ascoltò una bella voce e suoni rtico1ati che non aveva mai
ascoltato da nessun animale, osservò le sue forme e i suoi lineamenti e vide che aveva il
suo stesso aspetto. E gli apparve chiaro che la veste che era su di lui non era una pelle
naturale, ma era solo un vestito che aveva adottato, come egli stesso aveva adottato il
suo. Quando vide la bellezza del suo sottomettersi, del suo implorare e del suo piangere,
non dubitò che fosse una delle essenze che conoscevano il Vero; si interessò a lui e volle
sapere che cosa provasse e quale fosse la ragione del suo pianto e della sua
implorazione. Continuò ad avvicinarglisi, finché Asa1 si accorse di lui e fuggì a gran
velocità, ma Hayy ibn Yaqzan lo insegui altrettanto velocemente, finché lo raggiunse,
grazie al vigore e alla capacità che Dio gli aveva concesso nell'intelletto e nel corpo, gli
si attaccò e lo afferrò in modo che non potesse allontanarsi. Quando Asal lo guardò - era
vestito di pellicce di animali, i suoi capelli si erano allungati fino a coprire gran parte del
suo corpo, e aveva visto la sua velocità nel giungere e 'la sua forza nell'afferrare - ne fu
molto spaventato e si mise a cercare di farselo amico e a pregarlo con un discorso che
Hayy ibn Yaqzan non comprendeva né sapeva che cosa fosse, anche se distingueva in
esso le buone disposizioni e l'inquietudine. Gli si rivolse affabilmente con suoni che
aveva imparato da alcuni animali, gli mise la mano sulla testa, gli accarezzò i fianchi, io
blandi, gli manifestò la gioia e la contentezza , finché l'agitazione di Asal si placò e
comprese che non voleva fargli male. In precedenza, nel suo amore per la scienza
dell'interpretazione simbolica, aveva imparato la maggior parte delle lingue, ed era
esperto in esse: si mise dunque a parlare a Hayy ibn Yaqzan e .a chiedergli informazioni
[su di lui] in tutte le lingue che conosceva, e si sforzava di farsi capire da lui, ma non ci
riusciva. Hayy ibn Yaqzan, in tutto questo tempo, restava ammirato di ciò che udiva; ma
non capiva che cosa fosse, capiva solo che gli manifestava la gioia e la buona
disposizione. Ognuno dei due si meravigliava di ciò che l'altro faceva. As1 aveva una
rimanenza di provviste che aveva portato con sé dall'isola abitata. Le avvicinò a Hayy
ibn Yaqzan, ma quello non sapeva che cosa fossero perché non le aveva mai viste prima
di allora. As1 ne mangiò e gli fece cenno di mangiare. Hayy ibn Yaqzan pensò alle
condizioni che si era imposto nell'assumere il cibo, e non sapendo l'origine di quelle cose
che gli stavano davanti, che cosa fossero, e se gli fosse lecito cibarsene oppure no, si
astenne dal mangiare Ma Asal continuò a pregarlo e a cercare di fare amicizia. Hayy ibn
Yaqzan lo aveva ormai preso in simpatia, e, temendo che se si fosse ostinato nel
contrariarlo lo avrebbe rattristato, si arrischiò a prendere quelle provviste e ne mangiò.
