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Il Pessimismo Leopardiano

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IL PESSIMISMO LEOPARDIANO

IL PESSIMISMO LEOPARDIANO Gli studiosi hanno distinto tre fasi del pessimismo leopardiano: una fase di pessimismo storico , una di pessimismo psicologico e una di pessimismo cosmico . 1. Il Pessimismo Storico si basa sulla Teoria delle Illusioni. Indagando sulla causa dellinfelicit umana, il Leopardi segue la spiegazione di Rousseau, e afferma, con la sua Teoria delle Illusioni, che gli uomini furono felici soltanto nellet primitiva, quando vivevano a stretto contatto con la natura, ma poi essi vollero uscire da questa beata ignoranza e innocenza istintiva e, servendosi della ragione, si misero alla ricerca del vero. Le scoperte della ragione furono catastrofiche: essa infatti scopr la vanit delle illusioni, che la natura, come una madre benigna e pia, aveva ispirato agli uomini; scopr le leggi meccaniche che regolano la vita delluniverso; scopr il male, il dolore, linfelicit, langoscia esistenziale. La storia degli uomini quindi, dice il Leopardi, non progresso, ma decadenza da uno stato di inconscia felicit naturale, ad uno stato di consapevole dolore, scoperto dalla ragione. Ci che avvenuto nella storia dellumanit, si ripete immancabilmente, per una specie di miracolo, nella storia di ciascun individuo. Dallet dellinconscia felicit, quale quella dellinfanzia, delladolescenza e della giovinezza, allorch tutto sorride intorno e il mondo pieno di incanto e di promesse, si passa allet della ragione, allet dellarido vero, del dolore consapevole e irrimediabile . La ragione colpevole della nostra infelicit, in contrasto con la natura madre provvida, benigna e pia, che cerca di coprire col velo dei sogni, delle fantasie e delle illusioni le tristi verit del nostro essere. 2. Il Pessimismo Psicologico. si basa sulla Teoria del Piacere Partendo dalla riflessione sullinfelicit, elabora la Teoria del Piacere che diventa il cardine del suo pensiero: secondo questa teoria, lamor proprio porta lindividuo ad una richiesta di piacere infinito per intensit e per estensione; poich questa richiesta non potr mai essere soddisfatta interamente, lindividuo, anche nel momento di maggior piacere, continuer a sentire lassillo del desiderio non colmato. Questo assillo di per s patimento, sicch lindividuo, anche quando non soffre di mali materiali, in stato di sofferenza per la sua stessa richiesta inappagata. Questo tipo di pessimismo ben pi radicale del primo, perch linfelicit non un dato occasionale, ma ormai una costante della condizione umana. 3. Il Pessimismo Cosmico si basa sulla Teoria del Patimento. Un ulteriore aggiustamento della concezione di natura si ebbe quando il poeta spost la sua attenzione dal tema del Piacere, che non si pu avere, a quello della Sofferenza che non si pu evitare. Anche se lindividuo potesse raggiungere il piacere, il bilancio della sua esistenza sarebbe comunque negativo, per la quantit dei mali reali (infortuni, malattie, invecchiamento, morte) con cui la natura, dopo averlo prodotto, tende a eliminarlo per dar luogo ad altri individui in una lunga vicenda di produzione e distruzione, destinata a perpetuare lesistenza e non a rendere felice il singolo. In altri momenti il Leopardi approfondisce la sua meditazione sul problema del dolore e conclude scoprendo che la causa di esso proprio la natura, perch proprio essa che ha creato luomo con un profondo desiderio di felicit,

pur sapendo che egli non lavrebbe mai raggiunta: 0 natura, natura, perch non rendi poi quel che prometti allor ? Perch di tanto inganni i figli tuoi ?, dice il poeta nel canto A Silvia. Cos, di fronte alla natura, il Leopardi assume un duplice atteggiamento: ne sente allo stesso tempo il fascino e la repulsione, in una specie di odi et amo catulliano. Lama per i suoi spettacoli di bellezza, di potenza e di armonia; la odia per il concetto filosofico che si forma di essa, fino a considerarla non pi la madre benigna e pia (del primo pessimismo), ma una matrigna crudele ed indifferente ai dolori degli uomini, una forza oscura e misteriosa, governata da leggi meccaniche ed inesorabili . E questo il terzo aspetto del pessimismo leopardiano che investe tutte le creature (sia gli uomini che gli animali). Ma in questo momento della sua meditazione il Leopardi rivaluta la ragione, prima considerata causa di infelicit. Essa gli appare colpevole di aver distrutto le illusioni con la scoperta del vero, ma anche lunico bene rimasto agli uomini, i quali, forti della loro ragione, possono non solo porsi eroicamente di fronte al vero, ma anche conservare nelle sventure la propria dignit, anzi, unendosi tra loro con fraterna solidariet, come egli dice nella Ginestra, possono vincere o almeno lenire il dolore. balbruno.altervista.org

GIACOMO LEOPARDI: il pensiero filosofico

filosofico.net GIACOMO LEOPARDI A cura di Giovanni Ipavec Oh casi! oh gener vano! abbietta parte / siam delle cose; e non le tinte glebe, / non gli ululati spechi / turb nostra sciagura, / n scolor le stelle umana cura. (Bruto Minore) INDICE LA VITA INTRODUZIONE AL PENSIERO FILOSOFICO INTRODUZIONE AI PARALIPOMENI INTRODUZIONE ALLE OPERETTE MORALI OPERETTE MORALI: TESTO COMPLETO LA VITA Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798, dal conte Monaldo e Adelaide Antici. Nel 1803 lamministrazione dei beni familiari tolta al padre, che si ritira quindi in una velleitaria attivit di letterato dilettante, e passa nelle mani della madre. Latmosfera di casa Leopardi non felice ed caratterizzata dallindole della madre, severa, bigotta e povera daffetti. Il giovane Giacomo inizia nel 1807 gli studi con i fratelli Carlo e Paolina, inizia a comporre piccoli componimenti poetici e cerca un proprio spazio autonomo allinterno di uneducazione di chiaro stampo controriformistico. Tra il 1813 e il 1816 inizia da solo lo studio del greco; si dedica a ricerche erudite e a varie indagini filologiche sorprendentemente rigorose e precise. Politicamente sposa le idee ultralegittimiste del padre. Nel 1817 pubblica sullo Spettatore lInno a Nettuno, fingendo trattarsi della traduzione di un originale greco, e due odi apocrife in greco, presentate come autentiche. Inizia la sua amicizia epistolare con Pietro Giordani ed inizia lo Zibaldone, il grande diario intellettuale che continuer sino al 32. Nel 1818 si conclude la sua conversione politica che lo porta a diventare un patriota repubblicano e democratico. Nel 1819 le cagionevoli condizioni di salute lo obbligano a sospendere gli studi; tutto ci una spinta a chiarire la propria condizione di solitudine, di noia, e a maturare il suo pessimismo ancora indeterminato. in questo periodo che scrive Linfinito e Alla luna. nel 1820 continuano le composizioni poetiche come, ad esempio, La sera del d di festa. Nel 1822 si reca a Roma, il primo viaggio fuori da Recanati: rimarr molto deluso. Nel 1823 ritorna a Recanati dove analizza la decadenza nazionale e gli effetti nefasti della Restaurazione. Nel 1824 scrive la maggior parte delle Operette morali e lanno dopo parte per Milano, dove prende contatto con leditore Stella, e poi passa a Bologna. Nel 1827 si trasferisce a Firenze dove conosce Alessandro Manzoni; i due non si capiranno, troppo diversa lindole personale. Nel 1828, finiti i mezzi di sostentamento, dopo aver composto A Silvia, costretto a far ritorno a Recanati. Nel 1829 compone: Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il Sabato del villaggio. Poco dopo aver concluso il Canto notturno, nel 1830, torna a Firenze ed inizia lamicizia con un esule napoletano: Antonio Ranieri. Nellaprile 1831, durante i moti dellItalia centrale, escono i Canti per leditore Piatti. Nel 1833 Giacomo si trasferisce con il Ranieri a Napoli; i due vivono in condizioni economiche estremamente precarie. Nel 1835 escono i Canti per leditore Starita di Napoli; vi compaiono nuove poesie tra cui Il passero solitario e il cosiddetto ciclo di Aspasia (Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, A se stesso, Aspasia). Muore, a 39 anni, nel 1837 a Napoli durante unepidemia di colera: il Ranieri a stento riesce a sottrarne il corpo alla fossa comune. INTRODUZIONE AL PENSIERO FILOSOFICO Che Leopardi sia poeta nessuno lha messo in discussione. Che sia anche filosofo, invece, stato oggetto di acceso dibattito. Alla base c il fatto che egli ha scritto di filosofia e, per cos dire, da filosofo: sullo Zibaldone troviamo tanti e tali pensieri sullanima, la metafisica, la religione, la societ, la natura, la

