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IL DISCORSO di Leopardi

e noi

Il Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani non finisce di stupire per la sua attualit. Che il termine presente abbia mantenuta intatta la sua funzione indicativa la dice lunga, sia sulla natura nient affatto passeggera dei mali che affliggono gli italiani, sia sul valore quasi divinatorio che il saggio leopardiano ha assunto nel corso dei due secoli che ci uniscono ad esso, e non ci dividono. Ora, l involontaria forza di predizione si spiega a nostro avviso con la grande capacit, quasi rabdomantica, che il suo autore ha di percepire i fenomeni e le relazioni umane. Ma anche con la forza di elaborare le sensazioni, tramutandole in pensieri, dando nome e concetto a quanto percepito. Una forza che si espande in un indagine che mantiene una salda e sicura organizzazione dei pensieri, che distingue per bene premesse da conseguenze, fenomeno da nocciolo del fenomeno. Sensazioni e pensiero che si condizionano reciprocamente: sembra una cosa banale, dato che dovrebbe essere sempre cos quando si vuole capire il presente, ma una banalit difficile a farsi, frutto di una mediazione complessa. Vorremmo spiegarci nel concreto. Che cosa distingue Leopardi da un qualunque altro ipotetico recanatese, pure lui a disagio con il cinismo e le railleries dei suoi concittadini ? Diremmo, ad esempio: il fatto che il conte Giacomo si formato su Rousseau, in primo luogo sul Discours sur l origine de l ingalit, e per di pi in modo creativo. Basta infatti leggere alcune pagine dello Zibaldone per capire come abbia elaborato anche posizioni diverse dal ginevrino: vedi il ruolo della civilizzazione nella storia. Ampie sono per le zone di consenso, come il superamento di una visone ingenua del rapporto tra natura e storia, che diventa consapevolezza che tanti fenomeni, che d acchito parrebbero antropologici e infrastorici, sono in realt sedimentazioni storiche. Leopardi poi, coniando il termine societ stretta, in contrapposizione al suo opposto, cio societ larga, rende ancor pi pregnante una coppia concettuale gi in qualche modo presente in Rousseau. D altro canto la fenomenologia che gli sta di fronte a dare concretezza o a smentire, o a relativizzare certi criteri di giudizio concettuali. La ricchezza, mirata, dei dettagli raccolti da Leopardi, connessa alla sottolineatura del ruolo decisivo che deve assumere la civilizzazione, dimostra appunto grande acume nel percepire e portare-aconcetto. * * *

Non da ultimo, da ammirare la densit argomentativa del Discorso. Leopardi stringatissimo nel tessere la trama della sua indagine e del suo pensiero, non si lascia andare a divagazioni cronachistiche. Non solo. Per andare alla radice delle cose decide di non occuparsi delle cause storiche e ideologiche del nodo che vuole sciogliere. Tutto questo giova 1

grandemente alla distillazione delle sue tesi ed impeccabile dal punto di vista eziologico. Ma quanto abbiamo appena detto non dovrebbe in fondo meravigliare, trattandosi del lavoro di chi ha praticato al massimo livello il cosiddetto pensiero poetante e di chi era a suo agio in entrambe gli elementi, pensiero e poesia, anche quando fossero distinti. Vorremmo a questo punto evidenziare in modo succinto le componenti del discorso leopardiano. Lo faremo in modo sistematico e un po didascalico, prendendo a prestito il linguaggio medico, un linguaggio che ha sempre la sua efficacia. a ) La sintomatologia e l analisi ecografica dei mali profondi dell Italia e degli italiani portano a questi referti: nichilismo e scetticismo diffusi, mancanza di un buon tono nella vita di societ, dissipazione comunicativa, cinismo, egocentrismo, mancanza di un ceto medio che sia cardine della societ civile, mancanza di una cultura nazionale, comportamenti dettati non da costumi, ma da mera, acritica abitudine, mancanza di senso progettuale, vita vissuta soprattutto nella dimensione del presente. Ecco una bella fotografia dell Italia di ieri e di oggi. b ) La diagnosi, la quale, detto in modo scolastico, connette principi e causa formale ai dati empirici, giunge a questo verdetto: diffusissima mancanza di autostima e di riconoscimento tra i membri del corpo sociale. Globalmente: mancanza di societ stretta2 nella societ stretta1. c ) La terapia prescritta: dosi massicce di civilizzazione come opera e portato della societ stretta2. Organo primario della cura: il ceto medio cittadino. Luogo della cura: la societ civile quale sede dei bisogni secondi. * * *

Leopardi non si esprime esplicitamente sulla terapia. Il suo non un pamphlet, un invito all azione. Sappiamo per da altre opere (Canti, Paralipomeni, Zibaldone) che il recanatese auspicava, eccome, una rinascenza italiana e se ne sentiva assolutamente coinvolto. Quindi l aggiunta di c ) nella nostra metafora medica ci pare pi che legittimo. Abbiamo appena rilevato che il cardine attorno a cui dovrebbe ruotare la riforma della nazione dovrebbe essere la societ stretta2, il cui concetto fa da filo conduttore dell intiero Discorso, ma puntualizzato soprattutto nei capoversi II, III e XIX. Abbiamo anche rilevato altrove ( vedi: Alcune osservazioni, par. IV ) che non ogni forma di socialit ha i requisiti per plasmare una societ stretta2. Conditio sine qua non che si instauri e sussista reciprocit di rapporti, e riconoscimento tra gli individui che la compongono. Solo cos possono nascere vera autostima e sani costumi. Ma basta questo ? Proviamo a riflettere. Stando solo a questi criteri, allora anche la mafia, essendo a tutti gli effetti una societ stretta, sarebbe a tutti gli effetti un pezzo della societ civile. A noi sembra per che essa sia societ incivile, o anticivile per eccellenza. Ci siamo forse sbagliati sul conto della mafia, oppure il criterio leopardiano a non funzionare ? Diremmo piuttosto che Leopardi d per scontato che la societ stretta2 debba perseguire come fine il bene comune, il fine immanente a qualunque societ tout court. [A tal scopo si veda: Zibaldone, pag. 3781]. Questo convincimento apparentemente triviale assai antico, ma era stato rinverdito verso la met del 700 da Rousseau. E Leopardi lo aveva fatto suo. Ci sentiamo allora di aggiungere in buona coscienza alla terapia anche che: la societ stretta2 deve operare per il bene comune. Detto di nuovo nel linguaggio della scolastica: il bene comune sarebbe la causa finale della civilizzazione.