Ma quando le gustò e le trovò buone., gli sembrò un male l'essere venuto meno ai suoi
impegni a proposito del cibo: volle quindi allontanarsi da Asal e volgersi alla sua attività
di cercar di tornare al suo nobile stato. Ma non gli riuscì di giungere in fretta alla
contemplazione. Decise allora di rimanere con Asal nel mondo sensibile affinché,
conosciuta la verità su di lui, non gli rimanesse alcuna curiosità nei suoi confronti e
potesse volgersi al suo stato senza che alcuna distrazione lo distogliesse. Ricercò dunque
la compagnia di Asal. Dal canto suo Asal, quando vide che non parlava, si ritenne al
sicuro da insidie alla sua devozione e si ripromise di insegnargli il linguaggio e la
scienza' della fede Facendo questo, avrebbe ottenuto una ricompensa più grande e
sarebbe stato più vicino a Dio. Asal decise di insegnargli in primo luogo il linguaggio:
gli diceva i nomi delle cose indicandole a gesti, poi glieli chiedeva ripetutamente e lo
faceva parlare, e quello li diceva aiutandosi con il gesto, finché gli insegnò tutti i nomi e
lo fece progredire a poco a poco: incominciò così a parlare in brevissimo tempo. Asal
prese a domandargli di lui, e da dove era venuto in quell'isola; Hayy gli spiegò che non
sapeva egli stesso la sua origine, che non aveva né padre né madre oltre una gazzella che
lo aveva a11evto. E gli disse tutto di sé, come si era elevato nella conoscenza, finché era
giunto alla fine al grado del conseguimento. Quando As1 sentì da lui la descrizione di
quelle verità e delle essenze separate dal mondo sensibile che conoscevano l'Essenza del
Vero Egli è potente ed eccelso -, quando gli descrisse l'Essenza del Vero altissimo ed
eccelso con le Sue più belle qualità, e gli descrisse come poteva le delizie di coloro che
giungevano a Dio, e il dolore di coloro che ne erano velati che .g1i contemplava nel
conseguimento, As1 non dubitò che tutte le cose che erano dette nella sua legge a
proposito di Dio - Egli è potente ed eccelso -, dei Suoi angeli e dei Suoi libri e dei Suoi
profeti, dell'ultimo giorno, del Suo paradiso e del Suo inferno, era raffigurazioni di
queste cose che contemplava Hayy ibn Yaqzan. Allora si dischiuse la vista del suo
cuore, si accese il fuoco della sua mente, furono concordanti per 'lui ciò che
comprendeva e ciò che credeva per tradizione, si avvicinarono a lui le vie
dell'interpretazione simbolica, e non rimase alcun problema sulle leggi che non gli
apparisse chiaro, né dubbio che non si risolvesse, né oscurità che non si chiarisse.
Divenne uno di quelli che sanno comprendere. Da allora guardò Hayy ibn Yaqzan con
ammirazione e rispetto, e fu vero ai suoi occhi che egli era uno degli amici di Dio " che
non hanno timore né si affliggono " '. Si impose di servirlo e di imitarlo, e di seguire i
suoi cenni in quei passi della legge che aveva appreso nella sua comunità che gli
parevano in contraddizione. Hayy ibn Yaqzan si mise a chiedergli informazioni su di lui
e sulle sue vicende, e Asal prese a descrivergli la sua isola e il suo mondo e come erano
vissuti prima che giungesse loro la comunità religiosa e come vivevano dopo che essa
era giunta. Gli descrisse tutto ciò che era detto nella legge a proposito del mondo divino ,
del Paradiso, dell'Inferno, del risveglio e della resurrezione, del raduno e del rendiconto,
della bilancia e del ponte. Hayy ibn Yaqzan comprese tutto questo, non ci vide niente di
diverso da ciò che contemplava nel suo stato sublime e comprese che colui che aveva
descritto ed enunciato quelle cose era veritiero nella sua descrizione, sincero nelle sue
parole, inviato dal suo Signore. Credette in lui, riconobbe la su sincerità e attestò la sua
missione. Si mise poi a interrogano sulle prescrizioni divine e sulle pratiche religiose che
questo inviato aveva enunciato. [Asal gli descrisse la preghiera canonica, l'elemosina, il
digiuno, il pellegrinaggio e altre simili pratiche esteriori. [Hayy] accettò queste
prescrizioni, vi si sotto mise e si impegnò ad osservarle, consentendo alle disposizioni di
colui che, a suo parere, era, sincero nel suo dire. Restavano tuttavia due cose di cui era
sorpreso e di cui non sapeva riconoscere la saggezza . La prima di esse era: perché
questo inviato nella maggior parte della sua descrizione del mondo divino aveva dato
agli uomini soltanto dei simboli, ast9nendosi dal rivelare, al punto che gli uomini si
erano venuti a trovare nel grande errore di attribuire un corpo a Dio ed avevano attribuito
all'Essenza del Vero cose di cui Egli era privo ed esente? E perché si era comportato allo
stesso modo nel descrivere la ricompensa e la punizione? La seconda cosa era: perché si