morale, e via dicendo, che lopera, ancorch disorganica e non sistematica, ben potrebbe configurarsi come trattato filosofico. N si pu dire che manchi a Leopardi lo stile filosofico, perch alcune sue pagine, specie quelle relative alla teoria del piacere, sono di tale rigore e oggettivit che sembrano stilate dalla penna di un Locke o di un suo seguace. Ma non tutti i critici sono daccordo su questo punto. Il vecchio filone della cultura laicista italiana, da De Sanctis a Croce, nega la filosofia di L., ritenendola scarsamente significativa, non originale n profonda. Per Francesco De Sanctis (cfr. Schopenhauer e Leopardi), interessato alluomo e allartista, essa esprime un superficiale pessimismo, contraddetto dalla poesia, lunica sua produzione genuina e profonda; il L. filosofo, che odia la vita, con la sua poesia ce la fa amare: La vita rimane intatta quando ci sia la forza dimmaginare, di sentire e di amare: che appunto il vivere. Dice lintelletto: lamore illusione, sola verit la morte. E io amo e vivo e voglio vivere. Il cuore rif la vita che lintelletto distrugge. Vera poesia lidillio, che mera espressione del sentimento; lelemento raziocinante un ostacolo, un pericolo, dal quale il poeta non riesce sempre a guardarsi nei piccoli idilli, quasi pi nei Canti scritti dopo il 30. Benedetto Croce riprende la contrapposizione, ma restringe ancor pi il campo poetico: la poesia del recanatese gli sembra oscillare tra filosofia e letteratura, quasi mai riuscendo a tenere la rotta mediana (di qui la sua sostanziale e netta stroncatura). Una nuova linea, che rivaluta L. filosofo, aperta nei decenni tra le due guerre. Giovanni Gentile, che legge L. con interessi filosofici, nellintento di rivalutare le Operette morali, arriva ad affermare che L. autentico e grande filosofo. Nel 1940 Adriano Tilgher sostiene che esiste una filosofia di L., che non sistematica n procede per astrazioni (L. non indaga i problemi gnoseologici o metafisici); essa ora si serve di unespressione lirica o letteraria (Canti, Operette morali), ora comunicata in modo immediato, solitamente non elaborato, attraverso lo Zibaldone. Nel dopoguerra si assiste ad un sostanziale rinnovamento degli studi leopardiani, grazie prevalentemente agli apporti della critica storicistico-marxiana, la quale mette in risalto lultimo L. (la produzione posteriore al 30), sostenendo leccellenza del poeta impegnato e progressivo contro quello isolato e solitario dellidillio. Saggi fondamentali sono i seguenti: L. progressivo di Cesare Luperini (Firenze, 1947), La nuova poetica leopardiana di Walter Binni (Firenze, 1947), Alcune osservazioni sul pensiero di L. di Sebastiano Timpanaro (Pisa, 1965), La protesta di L. di W. Binni (Firenze, 1973), La posizione storica di G.L. di Bruno Biral (Torino, 1974), L. - Schizzi, studi e letture di Carlo Muscetta (Roma, 1976). Questi contributi, tutti contrassegnati da una decisa matrice ideologica, individuano una linea eroica del pensiero leopardiano (L. consapevolmente eroico di fronte al proprio destino), pensiero che, non elevato al rango di filosofia, non pi un ostacolo alla poesia, ma piuttosto il suo vitale nutrimento. Notevole il saggio di Umberto Bosco Titanismo e piet in G.L. (Firenze, 1957) per il tentativo di spiegare tutto il percorso intellettuale del poeta alla luce del motivo eroico-titanico. Infine, entro lambito di una critica prevalentemente stilistica si sono mosse le ricerche di Bigongiari, Getto, Ramat, Solmi e Bigi. In conclusione, mentre per alcuni studiosi L. un filosofo esistenziale, che si pone problemi di ordine pratico-morale (la vita ha un senso? pu luomo essere felice? dopo la morte c qualcosa o con la morte finisce tutto?), la maggior parte dei critici concorda oggi nel ritenere che L. non possa essere considerato filosofo per il fatto che, pur avendone lattitudine e i mezzi culturali, era viziata in partenza la sua volont di speculazione. Egli infatti, sollecitato da motivi biografici e storico-culturali (vedi sotto il punto 2), assunse sin dallinizio un atteggiamento critico negativo nei confronti della vita e dei valori che essa esprime, considerati alla stregua di miti e illusioni. Tali convincimenti, penetrati profondamente e per tempo nel suo pensiero, ne condizionarono di fatto lattivit e gli intendimenti, cosicch, quando L. disporr degli strumenti filosofici, se ne servir non per sottoporre a critica razionale il suo atteggiamento di base, bens per rafforzarlo, per aumentarne la consistenza logica e la naturale persuasione. Cos

facendo, per, si precludeva la via alla vera filosofia: il giudizio, se segue e scaturisce dallanalisi, oggettivo e logicamente valido, ma se la precede diventa pregiudizio e strumentalizza e vizia gli esiti di quella. 2 - La formazione di Giacomo (1798-1816) La genesi del pensiero di L. appare determinata da una progressiva presa di coscienza della propria infelicit. Allorigine di questa si possono individuare due diversi ordini di fattori: biograficoambientali e storico-culturali. Tra i primi latmosfera affettivamente carente della sua famiglia e leducazione retrograda e autoritaria, impartita da una madre bigotta e formalista e da un padre conservatore e chiuso; poi la formazione isolata e solitaria, da autodidatta, quello studio matto e disperatissimo che contribu allinsorgere di diverse malattie croniche e alla malformazione fisica. Al gelo dei rapporti familiari vanno aggiunti lo scherno e la derisione dei concittadini, la mediocrit e la scarsa cultura dellambiente recanatese, la precoce sensibilit e la vivace intelligenza di Giacomo. Motivi di ordine storico-culturale furono la crisi dellilluminismo e linsorgere inizialmente indistinto e confuso di nuove ideologie, la perdita didentit e di funzione politico-civile dellintellettuale, larretratezza sociale e culturale dello stato pontificio. N va dimenticato che il periodo storico in cui Giacomo raggiunge la maturit let della Restaurazione, caratterizzata dal conflitto tra nazionalismo, liberalismo e romanticismo da una parte, cosmopolitismo, assolutismo e classicismo dallaltra. In ambito letterario nasce e si sviluppa la polemica classico-romantica attizzata dallarticolo di M.me de Stael, nella quale interviene anche L. (vedi sotto il punto 3). Punto di partenza della speculazione leopardiana, volta a tentare di chiarire il senso della vita, dunque il disagio esistenziale dellautore, ovvero la sua infelicit fisica e psicologica. Tale disagio allorigine di un pessimismo di tipo esistenziale, le cui caratteristiche si possono compendiare come segue: precoce venir meno delle illusioni e dei sogni infantili, sfiducia nella vita, sentimento (non ancora razionalizzato) di desolazione e di delusione, insofferenza verso i condizionamenti, sensazione di inutilit e di soffocamento. 3 - La fase del pessimismo storico (1816-1820) Il pensiero leopardiano prende lavvio da una meditazione sullinfelicit in s, della quale vengono indagate le cause, le dinamiche e le conseguenze. Alla base c la teoria dellamor proprio (di derivazione illuministica), secondo la quale luomo un essere che ama necessariamente se stesso e mira alla propria conservazione e alla propria felicit. Laltruismo un controsenso: quando io faccio del bene ad un altro perch provo piacere, quindi lo faccio sempre a me stesso. Laltruismo non il contrario dellegoismo, ma una sublimazione dellamor proprio, in quanto esistere significa amare se stesso, cercare la propria felicit. Lamor proprio non coincide con legoismo: questultimo una degenerazione dellamor proprio causata dallo sviluppo della civilt e dal predominio della ragione; uno degli esiti di quel progresso storico negativo, allindietro, che , secondo L., il passaggio dai primitivi ai civilizzati. Lamor proprio fonte di nobili azioni, di sacrifici eroici; legoismo, invece, calcolo meschino. Lamor proprio la volont di potenza dei forti, legoismo il calcolo razionale del debole che uccide la vita. L. respinge le ideologie ottimistiche e le utopie rassicuranti del suo secolo, si ribella alla meschinit del suo tempo e alle convenzioni del suo ambiente, che giudica arido e gretto; rimpiange un mondo mitico di nobili virt e di valori incorrotti, in cui gloria e fama, unici antidoti contro il grigiore della vita, erano possibili, conseguibili. Si scaglia con veemenza contro i miti dellOttocento, la storia e il progresso, e contro la stoltezza di un secolo che dalla filosofia della storia di Hegel fino al balletto Excelsior esalta luomo come creatore della realt. Per L. si tratta di un antropocentrismo fanatico, al quale egli si oppone con forza, affermando che la storia non progresso, ma regresso dal primitivo stato di natura, buono e felice, allo stato di civilt, corrotto e decadente.

Nella storia del genere umano si distinguono quattro tappe: 1) let primitiva, quando gli uomini vivevano in uno stato di perfezione e di innocenza anteriore alla civilt; 2) lantichit classica, civilt che L. ammira come sintesi equilibrata di natura e ragione (nello Zibaldone sostiene la superiorit del politeismo greco-romano rispetto alla religione cristiana); 3) il medioevo, nel giudicare il quale L. incorre nei tipici luoghi comuni dellilluminismo (secoli bui, epoca negativa, trionfo della barbarie); 4) let moderna, con il predominio assoluto della ragione, la freddezza, il convenzionalismo, il calcolo, la funzionalit, in una parola la vita inautentica. L. rifiuta il progresso civile e tecnologico, convinto che sia negativo in s, poich lincivilimento snaturamento, allontanamento dalla natura: il mondo sempre pi corrotto e non pu essere corretto. Netta, quindi, per L. lantitesi tra la remota grandezza e la miseria morale e materiale odierna. Lantagonismo di L. con gli orientamenti spirituali e culturali del proprio tempo si manifesta anche nellimpegno in favore dei classicisti, i quali devono assolvere il duplice compito di riproporre i valori classici, che hanno funzione liberatoria e di stimolo delle coscienze, e di scrivere per il proprio tempo (= alfierismo). Causa della decadenza la ragione, nemica della natura, corruttrice dei costumi, madre della civilt e della societ con tutti i loro egoismi, distruttrice del rimpianto mondo eroico. Sogno ritrovare la favilla antica, cio la vivacit dellimmaginazione, la forza delle illusioni, la vitalit dellieri contro la delusione delloggi, attraverso il meccanismo della ricordanza. Come gi il Foscolo, anche L. avverte la necessit delle illusioni (gloria, amor proprio, amor di patria, libert, onore, virt, amore per la donna), che sono secondo natura e costituiscono lunico antidoto agli effetti della civilt e della ragione, i quali hanno guastato il mondo moderno, tristissimo secolo di ragione e di lume; e come il Foscolo nei Sepolcri, cos anche L. concepisce la poesia come stimolatrice di illusioni. Tutta la storia del genere umano la storia della lotta tra la felicit e il vero, tra lillusione e la realt, tra la vita e il sogno. La realt banale e cattiva, vere sono solo le illusioni, ossia le speranze, di cui lumanit si nutre e che non pu abbandonare senza cadere nella disperazione. Larve definisce L. le illusioni in cui luomo crede nella sua et giovanile, ovvero in quel sabato del villaggio che precede il giorno pi noioso che il giorno della festa di sua vita; sono le illusioni che impediscono di scorgere la tragedia del vivere. E le illusioni rappresentarono veramente lunica motivazione alla vita per ladolescente Giacomo, che le ricorda con accenti commossi in uno degli squarci pi elevati della sua lirica, i vv. 77-103 delle Ricordanze. La realt illusoria: manifestando unevidente consonanza con Schopenhauer, L. sostiene la coincidenza di vita e sogno, essendo la realt niente altro che sogno, come scrive Caldern de la Barca. Questo concetto ribadito nelle opere della maturit (Operette morali e Canti posteriori al 27). Nel Dialogo di Torquato Tasso e del suo genio familiare si legge: Sappi che dal vero al sognato non corre altra differenza se non che questo pu qualche volta essere molto pi bello e pi dolce, mentre quello non pu esserlo mai. E il verso conclusivo di A se stesso (linfinita vanit del tutto) sottolinea che il vero nemico della felicit. L. mostra qui il suo paradosso: uneducazione illuministica che si rivolta contro lilluminismo, un illuminista antiilluminista, un uomo educato al culto della ragione (che dissipa le tenebre della superstizione e liquida come favole le verit della religione), il quale distrugge i miti stessi dellilluminismo e afferma la superiorit rispetto al vero di ci che pensato, sognato e sperato. Nel Dialogo di Timandro e di Eleandro tale concezione cos espressa: Si ingannano grandemente quelli che dicono e predicano che la perfezione delluomo consiste nella conoscenza del vero, e tutti i suoi mali provengono dalle opinioni false e dallignoranza, e che il genere umano allora finalmente sar felice, quando ciascuno o i pi degli uomini conosceranno il vero, e a norma di quello solo comporranno e governeranno la loro vita. L. nega in tal modo lessenza, il vangelo dellilluminismo: la felicit data