Ma Leopardi ha trascurato del tutto la causa efficiente della civilizzazione3 ? S e no. L ha trascurata quanto alla mancanza in Italia di civilizzazione3 e ovviamente di societ stretta2. Non l ha invece trascurata quanto alla origine storica della presenza , in altri Paesi, di questi fenomeni. Se infatti fermiamo l attenzione sul capoverso XIX, corredato dalla nota 17, veniamo a sapere come la pensava in merito il nostro autore. Leopardi sottolinea infatti l importanza che hanno avuto nel Centro e nel Nord della Europa, ed avevano ancora in epoca post-illuministica, movimenti cristiani come quelli dei Fratelli Moravi, o dei Quaccheri. Noi potremmo aggiungere i Presbiteriani, Anabattisti, Metodisti, Puritani e ovviamente Calvinisti e Zwingliani. Ma eccoci allora in piena riforma protestante. Una riforma che agirebbe ancora al tempo di Leopardi grazie alle sue illusioni, alle sue idee-forza sulla e nella societ. Ma in che consisteva e consiste il carattere precipuo di quei cristiani riformati ? Nel peso che hanno dato e danno ad una concezione interiore e rigorista del cristianesimo, cos come all ascesi di vita in tutte le sue manifestazioni, anche lavorative e sociali. Che la salvezza avvenga per predestinazione, oppure per fede, poco importa. Segno di fede e di salvezza non sono principalmente delle pratiche separate dallo svolgersi della vita in toto, non sono solo o principalmente adempimenti liturgici e sacramentali, ma l espandersi di sentimenti e disposizioni cristiane nell intero mondo della vita. Ecco perch queste tendenze hanno giovato e giovano allo sviluppo di buoni costumi nella societ civile. Max Weber aggiungerebbe: anche in politica, nello sviluppo delle forze produttive e della societ dei bisogni. Leopardi non proprio un Max Weber ante litteram, ma, in questo caso, il passo da lui al grande sociologo non lungo. Quanto all Italia, il giudizio del poeta per converso feroce: N mi si oppongano simili pratiche religiose o qualunque, degl italiani, perch queste in Italia, come ho detto, sono usi e consuetudini, e non costumi, e tutti se ne ridono () . Lasciateci insistere su questo punto. Potremmo dire che CL favorisca la civilizzazione, cio lo sviluppo della societ stretta ? Si sarebbe tentati di rispondere affermativamente, vista la seriet dell organizzazione, visto l impegno dei suoi membri a promuover la cooperazione, visto il loro impegno diaconico. Ma proprio cos? CL pratica un cattolicesimo assolutamente ortodosso, anzi sottolinea con forza la mediazione sacramentale della Chiesa, il rispetto assoluto delle forme liturgiche in senso salvifico, il ruolo sacrale del clero. Non entriamo nel merito del senso teologico ed ecclesiologico di questa posizione strettamente cattolico-romana. La vogliamo considerare solo nel suo impatto sociale e civile. Non detto che, di per s, il cattolicesimo de-responsabilizzi il fedele nei confronti dei suoi simili. Quel che vi manca questo: il momento della responsabilit sociale e civile come banco di prova, e di realizzazione, per la salvezza dell anima. Il cattolico si sente in fondo svincolato, quanto alla salvezza, dal riconoscimento di stima immanente alla societ mondana, dalla dinamica del reciproco riconoscimento nella societ. Ergo: movimenti come CL sono ben che vada neutrali rispetto all obiettivo di costituire la societ stretta2; se invece va male, sono dannosi. Ed ahim, il caso italiano sembra fornire tanti esempi di dannosit ciellina. * * *

Ora, vorremmo, a mo di glossa, evidenziare come l analisi leopardiana soddisfi tutti i criteri dell eziologia aristotelica, anche se al recanatese, come scrive il buon Benedetto Croce, mancavano disposizioni e preparazione speculativa . Orbene, qualsiasi seminarista o 3

neo-tomista di discreta preparazione potrebbe riassumere cos le tesi leopardiane : Nell et moderna si danno le seguenti cause della civilizzazione3: causa materiale la popolazione in quanto entit demografica ben delimitata, causa finale il bene comune e universale dei componenti della societ, causa efficiente la riforma protestante e le sette ereticali, causa formale la presenza effettuale e l opera di una societ stretta. Anche chi pensa che questa nota pecchi di pedanteria, non potr per negarne una certa pregnanza. * * *

Ci siamo dilungati abbastanza nel tentativo di definire qual il principale livello della riflessione leopardiana e siamo giunti alla conclusione che questo marcatamente filosofico. Ma non sarebbe giusto fermarsi qui. Poich Leopardi si occupa principalmente della causa formale del problema storico su cui riflette, il suo discorso ha anche un enorme potenziale politico, per l ieri e per l oggi. Soffermiamoci ora su quest ultimo aspetto e cerchiamo di compilare un catalogo delle conclusioni pi rilevanti a cui egli giunge. 1 ) I fenomeni deleteri che caratterizzano la societ italiana sono l individualismo sfrenato, la dissipazione comunicativa, il cinismo, l egocentrismo, l indifferenza verso le virt sociali e civili, l arte dello scherno e dello sghignazzo, lo scarsissimo livello di autostima. La ragione di questi fenomeni per lui aberranti duplice: il nichilismo postilluministico e la mancanza di societ stretta2. Se quelli sono i vizi, il loro rovescio sono queste virt: il senso della civitas, modi di comportamento rispettosi degli altri, la stima reciproca quale giusta canalizzazione dell amor proprio, il senso dell onore, la formazione di una sana e partecipe opinione pubblica. Il criterio base per giudicare se delle relazioni sociali siano sane oppure patologiche la relazione di reciprocit. Assente o scarsissima nel caso dei vizi, invariabilmente la radice delle virt civili. 2 ) L orizzonte per creare ed in cui inscrivere la societ stretta2 giocoforza quello nazionale. Un Italia unita ed autonoma, con un centro nazionale sarebbe un elemento necessario, anche se di per s non sufficiente, per fare un efficace opera di civilizzazione e di produzione di cultura. Detto con un linguaggio un poco gramsciano, Leopardi sembra invitare gli intellettuali italiani a smetterla di essere arcadico-cosmopoliti, per divenire finalmente organici alla nazione. 3 ) Per fare societ stretta2 occorre agire nella sfera dei bisogni secondi: cio di quei bisogni che legano gli uomini dopo che hanno soddisfatto quelli primari. Questi ultimi legano invece gli uomini quando si procurano i mezzi della loro sopravvivenza, cio nella produzione e nello scambio di merci o di altri valori materiali. In un certo senso Leopardi invita a partire dall alto, dai modi di comportamento e dalla cultura che informano la societ civile, e non dalla sfera produttiva. 4 ) Ma c un altro aspetto di importanza strategica per fare societ stretta2. Quali classi sociali possono secondo lui farsi portatrici del rinnovamento ? Ai suoi tempi potevano adempiere a questo compito solo le classi medie e medio-alte, quelle che erano affrancate dalle incombenze del lavoro materiale. Il loro habitat ideale: le grandi citt. La convinzione leopardiana del ruolo strategico delle lites germinava anche dalla sua profonda convinzione che l uomo, essendo animale imitativo per eccellenza, ha sempre bisogno di ceti in grado di dare esempi virtuosi per l intera compagine sociale. Viceversa, se l input che viene da chi ha un ruolo sociale preminente sar di bassa lega o vizioso, i danni per il corpo sociale saranno enormi (vedi punto 1). 5 ) I Paesi del Centro e Nord Europa fungono per Leopardi da esempio positivo. 4

