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Alberto Dolcini

anno accademico 2009/2010

Esame di Storia della Chiesa medioevale

Una medesima carit:


Il contributo cistercense alla riforma ecclesiale dellXI secolo.
Introduzione: Nel corso dellXI secolo la Chiesa attraversa uno dei momenti pi difficili e allo stesso tempo pi fecondi della sua storia, in un periodo che culminer nella figura di Ildebrando da Soana, monaco e poi papa della Chiesa con il nome di Gregorio VII, da cui prende il nome una delle pi grandi riforme ecclesiali. La crisi che stava investendo la Chiesa medioevale ha origini lontane e risale addirittura al crollo dellimpero Romano e alla fine dellepoca classica. La fine del gigante latino sotto i colpi delle invasioni barbariche lascia lEuropa completamente sguarnita dal punto di vista politico e strutturale; i vari popoli barbarici che invadono gli ormai ex territori imperiali sono del tutto sprovvisti delle capacit organizzative e politiche romane e la situazione si trascina nel caos e nel disordine. Neppure i pochi funzionari imperiali superstiti legati a Bisanzio possono nulla dal punto di vista organizzativo. La Chiesa, dal canto suo, gi da qualche secolo si era diffusa su tutto il territorio, organizzandosi in diocesi e metropolie. E proprio grazie a questa struttura ed organizzazione capillare che la Chiesa si mostra come unica candidata in grado di poter sostituire limpero1 nel fornire unadeguata ossatura organizzativa ai territori europei sferzati dalle orde barbariche. Emerge dunque come figura di riferimento per le citt quella del Vescovo, riconosciuta nel ruolo di guida anche dallo stesso imperatore doriente. Nel VI sec. emerge la figura di Benedetto da Norcia, che introduce anche in occidente il fenomeno del monachesimo attraverso la fondazione di cenobi e la stesura di una Regola che influenzer in maniera essenziale la formazione dellidentit della nascente Europa2. Il monastero, dunque, diventa ben presto il punto di riferimento per i territori di campagna, pi esposti al passaggio delle orde barbariche: il cenobio diventa centro della vita sociale, culturale e artistica, isola di civilt e sicurezza allinterno dellincertezza politica e sociale. Attorno ad essi talvolta si costituiscono piccoli agglomerati urbani, anche grazie alla bonifica del terreno, alla costruzione di strade e ponti per opera dei monaci. La Chiesa, cos immersa nel mondo, rischiava di diventare del mondo: il prestigio delle cariche ricoperte da vescovi e abati port a scegliere i candidati guardando pi alle loro capacit politiche e militari che alla profondit spirituale e preparazione teologica. Cos capita che ai vertici della Chiesa salgano uomini non proprio esemplari, avidi di prestigio e di denaro, responsabili in negativo della vita di monaci e fedeli. La decadenza ecclesiale legata a questo coinvolgimento del clero con il potere inizia ad emergere in epoca Carolingia (IX sec.), tanto da richiede gi allora un tentativo di riforma che avr per un esito ancor peggiore nel feudalesimo, invischiando preti e vescovi nelle lotte di potere tra i diversi signori locali: questa situazione di frammentazione del territorio porta alla costruzione da parte dei singoli feudatari di un sempre maggior numero di Chiese private (a scapito delle antiche pievi) servite da chierici scelti dagli stessi signori locali. Questa prassi favorisce la non adeguata preparazione dei chierici e limpossibilit di controllo sul loro operato, portando in breve tempo ad una decadenza morale e spirituale che si concretizza nella simonia e nel nicolaitismo. I monasteri non sono esenti da questa decadenza, a causa soprattutto dellinvadenza dei feudatari che intaccano lautonomia economica, spirituale, politica e giuridica dei singoli cenobi. Accanto alle difficolt interne alla Chiesa, ecco che la societ civile, cessate le invasioni barbariche, vive un periodo di rinascita: le popolazioni si assestano e danno vita ad un aumento demografico, laffinamento delle tecniche di coltivazione consente una maggior produzione di cibo, le citt diventano centri di scambi commerciali dando vita alla classe borghese. Questa ventata di rinnovamento che nasce dal basso la scintilla che far accendere tutto quel processo di riforma che la Chiesa sentiva necessario, ma che da sola, invischiata come era, addirittura nel papato, nelle lotte di potere tra i vari feudatari, non era capace di darsi. Diverse saranno le figure che guideranno questo grande processo di rinnovamento: laici, imperatori, presbiteri, vescovi, monaci e infine papi.
