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L AMOR PROPRIO IN LEOPARDI. Vedi ZIBALDONE ( pagg.

3773 3810 , datate 25 / 30 ottobre 1823 )

Per Leopardi l uomo non possiede nessuna disposizione naturale per coltivare l amor proprio senza giungere a sopraffare gli altri. Nella fase, ingenua, in cui questa passione/bisogno/tendenza-guida non messa alla prova della coabitazione (coatta) tra consimili, l amor proprio (A.P.) non si manifesta, oppure si manifesta e si afferma ancora in modo sano. Tale la situazione nella societ larga, quando cio i pochi clan umani vivono isolati e sparsi in spazi immensi. Ci non significa per che l A.P. non possa divenire pernicioso. Anzi, non appena messo alla prova della societ stretta1 societ in cui gli uomini non vivono pi in piccole comunit familiari separate e disperse, ma in un continuo e sistematico contatto l A.P. degenera in sopraffazione. Non esistendo presidi naturali per ri-canalizzarlo verso lidi tranquilli, n lecito sperare che essi si formino spontaneamente. Leopardi considera infatti l influsso della natura ( sia nelle dotazioni che nella mancanza di dotazioni ) come immodificabile, cio infrastorico. Ma allora, stando cos le cose, siamo fritti ? Nient affatto. I rimedi ci sono e vanno trovati nella societ stessa. ad esempio assolutamente augurabile che certe illusioni lavorino in modo tale da soddisfare l A.P. e da impedire che esso sfoci nella prevaricazione. Il rimedio consiste nell opera di civilizzazione, la quale sviluppa la reciproca accettazione tra i membri della societ. Un opera che, giungendo a stabilizzare tale reciprocit, disinnesca o smussa i conflitti e diffonde la relazione-distima tra gli uomini.

Precisazione circa le illusioni e la civilizzazione. Non si sottolineer mai abbastanza che il punto di partenza che fa s che Leopardi tessa le lodi delle belle illusioni la certezza che il contro-veleno va cercato nella SECONDA NATURA, e non nella PRIMA, che rimarr sempre impermeabile, immodificabile. L uomo, in fondo, si lascia illudere di aver raggiunto il riconoscimento degli altri, cos come si illude che questo riconoscimento sia la verace soddisfazione del suo A.P. Ma va gi bene cos suggerisce il recanatese. Lasciamo che si illuda, per il bene della convivenza civile e sociale. Non c altro da sperare, da quando si costituita la societ stretta1. Leopardi non cerca l autenticit dell uomo, n nella sua singolarit, n nella sua socialit; non spera che, una volta trovata questa, si possa giungere alla riforma dell uomo stesso o della societ stessa. Tale o tali autenticit sono per lui solo fate morgane. Ad essere reale ed effettuale semplicemente questo dato: l uomo evidentemente inadeguato, nella sua attrezzatura antropologica di base, a formare una societ giusta e felice o ad adeguarvisi. Quello leopardiano un illuminismo maturo ed avveduto, che recide alla radice qualsiasi slancio utopistico o romantico, ma anche 1

ogni esacerbarsi critico sull uomo, cos come ogni aristocratico sogno del superuomo o dell oltre-uomo. Ecco perch non degna di alcuna considerazione la Kultur . Ecco perch non si occupa della riforma dell uomo. Infatti, che riforma sarebbe possibile? Quel che la natura ha fatto, ha fatto. Assai pi modestamente, il recanatese si accontenterebbe che gli uomini imparassero a convivere pacificamente tra di loro e che non si sopraffaccessero. Fin qui lo ZIBALDONE. Ma se lo integriamo con il DISCORSO, veniamo a conoscere ancor meglio il suo pensiero. La sua soluzione consiste nella SOCIET INTIMA, quella dei BISOGNI SECONDI. Su di essa punta le sue carte, e non sulla SOCIET dei BISOGNI PRIMARI ( materiali ), non sulla sfera in cui agisce l HOMO OECONOMICUS, una sfera in cui il conflitto inevitabile. In fondo, la sua ricetta conduce anche a relativizzare fortemente il ruolo della sfera dei bisogni primari. La societ dell homo oeconomicus non pu fare da modello affinch fiorisca una coesione civile degna di questo nome. Di pi. Non pu essere nemmeno un modello antropologico sano. Va da s che la sua riflessione offre un modello alternativo all antropologia, a volte ingenua, a volte feroce, del liberalismo economicista.

Beppe Vandai