Ebbene, in questi Paesi una severa ascesi di vita, legata a forti illusioni cristiane, ma non cattoliche, ancora un importante fonte di societ stretta2 e di un virtuoso senso civile.

Ma sarebbe saggio, ancorch possibile, trasferire pari pari le indicazioni leopardiane ? Crediamo di no. Occorre compiere una mediazione prima di estrarre tutto il possibile. Diremmo pertanto che, prima di addentrarci in modo creativo nel nostro presente, sia bene fare il punto su alcune differenze storiche tra l epoca di Leopardi e la nostra. E pensiamo soprattutto a questo: a ) Le classi laboriose comparivano solo sullo sfondo del Discorso leopardiano semplicemente perch, ai suoi tempi, erano evidentemente fuori dal gioco nella societ dei bisogni secondi. Da almeno un cinquantennio non pi cos. Oggi i lavoratori sono infatti ben pi liberi in due sensi: i ) hanno pi tempo libero, cio pi tempo di vita non lavorativo; ii ) in ampi settori della societ dei bisogni il lavoro decisamente pi interattivo. Infatti, salvo esempi eclatanti di forte coazione ed incomunicabilit come alla catena di montaggio o di macellazione, sui luoghi di lavoro spesso si con colleghi con cui ci si trova a col-laborare e comunicare. Ci fa s che gli ambiti in cui pu esser cercata la societ stretta2 sono ben pi ampi e non sono pi limitati alla sfera della societ dei bisogni secondi. Dunque, anche l opera di civilizzazione ha investito o pu investire anche la sfera della produzione, dei servizi, della trasmissione del sapere. b ) Le divisioni tra le classi sociali sono molto pi labili, i modi di vita e di comportamento si assomigliano di pi e, non da ultimo, c una ben maggiore mobilit sociale tra un ceto e l altro, tra un tenore di vita ed un altro. c ) Sia pur non senza eccezioni, nella societ italiana c un benessere generalmente diffuso ed una fortissima omogeneit negli stili di vita e nelle opinioni correnti, condizioni neanche lontanamente paragonabili a quelle di due secoli fa. d ) Giusto 150 anni fa si compiuto il processo di unit nazionale. Un fatto che, nonostante tutti i deficit civili del nostro Paese, ci rende parte del consesso delle nazioni europee, un consesso che, senza l Italia, sarebbe gravemente incompleto. e ) Da pi di 100 anni ha avuto luogo un tale processo di reciproco condizionamento tra la societ civile e quella politica e tra queste e la sfera economica che all epoca di Leopardi nemmeno era immaginabile. I sensi ed i nessi dell interazione tra queste tre sfere non mai data una volta per tutte. Gli influssi ora pendono pi in una direzione, ora pi in un altra, ma indubbio che il gioco delle correnti ogni tanto cambia, dando vita a fasi sempre nuove. f ) Nella nostra societ il ruolo dei mezzi di comunicazione e di spettacolo si enormemente accresciuto. Il ruolo pi invasivo spetta comunque di gran lunga alla televisione, con il suo potenziale di penetrazione quasi ipnotico. Un corrispettivo nell epoca leopardiana non potrebbe in nessun modo essere trovato. Si tratta di un novum in assoluto. Ma se volessimo qualificare il fenomeno con le categorie leopardiane, che dovremmo dire ? La TV o pu essere una sede della societ stretta2? Ma neanche per sogno. La TV mette in contatto esseri viventi con immagini e suoni, e non pu, per la sua stessa natura, essere un momento di interazione, e tanto meno di reciprocit. La TV pu al massimo se usata a favore della civilizzazione servire a diffondere modi di comportamento adatti alla societ stretta2. La TV pu ancora promuovere, come mezzo di informazione, lo sviluppo dell opinione pubblica. Viceversa pu essere un efficace strumento di sudditanza e di barbarie. 5

g ) La strage delle illusioni o come diremmo noi oggi, il nichilismo avanzata con gli stivali delle sette leghe. Se solo ci fermiamo a riflettere su quanto dei valori e delle norme morali degli anni cinquanta del secolo scorso o, ancor dell epoca leopardiana caduto sotto la scure della critica, o semplicemente stato abbandonato, cos come ci si toglie un vestito, pare che si sia giunti nel gergo nietzscheano alla fase degli ultimi uomini, del gregge senza pastore che felice si gongola in quanto possiede. Che direbbe Leopardi ? Che siamo al bivio tra rimanere ultimo uomo e diventare oltre-uomo ? No, crediamo direbbe che siamo sempre, ora forse pi drammaticamente, davanti allalternativa tra barbarie e civilt, tra una societ maledettamente stretta (nel senso negativo del saggio dello Zibaldone) e di massima dissipazione comunicativa, ed una societ virtuosamente stretta, ovvero civile. Direbbe che pi che illusioni eroiche urgono illusioni civili che contrastino il cinismo e l egocentrismo dilaganti nella societ della suburra. * * *