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La Chiesa si schiera nei confronti dei popoli barbari come la custode della cultura greco-romana, sulla quale ha innestato il messaggio cristiano (si pensi solo al contributo monastico nellinnestare sul ceppo culturale greco-romano il valore del lavoro fisico come via di realizzazione delluomo, reso partecipe dellopera creatrice di Dio e reso capace di santificare cos la propria vita, sullesempio di Cristo e degli Apostoli). Il ruolo della Chiesa non tuttavia semplicemente passivo: essa si impegna a trasmettere in maniera viva il patrimonio culturale di cui depositaria anche attraverso unapertura allintegrazione dei popoli barbari. 2 Si verifica qui una situazione paradossale: infatti i monaci, desiderosi di ritirarsi abbandonando il mondo, si ritrovano punto di riferimento per lEuropa senza pi una guida.

Noi vogliamo in queste pagine soffermare la nostra attenzione sul contributo che ebbero i monaci in questo movimento di rinnovamento, sottolineando in particolare il desiderio espresso dal movimento cistercense, nato da una costola del gi rinnovato movimento cluniacense, di ritornare in maniera assolutamente radicale ad una autentica applicazione della regola di Benedetto nella vita monastica. Il contributo monastico: la fondazione di Cluny Lepisodio pi importante della riforma monastica rappresentato dalla fondazione nel 910 dellabbazia di Cluny. La peculiarit di questa fondazione costituita dalla sua indipendenza dalla giurisdizione vescovile locale, in un desiderio di riacquistare quella autonomia espressamente prevista e dettata dalla Regola di Benedetto, ma di fatto impedita dalle ingerenze di feudatari e vescovi, anchessi ormai ridotti a signori locali invischiati in lotte di potere. Questa particolare caratteristica di Cluny viene perci inserita nel suo documento di fondazione, in cui labbazia assoggettata formalmente alla giurisdizione papale. Inoltre, lorganizzazione di Cluny caratterizzata dallaccentramento: tutti i monasteri che aderiscono alla riforma cluniacense sono considerati come ununica grande abbazia, raccolti sotto la giurisdizione dellunico abate di Cluny. Le abbazie dipendenti prendono il nome di priorati (non c labate, ma solo il priore), chiamati a raccolta nellunico capitolo di Cluny. Queste innovazioni, sicuramente importanti per togliere i monasteri dallautorit dei feudatari, si muovono tuttavia in direzione opposta alla tradizione benedettina, negando lautonomia dei singoli centri e la stabilit dei monaci (che ora potevano essere spostati da un priorato allaltro dallunico abate). Accanto a questo elemento giuridico di riforma, Cluny nasce soprattutto come luogo di preghiera, in cui la liturgia riveste un ruolo di assoluta centralit nella vita dei monaci. Questi elementi di rinnovamento non tardarono a far pervenire a Cluny e ai suoi priorati ricchezze e richieste di preghiere e di un gran numero di messe; molti monaci divennero preti, portando ad una clericalizzazione del ceto monastico, discostandosi in questo modo dallantica tradizione e allontanando i monaci dal lavoro manuale, ora affidato ad affittuari e servi3. Cluny e i suoi abati divennero in breve tempo figure di prestigio, potenza e autorit in tutta Europa, tanto da essere chiamati a dirimere difficili questioni diplomatiche (vedi ad esempio lintervento di mediazione dellabate Ugo allinterno degli attriti tra Gregorio VII e limperatore Enrico IV). Quello spirito riformatore che aveva animato il sorgere e lo sviluppo di Cluny, nel desiderio di affrancare il monachesimo dalle ingerenze del potere politico e della ricchezza, sembrava ora essere svanito, riportando la stessa Cluny tra i tentacoli mondani dai quali aveva voluto sfuggire. Citeaux e la nascita dei cistercensi: La riforma cluniacense aveva