non dalla conoscenza del vero, bens dalla sua ignoranza; sapere di pi significa soffrire di pi, e chi aumenta la conoscenza aumenta anche il dolore, come dice la Bibbia. Tutta la poesia A Silvia esprime in termini altamente lirici questa concezione. In conclusione, la sostanza del pessimismo storico leopardiano si esprime in quattro antinomie, nelle quali il primo termine ha valenza positiva, il secondo negativa: valenza positiva valenza negativa natura vs ragione antico vs moderno stato naturale vs societ illusione vs vero 4 - La fase del pessimismo cosmico (1823-1830) A partire dagli anni del cosiddetto silenzio poetico (1823-27) L. opera un progressivo ribaltamento della concezione iniziale, giungendo a riabilitare la ragione contro la natura. Continuando ad analizzare le cause dellinfelicit umana, egli osserva che il naturale impulso vitale contrastato e ostacolato, a livello individuale, da un duplice limite, biologico e ontologico; a livello storico da un terzo limite, legoismo, che egli definisce peste della societ. Il limite biologico consiste nellintrinseca debolezza delluomo, il quale, al pari di ogni altro essere vivente, subordinato al ciclo meccanicistico della materia. Di qui la scoperta della propria fragilit e solitudine. Il limite ontologico dato dallimpossibilit di essere felici: la natura genera nelluomo una tensione irrefrenabile verso la felicit, un anelito costante al piacere, ma la felicit irraggiungibile, giacch, in quanto tale, deve essere infinita e pienamente appagante; di conseguenza la ricerca di essa conduce inevitabilmente ad una finita e concreta infelicit. I piaceri momentanei che si provano nella vita non sono altro che una tregua relativa e passeggera dellinfelicit. Per comprendere a fondo queste ultime affermazioni, occorre rifarsi alla teoria leopardiana del piacere, secondo la quale il piacere non n assoluto n infinito; anzi, il piacere in s non esiste: esiste solo nel desiderio, essendo un subbietto speculativo, vale a dire un puro concetto. Il desiderio immaginazione, speranza, sogno, proiettato sempre al futuro e sempre destinato ad essere deluso. Invece del piacere esistono i piaceri, intesi in senso negativo come cessazione dellaffanno, brevi momenti di assenza del dolore; concreti ed effimeri, rendono sopportabile il dolore, restituendo momentaneamente la vitalit, limpulso vitale. La teoria del piacere, il cui carattere negativo, strettamente legata alla teoria dellamor proprio. Lamor proprio, infatti, implica la ricerca della felicit, ma questa ricerca senza esito, non pu avere fine, quindi non pu mai appagarsi. Luomo cerca il piacere sempre, ma non pu accontentarsi del piacere che trova, che finito; egli pertanto destinato a cercare il piacere in qualcosa di sempre diverso, di sempre pi alto: ci significa che non lo trova mai. La tragicit della condizione umana in questa ricerca dellinfinito, che conduce sempre allo scacco. Il piacere sempre sperato, mai posseduto, sempre futuro, mai presente: esso sfugge sempre. Non

esistendo e non potendo esistere realmente, esiste solo nel desiderio del vivente e nella speranza o aspettativa che ne segue. In base a questa teoria il concetto di piacere negativo, quello di dolore positivo, per cui si pu dire che il piacere la mancanza del dolore, ma non si pu dire che il dolore la mancanza del piacere, ovvero di qualcosa che non esiste. Il concetto espresso poeticamente nei seguenti versi tratti da La quiete dopo la tempesta: Piacer figlio daffanno; Gioia vana ch frutto Del passato timore (). Uscir di pena diletto fra noi. Pene tu (= la Natura) spargi a larga mano; il duolo Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto Che per mostro e miracolo talvolta Nasce daffanno, gran guadagno. questa la concezione del piacere negativo, perch, se per caso cessa il dolore, di cui il piacere la negazione, non subentra il piacere, ma qualcosa di peggio, che nella dialettica di L. la noia. Il dolore, infatti, non esclude che luomo cerchi e speri di superarlo, mentre la noia angoscia e disperazione. E allora, per L. come per Schopenhauer, la vita oscilla inarrestabilmente come un pendolo tra il dolore e la noia, in un eterno meriggio privo di tramonto ristoratore. Il limite storico dato dalla inconciliabilit di individuo e societ, tra i quali si determina uno scontro di egoismi. Latteggiamento dei singoli antisociale: ognuno cerca sempre di avere di pi, di soverchiare gli altri, di sottomettere tutto e tutti al proprio utile o piacere. E ci per natura. Ne consegue che tutte le societ sono state cattive (superamento del pessimismo storico) e che, a causa appunto dellegoismo e dellaggressivit umani, ci si avvia inesorabilmente alla distruzione del mondo, gi data per avvenuta nel Dialogo di un folletto e di uno gnomo. Di qui la polemica contro lingenua fiducia del XIX secolo nel progresso scientifico e tecnologico, nelle macchine, nellespansione economica, che comporta lo sfruttamento industriale e il colonialismo. Considerati i tre suddetti limiti, L. conclude che tutto male. Esistere equivale ad essere perennemente insoddisfatti, incontentabili, a soffrire per la propria fragilit. Il bene consiste nel non esistere. Responsabile del male la natura, non pi vista come provvida e benefica madre, bens come causa dellinfelicit umana. Essa con lesistenza ci d i germi dellinfelicit, essendo linsopprimibile bisogno di felicit destinato a restare insoddisfatto. Documenti (testi che testimoniano la rottura del rapporto con la Natura): a. La sera del d di festa (idillio, 1820); Cfr. vv. 11-15: io questo ciel, che s benigno Appare in vista, a salutar maffaccio, E lantica natura onnipossente, Che mi fece allaffanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e daltro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Commenta G. Oliva: Il sonno silenzioso e tranquillo della donna si fa metafora di una indifferenza ben pi dolorosa per il L.: quella della Natura, che mostra agli uomini il suo aspetto pi delicato (il cielo, che s benigno appare in vista) solo per nascondere la sua malvagia crudelt. b. Ultimo canto di Saffo (canzone, 1822); Imperscrutabile il destino delluomo; uniche certezze sono il dolore e la morte: i destinati eventi Move arcano consiglio. Arcano tutto, Fuor che il nostro dolor. Negletta prole Nascemmo al pianto Morremo. La Natura beffarda, insensibile al dolore delluomo, intenta solo a perpetuare se stessa; come

nella Sera del d di festa cela sotto una struggente immagine di bellezza il suo disdegno (cfr. vv. 19-36). L. non sa proporre alcuna soluzione in grado di superare il dolore del mondo; lassurdo non pu essere vinto, ma solo accettato come tale. Luomo non pu sperare di vincere il nulla, da cui sorto e a cui far ritorno, ma pu solo identificarsi con esso in unoperazione che ricorda quella orientale del nirvana, dellannullamento. c. Zibaldone (dal 1821); Nella sua condanna della Natura il L. rifiuta qualsiasi provvidenzialismo, qualsiasi consolazione religiosa, qualsiasi soluzione irrazionale; al contrario, rivaluta pienamente la ragione: la ragione che disinganna e guida luomo alla vera sapienza, che consiste nel prendere coscienza della propria inutilit; la ragione che atterra (cio riporta sulla terra dal cielo della metafisica) luomo e lo pone davanti all arido vero; la ragione, infine, che scopre che tutta lumanit accomunata da un unico e identico destino (superamento del pessimismo individuale e psicologico). d. Dialogo della Natura e di un Islandese (O.M., 1824); Ogni tentativo di agonismo votato a disfatta: la Natura invincibile ed indifferente alla felicit o meno delluomo. Luniverso dominato dallirrazionalismo e dal casualismo: non c una ragione, un senso; non c un fine, una creazione, un orientamento; tutto abbandonato al caso. Del tutto inutile la ricerca di un significato: la Natura non d risposte. Lestrema domanda dellIslandese (Dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima delluniverso, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?) rimane senza risposta. e. Cantico del gallo silvestre (O.M., 1824); Lessere esiste, ma non c nessuna ragione perch esista anzich perch non esista; la vita non ha senso, n ha alcun senso la realt. I positivisti, che collegavano il pessimismo di L. alle sue condizioni fisiche, nel centenario della nascita ne riesumarono il corpo per misurarlo ed espressero la tesi che egli, essendo infelice e gobbo, doveva diventare fatalmente pessimista. Ma tale tesi del tutto insostenibile: il pessimismo di L. non di ordine psicologico, bens cosmico, poich riguarda la realt tutta, non solo luomo, n tanto meno luomo Giacomo Leopardi. Il quale, nella pagina pi terribile delle Operette morali denuncia il radicale non senso della realt. Si tratta della parte conclusiva del Cantico del gallo silvestre: Tempo verr, che esso universo, e la natura medesima, sar spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre et, non resta oggi segno n fama alcuna: parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamit delle cose create, non rimarr pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Cos questo arcano mirabile e spaventoso dellesistenza universale, innanzi di essere dichiarato n inteso, si dileguer e perderassi. f. A Silvia (idillio, 1828); La Natura tradisce, matrigna, non mantiene le promesse, inganna, spegne le illusioni: O natura, o natura, Perch non rendi poi Quel che prometti allor? perch di tanto Inganni i figli tuoi? La vita si rivela aridit e disillusione: Allapparir del vero Tu, misera, cadesti: e con la mano La fredda morte ed una tomba ignuda Mostravi di lontano. g. Canto notturno di un pastore errante dellAsia (idillio, 1830). Il desiderio di sapere la verit non appagato; uniche certezze il vuoto e il nulla; lesistenza assurda. Perch siamo nati?. A questa domanda L. risponde: Per mostrare che era meglio che non nascessimo affatto: per questo, non appena un bambino nato, noi prendiamo a consolarlo dellessere venuto al