Pi sopra abbiamo detto del potenziale politico del Discorso. Questo, crediamo, ci autorizza a cavarne indicazioni politiche per l attualit. Sia chiaro: l intenzione politica, ma anche quanto estrarremo, saranno solo farina del nostro sacco. Anche il tipo di mediazione con il presente non potr essere attribuita al Leopardi. Ci non toglie che pensiamo di agire con sentimento ed intendimento leopardiani. Infatti non faremo altro che applicare in modo creativo principi e criteri di giudizio estratti dai suoi testi, o in essi latenti. Quanto uscir, potr forse essere chiamato un programma politico leopardiano ? Forse. Vedremo. Ma andiamo a cominciare. (I) I MEZZI DI COMUNICAZIONE Tutti sanno che la TV in Italia , con pochissime eccezioni, una vera schifezza. Di pi. Da circa trent anni ha assunto un forte ruolo antipolitico ed anticivico. E da qui provengono molti dei guai attuali. Se infatti vero che la TV ha veicolato atteggiamenti gi immanenti all italianit, non va dimenticato che li ha diffusi, potenziati e legittimati di fronte all intero pubblico nazionale. Ancora un elemento di riflessione: se un cos potente mezzo, invece di inibire certi comportamenti, li propala e ne diventa anzi il massimo catalizzatore, compie un opera fortemente anticivica. Ed il livello di guardia da tempo stato pericolosamente superato. Che diffonde infatti a piene mani la nostra TV ? Un esibizionismo d accatto che induce a pensare che nella vita conti soprattutto l apparire, che una bella presenza ed un modo di fare sbarazzino aprano ogni porta. Un individualismo da villaggio globale in cui non ci sono n vicini, n parenti, n concittadini, ma spettatori del mio io. L esibizione del privato al ludibrio universale. Il degrado della discussione al chiacchiericcio o alla rissa. Come meravigliarsi allora se in Italia la suburra andata al potere ? Leopardi ci insegna a guardare con attenzione a che cosa viene dall alto, perch l uomo animale imitativo. Facciamolo sul serio e, capta fino in fondo la posta in gioco, organizziamo la controtendenza. Le forze dell attuale opposizione non hanno afferrato a pieno la dimensione del fenomeno, e per timore di inimicarsi il consenso popolare, hanno chiuso un occhio, o entrambe gli occhi, davanti alla barbarie. No, cos non va. Dobbiamo organizzare capillarmente il contro-canto. Prendere spunto da trasmissioni per metterle alla berlina, dando il senso che esiste ancora chi dissente dalla dissenteria catodica. Bisogna anche esigere una radicale riforma e ri-qualificazione dell intero assetto televisivo, sia 6

privato che pubblico, ridando la preminenza al settore pubblico, l unico che pu fare da presidio al dilagare della televisione venale la quale non pu che fare il suo mestiere assecondando le pulsioni primitive del pubblico. Un esempio positivo ancora una volta la Germania, un Paese in cui la TV pubblica tiene nei ranghi quella privata. ( II ) SOCIET CIVILE e SOCIET STRETTA Spesso si parla della societ civile, del suo ruolo nella modernit, dei momenti in cui si articola. Ma con societ civile intendiamo tutti la stessa cosa, oppure, ammesso che ci siamo messi d accordo nell uso del termine, non che sta benedetta societ civile sia un idra imprendibile, proprio perch proteiforme e mobile ? Per fare esempi: le bocciofile ne fanno parte ? E la Croce Rossa ? E le associazioni di volontariato ? E che dire del Club Alpino Italiano, dell Anonima Alcolisti, del Lyons Club, della banda musicale, dell Associazione Nazionali Partigiani ? E che ne dei gruppi di iniziativa ecologici o della Lega Ambiente ? E dei circoli della caccia ? E dei Fans Club degli Ultr ? E, se ci fosse da noi, dell Esercito della Salvezza ? Forse ne fanno parte certi gruppi e altri no ? Ma perch tu s e io no ? E se si volesse fare una selezione in base a criteri morali o di costume quali sarebbero questi valori ? E se invece i criteri fossero di tipo sociologico ? Confessiamo la difficolt a venirne a capo. Se fossimo troppo selettivi, e ci facessimo guidare dal criterio del politicamente corretto potremmo forse giungere alla conclusione che spesso la societ civile poca cosa. Ma in tal modo escluderemmo tantissime forme o momenti di aggregazione sociale libera, non guidati dalla sfera politica, che comunque esercitano una notevole attrazione per la popolazione. Se d altro canto fossimo troppo lassisti finiremmo nel paradosso che una anche parte della societ civile , in fondo, poco civile. Visto come stanno le cose forse non sarebbe opportuno definire rigidamente la societ civile ed i suoi confini, stilando un catalogo di buoni e cattivi. Molto pi fruttuoso ci sembra invece il ricorso al concetto leopardiano di societ stretta, cos come inteso nel Discorso. Un concetto ben pi pregnante e critico di quello di societ civile. Infatti, fatte salve tutte le possibili istanze della societ civile, anche le pi o meno labili, le pi o meno aperte, le pi forti o le pi deboli, ci si pu chiedere se queste siano dei casi di societ stretta e mettere alla prova i vari candidati. Seguendo Leopardi s che avremmo dei criteri di giudizio univoci. Allora, non si tratter tanto di fare il censimento dei circoli, delle associazioni, dei luoghi d incontro, ma di capire se in essi si istituisca la relazione sociale della reciprocit, cio se abbia luogo riconoscimento reciproco tra i membri di un entit sociale. Non solo, possiamo spingere lo sguardo su altre realt che solitamente non sono affatto annoverate nella societ civile, come l ufficio di un industria o una singola scuola. Per essere precisi, escluderemmo invece rigorosamente i luoghi classici in cui opera l homo oeconomicus, come l ambito del commercio. Infatti, pur essendo necessario un rapporto di fiducia e di affidabilit tra venditore e acquirente, tra produttore e commerciante, questo rapporto non coinvolge il rapporto di stima come uomo tout court. Del resto, nella sfera economica non si viola nessun codice d onore se ci si impossessa del mercato di un concorrente, o se addirittura lo si porta, senza imbrogli, sportivamente al fallimento. Un altro esempio: nel produrre, in una manifattura, si soggetti a varie forme di coazione come quella di dover sbarcare il lunario, o quella della organizzazione del lavoro. Al contrario, nei gangli vitali di una compagine sociale che si vuole civile devono avere valore normativo sia il principio della reciprocit che quello del bene comune. Gi vi avevamo accennato pi sopra, ma torniamo sul tema. Il bene comune, il criterio guida di ogni compagine sociale veramente civile, non altro che il bene universale per un intera, 7