purtroppo sortito effetti diversi rispetto a quelli che si era proposta, portando prestigio e potere al ceto monastico e allontanandolo ancora una volta dalla vita dettata dalla Regola di Benedetto. Questa situazione non era ben sopportata da tutti i monaci; tra questi vi era il monaco Roberto, fondatore e abate del monastero clunicense di Molesme. Egli, desideroso di ordinare la propria vita sotto la custodia della santa Regola di Benedetto, e per realizzare la cosa in tutta libert4, abbandon Molesme insieme ad alcuni altri monaci, e, con lapprovazione di Ugo, vescovo di Lione e legato della sede apostolica, cerc un luogo dove poter realizzare quanto si era proposto. Il piccolo gruppo giunse nel 1098 in un luogo deserto detto Citeaux (Cistercium in latino), situato nella diocesi di Chalon, dove i monaci ritennero di trovare il luogo pi adatto a quella forma di vita che ormai da tempo pregustavano nellanimo e per la quale avevano compiuto quel viaggio5. Qui Roberto diede vita ad una fondazione monastica che prese il nome di Monastero nuovo, ricevendo dal vescovo di quella diocesi, Gualtiero di Couches, il pastorale, con cui i monaci venivano affidati alla sua cura e ai quali fece emettere promessa di stabilit presso quel luogo, recuperando cos una prerogativa essenziale della Regola, eliminata dalla riforma cluniacense. Roberto rest abate di Citeaux per poco: infatti i monaci di Molesme, recatisi addirittura a Roma da papa Urbano, richiesero a gran voce che Roberto tornasse a guidare la comunit cluniacense. Urbano, per mezzo del suo legato Ugo, vescovo di Lione, si premur affinch Roberto tornasse a Molesme.

Una caratteristica importante della Regola di Benedetto costituita dallequilibrio proposto tra le diverse componenti della vita del monaco (preghiera, studio e lavoro); Benedetto sempre molto attento alla persona e il percorso da lui proposto si muove nella direzione della assoluta e totale promozione della persona in ogni suo aspetto. La riforma di Cluny sembra andare in direzione opposta, sottolineando molto laspetto spirituale della preghiera, ma dimenticando quelli del lavoro e dello studio. 4 Exordium Parvum, I, 2, da I padri cistercensi, Una medesima carit, Qiqajon, pag. 43 5 Exordium Parvum, III, 4, pag. 46

La comunit di Citeaux, privata del suo pastore, si riun ed elesse come abate Alberico, uomo colto, dotato di una buona conoscenza delle scienze umane e divine, amante della Regola e dei fratelli6. Sar proprio Alberico, ufficialmente primo abate di Citeaux, ad impegnarsi a favore dei fratelli e ad ottenere il privilegio da parte di Roma nel 1100. Papa Pasquale, accordando la sua protezione al nascente ordine cistercense, esorta i monaci a perseverare nella loro scelta di totale abbandono del mondo attraverso unaustera condotta di vita, fedele alla Regola di Benedetto7. Il nascente ordine cistercense si caratterizzava, dunque, per un ritorno rigoroso alla Regola di Benedetto 8, in aperta polemica con Cluny. Qui trova spiegazione la ricerca da parte cistercense di una maggior austerit di vita9, di luoghi isolati e impervi per le nuove fondazioni, la povert nel cibo e nel vestiario 10, la sobriet nelle decorazioni delle chiese e dei manoscritti e nelle suppellettili sacre11. Anche la strutturazione dellordine, codificata dal successore di Alberico come abate di Citeaux, il monaco di origini angle Stefano Harding, non rispecchia il centralismo cluniacense, ma avviene attraverso una serie di legami spirituali, in una sorta di confederazione tra le diverse abbazie12. Centro di tutta la vita cistercense la carit: tra Citeaux e le prime grandi fondazioni (La Fert, Pontigny, Clairvaux e Morimond) e tra queste e le altre abbazie figlie non sussiste alcun legame giuridico, quanto piuttosto uno stretto legame spirituale fondato sulla reciproca