mondo. E forse la definizione pi precisa del pessimismo cosmico, del non senso dellessere, si trova in questa grande lirica, che stata chiamata lanti Divina Commedia, perch, se la Divina Commedia senso dellordine, della provvidenza, della finalit, il Canto notturno, allopposto, esprime una visione della vita improntata ad un totale casualismo. Effetto di questa presa di coscienza il tedio, la noia, definita la pi sterile delle passioni umane, figlia della nullit e madre del nulla, ma anche il pi sublime dei sentimenti umani. Essa tormento, lesaurirsi del mito vitalistico, privazione del desiderio, coscienza dellinutilit del tutto; ed sentimento nobile, perch distingue gli spiriti pi sensibili e dotati. In questo risiede la grandezza delluomo. In conclusione, una valida sintesi delle concezioni su cui si fonda il pessimismo cosmico di G.L. pu essere la seguente: Luomo nasce per il dolore e la gioia cessazione momentanea dellaffanno. Dal punto di vista delluomo (piano esistenziale) tutto luniverso sembra cospirare contro di lui. Da quello dellssoluto (piano metafisico) la vita un processo naturale che alterna gli esseri attraverso la generazione e la morte. La natura, intesa come forza bruta e malefica, responsabile della nostra sventura. Luomo conosce il suo destino, ma ci lo rende infelice, poich da questa comprensione egli viene ricondotto in se stesso, alla sorgente prima della sua infelicit, che il suo stesso esistere. Perci la morte lunico rifugio per il vivente. 5 - Lultimo Leopardi: il pessimismo eroico (1827-1837) Dopo il definitivo addio a Recanati del 30 aprile 1830 il pensiero di L., sia sul piano ideologico sia su quello etico, fa registrare una svolta (anticipata dal Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827) nel senso di un superamento della visione materialisticamente negativa e nichilista maturata nella fase del pessimismo cosmico, per un messaggio agonistico positivo (di difficile comprensione e attuazione, perch non apprezzato in questo secolo). Le ragioni di tale svolta sono molteplici e si possono sintetizzare nei punti seguenti: Lamicizia, per quanto effimera, con i liberali toscani dell Antologia. La fallimentare esperienza dellamore (ultima delusione in ordine di tempo il rifiuto ottenuto da Fanny Targioni Tozzetti, che fu allorigine del Ciclo di Aspasia). I contrasti con gli spiritualisti napoletani dopo il trasferimento a Napoli in casa di Antonio Ranieri. Lassidua pratica della filologia, improntata a severo rigore scientifico, nella ricerca di risposte non evasive n fideistiche al dramma esistenziale. La scoperta del linguaggio satirico come strumento espressivo del titanismo e del pessimismo. La lettura di Epitteto (filosofo stoico greco, autore del Manuale) e di Teofrasto (discepolo di Aristotele, propugnatore dellempirismo materialistico). Il superamento delletica stoica e dellatteggiamento apolitico (dallatarassia alla partecipazione). Lesigenza di un atteggiamento eroico e di una morale costruttiva, fondata esclusivamente sulluomo e aliena dal trascendente. Nel ricostruire, attraverso i documenti, le tappe di questa fase del pensiero leopardiano, troviamo nel Dialogo di Plotino e di Porfirio del 1827 la prima espressione della necessit di una solidariet umana di fronte al destino. Il dialogo, incentrato sul tema del suicidio e volto a chiarire le ragioni che lo respingono come soluzione al dramma esistenziale, si conclude con unappassionata esortazione rivolta da Plotino allamico: Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. S bene attendiamo a tenerci compagnia lun laltro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sar breve. E quando la morte verr, allora non ci dorremo: e anche in quellultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrer il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e ci ameranno

ancora. Due anni pi tardi L., in una famosa pagina dello Zibaldone, dissipa con forza i sospetti di misantropia di cui era fatto oggetto il suo pensiero: La mia filosofia non solo non conducente alla misantropia, come pu parere a chi la guarda superficialmente, e come molti laccusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quellodio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbero esser chiamati n creduti misantropi, portano per cordialmente ai loro simili (). La mia filosofia fa rea dogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge lodio, o se non altro il lamento, a principio pi alto, allorigine vera dei mali dei viventi. Ma L. non trova rispondenza n comprensione nella classe politica e intellettuale del suo tempo, la quale professa fiducia nelle magnifiche sorti e progressive. Contro lottimismo storicistico del secolo, che egli giudica stolto, e contro lo stesso impegno politico e legislativo, che egli vede animato dalla sterile e ridicola pretesa di procurare agli stati il benessere e la felicit ignorando le reali esigenze degli individui, L. intraprende una vigorosa crociata solitaria. In una lettera al Giordani del 1828 scrive: Mi comincia a stomacare il superbo disprezzo che qui si professa di ogni bello e di ogni letteratura: massimamente che non mi entra poi nel cervello che la sommit del sapere umano stia nel saper la politica e la statistica. Anzi, considerando filosoficamente linutilit quasi perfetta degli studi fatti dallet di Solone in poi per ottenere la perfezione degli stati civili e la felicit dei popoli, mi viene un poco da ridere di questo furore di calcoli e di arzigogoli politici e legislativi; e umilmente mi domando se la felicit dei popoli si pu dare senza la felicit deglindividui. La polemica di L. particolarmente dura contro il liberalismo cattolico e moderato, come attesta la satira dei Nuovi credenti, e la sua condanna coinvolge ogni tipo di conformismo, sia reazionario, sia liberale. Negli ultimi anni L. abbandona il pessimismo pi metafisico per acquisire un atteggiamento pi relativistico, fondato sul riconoscimento di un doppio piano della verit, quello dellordine delle cose e quello del modo dellesistenza, e, di conseguenza, di una duplice matrice del dolore. C il dolore che deriva dallordine delle cose, dunque legato allessenza stessa della vita e, come tale, ineliminabile se non a costo della rinuncia alla vita stessa (si tratta del dolore inflitto alluomo dai mali esterni, ai quali non ci si pu sottrarre: malattie, eventi atmosferici, cataclismi, deperimento dovuto a vecchiaia). C poi un altro tipo di sofferenza, che invece rimanda al mondo dellesistenza, cio alla qualit della vita, alla storia, alla cultura. Questo secondo tipo di dolore pu essere invece combattuto e rimosso in quanto dipende non dalla natura, ma dalluomo: di qui il recupero del vitalismo e la scoperta, da parte della poesia leopardiana, della dimensione sociale. Il male storico dipende dal libero sfogo dellegoismo umano: noi viviamo tutti per la morte e, anche se accomunati dalla stessa miseria della vita e dallodio implacabile della Natura, tendiamo a contrapporci lun laltro per desiderio di affermarci, voglia di prevalere, che sono la manifestazione degli istinti pi bassi. Cos accresciamo il gi grande male di vivere. Ma luomo essere razionale, soggetto di cultura, dunque pu controllare i bassi istinti, che sono fondamentalmente antisociali, e produrre valori alternativi come la compassione, la solidariet, lamicizia, che invece fondano la societ. E questo il compito della filosofia dolorosa ma vera, che riconosce francamente il male della vita e mostra concretamente come esso possa essere mitigato. Questo il compito del nuovo poeta, che cos recupera la funzione di vate al servizio tanto della verit quanto dellintera umanit e si fa promotore di autentica cultura e autentico progresso sociale. Letica della solidariet il tema centrale della Ginestra, concepito come un messaggio indirizzato sia ai contemporanei sia ai posteri: si impone una grande alleanza fra tutti gli uomini, una social catena che coalizzi i mortali contro lempia Natura e abbia il coraggio della verit, rifiutando lidea di una Provvidenza e le superbe fole del secol superbo e sciocco. Il messaggio finale di L. frutto di un razionalismo irriducibile. Progressismo e pessimismo convivono in questultima fase del suo pensiero, caratterizzata dalla speranza che la riconquista del giusto sapere sia il fondamento di una societ nuova, costruita con le sole forze umane.