determinata entit storico-sociale. Subito qualche sofista dir, ridendo sotto i baffi, che il guaio che il bene per un ognuno sempre un dato soggettivo, relativo al suo modo di vivere e pensare. In parte il sofista ha ragione, non essendo il bene un oggetto prendibile, o qualcosa di soggetto all evidenza di tutti. Del resto la concretizzazione del bene comune muta continuamente nel tempo. Ma non il caso di concedere al sofista troppa gloria. In fondo, per acchiappare i connotati che ci portano a dire se in una societ praticato il bene comune o no, sono piuttosto validi dei criteri formali e di tipo pragmatico. Ad esempio, per capire se una societ abbia in s le coordinate per il bene comune basta guardare se in quella societ il potere sia appannaggio di una determinata famiglia o dinastia, o di un ristretto gruppo di famiglie. Se la societ non si svincolata da queste forme di patronato, di solito il bene comune stenta a farsi valere, o addirittura calpestato. Oppure, se la societ non abbastanza secolarizzata, se cio teo-centrica, e se la dirige una casta di sacerdoti, soprattutto se sacerdoti di una religione molto verticale, molto ultramondana, allora sar difficilmente una societ centrata sul bene comune, sar anzi probabilmente un societ intollerante verso chi professa un altra fede e la societ civile sar muta e zoppa. Senza fare lunghi viaggi basti pensare all Italia della Controriforma, il primo esempio di totalitarismo molto pervasivo nel nostro Paese. Del resto difficile che sotto i bagliori dei roghi risplenda il bene comune. poi chiaro che anche societ fortemente ideologizzate, anche dotate di ideologie antireligiose divengono assai presto totalitarie. In esse il bene comune solo un idolo, l idolo che porta alla schiavit dell intera societ. Dove invece sono rispettate le minoranze e le libert umane, di parola, di pensiero, di organizzazione, di stile di vita, pi probabile che il bene comune sia di casa. Questi sono indizi certi, anche se non sufficienti. Infatti, laddove non ci sono i canali per contare nelle decisioni, per discutere collettivamente senza coercizioni o strumentalizzazioni di sorta; laddove non si promuove il confronto delle idee e la partecipazione; laddove l agire sociale non corroborato dal senso di responsabilit, il bene comune si trover a mal partito. Eccoci vicino all obiettivo. Giriamo queste asserzioni al positivo ed abbiamo un quadro per capire se una societ in grado di mettersi in cerca del proprio bene comune, e di far fiorire una societ stretta. Se poi queste condizioni non sono date, se il potere prevarica in qualche modo, oppure se le istanze della societ civile non sanno fare societ stretta, la via segnata. Si tratta di creare una domanda di beni civili, cos come di soddisfare i bisogni sociali, ma di farlo in un modo particolare, attento a soddisfare anche il bisogno primario di riconoscimento del singolo, e parimenti attento a coltivare il senso del bene comune. Si pu partire da organizzazioni gi esistenti, magari riqualificandole come dicevamo poco fa. Oppure di crearne di nuove. Si pu infine stare in istituzioni statuali con l accortezza di riempirle di vita civile, di fare societ stretta. Quasi ovunque siamo nei luoghi in cui piantare e far crescere la cultura delle virt civili. E questo deve essere un lavoro alla luce del sole, esplicito, voluto, dichiarato. ( III ) LA CITTADINANZA noto a tutti che il nostro Paese brilla per gli abusi e le inefficienze che i cittadini devono subire da parte dell apparato statale, per l ingiusta lentezza della giustizia, per lo strapotere del malaffare in molte regioni, per la gestione sciatta dei servizi e delle infrastrutture, per la mancata volont della societ politica di essere trasparente e di accettare che sia fatta pulizia. Sono anche a tutti noti i grandi crimini politici compiuti dagli anni settanta agli anni novanta, crimini avvolti ancora da un velo che in gran parte nasconde la verit, crimini che nascondono spesso una matrice politica di destra e sono rimasti ancora 8

impuniti. Da parte della societ civile non sono mancate in passato azioni per ottenere verit e giustizia, ma sono in definitiva andate a sbattere contro muri di gomma. anche comprensibile che si sia diffusa una sfiducia profonda, un torpore quietistico. Ma serve uno scatto dal basso. I cittadini vanno organizzati ed educati alla protesta e alla disobbedienza. I cittadini italiani devono imparare ad essere intolleranti di fronte agli abusi, cos come lo sono i francesi, gli inglesi o i tedeschi. Non c altra via. E l organizzazione dal basso deve anche superare i vecchi steccati politici e partitici. Bisogna pensare in grande ed essere magnanimi, non cadere nella tentazione di coltivare il proprio orticello. Un operazione del genere, diffusa sul territorio nazionale trasformerebbe anche le forze politiche, le costringerebbe a rinnovarsi o a sparire, e non da ultimo promuoverebbe una migliore selezione del personale politico, mai stato tanto scadente e corrotto come adesso. Si tratta di sviluppare fantasia organizzativa, ma chiaro che sono necessari dei comitati che raccolgano, elaborino e diffondano informazione, che collaborino a formare una rete la pi capillare e fitta possibile. ( IV ) LA SCUOLA Veniamo ora al tema della scuola. Quale altra istituzione, quale altro luogo di diffusione del sapere, quale altro luogo di incontro e di socializzazione, quale altro volano di integrazione e di mobilit sociale pu vantare pi titoli nel produrre civitas e nell introdurre alla societ stretta cittadini in erba, se non la scuola ? Va da s che intendiamo soprattutto la scuola pubblica, dato che solo la scuola pubblica pu dare, in modo preminente, risposte a quel fabbisogno di formazione civica. Sono compiti immani a cui essa oggi come oggi non sembra adeguata. Come se non bastasse, da pi parti si sentono i lamenti di chi vede la scuola soccombere sotto il peso della suburrizzazione ci sia concesso questo termine barbarico della societ. Anche questo fatto ci sembra difficile da negare. Anzi, questa amara constatazione non che la conferma di quanto andiamo dicendo sui mali del nostro Paese. Ma non ci si scappa, qui Rodi, qui si deve saltare! Il discorso molto complesso. Limitiamoci qui ad alcune veloci sottolineature. Sul fronte tematico va rimessa, a nostro avviso, la barra al centro sui temi delle radici, sia pagane che cristiane, della nostra cultura e civilt. Va sottolineato il ruolo imprescindibile della formazione umanistica, e la conoscenza dei testi chiave: dalla Bibbia, ai classici greci, a Sant Agostino, a Dante, a Marsilio da Padova, a Machiavelli, ad Erasmo, a Galilei tanto per fare dei nomi. E poi gi gi ai testi sacri dell Illuminismo, a quelli che hanno ispirato le rivoluzione americana e francese. Non si pensi che vogliamo dare un colpo al cerchio ed uno alla botte. No, questi sono alcuni dei momenti costitutivi di quello che siamo o che dovremmo essere. Il sapere sull uomo non passa mai, non diventa cos presto obsoleto come le conoscenze sull uso di un tipo di computer o sulle tecniche amministrative. Non pu inoltre mancare un solido sapere storico, perch senza una visione prospettica non c la minima chance di capire chi si . Non fermiamoci per a questo aspetto. Nelle scuole va sviluppata la cultura-del-noi, una cultura anti-individualistica e antinarcisistica. Ohib, non si pensi ai balilla, ai giovani pionieri o a organizzazioni miranti al soggiogamento dell individuo. Pensiamo piuttosto ad istanze e momenti in cui si faccia il contro-canto all individualismo becero e sfrenato alla Grande Fratello, alla Amici, alla Isola dei famosi. Non si insister mai abbastanza sui momenti di socialit nella scuola, anche alla sana concorrenza tra un istituto ed un altro, nello scrivere giornali scolastici, nel fare teatro, nel cucinare assieme, nello sport. E perch non 9