era limitato a queste prescrizioni e a queste pratiche religiose e aveva legittimato il
possesso delle ricchezze e l'abbondare nel cibarsi, al punto che gli uomini si dedicavano
alle cose vane e si allontanavano dal Vero? La sua opinione era infatti che nessuno
dovesse mangiare se non ciò che gli era indispensabile [per sopravvivere]. Quanto alle
ricchezze, non conosceva il significato di questo termine, e vedendo le disposizioni di
legge che riguardavano le ricchezze, come l'elemosina e ciò che da essa derivava, le
vendite, l'interesse, le pene e le sanzioni , si meravigliava di tutto ciò e lo considerava
troppo lungo. E diceva: " Se gli uomini comprendessero come stanno le cose, si
allontanerebbero da queste vanità, andrebbero incontro al Vero e troverebbero assurdo
tutto ciò '. E nessuno potrebbe disporre individualmente di una ricchezza il cui possesso
rende soggetti all'elemosina:, di cui la sottrazione furtiva espone al taglio delle mani , la
sottrazione manifesta alla perdita della vita". Cadeva in questo errore perché pensava che
tutti gli uomini fossero dotati di qualità eccellenti, di menti perspicaci e di anime
risolute, e non sapeva fino a che punto potevano arrivare la loro stupidità e la loro
imperfezione, la perversione del loro giudizio e la debolezza della loro volontà: essi
erano infatti " come le bestie, ed anzi più smarriti nel cammino " [Cor. 25,44].

Facendosi più grande la sua compassione per gli uomini e poiché sperava di aiutarli a
raggiungere la salvezza, gli venne l'intenzione di andare da loro per chiarire e
manifestare loro la verità. Ne discusse con il suo compagno Asal e gli domandò se
potesse trovare un espediente per raggiungerli. Asal gli fece osservare che gli sarebbero
stati contrari, per l'imperfezione della loro indole e per il loro allontanamento .da Dio.
Ma non gli riusciva di comprendere questo, e rimaneva nel suo cuore l'attaccamento a
quel suo desiderio. Dal canto suo, Asal desiderava che Dio guidasse per sua mano [di
Hayy] alcuni studiosi di sua conoscenza che erano più vicini degli altri alla salvezza.
Assecondò dunque il suo disegno, e decisero di stare sulla riva del mare e di non
allontanarsene né di notte né di giorno: forse Dio avrebbe fatto si che potessero
attraversare il mare. Si attennero a questo e supplicarono Dio Altissimo con la preghiera
di guidarli nella loro impresa. E per opera di Dio potente ed eccelso - avvenne che nel
mare una nave deviasse dalla sua rotta e che i venti e l'urto delle onde la spingessero
sulla spiaggia. Quando si avvicinò alla terra ferma, il suo equipaggio vide i due uomini
sulla riva. Si avvicinarono. As1 parlò loro e chiese se potessero portarli con loro.
Acconsentirono e li fecero salire sulla nave, e Dio mandò loro un venticello leggero che
portò la nave in un tempo brevissimo all'isola che desideravano raggiungere. Vi
sbarcarono, entrarono in città, e i compagni di As1 si raccolsero intorno a lui. Narrò loro
le vicende di Hayy ibn Yaqzan: lo circondarono di una grande attenzione, mostrarono
rispetto per la sua esperienza, gli si strinsero intorno, lo ammirarono e lo riverirono. As1
lo informò che quegli uomini erano più vicini di tutti gli altri alla comprensione e
all'intelligenza e che se non fosse riuscito ad insegnare loro, tanto meno sarebbe riuscito
ad insegnare alla grande massa.

Era capo e signore di quell'isola Sa1àmn, il compagno di As1 che sosteneva l'adesione
alla vita comunitaria e condannava la vita in solitudine. Hayy ibn Yaqzan si mise ad
istruirli svelando loro i segreti della saggezza. Ma come si elevò un poco dal senso
letterale e prese a descrivere qualche altra cosa che sembrava contraria a ciò che essi
comprendevano, presero ad allontanarsi da lui, le loro anime respingevano ciò che egli
esponeva e lo disprezzavano nei, loro cuori, anche se apparentemente gli manifestavano
il consenso perché era uno straniero e per riguardo al loro compagno As1. Hayy ibn
Yaqzan continuò a mostrarsi gentile con loro notte e giorno e a mostrare loro il Vero in
privato e in i5ubblico, ma questo non faceva che accrescere il loro allontanamento e la
loro avversione, poiché amavano il Bene e desideravano il Vero, ma per l'imperfezione
della loro indole non ricercavano il Vero secondo la Sua via, non Lo coglievano dove era
veramente, non Lo richiedevano alla Sua porta, ma volevano conoscerLo solo attraverso
la via delle autorità. Vista l'insensibilità della loro accoglienza, rinunciò a far loto del
bene e smise di sperare nel loro miglioramento. Considerando in seguito le varie
categorie di uomini, vide che quelli di ogni categoria, contenti di ciò che avevano [Cor.