carit13. Una medesima carit: lamore come centro e fondamento della vita cistercense La carit, attinta dal profondo rapporto con Cristo, costituisce, dunque, il centro assoluto della vita cistercense nei rapporti tra le diverse abbazie e nei rapporti della vita quotidiana. Essa costituisce la via attraverso la quale i monaci possono tornare a vivere in maniera autentica la venerata Regola di Benedetto. E la gi citata Carta Charitatis a mostrarci come la carit penetrasse profondamente la vita quotidiana dei monaci bianchi. La vigilanza sullautentica e integrale osservanza della Regola veniva svolta dai monaci nei confronti dei confratelli in nome della carit14, in aiuto e sostegno reciproco. Cos anche la norma per cui ogni fondazione doveva uniformare i propri libri liturgici e di preghiera a quelli del Monastero nuovo di Citeaux mostrava il profondo desiderio di unit tra i confratelli, vissuta non attraverso imposizioni giuridiche (in polemica ancora contro Cluny), ma attraverso una medesima carit15, vivendo la stessa e usanze comuni. Gli interventi portati avanti dallabate del Monastero nuovo per correggere laddove egli riscontrasse mancanze riguardo alla Regola, dovevano venir fatti secondo carit16, senza spadroneggiare in nome di una carica giuridica (contro laccentramento cluniacense), ma confrontandosi con labate locale e mettendosi al servizio del bene dei fratelli.

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Exordium Parvum, IX, 2, pag. 53 Exordium Parvum, XIV, 8, pag. 59 8 Exordium Parvum, XV, 10-12, pagg. 62-63. Di fronte alle difficolt incontrate nel coniugare il sostentamento con la volont di vivere nella maniera pi autentica la Regola di Benedetto, con il permesso del vescovo, i cistercensi accolsero presso i loro monasteri dei laici barbati (quelli che saranno poi chiamati conversi), che si occupassero, insieme ad operai salariati, delle coltivazioni e delle vaste propriet terriere, situate anche a grande distanza dal monastero (grange). 9 Exordium Parvum, XV, 9, pag. 62. I monaci cistercensi, nuovi soldati di Cristo, sono esortati alla massima povert, poveri col Cristo povero (prendendo una citazione di S. Gerolamo). 10 I cistercensi useranno abiti di lana non tinta e quindi bianca, per i quali saranno chiamati monaci bianchi, distinguendosi cos dai cluniacensi, i quali usavano abiti di lana tinta e venivano detti monaci neri. 11 Exordium Parvum, XVII,5-8, pagg. 64-65. Nei monasteri cistercensi non permesso tenere suppellettili sacre di materiale prezioso, n paramenti sacri troppo ricchi. In queste annotazioni si scorge ancora una polemica mossa in maniera neppure troppo velata contro Cluny e la sua prassi liturgica, caratterizzata da grande solennit. 12 Carta Charitatis, I, 2, pag. 71. Questo testo permeato della dottrina di Benedetto, verso cui vuole guidare nuovamente i monaci. La centralit della carit nei rapporti tra i diversi monasteri e tra confratelli vuole rimettere al centro limportanza primaria della promozione della persona umana, caratteristica essenziale della Regola di Benedetto. 13 Cfr. Carta Charitatis: documento redatto dallo stesso Stefano Harding per regolare i rapporti tra i vari monasteri cistercensi e la vita quotidiana dei monaci. La stesura di questo testo, che riprende in s diversi passaggi della Regola di Benedetto, collocabile tra il 1113 (anno della prima fondazione da parte di Citeaux presso La Fert) e il 1119 (anno dellapprovazione ufficiale da parte di papa Callisto II dei capitoli e costituizioni). Cfr. I Padri cistercensi, Una Medesima Carit, pagg. 67-81. 14 Cfr. Carta Charitatis, I, 4, pag. 72. 15 Cfr. Carta Charitatis, III, 2, pag. 73. 16 Cfr. Carta Charitatis, IV, 5-6, pag. 74. LAbate il punto di riferimento per le comunit e costituisce per essa limmagine di Cristo e della sua carit.