reintrodurre, con differenze scuola per scuola, un sorta di uniforme come in Inghilterra ? S, tutti vestiti allo stesso modo, e non tu con la griffe di Armani e lui con vestiti da mercato rionale. Ancora un esempio. Se una scuola intitolata a Galilei, a Paolo Sarpi, o a Virgilio, o a Dante, allora di anno in anno questo personaggio va ricordato, fatto conoscere, coinvolgendo in vario modo tutta la scuola. E se la cosa ad un certo punto diventa barbosa, ci si pu occupare del personaggio che ha dato il nome alla scuola vicina, o rivale. Va anche curata la coscienza civica, con un attenzione particolare allo spirito ed alla articolazione delle istituzioni repubblicane, va messa cura a trasmettere un vero e proprio galateo civile, sviluppando un attenzione critica sulla sciatteria e pavidit civica che tanto spesso la fa da padrone nella nostra societ. Vanno cercati e lodati episodi di senso o di coraggio civico. Insomma, ogni scolaro dovrebbe avere la sensazione di appartenere ad una cellula della societ stretta. (V) L UNIVERSIT Un compito non meno strategico deve spettare all universit, perch sappiamo che l si dovrebbero sviluppare e trasmettere sapere scientifico, ma anche perch vi si formano gli insegnanti delle scuole di grado inferiore. E se la loro formazione inadeguata, anche la migliore riforma della scuola resterebbe lettera morta. Non c granch bisogno di spiegare che l universit italiana gravemente inadeguata sia nelle strutture che nella capacit di collegamento con lo sviluppo tecnologico. Qui vorrei piuttosto sottolineare altri due deficit eclatanti. L universit non affatto orientata a produrre societ stretta. Ci si dir, ma qui si cerca il pelo nell uovo! In parte s, ma se siamo giunti alla conclusione che abbiamo bisogno come il pane di societ stretta, anche l universit deve fare la sua parte, quanto meno nelle facolt umanistiche e nella formazione dei futuri insegnanti. Ma non finita. In Italia, purtroppo non mai stata fondata una universit privata, di tipo illuminista, che si assumesse il compito di preparare la formazione di una classe dirigente nuova, laica, cosciente del suo ruolo civile. Un universit che si mettesse a sondare il nostro passato per scovarne i mali profondi, e trovarne i rimedi. Non c mai stata un universit del risorgimento nazionale, intitolata magari a Cavour o all Alighieri. Siamo profondamente convinti che la classe dirigente risorgimentale abbia sottovalutato il compito immane che le stava di fronte e non sia stata affatto in grado di programmare l allargamento della base politica e civile della nazione. Certi errori purtroppo si pagano. Si perso tantissimo tempo, ma non mai troppo tardi. Che caratteristiche dovrebbe avere una tale universit ? Dovrebbe essere, ovvio, fin dentro al midollo di tipo umanistico. Dovrebbe essere dotata di facolt strategiche come Lettere Classiche, Filosofia, Teologia, Storia, Diritto, Scienze Politiche e Sociologia, Scienza del territorio, Scienza della pubblica amministrazione. Forse andrebbero inventate nuove facolt ad hoc. Ma perch questo taglio? Partiamo dall apparente stranezza della facolt di Teologia. Ma vi siete mai chiesti se sia saggio lasciare che esistano solo poche facolt di teologia e tutte direttamente o indirettamente vaticane ? La teologia e la religione sono cose troppo serie per lasciarle in mano ai sacerdoti, per di pi solo cattolici. Tutti dovrebbero acquisire una profonda coscienza delle proprie radici cristiane, tutti dovrebbero conoscere bene la Bibbia, un testo splendido ed illuminante. Ma perch lasciare che se ne curino solo quanti ne vogliono solo trarre edificazione cattolica ? E perch non porre seriamente, storicamente, la domanda se Ges fu effettivamente il Cristo ? E perch non occuparsi a fondo delle altri chiese cristiane e della lunga storia dei dogmi e delle eresie ? Perch si lasciato il monopolio al Vaticano di tutto 10