INTRODUZIONE AI PARALIPOMENI A cura di Giuseppe Bonghi Leopardi scrive questo poemetto satirico di otto canti in ottave, presentandolo come continuazione del poema pseudomerico Batracomiomachia, che era stato tradotto per ben tre volte dal Leopardi: 1815 La guerra dei topi e delle rane 1821-1822 Guerra de topi e delle rane 1826 Guerra dei topi e delle rane Leopardi finge che il poema sia tratto da antiche pergamene e che sia allimprovviso interrotto e non continuabile, per quanto abbia interrogato le antiche fonti. Incerta la data di composizione del poemetto, che sicuramente non viene cominciato prima del 1831, e questo lo si pu dedurre dallaccenno alla sconfitta dei Belgi a Lovanio il 12 agosto 1831 e alla morte del Niebuhr avvenuta il 2 gennaio 1831. Quasi certamente vi lavor mentre si trovava a Napoli nel 1834 e vi lavor fino alla morte lasciandolo incompiuto, nel senso che non riusc a dargli una veste definitiva. In una lettera scritta l11 dicembre 1846 da Giuseppe Giusti a Vincenzo Gioberti. Dei Paralipomeni abbiamo due copie manoscritte: una fra le carte napoletane ed di mano di Antonio Ranieri (ma il primo canto di mano del poeta); laltra fra le carte che il Ranieri lasci alla biblioteca nazionale di Napoli, ed interamente di mano del poeta. Fu pubblicato per la prima volta nel 1842 a Parigi, per i tipi della Libreria europea di Baudry. Con i Paralipomeni Leopardi scrive dei suoi tempi, ma erano tempi legati a un certo immobilismo: la napoletanit di Topaia, la citt-stato dei Topi lo dimostra. Ma ne parla in modo letterario, lontano dai veri problemi sociali e politici che affannavano lepoca della Napoli che lui ha conosciuto negli ultimi anni della sua vita, che non gli entrer mai dentro e della quale conoscer a malapena certi aspetti esteriori, riassumibili nelle vicende di Pulcinella e Colombina, che venivano rappresentati dai teatranti di strada col teatro dei pupi, unico divertimento della gente che si accalcava davanti al teatrino e partecipava in modo diretto alle vicende con incitamenti e richieste che spesso cambiavano la stessa vicenda come in una specie di Commedia dellarte . vero che i Topi sono i liberali italiani, le Rane i papalini e i Granchi i reazionari austriaci e lautore crede di essere il Malpensante, il personaggio Assaggiatore, cio luomo antiretorico e anticonformista, ma anche vero che di quellepoca non riesce a cogliere n la realt storica n la realt umana della gente che lo circondava, troppo assorbito forse dalla vasta e profondamente dolorosa vicenda personale. I Paralipomeni sono un poemetto incompleto, perch manca una conclusione strutturalmente valida (troppo debole e letteraria risulta il marchingegno della trovata del manoscritto interrotto) e manca soprattutto unidea-guida intorno alla quale far girare lintera vicenda, che pure non manca di spunti importanti e sul piano poetico di ottave interessanti: e lidea-guida poteva essere solo, in quei frangenti storici e la presenza dei tre gruppi Topi-Rane-Granchi, la soluzione di unItalia unita; ma noi non sapremo mai, leggendo questo poemetto, cosa veramente Leopardi pensasse dellItalia e della sua unificazione. Dei Paralipomeni cos scrive Novella Bellucci in Per leggere Leopardi, (Bonacci, Roma 1988, p. 194): Con questa satira politica Leopardi ha insegnato ai posteri una lettura certamente non conformista degli eventi prerisorgimentali, elaborata sullo sfondo di uno scenario di cui ormai lautore ha smascherato ogni ornamento pseudoculturale o ideologico, ogni supporto aprioristico e consolatorio. Va tenuto presente che lo spirito polemico del poemetto indirizzato verso dei destinatari concreti, i liberali in genere (molti Leopardi ne aveva conosciuti e frequentati nel soggiorno fiorentino), ma soprattutto gli spiritualisti cattolici della Napoli in cui si trov a vivere negli ultimi anni della vita; eppure le ottave dei Paralipomeni, mentre si misurano con la polemica concreta, si situano anche in una prospettiva pi generale, si riconducono al complessivo discorso poetico dellultimo Leopardi: sopra e oltre le vicende degli uomini, le loro micro e macro storie, incombe un sistema antiprovvidenziale, ugualmente

indifferente a umani e bestie, impossibilitato nei suoi meccanismi essenziali a mutare o migliorare, identificabile con una natura carnefice e nemica o almeno non finalizzata alla cura degli eventi. Queste parole sono apparentemente chiare, ma difficili da capire per i nostri magri studenti (avrebbe, ad esempio, almeno potuto spiegare che cosa significa supporto aprioristico e consolatorio in un autore che chiede cos poco di essere consolato ma tanto di sentire vicino una presenza amica); e noi le abbiamo riportate perch ci servono per mettere in evidenza due elementi, che appartengono non solo alla comprensione di questo poemetto, ma allintera poetica leopardiana e che possiamo cos enucleare: 1) il poemetto indirizzato realisticamente a certi gruppi di persone, i liberali che aveva conosciuto soprattutto a Firenze e gli spiritualisti cattolici di Napoli eredi delle vittoriose giornate contro la Repubblica partenopea del 1799 e che continuavano imperterriti a fare disastri politici ed economici nella Napoli della prima met dellOttocento; 2) ogni cosa sottoposta a un sistema esterno e superiore allindividuo (identificabile con la Natura matrigna) che tutto vede e a tutto provvede senza tener conto degli individui ma perseguendo fini misteriosi ai quali luomo completamente estraneo e contro i quali si rende conto di essere impotente. Se estendiamo questo concetto dal piano religioso a quello politico, ci accorgiamo che in effetti la situazione non cambia: il potere politico resta qualcosa di inaccessibile alluomo che si rende conto allo stesso modo di essere estraneo e impotente. Ma, al di l di queste due considerazioni, assodato che questo poemetto leopardiano viene letto solo dagli studiosi e da qualche appassionato, ci dobbiamo rendere conto che Leopardi stesso vive in una realt sociale, politica e religiosa che gli resta estranea: non linterprete di quella realt, come non pu esserlo il romantico in genere tutto preso dai suoi grandi ideali che appartengono a una realt storica sicuramente pi evoluta, ma solo il visionario che con la realt tende molto spesso a scontrarsi. Il romantico lotta per unidea, non per la realt, lotta per la libert come ideale non per la libert di un popolo che anche progresso delluomo e non ci pu essere progresso sociale se non si cancellano privilegi che allora come ora erano forti e tenacemente legati al modo di vivere e di pensare di coloro che in qualunque modo avevano in mano le leve del potere sia a livello generale che a livello locale. Per avere scrittori che siano anche interpreti della realt bisogner aspettare almeno i potes maudits e i veristi o naturalisti, che descriveranno la realt come credevano che essa fosse. Insomma: a) i romantici hanno una visione personale della realt, b) i romantici non sono interpreti della realt. Personaggi del poemetto (I nomi di alcuni personaggi appartenevano gi alla Batracomiomachia) Miratondo, un guerriero dei Topi Mangiaprosciutti, Re dei Topi, morto in battaglia Leccamacine, figlia di Mangiaprosciutti, sposa di Rodipane Rodipane, sposo di Leccamacine, successore di Mangiaprosciutti per elezione e quindi per volont popolare Rubabriciole, figlio di Rodipane e Leccamacine, per la cui morte scoppia la guerra fra Rane e Topi Rubatocchi, generale dei Topi, valoroso come Achille, lunico a morire eroicamente nella battaglia contro i Granchi Leccafondi, Conte e Signore di Pesafondi e Stacciavento (identificato con Gino Capponi o Pietro Colletta) Brancaforte, Generale dei Granchi (qualcuno lo ha voluto identificare col generale austriaco di origine italiana Federico Bianchi, che nel maggio del 1815 sconfisse Gioacchino Murat a Tolentino) Senzacapo, Re dei Granchi (probabile allusione a Francesco I di Lorena, diciannovesimo imperatore della casa dAsburgo, appartenente alla dinastia iniziata da Francesco di Lorena e Maria Teresa)

Camminatorto, ministro reazionario imposto dai Granchi a Rodipane Assaggiatore, generale, che rispecchia idee e scelte dellautore Riassunto del poemetto (I numeri tra parentesi indicano le ottave) Canto primo: Nella guerra tra Topi e Rane, scoppiata per la morte del principe Rubabriciole, nipote di Mangiaprosciutti re dei Topi e figlio di Leccamacine, i Topi sconfitti sono costretti a una ritirata precipitosa (1-4); morto in battaglia il loro re Mangiaprosciutti, durante una sosta eleggono il valoroso Rubatocchi come capo provvisorio (5-13) e inviano il conte Leccafondi come ambasciatore al campo nemico (32-47). Lunga digressione sullantica grandezza dItalia (14-31). sconfitta dei topi riferimento alla battaglia di Tolentino (3 maggio 1815) nella quale lesercito napoletano comandato da Gioacchino Murat fu sconfitto dagli Austriaci venuti in soccorso delle truppe pontificie fuga dei topi terza ottava: viene paragonata a quella delle truppe pontificie nel corso della prima campagna dItalia di Napoleone (1797), guidate dal generale imperiale Michelangelo Alessandro Colli-Marchini fuga dei topi quarta ottava: sconfitta degli Olandesi a Lovanio (12 agosto 1831) con una fuga interrotta dal soccorso delle truppe francesi di Luigi Filippo nona ottava riferimento allepisodio narrato da Senofonte nellAnabasi, dei diecimila mercenari greci che, dopo aver partecipato alla sfortunata spedizione Lucerniere antico topolino filosofante, al quale stata eretta una statua Canto secondo: Viaggio notturno del Conte Leccafondi (1-10) e descrizione del suo arrivo al campo dei Granchi (11-27); Brancaforte, generale dei Granchi, dapprima si rifiuta di riconoscere il mandato di Leccafondi; poi, per ordine del suo re Senzacapo, detta al conte le condizioni di pace: nomina, da parte dei Topi, di un re legittimo e insediamento di un presidio di trentamila granchi in Topaia, la capitale sotterranea dei vinti Topi e infine illustra la politica del suo sovrano, basata sui princpi dellequilibrio e del diritto dintervento (28-46). Da notare che nelle ottave 30-39 satireggiato il principio dellequilibrio europeo, obiettivo della politica austriaca posteriore al congresso di Vienna. Topaia La citt stato dei Topi, identificabile con la citt di Napoli e/o col Regno di Napoli Mezzofanti cardinale Giuseppe Gaspare Mezzofanti (1774-1849), famoso poliglotta, professore allUniversit di Bologna (sembra conoscesse una ventina di lingue) Brancaforte Generale dei Granchi (qualcuno lo ha voluto identificare col generale austriaco di origine italiana Federico Bianchi, che nel maggio del 1815 sconfisse Gioacchino Murat a Tolentino): comunque lemblema del militare austriaco rozzo e ottuso Senzacapo (ott. 26) probabile allusione a Francesco I di Lorena, diciannovesimo imperatore della casa dAsburgo, appartenente alla dinastia iniziata da Francesco di Lorena e Maria Teresa ottava 42 Forse c un riferimento alla guarnigione che lAustria impose al Regno di Napoli nel 1821 Canto terzo Rubatocchi, che ha condotto in salvo lesercito dei Topi in salvo nella citt-stato di Topaia (1-19),