Gli abati di tutti i monasteri cistercensi si radunavano una volta allanno per il capitolo generale presso il Monastero nuovo, per trattare della salute delle anime dei monaci e del modo di vivere la Regola. Nel caso ci fosse necessit di correggere qualche abate, questo servizio doveva essere fatto in nome della carit17, in favore della salvezza del fratello. Se poi un abate, o addirittura labate del Monastero nuovo, si fosse reso responsabile con i suoi monaci di atteggiamenti di disprezzo verso la Regola, gli altri abati, con particolare riguardo per quelli delle quattro prime fondazioni di Citeaux, avevano il dovere di richiamare e correggere nella carit coloro che si erano resi responsabili di una cos grave colpa, dapprima coinvolgendo il vescovo e il clero della diocesi di appartenenza dellabate oppure, nel caso in cui gli imputati non si ravvedessero, agendo in prima persona attraverso la loro scomunica18. Una medesima carit: lamore attraverso larchitettura. La via della povert e della sobriet quella scelta dai cistercensi per tornare ad una autentica osservanza della Regola di Benedetto. Questa caratteristica tipica dellordine dei monaci bianchi si rispecchia anche nellarchitettura delle loro abbazie, a partire dalla scelta del luogo di edificazione. Un vecchio detto recita: Bernardus valles, colles Benedictus amabat, Franciscus vicos, magnas Dominicus urbes19. I monasteri cistercensi erano spesso edificati allinterno di valli isolate, impervie e poco ospitali, lontano dalle citt. Questa scelta20 rispecchia il profondo desiderio di austerit, silenzio e fuga dal mondo che caratterizzava lordine cistercense, lontano dai condizionamenti del potere e della politica. I lavori di edificazione erano assai elaborati, dovendo tenere conto di diversi fattori, tra i quali lorientamento rispetto alla luce del sole e la gestione delle acque, necessarie per la vita quotidiana21. Tra gli elementi fondamentali che costituivano la struttura dellabbazia figuravano il chiostro e la chiesa. Il chiostro22 il cortile interno, il cuore del monastero. Di forma quadrata o rettangolare, circondato da quattro corridoi coperti, dai quali si accede alle diverse stanze del monastero, localizzate lungo i diversi lati del chiostro secondo una ben precisa disposizione23. Per sottolineare come anche larchitettura rispecchiasse la centralit della carit nella vita cistercense, ci soffermeremo sulla galleria che correva lungo la chiesa (solitamente quella esposta a nord24), detta chiostro della collatio25. Qui i monaci solevano sedersi la sera, prima di Compieta, per ascoltare una lettura (spesso tratta dalle Collationes di Cassiano, da cui il nome del corridoio) che li edificasse al termine della giornata 26. Pi che sulla collatio, vogliamo soffermarci su un altro rito che si svolgeva una volta a settimana nello stesso luogo; stiamo parlando del mandatum27, una lavanda dei piedi rituale che ricordava ai monaci il dovere dellumilt e della carit nei confronti del prossimo, in memoria di Cristo che lava i piedi agli apostoli. Il mandatum settimanale si svolgeva il sabato pomeriggio, subito prima della collatio. Il rito vedeva coinvolti i quattro monaci dei due turni che si davano il cambio in cucina al sabato, incaricati di lavare i piedi allabate e agli altri confratelli, seduti sulle panche presenti in quella parte del chiostro. Il Gioved Santo questo rito assumeva una forma speciale nel mandatum dei poveri: il portinaio sceglieva dalla foresteria tanti poveri quanti erano i monaci e li portava nel chiostro della collatio. Qui i confratelli onoravano i poveri, lavando, asciugando e baciando loro i piedi e consegnando una moneta.