quanto ? Lo sappiamo, perch quel grande statista di Mussolini ha venduto, in certi ambiti, l Italia al Vaticano e perch altri, successivi detentori del potere politico, non hanno voluto, saputo o potuto invertire la rotta. Su un ultimo aspetto vorremmo insistere, un aspetto che sembra paradossale. Perch una universit privata ? Forse che si dovrebbe dar vita ad una conventicola ? No. L ambizione dovrebbe essere di contribuire a trasformare l universit pubblica, e anche la societ. OK, ma non un paradosso pensare ad un universit privata per cambiare quella pubblica ? Ma neanche per sogno! Se non si uniscono le forze in un unico centro, un centro libero da certi lacci burocratici, che ricerchi in modo libero, senza preconcetti, n schemi precostituiti, non si potr mai fare molta strada. ( VI ) LA SPACCATURA VERTICALE DEL PAESE sotto gli occhi di tutti la spaccatura che attraversa verticalmente il Paese. Meno evidenti sono i gravissimi danni che ne vengono alla compagine sociale in ogni sua fibra ed in ogni sua articolazione. Una situazione simile era sconosciuta all epoca di Leopardi. L Italia era s divisa, era anzi uno spezzatino di nazione. E grandi erano le sperequazioni tra nord e sud, e tra citt e campagna. Ma dal punto di vista ideologico l Italia era un Paese grosso modo omogeneo. L Italia non disponeva di una societ stretta come adombra il recanatese principalmente per un deficit strutturale nello stile di vita e nella visione del mondo, e questo dato, pur con tutti i mutamenti di umore, di coloritura e di ideologie che la storia si portata con s, rimasto tale. Ma noi sappiamo che, a partire dal Risorgimento l Italia ha perso definitivamente l omogeneit ideologica. Da allora le cose non sono pi cambiate. Dapprima si sono formati uno schieramento laico o anticlericale ed uno cattolicotradizionalista, su questi strati si poi aggiunta, sempre verticalmente, la divisione tra progressisti e conservatori, poi quella tra liberali o democratici e fascisti, poi quella tra comunisti o filo-comunisti e atlantisti. Nessuna di queste divisioni, anche quando sono state accantonate o si sono attenuate, mai stata oggetto di profonda elaborazione autocritica, al massimo stata rimossa o spinta all ingi nel ventre della compagine sociale. E cos anche le reciproche diffidenze tra le varie coppie di schieramenti antitetici. Il colmo per stato raggiunto negli ultimi vent anni, quando un unico individuo, per i suoi interessi privati, riuscito a rinnovare e ad acuire la spaccatura del Paese, rianimando in modo artificioso vecchi steccati, vecchie paure, vecchi od ideologici. La bufala dei comunisti infiltrati dovunque, soprattutto nella magistratura, bevuta da cos ampi strati della popolazione, a tutti gli effetti un buon canovaccio da avanspettacolo, ma tiene in scacco il Paese. Essa poi, ovviamente corroborata dalla promessa-garanzia agli elettori guelfi di continuare ad evadere le tasse, di usufruire di un condono, e via dicendo. Ne esce premiato lo spirito gregario del cliente di fronte al suo patrono, uno spirito che fa del cittadino un accattone in pelliccia, o che per lo meno si crede in pelliccia. Invece del cittadino ne esce uno strano centauro, met coniglio e met serpente. E com possibile in queste condizioni far crescere una societ stretta, nei termini che intendeva Leopardi, e che abbiamo fatto nostri ? Il disprezzo, il mancato riconoscimento tra i membri delle due fazioni che si fronteggiano, e che nulla ha a che fare con un moderno bipolarismo politico, svilisce la convivenza civile alla caricatura di se stessa. A ben guardare siamo messi peggio che ai suoi tempi. Se poi facciamo mente locale sul fatto che, volendo invertire la tendenza, le cose vanno chiamate con il loro nome, cio che impossibile non sferrare un attacco alle forze che governano la disinformazione di massa, capiamo subito che la conflittualit rischia di aumentare. Urge dunque anche darsi pensiero fin da ora su come agire in un contesto di contrapposizione tanto 11

esacerbata ed incancrenita. Sar possibile ancora farsi sentire e capire ? Sarebbe comunque saggio ed inevitabile saper parlare, soprattutto in una prima fase, alla parte di popolazione che si contrappone alla nostra suburra postmoderna. Una parte parecchio fiaccata e sfiduciata da questi anni di avvilente messinscena di una dialettica politica democratica. Una parte che si giocoforza stretta attorno a partiti o movimenti che hanno sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare, ora dividendosi, ora unendosi, ora contrastando il bipolarismo, ora facendolo proprio, ora sollevando accesamente il conflitto di interessi, ora, per quieto vivere, fingendo di averlo dimenticato. Quel che al momento fa specie l incapacit dei dirigenti dei partiti di opposizione di stare nella societ, di capirne gli umori, come se al di fuori dei palazzi istituzionali e aldil degli arazzi e dei tendaggi si sentissero persi. Una vera e propria agorafobia la loro. Anche le loro idee sanno di frusto o di imparaticcio. Orbene, va data una svolta a questo andazzo. C bisogno di un pieno di idee, c bisogno di confrontarsi con quanti, e non sono pochi, hanno capito che l acquiescenza della cultura progressista alle tendenze neo-liberali che andavano per la maggiore, non porta da nessuna parte. Non si tratta di sottovalutare il ruolo delle forze di opposizione esistenti, anche perch serve assolutamente una loro vittoria nelle prossime elezioni politiche per uscire dall incubo del berlusconismo. E non si vede quali altri partiti o movimenti possano sbalzare di sella elettoralmente il cavaliere. Piuttosto bisogna incalzare queste forze politiche, imporre altri tempi e modi d azione, un altra agenda. E farlo dal basso, usando sapientemente internet, creando comitati e circoli locali. In parte questo gi sta accadendo. Occorre fiutare il vento e quello che porta, prestare attenzione ai fruscii della foresta. Occorre diffondere coscienza della nostra storia. Del resto dalla nostra riflessione su Leopardi chi lo avrebbe mai detto ? gi abbiamo fatto importanti scoperte. Non teniamocele per noi. Partendo dal basso, dal bisogno di cittadinanza, di un lavoro degno di questo nome, di societ stretta, si possono rimescolare le carte del gioco politico e, alla lunga, far breccia nei cuori e nelle teste anche di quanti hanno interiorizzato il loro gregariato come se fosse l unico modo di vita possibile. Accanto alle dichiarazioni di principio, largo alla pratica dei princpi. ( VII ) INDIVIDUALISMO, EDONISMO e CRISTIANESIMO Torniamo infine a dove avevamo iniziato: alla TV. La nostra televisione mette in mostra in modo ancor pi patologico le nostre patologie, e con ci le aggrava. Ma tale manifestazione conclamata del male pu nel contempo aiutare ad aprire gli occhi, a comprenderlo in tutta la sua gravit. Non per di certo in grado di indicarne le cause. Anzi, le avvolge di nebbia. Soffermiamoci ora su una di queste, riprendendo il filo filosofico. Se Leopardi avesse mai ritenuto che un tasso di egocentrismo e di narcisismo come quello degli italiani del suo tempo fosse insuperabile, si sarebbe sbagliato, e di grosso. La nostra epoca, per i mezzi di cui dispone, ha portato egocentrismo e narcisismo all ennesima potenza. Forse e qui ci muoviamo nel campo sdruccioloso dell ipotetico ai tempi nostri lo stesso Leopardi si sarebbe messo a riflettere ancor pi radicalmente su queste patologie. Tentiamo ora di abbozzare una riflessione tutta nostra, che vada oltre Leopardi stesso. Se egocentrismo e narcisismo sono patologie dell individualismo, e se ci sono vari gradi di queste patologie, non forse l individualismo stesso, anzi addirittura il senso cos moderno dell individualit, di per s, un fenomeno patologico ? Se ognuno di noi prende in considerazione se stesso solo dal punto di vista psichico, mentale o dell anima, chiaro che non pu che vedersi come un unit assoluta, dotata di unicit, in nessun modo scambiabile con quella altrui. Viste le cose da questa angolazione, a ragione ognuno deve considerarsi come il centro di tutto e come sorto dal nulla di se stesso. 12