rinuncia al potere che gli viene offerto; digressione sul secolo XVI (20-34). I Topi instaurano allora un regime costituzionale ed eleggono come loro Re Rodipane, genero di Mangiaprosciutti (35-45). Topaia nella descrizione di Topaia Leopardi ha tenuto presente Napoli ottava 7 Il castello di Topaia paragonato alla citt di Trevi con una lunga similitudine che si estende per tre ottave Canto quarto Dopo una lunga digressione satirica sui primordi della societ umana in polemica con le teorie provvidenzialistiche della storia (1-25), il racconto riprende dalle elezioni di Rodipane: viene costituito un governo liberale, nel quale il liberale Leccafondi nominato consigliere del re e ministro degli interni, e si adopera per il progresso culturale, civile ed economico del popolo (26-42. Ma Senzacapo, il re dei Granchi, non tollera questa svolta pericolosa ed invia a Topaia il suo messo Boccaferrata (43-47)0. Senzacapo nel ritratto di Senzacapo c un probabile riferimento a Francesco I dAustria, il quale si occupava personalmente di regolare con editti e decreti il numero e le qualit delle percosse, e la qualit della verga che era, secondo i casi, o bastone o verga di vimini. Francesco I fu veramente sonatore di violino e faceva parte di un quartetto speciale (Allodoli) Canto quinto Lungo discorso (1-15) di Boccaferrata che cerca di costringere Rodipane di legittimare il suo potere, rifiutando la sua elezione avvenuta per volont popolare e sancendo che il potere gli spetta per diritto dinastico. Rodipane si rifiuta (16-20) e scoppia la guerra: il popolo dei Topi approva sdegnati latteggiamento del suo re e si prepara allo scontro con i Granchi (21-34); ma alla sola vista del nemico i Topi fuggono e vengono sconfitti (35-48): tanto grandiosa ed epica la descrizione della preparazione alla battaglia (basta vedere lelenco dei personaggi mitici nominati). Lunico a non fuggire Rubatocchi, contro il quale si rivolgono le schiere nemiche: dopo il tramonto del Sole, quando il buio ormai completo, cade ma il suo cader non vide il cielo. Canto sesto Cade Topaia e cade il suo regime liberale (1-6): Camminatorto, il ministro reazionario che i Granchi impongono a Rodipane, abroga tutti i provvedimenti che aveva preso lilluminato Leccafondi (713). A Topaia i Topi cominciano a tramare congiure velleitarie, mentre Leccafondi viene esiliato (14-23); durante la tempesta in una notte dautunno trova rifugio nel palazzo di Dedalo (unico personaggio umano del poema) (24-36), che lo ospita generosamente e al quale narra le sue peripezie, come Enea a Didone (37-45). Canto settimo Ritratto di Dedalo che fa vedere a Leccafondi la sua biblioteca e le opere antiche e moderne dei Topi (1-7), convinto assertore dellimmortalit dellanima delle bestie, guida Leccafondi verso lAverno degli animali. Muniti di ali, i due sorvolano la meta Europa, Asia e Africa rappresentate in et preistorica (20-31) e infine raggiungono lAverno degli animali (32-51). Canto ottavo Leccafondi discende nellAverno dei Topi (1-19) e a fatica riesce a strappare un consiglio ai Topi defunti: rientri in Topaia e si rivolga al vecchio e prode generale Assaggiatore (20-31). Tornato in patria, il conte interroga pi volte invano il generale (32-41); finalmente egli parla ma le sue dichiarazioni non possono essere riferite perch proprio a questo punto sinterrompe il manoscritto sul quale il poeta finge di aver condotto la sua storia (42-46) e pi a nulla vale la conoscenza celata in mille biblioteche e in tante lingue diverse, antiche o moderne. Sotto le vesti animalesche si nascondono i contendenti dei moti risorgimentali dal 1821 al 1831, con particolare riferimento alle vicende napoletane: i topi sono liberali, le rane rappresentano i

conservatori (con specifica allusione alle truppe pontificie), i granchi invece rappresentano gli Austriaci. Resta fondamentale il giudizio espresso sul poemetto da Vincenzo Gioberti (cfr. Il gesuita moderno, vol. III, Losanna, Bonamici 1847, pag. 484): I popoli italiani sono forse educati alle grandi imprese? Il Leopardi verso la fine della sua vita scrisse un libro terribile, nel quale deride i desideri, i sogni, i tentativi politici deglItaliani con unironia amara che squarcia il cuore, ma che giustissima. Imperocch tutto ci che noi abbiam fatto in opera di polizia da un mezzo secolo in qua cos puerile, che io non vorrei incollerire contro gli stranieri quando ci deridono se anchessi non fossero intinti pi o meno della stessa pece. Alla fine resta la penosa impressione dellesercito dei Topi che, schierato e pronto ormai per la battaglia, allimprovviso si slancia in una irrefrenabile fuga e giunge ad accalcarsi davanti alle quattro sole porte dentrata nella citt di Topaia, raggiunto e inesorabilmente decimato dallesercito dei Granchi, dopo che era stato abbattuto lultimo eroico inutile baluardo, rappresentato dalla figura del generale Rubatocchi: una morte tanto eroica quanto farsesca se si pensa alla contemporanea oscena fuga del suo esercito. Proprio le due dicotomie eroismo-farsa e storia-apparenza, introducono alla dicotomia pi interessante presente nel poemetto e che affonda le sue radici nellIlluminismo e nella Rivoluzione francese, quella fra potere regio e potere popolare, che cos male era rappresentata dallesercito francese in Italia, sia per quanto riguarda le esperienze infelici di Monaldo Leopardi, sia per le esperienze altrettanto infelici dei tempi di Giacomo; proprio questultima dicotomia ben rappresentate dalla presenza di Boccaforte che cerca di obbligare Rodipane a cambiare la legittimit della sua elezione da popolare in una pi tradizionale, quella del potere che deriva dal diritto divino. INTRODUZIONE ALLE OPERETTE MORALI A cura di Giuseppe Bonghi Le Operette Morali, progettate sin dal 1820 in un progetto vago e sovrabbondante, con lidea di riprendere il genere dei Dialoghi dello scrittore greco Luciano, vengono scritte nel 1824 (le prime venti) e stampate a Milano dalleditore Angelo Stella nel 1827, dopo che tre di esse erano uscite nel 1826, due sul numero di gennaio dellAntologia (Dialogo di Timandro e di Eleandro, Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare e Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez) del Viesseux e successivamente su due numeri del Nuovo Ricoglitore. Ledizione completa con laggiunta delle ultime quattro scritte negli ultimi anni, uscir nel 1835 a Napoli presso leditore Saverio Starita, unedizione che non ottenne il permesso di pubblicazione ufficiale, ma che ebbe lo stesso un buon successo. Nelle Operette Leopardi esprime la sua diagnosi della realt, trattando la sua visione con assoluta libert proprio assumendo le vesti pi disparate dei personaggi dei suoi Dialoghi, che discutono con i morti o sono semplicemente animali domestici come il gallo silvestre; guida i suoi lettori verso traguardi noti a lui solo, a scoprire la vera essenza del quotidiano, quasi anticipando lanalisi umoristica pirandelliana, facendoci vedere laltro aspetto della realt, non quello pi nascosto, ma quello pi difficile da cogliere se si analizzassero le cose col solito modello di pensiero. Invita i lettori a svestorisi del proprio modo di pensare per vedere non dentro le cose (unoperazione che tutti fanno), ma dalla parte opposta e simmetrica, a sentire laltro suono della campana. Il ricorso alla fantasia della rappresentazione non si scontra mai con lanalisi della realt, non unoperazione dellimmaginazione, ma della logica seguendo strutture di ragionamento diverse, come diverse sono le epoche in cui sono situati i personaggi, come diversi sono i modi di pensare e di vedere: ma tutti dovrebbero condurre a una sola unit dintenti, a una sola visione, agli stessi valori ed ideali, eliminando arrivismi ed egoismi che tutto distruggono. Analizzando proprio il Dialogo cancellato dal poeta possiamo capire come i grandi valori sociali (la patria, lonore) siano diventati la ricchezza sfrenata, i divertimenti, la voglia di primeggiare. Le Operette esprimono la meditazione leopardiana sulla condizione umana sospesa tra passato e presente, tra

aspettative naturali e realizzazione pratica, sul destino, sullaspirazione di ogni uomo a una felicit che sembra raggiungibile nella prima giovinezza ma che si rivela ad ogni anno che passa (Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere) sempre pi un sogno impossibile; non a caso si aprono con la Storia del genere umano, in cui Leopardi rappresenta la successione delle tappe della sua storia spirituale che riflette quelle della storia del genere umano in generale, e si chiudono con il Dialogo di Tristano e di un amico che rappresentano la virile attesa della morte, solo rimedio allinutile miseria della vita sottolineando cos la sua solitudine e il coraggio con cui ricercava il vero, fra gli uomini che preferivano banali e confortanti illusioni. Scritte nel 1824, rappresentano la presa di coscienza del crollo delle sue illusioni giovanili, tornando a Recanati, il nato borgo selvaggio, dopo che fiducioso tre anni prima era corso incontro al mondo allontanandosi da casa, in cui gli sembrava impossibile vivere e raggiungere unaccettabile condizione di vita felice. Lironia che le pervade non sono una ricerca spirituale di distacco dallamarezza che la materia trattata gli infonde, ma sono la scoperta del senso fondamentale della vita che si nasconde dietro le banali apparenze quotidiane della cultura e dei modi di vivere. Proprio questa scoperta sar alla base della sua grande poesia a partire dal 1827. una scoperta dolorosa, ma rappresenta anche laccettazione del male della vita, esclusa da ogni speranza di bene o contento, come dir nel Canto notturno, che altri forse avr, ma che lui non potr mai raggiungere perch questa la condizione umana. Le domande che si pone, e che scaturiscono dai Dialoghi, rimangono senza risposta; il dialogo stesso diventa fittizio e apparente, perch resta un monologo che scaturisce dai due aspetti della realt che lo affascina e lo intristisce, una, quella dellapparenza, che luomo vive nella fiduciosa giovinezza, nel momento in cui le cose appaiono, e laltro che si afferma allapparir del vero. Per questo le Operette rappresentano un punto di partenza fondamentale per la formazione umana e sociale delluomo moderno, lontano da tutto ci che impoverisce lesistenza umana, appiattendola su apparenze vuote o sospingendola verso chimeriche forme di vita ultraterrena; in esse il poeta tocca e rivela i pi profondi motivi del nulla, della noia-angoscia, della vita come morte, senza mai cadere nel patetico, ma sempre stimolando lenergia virile delluomo ad affrontare lesistenza con il coraggio che deve portare alla ricerca della verit. INDIETRO filosofico.net