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Cfr. Carta Charitatis, VII, 2b-3, pag. 75. Cfr. Carta Charitatis, IX, 2a-12, pagg. 77-79. 19 Bernardo amava le valli, Benedetto i colli, Francesco i paesi, Domenico le grandi citt. Cfr. T. N. Kinder, I Cisterciensi, vita quotidiana, cultura, arte, Jaca Book, pag. 79. 20 La scelta del luogo di edificazione di una nuova abbazia risultava tuttaltro che semplice. Per lesposizione approfondita di tutte le procedure rimandiamo alla lettura del cap. 4 Vivere in una valle di lacrime dellopera citata alla nota 19. 21 Cfr. T. N. Kinder, I Cisterciensi, La gestione delle acque, pagg. 83-85. 22 Dal latino claustrum, luogo chiuso. 23 Solitamente lungo il corridoio esposto a sud si trovavano il refettorio, il dormitorio, le latrine e altre stanze legate ad esigenze di natura corporale; lungo il corridoio esposto ad est si trovavano la sacrestia, la sala capitolare, gli armadi per la custodia di libri, tutti luoghi adibiti ad attivit intellettuali; lungo il corridoio esposto a nord si trovava la Chiesa, luogo di nutrimento per lo spirito. Questa disposizione dava luogo alla tripartizione del chiostro in tre zone adibite a differenti tipi di attivit e identificate rispettivamente con i nomi di corpus, anima e spiritus. Cfr. T. N. Kinder, I Cisterciensi, pagg. 107-108. 24 Cfr. Piantina dellabbazia di Noirlac, in T. N. Kinder, I Cisterciensi, pag. 108. 25 Cfr. T. N. Kinder, I Cisterciensi, Il chiostro della collatio, pagg. 133-134. 26 Questa prassi esplicitamente comandata da Benedetto nel cap. XLII della Regola. 27 Nome tratto d Gv 13,34, brano in cui Ges da agli apostoli il comandamento nuovo dellamore (Mandatum novum).

A questo rito seguiva il mandatum della comunit, in cui, a imitazione di Cristo, era labate a lavare i piedi a dodici confratelli (quattro monaci, quattro novizi, quattro conversi), seguito dai suoi assistenti che lavavano i piedi a tutto il resto della comunit. Le attivit che si svolgevano nella galleria accanto alla chiesa (collatio e mandatum) erano di natura spirituale, come quelle che si svolgevano in chiesa, e ponevano laccento sulla vita cristiana in comunti, sottolineando sia laspetto interiore personale (collatio) sia laspetto della condivisione e dellattenzione verso il prossimo (mandatum). Il mandatum settimanale ricordava lunit nella carit della comunit monastica; il mandatum del Gioved Santo inseriva la carit della comunit in quella di Cristo e dei suoi discepoli; infine il mandatum dei poveri ricordava alla comunit la responsabilit assunta nei confronti del mondo di povert e sofferenza che si estendeva oltre il muro dellabbazia. Il fatto che questi riti si svolgessero sempre in una parte specifica del chiostro, attraverso la quale ogni monaco si trovava a passare spesso durante le sue giornate, faceva di quel luogo un importante simbolo che ricordava lassoluta centralit della carit nella vita quotidiana. Se il chiostro il nucleo del monastero, la chiesa ne costituisce il centro, luogo in cui tutta la vita cistercense trova significato e senso. Larchitettura delle chiese cistercensi contiene un profondo messaggio che si cela sotto una semplicit solo apparente. Questo messaggio veicolato soprattutto attraverso elementi di carattere non figurativo, come la scelta del luogo di edificazione, le dimensioni, i materiali e la particolare simbolica di tutta larchitettura in s. Questi simboli, del tutto evidenti e comprensibili per un monaco del XII sec., oggi possono a noi