Sapendosi poi mortale, sa di finire di nuovo nel nulla di se stesso. Accidenti! Dietro di me il nulla, davanti a me il nulla! La paura, qualcuno direbbe l angoscia, si fa palpabile. Non mi resta che godere dell attimo, abbandonandomi all edonismo, oppure trovare una giustificazione divina di questo stato e affidarmi alla salvezza ultramondana, la sola che pu dar senso alla mia vita. Le due soluzioni sono diversissime, e conducono su strade diversissime, persino contrapposte, tant che sembrano non avere nulla in comune. Ma qui l errore prospettico. Entrambe rendono assoluta e irriducibile l individualit, partono cio dalla stesso punto di vista. Domandiamoci per adesso: le due visioni esauriscono lo spettro delle alternative circa la condizione umana ? Tertium non datur ? E no: tertium datur ! E forse anche quartum. Ognuno di noi , dal punto di vista biologico, un mosaico di qualcosa che viene da lontano, un momento del flusso della vita, e della storia. Ognuno ha mille padri e madri, sia dal punto di vista genetico, che da quello culturale. Ognuno, vivendo, comunicando, agendo, lascia dietro di s mille tracce, ha mille figli, si diffonde nella vita e nella compagine sociale, si innesta nella storia. Ognuno, vivendo, si trascende negli altri e nell immanenza del mondo. Come si pu essere ciechi su questi fatti ? La nostra individualit non data una volta per tutte, ma si costituisce nel commercio con il mondo. Allora quel centro che ognuno di noi ha in s, il centro psichico di ognuno di noi, che ci distingue e ci d stabilit, s un istanza cardine, imprescindibile, ma non l unica, e come abbiamo visto, non un oggetto monolitico. E per di pi, mettendosi in gioco, si pluralizza e si oggettiva in altro ed in altri. Non sarebbe forse il caso di trarne le conseguenze anche quanto al nostro essere degli enti sociali ? Di divenir consapevoli che il luogo della vita umana il flusso biologico e sociale della vita ? Un flusso che si svolge nel tempo, di generazione in generazione: innanzitutto, come dicevamo, a livello biologico e del vivere sociale, e poi anche a livello delle cose, degli artefatti, che sopravanzano la vita dei singoli per legarli nel corso del tempo, che fanno s che i singoli continuino a vivere e superino la morte. Forse una simile visione prospettica pu dissolvere tante nevrosi dell individualit e ridarci il senso di ci che conta veramente nella vita, riportarci a capire l invito, rivolto nel primo dei salmi della Bibbia, ad essere un albero, che d frutti a suo tempo, che si tramanda, che lascia un segno, e non invece pula, che il vento fa turbinare a suo capriccio. Non vorrei forzare la mano al libro sacro ebraico e cristiano, ma come non vedere in questo testo di uno dei libri sapienziali un punto di contatto con la riflessione che abbiamo appena fatto ? Nel buio pesto della notte abbiamo bisogno di un po di luce, forse di pi di una.

NOTA: Qualcuno potrebbe non vedere in Leopardi tutte le cose che vi avremmo trovato. In fondo, si potrebbe dire: che c azzecca Leopardi con la TV o con l universit ? Di certo non possiamo attribuirgli lo spirito dell attivista. L intenzione direttamente politica tutta nostra. C per nel recanatese un intenzione certamente illuministica in senso eminente, visto che vuole illuminare se stesso e gli altri sulla societ, l uomo, la cultura, la scienza. Egli ha, similmente ad un Rousseau, ad un Montesquieu, ad un Voltaire, a un D Holbach l intenzione di svelare la verit. tutt altro che un relativista. La sua strage delle illusioni non che la continuazione ed una radicalizzazione dell opera dell illuminismo e mai sfocia in forme di irrazionalismo. Piuttosto, il suo un illuminismo disincantato e tragico. Disincantato: Leopardi certamente pi complesso e pi ricco di Rousseau nell 13

afferrare il fenomeno della civilizzazione. Lo ha compreso meglio del ginevrino sia nel suo processo di costituzione che nei capisaldi che lo costituiscono. Il nostro va oltre la critica della civilizzazione e/o della cultura e vede in ogni tipo di idea-forza e di ideologia un illusione, un costrutto posto dall uomo, utile alla vita e alla societ, privo per di un fondamento assoluto e dunque passibile di demistificazione. Tragico: perch vede come inevitabile lo scacco finale dell uomo, un uomo che viene mosso da forze soverchianti ed incontrollabili, un uomo senza via di scampo, un uomo che per sa, nel migliore dei casi, assumere su di s, eroicamente, il suo destino. C poi in Leopardi qualcosa che lo distingue dai critici radicali della Zivilisation. Il suo tipo di soluzione non conduce al culto elitario ed aristocratico del superuomo, n al dandismo. Leopardi suggerisce delle soluzioni alla societ ed all uomo moderno, delle vie d uscita, delle soluzioni interne alla societ stessa. In tal senso lo si pu considerare come un engag ( alla Sartre ). Date queste osservazioni, la lettura che ne abbiamo fatto ci sembra pi che legittima, ovviamente non nella sua componente applicativa rivolta al presente. Volendo fare esercizio di illuminismo ci siamo sentiti autorizzati ad entrare in certi dettagli programmatici, in certe sottolineature che mirano all azione. Non riteniamo dunque la nostra mediazione una forzatura delle intenzioni leopardiane. Ripetiamo: anche nell articolazione praticocontingente ci siamo fatti condurre da spirito leopardiano. Solo la chiusura del nostro scritto esorbita certamente dall universo del recanatese. Heidelberg, aprile 2011 Beppe Vandai

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