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leopardi.it Home - I CANTI XXV - IL SABATO DEL VILLAGGIO La donzelletta vien dalla campagna, In sul calar del sole, Col suo fascio dellerba; e reca in mano Un mazzolin di rose e di viole, Onde, siccome suole, Ornare ella si appresta Dimani, al d di festa, il petto e il crine. Siede con le vicine Su la scala a filar la vecchierella, Incontro l dove si perde il giorno; E novellando vien del suo buon tempo, Quando ai d della festa ella si ornava, Ed ancor sana e snella Solea danzar la sera intra di quei Chebbe compagni dellet pi bella. Gi tutta laria imbruna, Torna azzurro il sereno, e tornan lombre Gi da colli e da tetti, Al biancheggiar della recente luna. Or la squilla d segno Della festa che viene; Ed a quel suon diresti Che il cor si riconforta. I fanciulli gridando Su la piazzuola in frotta, E qua e l saltando, Fanno un lieto romore: E intanto riede alla sua parca mensa, Fischiando, il zappatore, E seco pensa al d del suo riposo. Poi quando intorno spenta ogni altra face, E tutto laltro tace, Odi il martel picchiare, odi la sega Del legnaiuol, che veglia Nella chiusa bottega alla lucerna, E saffretta, e sadopra Di fornir lopra anzi il chiarir dellalba. Questo di sette il pi gradito giorno, Pien di speme e di gioia: Diman tristezza e noia Recheran lore, ed al travaglio usato Ciascuno in suo pensier far ritorno. Garzoncello scherzoso, Cotesta et fiorita E come un giorno dallegrezza pieno, Giorno chiaro, sereno, Che precorre alla festa di tua vita. Godi, fanciullo mio; stato soave, Stagion lieta cotesta. Altro dirti non vo; ma la tua festa Chanco tardi a venir non ti sia grave. Torna allindice dei canti leopardi.it

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Poesia di Giacomo Leopardi Linfinito


Sempre caro mi fu questermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dellultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di l da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien leterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Cos tra questa immensit sannega il pensier mio: e il naufragar m dolce in questo mare (Giacomo Leopardi)

Parafrasi:
Sempre caro mi stato questo colle solitario e questa siepe che impedisce di vedere lorizzonte. Stando fermo e guardando fisso io immagino nel pensiero spazi infiniti al di l di quella siepe e silenzi che un uomo non pu percepire e quiete profonde. Per poco il cuore non si smarrisce. E quando sento stormire le foglie a causa del vento io paragono quellinfinito silenzio a questa voce e mi viene in mente leternit, le stagioni passate e presenti e i scarsi rumori. Tra questa immensit si smarrisce il mio pensiero ma il lasciarsi andare in questo mare mi gradito.

Significato di questa poesia di Giacomo Leopardi

L idillio si configura come uno studio visivo-prospettico degli elementi del paesaggio per produrre nel lettore la suggestione dell Infinito. La vaghezza del linguaggio, basata sull uso di parole di significato indeterminato, le quali, pi che precisare le cose secondo le categorie di spazio e di tempo, ne sfumano i contorni, e con il caratteristico vocabolario leopardiano (ermo, interminati, sovrumano, ecc..) producono quella poesia dell indefinito che spesso funzionale a quella dell infinito. NellInfinito Leopardi si concentra decisamente sullinteriorit, sul proprio io, e lo rapporta ad una realt spaziale e fisica, in modo da arrivare a ricercare lInfinito. Lesercizio poetico, dunque, si pone come superamento di ogni capacit percettiva, di cui la natura il limite (rappresentato dalla siepe). Tra la minaccia del silenzio (e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo, ove per poco / il cor non si spaura versi dal 5 all8) e la sonorit della natura (E come il vento / odo stormir tra queste piante, versi 8 e 9), il pensiero afferra linafferrabile universalit dellInfinito, superando la contingenza di ci che ci circonda, che lesperienza fortemente voluta dallautore.

Il poeta, seduto davanti ad una siepe, immagina oltre questa spazi interminabili, che vanno oltre anche la linea dellorizzonte che la siepe in realt nascondeva. Richiamato alla realt da un rumore, da una sensazione uditiva, estende il suo fantasticare anche nellimmensit del tempo. LInfinito, dunque, nella poesia ha una duplice valenza: spaziale e temporale. LInfinito, nella visione di Giacomo Leopardi, non un infinito reale, ma frutto dellimmaginazione delluomo e, quindi, da trattare in senso metafisico. Esso rappresenta quello slancio vitale e quella tensione verso la felicit connaturati ad ogni uomo, diventando in questo modo il principio stesso del piacere. Nella poesia, lesperienza dellInfinito unesperienza duplice, che porta chi la compie ad essere in bilico tra la perdit di s stesso (Cos tra questa / immensit sannega il pensier mio versi 13 e 14) e il piacere che da ci deriva (e il naufragar m dolce in questo mare verso 15). Per lautore il desiderio di piacere destinato a rinnovarsi; ricercando sempre nuove sensazioni, scontrandosi inevitabilmente con il carattere provvisorio della realt, per terminare al momento della morte. Secondo questa teoria (teoria del piacere), espressa nello Zibaldone, luomo non si pu appagare di piaceri finiti, ma ha necessit di piaceri infiniti nel numero, nella durata e nellestensione: tali piaceri, per, non sono possibili nellesperienza umana. Questo limite, tuttavia, non persiste nel campo dellimmaginazione, che diventa una via daccesso ad un sentimento di piacere (espresso nellultimo verso) nella fusione con linfinit del mare dellessere. importante notare, tuttavia, che linfinito leopardiano non simile a quello di altri poeti romantici, in cui esso era straniamento dalla realt per mezzo della semplice fuga nellirrazionalit e nel sogno: la scoperta e lesperienza dellInfinito sono processi immaginativi sottoposti al controllo razionale. Il soggetto, cio, crea consapevolmente il contrasto tra ci che limitato e ci che illimitato (lostacolo e linfinito spaziale), e tra ci che contingente e ci che eterno. Tale considerazione ci porta a contemplare quello che il pessimismo di Leopardi: egli consapevole della vanit del suo tendere, sa che tutto frutto della sua immaginazione, per quanto questa situazione sia dolce. Se ritieni utili le informazioni trovate su questa pagina, clicca sul tasto +1 Torna allindice delle poesie famose Testo tratto da Wikipedia. Per approfondimenti su questa poesia di Giacomo Leopardi, leggi la fonte: Linfinito di Leopardi

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Giacomo Leopardi: A Silvia

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Giacomo Leopardi A Silvia


Documenti correlati A SILVIA Silvia, rimembri ancora Quel tempo della tua vita mortale, Quando belt splendea Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi, E tu, lieta e pensosa, il limitare Di giovent salivi? Sonavan le quiete Stanze, e le vie dintorno, Al tuo perpetuo canto, Allor che allopre femminili intenta Sedevi, assai contenta Di quel vago avvenir che in mente avevi. Era il maggio odoroso: e tu solevi Cos menare il giorno. Io gli studi leggiadri Talor lasciando e le sudate carte, Ove il tempo mio primo E di me si spendea la miglior parte, Din su i veroni del paterno ostello Porgea gli orecchi al suon della tua voce, Ed alla man veloce Che percorrea la faticosa tela. Mirava il ciel sereno, Le vie dorate e gli orti, E quinci il mar da lungi, e quindi il monte. Lingua mortal non dice Quel chio sentiva in seno. Che pensieri soavi, Che speranze, che cori, o Silvia mia! Quale allor ci apparia La vita umana e il fato! Quando sovviemmi di cotanta speme, Un affetto mi preme Acerbo e sconsolato, E tornami a doler di mia sventura. O natura, o natura, Perch non rendi poi Quel che prometti allor? perch di tanto Inganni i figli tuoi? Tu pria che lerbe inaridisse il verno, Da chiuso morbo combattuta e vinta, Perivi, o tenerella. E non vedevi Il fior degli anni tuoi; Non ti molceva il core La dolce lode or delle negre chiome, Or degli sguardi innamorati e schivi; N teco le compagne ai d festivi Ragionavan damore. Anche peria fra poco La speranza mia dolce: agli anni miei Anche negaro i fati La giovanezza. Ahi come, Come passata sei, Cara compagna dellet mia nova, Mia lacrimata speme! Questo quel mondo? questi I diletti, lamor, lopre, gli eventi Onde cotanto ragionammo insieme? Questa la sorte dellumane genti? Allapparir del vero Tu, misera, cadesti: e con la mano La fredda morte ed una tomba ignuda Mostravi di lontano. Biografia di Giacomo Leopardi Brani dello stesso autore Partecipa al forum I classici Tutti i diritti riservati emsf.rai.it