risultare di difficile comprensione. Non bisogna dimenticare che queste chiese erano luoghi di preghiera, di contemplazione e di celebrazione liturgica per i monaci che li abitavano e la loro architettura parlava loro profondamente. Dunque, il segreto per comprendere il profondo messaggio che traspare dalle chiese cistercensi sta nel leggere le loro architetture pensando alla vita quotidiana condotta dai monaci del XII sec. Guardando larchitettura di una chiesa cistercense risulta subito evidente la semplicit delle decorazioni: vetrate colorate e capitelli finemente decorati sono banditi da questi luoghi. Il colore e lelaborazione delle decorazioni, infatti, impegna la mente del monaco e lo distoglie dalla preghiera e dalla meditazione, scopo principale della vita monastica. Anche questa scelta si inserisce nel desiderio di austerit e di fedelt alla Regola28 che anima lo spirito cistercense, invitando il monaco ad una preghiera tranquilla e armoniosa, calma e serena, favorendo il processo di interiorizzazione della Sacra Scrittura e delle letture spirituali. Altro elemento caratteristico e importante dellarchitettura cistercense caratterizzato dalle frequenti piccole decorazioni, spesso a motivo floreale o naturalistico, distribuite lungo i diversi luoghi del monastero. Bench ai nostri occhi possano sembrare semplici e graziose decorazioni messe per abbellire lambiente, esse racchiudevano per il monaco che le vedeva pi volte ogni giorno, girando per il monastero un profondo messaggio, spesso di origine biblica. Consideriamo ad esempio la piccola rosa scolpita sopra larchitrave della porta della chiesa usata dai monaci nellabbazia di Snanque 29: il monaco, imbevuto di Sacra Scrittura, riportava subito alla mente Cristo, esaltato come pianta di rose in Gerico (Sir 24,14), ed era incitato a seguire lesortazione a crescere come una pianta di rose sulla riva di un torrente (Sir 39,13). Cos queste frequenti piccole decorazioni erano per il monaco un continuo memento nel linguaggio simbolico della salvezza di Cristo e un incessante richiamo alla propria vocazione a vivere a immagine di Dio in una medesima carit. Una medesima carit: S. Bernardo e il rapporto del monaco con il Dio-Amore Bernardo (1090-1153) diventa novizio cistercense nel 1113, allet di 23 anni, dopo soli 15 anni dalla fondazione dellordine; i monaci bianchi vivevano un momento di difficolt in quel periodo a causa della scarsit di vocazioni che rischiava di far morire lordine appena nato30. Lingresso di Bernardo, dotato evidentemente di una personalit di profondo fascino, ribalt la situazione, provocando un grande fiorire di vocazioni (entrando in monastero Bernardo port con s circa una trentina di persone tra parenti e amici) e favorendo lespansione dellordine31 nella fondazione delle prime abbazie figlie.
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La Regola di Benedetto descrive in maniera molto accurata (dal cap. VIII al cap. XX) la liturgia comune dei monaci, esortando ad una preghiera continua immersa nel profondo silenzio (cfr. anche cap. XLII). La scelta di unarchitettura semplice e austera desidera favorire al massimo questa esortazione, richiamando ad una preghiera umile e fiduciosa. 29 Cfr. T. N. Kinder, I Cisterciensi, pag. 218 e pag. 235 (anche se qui la decorazione riguarda labbazia di Bonmont risulta utile per farsi unidea di ci che continuamente i monaci vedevano). 30 Cfr. Exordium Parvum, XVI, 2-4, pagg. 63-64. 31 Cfr. Exordium Parvum, XVIII, pag. 66.