30,32], prendevano per Dio il loro capriccio [Cor. 25,43 J, erano asserviti alle loro
passioni, si consumavano per accumulare i beni di questo mondo e si occupavano solo di
accrescerli, finché visitavano la tomba [Cor. 102,1-2 J. Non giovavano loro le
esortazioni, né agivano su di loro le buone parole, e la discussione non serviva che ad
accrescere la loro ostinazione. Quanto alla saggezza, non vi era modo per essi di
giungervi, né potevano trarne piacere: infatti l'ignoranza li aveva sommersi, i beni che
essi si procuravano si erano impadroniti dei loro cuori [3or. 83,14J, e Dio aveva sigillato
i loro cuori, le loro orecchie e i loro occhi con un velo, e grande sarebbe stata la loro
punizione [Cor. 2,73].

Quando vide che le cortine della punizione li avevano circondati e che veli tenebrosi li
avevano avvolti, e che essi tutti tranne pochi non si attaccavano, nella loro comunità
religiosa, che a questo mondo, che gettavano dietro le spalle le sue pratiche, per leggere
e semplici che fossero, e le vendevano a basso prezzo, e che li distoglievano dalla
menzione del nome di Dio altissimo il commercio e la vendita, e non temevano un
giorno in cui i loro cuori e i loro occhi si sarebbero trasformati {Cor. 24,37], gli fu
manifesto e seppe con assoluta certezza che non era possibile parlare loro chiaramente,
che era assurdo pretendere che facessero qualcosa oltre questo livello, che gli uomini per
la maggior parte utilizzavano la legge solo in ciò che riguardava la vita di questo mondo,
per avere il giusto sostentamento senza che nessuno facesse offesa a ciò che
possedevano, e che di essi non avrebbero Ottenuto la felicità ultima se non pochi e rari
individui, e cioè " coloro che si curavano della vita eterna, facevano sforzi per ottenerla,
ed erano credenti " [Cor. 17,19]. Quanto a quelli che prevaricavano e perseguivano la
vita di questo mondo, l'Inferno sarebbe stato la loro dimora [Cor. 79,37-39]. Quale
sofferenza è più penosa, quale miseria è più grande di quella di colui che, se tu esamini
le sue azioni da quando si sveglia dal sonno a quando vi fa ritorno, non ne trovi nessuna
che non sia volta a cercare di raggiungere il massimo grado in queste cose sensibili e
vili: radunare una ricchezza, procurarsi un piacere, soddisfare una passione o sfogare una
collera, conseguire un onore, vantarsi per aver compiuto una pratica religiosa o
compierla per salvare la propria, testa; tutte queste cose sono " tenebre su tenebre in un
mare profondo " e " di voi non è chi non vi giunga; c'è da parte del tuo Signore una
sentenza stabilita "[Cor. 19,71].

Quando comprese le disposizioni degli uomini, che essi per la maggior parte erano come
gli animali privi di ragione, riconobbe che ogni saggezza, guida e assistenza era in ciò
che i profeti avevano detto e la legge menzionava, e che non era possibile nient'altro né
aggiungervi niente, che c'erano uomini per tutte le azioni e che ognuno era facilitato a
compiere ciò per cui era stato creato. " Questa è la consuetudine di Dio, su coloro che
esistettero da prima, e non trovi alla consuetudine di Dio un mutamento "[Cor. 48,23]. Si
recò allora da Sa1mn e dai suoi compagni, si scusò con loro di ciò che aveva detto e lo
ritrattò davanti a loro; li informò che si era convinto delle loro opinioni e che si era
orientato nella loro direzione; raccomandò loro che, conformi ai loro doveri,
rispettassero le leggi e le pratiche esteriori che non approfondissero troppo lo studio su
ciò che non li interessava, che accettassero con fede i passaggi oscuri [del testo sacro] e
si sottomettessero ad essi, che si tenessero lontani dalle eresie e dagli atteggiamenti
eterodossi, che imitassero le prime generazioni dei credenti e abbandonassero le
innovazioni 2(,, Raccomandò loro che evitassero la dimenticanza della legge e
l'attaccamento a questo mondo, comuni alla grande massa dei fedeli, e li mise in guardia
contro questi errori con i suoi ammonimenti più calorosi.