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<Petrosyan> Inviato il: 4/6/2009, 15:17 Gruppo: Amministratore Messaggi: 6289 Provenienza: Napoli Stato: Dopo gli idilli, c il periodo delle operette morali, che un momento dedicato solo alla filosofia, con un distacco dalla poesia che verr ripresa nella fase coincidente con i CANTI PISANORECANATESI (1828-1830). Questi canti sono stati scritti tra Pisa e Recanati, dove il poeta torner per lultima volta. Leopardi si era recato a Pisa in cerca di un clima confacente alla sua malattia; qui scrive il risorgimento e a Silvia, mentre a Recanati nascono le ricordanze, il canto notturno di un pastore errante nellAsia, la quiete dopo la tempesta, il sabato del villaggio e il passero solitario. La critica aveva definito queste opere GRANDI IDILLI, per distinguerli da quelli scritti precedentemente alla operette morali, i PICCOLI IDILLI; ora questa denominazione non viene pi accettata, perch valorizza solo gli aspetti descrittivi ed emozionali, mentre non considera la novit di questi nuovi idilli, e cio la filosofia: in queste ultime opere c infatti un punto dincontro tra il sentimento emozionale e la filosofia. A SILVIA: ha la forma metrica di un canzone leopardiana (Leopardi introduce una nuova forma poetica, la canzone libera). Questo canto dedicato a una donna, Silvia (uno pseudonimo), che viene individuata in Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, che muore giovanissima di tisi il 30 settembre del 1818. Il nome di Silvia non casuale, era la ninfa amata di Aminto nellopera del Tasso. In alcuni brani dello Zibaldone, Leopardi cita Teresa, appuntando alcuni avvenimenti della sua vita. Qui c la rievocazione appassionata delle SPERANZE GIOVANILI e la sicurezza dellINFELICITA del genere umano. C inoltre un PARALLELISMO tra Silvia e Leopardi: come le speranze di Silvia per il futuro sono cadute a causa della morte prematura, cos le speranze del poeta sono diventate delusioni; questo parallelismo si pu notare nelle strofe centrali del componimento, gi a partire dalla seconda strofa. Lesperienza dellio del poeta supera lesperienza esistenziale tipica degli idilli giovanili, in cui parla in prima persona. Qui lIO si sposta e comincia a comparire il NOI, che corrisponde allio del poeta insieme allio del genere umano. In questa poesia, lesperienza esistenziale di Leopardi si unisce con quella di Teresa. Andando a Pisa il poeta voleva inaugurare un nuovo momento della sua vita, lontano dalla prigione di Recanati, dove dopo Pisa torner per lultima volta. ANALISI DEL CONTENUTO: 6 strofe di diversa lunghezza (canzone libera, differente dalla canzone petrarchersca, in cui cera equilibrio tra endecasillabi e settenari (a un endecasillabo seguiva sempre un settenario); in Leopardi sono pi numerosi i settenari (34) degli endecasillabi (29). 27 versi sono privi di rima, gli altri rimano liberamente. Lultimo verso di ogni strofa rima con uno dei versi precedenti ed sempre un settenario. La STRUTTURA simmetrica. La I strofa il proemio che introduce limmagine di Silvia; c linvocazione e levocazione delle caratteristiche generali. La II e la III strofa mostrano 2 situazioni parallele, la prima riguarda Silvia, laltra Leopardi (si rifanno tutte e due al passato e alle illusioni giovanili). La IV strofa un commento dopo la delusione delle speranze. La V e la VI strofa che sono simmetriche alla II e alla III mostrano il vero parallelismo tra la storia di Silvia e quella di Leopardi. Leopardi non fu mai innamorato di Teresa, figlia di un cocchiere, cera un enorme abisso sociale tra i

due. I cocchieri vivevano sopra la rimessa della carrozza. Tra la casa di questi e la villa dei conti Leopardi c la piazzetta del sabato del villaggio (che ricorda appunto labisso tra i conti e i cocchieri). Dietro a questa opera non c una vicenda damore; Teresa e Leopardi condividevano condizioni simili, che sono parallele = GIOVINEZZA, ILLUSIONI, SPERANZE, SOGNI, DELUSIONI. In un passo della Zibaldone, Leopardi afferma di non aver mai conosciuto e vissuto la sua giovinezza, mentre Silvia vive la sua giovinezza. Il nome Silvia pu essere associato alla parola SELVA = una figura evocativa, perch fa venire subito in mente una donna scura di capelli, rigogliosa, bella e con molte sfaccettature, come il bosco, la selva. Non la donna che il poeta ama, ma il SIMBOLO DELLA SPERANZA. Questa lirica improntata sul linguaggio del VAGO: la figura di Silvia vaga, non ci sono indicazioni concrete, Leopardi fa un discorso generico e sfumato, e parla solo degli occhi e dei pensieri della ragazza. Qui si vede la lampante differenza con Petrarca, che invece descriveva dettagliatamente le persone. vago anche lambiente: il poeta dice che primavera, ma non ci sono sensazioni sensibili; usa aggettivi molto sobri e nomi evocativi, ma non ci sono descrizioni di particolari. Il mondo esterno privo di caratteristiche fisiche tangibili (teoria vago e indefinito) La descrizione della realt filtrata, mediante un filtro fisico (la finestra del paterno ostello, che impedisce il contatto immediato con la realt fuori dal palazzo); il reale viene percepito nel chiuso del mondo interiore dellautore e la finestra il confine simbolico tra interiore ed esterno, immaginario e reale (come nellinfinito con la siepe, che un confine fisico); il secondo filtro quello dellimmaginazione a cui corrisponde la doppia visione (doppia vista) = per esempio il canto non percepito dai sensi, ma trasfigurato, viene ricordato (teoria del vago e dellindefinito: teoria del suono); il terzo filtro quello della memoria che rende indefinite e poetiche le cose; ci sono altri due filtri, quello letterario e quello filosofico; quello letterario consiste nel ricordo di alcuni suoni e immagini di passi poetici che avevano contribuito alla formazione del poeta, ad esempio A Silvia ricorda il canto di Circe nellOdissea; infine il filtro filosofico la presa di coscienza del vero, che corrisponde quindi al pessimismo. skuolatiscali A Silvia A Silvia linizio di una nuova stagione poetica, tra il 28 e il 30. Questo canto, composto a Pisa nel 1828, dedicato a una fanciulla che il poeta realmente conobbe, forse Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, morta di tisi nel 1818. Ma non una funebre commemorazione, non neppure una canzone per Silvia: una confessione del poeta. Nasce questo lungo e commosso colloquio con Silvia, la cui morte prematura diventa il simbolo delle speranze stesse del poeta, diminuite allapparire della terribile verit della condizione umana. Tutto il canto costruito sulle esperienze parallele della giovinezza di Silvia, precocemente troncata dalla morte, e delle illusioni del poeta. Limmagine della donna si smorza nel mito della speranza. PARAFRASI Silvia, ricordi ancora quellepoca della tua vita, quando la bellezza risplendeva nei tuoi occhi gioiosi e schivi, e tu, serena e assorta al tempo stesso, eri sul punto di oltrepassare la soglia della tua giovent? Le stanze quiete risuonavano, e le vie intorno, al tuo canto ininterrotto, quando sedevi intenta ai lavori femminili, assai contenta di quel futuro indeterminato che avevi in mente. Era il maggio profumato: e tu solevi trascorrere cos il giorno. Io, interrompendo momentaneamente i piacevoli studi e gli impegnativi lavori, in cui si consumavano la mia giovent e le mie forze migliori, dai balconi della casa paterna tendevo le orecchie al suono della tua voce, e alla mano veloce che percorreva con fatica la tela. Guardavo il cielo sereno, le vie illuminate dal sole e gli orti, da una parte in lontananza il mare, e dallaltra i monti. Le parole non possono esprimere il sentimento che provavo nel cuore. Che pensieri soavi, che speranze, che sentimenti, o mia Silvia! Come ci sembrava felice la vita umana e il destino! Quando mi ricordo di una speranza cos grande, mi opprime un sentimento doloroso e di sconforto, e torno a compiangere la mia sventura. O natura, o natura, perch non restituisci in maturit ci che prometti in giovinezza? Perch inganni cos tanto i tuoi figli? Tu prima che linverno inaridisse le erbe, consumata e uccisa da una male oscuro, morivi, o grazia. E non vedevi il fiore dei tuoi anni; e non ti rallegrava n la dolce lode dei tuoi capelli neri, n i tuoi sguardi innamorati e schivi; n le compagne nei giorni festivi parlavano damore con te. Da l a poco sarebbe sparita anche la mia dolce speranza: anche ai miei anni il destino neg la giovinezza. Ahi come, come sei svanita, cara compagna della mia

giovent, mia speranza compianta! E questo il mondo sognato? Sono queste le gioie, lamore, le attivit operose, gli avvenimenti di cui tanto parlammo insieme? E questo il destino degli esseri umani? Al rivelarsi della realt, tu, misera, moristi: e con la mano indicavi da lontano la morte fredda ed una tomba desolata. COMMENTO La lirica di sei strofe a lunghezza varia. Settenari ed endecasillabi si succedono secondo le esigenze dellispirazione e la rima non ha schema prestabilito. Lunico elemento di regolarit dato dal ripetersi del settenario alla fine dogni strofa. Nel settimo verso c un enjabement le quiete stanze e anche nel decimo intenta sedevi. Nel sedicesimo verso c una metonimia le sudate carte. Le carte, cio gli studi, che costano fatica, sudore. Nel ventiduesimo verso c unaltra metonimia la faticosa tela. La tela in altre parole si riferisce al lavoro al telaio che frutto dassiduo lavoro e quindi faticosa. studenti.it FIGURE RETORICHE o natura o natura..perch non rendi poi quel che prometti allor?:::::::::::::: personificazione lieta e pensosa un ossimoro porgea gli orecchi al suon della tua voce ed alla man veloce.zeugma Sudate carte = metonimia (causa per effetto Lingua mortal = metonimia (causa per effetto) Sguardi innamorati e schivi = metonimia (effetto per causa) nellultima strofa avviene la personificazione della speranza, con la quale Leopardi parla e che gli indica la tomba di lontano Assonanza: quinci lungi ; Climax: Che pensieri soavi/ che speranze, che cori, Anafora: Anche/anche presente lallitterazione, ad esempio quella delle lettere r, t, v, sp nella prima strofa IL GENIV SU BLOGFREE rios510 Inviato il: 27/11/2010, 18:04 complimenti rios510 Inviato il: 5/12/2010, 14:18 troppo corto il commento sabax4e Inviato il: 17/3/2011, 14:34 Fannullon Member Gruppo: Utente Messaggi: 3 Stato: sempre i migliori!! Varyags Inviato il: 12/4/2011, 18:56 buono! [ITP]xSILENT-LEGENDx Inviato il: 29/5/2011, 17:17 Gruppo: Utente Messaggi: 1970 Provenienza: Genova Stato: ottimo 5 risposte dal 4/6/2009, 15:17 Amici del Genivs Radio Genivs Forum - La programmazione in diretta di musica e saluti con gli amici del forum geniv.blogfree.net Archive All Download Newest