Tra i cistercensi della prima generazione (e anche oltre) Bernardo rappresenta lautore che meglio di tutti riuscito a sintetizzare nei suoi scritti la centralit dellAmore e della fedelt alla Regola di Benedetto che contraddistingue lordine dei monaci bianchi. E in particolare la sua opera De praecepto et dispensatione (Sul precetto e la dispensa, opera poco conosciuta, composta prima del 114432) a fornire ai monaci una vera e propria dottrina sulla carit monastica. La stretta fedelt alla Regola ordinata e subordinata al primato della carit: solo lobbedienza pu introdurre il monaco nel campo infinito della carit. Ma che cosa la carit per Bernardo? Essa non altro che lessenza di Dio che in Cristo si rivela come Dio-Amore. E come avvicinarsi a Dio-Amore? Per Bernardo non esiste altra via che Cristo stesso. E verso Cristo il monaco chiamato ad assumere un atteggiamento di ricordo e imitazione. I consigli che Bernardo da ai suoi monaci nascono dalla sua stessa esperienza fatta di una assidua lettura biblica accompagnata dalla riflessione e dalla preghiera immersa nella liturgia. Cristo va imitato nel dono totale di s attraverso la pratica della mortificazione nelle osservanze quotidiane della regola e nella rinuncia ad ogni egoismo. Ci possibile attraverso la devozione e il fervore interiore che accendono lanima, illuminano lintelligenza, donano la pace, la dolcezza e il raccoglimento. Solo cos lanima del monaco potr mantenersi in ogni istante della giornata, nei momenti di preghiera e in quelli di lavoro, in costante raccoglimento, pronta a ricevere nella sua profondit la visita di Dio-Amore, culmine dellesperienza cristiana, dono del Verbo, da accogliere nella fedelt alla Regola e vivendo con i confratelli in una medesima carit. Conclusione: Fedelt alla regola e carit costituiscono dunque i pilastri della vita cistercense. Con questo desiderio nel cuore labate Roberto e i suoi primi compagni abbandonarono il monastero di Molesme per fondare il Monastero nuovo e cercare di ridare nuovo slancio al monachesimo benedettino, invischiato, come la Chiesa intera, nelle lotte per il potere e il prestigio. La ventata di rinnovamento portata da Citeaux rese i cistercensi punto di riferimento allinterno della Chiesa e la societ: lo stesso Bernardo, abate di Chiaravalle, oltre ad essere dotato di profonda spiritualit, fu anche valente uomo politico e influente presso la santa sede. Quando poi, nel 1145, viene eletto papa Eugenio III (al secolo Pietro Bernardo dei Paganelli), discepolo di Bernardo33, lordine cistercense ottiene grande prestigio allinterno della Chiesa. Questa situazione allontana di fatto i monaci bianchi da quel rigore e quel distacco dal mondo che avevano caratterizzato i loro inizi. Lo stesso Bernardo fu costretto pi volte a violare la stabilitas, intraprendendo viaggi diplomatici e politici34 lungo lEuropa. La riforma cistercense costituisce sicuramente un momento importante allinterno del vasto movimento di rinnovamento che investe la Chiesa nellXI sec., costituendo, come ogni movimento riformatore, un anelito a ritornare umilmente alle origini della Chiesa, nella ricerca dellessenziale e nel perseguimento della perfezione nella sequela di Cristo. Linsegnamento che essi ci lasciano, e che non smette di essere valido anche oggi, costituito dalla fedelt e obbedienza ad una Regola (che si traduce poi in fedelt e obbedienza a Cristo) 35 e nellAmore vissuto concretamente allinterno della vita quotidiana.

Bibliografia: S. Xeres, Dispense scolastiche di Storia della Chiesa Medievale, a.a. 2009-2010. (In particolare: parte II La Chiesa al sorgere di una nuova civilt, Cap. 2 Il monachesimo benedettino e parte IV La riforma dellXI secolo, Cap 3 La riforma monastica). I Padri Cistercensi, Una Medesima Carit, Qiqaion, 1996. T. N. Kinder, I Cisterciensi, vita quotidiana, cultura, arte, Jaca Book, 1998. J. Leclerq, Spiritualit del Medioevo (secc. VI-XII), EDB, 1969.

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Cfr. J. Leclerq, Spiritualit del Medioevo, EDB, pag. 330. Ci rifaremo a questo testo per tutta questa sezione. Bernardo dedica a Eugenio III lopera De consideratione, in cui lo consiglia riguardo il governo apostolico. 34 Famoso lepisodio della chiamata di Bernardo da parte di papa Eugenio III per predicare la seconda crociata nel 1146. 35 Ad eum per oboedientiae laborem readeas, a quo per inoboedientiae desidiam recesseras: cos il Prologo della Regola di Benedetto sintetizza lesistenza cristiana. Lobbedienza alla regola attraverso la fatica della fedelt obbedienza a Cristo e via del ritorno a Lui.