Lui e il suo compagno As1 avevano infatti compreso che questa era l'unica via di cui
avevano bisogno questi uomini recalcitranti e incapaci, e che se si fossero innalzati da
questa via alle altezze del discernimento si sarebbe sconvolto ciò che essi avevano
acquisito e non sarebbe stato loro possibile raggiungere il grado dei beati: avrebbero
vacillato, sarebbero caduti e avrebbero fatto una misera fine. Se invece avessero
perseverato in ciò che facevano finché fosse venuta loro la vera fede, avrebbero
raggiunto la pace e sarebbero stati di coloro che stanno alla destra . " Quanto a quelli che
saranno giunti prima, saranno quelli che sono giunti prima, e quelli più vicini a Dio "
'[Cor. 56,10-11]. Si congedarono da loro, se ne separarono e si preoccuparono di tornare
alla loro isola, finché Dio - Egli è potente ed eccelso - permise loro di farvi ritorno. Hayy
ibn Yaqzan cercò il suo stato sublime nel modo in cui lo aveva cercato in precedenza,
finché tornò ad esso. As1 lo imitò, finché gli si avvicinò quasi allo stesso livello. E
servirono Dio su quell'isola fino alla fine della loro vita.

Conclusione
Questo - Dio ci aiuti e ti assista con la Sua ispirazione - è la storia di Hayy ibn Yaqzan,
di Asal e di Sa1min; essa è composta in parte di un discorso che non si trova in un libro,
né si ascolta nelle conversazioni abituali, ma è proprio di quella scienza celata che non
accolgono se non quelli che conoscono Dio, e non ignorano se non quelli che Ne sono
distratti.

Noi non abbiamo seguito in questo l'esempio delle prime generazioni musulmane nel
custodirlo gelosamente e nell'esserne avari. Ci hanno incoraggiato a rivelare questo
segreto e a squarciare il velo alcune false opinioni che sono apparse in questo nostro
tempo nelle quali si sono distinti alcuni pseudo-filosofi , e le hanno rese note finché si
sono diffuse nei vari paesi ed il loro danno si è generalizzato; abbiamo temuto che i
deboli, che hanno rigettato la fede nell'imitazione dei profeti - Dio li benedica - e hanno
ricercato la fede degli stolti e degli ignoranti, pensassero che erano quelle opinioni gli
insegnamenti " incomunicabili " a persone non degne, e che con questo aumentasse il
loro amore e il loro entusiasmo per esse. Abbiamo deciso dunque di far balenare loro
qualcosa del segreto dei segreti, per indurli ad avvicinarsi al Vero e distoglierli da quella
via. Sui segreti che abbiamo affidato a queste poche pagine abbiamo avuto cura tuttavia
di lasciare un velo sottile ed un esile schermo, che si diraderà. velocemente per chi è
affine a quell'insegnamento, e si farà denso e fitto per chi non è degno di oltrepassarlo, in
modo che non lo oltrepassi.

Io chiedo ai miei fratelli che presteranno attenzione a questi discorsi, che accolgano le
mie scuse per le inesattezze e le approssimazioni cui sono andato incontro nell'esporre e
nel dimostrare: ciò è accaduto solo perché ho scalato vette il cui estremo limite sfugge
allo sguardo, e ho voluto accostare ad esse il discorso per risvegliare il desiderio e
suscitare la brama di entrare nella Via. Chiedo a Dio indulgenza e perdono: ci conceda la
purezza della Sua conoscenza, ed Egli è di certo generoso e nobile. E su dite, fratello che
è un dovere aiutare, sia la pace, e la misericordia di Dio, e la Sua benedizione.